La favola ambientalista di Greta Thunberg

Bisogna riconoscere che, da quando è comparsa sulla scena europea Greta Thunberg, i temi dell’ambiente e del clima hanno di nuovo attirato l’attenzione dell’opinione pubblica. Inutile negarlo: viviamo anche di simboli e milioni di giovani si sono identificati con la ragazza dal viso imbronciato e dalle lunghe trecce che dall’agosto dell’anno scorso si è votata alla causa della salvezza del pianeta. Nulla da eccepire: l’entusiasmo dei giovani è necessario per qualunque cambiamento e l’aspirazione a vivere in un ambiente più salubre è assolutamente legittima.

Tuttavia si possono riconoscere i meriti di questo nuovo movimento senza per forza accettare tutte le semplificazioni e agli allarmismi che rappresenta.

Greta ripete sempre che non c’è più tempo e lancia la sfida di un cambiamento radicale da realizzare entro il 2030. Al primo posto mette l’eliminazione dei combustibili fossili dalla generazione di energia.

Possiamo veramente farlo e in tempi così brevi? Sembra proprio di no. Non possiamo eliminare i combustibili fossili. È una delle drammatizzazioni che vengono utilizzate per richiamare l’attenzione e per non mollare la presa su temi considerati cruciali. C’è un rischio però: che il discorso ambientalista si radicalizzi e non trovi sbocchi concreti. Infatti, secondo le previsioni più accreditate, nel 2040 la produzione di energia mondiale verrà ancora al 74% dai fossili. Inoltre la domanda petrolifera mondiale ha superato il record dei 100 milioni di barili/giorno. Perché? Perché non ci sono alternative valide. Le mitiche energie rinnovabili sono previste in aumento, ma: l’idroelettrico fornirà il 7% dell’energia nei prossimi trent’anni; il nucleare resterà fermo al 4-5% (per volontà politica e non per impossibilità tecnica); le altre fonti rinnovabili passeranno dal 4 al 14 per cento, ma solo perché incentivate dagli stati. Eolico e solare per ora non sono fonti che possono sostituire i combustibili fossili perché intermittenti e quindi inaffidabili dato che l’energia prodotta non si può accumulare.

È quindi evidente che battere e ribattere sul tasto del catastrofismo (“siamo in emergenza” come ripete continuamente Greta) non serve ad offrire soluzioni praticabili (il “fate qualcosa” che torna in tutti gli interventi di Greta). La sostanza del messaggio del nuovo movimento ambientalista consiste in un allarme e nella richiesta accorata di un generico intervento rivolta ai governi. I quali sono ben contenti di assecondare il movimento e dare risalto al simbolo-Greta perché sanno che è in gioco il consenso di milioni di giovani. È proprio il caso di dire che in questo clima chi propone un’evoluzione graduale, che poi è l’unica praticabile, viene visto quasi come un sabotatore.

La realtà, come sempre, è meno entusiasmante e più difficile degli slanci ideali. E la realtà è fatta di decisioni politiche che producono effetti concreti. Seguire la strada del radicalismo ambientalista non porta da nessuna parte.

Infatti, l’esperienza di governo del M5s dimostra quanta distanza ci sia tra i proclami e i problemi concreti. Erano partiti con l’utopia della decrescita, ma la conquista del potere non li ha aiutati a realizzarla bensì ad abbandonarla.

Prendiamo il caso della Tav. Spostare dalla gomma al ferro il trasporto delle merci è sempre stato uno dei principi cardine dell’ambientalismo. Per farlo, però, bisogna che ci siano le ferrovie e che superino gli ostacoli naturali. Invece il M5s si è incastrato nel movimento NO TAV che più che ambientalista è antagonista.

Altro caso di radicalismo pseudo ambientalista è quello della cosiddetta ecotassa sui veicoli benzina o diesel posta come contraltare all’incentivo riservato ai veicoli ad alimentazione ibrida ed elettrica. Per ora l’effetto è stato quello di disincentivare la sostituzione delle auto più vecchie e inquinanti e di colpire la produzione nazionale di veicoli.

