L’ antimafia capitale che serve

antimafia capitale

Penso sia arrivato il momento di una nuova Resistenza civica contro le mafie, i loro protettori, i loro soci occulti, i politici che ne traggono profitto o che convivono con questo cancro.

Dai roghi della terra dei fuochi, alla devastazione delle coste, al caporalato schiavista delle campagne, ai monopoli criminali dello smaltimento dei rifiuti, alle distruzioni ambientali, alle centinaia di opere fantasma e di cattedrali nel deserto abbandonate, agli abusi edilizi, alle faraoniche opere inutili, tutto costituisce il brodo di coltura di un’illegalità diffusa che alimenta un’economia parallela di saccheggio del territorio, dell’ambiente e dei soldi pubblici.

cittadiini attiviI Partiti (li scrivo ancora con la P maiuscola perché sto ancora alla vecchia definizione di “strumenti della democrazia che si organizza”) hanno da molto tempo abbandonato il territorio inteso come luogo per creare rapporti culturali e sociali e per favorire economie sane, per denunciare ingiustizie, per creare forme di solidarietà, per fare comunità. In cambio abbiamo avuto comitati di affari, falsi circoli territoriali, capibastone, camarille (non correnti di pensiero che erano una cosa seria).

C’è bisogno di un grande risveglio civile, di un nuovo patto per la buona Politica, di una grande assunzione di responsabilità nel segno dell’Etica pubblica.

Questo discorso vale soprattutto per Roma, capitale del Paese, dove adesso ci si accorge che tutto è inquinato da presenze criminali e da ordinarie illegalità nella colpevole assenza di un’azione pubblica rigorosa delle Amministrazioni che si sono succedute nel corso degli anni. Ci voleva la pacchiana sceneggiata dei funerali di Casamonica per smuovere le acque stagnanti della politica romana che torneranno nella palude dell’immobilismo e persino della connivenza se i cittadini non capiranno o non sapranno organizzarsi con forme di partecipazione sempre più attiva e puntuale.

mafia capitaleScrive l’assessore all’Urbanistica di Roma Capitale Giovanni Caudo sul Corriere della Sera del 2 settembre: “ Acqua, energia, rifiuti ed urbanistica sono da sempre i mercati monopolistici radicati a Roma che valgono miliardi di euro e su cui i poteri locali tutt’altro che forti si sono accomodati. Quando da una buca dove gettare la spazzatura si passa alla raccolta differenziata e si progettano gli ecodistretti, dai debiti sistematici si passa al risanamento del bilancio, dalle varianti di piano per rendere edificabile l’Agro romano si passa alla trasformazione dell’esistente, hai messo in campo una visione di città di respiro internazionale. Questo è il modo più efficace per combattere Mafia Capitale”.

Bene, assessore Caudo, siamo d’accordo! Ma questi temi debbono diventare materia di coinvolgimento della società civile che non si deve sostituire alla società politica in una democrazia rappresentativa ma deve solo affiancarla secondo lo spirito e la cultura della sussidarietà. Sono le conoscenze diffuse e le mille competenze specifiche le vere risorse umane di questa Città che possono consentire una partecipazione attiva dei cittadini liberando la loro creatività e realizzando di fatto un controllo sociale sulle azioni politiche e amministrative delle istituzioni locali.

I partiti che le guidano però devono compiere atti concreti. Ciò che conta è che la politica non dia più l’esempio di chiacchiere cui seguono fatti radicalmente diversi.

coinvolgimento cittadiniLa situazione di oggi a Roma (ma lo stesso si può dire a livello nazionale) non è un fenomeno naturale, ma è stata creata negli anni con il consenso o al limite con il silenzio-assenso di tutte le forze politiche (tranne il M5S che non esisteva). Per questo non bisogna distrarsi con la caccia al capro espiatorio che oggi si cerca di identificare nel Sindaco Ignazio Marino.

Come iene tutti si avventano sulla preda uscendo dal bosco nel quale si erano nascosti. Il Pd più di tutti dovrà impegnarsi per restituire credibilità alla proposta politica del centro-sinistra. Per le destre nemmeno si può parlare di proposta politica: devono ancora dimostrare come sia possibile che siano sotto accusa per essere state il perno di un’associazione a delinquere che voleva spartirsi la città.

