La deriva nazionalista del M5S (di Nicola Vallinoto)

Grillo Farage insiemeEsattamente un mese dopo le elezioni continentali del 25 maggio il M5S sancisce ufficialmente l’alleanza con l’UKIP di Farage a livello europeo con la costituzione del gruppo Europa per la Libertà e la Democrazia Diretta (ELDD) di cui fanno parte anche gli europarlamentari del Party of Free Citizens, Latvian Farmers’ Union, Order and Justice, Sweden Democrats e un deputato indipendente fuoriuscito dal Front National. Nella prima riunione Nigel Farage (Ukip) e David Borrelli (M5S) sono stati eletti copresidenti del gruppo. Alla conferenza stampa di presentazione del gruppo Farage, visibilmente soddisfatto, ha sottolineato i punti di contatto tra le due forze principali del gruppo. “Per quanto riguarda le politiche del M5S e dell’UKIP, sono più importanti i punti di accordo che quelli di disaccordo. Siamo d’accordo sul maggior bisogno di democrazia e siamo contrari a una ulteriore cessione di sovranità alle istituzioni europee.”

L’intesa politica tra Grillo e Farage viene confermata dai contenuti dello statuto del nuovo gruppo ELDD pubblicato in anteprima sul blog di Grillo, che all’articolo 1 recita: “Il gruppo sostiene una cooperazione tra Stati europei sovrani aperta, trasparente, democratica e responsabile”. E nell’articolo 2 si conferma la deriva nazionalista: “il livello legittimo per la democrazia spetta agli Stati Nazionali, alle loro regioni e parlamenti, dato che non esiste un unico popolo europeo, il Gruppo si oppone a un’ulteriore integrazione europea (trattati e politiche) che aggraverebbe l’attuale deficit democratico e la struttura politica centralista dell’UE“.

Lo statuto è stato scritto e approvato da tutti i membri del gruppo compresi gli eurodeputati del M5S che hanno introdotto alcuni emendamenti tra cui la modifica del nome del gruppo che cambia da ELD a ELDD, dove “DD” sta per “Democrazia Diretta“: nel senso di democrazia (etero) diretta da Grillo e Casaleggio come abbiamo potuto apprezzare in occasione del sondaggio sulla collocazione europea dove i grillini hanno potuto “scegliere” tra la destra e la ultradestra.

manovre Grillo CasaleggioIl blog, le cui chiavi di accesso sono tenute da Grillo e Casaleggio, ha dato grande spazio e voce diretta a Farage mentre ha boicottato in tutti i modi qualunque altra alternativa (in primis quella dei Verdi europei) estromettendole dalle opzioni del sondaggio onde evitare una possibile sconfessione del leader da parte della base, come successo in passato in occasione di altre consultazioni quali quella sull’incontro con Renzi o sul reato di clandestinità.

La scelta di opporsi all’attuale UE può benissimo orientarsi verso il ritorno a un’Europa delle sovranità nazionali come hanno sostenuto apertamente in campagna elettorale il Fronte Nazionale, la Lega Nord, Alba Dorata, l’UKIP ma non può essere fatta a posteriori ovvero dopo il voto alle elezioni europee ingannando, in tal modo, tutti quei militanti del Movimento che hanno portato generosamente l’acqua al mulino pentastellato. Come, ad esempio, l’incredulo Angelo Consoli che, come lui stesso, ha ammesso: “Se avessi saputo prima della scelta di campo non avrei fatto campagna elettorale per il M5S”.

La scelta nazionalista è una vera e propria presa per i fondelli anche perché in campagna elettorale Grillo e Casaleggio hanno scritto la prefazione al libro “Vinciamo noi” nel quale si afferma che l’Europa che vogliamo è quella federale del Manifesto di Ventotene pubblicato integralmente in appendice.

Il M5S ha scelto di sostenere un’Europa divisa in Stati nazionali sovrani (l’esatto contrario dell’Europa libera e unita disegnata da Altiero Spinelli ed Ernesto Rossi a Ventotene) ingannando in tal modo i suoi sostenitori. L’inganno di Grillo sta nel fatto di aver portato i militanti grillini dalle radici ideali iscritte nel Manifesto di Ventotene (antifascismo, rifiuto della divisione dell’Europa in Stati nazionali sovrani e superamento della democrazia nazionale, federalismo, Europa sociale) nelle fauci dell’iperliberista e ultranazionalista britannico Nigel Farage, il più acerrimo nemico di un’Europa libera e unita, e in compagnia di forze di ispirazione fascista come gli Sweden Democrats.

ipocrisie 5 stelleLa cosa più grave per Grillo e Casaleggio è di aver fatto scivolare un Movimento, nato con aspirazioni rivoluzionarie, tra le forze conservatrici del Parlamento europeo disinnescando definitivamente il potenziale di cambiamento di cui si è fatto portatore almeno inizialmente. La scelta di opporsi a ogni progresso nell’integrazione europea (art. 2 dello statuto dell’ELDD) pone inequivocabilmente il M5S tra i partiti reazionari. Come diceva Altiero Spinelli nel Manifesto di Ventotene (che il duo Grillo Casaleggio dovrebbero conoscere molto bene visto che lo hanno inserito integralmente nel libro “Vinciamo noi” di cui hanno scritto la prefazione) “la linea di divisione fra partiti progressisti e partiti reazionari cade perciò ormai non lungo la linea formale della maggiore o minore democrazia, del maggiore o minore socialismo da istituire, ma lungo la sostanziale nuovissima linea che separa quelli che concepiscono come fine essenziale della lotta quello antico, cioè la conquista del potere politico nazionale (…) e quelli che vedranno come compito centrale la creazione di un solido stato internazionale, che indirizzeranno verso questo scopo le forze popolari e, anche conquistato il potere nazionale, lo adopreranno in primissima linea come strumento per realizzare l’unità internazionale dei cittadini”.

Durante la campagna elettorale Beppe Grillo ha ripetuto in tutti gli spettacoli “Te la do io l’Europa” e nel #VinciamoNoi Tour che bisogna fare una “Comunità Europea di cittadini in cui nessuno rimane indietro e che mette il debito in comune come negli USA, e non una semplice Unione di stati e banche.” E nel libro “Vinciamo noi” nel capitolo “Quale Europa per il MoVimento 5 Stelle” Sergio Di Cori Modigliani riporta una intervista di Enrico Mentana a Beppe Grillo rilasciata il 21 marzo 2014, in cui il cofondatore del MoVimento conferma quanto affermato in campagna: “Siamo per la Comunità europea. Il M5S è per la costruzione di una federazione di nazioni che pratica la solidarietà e la condivisione. (…) Noi siamo europei perché crediamo nell’idea di comunità fondata sul reciproco aiuto ed è il senso di comunità il concetto alla base dell’Europa che vogliamo”.