L’opposizione dei 5 stelle agli inceneritori sta bloccando in mezza Italia il ciclo dei rifiuti. Blocco anche per la ricerca e lo sfruttamento degli idrocarburi in mare sulla base di un’ipotetico danno all’ecosistema marino e al paesaggio. Così l’Italia è condannata a rinunciare ad una risorsa naturale e a continuare con le importazioni di petrolio e gas.

Quale è il succo del ragionamento? Messo di fronte alla concretezza delle decisioni da assumere l’ambientalismo radicale si rifugia regolarmente nella recitazione dei mantra che lo caratterizzano cioè in affermazioni idealistiche incapaci di portare a risultati positivi e intanto blocca tutto e lotta contro tutto. Cioè aggrava i problemi invece di risolverli.

Ricorda Alberto Brambilla in un recente articolo sul Foglio che negli anni Settanta è avvenuto il distacco tra l’energia e l’economia: si iniziò a pensare che l’ambiente fosse una variabile indipendente dallo sviluppo e anzi proprio lo sviluppo capitalistico, che accompagnava la crescita del benessere e della popolazione, dovesse essere rallentato insieme all’aumento demografico occidentale. Questa impostazione portò ad identificare l’uomo quasi come un parassita del mondo che andava frenato con la crescita zero. Natura e pianeta sono stati soggettivizzati (difendiamo la natura, proteggiamo il pianeta terra) quando si tratta di mere realtà oggettive. La verità è che l’umanità deve proteggere se stessa in un contesto di impetuosa crescita demografica che mette sotto stress le risorse naturali. La strada di un’economia sostenibile che risparmi materie prime e ricicli il più possibile è obbligatoria, ma non discende da vacue aspirazioni di salvezza della Terra. L’alternativa è lo scontro per conquistare migliori condizioni di vita.

Oggi possiamo evitare la guerra perché possediamo le conoscenze per affrontare razionalmente i problemi della vita dell’umanità e non abbiamo nessun bisogno di ricorrere alle favole, alla magia e alle superstizioni in alternativa alla scienza e alla tecnica. Cerchiamo dunque di vedere le cose per quello che sono e di affrontarle con realismo e con concretezza. La simpatica Greta lo apprezzerà

Claudio Lombardi

L’irrilevanza del referendum del 17 aprile

Viviamo in un mondo costruito intorno alla generazione di energia tramite combustione di idrocarburi. La cosa non è più sostenibile per tutta una serie di considerazioni; non ultima, l’esaurimento delle risorse disponibili nei giacimenti. Industria, trasporti, riscaldamento, oltre alla generazione d’energia, dipendono in modo altrettanto massiccio dagli idrocarburi. Si tratta di cambiare alla radice l’intero mondo che conosciamo, modificando anche i nostri stili di vita. Dobbiamo passare a un modello di sviluppo che ancora non abbiamo definito bene nei dettagli, perché ci mancano perfino alcune conoscenze tecniche e scientifiche indispensabili. E dobbiamo farlo assolutamente per gradi, perché i traumi e le crisi possono sconvolgere i nostri equilibri.

gas metanoChiudere adesso i rubinetti del gas metano perché è un idrocarburo e quella parola evoca immagini di pellicani ricoperti di petrolio, è semplicemente una fesseria ideologica e propagandistica.
Ma meno male che esiste il gas metano; che ci permetterà di passare gradualmente dal petrolio ad altre fonti pochissimo inquinanti senza spendere una follia e senza rovinare l’ambiente!
E, per essere chiari: per parecchi decenni sarà ancora indispensabile anche il petrolio. Anche nell’ambito di una strategia decisa e convinta per abbandonarlo. Inutile farsi illusioni miracolistiche. Pensate solo a quanto tempo occorrerebbe per convertire i riscaldamenti domestici di una sola grande città, dal gasolio e dal metano a un eventuale sistema elettrico (dal rendimento inferiore, ma già oggi tecnicamente possibile). E poi al momento, le fonti energetiche alternative non sono in grado di fare funzionare i trasporti: né su gomma, né su rotaia, né via mare, e tanto meno per via aerea. Persino i treni, per essere efficaci ed efficienti, possono funzionare solo ad alta tensione fornita da grosse centrali (e con che cosa le facciamo funzionare, le centrali?); le navi possono teoricamente andare a vela che, per quanto avanzata la possiamo immaginare, imporrebbe una drastica riduzione delle velocità commerciali e della capacità di carico (e addio celle frigorifere…). Insomma, fare campagna oggi contro il petrolio per ottenerne una forte e immediata riduzione produttiva e di utilizzo significa semplicemente ridurre la disponibilità di energia del paese. Né più, né meno.

