Elezioni siciliane e Ostia. Un voto a metà

“Che vinca il migliore” disse Matteo Renzi pochi giorni prima delle elezioni siciliane. Ha vinto Musumeci. Che sia il migliore non è certo, ma di sicuro non hanno vinto i siciliani dato che hanno votato il 46% degli elettori. Peggio ancora a un migliaio di km di distanza, a Ostia municipio di Roma. Qui ha votato il 36%. Non si sa ancora chi sarà il migliore, lo si deciderà al ballottaggio, ma certo se la percentuale di votanti dovesse continuare ad essere questa di sicuro Ostia sarà amministrata dai rappresentanti di una minoranza.

astensionismoSi dirà che è un fenomeno normale nelle democrazie consolidate. Che non c’è da scandalizzarsi se la maggioranza non vota. E invece no, non va bene sia perché una democrazia nella quale gli elettori non si riconoscono è debole, sia perché in altre occasioni la gente è andata a votare. E allora bisogna domandarsi perché.

Intanto abbiamo visto che gli elettori non votano anche se si presentano quelli accreditati della capacità di portarli ai seggi: M5S, Casa Pound, Salvini, Meloni, gruppi di sinistra extra Pd. E allora è la politica che non interessa più i cittadini? Non proprio se poi al referendum sulla riforma costituzionale vanno a votare in massa e lo stesso fanno alle elezioni politiche (ultimo dato, nel 2013 votò il 72%). Quando in gioco c’è qualcosa che viene avvertito come determinante la gente si muove. E vota. Lo stesso atteggiamento di rifiuto della politica (fanno tutti schifo, io non voto più) nasconde una fiducia tradita e un vuoto.

cittadino arrabbiatoLa sensazione è che di politica la gente abbia un gran bisogno perché capisce benissimo che qualcuno deve andare a rappresentarla ed esercitare il potere. D’altra parte quando qualche novità si manifesta è facile che riceva un’adesione che stupisce (il Pd nei primi anni con le primarie, il 42% di Renzi alle europee e l’exploit del M5S sono gli esempi più evidenti). Si fa presto a dare fiducia, ma si fa presto anche a toglierla.

Quando le cose si fanno ingarbugliate, però, cioè quando prevale la manovra politica o quando i partiti hanno tradito le attese dei cittadini l’entusiasmo scompare e così la spinta a partecipare. Non si tratta solo degli scandali però. Pagano un prezzo quei partiti che non riescono a distinguersi dalle istituzioni che dirigono e che si identificano con la mediazione politica di governo. Per questo, in occasione della nomina del Governatore della Banca d’Italia, ha fatto benissimo il Pd a manifestare la propria posizione critica prescindendo dal galateo istituzionale o dalle esigenze del governo. In altri tempi si sarebbe somministrato ai cittadini un sermoncino sulla responsabilità istituzionale, sull’autonomia della Banca d’Italia, sui vincoli e sui rapporti internazionali ecc ecc.. E tutti zitti sui deficit della vigilanza bancaria pagati a carissimo prezzo dai cittadini e dallo Stato.

astensioniÈ solo un esempio, ma significativo, della differenza che passa tra voler mantenere un rapporto con i cittadini e tentare di rabbonirli convincendoli che va tutto bene anche se ciò confligge con la loro esperienza diretta. Fosse stato fatto sistematicamente negli anni passati il distacco dai partiti e dalla politica sarebbe oggi minore. In fin dei conti si tratta non di assecondare o attizzare la protesta, bensì di mostrare comprensione e impegno per la vita delle persone.

