I cittadini hanno votato e hanno scelto (di Claudio Lombardi)

I cittadini hanno votato e hanno scelto. Tutto adesso appare molto più semplice, più chiaro e anche più impegnativo.

Semplice perché si è dimostrato che la democrazia è viva, che non è fatta di masse inerti stregate dai messaggi pubblicitari e che la delega al Capo, unico depositario della volontà popolare,  ha un limite oltre il quale scatta una reazione di rifiuto. Nonostante o, meglio, grazie alla crisi dei partiti, sono nate forme nuove di partecipazione, di formazione e di scambio delle idee, di espressione del consenso e del dissenso. La politica, come funzione sociale di governo della collettività, è la nuova speranza che ha mosso milioni di italiani stufi di apparati di potere, di cricche, di inettitudine e di complicità prosperati all’ombra di partiti che stavano costruendo lo Stato antidemocratico delle oligarchie.

La creazione e la circolazione delle idee, la capacità di analizzare la realtà per verificarne la fondatezza, la decisione di azioni concrete e l’iniziativa politica sono state condotte e realizzate autonomamente in gran parte al di fuori degli stessi partiti di opposizione da gruppi di cittadini che hanno così iniziato a sperimentare concretamente la possibilità di influire sul corso delle cose.

È un fenomeno di nascita della cittadinanza attiva ancora non abbastanza conosciuto fatto di una miriade di gruppi di collegamento e di iniziativa che hanno in gran parte superato la divisione tra radicamento nel territorio ed “evanescenza” della pura presenza virtuale su internet. Si è dimostrato anzi, proprio in queste elezioni, che la vitalità democratica e la forza della partecipazione hanno portato all’incontro dei mondi del radicamento territoriale e dello spazio di internet che si supponevano diversi ed in antitesi. In tanti hanno sperimentato la forza che deriva dall’appartenere ad entrambi e ne hanno tratto maggiore conoscenza, capacità di azione e la possibilità di costruire reti di rapporti molto più grandi del passato. Le forze politiche che hanno capito queste novità sono state premiate, ma non sono state loro il quartier generale che ha mosso le persone secondo uno schema classico della politica; piuttosto sono andate bene perché hanno condiviso e non hanno preteso di imporre giochi di partito o formule da professionisti della politica.

La sorpresa dei risultati elettorali c’è stata, inoltre, anche perché questi sviluppi si sono realizzati in maniera non appariscente. Anche quando sono state organizzate manifestazioni memorabili nate da gruppi informali pensate, decise e pubblicizzate prima con canali diretti (passaparola, internet) e poi su giornali e televisioni non è stata colta la qualità e la profondità del cambiamento che si stava verificando.

Ora appare semplice che i cittadini discutano, decidano e cambino il corso delle cose. Ricordiamoci di come si è costruita questa svolta e non accettiamo che nessun partito dica: è merito mio, date a me la delega e ci penso io a guidarvi. Piuttosto siano i partiti a dimostrare di saper costruire o, meglio, condividere forme nuove di espressione politica se ne sono capaci. Altrimenti accettino di essere superati da altri che sapranno farlo.

Chiaro perché è caduto (non completamente ancora però) il velo che nascondeva la realtà di quello che veramente stava accadendo in Italia. Ben pochi ormai credono alla rappresentazione finta che è stata costruita nel corso degli anni a sostegno di una classe dirigente imbastardita perché dedita agli interessi privati di ognuno dei suoi componenti e inerte di fronte allo spreco di risorse e allo sfascio delle istituzioni.

Il velo è caduto perché si è alzato il vento della crisi economica e gli italiani si sono resi conto di essere più poveri e in balia dell’arbitrio di chiunque detenesse il potere di dettare ed imporre agli altri le proprie condizioni (dall’ultimo dei call center alle istituzioni della Repubblica). A questo punto hanno guardato in alto, al vertice del potere, e hanno visto con occhi diversi la verità delle persone che lo avevano preso. Se i politici di opposizione non hanno insistito abbastanza sul collegamento fra affari delle cricche (Bertolaso, Anemone ecc ecc), sfascio delle istituzioni e impoverimento del Paese, le persone hanno cominciato ad imprimerselo bene in mente. E ogni volta che ascoltavano la decisione di tagliare qualche servizio o qualche stipendio hanno rinnovato quel collegamento e giudicato.

Non è un caso se uno dei caratteri forti di questo voto è che i cittadini hanno fatto di testa loro scegliendo le persone che ritenevano più adatte e non quelle indicate dagli apparati dei partiti. La circolazione “sotterranea” delle idee e la formazione dei punti di vista si è allargata e ha prodotto fatti, non solo clic sui computer. Anzi, i clic sui computer sono diventati vita reale e la situazione è apparsa più chiara; drammatica per lo stato dell’economia e della società, ma chiara.

