Alcune domande sul COP21

Finiamo il mese e iniziamo la settimana con alcuni quesiti a latere del vertice di Parigi (COP21) sui mutamenti climatici e sulle misure di intervento:

1) E’ definitivamente accertata l’origine antropica del mutamento climatico in corso? Non esistono altre spiegazioni scientifiche del fenomeno? Se é accertata, quale è l’organismo scientifico internazionale che ha preso questa decisione? Nominato da chi?

2) Quali sono i modelli fisici in base ai quali vengono fatte proiezioni temporali sull’aumento del livello delle acque oceaniche? Che validazione scientifica hanno avuto nel corso di questi anni?

inquinamento aria3) Dal momento che i paesi che maggiormente utilizzano impianti a carbone (India e Cina, tra gli altri) e il paese che più ha disboscato in questi anni (il Brasile) hanno già dichiarato che continueranno nella loro politica energetica, a Parigi di cosa stanno discutendo?

4) Al COP21 partecipano anche i paesi produttori di carbone e petrolio? Votano sulle decisioni da prendere?

4) Quale è la forma di produzione di energia che, considerata nel suo ciclo globale (compresa la produzione di rifiuti solidi, liquidi e aeriformi), contribuisce di meno all’emissione di gas serra? Ripeto “considerata nel suo ciclo globale”, non nella parte che fa comodo a qualcuno.

5) Vista la grande rilevanza economica delle decisioni prese, i costi economici vengono ridistribuiti in base alla percentuale di inquinamento prodotto dai paesi o in base ad altri criteri? Perché chi inquina di più (tipo Cina e India, per esempio) non deve pagare di più?

Conosco una miriade di ambientalisti, naturalisti, ecologisti, climatologi e altro ancora (politologi, per esempio) e mi immagino abbiano risposte valide ai quesiti.

scelte energeticheQuanto sopra dovrebbe invitare alla riflessione sui fondamenti reali che hanno eventi importanti, quando non decisivi, per il nostro futuro. Le scelte energetiche di questi ultimi decenni non sono mai state prese sulla base di motivazioni scientifiche e nell’ottimizzazione delle risorse e nella minimizzazione dell’inquinamento ambientale, ma solo in base a convenienze economiche e strategiche delle grandi potenze mondiali. Ed al loro seguito si sono distinte anche gran parte delle associazioni ambientaliste spesso con analisi approssimative e superficiali, ma condotte nel solco di convinzioni diffuse prive di un vero e proprio fondamento scientifico. Con il rischio di diventare vere e proprie “mosche cocchiere” di interessi forti.

Come non ricordare, per restare in ambito nazionale, il supporto dato da importanti associazioni ambientaliste all’utilizzo del gas naturale negli impianti energetici italiani, sponsorizzata all’epoca dall’ENI? E questo nonostante il gas naturale (metano) dia un grande contributo all’effetto serra, causa principale del riscaldamento globale!!

tutela dell'ambienteSu un altro versante bisogna dire che la campagna condotta contro l’utilizzo degli impianti nucleari ha messo in disparte il fatto che sia l’unica produzione di energia che non emette alcun inquinante aeriforme in grado di influire sull’effetto serra. È ovvio che il nucleare porta con sé i rischi di incidenti, ma questo va visto in relazione al livello tecnologico e alla capacità di progettare e gestire impianti con elevati standard di sicurezza. Se così non fosse l’Europa, nel cui territorio sono in funzione decine e decine di centrali nucleari, sarebbe un territorio desertificato. Con ciò non si intende assolutamente affermare la superiorità del nucleare, ma mettere in luce un metodo di approccio alle questioni ambientali e la parzialità di campagne e giudizi che spesso prescindono da riscontri scientifici esaurienti.

A volte si ha l’impressione che la scienza, con i suoi metodi e i suoi tempi molto lontani da quelli della politica e dei media, divenga un nemico da temere e da ignorare. Mentre, invece, sia ricoperto di un’aura di scientificità ciò che dovrebbe pur sempre restare nel campo delle ipotesi.

Sergio Mancioppi

Il divorzio dalle centrali nucleari è lungo e costoso (meglio pensarci prima) (di Claudio Lombardi)

Smontare una centrale nucleare è un affare che richiede tempo e denaro, quasi quanto costa costruirla. Per non parlare delle scorie che hanno una vita radioattiva lunghissima e vanno messe in sicurezza per molti secoli. Limitandosi allo smantellamento delle centrali impressionano i dati resi noti dalla stampa e che provengono, in gran parte, da documenti ufficiali degli organismi che, nei singoli paesi, seguono le procedure di chiusura.

Ciò che si capisce dai dati è, in primo luogo, che non sempre si riesce ad avviare effettivamente lo smantellamento dopo la chiusura perché ci vogliono troppi soldi che non sempre si riesce a trovare. E così la centrale resta chiusa, ma, di fatto, sta lì come se funzionasse, con tutto il suo personale in attesa di tempi migliori perché è meglio non iniziare lo smontaggio se non si è sicuri di poterlo concludere.

In Inghilterra fu istituita nel 2005 la Nuclear Decomissioning Authority che doveva seguire l’eliminazione di 39 reattori e 5 impianti di riprocessamento del combustibile. Il costo stimato per concludere lo smantellamento fu stimato in 55,8 miliardi di sterline (circa 81 miliardi di euro nel 2005). Risulta che le centrali stiano ancora lì perché questa montagna di denaro non si è trovata.

Negli USA smontare i 25 reattori in lista di attesa costerebbe una media stimata di 500 milioni l’uno. I soldi li stanno mettendo insieme con un sovrapprezzo sull’energia prodotta, così pagano i consumatori e manco se ne accorgono. Sta di fatto che lo smontaggio non si è ancora avviato.

Come risulta dai dati che pubblichiamo tratti dal World Nuclear Association ci sono nel mondo 124 reattori in attesa di smantellamento e un altro centinaio si aggiungerà nei prossimi anni. Certo la vita del reattore si può prolungare, ma gli interventi sono molto costosi, come tutto ciò che riguarda il nucleare.