energie alternativeMa farla contro il gas metano non significa solo ridurre la disponibilità di energia del paese: significa anche allontanare o rendere impossibile la transizione dagli idrocarburi alle fonti energetiche meno inquinanti; transizione che non può fare a meno del metano.
Ora, vorrei che fosse chiaro: senza energia nucleare, senza carbone e senza metano, l’esaurimento degli idrocarburi liquidi o solidi o la rinuncia al loro utilizzo farebbe ripiombare la disponibilità energetica mondiale ai livelli del XVIII secolo; ma con una popolazione moltiplicatasi molte volte. Torneremmo ai mulini ad acqua e a vento con la tecnologia di allora. Utilizzeremmo quantitativi spropositati di legname, depauperando ulteriormente le foreste. Ci ridurremmo a un’economia a km. 0 obbligata e le popolazioni di intere regioni morirebbero di fame. Sarebbe un salasso mostruoso per l’umanità. Questo per fare gli ambientalisti duri e puri ovviamente.

petrolio riduzione consumiDunque avremo bisogno di più metano – e non di meno metano – per compensare la riduzione del petrolio che ci siamo opportunamente imposta e per soddisfare il fabbisogno energetico con una soluzione pro-tempore durante la fase di crescita delle fonti energetiche rinnovabili. Questo perché il metano è parecchio meno inquinante del petrolio ed è molto facile da usare. Tagliare anche il metano e già da subito (che poi è ciò che auspicano i promotori del referendum sia pure dilazionato nell’arco di un decennio) mi sembra assolutamente folle.

Anche perché non è che le fonti rinnovabili siano esenti da problemi: l’idroelettrico è devastante per l’ambiente (operazioni di sterro e sbancamento per la costruzione della diga, con possibile emersione di amianto e rovina paesaggistica; sommersione di intere vallate e mutamenti del microclima locale con l’invaso); l’eolico è fortemente avversato perché rovina il paesaggio; il solare è molto costoso, sottrae superficie alle terre emerse e la produzione dei pannelli fotovoltaici produce scarti inquinanti.

Perciò certe uscite estemporanee come l’attuale referendum mi sembrano assolutamente velleitarie e – al più – propagandistiche. Come, d’altra parte, taluni dei promotori più onesti ammettono (“Il referendum vuole essere un segnale“). A me i segnali stanno bene; quando non coinvolgono l’economia del paese e qualche migliaio di posti di lavoro

referendum 17 aprileNon si tratta di promuovere o contrastare il ricorso alle fonti energetiche alternative, visto che sarà comunque obbligatorio, che lo vogliamo o no. Si tratta di discutere del modo per arrivarci. E in quest’ambito, si tratta di discutere del referendum al quale siamo chiamati a dare una risposta e del suo reale significato. Che non è “volete il ricorso alle fonti energetiche alternative o volete impiastricciarvi di petrolio da qui all’eternità?”, ma più semplicemente “volete che l’estrazione di gas e petrolio dai giacimenti marini entro le 12 miglia dalla costa prosegua fino ad esaurimento o volete interromperla prima?”.

Che le fonti fossili debbano essere abbandonate in un futuro che non possiamo adesso definire è inevitabile, ma ciò implica una transizione che questo referendum non aiuta a compiere

Pino Modola

Cosa ci dice il Giappone (di Claudio Lombardi)

Nel disastro che ha colpito il Giappone tre cose si capiscono con chiarezza.

1. La natura è forte, le catastrofi possono avvenire e colpire gli esseri umani. È sempre pericoloso sottovalutarle o pensare che capiterà a qualcun altro o “chissà fra quanto tempo e noi intanto pensiamo ad altro”.

