Il vantaggio di essere Europa

Ci voleva Milena Gabanelli (“Data Room” sul Corriere della Sera di lunedì scorso) per riportare la discussione sull’Europa su un piano di realismo e di concretezza. Da anni la voce che si sente di più è quella dei critici dell’Unione europea. L’austerità è diventata un mito e un marchio di infamia con la quale si vorrebbe cancellare ogni aspetto positivo della costruzione europea. Il capolavoro dei sovranisti, populisti, euroscettici è stato quello di aver imposto una lettura a senso unico delle politiche europee negli ultimi 10-15 anni. Una lettura che, come in una fotografia presa con un teleobiettivo, ha schiacciato i piani fino a far risaltare solo quello della disciplina di bilancio collegata alla moneta unica.

Ancora oggi la proposta politica di questo insieme di forze nazionaliste è cancellare la UE e quindi l’euro e tornare ad un mercato comune europeo nel quale ogni stato conservi la sua politica economica, di bilancio e la sua moneta. Sono anni che provano ad incrinare l’Unione e l’unico argomento di cui dispongono è l’austerità. Più un feticcio che una realtà. Perché?

Allenata al pettegolezzo politico e alla ricerca dei complotti stranamente l’opinione pubblica dei paesi europei non si è soffermata a valutare il collegamento tra la ricchezza dei paesi membri della UE e le mire strategiche che muovono Usa, Cina e Russia. Anche i media sempre a caccia di scandali non hanno dato grande risalto alla competizione per conquistare il mercato più ricco del pianeta. Un gigante economico e un nano politico. Questo è il problema. Rompere l’unità europea significherebbe trattare con i singoli paesi senza più la forza dell’Europa. Nemmeno i finanziamenti russi a diverse forze politiche (la Lega è fortemente sospettata di averli ricevuti) hanno suscitato grande scalpore. Nemmeno la presenza di Steve Bannon capo dell’estrema destra Usa fisso in Europa da molti mesi ha destato stupore. Come se fosse irrilevante l’azione di forze politiche e potenze straniere per incrinare l’Europa con la collaborazione dei cosiddetti sovranisti che operano all’interno. Forse dovremmo essere consapevoli come cittadini europei che noi siamo la posta in gioco in questa battaglia. Conquistare i governi al fine di usarli per rompere l’Unione europea. Questa la strategia che Lega e M5s stanno attuando, negandola, nel nostro Paese. I fatti parlano chiaro e dopo le elezioni europee lo vedremo.

Innanzitutto un dato per capire cosa è l’Europa: il 7% della popolazione mondiale, il secondo Pil più alto del mondo, una produzione che corrisponde al 25% di quella globale e il 50% della spesa mondiale per welfare e servizi sociali.

Visto che persino le forze politiche europeiste e i media non riescono a farlo con sufficiente determinazione si incarica Milena Gabanelli di mettere i puntini sulle “i” dicendo ciò che viene dato per scontato e tale non è. Infatti, ai vantaggi portati dalle politiche europee ci siamo così abituati che non li vediamo più.

Innanzitutto la libertà di circolazione delle persone, delle merci e dei capitali ha significato per milioni di persone la possibilità di muoversi tra i paesi europei ricercando le migliori opportunità di lavoro e di studio. Nell’area di Schengen possiamo viaggiare senza ostacoli doganali (vi aderiscono 26 stati).

Il programma “Erasmus” ha permesso a 9 milioni di giovani di trascorrere periodi di studio all’estero. Il mercato più vasto del mondo con 508 milioni di persone, 24 milioni di imprese e 14 mila miliardi di Pil annuale è il contesto nel quale tutti i cittadini europei possono mettere alla prova le loro capacità.

Grazie alle politiche europee costa meno viaggiare e comunicare, la sicurezza alimentare è la più elevata al mondo, la tutela ambientale è ai massimi livelli su scala globale, i diritti dei consumatori e la protezione sociale sono considerati obiettivi fondamentali delle istituzioni europee.