Ciò che colpisce, però, è che, dopo la chiusura, gli impianti restino lì ad aspettare lo smontaggio per un bel po’ di anni con il rischio che le strutture deperiscano e con costi di gestione e sorveglianza costanti.

Le ragioni di questi tempi lunghissimi non sono solo di tipo economico, ma anche legate alla radioattività di basso e medio livello che colpisce le parti strutturali (ma non il nocciolo e le barre del combustibile). Per questo occorre aspettare tanti anni. Secondo uno studio di una università degli Stati Uniti di cui ha dato notizia la stampa ci vorrebbero 50 anni di fermo impianto per ridurre la radioattività residua e almeno altrettanti per lo smantellamento effettivo. Cifre impressionanti che somigliano ad una maledizione.

Paese Anni di vita operativa Anni di chiusura Differenza (chiusura meno vita)
Armenia 13 20 +7
Belgio 24 22 -2
Bulgaria 26 7 -19
Canada 16 28 +12
Francia 19 22 +3
Germania 12 21 +9
Giappone 24 15 -9
Gran Bretagna 35 14 -21
Italia 20 25 +5
Olanda 28 14 -14
Russia 18 21 +3
Spagna 28 10 -18
Svezia 21 18 -3
Ucraina 13 17 +4
USA 15 30 +15

Claudio Lombardi

Referendum e disinformatia, primo passo il nucleare (di Alessandro Cossu)

Due giorni fa, annunciato da grandi titoli dei principali media, è stato finalmente approvato il regolamento per l’informazione in tema referendario della Commissione di Vigilanza della RAI. Finalmente perché, per chi non lo sapesse, era atteso il 4 di aprile; è stato licenziato il 4 sì, ma di maggio.

Saranno stati gli eccessivi impegni dei membri della Commissione, la preoccupazione per le sorti di Masi, magari un blocco del sistema di accessi a Palazzo san Macuto (sede della Commissione – ndr) la ragione di tutto ciò? Visto quello che accade, spero non me ne vogliate se proprio non credo alla buona fede. E cercherò di spiegarmi.

Il referendum del 12 e 13 giugno prevede quattro quesiti distinti: due riguardano la privatizzazione dei servizi idrici, uno il ricorso all’energia nucleare e l’ultimo riguarda la legge sul legittimo impedimento.

Anzitutto, il referendum sul nucleare. Il Governo lo ha temuto e lo teme, per diversi motivi. Anzitutto, gli enormi interessi economici del business nucleare. Investimenti faraonici tutti a carico dello Stato, gestione e guadagni tutti a favore del privato. Cosa imporrebbe quindi la vittoria del si? Almeno uno slittamento di qualsiasi intenzione nuclearista di oltre dieci anni.

Ma il nucleare nel mondo è davvero in fase di sviluppo, e gli arretrati saremmo noi? Un recente studio del WorldWatch Institute evidenzia come l’energia atomica abbia iniziato la propria parabola discendente già dal 1980, e nel 1990 per la prima volta il numero di reattori arrestati ha superato il numero di avviamenti. Un trend confermato anche da ulteriori e più recenti analisi: con riferimento ad aprile 2011, risultano in funzione nel mondo un totale di 437 reattori nucleari per 30 Paesi, 8 in meno rispetto al massimo storico di 444 reattori nel 2002.

A partire da quest’anno i reattori avviati sono stati 25, mentre quelli spenti 32, compresi i 6 dell’impianto giapponese ed esclusi i 7 chiusi ‘provvisoriamente’ in Germania dopo gli eventi del Giappone. Per quanto riguarda la produzione mondiale di elettricità dall’energia nucleare, “nel 2009 – si legge nel documento – gli impianti hanno prodotto 2558 TWh, registrando un calo di 103 TWh (circa il 4%) dal 2006.

Ma cosa si deciderebbe con il referendum?

Il quesito prevede l’abrogazione di un importante numero di articoli e commi: in breve, la vittoria del si impedirebbe la costruzione di centrali sul territorio italiano. Il Governo ha però annunciato una moratoria che di fatto posticiperà ogni decisione sull’argomento per almeno un anno. Insomma, un rinvio a cui non corrisponde alcuna decisione importante. Un rinvio, nel tentativo di depotenziare il referendum e sviare l’attenzione.

Insomma, mentre i movimenti incalzano per una informazione corretta, esponenti del mondo della politica ci incolpano di voler impedire lo sviluppo, a danno (?) dei nostri figli, la Fondazione Veronesi gira le nostre scuole propagandando la bontà dell’energia nucleare (http://www.fermiamoilnucleare.it/?p=2364), esponenti dell’ambientalismo della prima ora si convertono alla “bontà” dell’atomo.

Mentre voi meditate sulla necessità del voto e della corretta informazione, io continuo a chiedermi: ma le scorie dove le metteremo? Ma questa non è una domanda per uno stupido come me. A queste cose ci penseranno “loro”.

Ma se proprio volete saperne qualcosina in più, cliccate qui, http://daily.wired.it/news/scienza/2011/04/27/dove-mettere-scorie-nucleari.html , e buone notti insonni.

A proposito, in tutto questo ho dimenticato la RAI. Ad oggi, 9 maggio, di dibattiti sui referendum neanche l’ombra. Ma solo uno spot sul voto in tarda fascia serale. Speriamo che il recente avvicendamento alla guida del servizio pubblico serva a dare nuovo coraggio a chi progetta i palinsesti, a fornire informazioni corrette ai telespettatori sui quesiti e un giusto spazio al confronto tra le posizioni opposte. Visto il passato, voi ci contate?