2. La prevenzione è possibile ed indispensabile per limitare le vittime e i danni. Il terremoto che ha colpito il Giappone è uno dei più violenti nella storia conosciuta dell’umanità e il più forte in quell’area del mondo. Eppure le distruzioni di cui vediamo in queste ore le immagini sono state quasi tutte causate dallo tsunami perché in Giappone da molti anni la prevenzione è una cosa seria e gli edifici e le infrastrutture sono costruite con criteri antisismici. Se non fosse stato così, adesso, le vittime si conterebbero a decine di migliaia e, forse, anche di più. Alla prevenzione è stata accompagnata un’opera di informazione e di addestramento ai terremoti che ha permesso ai giapponesi di reagire, per quanto possibile, in modo da limitare i danni.

Fare sul serio è, quindi, indispensabile se si vogliono affrontare le catastrofi come un evento naturale possibile con il quale siamo costretti a convivere.

La differenza con quanto accaduto in Italia nemmeno due anni fa a L’Aquila è impressionante e ci mostra l’incoscienza, l’arretratezza culturale e la colpevolezza dei comportamenti di chi, avendo il potere, ha sempre evitato di affrontare sul serio il rischio terremoti. Persino le semplici frane non siamo stati capaci di affrontare e di prevenire; in molti casi le abbiamo determinate e favorite con una gestione del territorio dissennata che ha spianato la strada a conseguenze tragiche di eventi naturali persino banali come sono un periodo di forti piogge o l’ingrossamento di fiumi e torrenti.

Le costruzioni e le opere civili sono state quasi sempre contrassegnate dal disinteresse non solo per gli interessi generali, ma anche per quello delle stesse persone che hanno accettato di abitare in edifici palesemente inadeguati e pericolosi.

Come ha dimostrato il terremoto in Abruzzo persino in ospedali e scuole non sono state rispettate elementari regole di prevenzione antisismica. Ogni anno le rilevazioni sulla sicurezza degli edifici scolastici, in primis quella condotta da Cittadinanzattiva, ci dicono che i bambini e i giovani studenti italiani corrono seri rischi perché “abitano” per molte ore al giorno, insieme con gli insegnanti e il personale amministrativo, in scuole pericolose.

Ogni anno si ripropone il problema e ogni anno si interviene solo su una piccola parte delle scuole perché, si dice, mancano i soldi.

No, non sono i soldi che mancano, come si capisce benissimo quando scoppiano gli scandali sulle varie cricche che derubano lo Stato che i soldi riescono sempre a trovarli o come si capisce dalle somme colossali gettate al vento facendo finta di affrontare “terribili” emergenze come da 14 anni succede in Campania con lo smaltimento dei rifiuti.

Quale maledizione pesa sugli italiani che continuano ad accettare come fatalità governi disonesti e politici corrotti e collusi con la criminalità organizzata e inveiscono contro fenomeni naturali prevenibili e, in parte, gestibili come se fossero soggetti male intenzionati che ce l’hanno con noi?

3. L’energia nucleare non è sicura e rappresenta un rischio inaudito per l’umanità e per la vita sulla terra. Come tutti stiamo sentendo in queste ore una centrale nucleare in Giappone è stata danneggiata seriamente e vi è il rischio della fusione di un reattore. In termini assoluti si tratta di una piccola percentuale di danni rispetto alle centrali colpite dal sisma e a quelle installate.

Però le conseguenze non si misurano in percentuali quando si tratta di nucleare. Le autorità giapponesi sono state costrette a far uscire vapore radioattivo per tentare di limitare effetti ancora più devastanti. In un raggio di oltre 10 km dalla centrale stanno evacuando circa 50 mila persone.

Ecco cosa succede quando c’è un incidente in una centrale nucleare. Se si fosse trattato di una centrale eolica o fotovoltaica al massimo cadevano a terra i pannelli solari o i piloni e si trattava di rialzarli (a meno che non ci fosse qualcuno sotto), ma finiva lì. Non c’è bisogno di tante parole per decidere che l’energia nucleare non deve proprio essere presa in considerazione se non come ultima risorsa per un’umanità alla disperata ricerca di energia e priva di alternative. Farla come prima scelta senza prima aver esaurito ogni altra possibile fonte sfiora la dissennatezza.