Infine la finanza pubblica, l’ambito nel quale si sarebbe dispiegata la “feroce” austerità denunciata dai tanti sovranisti euroscettici. Ebbene nella storia recente dell’Italia non si è mai avuto un periodo di stabilità finanziaria come quello assicurato dall’appartenenza all’area dell’euro. Ai tempi della lira e della tanta decantata sovranità monetaria l’inflazione era un peso che ci portavamo sulle spalle e che toglieva certezze ai redditi delle famiglie. L’inflazione (che superò anche il 20% annuo negli anni ’70) si portava dietro gli interessi che lo Stato doveva pagare per sostenere il suo debito. La Banca d’Italia ha calcolato che nel 2018 sono stati pagati 65 miliardi di interessi su un debito di 2.316 miliardi. Ebbene nel 1990 furono pagati circa 71 miliardi su un debito di 668 miliardi (ad un tasso del 10,5%). È chiaro che, se non ci fosse stato l’euro, l’Italia sarebbe stata travolta dalle vicende economiche di questi anni. Nessuna svalutazione avrebbe potuto riportarci a galla.

La battaglia che si combatte oggi è cruciale e le forze sovraniste/populiste al di là di ciò che dicono hanno le idee chiare. In Italia stanno creando le condizioni per una rottura con l’euro e con l’Europa. Il piano inclinato è stato posizionato e lo scivolamento è in atto. È necessario che dalle elezioni europee arrivi il segnale chiaro che gli italiani non vogliono andare indietro

Claudio Lombardi

Insegnare l’inglese o il dialetto?

A Londra c’è un governo conservatore che dal 2012 sta investendo fondi pubblici per far si che fin dalle elementari i bambini imparino a creare programmi per computer. In Lombardia c’è un governo conservatore che vuol portare il dialetto nelle scuole. La vicenda si presta a diverse chiavi di lettura: qualcuno dirà che essere conservatore a Londra è diverso che esserlo a Milano, altri enfatizzeranno la distanza tra l’Italia e l’Europa.

dialetti italianiBisogna anzitutto premettere che il tema delle lingue locali in questi ultimi anni ha acquisito importanza non solo in Italia, ma un po’ in tutta Europa. Lo Stato nazionale appare incapace di rispondere ai problemi e acquisisce credito l’idea di un ripiegamento localistico. Certo le identità locali sono importanti, ma pensare che Catalogna, Lombardia, Scozia e Fiandre possano riuscire in ciò in cui hanno fallito Spagna, Italia, Regno Unito e Belgio è profondamente sbagliato. Analogamente oggi portare i dialetti a scuola è una scelta assolutamente antistorica.

La scuola certo ha il compito di costruire un’identità, che non è detto sia solo nazionale, ma ha anche due funzioni fondamentali per la sfera sociale ed economica di un paese: costruire la classe dirigente di domani e garantire la mobilità sociale.

La scuola raggiunge questi obiettivi quando dà ai giovani provenienti da tutte le classi sociali competenze spendibili nel mercato del lavoro.

materie scientificheE’ necessario che il nostro sistema scolastico dia più attenzione alle competenze tecniche e scientifiche. Non ha certo senso abolire il liceo classico oppure fare percorsi di studio universitari iper professionalizzanti ma privi di basi metodologiche, è invece necessario potenziare lo studio delle discipline matematiche e scientifiche. In Italia ci sono molti curriculum del liceo scientifico con un numero di ore definite quando la cellula occupava due pagine sui libri di scuola; ora ne occupa diverse centinaia. Sarebbe bello avere un indirizzo scientifico in cui non si studi, se va bene, un po’ di analisi matematica, ma anche fisica, statistica e magari programmazione. Una scelta sicuramente incompatibile con il dialetto in classe anche solo per banali limiti di tempo.

Negli ultimi anni abbiamo assistito ad almeno due rivoluzioni industriali: quella del personal computer e quella dei colossi di internet; arriverà presto una terza rivoluzione, quella dei machine to machine. Una scuola con più attenzione alle scienze ed all’innovazione può contribuire alla crescita del paese molto più di un continuo taglio e cucito sulla normativa fiscale e del lavoro.