Impegnativo perché adesso non si può tornare indietro. La situazione dell’Italia è troppo seria perché si possa consentire ad un Governo incapace a capo di una maggioranza parlamentare inconsistente (non nei numeri, ma nella capacità di guidare il Paese) di continuare a gestire le istituzioni. E non è nemmeno possibile pensare che basti e che sia decisivo un mero cambio di partiti al vertice perché questo significherebbe illudersi e non sarebbe il cambiamento profondo del quale, invece, c’è bisogno. Il punto di partenza lo abbiamo visto e su quella strada bisogna camminare : il protagonismo dei cittadini, la loro partecipazione politica non per contendersi il potere, ma per costruire le decisioni e per accompagnare le istituzioni e gli apparati nella loro applicazione e nel controllo sull’efficacia.

Qualità è la grande richiesta che viene dagli italiani. Non è più possibile tollerare che risorse e beni preziosi siano dilapidati senza ritegno e senza produrre risultati buoni per la collettività e per i singoli cittadini. Tutto ciò che è stato ostaggio delle cricche e di chi ha occupato le istituzioni per farsi gli affari suoi deve tornare ad essere visibile e controllato. Chi ha commesso reati deve pagare senza sconti per nessuno ed essere messo da parte. I problemi devono essere affrontati per risolverli con i mezzi enormi di cui dispone un paese ricco come l’Italia; un paese che è riuscito a spendere a vuoto decine di miliardi di euro dai rifiuti in Campania, al ponte sullo stretto, ai lavori della Protezione civile, ai fondi europei saccheggiati e dilapidati senza risolvere nulla, senza crescita, senza costruire niente.

Adesso le cose devono cambiare: è il tempo della concretezza e della cittadinanza attiva che deve partecipare e dare vita a una nuova politica.

Claudio Lombardi

Elezioni: come scegliere? I programmi non bastano (di Claudio Lombardi)

Domenica si vota e così si chiuderà questa tornata elettorale. La campagna elettorale è stata (ed è ancora) intensa soprattutto per le città più importanti che ancora devono scegliere: Milano e Napoli.

Scorrendo i programmi elettorali dei candidati si rimane frastornati per la quantità di proposte e di impegni ognuno dei quali andrebbe messo a confronto con quello del competitore ed approfondito per coglierne tutte le implicazioni. C’è da dubitare che questo esercizio sia stato fatto da molti elettori anche perché poi mica basta prendere i singoli punti dei programmi e confrontarli: bisogna vedere che effetto fanno nel loro insieme e, infine, misurarli su quello che è stato effettivamente fatto da chi ha governato fino ad ora. Insomma un esercizio difficile e complicato.

Sappiamo, però, che basta molto meno ai cittadini per fare la propria scelta. Per esempio confrontare alcuni punti dei programmi, quelli che danno il senso di una proposta complessiva. O valutare dai comportamenti e dai discorsi per capire che cultura esprime un candidato. Considerare lo schieramento politico nel quale egli si riconosce per vedere se ci si può fidare sulla base anche dei comportamenti di quelli che vengono riconosciuti come punti di riferimento o come leader a livello nazionale. In definitiva si giunge al voto per vie diverse.

Vediamo di ragionarci un po’.

I programmi. Non tutti i punti sono uguali: ce ne sono alcuni che rivelano di più del progetto del candidato e che valgono più degli altri.

Per esempio: se nel programma di Letizia Moratti si propone un cimitero per i cani e i gatti e l’azzeramento dei campi Rom irregolari oltre alla riduzione di quelli regolari non si tratta di proposte di pari valore. La prima può essere utile, ma non rivela granchè della direzione di marcia del futuro sindaco. Le seconde dicono che un problema sociale non viene affrontato per quello che è, ma viene visto come ostacolo per la vita della città. E la soluzione proposta lo aggraverà sicuramente aumentando l’instabilità e l’insicurezza, perché non è una soluzione, ma una dichiarazione di ostilità.

Pisapia propone nel suo programma di coinvolgere i cittadini in un sistema di controllo sulla qualità, efficacia e rendimento dei servizi pubblici attuando una legge che esiste dal 2007 e rimasta finora inattuata (comma 461 della legge 244/2007). Propone anche di dare una sistemazione ai luoghi di culto della principale religione che viene praticata in città dopo quella cattolica , quella islamica. Affronta in chiave costruttiva il problema dei Rom e, con la massima apertura e concretezza, quello degli immigrati. Mette al centro la lotta per i diritti e contro la corruzione. Non si tratta di proposte come le altre, ma di elementi che dichiarano che tipo di città e di collettività civica si vuole costruire.