Alessandro Cossu

Costruire con parsimonia (di Ettore Maria Mazzola)

La tragedia del terremoto senza precedenti avvenuto in Giappone, e soprattutto la catastrofe nucleare che si sta abbattendo su quel Paese, e che presto investirà una grande parte del pianeta adombrando gli eventi di Chernobyl, dovrebbero farci riflettere moltissimo sul nostro stile di vita.
Può sembrare demagogico, o cinico, affrontare questo discorso in questo triste momento, tuttavia ritengo che sia proprio questo il tempo per riflettere, poiché l’atteggiamento blasé che caratterizza la nostra società tende a farci dimenticare in fretta degli avvenimenti tragici.
Non voglio parlare di politica, perché non è il mio campo, tuttavia devo esprimere il mio disappunto circa alcune affermazioni recenti dei nostri politici i quali, all’indomani della catastrofe, hanno dichiarato che “il programma nucleare in Italia deve andare avanti”, oppure che “in Italia non ci sono rischi”. Non meno preoccupanti sono state le affermazioni del premier il quale, nascondendosi dietro un dito ha detto che “la decisione spetta al Consiglio d’Europa” e che, in termini di localizzazione delle centrali nucleari, la decisione non spetta a lui ma ai consigli regionali!
Nel 1987, scossi dal terrore della catastrofe di Chernobyl, i cittadini italiani votarono a larghissima maggioranza l’uscita dal nucleare, e quel referendum costò, come di consueto, tanto denaro pubblico. Come mai quindi oggi dovremmo rimettere in discussione una decisione quasi unanime del popolo italiano? Quanto conta, per i nostri politici, la volontà del popolo di fronte agli interessi lobbistici?

Ragioni
Il motivo della nuova corsa al nucleare è ovviamente intimamente connesso al fatto che, come aveva ammonito James Howard Kunstler nell’ormai famosissimo “The Long Emergency”, è terminata l’era del petrolio a buon mercato. Allora si deve trovare una soluzione energetica alternativa che non si basi sui combustibili fossili.
Tuttavia, come Kunstler ha ampiamente dimostrato senza possibilità di smentita, tutte le cosiddette “fonti alternative”, dipendono in qualche modo dal petrolio, energia nucleare inclusa. Tra l’altro questo tipo di tecnologia prevede un problema non indifferente legato alle scorie radioattive e alle acque di raffreddamento, anch’esse radioattive, del quale fingiamo di ignorare l’esistenza.

Ma perché quindi dovremmo orientarci in questa direzione? Il motivo basilare è che, nella società che abbiamo costruito per migliorarci la vita, tutto è stato, o tende a venire automatizzato. Ciò che nelle fabbriche un tempo veniva fatto dagli operai, oggi viene svolto dalle macchine, altrettanto dicasi per ciò che avviene nelle nostre case. Per spremere le arance si usa lo spremiagrumi elettrico, per spazzare le stanze si usano gli aspirapolvere o, addirittura, veri e propri impianti centralizzati di aspirapolvere, ecc.
Ovviamente questo meccanicismo, se da un lato apre i tristi scenari della disoccupazione, dall’altro richiede un quantitativo di energia smisurato che, lo stiamo vedendo nei “Paesi emergenti”, comporta un danno al pianeta enorme in termini di surriscaldamento globale e, ovviamente, una domanda di combustibili fossili di gran lunga superiore all’offerta.

Ma c’è un altro aspetto, silente, alla base dello smodato fabbisogno energetico: le nostre case! Le stime (1) – in crescita – che emergono dalle conferenze, ci dicono che l’incidenza in termini di fabbisogno energetico dell’edilizia industriale attuale è pari al 36%, (a fronte del 31% dell’industria e del 31% del trasporto), mentre le emissioni di CO2 dell’edilizia sono pari al 34,5 % (a fronte del 32,5% dell’industria e del 30,5% del trasporto).
Dalle stesse stime risulta che l’intero settore edilizio è responsabile del 50% dell’energia consumata a livello Europeo, di cui il 36% è imputabile al fabbisogno energetico in fase d’uso degli edifici, mentre circa il 14% è causato dal settore industriale legato all’edilizia. Oltre a ciò va considerato che gli edifici comportano notevoli consumi di materiali ed energia sia in fase costruttiva che durante il loro uso e la loro dismissione: il settore edilizio consuma circa il 40% dei materiali utilizzati ogni anno dall’economia mondiale e produce circa il 35% delle emissioni complessive di gas serra, senza contare i consumi di acqua e di territorio, nonché la produzione di scarti e rifiuti dovuti alla sua demolizione … ma da noi c’è chi continua a costruire grattacieli ed edifici vetrati, presentandoli anche come “sostenibili”!
Da questi dati sconcertanti viene da chiedersi come possa essere possibile che la nostra società, quella che rivendica di appartenere alla specie animale più evoluta, quella che dice di appartenere alla generazione più avanzata e che ha raggiunto i massimi successi nel campo delle scienze, sottovaluti il problema e, in nome di un egoismo di massa, si limiti a rimandare la soluzione alla prossima generazione … che sono i nostri figli!!

Davanti ad affermazioni come quelle di G. W. Bush, che disse “lo stile di vita americano non è negoziabile” non possiamo quindi non pensare esattamente l’opposto. Infatti si deve proprio al profondo egoismo della nostra società – disinteressata perfino al futuro dei propri figli – che non vuole rimettere in discussione il proprio stile di vita, se questo pianeta, diversamente dai “programmi” di Madre Natura, sta velocemente andando incontro all’apocalisse!

Una possibile soluzione
Quindi, non volendo “cambiare il suo stile di vita”, l’uomo si affanna alla ricerca di un sistema per mantenere immutato il suo comportamento nei confronti dell’ambiente.
Ma non ci vuole un premio Nobel per comprendere che ciò che fa cortocircuito è proprio il non voler rinunciare alle città e agli edifici energivori!
Noi dovremmo costruire delle centrali nucleari, oppure dovremmo installare ettari di pannelli fotovoltaici (in assenza di un piano di smaltimento per i prossimi 15-20 anni quando dovranno essere sostituiti) per far sì che i nostri edifici, e le nostre città, continuino a succhiare sempre più energia.
Quando questo modello di città e di edilizia ci venne imposto, si parlava di “funzionalismo” … e non sono bastate le pagine ironiche di Tom Wolfe (2) a farci capire che molte cose di quel funzionalismo non funzionassero.