Per questo non saranno sufficienti né l’opera del prefetto Gabrielli e nè un’assessore alla Legalità. La rinascita di Roma dovrà basarsi sulle forze sane e su un mutamento di prassi e di cultura della maggioranza dei romani e di chi li governa

Paolo Gelsomini

Auguri (di Claudio Lombardi)

cambiare strada in ItaliaPare che la crisi dell’ILVA di Taranto si avvii a soluzione con l’intervento dello Stato. Pare anche che la crisi di Termini Imerese sia stia risolvendo con la mediazione del governo. Le acciaierie di Piombino le ha comprate un gruppo algerino. Per la AST di Terni le cose sembra che si siano messe bene. I giornali scrivono che per Meridiana si profila una soluzione. (L’elenco è lungo, chi vuole può trovare qui una scheda completa www.repubblica.it/economia/2014/12/19/news/crisi_aziendali-103307729/?ref=HREC1-2)

La legge di stabilità è stata approvata. Con luci, ombre ed errori come tutti gli anni. I decreti sulla riforma del lavoro cominciano ad essere approvati (con tempi fulminei per le tradizioni italiane). Faranno bene? Faranno male? Vedremo. Intanto il reintegro ex art 18 sembra sia stato mantenuto. I contratti ai precari delle province sono stati prorogati.

proteste contro il governoTutto bene allora? Manco per idea. Innumerevoli problemi restano in attesa di soluzione e nessuno può pensare ci sia qualche magia per affrontarli tutti insieme. Così il pessimismo e l’arrabbiatura sono sempre possibili e ognuno può prendersela con chi gli pare. Noi italiani facciamo grandi battaglie di principio e sui simboli, ma poi dimentichiamo in fretta e non ci interessa più conoscere il seguito delle storie. È comprensibile, non possiamo trasformarci tutti in esperti di ogni cosa. Per ogni problema chiediamo una legge o un intervento risolutore del governo. Ma non ci accorgiamo che l’Italia affoga nelle norme di ogni tipo e che, ben più della norma, conta chi e come la applicherà. Probabilmente abbiamo già tutti gli strumenti che ci servono e abbiamo la potenzialità economica e finanziaria necessaria per usarli, Europa o non Europa. Chi cura l’informazione ci dovrebbe aiutare sempre non solo a protestare ed inveire, ma a capire le cause, quelle più vicine e quelle remote. Ci farebbe un gran bene tenerle sempre presenti e riconoscerle nei problemi che si manifestano spesso come emergenze “inaspettate”. Ci aiuterebbe a selezionare i migliori, i più capaci in ogni campo e ad affidare a loro gli incarichi più importanti. Ci aiuterebbe ad essere intransigenti quando serve e con intelligenza.

costituzione identità nazionaleCiò che accade oggi e da molti anni, invece, è l’esatto contrario e dal gran vocio che si leva nel confronto tra parti politiche, sindacali, correnti di opinione e quant’altro si muove nella società non si percepisce una base condivisa che ci identifichi come nazione, come stato democratico con una storia alle spalle. A distanza di 34 anni siamo ancora alla descrizione che Italo Calvino fece nel 1980 nel celebre “Apologo sull’onestà nel paese dei corrotti” che inizia così:

“C’era un paese che si reggeva sull’illecito. Non che mancassero le leggi, né che il sistema politico non fosse basato su principi che tutti più o meno dicevano di condividere. Ma questo sistema, articolato su un gran numero di centri di potere, aveva bisogno di mezzi finanziari smisurati (ne aveva bisogno perché quando ci si abitua a disporre di molti soldi non si è più capaci di concepire la vita in altro modo) e questi mezzi si potevano avere solo illecitamente cioè chiedendoli a chi li aveva, in cambio di favori illeciti. Ossia, chi poteva dar soldi in cambio di favori in genere già aveva fatto questi soldi mediante favori ottenuti in precedenza; per cui ne risultava un sistema economico in qualche modo circolare e non privo d’una sua armonia.

Nel finanziarsi per via illecita, ogni centro di potere non era sfiorato da alcun senso di colpa, perché per la propria morale interna ciò che era fatto nell’interesse del gruppo era lecito; anzi, benemerito: in quanto ogni gruppo identificava il proprio potere col bene comune; l’illegalità formale quindi non escludeva una superiore legalità sostanziale”.

costruire futuro ItaliaEcco se qualcosa è cambiato da allora è cambiato in peggio perché oggi non si può nemmeno più parlare di gruppi convinti di interpretare il bene comune. Come le cronache giudiziarie dimostrano i gruppi di questi ultimi anni sono composti di predoni che hanno la sola legge del loro tornaconto personale. Predoni che, però, ricevono spesso il consenso di migliaia di elettori o che dispongono di clientele fedeli.

L’augurio che ci possiamo fare è che in un futuro (si spera non lontano) la prima legge che dobbiamo imporre a noi stessi, depositari della sovranità nazionale, è quella di non scegliere più i furbi, i disonesti, i corruttori e i corrotti quando si tratta di delegare il potere.

Poi di tutto il resto si può discutere – leggi, decreti, manovre, provvedimenti – ma viene dopo e se non cominciamo da qui ad ogni fine d’anno ci troveremo sempre a contare i danni

Claudio Lombardi

Leadership ed etica

Da un articolo di Luca Massacesi su http://www.officineeinstein.eu:

etica pubblicaLeadership ed etica due parole che nella nostra esperienza è difficile coniugare insieme. Pensiamo un po’: qual è l’ultimo leader politico che consideriamo una figura etica? Quanti imprenditori etici ci vengono in mente? Probabilmente dobbiamo scavare un po’ nella memoria.