giovani europei erasmusAltro gap da colmare riguarda la conoscenza delle lingue. Sarebbe utile potenziare lo studio della lingua inglese magari con l’ausilio di insegnanti madre lingua alle scuole superiori e sarebbe ancor più utile fare maggior ricorso ai soggiorni all’estero di durata almeno semestrale sia alle superiori che all’università. Durante il mio Erasmus, dieci anni fa, scoprii che in piccoli paesi come l’Olanda, la Norvegia e la Svezia molte università impartivano i loro corsi quasi esclusivamente in inglese. La motivazione che sta alla base di tale approccio è che paesi con mercati del lavoro molto ristretti non possono fare altro, per rispondere a shock del mercato del lavoro, che dare ai loro giovani, grazie alle competenze linguistiche, la possibilità di competere per posti di lavoro anche all’estero. Analoghe riflessioni dovrebbero essere fatte in un paese come l’Italia con un’elevatissima disoccupazione giovanile: io ho il profondo timore che impartire solo corsi universitari in inglese possa portare ad un criterio errato di selezione della classe dirigente, sono a favore dell’università in lingua italiana, ma con opportuno presidio delle competenze linguistiche. Oggi dare competenze linguistiche adeguate a tutti i giovani italiani sarebbe una scelta di equità e pari opportunità. Per i giovani di un’università di provincia un’esperienza all’estero può aiutare anche quando si vuol poi tornare a vivere in Italia ed è meglio non fiondarsi all’estero senza prima aver acquisito discrete competenze linguistiche. Anche una maggiore attenzione alle lingue straniere appare poco compatibile con lo studio del dialetto.

competenzeInfine i programmi dell’OCSE per la valutazione delle competenze di studenti (PISA) e degli adulti (PIAAC) evidenziano che il nostro sistema scolastico e universitario è tra quelli che più produce disuguaglianze invece che ridurle (come per esempio riesce a fare il sistema giapponese), temo che una scuola che punti sul dialetto e non su competenze che possono essere spese sul mercato vada a tutto vantaggio di chi può permettersi di frequentare corsi di lingua, di informatica e percorsi professionalizzanti privati.

La scuola italiana non può quindi puntare sul dialetto. Certo può dar fastidio che il dialetto sia sparito in città di migranti italiani e stranieri come Milano, si fa presto a dire che è colpa dell’Europa o di questa globalizzazione, ma le grandi città mitteleuropee come Milano, Sarajevo, Praga e Vienna erano già un melting pot tra la fine dell’ottocento e l’inizio del novecento e chi ha avuto l’occasione di conoscere molte di queste città può affermare che hanno un’anima ed una storia anche se si fa fatica a trovare chi parla il dialetto.

La scuola italiana punti sul capitale umano, allinearsi ai livelli europei sulle lingue e rilanciare la cultura scientifica è la migliore politica industriale per il nostro paese. Insegnare l’inglese e la matematica possono riportarci ad un sentiero di crescita molto più facilmente di qualsiasi altra riforma

Salvatore Sinagra

Dall’Europa lo spazio per la rivincita dei giovani (di Angela Masi)

Una generazione che invecchia combattendo la nostra…. Una generazione indignata, una generazione che non riesce ad esprimersi se non all’interno del disagio, arrabbiata, sofferente, senza diritto alla realizzazione di un progetto futuro, senza possibilità di scelta, ma che ha davanti a sè la sfida e la responsabilità del cambiamento, nonché la certezza di poterci almeno pensare a quei progetti per il futuro.

Siamo abituati ad un’idea di giovani senza futuro perché i progetti di vita non decollano. Anche se si è culturalmente preparatissimi non si riesce ad accettare che le risorse economiche siano state mangiate dalle generazioni precedenti e da un sistema corrotto e corruttibile.

I nostri padri e i nostri nonni hanno vissuto come se, dopo di loro non ci fosse nessuno: dalle risorse naturali del Pianeta, alla cura della democrazia, dalla crescita culturale all’investimento sulle generazioni future. Sono caduti quei principi per cui la cosa migliore che un essere umano possa fare è lasciare, a chi viene dopo, qualcosa in più e non in meno, rispetto a quello che ha trovato, consapevoli che il mondo in cui si nasce lo si prende in prestito dai propri figli e bisogna prendersene cura.