Se dunque nella nostra società consumista tutto converge sul vile denaro, perché non proviamo a seguire una strada diversa, in grado di mettere d’accordo gli interessi privati con quelli comuni? Se non altro per prolungare la vita della nostra specie su questo pianeta!
Come ho più volte ribadito nelle mie pubblicazioni, l’urbanistica del XX secolo ci ha lasciato in eredità una infinita serie di problemi, ma anche delle potenziali enormi possibilità di business. Le città che si sono sviluppate in maniera caotica, sebbene pianificata, sperperando territorio e producendo edilizia energivora, oggi si presentano come delle realtà caratterizzate da vuoti piuttosto che da pieni, e quei “vuoti urbani” sono prevalentemente proprietà demaniali.
Rivedendo il modo di pianificare le città, riportando l’essere umano al centro della progettazione e limitando l’importanza data all’autotrazione, potremmo dar vita ad un enorme progetto di ricompattamento urbanistico e di sostituzione edilizia che adoperi solo ed esclusivamente materiali naturali a chilometri zero, sarebbe possibile limitare il traffico veicolare al solo trasporto pubblico, considerando quello privato solo in caso di bisogno. Ovviamente questa circolazione veicolare dovrebbe prediligere sistemi non inquinanti.

Gli studi sulla fisica tecnica e impianti, e soprattutto quelli sulla termo-igrometria, dimostrano ampiamente che gli edifici costruiti con tecniche e materiali tradizionali richiedono circa il 40% in meno di riscaldamento invernale e fino al 100% del raffrescamento estivo. Questo aspetto però, non facendo gli interessi delle lobbies dei produttori di materiali isolanti, o dei fabbricanti di pannelli solari e fotovoltaici, è stato ignorato dai legislatori che hanno stabilito le agevolazioni e gli sgravi fiscali in materia di risparmio energetico. Né tantomeno è stato preso in considerazione il danno ambientale generato dalla installazione di ettari ed ettari di pale eoliche e campi fotovoltaici che, grazie all’accesso ai contributi europei, stanno rimpiazzando i nostri campi coltivati! Quale fiducia si può dunque riporre nel Consiglio d’Europa, i cui “saggi decisori” risultano fortemente coinvolti nel sistema lobbistico privo di scrupoli nei confronti del futuro del pianeta?

Qualora rivedessimo radicalmente l’approccio, e mettessimo in pratica le cose che ho esposto, potremmo generare enormi profitti, pubblici e privati, legati al settore edilizio, al restauro, al turismo, ecc., ma soprattutto ridurremmo drasticamente quel 50% di energia consumata per produrre industrialmente, trasportare, riscaldare, rinfrescare i nostri edifici, che si tradurrebbe in un abbattimento del surriscaldamento planetario, e in una mancanza di necessità di investire sul nucleare. Non ultimo, un processo di questo tipo genererebbe un notevole abbattimento del problema della disoccupazione, e allora perché non dovremmo farlo?

Ettore Maria Mazzola architetto membro del Gruppo Salingaros

Note
1) Fonte European Environment Agency e World Resources Institute – rilevazioni 1990-2004
2) Maledetti Architetti, Bompiani Edizioni, Milano 1988-2001 – Titolo originale From Bauhaus to our House

Cosa ci dice il Giappone (di Claudio Lombardi)

Nel disastro che ha colpito il Giappone tre cose si capiscono con chiarezza.

1. La natura è forte, le catastrofi possono avvenire e colpire gli esseri umani. È sempre pericoloso sottovalutarle o pensare che capiterà a qualcun altro o “chissà fra quanto tempo e noi intanto pensiamo ad altro”.

2. La prevenzione è possibile ed indispensabile per limitare le vittime e i danni. Il terremoto che ha colpito il Giappone è uno dei più violenti nella storia conosciuta dell’umanità e il più forte in quell’area del mondo. Eppure le distruzioni di cui vediamo in queste ore le immagini sono state quasi tutte causate dallo tsunami perché in Giappone da molti anni la prevenzione è una cosa seria e gli edifici e le infrastrutture sono costruite con criteri antisismici. Se non fosse stato così, adesso, le vittime si conterebbero a decine di migliaia e, forse, anche di più. Alla prevenzione è stata accompagnata un’opera di informazione e di addestramento ai terremoti che ha permesso ai giapponesi di reagire, per quanto possibile, in modo da limitare i danni.

Fare sul serio è, quindi, indispensabile se si vogliono affrontare le catastrofi come un evento naturale possibile con il quale siamo costretti a convivere.

La differenza con quanto accaduto in Italia nemmeno due anni fa a L’Aquila è impressionante e ci mostra l’incoscienza, l’arretratezza culturale e la colpevolezza dei comportamenti di chi, avendo il potere, ha sempre evitato di affrontare sul serio il rischio terremoti. Persino le semplici frane non siamo stati capaci di affrontare e di prevenire; in molti casi le abbiamo determinate e favorite con una gestione del territorio dissennata che ha spianato la strada a conseguenze tragiche di eventi naturali persino banali come sono un periodo di forti piogge o l’ingrossamento di fiumi e torrenti.

Le costruzioni e le opere civili sono state quasi sempre contrassegnate dal disinteresse non solo per gli interessi generali, ma anche per quello delle stesse persone che hanno accettato di abitare in edifici palesemente inadeguati e pericolosi.

Come ha dimostrato il terremoto in Abruzzo persino in ospedali e scuole non sono state rispettate elementari regole di prevenzione antisismica. Ogni anno le rilevazioni sulla sicurezza degli edifici scolastici, in primis quella condotta da Cittadinanzattiva, ci dicono che i bambini e i giovani studenti italiani corrono seri rischi perché “abitano” per molte ore al giorno, insieme con gli insegnanti e il personale amministrativo, in scuole pericolose.