Dobbiamo invece scavare assai meno per farci venire in mente i numerosi scandali che riguardano i leader aziendali, politici, religiosi, si pensi al caso Lewinsky per Clinton, a Colin Powell che illustra all’Onu le false prove contro l’Iraq, al caso Ruby (tra i tanti) per Berlusconi, a Scaloja che non si accorge di essere proprietario di un appartamento, all’Expo di Milano, alla ricostruzione dell’Aquila, ma anche più semplicemente ai numerosi esempi aziendali, casi come quello dei Monti dei Paschi, o dell’Ilva.

Tuttavia è bene non generalizzare, anzi questi esempi servono proprio a differenziare i leader etici da quelli assolutamente non etici. La domanda allora diventa: quando un leader è etico?

L’etica è un ramo della filosofia che, ci spiega Wikipedia, studia i fondamenti razionali che permettono di assegnare ai comportamenti umani uno status deontologico, ovvero distinguerli in buoni, giusti, moralmente leciti, rispetto ai comportamenti ritenuti cattivi o moralmente inappropriati.

valori etici«L’etica può anche essere definita come la ricerca di uno o più criteri che consentano all’individuo di gestire adeguatamente la propria libertà nel rispetto degli altri. Essa pretende inoltre una base razionale, quindi non emotiva, dell’atteggiamento assunto, non riducibile a slanci solidaristici o amorevoli di tipo irrazionale … essa ha come oggetto i valori morali che determinano il comportamento dell’uomo».

Essere etici, paga!

C’è un aspetto che è intrigante. Che la leadership etica non è solo qualcosa “che è giusto fare”, “che si deve fare perché è giusto essere etici ed integri dal punto di vista morale”, ma per un’antica legge della natura umana, per fortuna, quando ci si comporta in modo etico alla fine, anche se spesso in prima battuta non sembrerebbe, se ne trae un beneficio personale, oltre che, ovviamente, sociale. Insomma, alla fine, andando alla sostanza, la razza umana è sostanzialmente onesta e sociale, anche se molti comportamenti e il sistema mediatico economico fa di tutto per non farcelo capire.

Una leadership etica, ovvero il rispetto delle regole da parte di un leader, con condotte normativamente appropriate, ha effetti benefici sui “seguaci” (che siano elettori, dipendenti, credenti). Certamente la legge deve aiutare, con regole concrete, aggiornate, semplici, oneste.

In realtà la leadership etica è un concetto relativamente recente e sicuramente relativo ….. che risente moltissimo delle condizioni storiche, culturali, giuridiche ed economiche che caratterizzano un determinato contesto in un certo momento.

Questa definizione di etica ha dunque una contraddizione interna: dovrebbe essere oggettiva e razionale ma, allo stesso tempo, essendo valori e cultura-dipendente, non può che risentire della cornice storica, contestuale e culturale entro cui parliamo di etica.

comportamento eticoScopo dell’etica è la felicità

Etica, abbiamo visto, deriva da ethos, che vuol dire “comportamento”, ma anche “costume”, “abito”, “velo”, ciò che copre. …..Viene da chiedersi quale è il fine travestimento dell’etica.
Per cercare di rispondere può essere utile ritornare ad Aristotele. Nel suo libro l’”Etica nicomachea”, infatti tratta ampiamente del concetto di felicità, intendendolo essere il Fine a cui tende l’uomo che agisce eticamente; felicità dunque come fine dell’individuo che è altro dalla collettività. In questo senso una vita etica è una vita felice. Scopo dell’etica è di portare all’uomo la felicità.

Nell’Etica di Aristotele, però, ciò che porta alla felicità un individuo non porta necessariamente alla felicità anche altri individui, in quanto ciascuno individuo avrà modo di concepire la felicità come ciò verso cui tendere secondo il proprio essere, che non può essere il tendere di tutti.

Secondo Aristotele non esiste un concetto di etica per tutti ….. Esiste tuttavia un “fine supremo” che è comune a tutti, appunto la felicità. …..

Se diamo valore a queste premesse allora un’etica imposta come legge per tutti è solo un tentativo di dominio dell’uomo sull’uomo. In altre parole, diremo che una legge dell’etica non è etica. E non è etica una legge che porti ad una sola felicità, la stessa per tutti. Non può esistere un’etica imposta come non può esistere un tribunale etico. Possono esistere comportamenti etici, che conducono l’uomo, singolo individuo alla felicità.

Ma la regola fondamentale dell’essere sociale è che la tua libertà e i tuoi diritti non possono ledere la libertà e i diritti degli altri. Il leader opera in un gruppo sociale che è tale se ha comportamenti sociali. E questo ci riporta alle condotte normative, altrimenti dette “regole”. …..

cooperazioneAvere, dunque, condotte normativamente appropriate, ad esempio, tramite onestà, fiducia, parità e cura, è la base per rappresentare un modello da imitare ….