Come si concilia questa visione con l’articolo 2 dello statuto in cui si afferma perentoriamente che “non esiste un popolo europeo”, che non è possibile la democrazia aldilà dello stato nazione e che “il gruppo si oppone a un’ulteriore integrazione europea”?

contraddizioni M5SDurante la campagna, in opposizione al “Fiscal Compact” Grillo ha anche parlato del “Social Compact” che include il reddito di cittadinanza, l’abbassamento dell’orario di lavoro e dell’età pensionabile a parità di salario, la protezione sociale delle mamme e delle fasce più deboli in modo che nessuno rimanga indietro. Anche il Manifesto di Ventotene è molto chiaro su questo punto: “La solidarietà umana verso coloro che riescono soccombenti nella lotta economica, non dovrà manifestarsi con le forme caritative sempre avvilenti e produttrici degli stessi mali alle cui conseguenze cercano di riparare, ma con una serie di provvidenze che garantiscano incondizionatamente a tutti, possano o non possano lavorare, un tenore di vita decente, senza ridurre lo stimolo al lavoro e al risparmio. Così nessuno sarà più costretto dalla miseria ad accettare contratti di lavoro iugulatori”.

Come si concilia questa visione di un’Europa solidale con il feroce darwinismo sociale di cui è portatore il partito di Farage?

La risposta ad entrambe le domande è elementare: sono visioni inconciliabili.
Il matrimonio contronatura tra Grillo e Farage potrebbe sancire l’inizio della fine del Movimento 5 Stelle. L’Europa ha posto il M5S di fronte al bivio tra nazionalismo e federalismo ovvero alla scelta di quale Europa voler costruire per dare una speranza a tutti coloro che stanno subendo la crisi economica, sociale e politica del Vecchio continente.
Le elezioni europee hanno fatto emergere le contraddizioni dei Grillo e del M5S nostrani.
L’unica speranza per salvare il M5S dall’abbraccio mortale con l’ultraliberista e nazionalista Farage è che la base del Movimento a partire dai militanti sinceramente democratici e federalisti che si sono sentiti traditi dalla scelta di Grillo e Casaleggio, come, ad esempio, gli attivisti del gruppo No Farage facciano partire una rinascita europea a 5 stelle che metta al centro del proprio progetto rivoluzionario l’Europa libera e unita del Manifesto di Ventotene.

Nicola Vallinoto tratto da Micromega online

Dietro il populismo (di Tito Boeri)

Perché in tutta Europa si affermano i partiti populisti? Basta guardare al profilo per età del voto populista, giovane al Sud e vecchio al Nord. E la soluzione passa allora per politiche europee che sappiano affrontare davvero il problema della disoccupazione giovanile nei paesi più periferici.

onda del populismoSQUILIBRI E SPINTE MIGRATORIE

Se si pensa all’Unione Europea come a un unico paese e si guarda alla diseguaglianza dei redditi, concentrandosi in particolare sui giovani, si comprendono bene le ragioni che stanno dietro alla vittoria dei movimenti populisti alle elezioni europee.

L’indice più comune per misurare la diseguaglianza, il coefficiente di Gini, tra i redditi delle famiglie con capofamiglia di meno di 30 anni è cresciuto marcatamente in tutto il periodo della grande recessione e della crisi del debito dell’Eurozona. È passato dal 28,5 per cento nel 2007 al 31,5 per cento nel 2011: un aumento del 10 per cento. E il rapporto “primi dieci-ultimi dieci” è aumentato in maniera simile, da 4 a 5: significa che il reddito medio nel decile più alto nella distribuzione è ora cinque volte maggiore del reddito medio nel decile più basso.

L’aumento della disuguaglianza tra i giovani non è dovuto, come per gli altri gruppi d’età, a una concentrazione nella parte più alta della scala dei redditi, con alcune persone molto ricche che aumentano la loro distanza dal resto della popolazione. I giovani, che già all’inizio della crisi erano sottorappresentati nella parte più alta della distribuzione del reddito, sono oggi una percentuale ancora minore rispetto agli altri gruppi di età.

disuguaglianzaLa diseguaglianza dei redditi è aumentata principalmente a causa delle differenze nei livelli di disoccupazione giovanile. In Grecia e Spagna i tassi di disoccupazione in quella fascia sono oltre il 50 per cento, in Italia sopra il 40 per cento, mentre in Austria e Germania sono sotto la doppia cifra. È significativo che sia l’aumento della diseguaglianza dei redditi sia l’aumento delle differenze nei tassi di disoccupazione giovanile tra le diverse aree dell’Unione Europea abbiano una dimensione marcatamente nazionale: la diseguaglianza tra paesi è quasi raddoppiata, mentre all’interno dei paesi la crescita delle diseguaglianze è stata molto più contenuta; nel caso dei tassi di disoccupazione, la variazione inter-regionale all’interno di ogni paese si è dimezzata, mentre la differenza tra paesi è aumentata di due volte e mezzo.

POPULISMI DEL NORD E POPULISMI DEL SUD

Perché tutto questo è importante per capire la vittoria del populismo alle elezioni europee? I giovani sono la componente più mobile della popolazione e sperimentare la disoccupazione così presto, quasi all’inizio della loro vita lavorativa, lascia cicatrici profonde. Quelli che vivono nei paesi con un’alta disoccupazione (il cosiddetto ClubMed, incluso il Portogallo) hanno solo due opzioni: exit or voice – andarsene via o “farsi sentire”. Londra e Berlino sono state inondate da giovani italiani e spagnoli. E ancora di più da giovani bulgari o rumeni che hanno lasciato l’Italia o la Spagna per cercare lavoro altrove. L’alternativa è farsi sentire e i movimenti populisti del Sud Europa tendono a consentire ai giovani proprio quel tipo di protesta radicale contro le istituzioni europee e l’euro che più apprezzano. Il profilo di età dei voti di Tsipras in Grecia, del movimento di Grillo in Italia, di Podemos in Spagna e del Front National in Francia è molto ben definito: in molte circoscrizioni, questi movimenti sono il primo partito tra coloro che hanno meno di 30 anni.

protesta anti euroL’altro lato della medaglia è il populismo del Nord Europa, che somiglia molto a una collezione di sentimenti anti-immigrazione. L’Ukip ha fatto la sua campagna contro il flusso di cittadini europei, chiedendo lo smantellamento della libera mobilità dei lavoratori, uno dei pilastri dell’Unione Europea fin dal trattato di Roma. E non sorprende che il profilo di età sia, in questo caso, speculare rispetto al populismo del Sud: quasi il 90 per cento dei sostenitori di Nigel Farage ha più di 40 anni, 3 sostenitori del People’s Party danese su 4 hanno più di 50 anni e il FPÖ austriaco ha percentuali doppie tra gli ultra cinquantenni. La concentrazione all’altro capo dello spettro di età nel populismo del Nord è dovuta al fatto che i lavoratori più anziani rappresentano le componenti meno mobili della popolazione ed è quindi probabile che soffrano di più per la competizione dei giovani lavoratori che arrivano da altre parti dell’Unione.