Ogni anno si ripropone il problema e ogni anno si interviene solo su una piccola parte delle scuole perché, si dice, mancano i soldi.

No, non sono i soldi che mancano, come si capisce benissimo quando scoppiano gli scandali sulle varie cricche che derubano lo Stato che i soldi riescono sempre a trovarli o come si capisce dalle somme colossali gettate al vento facendo finta di affrontare “terribili” emergenze come da 14 anni succede in Campania con lo smaltimento dei rifiuti.

Quale maledizione pesa sugli italiani che continuano ad accettare come fatalità governi disonesti e politici corrotti e collusi con la criminalità organizzata e inveiscono contro fenomeni naturali prevenibili e, in parte, gestibili come se fossero soggetti male intenzionati che ce l’hanno con noi?

3. L’energia nucleare non è sicura e rappresenta un rischio inaudito per l’umanità e per la vita sulla terra. Come tutti stiamo sentendo in queste ore una centrale nucleare in Giappone è stata danneggiata seriamente e vi è il rischio della fusione di un reattore. In termini assoluti si tratta di una piccola percentuale di danni rispetto alle centrali colpite dal sisma e a quelle installate.

Però le conseguenze non si misurano in percentuali quando si tratta di nucleare. Le autorità giapponesi sono state costrette a far uscire vapore radioattivo per tentare di limitare effetti ancora più devastanti. In un raggio di oltre 10 km dalla centrale stanno evacuando circa 50 mila persone.

Ecco cosa succede quando c’è un incidente in una centrale nucleare. Se si fosse trattato di una centrale eolica o fotovoltaica al massimo cadevano a terra i pannelli solari o i piloni e si trattava di rialzarli (a meno che non ci fosse qualcuno sotto), ma finiva lì. Non c’è bisogno di tante parole per decidere che l’energia nucleare non deve proprio essere presa in considerazione se non come ultima risorsa per un’umanità alla disperata ricerca di energia e priva di alternative. Farla come prima scelta senza prima aver esaurito ogni altra possibile fonte sfiora la dissennatezza.

Claudio Lombardi

Il nucleare è per sempre, tanto vale affezionarsi (di Claudio Lombardi)

Si sa, la costruzione di una centrale nucleare non è cosa facile. Lunghi anni per progettarla, trovando, in primo luogo il sito più adatto; lunghi anni per costruirla, perché la sicurezza è, comunque, una priorità e la centrale custodisce un “cuore” di materiale radioattivo micidiale per gli esseri viventi e per l’ambiente.

Ma dopo, la centrale produce energia elettrica che non inquina e che costa poco. Per tanti anni. Durante i quali, si spera, non ci siano incidenti, sempre spiacevoli in qualunque installazione, ma, ovviamente, molto pericolosi quando si tratta di radioattività.

Lo sappiamo bene: la radioattività non si vede, ma gli effetti si sentono e durano così a lungo che possiamo anche scordarcene. Mille o diecimila anni, per noi, sono grandezze senza senso. Per la radioattività no, sono i tempi normali della sua vita attiva.

Purtroppo gli effetti sui viventi sono anche molto efficaci e rapidi. I nostri decenni di vita (ma anche meno) bastano tranquillamente per verificarlo.

Però, che meraviglia avere così tanta energia e pagarla poco. Vale la pena rischiare. Perché un rischio c’è sempre sia chiaro, mica siamo infallibili.

Vale la pena? Bè, certo, in mancanza di alternative…  Mica possiamo pagare troppo l’elettricità! Poi non avanzano i soldi per il resto. Quale resto? Mah…. La macchina nuova, per esempio. O altri vestiti, oppure tante altre cose, magari pure indispensabili.

Insomma, se l’elettricità costa troppo le industrie fanno pagare di più i loro prodotti ed è un problema, pagare di più la stessa cosa. Quanto? Anche il 10 o il 20 per cento. No, è cosa che non si può accettare.

La competizione, la globalizzazione ecc ecc……..  Saremmo messi fuori gioco rapidamente. Meglio rischiare. Ovviamente se non ci sono alternative per produrre elettricità a basso prezzo.

Pensa che bello se si potesse produrre elettricità dal sole o dal vento o, addirittura, dalle correnti marine. Sì, sarebbe una gran cosa se potessimo evitare i rischi dell’energia nucleare; varrebbe la pena fare qualunque sacrificio pur di avere un’alternativa che, tra l’altro, costerebbe ancor meno del nucleare dato che il combustibile sarebbe a disposizione senza limiti e senza costi. Anche le centrali per produrre energia sarebbero meno costose e, pensate un po’, ognuno potrebbe avere la sua piccola centrale perché sole e vento sono dovunque e sono di tutti.

Sì, però ci vorrebbe una tecnologia avanzatissima per produrre elettricità in questo modo. L’ideale sarebbe una struttura semplice semplice in grado di raccogliere l’energia termica del sole o quella del vento e trasformarla in elettricità. Una struttura leggera che, magari, si potrebbe mettere sui tetti delle case e, collegandola alla rete elettrica, cedere pure l’energia non utilizzata. Poi, in luoghi adatti, ci potrebbero essere impianti di grandi dimensioni in grado di produrre quanto una centrale nucleare. Ma non potrebbero esplodere e non ci sarebbe radioattività. E costerebbero pure molto meno e ci vorrebbe pochissimo tempo a costruirli.

Meraviglioso! Per non parlare di ipotetiche pale che, mosse dal vento, produrrebbero energia con l’unico costo dell’impianto che sarebbe pure economico e assolutamente sicuro (salvo il caso di crolli sulla testa di qualcuno) e riciclabile dato che sarebbe composto, in gran parte, di metalli.

Sì, sarebbe bello, ma è un sogno. Ancora non hanno inventato il modo di catturare l’energia solare e quella eolica e trasformarla in elettricità. Se lo avessero fatto chi sarebbe così folle da spendere somme colossali in centrali nucleari alimentate da un combustibile molto costoso e pericolosissimo con il rischio sempre presente di incidenti che potrebbero avere conseguenze catastrofiche e non rimediabili in alcun modo, con nessun mezzo attualmente conosciuto?