Claudio Lombardi

Il nucleare è per sempre, tanto vale affezionarsi (di Claudio Lombardi)

Si sa, la costruzione di una centrale nucleare non è cosa facile. Lunghi anni per progettarla, trovando, in primo luogo il sito più adatto; lunghi anni per costruirla, perché la sicurezza è, comunque, una priorità e la centrale custodisce un “cuore” di materiale radioattivo micidiale per gli esseri viventi e per l’ambiente.

Ma dopo, la centrale produce energia elettrica che non inquina e che costa poco. Per tanti anni. Durante i quali, si spera, non ci siano incidenti, sempre spiacevoli in qualunque installazione, ma, ovviamente, molto pericolosi quando si tratta di radioattività.

Lo sappiamo bene: la radioattività non si vede, ma gli effetti si sentono e durano così a lungo che possiamo anche scordarcene. Mille o diecimila anni, per noi, sono grandezze senza senso. Per la radioattività no, sono i tempi normali della sua vita attiva.

Purtroppo gli effetti sui viventi sono anche molto efficaci e rapidi. I nostri decenni di vita (ma anche meno) bastano tranquillamente per verificarlo.

Però, che meraviglia avere così tanta energia e pagarla poco. Vale la pena rischiare. Perché un rischio c’è sempre sia chiaro, mica siamo infallibili.

Vale la pena? Bè, certo, in mancanza di alternative…  Mica possiamo pagare troppo l’elettricità! Poi non avanzano i soldi per il resto. Quale resto? Mah…. La macchina nuova, per esempio. O altri vestiti, oppure tante altre cose, magari pure indispensabili.

Insomma, se l’elettricità costa troppo le industrie fanno pagare di più i loro prodotti ed è un problema, pagare di più la stessa cosa. Quanto? Anche il 10 o il 20 per cento. No, è cosa che non si può accettare.

La competizione, la globalizzazione ecc ecc……..  Saremmo messi fuori gioco rapidamente. Meglio rischiare. Ovviamente se non ci sono alternative per produrre elettricità a basso prezzo.

Pensa che bello se si potesse produrre elettricità dal sole o dal vento o, addirittura, dalle correnti marine. Sì, sarebbe una gran cosa se potessimo evitare i rischi dell’energia nucleare; varrebbe la pena fare qualunque sacrificio pur di avere un’alternativa che, tra l’altro, costerebbe ancor meno del nucleare dato che il combustibile sarebbe a disposizione senza limiti e senza costi. Anche le centrali per produrre energia sarebbero meno costose e, pensate un po’, ognuno potrebbe avere la sua piccola centrale perché sole e vento sono dovunque e sono di tutti.

Sì, però ci vorrebbe una tecnologia avanzatissima per produrre elettricità in questo modo. L’ideale sarebbe una struttura semplice semplice in grado di raccogliere l’energia termica del sole o quella del vento e trasformarla in elettricità. Una struttura leggera che, magari, si potrebbe mettere sui tetti delle case e, collegandola alla rete elettrica, cedere pure l’energia non utilizzata. Poi, in luoghi adatti, ci potrebbero essere impianti di grandi dimensioni in grado di produrre quanto una centrale nucleare. Ma non potrebbero esplodere e non ci sarebbe radioattività. E costerebbero pure molto meno e ci vorrebbe pochissimo tempo a costruirli.

Meraviglioso! Per non parlare di ipotetiche pale che, mosse dal vento, produrrebbero energia con l’unico costo dell’impianto che sarebbe pure economico e assolutamente sicuro (salvo il caso di crolli sulla testa di qualcuno) e riciclabile dato che sarebbe composto, in gran parte, di metalli.

