Le cause di fondo del malcontento

Le elezioni in Germania hanno attirato l’attenzione sull’esistenza di un’area di malcontento in un Paese che si riteneva un’isola felice che ha passato indenne gli anni della crisi economica, che ha tratto un grande vantaggio dall’euro, che è sulla soglia della piena occupazione e che fornisce prestazioni sociali fra le più ricche dell’intera Europa. E il malcontento (che si traduce in astensionismo ed arriva all’affermazione del populismo fondato sul rifiuto delle classi dirigenti tradizionali) è un segnale che arriva da ogni parte del mondo occidentale cioè dalla parte più avanzata delle società ed economie mondiali.

Germania elezioniProviamo a dare qualche spiegazione seguendo l’analisi di Carlo Cottarelli esposta in un recente intervento.

Il punto di partenza è la constatazione che c’è una buona ripresa economica globale. Il Fondo Monetario Internazionale prevede nel 2017 una crescita del 3,5 per cento, un dato normale in linea con quello dei decenni precedenti il 2000.

Un dato normale che, però, contiene quattro problemi:

  1. Il mondo occidentale non cresce come una volta perché i paesi avanzati a fronte di un più 3,1 per cento dal 1970 al 2000, nel triennio 2015-2017 si sono fermati ad un più 2 per cento
  2. Una crescita più bassa dalla quale, però, hanno tratto beneficio un numero minore di persone perché la distribuzione del reddito è diventata più squilibrata cioè è andata di più a chi sta in alto nella scala dei redditi e meno a chi sta nel mezzo e in basso
  3. Soprattutto la classe media ha perso reddito
  4. L’ascensore sociale si è bloccato nei paesi avanzati cioè è diventato più difficile modificare la propria condizione rispetto al punto di partenza

redistribuzioneL’insieme di questi fattori ha determinato quella redistribuzione di ricchezza dal basso verso l’alto che era già stata individuata identificandola nei due numeri – 99% e 1% – che rappresentavano l’esasperazione delle proporzioni di chi vedeva crescere la sua ricchezza e di chi se la vedeva sottrarre.

Secondo Cottarelli i quattro problemi sono riconducibili a quattro cause:

  1. Calo del tasso di fertilità nei paesi avanzati che comporta meno crescita di Pil a parità di produttività o anche scarsa crescita al crescere della produttività. Come è noto la caduta delle nascite è stata tamponata con l’immigrazione, ma il suo aumento troppo rapido e le modalità con le quali si è svolto hanno portato a nuove tensioni sociali. C’è da aggiungere che l’ingresso nel mercato del lavoro degli immigrati ha creato una concorrenza al ribasso sia sul piano dei salari che su quello delle condizioni del lavoro. Ovviamente andrebbero viste le particolarità Paese per Paese, ma tale competizione si è spostata anche sul piano delle prestazioni sociali che, a fronte di un livello di spesa tendenzialmente stabile (o in riduzione), hanno visto un incremento di richiesta per effetto dell’arrivo degli immigrati
  2. globalizzazioneGlobalizzazione ovvero l’integrazione nel commercio mondiale di India e Cina ricchi di lavoro e poveri di capitale. Anche in questo caso si può aggiungere qualcosa all’analisi ricordando lo spostamento di una parte delle attività produttive nei paesi a minor costo di mano d’opera con gli effetti sui livelli di disoccupazione e con la compressione salariale nei paesi dai quali provenivano le produzioni delocalizzate. Ovviamente ciò non si è verificato solo con i paesi asiatici, ma anche in Europa con la caduta del blocco socialista che ha portato all’immissione sul mercato del lavoro di decine di milioni di lavoratori a basso costo. Il risultato è stato quello di una riduzione globale della quota del reddito destinata al lavoro
  3. Minore impatto sulla produttività della crescita tecnologica. Qui Cottarelli cita gli economisti che ritengono inferiore la crescita della produttività degli ultimi decenni rispetto a quella che si è verificata tra le fine del XIX e la metà del XX secolo. In ogni caso si tratta di una crescita tecnologica che è andata in direzione della riduzione del lavoro umano sostituito dalle macchine automatiche
  4. Crescita del sistema finanziario cioè finanziarizzazione dell’economia che ha portato una maggiore fragilità con l’esposizione a crisi ricorrenti non determinate da un mutamento dei fattori produttivi. Come si è osservato più volte in questi anni l’economia di carta o speculativa si è imposta sull’economia reale dilagando nel sistema bancario e coinvolgendo i debiti pubblici ai quali si è fatto ricorso per rimediare ai danni prodotti dalla finanziarizzazione.