COME SPENDERE MEGLIO LE RISORSE

Se l’analisi è corretta, ne consegue che sarà difficile per i movimenti populisti europei coordinare i loro voti utilizzando la grande fetta di seggi che si sono guadagnati nel Parlamento europeo. Ma ci sono lezioni ancora più importanti da imparare riguardo al futuro dell’Europa. A meno che non si faccia qualcosa per affrontare il problema delle diseguaglianze tra paesi e della disoccupazione giovanile, questa tendenza proseguirà e porterà con sé, al Nord, tensioni per l’immigrazione e, al Sud, fuga di cervelli ed euroscetticismo. Non è una prospettiva positiva per l’integrazione: è poco probabile che così si promuova un’identità europea, qualunque essa sia.

I politici tedeschi conoscono molto bene la questione, dal momento che l’hanno dovuta affrontare dopo l’unificazione della Germania, spendendo molto per prevenire la migrazione da Est a Ovest. Fortunatamente, in questo caso, non c’è bisogno dei massicci trasferimenti fiscali registrati dall’Ovest verso l’Est dopo la caduta del Muro di Berlino. Sarebbe sufficiente prestare più attenzione allo sviluppo nelle economie più periferiche quando si prendono decisioni di politica monetaria, partendo col pianificare una svalutazione dell’euro rispetto al dollaro.

fiscal compactAllo stesso tempo, il bilancio europeo dovrebbe essere usato meglio per affrontare i problemi legati alla disoccupazione giovanile. Oltre a essere troppo contenuta (6 miliardi di euro, ovvero, circa 400 euro per giovane disoccupato all’anno), l’Iniziativa europea per l’occupazione giovanile si dà obiettivi sbagliati e coinvolge attori sbagliati: si propone di avviare al lavoro i giovani nei paesi in cui non ci sono posti disponibili per loro; inoltre, trasferisce denaro dal bilancio europeo direttamente alle regioni povere, saltando le giurisdizioni nazionali, mentre l’aumento della disoccupazione giovanile ha una dimensione marcatamente nazionale.

Il risultato sono programmi regionali co-finanziati dall’Ue che, per contrastare la disoccupazione giovanile, si affidano a una grande varietà di progetti di piccola portata e di durata limitata. Vi rientrano molti corsi di formazione più adatti ad arricchire chi tiene il corso (spesso con curricula limitati, come quelli per estetista) che ad aiutare effettivamente coloro che dovrebbero beneficiare della formazione.

Nell’ambito dell’iniziativa non c’è spazio, invece, per le riduzioni fiscali permanenti e i sussidi salariali che promuoverebbero la domanda di lavoro per i più giovani nei paesi con un alto tasso di disoccupazione. Insomma, si ripetono esattamente gli stessi errori compiuti nell’allocazione dei fondi strutturali: spesso i governi locali non sanno che fare di questi soldi e finiscono o per non spenderli (la stessa efficiente amministrazione tedesca utilizza non più del 60 per cento delle allocazioni dei fondi strutturali) o per disperderli in una miriade di piccoli progetti, i cui costi di gestione superano frequentemente il 50 per cento del budget di ciascun singolo progetto.

zero contributi zero finanziamentiCon le regole attuali, alle nazioni in crisi converrebbe arrivare a un accordo di “zero a zero”: non contribuire in alcun modo al bilancio Ue e non riceverne nulla in cambio. Ma se chi più ha bisogno di sostegno sotto i colpi di crisi asimmetriche ricava un maggior beneficio chiamandosi fuori dal fondo comune, è evidente che quel fondo comune non ha ragione di esistere sotto il profilo della condivisione del rischio e del mutuo soccorso. L’Iniziativa europea per l’occupazione giovanile dovrebbe quindi essere riconsiderata, consentendo il finanziamento di programmi nazionali per la creazione di posti di lavoro nei paesi con un’alta disoccupazione giovanile, mentre i fondi strutturali dovrebbero trasformarsi in strumenti per sostenere quelle riforme strutturali che incrementino la convergenza economica all’interno dell’Unione. Dovrebbero essere fondi per compensare gli svantaggi della liberalizzazione economica secondo la filosofia dei Contractual Arrangements, oltre che per assorbire gli shock. Oggi non ci sono le basi per un ampliamento del bilancio dell’Ue, ma possiamo iniziare a spendere meglio il denaro a disposizione.

Tito Boeri tratto da www.lavoce.info

L’estrema destra a Bruxelles. Quale futuro per l’Europa? (di Salvatore Sinagra)

sorpresa urne europeeDalle urne delle elezioni europee emerge una netta avanzata delle forze euroscettiche ed in particolare di quelle di estrema destra. Ben 86 seggi sono assegnati a partiti che si richiamano alle tradizionali posizioni della destra nazionalista o xenofoba: la lotta alla burocrazia di Bruxelles, l’immigrazione  e l’identità nazionale. Tra questi si contano anche quelli della Lega Nord, che con l’apparentamento con Marine Le Pen, si è spostata nettamente a destra rispetto agli anni del binomio Bossi-Maroni. Conteggiando anche i partiti che vengono ricondotti al così detto euroscetticismo soft si arriva a 175 seggi, o addirittura a circa 200 se si conteggiano tra gli euroscettici anche i rappresentanti di partiti come Forza Italia, che sono molto aggressivi con l’UE in campagna elettorale ma poi nei fatti a Bruxelles si accodano alla maggioranza.