La letteratura sul tema della leadership, in generale, è assai  ampia e quella sulla leadership etica individua diversi di questi ritorni positivi:

  1. Aumenta la soddisfazione e il benessere lavorativo …. Quando una persona sta bene ed è soddisfatta del proprio lavoro, migliora anche la performance e la produttività aziendale ….
  2. Non c’è fiducia se non c’è etica. La fiducia è fondamentale per la relazione leader – dipendente, in quanto solo se il dipendente dà fiducia, legittima la posizione del leader, legittima le sue decisioni, e dunque le facilita, le appoggia e le rende più efficaci. ….
  3. Le persone, percependo di  essere in un’organizzazione giusta, si aiutano di più, vicendevolmente, compiendo più spesso i comportamenti di cittadinanza organizzativa, ovvero tutti quei comportamenti prosociali e di altruismo non esplicitamente richiesti né pagati nel contratto di lavoro, ma che giovano in modo determinante all’organizzazione (ad esempio: aiutare i colleghi, introdurre le new entry, …). In un’azienda dove c’è altruismo, la performance e la produttività migliorano.
  4. Migliora la significatività del compito con ripercussioni positive sulla performance lavorativa….. I dipendenti considerano il compito più importante quando ad esso si associano i valori giusti e le credenze condivise. Questo porta a farli lavorare meglio e ad avere performance migliori.
  5. Diminuiscono i comportamenti di mobbing e bullismo lavorativo …. Il leader, per i suoi collaboratori è un esempio di come ci si comporta, se il leader è etico, per rispecchiamento, scoraggia comportamenti di mobbing e bullismo lavorativo, comportamenti che  spesso danneggiano la vita lavorativa non solo dal punto di vista psicologico ma anche dal punto di vista economico e produttivo …. Le aziende in cui si riscontrano condotte non etiche perdono valore
  6. I leader etici vengono valutati più positivamente dai propri subordinati.

comportamenti non eticiPerché i leader non sono etici

Perché, allora, così spesso i leader adottano comportamenti non etici? Cosa spinge i leader ad intraprendere azioni non etiche? I motivi sono vari.

  1. Un mondo degli affari regolato da leggi sotterranee, generalmente decise in accolite ristrette che si spartiscono la ricchezza del pianeta, e che non rispettano quelle ufficiali diventa un vincolo difficile da ignorare. Insomma se un appalto passa attraverso una tangente per un capo azienda rifiutarsi di dare tangenti vuol dire vedersi ridotto in modo significativo il mercato di riferimento.
  2. Se delle leggi sbagliate o delle leggi generate dal “politicamente corretto” comportano dei costi insostenibili o vengono applicate in modo assoluto e rigoroso o introducono sul mercato aziende indifferenti a questi vincoli che competono con notevole vantaggio competitivo, rendendo ancora più ristretto il mercato abbordabile.
  3. Ci sono poi le cause legate alla persona. …. Uno degli antecedenti principali delle condotte non etiche è l’enfatizzazione del sé del leader, che porterebbe alla prevalenza degli interessi del leader, e dunque alla conduzione di azioni volte al soddisfacimento dei propri interessi ….

Il testo integrale su http://www.officineeinstein.eu

Doveri e diritti. Molto meglio che “diritti e doveri” (di Piero Filotico)

doveri e dirittiE se un bel giorno si smettesse di reclamare i nostri diritti e ci imponessimo di rispettare, prima di  tutto, i nostri doveri?

‘Doveri’ molto prima ancora di ‘diritti’. Una rivoluzione copernicana, non solo di costume, ma di mentalità, di attitudine, di approccio alla vita in comune.

Sto parlando dei diritti per cui in Italia si manifesta ad ogni piè sospinto: il diritto allo studio, al lavoro, alla salute, all’informazione, alla casa, a convivere con chi mi pare, ad accogliere civilmente perseguitati e fuggiaschi  e via cantando; per i quali – talvolta sulla base di anche labili elementi – addirittura si esige e si pretende. Ecco, se magicamente un giorno, tutti insieme, guardandoci negli occhi l’uno dell’altro ci dicessimo: “prima di tutto il mio dovere è studiare, lavorare, aver cura della mia salute, informarmi, dare un tetto alla mia famiglia, rispettare le unioni non formali, assistere gli esuli” e, a seguire “è mio dovere far studiare, far curare, far informare, far lavorare, far avere una casa a tutti e così via”, qualcosa cambierebbe, non pensate ?

imperativo moraleUn dovere visto soggettivamente, per cui senti dentro questa forza morale che porti –  te come il tuo vicino di casa, di banco, di scrivania, di letto d’ospedale, il partner convivente – ad agire sotto l’influenza di un imperativo categorico:  il TUO dovere che diventa improvvisamente (oggi direi anche inaspettatamente) il diritto dell’altro, di tutti gli altri. Un dovere che imponga spontaneamente (non sembri un ossimoro) di darti da fare, di impegnarti con tutte le tue forze come un atleta in pista, senza scusanti (perché non puoi ingannare te stesso, vero?), senza ricerca di alibi (‘non faccio il mio dovere perché prima voglio vedere gli altri fare lo stesso’).