disuguaglianza ricchi e poveriL’analisi è scarna, ma il quadro delineato è abbastanza chiaro. Che fare? Cottarelli individua quattro punti: eliminare gli ostacoli ai meccanismi di mercato; redistribuire il reddito; far funzionare di nuovo l’ascensore sociale ovvero puntare ad una parità dei punti di partenza cioè dare la possibilità a tutti di salire nella scala economica e sociale e questo si può fare soprattutto con un’istruzione di qualità e accessibile a tuttiintervenire sul sistema finanziario per riportarlo ad essere motore di sviluppo economico.

L’unica osservazione da fare è che in questi punti c’è un programma di governo vasto che ha senso se tocca l’Europa e non soltanto i singoli Paesi

Claudio Lombardi

Voto in Germania, intervista a Michael Braun

Al termine di un incontro organizzato dal Movimento Federalista Europeo per approfondire l’analisi dei risultati elettorali in Germania abbiamo rivolto alcune domande a Michael Braun giornalista del Tageszeitung

voto GermaniaNel voto in Germania c’è un dato che salta agli occhi di un osservatore italiano ed è la solidità del sistema dei partiti. È così?

Sì è corretto. Al di là della ripartizione dei voti sembra senz’altro che abbia vinto il sistema partitico tedesco. Anzi, possiamo dire che si è addirittura consolidato perché hanno preso più voti i grandi partiti; in particolare due soli partiti hanno preso quasi il 70% dei voti e in parlamento abbiamo solo quattro partiti invece dei cinque dell’altra legislatura. Tuttavia bisogna anche dire che, ad un’osservazione più profonda, si vede una fortissima volatilità dell’elettorato tedesco che lo rende simile a quello di altri paesi. Dobbiamo inoltre considerare anche le elezioni dei lander perché lì la volatilità si manifesta con più evidenza. Per esempio due anni fa abbiamo avuto una fortissima crescita del consenso per i verdi sull’onda della catastrofe di Fukushima . I verdi sono arrivati al 25% e hanno eletto il presidente nel Baden Wurttemberg . Oggi nelle elezioni nazionali sono all’8%.

direzione politicaUn secondo esempio è quello del partito dei Piraten che un anno e mezzo fa ebbe un grande exploit arrivando nei sondaggi al 10-12%  a livello nazionale e, talvolta, superando addirittura i verdi. I Piraten si sono affermati in diverse elezioni regionali eleggendo loro rappresentanti nei parlamenti dei lander. Ebbene oggi non raggiungono nemmeno il 3%.

Aggiungo ancora un ultimo dato: sembra certo che una porzione consistente di elettori decide il suo voto negli ultimi giorni prima delle elezioni. Questi esempi significano che anche in Germania non c’è più un forte voto di appartenenza o di fedeltà; in realtà c’è un orientamento fortemente deideologizzato, depolarizzato con un legame alquanto labile dell’elettore medio verso uno dei partiti.

rifiuto partitiCredo però che ci sia una importante differenza tra i sistemi dei partiti italiano e tedesco. Come è noto in Italia non esiste una disciplina dei partiti che non hanno, quindi, nessun obbligo di sottostare a regole relative al loro ordinamento interno né si sottopongono a controlli e verifiche (nonostante e bisogna sempre sottolinearlo si siano autoattribuiti enormi finanziamenti pubblici). Così si sono affermati i “fenomeni” di partiti personali come Forza Italia o di movimenti a base indefinita come il Movimento 5 Stelle. In Germania potrebbero esistere?

Sì è vero qui c’è una differenza molto importante tra i due paesi. No in Germania non può accadere che uno ha molta presa sul pubblico, ha molti soldi e un giorno decide di fondare un partito, ingaggia 200 candidati e li fa eleggere in parlamento.  La legge sui partiti prescrive il rispetto di precise procedure democratiche, prevede che i candidati vengano nominati in congressi di partito da delegati a loro volta eletti democraticamente dagli iscritti del partito. Questo da’ ai partiti grande solidità e continuità organizzativa perché non sarebbe possibile l’esistenza di un dominus che decide autonomamente di rifondarli, rinominarli, cacciarne dei membri. No in Germania non ci possono essere padroni dei partiti e tutti devono rispettare la legge.

disoccupatoUn’altra differenza che si percepisce tra Italia e Germania è la consistenza e la proiezione politica della rabbia sociale. In Italia questa è stata una delle componenti del rifiuto dei partiti e anche della partecipazione alle elezioni e del successo di formazioni come il M5S.