I partiti euroscettici più temuti e rappresentativi sono il Fronte Nazionale di Marine Le Pen, il primo partito  in Francia a queste elezioni e l’UKIP di Nigel Farage, il primo partito in Gran Bretagna. Entrambi hanno conquistato 24 seggi al Parlamento Europeo. Marine Le Pen prima delle elezioni aveva chiesto a Farage e a Grillo di unire le forze, ma questi avevano rifiutato (a differenza di Matteo Salvini) di legarsi ad un partito dichiaratamente di estrema destra.

dissimulazione FN FranciaIl Fronte Nazionale è arrivato alle elezioni europee sulle ali dell’entusiasmo per il successo alle amministrative di poche settimane prima. In quella occasione il Fronte Nazionale è stato molto abile nel fare una campagna molto diversificata e paradossalmente localista cioè con messaggi diversi tra nord e sud: al nord ha puntato sulla deindustrializzazione frutto di una globalizzazione che uccide il lavoro oltre all’identità nazionale, al sud ha puntato sulla sicurezza.  Il fronte nazionale è un partito euroscettico almeno fin dagli anni del trattato di Maastricht che la Francia approvò con referendum. Marine Le Pen ha subito intuito che per incrinare il duopolio socialisti-Ump occorreva fare del Fronte Nazionale un partito duro su immigrazione ed identità nazionale, ma che prende le distanze dall’antisemitismo e dal negazionismo. Per questo, la leader del Fronte Nazionale ha lasciato intendere che in Europa non avrebbe fatto accordi con i neonazisti greci di Alba Dorata e con quelli ungheresi di Jobbik (entrambi hanno tre seggi al parlamento europeo). Nel corso degli anni il Fronte Nazionale è diventato sempre più attento a non spaventare il ceto medio.

Percorso diverso ha fatto l’UKIP (il partito dell’indipendenza della Gran Bretagna). Nasce nel 1993, quando reagendo all’approvazione del trattato di Maastricht un gruppo di euroscettici, molti dei quali provenienti dal partito conservatore, formano un partito  con l’unica finalità di portare la Gran Bretagna fuori dall’UE. Nel corso degli anni, anche grazie all’impulso dell’indiscusso leader, il thatcheriano Nigel Farage, l’agenda dell’UKIP è diventata estremamente liberista, includendo il taglio delle tasse ai ricchi e la sostituzione del Sistema Sanitario Nazionale con un sistema di voucher, e conservatrice in tema di immigrazione.

Si noti infine che in Ungheria Jobbik che probabilmente pure Marine Le Pen considererà improponibile ha ottenuto tre seggi, ma Fidesz, che nacque come movimento di studenti democratici  e che oggi è un partito inaffidabile e ultraconservatore avrà ben 12 seggi al Parlamento Europeo.

parlamento europeoGli euroscettici a Bruxelles potranno fare poco altro che contestare, se le forze che si professano “europeiste” metteranno sul tavolo un programma di cambiamento che dia risposte sul piano economico alla crisi e sul piano istituzionale all’immobilismo dell’UE dell’era Barroso. Tuttavia è doveroso ricordare che un primo importante traguardo gli euroscettici l’hanno raggiunto: la prossima commissione dovrà  necessariamente ed ancora una volta nascere dall’accordo delle due principali famiglie, popolari e socialisti.

Se l’effetto di tale accordo fosse un’azione incerta della Commissione ciò darebbe a Farage e Le Pen più forza per attaccare l’Unione europea.

Farage ha già dichiarato che la sua affermazione alle elezioni costringerà Cameron ad essere più euroscettico e più duro con gli immigrati, e ciò potrebbe essere determinante in un paese dove presto i cittadini potrebbero scegliere con referendum se abbandonare l’UE o se allinearsi agli altri paesi per esempio aderendo al trattato di Schengen. Non sarà facile per il partito di Farage ripetere il successo delle europee alle politiche dell’anno prossimo.

In Francia molti sono ancora convinti che Marine Le Pen non potrà mai né diventare presidente, né entrare in un governo. Il rischio, però, non deve essere sottovalutato, perché le divisioni e le incapacità nei partiti francesi potrebbero favorire la sua ascesa. Un’eventuale uscita dall’UE della Francia sarebbe un disastro probabilmente irreparabile. Si spera che i socialisti di Hollande e la stessa destra repubblicana si scuotano dal loro torpore.

In ogni caso se i paesi dell’area euro facessero una scelta forte come quella di costituire una federazione o di lanciare gli eurobond l’eventuale abbandono dell’Unione da parte della Gran Bretagna e di qualche altro paese  euroscettico (non la Francia però) potrebbe non essere un dramma.

Salvatore Sinagra

Ma in Italia non si votava per le elezioni europee ? (di Paolo Acunzo)

europa unitaSi è molto parlato della netta vittoria di Renzi, delle sconfitte di Grillo e Berlusconi e di cosa ciò potesse significare negli assetti della politica italiana. Ma quelle del 25 maggio erano elezioni europee e credo che sia utile abbozzare un’analisi del voto italiano in chiave europea.

Sicuramente in Italia ha vinto il Partito Socialista Europeo (PSE). Infatti grazie alla recente adesione del PD,  il PSE può vantare in Italia la sua forza maggiore con un quasi 41% a fronte di un deludente 25% in Europa. Ciò porta ad un nuovo peso del PD in Europa, anche in vista delle prossime nomine a partire da quelle del suo capo gruppo (circolano i nomi di Gianni Pittella e Roberto Gualtieri) o della Presidenza dello stesso Parlamento europeo.

Ma proprio su questo ultimo punto ci si scontra con il primo gruppo, il Partito Popolare Europeo (PPE), per cui anche in questo caso è in corsa un italiano alla presidenza del Parlamento Europeo (Antonio Tajani). Il cattivo risultato di Forza Italia non aiuterà tale candidatura, e neanche gli altri partiti italiani che aderiscono al popolarismo europeo hanno brillato (NCD e SVP), facendo fermare il risultato del PPE in Italia al 22% a fronte del 28%, dato che lo rende il primo partito in Europa e potrebbe portare il suo candidato Juncker alla Presidenza della commissione europea.

populismi in EuropaStesso magro risultato hanno conseguito in Italia sia i liberali (9% in Europa) che i Verdi (7%) con nessun eletto italiano in quei gruppi. Viceversa l’esperienza della Lista Tsipras ha portato i suoi frutti anche in Italia superando la soglia del 4% a fronte di un 6% in Europa, segnato però da una ottima performance in Grecia.

Discorso più complesso e dinamico per quanto riguarda la nebulosa dei cosi detti Euroscettici. Infatti se contiamo insieme M5S, Lega Nord e Fratelli d’Italia potrebbero essere considerati la seconda forza nazionale con circa il 30% a fronte del 18% in Europa, in sostanza questi pagano il loro settarismo. Infatti la divisione del fronte euroscettico rappresentato in Europa dal dualismo Farage vs Le Pen, ovvero nazionalismi UK vs France, viene riprodotto anche in Italia dalle alleanze di Grillo (21%) con il primo (8% in Europa) e Salvini con la seconda (6%). Ma qui il quadro rimane in continuo movimento con l’ulteriore variabile di tutti quei movimenti neo Fascisti (2%) o post comunisti (1%) che hanno eletto rappresentanti nella UE, ma fortunatamente non Italia. Infine vi sono una miriade di eletti al Parlamento europeo difficilmente classificabili e dunque potenziali non iscritti a nessun gruppo parlamentare.