Sì, sarebbe bello, ma è un sogno. Ancora non hanno inventato il modo di catturare l’energia solare e quella eolica e trasformarla in elettricità. Se lo avessero fatto chi sarebbe così folle da spendere somme colossali in centrali nucleari alimentate da un combustibile molto costoso e pericolosissimo con il rischio sempre presente di incidenti che potrebbero avere conseguenze catastrofiche e non rimediabili in alcun modo, con nessun mezzo attualmente conosciuto?

Se lo avessero fatto i governi si getterebbero su quelle che si possono definire, con termine ancora sconosciuto, energie rinnovabili, che sarebbero intrinsecamente inesauribili, pulite, economiche, sicurissime. In quel caso i governi farebbero di tutto per evitare l’energia nucleare rinviando ad un lontano futuro lo sfruttamento di una risorsa che ancora non può essere controllata con assoluta certezza.

Sì, ma, appunto, è un sogno perché il solare e l’eolico ancora non sono stati inventati e noi non abbiamo altra scelta che il nucleare. E pazienza se qualcuno ci rimette la vita e se ci costano un occhio della testa. Tanto siamo quasi sette miliardi sulla terra e poi se si spende molto si fa girare l’economia e in tanti possono guadagnarci.

Claudio Lombardi

Energia rinnovabile sì, ma senza distruggere il territorio: il caso di Scansano (di Maria Platter)

Negli ultimi mesi si è verificata nella Provincia di Grosseto, “Distretto rurale d’Europa”, una corsa alla richiesta d’installazione di centrali fotovoltaiche di grandi dimensioni anche su colline coltivate e abitate, ricche di vigneti, uliveti e antichi poderi ristrutturati come strutture ricettive al turismo.

Questa scelta, poiché non ammessa in queste forme nei Piani Territoriali esistenti, deve comportare un cambiamento di destinazione d’uso da “agricolo” a “industriale” dei terreni interessati, che verranno venduti o ceduti, tutti o in parte, a grandi società industriali che vi costruiranno le centrali.

In molti Comuni della Maremma, come Manciano, si stanno studiando i luoghi dove installare i pannelli fotovoltaici ma in altri, come Scansano, si sta già procedendo ad attuare i cambiamenti al Piano Strutturale, cambiamenti necessari per avviare le costruzioni delle centrali.

Solo per fare un esempio: sul territorio di Manciano (7.600 ab.) vi sono richieste di trasformazione di terreno agricolo da rendere industriale per circa 1000 ettari e su quello di Scansano (4.383 ab. ) richieste per circa 460 ettari.

E proprio a Scansano il Consiglio Comunale ha approvato con delibera 36 del 20/8/2010, l’”avvio del procedimento di variante … per realizzazione di centrali fotovoltaiche nel territorio rurale”.

Con tale decisione l’Amministrazione Comunale destina 460 ettari  alla conversione industriale.

In particolare 89 di questi ettari, in località Preselle, sono concentrati in un unico appezzamento per costruire la più grande centrale fotovoltaica d’Italia (più grande anche di quella di Montalto di Castro) in una zona collinare tra le più belle del territorio ‘scansanese’ tra uliveti IGP e vigneti di Morellino.

La costruzione di questa grandissima centrale fotovoltaica, proprio perché prevista in zona collinare, presuppone notevolissimi lavori di sbancamento terra, nuove strade di servizio oltre, necessariamente, alla connessione in rete alla lontanissima centrale Enel tramite piloni di grandi dimensioni, che dovranno attraversare altre bellissime colline e poggi per svariati chilometri.

E’ da notare che le decisioni del Consiglio Comunale di Scansano, di cui sopra, sono state assunte senza aver prima avviato alcuna discussione pubblica, prevista anche da una legge regionale toscana (n.69 del 27/12/2007), e tanto meno sono stati informati i cittadini residenti nella zona più colpita dal cambiamento strutturale che ne hanno avuto notizia solo dalla pubblicazione della Delibera Comunale.

E’ davvero difficile per cittadine/i come me, che con convinzione e impegno personale ritengono utile e necessario l’impiego delle ‘energie rinnovabili’, comprendere la decisione presa dal Consiglio Comunale di Scansano di svalutare il nostro prezioso territorio cambiando la destinazione d’uso da agricolo a industriale, per costruire centrali fotovoltaiche su una così vasta estensione di terreni collinari.