cooperazioneIl senso del dovere, in altre parole. Badate, si dice ‘senso del dovere’, mentre non si è mai (o quasi mai) sentito dire ‘senso del diritto’, perché quest’ultimo è soggettivo, sottintende cioè un atteggiamento individuale, spesso in attesa di un suo riconoscimento, mentre il primo è oggettivo, un modo di pensare e di agire che mira al benessere della collettività. E’ infatti il senso del dovere che fa scattare la molla della difesa dei diritti altrui, è ‘il senso del dovere’ che implica l’altro concetto fondamentale che deve primeggiare in una comunità e cioè il ‘rispetto’. E’ seguendo il mio senso del dovere che rispetterò anche i diritti dei miei concittadini che non saranno più obbligati a reclamarli perché vengano riconosciuti: verranno accreditati automaticamente. La difesa dei diritti come oggi intesa, come lotta di singoli o di gruppi per il loro conseguimento, non avrebbe più ragion d’essere, sparirebbe dal vocabolario.

Ecco, se tutto questo avvenisse sempre, per tutti, se questa forza positiva del “dovere” fosse dentro di noi e comune a tutti, insufflata nel dna, assorbita fin dai primi vagiti e poi progressivamente evoluta in  famiglia, a scuola, sul posto di lavoro, tra amici e conoscenti, da tutti praticata, irrobustita negli anni, perfezionata per approssimazioni successive fino a rendersi quasi palpabile ‘dentro’ di noi e per cui l’affermazione de ‘il mio dovere’ corrisponderebbe per default – come si dice oggi – ai diritti degli altri, se tutto questo miracolosamente un giorno avesse a verificarsi,  non si cambierebbe un po’ il mondo?

A cominciare dall’Italia, ovviamente.

“Un uomo fa quello che è suo dovere fare, quali che siano le conseguenze personali, quali che siano gli ostacoli, i pericoli o le pressioni. Questa è la base di tutta la moralità umana.” (J. F. Kennedy).

Piero Filotico da http://unfilorosso.wordpress.com

Berlusconi deve uscire dalla politica (di Claudio Lombardi)

Berlusconi ha superato il limite e deve andar via dalla politica. Non c’è altra possibilità. Le sue vicende private non devono più ostacolare il governo dell’Italia.berlusconi via

Sei anni di carcere e interdizione perpetua dai pubblici uffici” è la richiesta di condanna di Ilda Boccassini per Berlusconi accusato di concussione e favoreggiamento della prostituzione minorile. Quattro anni di carcere e 5 di interdizione dai pubblici uffici è la sentenza confermata in appello per la truffa dei acquisti all’estero di Mediaset. Condanna in primo grado per il caso dell’intercettazione giudiziaria rubata e divulgata nel 2005 per danneggiare l’allora leader della sinistra Pero Fassino. La storia giudiziaria di Silvio Berlusconi si arricchisce di tre nuovi capitoli. Tre capitoli che aiutano a definire i tratti di una persona che delinque consapevolmente e sistematicamente.

Questa volta è difficile pensare a qualche legge ad personam che lo salvi dai guai. Non c’è prescrizione che tenga, non c’è impedimento per impegni di governo, non c’è più nessuna scusa.

Nella sua lunga carriera di imputato S.B. le ha provate tutte per sfuggire ai processi. La sentenza definitiva, quella che lui ha temuto e teme così tanto se l’è già data da solo. Un uomo con un potere così grande che unisce come mai nella storia d’Italia quello mediatico, quello politico (e istituzionale per tanti anni) e quello economico non sfugge ai processi se è sicuro della propria innocenza. Fa il contrario: chiede che i processi si svolgano di corsa per dimostrare che lui non ha commesso nessun reato. E ne esce assolto con formula piena.

berlusconiInvece è il comportamento ventennale di Berlusconi la sua condanna. Fugge perché è colpevole. Ormai conosciamo la solenne presa in giro degli italiani quando inveisce contro i giudici comunisti e quando afferma di essere vittima di un complotto. La faccia tosta a Berlusconi non è mai mancata, con quella ha saputo costruire un impero non da imprenditore, ma da esperto sfruttatore della politica e da navigante nelle torbide acque del malaffare e dei capitali di origini così poco oscure che il marchio mafioso su quei soldi viene dato per certo nelle ricostruzioni storiche.

Ma soprattutto se Berlusconi non avesse saputo inventare e utilizzare un sogno del tutto irreale e spacciarlo per buono agli italiani sarebbe già finito all’estero in qualche staterello da cui non è concessa l’estradizione.

L’invenzione di una rivoluzione liberale che lui non ha mai nemmeno concepito, ma che, evidentemente, gli italiani desideravano tanto gli ha dato la spinta iniziale che si è poi tradotta in una versione aggiornata dell’italianissima versione dell’arte di arrangiarsi fregandosene degli interessi generali e anteponendo a tutto i propri interessi particolari.