Insomma il peso dei partiti europei viene specularmente rovesciato in Italia, facendo nettamente il PSE la prima forza, seguita non da un PPE italico che attualmente arranca, ma da una nebulosa populista, reazionaria e genericamente euroscettica con cui alla lunga l’Italia e l’Europa dovranno fare i conti.

Paolo Acunzo

 

Partito europeo Risultato in Europa Risultato in Italia Membri italiani
PPE 28% (212 seggi) 22% (17 seggi, 8% del totale) FI–NCD/UDC-SVP
PSE 25% (189 seggi) 41% (31 seggi, 16% del totale) PD
ALDE 9% (65 seggi) 1% (0 seggi) Scelta Europea
Verdi 7% (52 seggi) 1% (0 seggi) Green Italia
GUE 6% (46 Seggi) 4% (3 seggi, 7% del totale) Lista Tsipras
Euroscettici con Farage 8% (63 seggi) 21% (17 seggi, 27% del totale) M5S
Euroscettici con Le Pen 6% (45 seggi) 6% (5 seggi, 11% del totale) Lega Nord
Altri Euroscettici 3% (22 seggi) Neo fascisti e Post comunisti

 

 

Elezioni e PD: un prestito di fiducia a scadenza ravvicinata

fiducia al PDLe elezioni non sono né partite di pallone né guerre. La passione è dunque giustificata non dallo spirito di appartenenza ad una parte che prevale sull’altra, ma dal valore del fine che ci si propone di raggiungere. Le elezioni sono sempre un affare molto serio perché si tratta di chiedere una delega agli elettori per esercitare il potere di decidere per tutti. Questo è il circuito della democrazia. Dunque, sfogati gli entusiasmi, assorbite le delusioni è bene non dimenticare che le elezioni servono a questo.

I risultati del voto per il Parlamento europeo del 25 maggio parlano il linguaggio della chiarezza sia in Italia sia in altri paesi. I cittadini europei sono stanchi di illusioni e di chiacchiere sull’Europa, non si fidano più, sono arrabbiati. Con poche eccezioni (Italia, Belgio, Grecia, Lussemburgo, Malta) le percentuali di votanti sono state molto basse. Anche in Francia e in Germania. In questo contesto il dato italiano (circa 60%) quasi risplende, ma sconta pur sempre un 40% che ha scelto di non votare.

L’Europa come entità politica non suscita entusiasmi, semmai ostilità e fastidio. Eppure l’Europa fa parte della nostra vita quotidiana. Abbiamo in tasca la stessa moneta, giriamo senza passaporto né frontiere. Cerchiamo di comunicare con lingue diverse. L’Europa è qui, ma la sentiamo sempre molto distante.

elezioni 25 maggioLa campagna elettorale doveva parlare di come governare questa entità strana che esiste e non esiste. Invece se ne è parlato poco e male. Se si è parlato di Europa lo si è fatto per denunciare in maniera ossessiva i guai della moneta unica aumentando la percezione di un’esasperazione senza sbocco. Che spaventa.

Gli italiani sono stanchi di vivere nella precarietà di un paese che scivola verso il basso, nel quale il declino lo si tocca con mano e fa parte della vita quotidiana, dalla spazzatura nelle strade in su. C’è bisogno di stabilità e di credere che esista una via d’uscita da una crisi che, ormai è sempre più chiaro, è molto più italiana che europea.

Chi si è baloccato con le storielle sul ritorno alla lira, sul disconoscimento del debito pubblico, sui complotti ha avuto una bella risposta dagli italiani che hanno detto più o meno “diamo spazio a chi mostra di essere serio e di non giocare con la nostra vita”.

cambiamento in ItaliaIl risultato del PD è straordinario, ma è un prestito di fiducia che chiede di essere ripagato subito, con i fatti. Renzi lo ha capito benissimo e sa che il suo governo è quasi l’ultima spiaggia. Per questo l’unica risposta che deve dare agli elettori è governare con maggiore decisione mirando dritto al cuore dei problemi – dalla questione fiscale, a quella del lavoro, alla pubblica amministrazione, alla politica da fare in Europa per determinare una svolta che oggi è forse più difficile, ma anche più urgente.

Se poi il M5S decidesse finalmente di dare una mano sarebbe una bella notizia per gli italiani. Dare una mano non significa firmare cambiali in bianco e nemmeno fare finta di accettare il dialogo per aggredire con più forza chi parla con te (come fece Grillo nel famoso incontro con Renzi). Purtroppo, per farlo ci vorrebbe un gruppo dirigente del M5S che sappia andare oltre Grillo, ma per ora non si vede. Se non si manifesterà e non prenderà in mano le sorti del Movimento ci penseranno le prossime elezioni a tagliare le ali a chi non vuole e non sa usarle

Claudio Lombardi

Il M5S e la sua utilità

Tante polemiche intorno al M5S che parte favorito nelle elezioni di oggi. Che il M5S possa fare un gran bene alla politica italiana è certo. Il pungolo dei 5 stelle è arrivato insieme ad una pioggia di scandali che hanno colpito la classe dirigente fallimentare che ha diretto l’Italia negli ultimi decenni. Nessun partito escluso, la connivenza intorno ad un sistema di potere degenerato è stata pressocché totale e si è estesa a categorie sociali, professionali e imprenditoriali che hanno prosperato a spese dei bilanci pubblici e grazie ad un sistema corporativo che ha bloccato la concorrenza.

Grillo nasce dall’incapacità dei partiti tradizionali di porre fine alla degenerazione e vuole rappresentare la rabbia di chi si è visto tradito dalla classe dirigente e di chi si è visto togliere quei margini di sopravvivenza che un sistema di welfare e fiscale ingiusto pur garantiva a molti italiani.

Il problema è che dalla rappresentazione della rabbia bisogna passare alla costruzione di un’alternativa che non può essere prendere il 100% dei voti. Chiaramente Grillo ha scelto di non fare nulla insieme ad altre forze politiche per poter continuare ad apparire l’unico “giusto” in mezzo a tanti disonesti. E per sottrarsi a qualunque prova di governo che, nelle realtà locali prese in mano dai 5 stelle, si è rivelata molto più difficile di quanto gli slogan gridati dal palco dei suoi comizi facessero immaginare.

Nonostante ciò sarebbe lo stesso utile che il M5S utilizzasse il grande consenso che ha per farci qualcosa senza aspettare che il disastro totale del Paese gli porti in regalo il 90 o 100 per cento dei voti.