Se lo avessero fatto i governi si getterebbero su quelle che si possono definire, con termine ancora sconosciuto, energie rinnovabili, che sarebbero intrinsecamente inesauribili, pulite, economiche, sicurissime. In quel caso i governi farebbero di tutto per evitare l’energia nucleare rinviando ad un lontano futuro lo sfruttamento di una risorsa che ancora non può essere controllata con assoluta certezza.

Sì, ma, appunto, è un sogno perché il solare e l’eolico ancora non sono stati inventati e noi non abbiamo altra scelta che il nucleare. E pazienza se qualcuno ci rimette la vita e se ci costano un occhio della testa. Tanto siamo quasi sette miliardi sulla terra e poi se si spende molto si fa girare l’economia e in tanti possono guadagnarci.

Claudio Lombardi

Il decalogo da ricordare: 10 buoni motivi per opporsi al nucleare

Pubblicato un anno fa questo decalogo mantiene tutta la sua validità ancor più dopo la catastrofe di Fukushima e la decisione della Germania di uscire dal nucleare. Il Governo ha tentato una diversione facendo finta di abrogare la legge, ma ha fallito. Adesso è il momento di mettere la parola fine con il voto del 12-13 giugno e con una nuova politica energetica

1) Nucleare e petrolio – Le centrali nucleari producono solo energia elettrica, che è meno di 1/5 dei consumi energetici di ogni paese. La scelta del nucleare non riduce la dipendenza dal petrolio: la Francia produce il 78 % dell’energia elettrica dal nucleare, ma importa più petrolio di noi, ed ha i consumi di petrolio pro capite più alti d’Europa.

2) Il combustibile – Le riserve di uranio sono limitate: ai ritmi di consumo attuali si esaurirà in pochi decenni, ma se verranno costruite nuove centrali la sua disponibilità durerà ancora meno ed il prezzo aumenterà esponenzialmente. Inoltre il mercato dell’uranio è dominato da una lobby molto ristretta: sette società controllano l’85% dei giacimenti mondiali e quattro società forniscono il 95% dei servizi di arricchimento. Inoltre l’Italia non possiede Uranio e dipenderà completamente da altri paesi per il suo approvvigionamento.

3) I costi – Una valutazione realistica dei costi del nucleare deve tener conto non solo della costruzione delle centrali ma dell’intero ciclo di vita con particolare riguardo ai costi differiti dovuti al deposito delle scorie e allo smantellamento delle centrali di cui non si conosce ancora l’esatta incidenza. Considerati gli enormi costi di costruzione, le centrali nucleari non sono un affare per i privati a meno di ricevere ingenti sovvenzioni dallo stato, come conferma la recente decisione di Obama.
La costruzione del primo reattore EPR francese di nuova generazione in Finlandia (Olkiluoto) incontra grandissimi problemi, che hanno già causato rilevanti aumenti dei costi e dei tempi di costruzione. Nonostante ciò e senza che esista un’esperienza concreta del loro funzionamento (l’ente regolatore degli USA non lo ha neanche licenziato), l’ENEL vorrebbe ordinarne almeno 4!

4) Le emissioni di CO2 – Il processo di fissione del combustibile nel reattore non produce emissioni di CO2, che sono invece presenti in tutte le altre fasi: dall’estrazione e lavorazione dell’uranio, all’arricchimento (l’impianto di Paducah, nel Kentucky, utilizza due centrali a carbone da 1000MW), alla costruzione della centrale (che richiede enormi quantità di cemento e acciaio) fino alle fasi di stoccaggio delle scorie e di demolizione della centrale. Alla fase di estrazione sono associate le maggiori emissioni di CO2: basta pensare che per ottenere 1 Kg di uranio da un giacimento che ha un grado di concentrazione dello 0, 1% (la media mondiale è dello 0,15%) occorre estrarre e lavorare 1 tonnellata di minerale. Un calcolo rigoroso porta a concludere che l’intero ciclo nucleare comporta oggi emissioni minori rispetto al termoelettrico, ma che aumenteranno vertiginosamente quando si dovrà estrarre l’uranio da giacimenti più poveri. Non bisogna inoltre dimenticare che, poiché i 439 reattori in funzione coprono meno del 6% del consumo di energia mondiale, se anche si costruissero centinaia di nuovi reattori si avrebbe un contributo minimo all’abbattimento della CO2, a fronte di investimenti di migliaia di miliardi nei pochi anni nei quali è richiesta la riduzione della CO2, evidentemente incompatibili con la situazione finanziaria mondiale.

5) Sicurezza e salute – Si accumulano studi scientifici che dimostrano aumenti di leucemie infantili ed altre malattie nelle popolazioni che vivono attorno alle centrali nucleari. Segno evidente che rilasci radioattivi si verificano nel normale funzionamento dei reattori, anche se ufficialmente vengono sottaciuti. Questi si aggiungono ai rilasci inevitabili nei frequenti incidenti (spesso minimizzati o negati dalle autorità), sommandosi ad altri inquinanti e danneggiando gravemente la salute della popolazione: le malattie tumorali sono in aumento, anche l’Organizzazione Mondiale della Sanità denuncia un preoccupante incremento nella diffusione dei tumori a livello mondiale.
I reattori di terza generazione come l’EPR sono proposti come molto più sicuri, ma stanno emergendo inquietanti problemi di sicurezza, denunciati ufficialmente il 22 ottobre 2009 da tre Agenzie di Sicurezza europee, che hanno richiesto modifiche al sistema di controllo del reattore giudicandolo inadeguato a far fronte ad una situazione di emergenza. L’Autorità di Sicurezza Finlandese ha riscontrato ben 2.100 difformità nella costruzione del reattore EPR a Olkiluoto e ha bloccato i lavori.