Berlusconi è stato bravissimo a dare forza propulsiva nuova a questo vecchio “sogno” italiano che affonda le sue radici nel menefreghismo di un popolo invaso e privo di una dignità nazionale condivisa e nemico dello Stato.

La sua resistenza ai vertici della politica non ha i caratteri della battaglia delle idee, ma è solo una strenua resistenza a difesa dei suoi affari che più si conoscono e più si scoprono di stampo malavitoso.

Purtroppo è capitato in un periodo storico di assoluta incapacità delle forze alternative di definire un progetto convincente e di conquistare il consenso degli elettori e purtroppo ha capito per primo la potenza della televisione di cui si serve tuttora per inventare una realtà parallela da spacciare per vera.

Colpisce che abbia un seguito così vasto, con molti voti e un partito che gli obbedisce come un fedele servitore. Nessuno scrupolo nei suoi seguaci, tutti compatti a difesa del capo.

Nessuno che si sia vergognato dell’esempio dato agli italiani e ai giovani in particolare e che si sia preoccupato dei danni. Un Paese vive anche di etica, di regole, tutti capiamo che non se ne può fare a meno. Questo è il danno peggiore prodotto dal berlusconismo. La corruzione elevata a valore e a regola di vita, l’illegalità come principio.in fondo al tunnel

Tutto ciò non si può accettare perché disgrega la convivenza civile. Non si può rinviare questa battaglia culturale e politica a quando i vari pezzi del centro sinistra avranno trovato la proposta giusta per convincere gli  italiani a sostenerli con la maggioranza dei voti giustificando con questa mancanza il potere di Berlusconi. No, c’è bisogno di chiarezza e di tenere separati piani che sono distinti. Se il centro destra ha una proposta più valida e attuale del centro sinistra gli elettori giudicheranno, ma non si può accettare la disarticolazione dello Stato per lasciare in piedi il potere di uno solo.

Claudio Lombardi

L’impegno etico di un pastore della Chiesa

Pubblichiamo la risposta di Don Gianfranco Formenton ad una richiesta di sostegno elettorale della candidata del Pdl Ada Urbani

Gentile Senatrice,

ho ricevuto la sua lettera ai pastori del popolo cristiano dell’Umbria e ho deciso di risponderle in quanto pastore di una parte di questo popolo al quale recentemente il Card. Bagnasco ha raccomandato, dopo alcune eclatanti ed astrali promesse elettorali, di non farsi abbindolare.
Vedo che nella sua lettera lei parla in gran parte dei cosiddetti temi etici che lei riferisce unicamente ai luoghi comuni che tutti i politici in cerca di voti e consensi toccano quando si rivolgono ai cattolici: il fine vita, le unioni omosessuali, gli embrioni, l’aborto.

La ringrazio anche per la citazione dei vescovi spagnoli e per il suo impegno per la formazione culturale e politica improntata al rispetto di tutti i valori non negoziabili.

Ma rivolgendosi ai pastori del popolo cristiano lei dovrebbe ricordare che tra i valori non negoziabili nella vita, nella vita cristiana e soprattutto in politica entrano tutta una serie di comportamenti di vita, di etica pubblica e di testimonianza sui quali non mi sembra che il partito di cui lei fa parte né gli alleati che si è scelto siano pienamente consapevoli.

Sarebbe bello stendere un velo pietoso su tutto ciò che riguarda il capo del suo partito, sul quale non credo ci siano parole sufficienti per stigmatizzare i comportamenti, le esternazioni, le attitudini pruriginose, le cafonerie, le volgarità verbali che costituiscono tutto il panorama di disvalori che tutti i pastori del popolo cristiano cercano di indicare come immorali agli adulti cristiani e dai quali cercano di preservare le nuove generazioni.

Sarebbe bello ma i pastori non possono farlo perché lo spettacolo indecoroso del suo capo è stato anche una vera e propria modificazione dei valori di fondo della nostra società (come lei dice) operata anche grazie allo strapotere mediatico che ha realizzato una vera e propria rivoluzione (questa sì che gli è riuscita) secondo la quale oramai il relativismo morale, tanto condannato dalla Chiesa, è diventato realtà. Concordo con lei, su questo mediare significherebbe accettare.

Un’idea di vita irreale ha devastato le coscienze e i comportamenti dei nostri giovani che hanno smesso di sognare sogni nobili e si sono adagiati sugli sculettamenti delle veline, sui discorsi vacui nei pomeriggi televisivi, sui giochi idioti del fine pomeriggio e su una visione rampante e furbesca della politica fatta di igieniste dentali, di figli di boss nordisti, di pregiudicati che dobbiamo chiamare onorevoli.