Così in queste elezioni europee in mezzo al solito diluvio di battute, insulti, slogan ha fatto capolino qualche proposta per l’Europa che tanto costruttiva non è, anzi lascia proprio il tempo che trova perché chiedere gli eurobond cioè una sorta di condivisione dei debiti pubblici accompagnandolo alla minaccia di stracciare il fiscal compact (che è comunque ottuso e va cambiato) e di non pagare il 30% del debito italiano in mano a banche europee è senza senso, è un cumulo di battute propagandistiche inutili.

Nessuno ce l’ha con il M5S, ma anzi in tanti riconoscono che potrebbe fare molto di più se si decidesse ad essere un movimento vero e non la longa manus di disegni oscuri e a tratti farneticanti che provengono dalla coppia Grillo-Casaleggio. Si spera che i militanti prendano loro in mano la situazione prima o poi perché la novità del M5S sta stretta nella camicia di forza del proprietario del marchio che in ogni momento può cacciare i dissidenti e reprimere ogni opposizione interna

Elezioni europee. Il nazionalismo populista e la dura realtà

nazionalismi europei conseguenzeIl leader nazionalista hindu Modi ha vinto le elezioni in India (1,250 miliardi di abitanti). Un accordo trentennale per la fornitura di gas è stato stipulato tra Russia (144 milioni di abitanti) e Cina (oltre 1,36 miliardi di abitanti) corredato da numerosi altri accordi commerciali e per la ricerca scientifica e tecnologica.

Come è noto l’Asia sta sempre più diventando il motore dell’economia mondiale e l’accordo tra Russia e Cina stabilisce le condizioni di base e geopolitiche perché quell’area del mondo divenga sempre più determinante. Il rilancio del nazionalismo indiano, inoltre, rafforza questa tendenza perché l’India sempre più andrà alla ricerca di uno sviluppo più intenso in concorrenza con l’occidente.

Tralasciamo di inserire in questo ragionamento altri paesi a noi ben noti perché da lì provengono molti prodotti che fanno parte della nostra vita quotidiana (Corea, Vietnam, Taiwan, Indonesia, Thailandia ecc). Loro li producono e noi li acquistiamo.

crisi EuropaOra mettiamo a confronto questo scenario con la competizione elettorale europea che si concluderà domani con il voto. Quali sono i temi e le forze politiche che hanno avuto maggiore risonanza? Sicuramente quelli e quelle definite euroscettiche e che comprendono componenti diverse (nazionaliste e populiste in primo luogo), ma tutte unite da un bersaglio: l’esistenza di una Europa unita e di una moneta comune.

Attenzione: non le politiche ottuse e irrazionali che hanno ridotto l’Europa e l’area euro in particolare ad un contatore di deficit avendo di mira sempre e soltanto il parametro del 3% di deficit e il 60% di debito in rapporto al Pil. No, l’attacco è proprio e soltanto all’esistenza stessa di una unione europea. Chi attacca non vuole che cambino le politiche, vuole che si frantumi l’Unione europea.

Infatti, cosa vuole Marine Le Pen in Francia? Semplicemente l’abbandono dell’UE e dell’euro. Cosa vuole Grillo? Un referendum sull’euro cioè un modo indiretto e furbastro per sancire l’uscita dell’Italia dalla moneta unica. Cosa vogliono le altre forze politiche nazionaliste? La stessa cosa, cioè il ritorno agli stati nazionali sovrani e dotati ognuno di una propria moneta.

Europa nella competizione globaleCome sta messa la UE nel contesto internazionale? Con poco più di 500 milioni, con la crisi economica e l’invecchiamento della popolazione non si può dire che qui ci siano prospettive di sviluppo paragonabili a quelle dell’Asia e degli stessi Stati Uniti.

A livello di competizione globale l’Europa si presenta fragile, divisa e instabile. In questa situazione pensare di poter rompere il tentativo di creare un’economia integrata con un’unica moneta come quello iniziato da 18 stati con l’euro e presentarsi nel confronto internazionale con 18 monete diverse in competizione tra loro e verso il mondo farebbe ridere se non ci fosse da piangere.

Sia chiaro: che le politiche europee debbano cambiare ponendo fine ad un rigore ottuso e senza scopo è di vitale importanza, ma il fine deve essere quello di rilanciare l’Europa non di affossarla.

demagogia antieuroNulla di cui meravigliarsi per Marine Le Pen che affonda le sue radici culturali in un nazionalismo di impronta fascista; quella stessa impronta che prevaleva in Europa nel passato e che ha portato a ben due guerre mondiali. I popoli non hanno mai capito dove li stavano portando le classi dirigenti e sono andati incontro al macello delle guerre con una disinvoltura e una leggerezza che hanno poi pagato a caro prezzo. Tornare alle monete nazionali oggi significherebbe avviarsi ad una feroce competizione tra gli stati europei  innanzitutto nella quale, prima o poi, si finirebbe per minacciare l’uso delle armi. E questo con una globalizzazione che nel passato non c’era. Le élite tipo Marine Le Pen che oggi invocano la sovranità dei popoli lo sanno benissimo, ma pensano, come pensavano i loro precursori nel passato, di poter vincere le future competizioni mettendosi su una strada che non esclude le prove di forza.

Gli italiani non sono molto diversi da altri popoli e all’incitamento nazionalistico di stampo fascista della Le Pen preferiscono il sollazzo e il dileggio alla Beppe Grillo, ma la destinazione è la stessa: la rottura, la competizione selvaggia, l’isolamento. Tra una battuta e l’altra la rabbia degli italiani vede nel M5S e in Grillo i vendicatori di tante ingiustizie, di tanti soprusi e il sogno del ritorno ad un passato più semplice di quello di adesso, un passato nel quale si potevano pagare tassi di interesse sul debito pubblico del 20% l’anno e raddoppiare il rapporto con il Pil cercando di tamponare le falle con le svalutazioni della lira.

illusioni 5stelleMolti italiani si cullano in questa favola cercando una scorciatoia alla difficile costruzione di un’alternativa e credono al Grillo che vorrebbe stracciare i trattati in faccia alla Merkel e disconoscere il debito italiano detenuto nell’UE definendolo “immorale”. Forse è piacevole cullarsi nei sogni e prendersi delle belle rivincite a colpi di vaffa e di insulti come si fa nelle discussioni tra amici per sfogarsi. Meno piacevole è sbattere la faccia con la dura realtà di un mondo nel quale siamo fragili e indifesi. La maestria di Grillo è nel far credere che tutto ciò possa essere vero e si possa non pagare alcun prezzo; è una maestria simile a quella del Berlusconi che nel passato proponeva milioni di posti di lavoro e ogni altro bene a italiani desiderosi di sentirselo dire, ma del tutto ignari delle modalità per ottenerlo. Come è finita lo abbiamo visto e i conti li stiamo pagando. Come finiranno le sparate di Grillo tradotte in scelte politiche, specialmente se unite alle pulsioni nazionaliste dei tanti Le Pen che agiscono in Europa, speriamo di non doverlo vedere mai

Claudio Lombardi

Europee: votare ma per cosa? (di Salvatore Sinagra)

elezioni europeeAndiamo sul concreto che qui tra sparate di Grillo, arresti e polemiche di tutti i tipi la confusione impera. Domenica 25 maggio si terranno le elezioni per il rinnovo del Parlamento europeo. Ma a cosa servono veramente queste elezioni?