Preciso che in Germania ci sono gli emarginati sul mercato del lavoro, ci sono i disoccupati, ci sono quelli che guadagnano pochissimo anche se lavorano a tempo pieno. Questi, però, sono più delusi che arrabbiati cioè non esprimono questa loro emarginazione con un voto di rabbia. Inoltre in Germania non si è affermato (finora) nessun partito populista sia di destra che di sinistra. In minima parte c’è Die Linke che esprime questo segmento dell’elettorato emarginato, ma quello che manca completamente è un partito del precariato giovanile che neanche il partito dei Piraten rappresenta perché questo non è un asse portante del loro programma.

(Michael Braun scrive sul Die Tageszeitung)

Riflessioni sul modello Germania alla vigilia del voto (di Salvatore Sinagra)

Germania elezioniSettembre 2013, la Germania ritorna al voto dopo quattro anni di crisi e di disordini per il mondo.  Le elezioni di domenica secondo molti analisti politici e finanziari saranno importantissime per l’Europa. I democristiani della signora Merkel sembra cresceranno di oltre 5 punti rispetto alle ultime elezioni federali sfiorando il 40%, ma tanto non basterà se i liberali dovessero sparire dal parlamento; alla “cancelliera” allora servirà un nuovo partner di governo e dovrà trattare con almeno un partito di sinistra.

La crescita dei consensi di “Angie” può essere considerata un segnale della soddisfazione dei tedeschi per come vanno le cose nel loro paese? Difficile dirlo; forse il premier uscente vola nei sondaggi perché i tedeschi non vedono alternative o perché ritengono che tutto sommato Angela Merkel sia la persona migliore per difendere l’interesse tedesco in Europa e nel mondo. Il quadro è complicato dalla circostanza che in Germania la sinistra ha fatto riforme di solito care alla destra quali il riordino dei sussidi e adesso i democristiani sembrano voler correggere il sistema impostato dalla coalizione rosso-verde con misure care alle sinistre quali il salario minimo ed interventi volti ad arginare la crescita degli affitti.

globalizzazioneIl paese di Goethe, almeno visto da fuori, è il vero vincitore della globalizzazione: gli Stati Uniti appaiono appannati, sul Giappone vi sono tanti dubbi, i paesi mediterranei soffrono e i paesi emergenti sono abbastanza sotto le attese. Eppure, alla vigilia di uno dei confronti politici più importanti della storia moderna, alcune testate tedesche enfatizzano i costi sociali del “nuovo modello renano”, basato sulla piena occupazione, ma anche su salari bassi e precariato. Dal 2007 in avanti, nonostante la crisi mondiale e nonostante i  problemi dell’area euro, l’andamento del Pil tedesco è stato sorprendentemente positivo; e però il Pil ci dice come sta un paese, non come stanno i suoi abitanti. Certo, la sua contrazione di solito produce devastanti aumenti della disoccupazione, ma della sua crescita spesso non ne beneficiano tutti.

E’ innegabile che dall’approvazione delle leggi con cui il governo di centro sinistra tedesco è intervenuto sul mercato del lavoro la disoccupazione è calata sensibilmente: si è ridotta in tempo di crisi dal 12 al 6% in circa dieci anni (la coeva legge 30 del 2003, approvata dal parlamento italiano, di certo non ha avuto gli stessi risultati).

Germania lavoroIn Italia non si fa altro che parlare di modello tedesco, e non solo con riguardo al mercato del lavoro. Dal nostro (a mio parere disinformato) dibattito sul lavoro mi pare di capire che è diffusa in Italia la tesi secondo cui i pregi del modello tedesco sarebbero elevati salari, un mercato del lavoro non troppo frammentato, tutele per tutti lavoratori, mentre i costi sarebbero orari di lavoro più lunghi che in Italia e maggiori possibilità di licenziare. La realtà tedesca, forse molto più frastagliata di quella italiana per via di  un maggiore ricorso alla contrattazione aziendale e dell’autonomia dei lander, è probabilmente diversa. Le retribuzioni, ancora abbastanza alte se comparate  a quelle di molti paesi europei, sono ormai da molti anni in contrazione in termini reali; mediamente in Germania si passa meno tempo al lavoro che in Italia. La disoccupazione è scesa di continuo per un decennio nella sostanza traducendo in realtà lo slogan dei sindacati “lavorare meno, per lavorare tutti”; tuttavia, se i costi di tale approccio secondo i sindacati sarebbero dovuti ricadere sui ricchi e sulle imprese, almeno in parte sono stati pagati dai lavoratori. Abbondano i contratti atipici, ma licenziare chi ha un indeterminato sembrerebbe sia più difficile che in Italia, almeno così affermano alcuni studi dell’OCSE. Non è vero che in Germania non esistono normative analoghe al nostro articolo 18 dello statuto dei lavoratori, anche se vi sono incentivi e sistemi che spingono al patteggiamento per evitare il ricorso al giudice ordinario.