Oltre a questo lei siederà nel Senato della Repubblica insieme a tutta una serie di personaggi che coltivano ideologie razziste, populiste, fasciste che sono assolutamente anti-cristiane, anti-evangeliche, anti-umane. Mi consenta di dirle francamente che il Vangelo che i pastori annunciano al popolo cristiano non ha nulla a che vedere con ideologie che contrappongono gli uomini in base alle razze, alle etnie, alle latitudini, ai soldi e, mi creda, mentre nel Vangelo non c’è una sola parola sulle unioni omosessuali, sul fine vita e sull’aborto: sulle discriminazioni, invece, sul rifiuto della violenza e su una visione degli altri come fratelli e non come nemici ci sono monumenti innalzati alla tolleranza, alla nonviolenza, all’accoglienza dello straniero, al rifiuto delle logiche della furbizia e del potere.

Mi dispiace, gentile senatrice, ma non riterrò di fare qualcosa né per lei, né per il suo partito, né per i vostri alleati, anzi. Se qualcosa farò anche in queste elezioni questo non sarà certo di suggerire alle pecorelle del mio gregge di votare per quelli che mi scrivono lettere esibendo presunte credenziali di cattolicità.

Mi sforzerò, come raccomanda il cardinale, di mettere in guardia tutti dal farsi abbindolare da certi ex-leoni diventati candidi agnelli. Se le posso dare un consiglio, desista da questa vecchia pratica democristiana di scrivere ai preti solo in campagna elettorale, e consigli il suo capo di seguire l’esempio fulgido del Papa. Sarebbe una vera opera di misericordia nei confronti del nostro popolo.

don Gianfranco Formenton                                            Spoleto 12 febbraio 2013

La libertà di “fare tutti quello che ci pare”: fine di un regime fondato sull’illegalità (di Claudio Lombardi)

Ciò che colpisce nei primi commenti alla sentenza che ha sancito, per la prima volta con una condanna reale, i reati commessi da Silvio Berlusconi è lo spirito di fazione nemico dell’interesse collettivo e dello Stato.

È comprensibile che il condannato parli di avvertimento mafioso, di fine della democrazia sfoderando tutto il repertorio di accuse contro la magistratura a cui ci ha abituato nei 18 anni del suo dominio sulla scena politica. È comprensibile e previsto perché questa è stata sempre l’arma di Berlusconi: aggredire e urlare più forte per distogliere l’attenzione dalle questioni vere, dai fatti; dire cose anche assurde sapendo che il consenso di tanti aveva motivazioni irrazionali e del tutto contrarie al rispetto della legalità e dell’interesse collettivo. E questa è anche la lettura più ovvia delle reazioni dei suoi giornali e dei suoi seguaci. Si va dalla posizione più “morbida” di un Giuliano Ferrara che invoca una presunta vulnerabilità dell’imprenditore di successo “costretto”, per difendersi dai suoi nemici, a fondare un partito, all’aggressione scatenata dei giornalisti più inseriti nel sistema e nella cultura berlusconiani. Esemplari fra tante possono essere le parole di Barbara Saltamartini che dagli schermi TV se la prendeva ieri, a sentenza appena pronunciata, con “una parte della magistratura che ancora non si piega alla volontà popolare”.

Ecco qui rappresentata in una sola frase la rivoluzione culturale del berlusconismo fase estrema del sistema clientelare, tangentista e colluso con le mafie della Prima Repubblica.

La volontà popolare incarnata in un capo, registrata dai sondaggi, alimentata dal bombardamento delle TV commerciali, santificata dal voto della maggioranza nella prima fase e di una minoranza trasformata in maggioranza con una legge truffa nella seconda fase del quasi ventennio berlusconiano. La volontà popolare che si fa Stato al di sopra della Costituzione e delle leggi.

Che questa fosse l’essenza del sistema lo si è visto con le tante leggi ad personam e con l’uso a fini privati degli apparati e delle istituzioni dello Stato.

È stata creata una realtà virtuale che è ancora adesso l’anima di tutti i commenti: la magistratura compie atti politici tesi a colpire il politico Silvio Berlusconi e si serve di processi per reati inventati.

Che le cose non stessero così era evidente alla parte più attenta dell’opinione pubblica, ma anche alla parte che continuava a votare Forza Italia o Pdl. L’unica differenza è che questa seconda parte si identificava con le vicissitudini del Berlusconi malfattore perché ci vedeva riflessa la propria concezione dello Stato e della cosa pubblica: una mangiatoia a disposizione del più furbo e del più forte. Oppure una profonda insoddisfazione maturata in decenni di distacco e di estraneità alimentata da una classe politica oligarchica e clientelare.

Ci vorranno anni e anni per valutare e riparare i danni profondi del berlusconismo. L’enorme diffusione della corruzione, la penetrazione delle mafie nel cuore del tessuto economico, l’arrembaggio vergognoso alle risorse pubbliche (fra le cause principali della crisi della finanza pubblica), il culto dell’illegalità. Questi i connotati che identificano la situazione italiana di oggi e che affondano le radici nella svolta berlusconiana che issato sulle proprie bandiere comportamenti che prima venivano nascosti fra i segreti del potere. Ciò che era indicibile è diventata sfrontata rivendicazione di impunità perché il valore costitutivo del berlusconismo, la norma-madre della costituzione materiale che si è costruita è che il perseguimento dell’interesse privato non può trovare limiti in nessuna legalità, ma solo nella forza di altri interessi privati.