6) Le scorie radioattive – Comprendono il combustibile esaurito e tutto ciò che è stato contaminato dalle radiazioni, cioè i materiali utilizzati per il funzionamento della centrale ed il reattore stesso, che a fine ciclo andrà smantellato. Nessun paese ha ancora trovato una soluzione sicura al problema delle scorie, che devono essere custodite per tempi che possono raggiungere le centinaia di migliaia di anni. Si sono sviluppati invece traffici illegali per lo smaltimento nei paesi del terzo mondo, con un criminale risparmio sui costi e conseguenze sanitarie ed ambientali facilmente prevedibili.
I pur limitati programmi nucleari dell’Italia hanno lasciato in eredità quattro centrali da smantellare, grandi quantità di fusti con scorie radioattive, provvisoriamente collocati all’interno delle centrali o inviati all’estero, con rilevanti spese per la custodia e gli affitti. Questa situazione costituisce un rischio permanente per l’ambiente e la salute. Nell’interesse generale sarebbe logico risolvere questi problemi, prima di prendere in considerazione la realizzazione di nuove centrali.

7) Nucleare civile e militare – La tecnologia nucleare è intrinsecamente dual-use: non è possibile separare le applicazioni civili da quelle militari. Tutti i paesi che hanno realizzato la bomba sono passati attraverso la costruzione di reattori nucleari. La Francia ha un potente arsenale nucleare, che ha assorbito i costi dei programmi civili. La diffusione nel mondo di programmi nucleari aumenterà indubbiamente i rischi di proliferazione militare.

8) L’Italia ha bisogno delle centrali nucleari? – Non è vero che l’Italia è costretta ad importare energia elettrica dalla Francia: la potenza elettrica installata in Italia era nel 2008 di 98.625 MW, a fronte di un picco di domanda di 55.292 (il massimo storico era stato raggiunto nel 2007 con 56.822 MW), dando luogo alla maggiore eccedenza tra tutti i paesi europei. Ma il nostro sistema elettrico è diventato sempre più inefficiente con le privatizzazioni, e non verrebbe certamente migliorato dall’investimento in centrali elettronucleari. La Francia “svende” energia elettrica nelle ore di calo della domanda, perché il sistema nucleare è rigido e non si adatta alle variazioni di carico; in compenso, in momenti di picchi eccezionali di domanda è costretta ad importare energia elettrica, a caro prezzo, dai paesi confinanti.

9) Ridurremmo la dipendenza dal petrolio? – La dipendenza energetica italiana ha ben altre cause. Importiamo quasi tutto il petrolio, che viene utilizzato, con grandi sprechi, in usi in cui non è sostituibile dal nucleare: circa un terzo, per un sistema dei trasporti totalmente sbilanciato sul trasporto su gomma e privato, buona parte per il riscaldamento di edifici costruiti senza isolamento termico, e altre importanti quote per attività produttive energivore, che producono male e in modo inefficiente.

10) Trasparenza, efficienza, democrazia nei lavori – La costruzione di centrali nucleari muove quantità enormi di capitali, in gran parte pubblici, ed un loro corretto utilizzo prevederebbe l’esistenza di un sistema economico e politico di gestione degli stessi assolutamente trasparente. Sappiamo bene che così non è e quanto sia frequente che intermediari senza scrupoli, (quando non addirittura la criminalità organizzata), si inseriscano nell’attribuzione degli appalti in maniera illecita. Infine, con l’entrata in vigore della Legge Sviluppo (luglio 2009), lo Stato potrà avvalersi dei poteri sostitutivi nei confronti delle Regioni in materia di energia (aspetto per cui molte Regioni hanno fatto ricorso), equiparando di fatto i siti scelti per le centrali alle aree militari d’interesse strategico. Con grave detrimento dei principi di partecipazione democratica nella condivisione delle localizzazioni.

a cura del COORDINAMENTO TOSCANO per il NO al NUCLEARE:

Ambiente e Lavoro Toscana – Cittadinanzattiva Toscana – Forum Ambientalista – Greenpeace – International Society of Doctors for the Environment – Italia Nostra Toscana – Legambiente Toscana – Rete dei Comitati per la Difesa del Territorio – WWF Toscana

Nucleare: ma se io avessi previsto tutto questo..(di Alberto Biancardi)

Va be’, lo ammetto che mi son sbagliato…

In effetti, sono uno di quegli ex ventenni che nel 1987 votarono contro il nucleare. Ora, sono passati molti anni. La situazione è cambiata. Sarà l’età, sarà Kyoto, ma devo ammettere che la mia decisione è stata un po’ leggerina. Qualche dubbio mi rimane, però. Cercando di essere il meno presuntuoso possibile. In una materia del genere, la scommessa è implicita e nessuno può dichiarare di disporre della Soluzione.

Appunto. Allora, abbiamo peccato di ideologia. I ventenni degli anni ’80, ma anche i trentenni, i quarantenni e così via pensavano di averla ben chiara in testa, questa Soluzione. Il risultato è stato modesto, sotto il profilo della competitività del nostro sistema elettrico. Non so se sono davvero 65 miliardi di euro i costi che hanno gravato sulla nostra bolletta energetica a causa della decisione di uscire dal nucleare (dato dichiarato dal ministro Scajola un paio di mesi fa), però non sembra un caso che i Paesi che usano questa tecnologia abbiano prezzi dell’energia elettrica inferiori ai nostri.

Ora, con l’incombere delle preoccupazioni sui cambiamenti climatici, anche un ambientalista convinto può dichiarare che il nucleare è l’opzione su cui puntare. In effetti ce n’è più di uno e non solo in Italia.

Faith Birol, presidente dell’Agenzia Internazionale dell’Energia, che non è ambientalista, ma non può nemmeno essere tacciato di fanatismo pro nucleare, nel presentare il World Energy Outlook a fine 2009 non ha lasciato dubbi. Per scostarsi da quello che ha definito il Reference Scenario, il nucleare è un pilastro essenziale. Questo scenario rischia di essere terribile. È molto simile a quello descritto qualche anno fa dalla famosa Stern Review (un lavoro molto dettagliato finanziato dal governo britannico e redatto da un gruppo di esperti guidati da Nicholas Stern). Si tratta di un incremento della temperatura terreste di 6° C entro il 2030, con mutamenti climatici irreversibili.