In verità questo discorso dovrebbe essere rivolto quasi esclusivamente al Pd, il partito che attira una buona dose di ostilità da parte dell’opinione pubblica e che viene presentato come l’emblema di una politica autoreferenziale, distante dai cittadini e segnata dagli scandali e dalla disonestà. Non capita lo stesso a Forza Italia e alla Lega nonostante lunghi anni di governo e scandali odiosi.

berlusconiLa spiegazione potrebbe essere molto semplice. Pagano un prezzo le forze politiche che si sono fatte interpreti con più convinzione delle politiche europee cioè di quelli che apparivano vincoli esterni. Non lo pagano quelle che hanno mostrato di preoccuparsi più del proprio territorio e della comunità. Forse non ci si rende conto di quanto ha pesato la riforma delle pensioni, ma il timore di dover aspettare i 67 anni e oltre per andare in pensione è una costante nei discorsi degli italiani che lavorano. Tra i giovani, invece, di pensione non si parla perché il lavoro è così incerto e discontinuo che è impossibile immaginare un futuro stabile. È chiaro che i partiti che hanno difeso con più convinzione le politiche del rigore non hanno conquistato la simpatia di tanti italiani. Guarda caso il Pd ne era il capofila. Le destre, invece, sono riuscite ad apparire le vittime degli eventi che portarono alla caduta del governo Berlusconi nel 2011 e hanno continuato a mostrarsi ostili ai vincoli della moneta unica. Il quadro non sarebbe completo senza gli scandali sulle ruberie e sui costi della politica e senza la sensazione degli italiani di essere abbandonati e messi di fronte agli effetti della globalizzazione e della crisi finanziaria senza più le tutele e le coperture del passato.

riforma pensioniIl Movimento 5 stelle nasce da qui, dalla rabbia e dalla sensazione di impotenza. E questa continua ad essere la sua spinta propulsiva.

Soltanto con il governo Renzi le cose sono cambiate e di molto. La BCE ha fornito la sua copertura illimitata contro la speculazione e l’Europa ha riconosciuto all’Italia ampi margini di flessibilità sul deficit. In questo modo è stata possibile una grande espansione della spesa pubblica a favore dei percettori di redditi medi e bassi e delle imprese e del lavoro (nella scuola stabilizzazione di 150mila precari). La crescita del Pil e aver tenuto in piedi in maniera egregia un governo dell’Italia che ha permesso di gestire anni difficili sono altri meriti del Pd, ma non avvertiti come tali o non riconosciuti. E così Berlusconi torna a godere delle simpatie di una parte degli italiani come se nulla fosse accaduto dal 1994 ad oggi. E il M5S continua ad essere destinatario di speranze che prescindono dalle pessime prove di governo rese nelle più importanti città amministrate dai cinque stelle. Lo scenario siciliano ci consegna quindi un possibile nuovo bipolarismo tra destre e M5S nel quale il centrosinistra e la sinistra potrebbero avere un ruolo marginale

Per chi vuole qui c’è molto da indagare e da capire

Claudio Lombardi

Dalla Sicilia una conferma: una vecchia politica scade e la nuova non nasce ancora (di Claudio Lombardi)

Le elezioni siciliane sono finite come sanno tutti e un commento si impone a prescindere dal o dai vincitori. Per chi ha a cuore le sorti della democrazia è importante, anzi, è essenziale riflettere molto sulla percentuale di votanti. Meno della metà degli elettori hanno esercitato il loro diritto di scelta rinunciando a dire col voto chi deve essere investito dei poteri che la democrazia da’ a chi viene eletto. Tra quelli che non hanno votato quasi tutti non hanno alcun potere e rinunciano pure alla possibilità di scegliere chi dovrà esercitarlo in nome di tutti.

Un Presidente eletto da nemmeno il 15% degli elettori ha una legittimazione formale, ma quella vera se la deve conquistare a meno che non voglia dominare i cittadini trattandoli da sudditi.

La resistenza al cambiamento è forte e riflette quella diffusa nella società. I partiti che si sono presentati al voto, con la sola esclusione del M5S e, forse, di quelli che si collocano a sinistra del Pd, hanno dato la vecchia immagine di una politica come affare che riguarda chi di politica ci vive. Ecco quindi la concentrazione sulle formule e l’alchimia delle alleanze che non dicono più nulla alla maggioranza dei cittadini, ma che significano molto per chi ha di mira la sua carriera e, perché no, i suoi affari.