Per anni le elezioni europee sono state una sorta di mid-term elections, non una tornata elettorale ma la somma di tante tornate elettorali, insomma un sondaggione all’interno dei diversi stati nazionali. Tanto è vero che di questioni europee in occasione delle elezioni si è parlato solo nei paesi più euroscettici: Gran Bretagna, Svezia, Danimarca.

Stavolta c’è qualcosa di diverso e di nuovo. Dopo le elezioni europee si riunirà il Consiglio, composto da tutti i premier degli Stati Europei, che indicherà il presidente incaricato di formare una Commissione Europea. Il Trattato di Lisbona stabilisce, infatti, che il presidente della Commissione viene indicato “tenendo conto” dei risultati del voto. Tenendo conto è una definizione assai vaga che non implica alcun automatismo però è meglio di niente.

Per le elezioni 2014 cinque famiglie politiche hanno deciso di presentare un candidato alla presidenza della Commissione. Ciò non significa che lunedì sapremo il nome del vincitore però. Il sistema proporzionale di voto, infatti, non consentirà a nessuno dei raggruppamenti di ottenere oltre il 50% dei seggi.

scelte europeeTeniamo bene a mente che domenica non si esprimerà un voto su Napolitano, su Renzi o sulla permanenza nell’euro, ma si sceglieranno 73 uomini e donne che rappresenteranno l’Italia a Bruxelles. I parlamentari italiani concorreranno insieme a quelli di altri paesi agli equilibri politici del Parlamento e della Commissione europea.

Ma chi sono i candidati alla presidenza della Commissione sostenuti dai partiti?

Il Partito Popolare Europeo candida alla presidenza della Commissione il lussemburghese  Jean Claude Juncker, premier del Lussemburgo per diciotto degli ultimi vent’anni e presidente dell’eurogruppo per circa 8 anni. Il PPE si presenta con un programma tanto lungo quanto vago, ma che lascia il tempo che trova, poiché il partito che fu di Helmut Kohl è oggi un gruppo pigliatutto che tiene insieme la signora Merkel, i berlusconiani che stanno facendo campagna contro l’Europa della Merkel, moderati di estrazione democristiana e partiti di estrema destra come Fidesz. In Italia Juncker è sostenuto da Forza Italia, Nuovo Centro Destra, Unione di Centro e Sud Tirol Volks Partei.

Il Partito Socialista Europeo candida alla presidenza della Commissione il tedesco Martin Schulz, già capogruppo dei socialisti al Parlamento europeo e presidente del Parlamento europeo. Il PSE, nonostante qualche componente poco ortodossa come quella britannica, pur non essendo ancora un vero partito, appare di gran lunga più coeso del PPE. Ha un programma molto orientato all’economia, ai diritti delle persone ed al ruolo dell’UE nel mondo (ma ci si poteva attendere qualche proposta in più con riguardo alle riforme istituzionali); secondo Schulz, per rilanciare l’Europa occorrono misure per l’occupazione giovanile, meno competizione al ribasso sui salari e imposte e lotta all’evasione fiscale. In Italia Schulz è sostenuto dal Partito Democratico e dal Partito Socialista Italiano.

presidente commissione europeaL’alleanza dei liberali e dei democratici candida alla presidenza della Commissione Europea l’ex premier Belga Guy Verhofstadt, federalista e sostenitore del reddito minimo garantito (minimum income). Verhofstadt ha governato per molti anni il Belgio in coalizione con verdi e socialisti e sogna di replicare il suo modello in Europa, tuttavia a Bruxelles verdi, socialisti e liberali appaiono molto distanti dalla maggioranza dei seggi al PE. Il programma dei liberali è chiaramente federalista in merito agli assetti istituzionali appare frutto di compromessi e limitato a dichiarazioni di principio, con la notevole eccezione degli eurobond, in merito all’economia. In Italia Verhofstadt è sostenuto da Scelta Civica, Fare, Partito Federalista Europea e politici come Bruno Tabacci, Cristiana Muscardini e Niccolò Rinaldi.

La Sinistra  Europea – Sinistra Verde Nordica candida alla presidenza della Commissione Europea il greco Alexis Tsipras, uomo simbolo della lotta contro le politiche di austerità della Troika che ha una piattaforma di sinistra radicale che però afferma la necessità di mantenere in piedi la moneta unica. In Italia Tsipras è sostenuto da Sinistra Ecologia e Libertà, Rifondazione Comunista ed altre forze che concorrono sotto il simbolo “l’Altra Europa con Tsipras”.

I verdi candidano alla presidenza della Commissione Europea un tandem composto dalla tedesca Ska Keller e dal francese José Bové.  La loro componente italiana è Green-Italia verdi europei che raggruppa esponenti di diversa estrazione come Monica Frassoni vicina a Sel, gli ex parlamentari PD Roberto Della Seta e Francesco Ferrante e l’ex finiano Fabio Granata.

L’estrema destra non ha presentato candidature ufficiali, ma ha in Marine Le Pen la sua donna forte. La Lega Nord è alleata del Front National di Le Pen.

Il Movimento 5 Stelle non ha dichiarato né il sostegno ad un candidato alla presidenza della Commissione europea, né l’intenzione di aderire ad alcun gruppo parlamentare. La scelta di non aderire ad alcun gruppo taglierebbe i grillini fuori dalle dinamiche del Parlamento Europeo. A Bruxelles per creare un gruppo servono 25 parlamentari che vengano da almeno 7 paesi diversi. Quindi, a meno che alla fine i grillini non si uniscano all’estrema destra, resteranno isolati senza nemmeno un gruppo parlamentare di riferimento.

Salvatore Sinagra

Una via concreta per l’Europa, altro che la rabbia

soluzionni per l'EuropaLe soluzioni ottimali non sono quasi mai quelle che si affermano. Quelle sub ottimali, invece, sono quelle che arrivano all’obiettivo. Che vuol dire? Vuol dire che in politica c’è sempre qualcuno che gioca a spararla grossa, specie quando sta all’opposizione e vuole colpire chi sta al governo. Recita la sua parte come altri recitano la loro. Basta saperlo.