Tutto ok, dunque? Sotto un certo profilo, la risposta sembra positiva, almeno per la sua chiarezza (non per l’ottimismo). Le cose sembrano di nuovo allineate. Inoltre, se investo nel nucleare, faccio bene all’ambiente ma anche al mio portafoglio. Questo perché dal nucleare si ottiene energia senza emissioni di CO2 e a costi inferiori a quelli attuali.

Come dire, industriali ed (ex)ambientalisti tutti in fila verso un percorso individuato con ritardo ma chiaro. Quattro o cinque centrali nucleari, un’agenzia, ecc. Il che, tutto sommato, sarebbe il frutto di una decisione analoga a quella di altri Paesi. Fra tutti, il Regno Unito: centrali per 12.000 MW con l’entrata in funzione del primo impianto forse già dal 2018.

Io, però, mi permetto di avanzare qualche dubbio. Non tanto sulla sicurezza della tecnologia, un campo che va al di là delle mie competenze. Bensì sull’economicità della scelta, naturalmente se vista nel contesto del sistema energetico italiano. Purtroppo, dico subito che i numeri che porterò a sostegno dei miei dubbi sono incompleti. Necessiterebbero di un approfondimento che va oltre i limiti di questa analisi.

Espongo il mio ragionamento. Anche ammesso di identificare siti adatti per l’accoglimento di un numero minimo di impianti – diciamo per 10.000 MW – necessari per poter parlare di rientro nel nucleare e di lotta alle emissioni CO2, e anche ammesso di aver identificato un sito per lo stoccaggio delle scorie, nonché aver ottenuto il consenso dei cittadini, i parametri economici dell’operazione non mi appaiono chiari.

Il nucleare è conveniente se gli impianti vengono realizzati con rapidità, pena un incremento dei costi finanziari. Si tenga conto che ciascuno dei quattro – cinque impianti previsti costerebbe oltre 5 miliardi di euro e che questi costi non tengono conto dei costi di smantellamento. In caso di ritardi di una certa entità, la via di produrre energia elettrica da gas potrebbe risultare più conveniente. Ma anche qui voglio adottare un atteggiamento del tutto positivo verso il nucleare. Ipotizziamo che gli impianti vengano realizzati senza ritardi.

Tuttavia, pur in questa ipotesi mi resta un dubbio, su cui non ho visto una sufficiente attenzione. E, voglio dirlo il più chiaramente possibile, è proprio dallo scioglimento di questo dubbio che dovrebbe discendere la decisione se avviare nuove centrali nucleari. Una decisione positiva aprioristica rischia di essere ideologica quanto quella del 1987.

Infatti, noi arriveremmo al nucleare – diciamo da qui a una decina d’anni – con un sistema elettrico caratterizzato da almeno due condizioni. La prima riguarda la domanda: i consumi dovrebbero mantenersi sui livelli attuali, o per meglio dire, del periodo precedente alla crisi economica (attorno a 340 TWh/a). In caso contrario, intendo in presenza di sensibili incrementi dei consumi, vorrebbe dire che non saremmo comunque stati in grado di raggiungere gli obiettivi di riduzione delle emissioni di CO2. Il che vuol dire che anche il punto minimo dei consumi di energia elettrica non dovrebbe scostarsi di molto dal livello attuale, pari a 32.000 MW. La seconda caratteristica riguarda l’offerta. L’Italia ha quasi ultimato un ampio processo di rinnovamento del parco impianti, che oggi è uno dei più efficienti al mondo. Inoltre, ha in atto un processo di una certa dinamica nella costruzione di nuova capacità di produzione da fonti rinnovabili.

Cosa intendo dire? Semplicemente che i nuovi impianti nucleari rischierebbero di spiazzare una buona parte delle unità oggi in funzione (basandosi anche su una probabile priorità di dispacciamento riconosciuta al nucleare). Questo sia nel picco dei consumi, ma anche nella base.

Questo spiazzamento avrebbe a sua volta come effetto di far rimanere poche ore nella giornata per le centrali a gas, nonché per gli altri impianti, per recuperare gli investimenti effettuati. In sostanza, i prezzi nelle ore piene dovrebbero incrementare a sufficienza per consentire il rientro dei capitali investiti negli impianti a ciclo combinato, ecc.

Si tenga conto che un impianto a energia nucleare, come si dice in gergo tecnico, non è modulabile e, dunque, la sua capacità produttiva è utilizzata deve essere utilizzata con continuità per anni e anni. Come dire che, una volta costruito, un impianto nucleare va fatto operare praticamente a pieno regime per periodi molto prolungati.

Tornando all’effetto spiazzamento, nel caso i prezzi delle ore piene non fossero sufficienti a remunerare i cicli combinati già costruiti, vi sarebbe l’alternativa – che oggi può apparire poco più di una battuta, ma che rischia di diventare tema ben più serio – di iniziare a vedere qualche produttore di energia chiedere il recupero in tariffa degli stranded cost legati all’entrata nel nucleare. È cosa ben nota che stiamo ancora pagando i costi per l’uscita del 1987.

Che dire? Servirebbe un confronto aperto su queste previsioni. In assenza di ciò, non mi sembra che i dubbi sull’economicità del nucleare siano fugati. L’allineamento fra ambiente e portafoglio rischia di saltare ed è meglio di saperlo per tempo.

Nel caso, tutto da verificare, di economicità modesta dell’opzione nucleare, il discorso si chiuderebbe come nella canzone di Guccini, che, vorrei ricordare, termina proprio con un bel: ma se io avessi previsto tutto questo, dati causa e pretesto, forse farei lo stesso…

Alberto Biancardi economista