Ciò che i cittadini avvertono è che i loro problemi troppe volte sono stati un pretesto per la competizione fra i partiti, non il fine cui tendono quelli che si presentano come professionisti della politica. Anche la rabbia e l’insoddisfazione che stanno alla base dell’astensionismo hanno un ruolo essenziale perché sono il serbatoio a cui tanti politici attingono per sminuire le proprie responsabilità e per promettere le grandi trasformazioni che non si realizzano mai. È lo stesso meccanismo degli aiuti allo sviluppo del Mezzogiorno che sono la rendita di posizione di cui godono classi dirigenti assolutamente screditate in cerca di una legittimazione per spartirsi le risorse pubbliche  e per pompare sempre nuovi fondi dallo Stato e dall’Europa.

I cittadini, però, non sono angeli, sono anche corresponsabili delle degenerazioni e delle deformazioni della politica e della democrazia perché stanno nello stesso brodo di coltura che produce i politici ladri, mafiosi e corrotti. Quindi devono crescere, fare lo sforzo di assumere un punto di vista che metta al centro l’interesse della collettività e la legalità, accettare il ruolo dello Stato e dar forza a nuove formazioni politiche che esprimano la costruzione di una nuova classe dirigente. Non devono più farsi prendere in giro da gente che ha stradimostrato di non avere a cuore la soluzione dei problemi, ma non devono nemmeno sentirsi vittime innocenti pronte per essere convinte a suon di promesse indecenti o di inammissibili favori. I cittadini devono capire che i loro problemi si risolvono dentro un sistema di regole che poggia su finalità selezionate e definite con la politica che non è il feudo di Tizio o Sempronio, ma un processo collettivo di partecipazione democratica. Perché o è così o è lo sfascio.

Per questo ben venga anche l’affermazione del M5S, ma, meglio ancora, ben vengano nuovi movimenti in grado di riportare i cittadini alla politica e, quindi, anche alle urne. Movimenti di partecipazione civica perché è da questa dimensione che inizia la politica, ma movimenti dotati di una bussola con la quale orientarsi fatta di valori e criteri di giudizio del mondo e delle relazioni fra le persone.

Quali? Tanto per avere un’idea si potrebbe rileggere la prima parte della Costituzione. Già quello è un buon punto di partenza.

Claudio Lombardi

Conteggio dei voti in Sicilia: una situazione surreale (di Gloria Monaco)

Surreale. Non trovo altra definizione per il dibattito, e la relativa coda di polemiche, scoppiati questa mattina relativamente ai risultati delle elezioni in Sicilia. Lo spoglio è in corso dalle 8 ma nonostante ciò al momento fatta eccezione per Palermo ed altri casi rarissimi non si dispone di dati ufficiali. Sono passate 4 ore dall’apertura delle urne e regna il caos più assoluto. Unica certezza: la corsa ad attribuirsi il risultato.

La lentezza delle operazioni di scrutinio è nota da tempo e per altro in territori come la Sicilia assolutamente cronica. Si tratti di politiche, di amministrative o – come in questo caso – di regionali le ore per poter vedere profilarsi un quadro attendibile scorrono inesorabili. Quindi questo 2012 non fa eccezione e si va avanti sulla base di exit poll e dati provenienti dagli “enti” più efficienti come il capoluogo.

Proprio sulla base degli exit poll circolati, fin dalle prime ore, si è ventilata una vittoria senza pari del candidato del M5S Cancellieri ma, al momento, l’unica “vittoria” vera che attribuisco ai Grillini è il risultato della lista a Palermo che batte (con circa il 16%) di misura quelle di PD e PDL, ambedue oscillanti su percentuali attorno al 10%.