modello tedescoInsomma ci sono abbastanza elementi per dire che in Germania molte cose funzionano, forse non per affermare che gira tutto alla perfezione.

La Germania non di certo il paese dei balocchi. Per esempio, la sensazione è che le buone retribuzioni tedesche siano ottenute mediando quelle relativamente alte dei lavoratori qualificati e dei dipendenti delle aziende che presidiano le filiere produttive più ricche e  quelle molto basse di chi svolge lavori ritenuti a “basso valore aggiunto” o lavora per imprese traballanti. Per esempio nello stabilimento Volfsburg della Volkswgen un operaio non specializzato guadagna 2.800 lordi al mese, mentre nel settore della distribuzione vi sono macellai pagati 5 euro l’ora .

lavoro GermaniaDa un recente e lungo articolo di Die Zeit emerge che in Germania mediamente in un anno si lavora per meno di 1.400 ore. Se si ipotizzano 200 giornate lavorative (forse anche qualcuna in  meno di quelle che un lavoratore full time fa in Italia) si arriva ad un orario giornaliero di meno di sette ore. Tuttavia anche questo dato è ottenuto mediando realtà molto diverse, e, secondo il quotidiano tedesco, la gran parte del “popolo del part time” in Germania non è fatto di madri che vogliono più tempo per i loro figli, ma di soggetti deboli che vorrebbero lavorare di più e spesso si fa fatica a ritornare all’orario pieno quando cambiano le priorità. In sostanza il mondo del lavoro tedesco sembrerebbe generare grandi disparità. Il welfare, rimodulato nei primi anni del nuovo millennio, con una spesa compresa tra i 10 e i 20 miliardi l’anno in sussidi  e politiche attive del mercato del lavoro, riesce ad alleviare i costi sociali del modello tedesco grazie al fatto che i disoccupati sono relativamente pochi e la bassa evasione fiscale non solo rende sostenibili i conti dello Stato ma facilita la corretta allocazione della spesa pubblica.

lavoratori tedeschiNonostante qualche limite, non convince certa stampa e certo web che vuole dipingere la Germania come un treno su un binario morto.  Per esempio, qualcuno racconta dell’intollerabile  disparità tra due operai che fanno lo stesso lavoro, il primo con un contratto a tempo indeterminato guadagna oltre 2.500 euro al mese, il secondo, un lavoratore interinale guadagna circa 1.500 euro. Qualcuno potrebbe chiedersi che differenza c’è con l’Italia. La risposta è semplice. Nel nostro paese il lavoratore tutelato ed il precario lavorano fianco a fianco come in Germania, tuttavia il lavoratore tutelato italiano guadagna quanto il precario tedesco e il precario italiano guadagna una cifra che somiglia più a un sussidio di disoccupazione che a uno stipendio.

Altri casi molto citati nella narrazione dei paesi più solidi dell’area euro, Germania e Francia soprattutto, sono quelli delle famiglie mono-genitoriali o dei padri separati. Un padre separato in Germania fa fatica ad arrivare a fine mese, un padre separato in Italia se non è veramente benestante rischia di non potersi permettere una casa e di dover passare le sere in fila alla mensa della Caritas. Insomma i problemi oggi sono gli stessi sia nei paesi forti che in quelli deboli, ciò che cambia in modo vistoso  è la lor intensità.

Certo sarebbe una follia pensare di potere risolvere tutti i problemi dei paesi mediterranei copiando dalla Germania senza ragionare. Le politiche volte al contenimento della crescita degli stipendi volute dal governo Schroeder in Italia avrebbero effetti drammatici, e le coeve riforme del welfare in Italia sono difficili da replicare: molto di quello che in Germania dieci anni fa è stato riformato in Italia deve essere costruito da zero. La Germania non è il modello perfetto, soprattutto perché non è facilissimo da replicare, ma è pur sempre per molti aspetti un modello da studiare nel suo complesso e nelle sue complessità e criticità.

Salvatore Sinagra