A trent’anni, oggi, si è assolutamente consapevoli (e purtroppo si nutrono poche speranze) che non è possibile affidarsi completamente e ciecamente alle soluzioni proposte dalle Istituzioni. Il sistema di welfare, di cui tanti in passato si sono giovati comincia a perdere le sue fondamenta perché cambiano i protagonisti. E le Istituzioni sono troppo lontane dai loro problemi reali. Bisogna che questi nuovi soggetti abbiano un ruolo e siano parte attiva per dire cosa è oggi la realtà e quali sono i bisogni da soddisfare. Sono loro, adesso, i protagonisti interessati alla tutela di quei diritti che sono costituzionalmente e universalmente garantiti e non possono accettare che siano messi da parte con la semplice motivazione che non ci sono più i soldi. Ad occuparsene, però, devono essere le nuove generazioni e l’Europa deve fare la sua parte.

Già, perché checché se ne dica, in contesti problematici come il nostro è l’Europa che, in forme diverse, ha creato spazi di rivendicazione giovanile attraverso lo stanziamento di fondi strutturali, nonché attraverso la creazione di programmi di studio e ricerca: dall’esperienza ”Erasmus” a quella “Leonardo da Vinci”.

Il programma Erasmus, nato nell’ormai lontano 1987, ha creato per migliaia di studenti europei la possibilità di effettuare in una università straniera un periodo di studio legalmente riconosciuto dalla propria università. Il progetto fu creato per educare le future generazioni di cittadini all’idea di appartenenza all’Unione Europea.

Insomma è difficile immaginare che i giovani europei pensino a sé stessi come cittadini fuori dell’Europa. E’ fantascienza.

Tanto più che i blog di studenti, in giro per il web, parlano di esperienze assolutamente positive di scambio interculturale ed il programma sembra raggiungere, nella maggior parte dei casi, il suo obiettivo principale: far sentire ai giovani la cittadinanza europea.

Sono gli stati nazionali ad essere in ritardo e sarà il caso che prendano più sul serio quell’idea di unione politica europea e non solo di comunità economica europea che sta scritta nei trattati e nelle dichiarazioni ufficiali in maniera solenne. Ormai è chiaro che la ricetta della crisi sta oltre la BCE e il sistema finanziario.

Forse i giovani, così abituati a questa idea di Europa hanno qualcosa di interessante da dire e da proporre fuori dalle ideologie e fuori dalle logiche di partito che sino a questo momento hanno governato gli Stati Nazionali?

Sì è arrivato il tempo di far loro spazio. Il tempo dell’immobilismo è finito da un pezzo e forse, qualcuno, dovrebbe godere del privilegio della vecchiaia.

Dal mio punto di vista ogni parola ha il suo peso e, quindi, bisogna stare attenti a non far nascere fenomeni di populismo che porta sempre con sé aspettative inutili e la rabbiosa attesa delle generazioni future che si illudono di raccogliere i frutti lasciati dai padri e, invece, scoprono che non ci sono mai stati.

Chi è venuto prima, però, deve assumersi la responsabilità ed acquisire consapevolezza del suo ruolo. Ogni sistema, sia esso sociale, economico, politico ha una struttura all’interno della quale vi sono dei ruoli che, per far funzionare quel sistema devono essere rispettati.

Inserendo nel motore di ricerca di google le parole “patto generazionale” i risultati sono 19.400. Le prime due pagine di risultati e i relativi articoli che si aprono ne parlano in relazione alla “questione giovanile”. Mai nessuno che ne parli con un’accezione contraria e cioè “la questione dell’anzianità o la questione del vecchio”: forse è brutto etimologicamente ma, se esiste una questione giovanile, non può che essere in rapporto al suo contrario.

Vero è che viviamo un momento storico in cui ogni età ha le sue priorità e ogni età attraversa un momento di crisi. Non c’è spazio per i giovani, insomma, così come non c’è spazio per i vecchi. Quale momento più favorevole per ripensare interamente il modo di stare in questa società?

L’idea di patto generazionale che mi piacerebbe sposare è, appunto, dentro l’Europa. Quella per cui chi ha qualcosa da insegnare e tramandare, chi ha costruito un’identità  lavora insieme a chi ha qualcosa da imparare da quell’identità storica che, però, deve essere bagaglio culturale e non ostinazione a volerla imporre ad una realtà che è cambiata e che può essere arricchita e vissuta solo da chi è protagonista di quel cambiamento: la generazione nuova in una Europa dinamica.

Angela Masi

I giovani e l’Europa: Marco S.