Eppure questa incertezza non dissuade i soliti “noti” (siano giornalisti, opinion makers o politici stessi) dal lanciarsi in ardite teorie interpretative del fenomeno elettorale. Non ho intenzione di fare altrettanto. Mi limito a pochissimi spunti di riflessione in attesa che prefetture, regione, ministero ci diano dati e risultati attendibili.

Uno. Una prima cosa che volevo sottoporre all’attenzione di chi legge è la seguente: capisco che la Sicilia è una regione a Statuto speciale (ma lo stesso si può dire anche per altre regioni prossime al voto come Lazio e Lombardia) dotata di una propria legge elettorale e di meccanismi di raccolta dei risultati che a questo punto mi piacerebbe capire quali siano. Tuttavia, non è possibile che a più di 12 ore dalla chiusura delle urne non esista ancora un dato complessivo aggregato in grado di attribuire pur con tutti i margini, le forbici ecc. ecc., la vittoria ad un candidato. Soprattutto non è possibile visto che sicuramente il primo partito di questa tornata elettorale è, senza tema di smentita, l’astensione. Ecco di questo mi indigno e di questo vorrei che qualcuno ci desse conto. Le regioni a seguito della modifica del Titolo V hanno tutte più o meno legiferato in materia di elezione dei propri organi e a questo punto dico fortunatamente in molte hanno deciso di continuare ad avvalersi di “protocolli di intesa” con il Ministero dell’Interno per quel che riguarda la gestione e la divulgazione dei risultati. Se così non fosse credo che la situazione rischierebbe ogni volta di diventare sempre più paradossale e meno gestibile anche in termini di garanzia del risultato elettorale.

Due. Gli exit poll come già ampiamente dimostrato in passato non sono attendibili. In questa occasione strombazzano vittorie che in realtà sembrano lontane dal realizzarsi e tutti dietro a commentare dati e risultati che non sono. E’ una questione di serietà. Non si può trascorrere il tempo a parlare del nulla o disegnare scenari impossibili solo perché lo impone “lo share” televisivo. Un bel tacer non fu mai scritto! E piuttosto che inanellare una serie di luoghi comuni o sciocchezze, sarebbe più utile come sempre verificare e documentarsi! Ma ormai sembra che attenersi al principio cardine del codice deontologico dell’informazione non sia più di moda!

Tre. Se si confermano i risultati di Palermo, relativamente alla distribuzione dei voti sulle liste questo sì è un dato importante e che merita una certa attenzione. La “vittoria” del movimentismo sui partiti organizzati denota che ci deve essere una “riorganizzazione” della gestione del consenso al passo coi tempi anche per i “partiti” eredi dei “popolarismi” del ‘900. La gerarchia piramidale che vige all’interno di PD, PDL, UDC ecc. ecc. è sconfitta  dal capovolgimento del modo stesso di intendere la politica, per cui è la cosiddetta base a dettare le regole e obbligare i vertici ad adeguarsi.

Quattro. Pesa sempre come un incognita, o almeno questo è quanto mi ripeto sempre nel caso di elezioni in Sicilia, quale sia il peso da attribuire a taluni “poteri forti”. L’inquinamento del risultato elettorale da parte della Mafia è uno dei “grandi temi” che puntualmente si ripropone ad ogni elezione. Non posso non porre quindi il tema oggi specie con questo tipo di risultato così poco “intellegibile” e che se da un lato fa pensare che la situazione odierna sia assolutamente diversa da tutte le precedenti non può non dare da pensare.

Dopo queste riflessioni torno quindi ad analizzare i dati, o meglio a cercare di reperire i risultati quanto più ufficiali possibile, solo a questo punto proverò a interpretarli e a dire la mia!