Una politica di energie rinnovabili e di sostegno all’agricoltura non può e non deve prescindere dal rispetto del territorio e dei suoi abitanti: qui non si tratta, infatti, di trasformare a ‘industriali’ terreni incolti, abbandonati, degradati, contaminati, disabitati… bensì colline e poggi, tra i più belli della Maremma, tuttora abitati e coltivati da chi ci abita e li mantiene con il suo lavoro.

In tal modo lo scempio ambientale che verrebbe perpetrato ai danni del nostro territorio sarebbe senza precedenti, rendendolo irriconoscibile e invivibile.

Per non parlare di tutte le infrastrutture che sarebbero necessarie per convertire e connettere in rete l’energia prodotta dai pannelli e senza contare che alcune zone più ‘invase’ di altre dalle centrali fotovoltaiche sarebbero ben presto disabitate perché non più appetibili neanche per viverci.

E così finirebbe anche il ruolo di tutela della qualità dell’ambiente e del paesaggio come equilibrio tra le attività umane e la trasformazione delle risorse essenziali che si è assunta l’agricoltura negli ultimi decenni dopo l’abbandono delle campagne degli anni del boom economico fondato sull’industria manifatturiera.

Invece di dare spazio ad enormi impianti fotovoltaici sarebbe più utile che ogni azienda agricola, grande e piccola, invece di essere costretta a vendere la terra, fosse facilitata nell’installazione di propri impianti fotovoltaici di dimensioni sufficienti ai propri bisogni, ma anche in grado di riversare nella rete le eccedenze di energia prodotta. La stessa cosa si potrebbe fare mettendo pannelli sui tetti delle nostre case e sugli edifici pubblici seguendo una strategia di diffusione capillare di microimpianti connessi in rete.           Si produrrebbe lo stesso tanta energia pulita e non si avrebbero le complicazioni di impianti di grandi dimensioni su enormi estensioni di terreno. Rimarrebbero sia l’agricoltura che il turismo.

Credo che l’informazione, la discussione, il confronto, la condivisione, il rispetto delle regole e delle persone siano premesse indispensabili per fare ciò. E anche per dimostrare davvero che la partecipazione democratica è un principio fondante della nostra politica toscana.

Mi auguro, pertanto, che il Sindaco e i Consiglieri Comunali, col supporto della Provincia e della Regione, presa visione dei contributi pervenuti dai cittadini e avviata finalmente una limpida discussione pubblica, possano decidere di non adottare il provvedimento avviato, in quanto pericoloso sia per l’equilibrio del territorio che per la stabilità sociale.

 Maria Platter Cittadinanzattiva Toscana

elezioni finite, ora si deve lavorare sul serio (di claudio lombardi)

Le elezioni si sono concluse, i commenti ci sono stati e sicuramente continueranno ancora per un po’, i presidenti eletti si godono l’attenzione dei media, i nuovi consigli si stanno per insediare e le giunte inizieranno a funzionare fra poco. Qualche piccola considerazione sul voto e poi vediamo che c’è da fare.

Il voto del 28-29 marzo indica tre fenomeni: l’astensionismo che sfiora il 40% dell’elettorato; il successo delle forze politiche che hanno una presenza territoriale vera o che parlano un linguaggio chiaro e netto che permette di capire subito cosa propongono e chi sono; il successo di liste che fanno capo a movimenti di opinione o sociali.

Si tratta di tre fenomeni che ci parlano di un elettorato sveglio che ha un rapporto disinibito con le forze politiche e che molto difficilmente segue disciplinatamente le indicazioni dei gruppi dirigenti dei partiti. Anche quando sembra che lo faccia, in realtà, rinnova la sua adesione a un progetto o a un’idea che esercita ancora la sua attrazione e che convince. La stessa astensione è una presa di posizione “estrema” e potenzialmente negativa perché lascia campo libero a quelli dai quali ci si allontana, ma significa anche che quella massa che ha la maggioranza relativa potrebbe esprimere un diverso orientamento alle elezioni successive e, da subito, potrebbe schierarsi, e condizionare tutta l’opinione pubblica, contro le politiche condotte da vertici istituzionali non riconosciuti come propri.