Per esempio il M5S comandato da Grillo è scatenato nel denunciare qualunque cosa e chiunque invocando ancora il “tutti a casa” che ha funzionato nelle elezioni del 2013. Ma per l’Europa cosa e chi propone? Un pasticcio, cioè un referendum sull’euro che dovrebbe concludersi nell’unico modo logico: l’uscita dalla moneta unica. Altrimenti perché farlo? Contemporaneamente però dice che ci vorrebbero gli eurobond cioè la condivisione dei debiti degli stati europei. Su queste basi chiede il voto e spera di eleggere tanti deputati europei. Ma che sta’ a dì? Ci ha preso per scemi? Evidentemente sì anche perché, visto che vuole il 100% dei voti, è costretto a spararle grosse. Speriamo che di voti ne prenda meno di quelli che si aspetta.

Berlusconi pure recita la sua parte. Fa il condannato disciplinato che si preoccupa solo degli italiani e del loro futuro. Ma che idea ha dell’Europa? Quella dei conservatori che hanno provocato questo casino vedendo solo il 3% e la salute delle banche e null’altro. Bocciato.

Un po’ meglio vanno le cose dalla parte di Renzi e di quelli che pensano ad un’alternativa europea sub ottimale ossia praticabile con il candidato dei socialisti europei Schulz alla presidenza della Commissione europea. Niente miracoli, ma una svolta concreta magari a piccoli passi. Meglio delle scemenze urlate nei comizi è.

Europa ed euroA sinistra di Renzi e dei socialisti europei ci sono novità perché Tsipras non si limita agli slogan ai quali la sinistra sinistra ci ha abituato (tanto altisonanti quanto inefficaci, ma consolatori), ma fa proposte concrete che richiedono determinazione e i numeri giusti per attuarle. I numeri giusti, già, e chi ce li avrà nel prossimo Parlamento europeo?

Questo dovrà decidere il voto del 25 maggio. La speranza è che il centro sinistra (e la sinistra) abbia la maggioranza perché è l’unica parte che ha un’idea di Europa seria e praticabile dopo i disastri della destra neoliberista. Il resto, ossia la protesta antieuro e lo sfogatoio delle tante rabbie individuali e sociali valgono come testimonianza e stimolo. Niente di più

Elezioni europee, alla fine è tutto semplice

elezioni europeeIl 25 maggio si vota per il Parlamento europeo. Il Parlamento europeo ancora non è un vero parlamento nel senso che non sostiene un governo dell’Europa che sta sempre in mano agli stati attraverso il Consiglio Europeo e la Commissione europea. Però questa volta un cambiamento c’è e non è piccolo: il presidente della Commissione europea sarà eletto dal Parlamento europeo a maggioranza assoluta dei suoi membri sulla base di una proposta del Consiglio europeo che dovrà essere formulata sulla base dei risultati elettorali.

Un meccanismo un po’ farraginoso nel quale una cosa è chiara: i risultati delle elezioni saranno decisivi per la nomina del Presidente della Commissione europea.

Che significa? Che un elemento di legittimazione democratica si inserisce in uno dei pilastri delle istituzioni europee. I cittadini europei quindi potranno decidere sul Presidente e attraverso la loro scelta anche sugli indirizzi politici che guideranno le azioni della Commissione europea.

A questo punto il problema è capire quali indirizzi politici sarà meglio far prevalere in Europa. A noi italiani cosa conviene? Innanzitutto conviene l’Europa? Per rispondere dobbiamo solo prendere una mappa mondiale e vedere cosa sono l’Italia e l’Europa nel mondo di oggi, di oggi, non degli anni ’50! Ebbene senza tanti discorsi è semplice rendersi conto che da soli non potremmo farcela, abbiamo bisogno di stare uniti in una dimensione continentale. Che è l’Europa.

Europa ed euroIl punto, quindi, non è se stare in questa dimensione, ma come starci. E qui bisogna parlare di politiche europee, di chi le decide e di chi le attua. Finora tutto era nelle mani dei governi nazionali e dei loro diversi interessi nonché di organismi derivati dai governi (la famosa tecnocrazia di Bruxelles). A partire da queste elezioni peserà anche la volontà dei cittadini europei. Anche, ma, ovviamente non solo perché dovrà sempre competere con gli interessi nazionali espressi dai governi.

Questo, però, dovrebbe essere solo il punto di partenza di una svolta istituzionale e politica nella situazione europea, non il punto di arrivo. È importante quindi che la spinta che viene dagli elettori ci sia e sia chiara. Non lo sarebbe se ottenessero molti voti quelli che vogliono la rottura dell’Unione europea o l’uscita dall’euro perché oggi l’Italia (per limitarsi ai nostri interessi immediati) non sarebbe assolutamente in grado di fare a meno dell’euro e dell’Europa. Alle ragioni già dette (competizione globale che richiede dimensioni continentali) vanno aggiunti tutti i limiti e i problemi che rendono il nostro paese il più fragile, dopo la Grecia, nell’area euro.

Pensare che queste fragilità che poi andrebbero pure chiamate con il loro nome – corruzione, clientelismo, sprechi, corporativismo, affarismo, intrecci politico mafiosi, apparati amministrativi conservatori e retrogradi, scarsa produttività ecc – possano essere superate come per magia uscendo dall’euro è una tragica e irresponsabile illusione.

Il problema vero è che stare in Europa impone all’Italia un vero rigore che non è fatto di conti in ordine, ma di classi dirigenti responsabili, capaci e oneste e di una cultura della convivenza civile che va rinnovata o reinventata. Il rigore vero non è quello del 3% che va superato, ma non per consegnarlo al partito delle tangenti e al malaffare.

fragilità ItaliaUn’ Italia risanata potrà battersi in Europa per far prevalere una linea più intelligente di quella che è stata imposta per anni e che si è rivelata un disastro. Insomma, in definitiva, l’Europa è dei popoli e nasce dalla decisione, dopo la seconda guerra mondiale, di unirsi per scongiurare altri conflitti. Secondo gli antieuro questo cammino adesso dovrebbe interrompersi? Che senso ha sfasciare un edificio solo perché ha bisogno di qualche riparazione? Nessuno, se non soddisfare un’ansia di prevalere e di conquistare il potere senza avere un piano credibile in testa. Per essere chiari con la rabbia di Grillo si può solo distruggere e questo oggi va contro l’interesse degli italiani. Il 25 maggio bisogna votare per formazioni politiche che abbiano in testa un’idea di Europa più democratica e unita, più giusta e più competitiva e, quindi, meno disuguale. La destra e gli arrabbiati antieuro possono solo far fare passi indietro mentre, invece, bisogna andare avanti.

Claudio Lombardi

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