Gloria Monaco

Sicilia: una vecchia politica scade e la nuova non nasce ancora (di Claudio Lombardi)

Lo spoglio dei voti delle regionali siciliane non è ancora finito, ma un commento si impone a prescindere dai risultati elettorali. Per chi ha a cuore le sorti della democrazia è importante, anzi, è essenziale riflettere molto sulla percentuale di votanti. Meno della metà degli elettori hanno esercitato il loro diritto di scelta rinunciando a dire col voto chi deve essere investito dei poteri che vengono attribuiti con la rappresentanza nelle assemblee elettive. È un dato clamoroso e preoccupante perché in quella metà che non ha votato sicuramente il 90% è fatto di gente che non ha alcun potere e che rinuncia a quello di scelta consegnandolo ad una minoranza del corpo elettorale.

La riflessione riguarda in primo luogo le formazioni politiche che si sono presentate al voto. Con la sola esclusione del M5S e delle formazioni che si collocano a sinistra del Pd tutti gli altri hanno dato la vecchia immagine di una politica come affare che riguarda chi di politica ci vive. Ecco, quindi, le formule e le alleanze che non dicono più nulla alla maggioranza dei cittadini, ma che significano molto per chi ha di mira la sua carriera e, perché no, i suoi affari.

I problemi della  Sicilia sono stati, come troppo spesso avviene nelle competizioni fra partiti, il pretesto per imbastire discorsi pro o contro i diversi candidati. Ma il cuore non svelato è rimasto quello dei giochi e delle alchimie di chi muove le sue pedine perché pensa solo alla conquista del potere. In questo quadro anche la rabbia e l’insoddisfazione dei cittadini ha un ruolo essenziale perché è il serbatoio a cui attingere per sminuire le proprie responsabilità e per promettere grandi trasformazioni. Un po’ come avviene per i problemi mai risolti dello sviluppo del Mezzogiorno che sono la rendita di posizione di cui godono classi dirigenti assolutamente screditate che cercano una legittimazione per spartirsi le risorse pubbliche  e per pompare sempre nuovi fondi dallo Stato e dall’Europa.

Ma la rabbia dei cittadini non può e non deve più garantire la rendita di posizione di chi non vuole risolvere proprio un bel niente perché sennò dovrebbe assumersi le proprie responsabilità e vedrebbe sfumare il suo potere di intermediazione.

I cittadini devono crescere e dar forza a nuove formazioni politiche che esprimano la costruzione di una nuova classe dirigente. Non devono più farsi prendere in giro da gente che ha stradimostrato di non avere a cuore la soluzione dei problemi, ma solo il suo tornaconto personale e di gruppo.

Per questo ben venga anche l’affermazione del M5S, ma, meglio ancora, ben vengano nuovi movimenti in grado di riportare i cittadini alla politica e, quindi, anche alle urne. Movimenti di partecipazione civica perché è da questa dimensione che inizia la politica, ma movimenti dotati di una bussola con la quale orientarsi. Una volta ci si sarebbe rivolti ad una ideologia, oggi non avrebbe più senso. Una bussola oggi deve essere costituita da valori e criteri di giudizio del mondo e delle relazioni fra le persone.

La solidarietà, la tensione verso l’eguaglianza delle possibilità, la prevalenza dell’interesse collettivo che si esprime attraverso quel complesso processo di formazione delle decisioni che si chiama politica, la giustizia e l’equità, la responsabilità. Questi sono alcuni dei principi e dei valori che possono guidare nuove forme di partecipazione dei cittadini.

Chi rappresenta i partiti (e anche chi si camuffa dietro liste civiche finte) deve partire svantaggiato perché deve avere l’onere di dimostrare la propria buona fede e deve partire dall’ammissione delle proprie responsabilità. Non può invocare le solite promesse per il futuro come giustificazione per la sua presenza: deve dire anche e innanzitutto che parte ha avuto negli errori di cui è accusata tutta la politica.

Senza questo le promesse e la retorica dei comizi non hanno più senso e servono solo ad allontanare i cittadini dalla politica.

Claudio Lombardi