Il successo di chi parla con chiarezza e non ha “peli sulla lingua” e quello di chi parla a nome di movimenti di protesta o di lotta indica che l’insoddisfazione per lo stato delle cose è tanta, che si pretende che la politica dia messaggi chiari e riconoscibili, che si rifiuta il professionismo di chi mette la manovra fra partiti al centro della sua azione perché sembra occuparsi solo dei problemi del “palazzo” e non di quelli reali. E poi dalla delusione si passa ad imboccare la strada di una rifondazione della politica partendo da aggregazioni nuove che gruppi di cittadini creano in base ai propri orientamenti e agli obiettivi da raggiungere. In entrambi i casi si tratta di elettori che non accettano di essere manovrati da chi non fa capire cosa vuole perché è molto più attento agli equilibri di potere e alla propria carriera che alla missione di curare gli interessi della collettività.

Potrebbe sembrare paradossale, ma questi tre fenomeni rivelano un grande bisogno di attivismo civico, rivelano che il cittadino non vuole essere preso in giro e pretende di essere messo al centro della politica. Il vero tema di queste elezioni diventa dunque questo: la necessità di rifondare la politica e di rinnovare il sistema democratico perché sia lo strumento con il quale affrontare i problemi di governo della società. I partiti che non lo capiscono e si presentano come gruppi di professionisti concentrati sui loro problemi vengono colpiti. Ovviamente non tutto avviene con la lucidità di un progetto concepito da una singola mente, ma con la grossolanità, le contraddizioni e l’approssimazione di un processo che coinvolge milioni di persone. Per questo ci sono segnali contrastanti e per questo il declino delle “macchine di potere” non è così netto come potrebbe essere.

Disponibilità e vuoto: questi sono i termini che descrivono meglio la situazione di oggi. Disponibilità perché sia il voto che il non voto mostrano una società attenta ed esigente ed anche autonoma fatta di persone che ragionano con la loro testa e scelgono. Vuoto perché se queste persone non trovano, prima o poi, chi sia in grado di rappresentare le loro esigenze possono costituire la massa di manovra per lo smantellamento di una democrazia percepita come inutile.

C’è, però, un’altra parola chiave che descrive la situazione: attivismo. Può essere civico o politico o anche personale, ma indica comunque l’esistenza di energie che si muovono alla ricerca di un assetto migliore. L’attivismo civico, la cittadinanza attiva significano questo: ricerca del meglio nello spazio pubblico rispetto ad una situazione insoddisfacente. Ecco allora che dopo le elezioni, chiunque abbia conquistato il vertice delle regioni deve fare i conti con questa opinione pubblica, con questi cittadini che faranno meglio ad organizzarsi per promuovere le politiche che rispondono agli interessi della collettività perché se non lo fanno allora saranno i gruppi di potere ad agire (come fanno sempre) per il loro interesse particolare.

I temi non mancano. Non se ne è parlato in campagna elettorale, ma adesso sarà difficile sfuggire: i nuovi amministratori delle regioni dovranno lavorare per migliorare la situazione dei territori che devono amministrare.

Sanità, energie e ambiente, mobilità, assetto del territorio, sviluppo, efficienza amministrativa, assistenza. Sono solo alcune delle responsabilità che spettano alle regioni. Presto ne arriveranno altre con il federalismo fiscale che permetterà ai cittadini di confrontare imposte  e tasse pagate con i servizi resi perché non si potrà più fare lo scaricabarile fra Stato che prende i soldi e regioni che li spendono. Tendenzialmente le regioni si autofinanzieranno e dovranno spiegare ai propri cittadini che fine fanno i loro soldi. Sarà una bella prova per tutti, ma innanzitutto lo sarà per i cittadini che potranno e dovranno conoscere le cose e pretendere di partecipare alle decisioni e ai controlli. Un cittadino attivo ed esigente è la miglior garanzia che il sistema democratico serva ad una società che promuove le capacità individuali in un quadro di garanzie e di tutele accessibili a tutti.

Claudio Lombardi