Passiamo a Napoli. Abbiamo visto un duro confronto fra i due candidati, Lettieri e De Magistris, sulla questione rifiuti. Mentre il primo insiste sulla costruzione di un inceneritore non dimenticando anche la raccolta differenziata e le stazioni di compostaggio, il secondo non lo vuole proprio l’inceneritore. Come succede con vari termini della nostra lingua conta dove cade l’accento. Si scrive pesca e pesca, ma nella pronuncia si dice pèsca e pésca per intendere due cose molto diverse. Nel caso dei rifiuti napoletani dove cade l’accento? Se sull’inceneritore si può essere certi che si intende mettere in movimento grandi capitali su cui la criminalità organizzata ha la quasi certezza di mettere le mani. Come già accaduto con l’inceneritore di Acerra che non ha risolto alcun problema, però è costato tanti soldi. La storia dell’emergenza rifiuti a Napoli è stata già trattata su civicolab con due articoli lunghi e pieni di informazioni da Walter Ganapini e Paolo Miggiano, vale la pena di leggerli. Comunque su questo esistono migliaia di pagine per documentarsi. Il fatto certo è che a Napoli e in Campania la camorra c’è e che chiunque voglia amministrare deve innanzitutto dire e dimostrare di schierarsi e voler agire contro e stare lontano dai politici “in odore” di camorra. Fatto questo possiamo anche interessarci alle “fioriere che si vogliono mettere nelle strade” cioè alle proposte di minor peso. Altrimenti significa che qualcuno ci vuole far fessi.

De Magistris intende costituire un consiglio comunale allargato dove comitati, movimenti e associazioni possano esprimere il loro punto di vista e poter votare sulle politiche dei beni comuni. Non è la stessa cosa che ispirarsi ad una generica partecipazione dei cittadini che, se non incardinata in luoghi e procedure, diventa un artificio retorico e nulla più.

Chi appoggia chi e come. Ancora non si è placata la discussione sulla trasmissione contemporanea su diverse reti televisive di una finta intervista a Silvio Berlusconi Presidente del Consiglio, ma anche candidato coinvolto nelle elezioni del consiglio comunale di Milano nonché capo indiscusso del PDL. Abbiamo ascoltato i suoi “argomentati” giudizi su chi vota il candidato dello schieramento avverso al suo (“senza cervello chi vota contro di noi”). Si tratta di comportamenti inammissibili in una democrazia che rivelano una pulsione dittatoriale e una mancanza di scrupoli che dovrebbe preoccupare tutti gli italiani. Conosciamo bene Silvio Berlusconi per i suoi comportamenti, per i reati di cui è accusato, per il continuo tentativo di attentare alla legalità e alla stabilità istituzionale, per i legami con la mafia che hanno segnato la sua affermazione imprenditoriale. Lo conosciamo anche, però, come capo di governi che hanno governato male. Se l’Italia (stabilità dei conti pubblici a parte pagata con tagli ai servizi e agli investimenti) sta andando sempre peggio lo si deve a questo “avventuriero” che ha usato e usa la politica per farsi gli affari suoi. E lo si deve a tutti quelli che lo hanno seguito, magari credendoci all’inizio, ma poi continuando per vigliaccheria e per fare i propri interessi personali.

Grazie al berlusconismo l’Italia della partitocrazia, che sembrava finita con la stagione di mani pulite, ha conosciuto molti altri anni di prosperità nel corso dei quali tanti si sono arricchiti a spese della decadenza di un Paese intero. Si può dire che hanno sfasciato lo Stato e calpestato la legalità con i mezzi della politica cioè della democrazia tentando di instaurare un regime autoritario personale capeggiato da Berlusconi, ma imitato e sostenuto da tanti altri capi, capetti e portaborse.

Ecco perché non è possibile sostenere quelli per i quali si schiera Silvio Berlusconi. L’Italia non ripartirà finchè non sarà sconfitto il regime fondato sul potere personale e sulla concezione proprietaria dello Stato.

Sì possiamo mettere le fioriere nelle strade e fare il cimitero degli animali, ma nessuna propaganda può nascondere che per amministrare bene le città bisogna tornare alla legalità e mettere al centro gli interessi generali.

Per fare questo è inevitabile sconfiggere il berlusconismo a cominciare dal voto di domenica.

Claudio Lombardi