Marco S. 22 anni, studia ingegneria gestionale a Roma. Sta finendo il corso triennale e si prepara al biennio specialistico. Per sei mesi è stato a Madrid con il programma Erasmus. Sentiamo cosa pensa di questa sua esperienza.

“Da anni sento dire che in Italia non c’è futuro e che è meglio prepararsi ad andare all’estero. Così l’Erasmus è stata l’occasione per vedere cosa si prova a vivere fuori. Le difficoltà più grandi ci sono state per trovare casa: nella prima eravamo in 14 di tante nazionalità diverse, nella seconda “solo” in dieci. Se vuoi sapere come mi sentivo ti posso dire che era strano stare mischiati a giovani di altri paesi sforzandosi, però, di parlare solo spagnolo, quasi mi dimenticavo di essere italiano.

Devo riconoscere che Erasmus è un progetto formidabile e non è nemmeno l’unico che, grazie ai fondi europei, permette ai giovani di fare delle esperienze di studio e di vita fuori dal proprio paese. La cosa che mi piace è che non si tratta di possibilità che vengono da accordi tra paesi, ma di iniziative europee. Perché mi piace? Bè te lo devo dire: per fortuna siamo in Europa, se fossimo per conto nostro non ci si filerebbe nessuno perché l’Italia è debole e i paesi più forti penserebbero a loro stessi e basta. Dici che semplifico? Forse, ma io la vedo così.

Io penso che siamo fortunati a stare in Europa perchè è come quando tu metti in una classe persone che rendono di meno e altre più capaci: stando insieme gli uni possono imparare dagli altri. Non solo in un senso però, anche i paesi più forti possono imparare qualcosa da noi.

Perché dico che noi siamo più deboli? Io ho letto che tanti fondi europei arrivati in Italia sono stati spesi male, sprecati o rubati. Quindi doppio danno: i soldi con cui si poteva costruire qualcosa sprecati e l’immagine dell’Italia come paese dove è facile rubare soldi pubblici e che sta bene nella sua arretratezza. E gli altri paesi europei non dovrebbero arrabbiarsi per questo? E poi come la mettiamo con le classifiche sulla corruzione o sulla presenza delle mafie nell’economia? Stiamo sempre ben piazzati cioè stiamo messi male.

Il rigore ci vuole non c’è niente da fare perché in Italia si è troppo esagerato con le ruberie e la corruzione e adesso non abbiamo più credibilità, ma non solo verso gli altri, anche con noi stessi. Ma non vedi quanta sfiducia c’è nella gente? Appena si parla di politica e di Stato il pensiero va subito ai ladri. E così vogliamo andare avanti?

Ora sento che tanti se la prendono con l’euro. A me l’euro piace, quasi non me la ricordo la lira e mi piace andare in Francia, Spagna, Germania con la carta di identità e la stessa moneta in tasca. Perché dovrei rinunciarci? Perché chi comanda non è stato capace di dirigere bene il mio paese? Ma allora cambiamo loro, no?

Il rigore ci doveva essere già venti e più anni fa perché il debito e ruberie, sprechi e corruzione che ci sono stati sempre collegati durano da decenni e mi fanno ridere quelli che dicono “rimaniamo soli così possiamo fare ancora più debito senza alcun vincolo e svalutare come ci pare e ci piace”. Ma che si credono? Che sia una bella cosa quello che è stato fatto per tanti anni? E dove pensano di andare svalutando se i nostri concorrenti sono paesi molto più forti e ricchi di noi? Vogliamo fare concorrenza al Vietnam per i costi e intanto continuare a buttare via i soldi dello stato con gli sprechi, le tangenti e le mafie? È sicuro che in quel caso io me ne andrei via subito da qui.

Se ci avessero pensato prima oggi non staremmo in questa situazione. Dobbiamo recuperare il tempo perso e poi lanciarci nel futuro. Non basta un anno per farlo. Ogni volta che vedo in Tv un servizio sui paesi del Nord Europa mi viene voglia di andarci. Inutile girarci intorno, lì si vive meglio.

A restare qui sono disposto e pure a rinunciare a qualcosa, ma devo sapere che lo faccio per uno scopo che non è solo guadagnare più soldi, ma stare bene nel mio Paese. No, un lavoro qualunque pur di fare soldi non mi sta bene.

(intervista a cura di C.L.)