Con il berlusconismo siamo tornati indietro all’hobbesiano homo homini lupus. Secondo Thomas Hobbes  nello stato di natura ciascun individuo, mosso dal suo più intimo istinto, cerca di danneggiare gli altri e di eliminare chiunque sia di ostacolo al soddisfacimento dei suoi desideri. Ognuno vede nel prossimo un nemico. Una perenne conflittualità interna nel quale non esiste il torto o la ragione che solo la legge può distinguere, ma solo il diritto di ciascuno su ogni cosa.

Il berlusconismo ha applicato questo principio alla convivenza civile minando così la stabilità delle istituzioni e distorcendo la cultura civile e civica degli italiani con una rivoluzione dall’alto che ha mostrato loro, elevandolo ad esempio da imitare,  il peggio che una classe dirigente possa rappresentare.

È condivisibile che Berlusconi abbia, come scrivono i magistrati, una naturale propensione a delinquere. Prima della sentenza ce ne eravamo accorti tutti. Ma i delinquenti ci sono sempre stati in questo  mondo e Berlusconi è sicuramente uno fra i tanti. Ciò che non è tollerabile è che i suoi comportamenti delinquenziali siano diventati l’etica pubblica dell’Italia per lunghi anni e che lo Stato sia stato piegato senza adeguata resistenza delle classi dirigenti e degli italiani tutti ai suoi interessi e a quelli di migliaia di persone che hanno prosperato nella sua ombra prendendo d’assalto i poteri e le risorse pubblici. E, meno che mai è ammissibile, che milioni di italiani si siano lanciati nell’avventura del berlusconismo offrendo la loro complicità nella speranza di partecipare al gran banchetto del “facciamo tutti quello che ci pare”.

Claudio Lombardi

Eataly, Alcoa e i vicoli ciechi (di Claudio Lombardi)

Aperto il 21 giugno è la novità che sta coinvolgendo un numero crescente di romani. Eataly a Roma è la prosecuzione di un esperimento già avviato a Torino, Milano, New York, Tokio. La sede romana è il vecchio terminal Ostiense costruito nel 1990 e mai utilizzato diventato nel tempo una delle zone più degradate della città. Adesso la zona è frequentata ogni sera da migliaia di persone e il terminal che non è più in stato di abbandono finalmente può anche essere apprezzato per la sua estetica rinnovata e migliorata.

Il modello Eataly è fondato sulla valorizzazione delle produzioni artigianali di prodotti alimentari di eccellenza fatte uscire dalle nicchie territoriali in cui sono nate e messe a disposizione di un pubblico numerosissimo che le può acquistare (e consumare) in spazi commerciali dove funzionano anche tanti ristoranti specializzati e punti di ristoro. L’ambiente è molto curato, armonioso, accogliente e gradevole e la qualità sta pure negli arredi e nel rapporto con il personale che ci lavora. 500 sono state le assunzioni quasi tutte di giovani e le regole che Eataly si è dato prevedono che le retribuzioni stiano nel rapporto di 1 a 5 ossia il massimo non può andare oltre 5 volte il minimo. Quindi posti di lavoro, ma anche un aumento delle produzioni di alimenti da parte di aziende piccole molto radicate nel territorio che sono incentivate a puntare sulla qualità. Scontato aggiungere che l’idea di Eataly punta a diffondersi nel mondo con un ovvio incremento delle esportazioni.

A questo punto qualcuno penserà che questo sia uno spot pubblicitario. Ebbene no, vi state sbagliando di grosso, questo è un discorso politico sulla crisi italiana in tutti i suoi aspetti: finanza pubblica, lavoro, etica pubblica e convivenza civile, posto dell’Italia nel mondo ecc.

Adesso vediamo un altro tipo di sviluppo che possiamo chiamare il modello Alcoa, ma che, in effetti, è quello che risale all’epoca delle partecipazioni statali e abusato nella fase calante quando ormai erano usate come una discarica a spese della collettività per le aziende in crisi.

Alcoa è stata per decenni un’azienda sussidiata dallo stato ovvero non avrebbe potuto funzionare senza contributi pubblici e, è bene chiarirlo, senza i contributi che tutti i consumatori di energia elettrica si sono spartiti con la bolletta elettrica. Sì perché Alcoa andava avanti grazie ad uno sconto sul prezzo dell’energia che finiva fra gli oneri che venivano scaricati su tutti gli utenti. Quindi da anni tutti noi abbiamo partecipato al finanziamento di Alcoa senza saperlo. Arrivato lo stop da parte dell’UE per gli aiuti di stato Alcoa ha cominciato a perdere ogni anno decine di milioni di euro. Non solo, ma inquina e non porta un vero sviluppo del territorio.

Il modello Alcoa è però la replica di tanti altri casi che, tutti insieme, furono definiti “le cattedrali nel deserto” e che pensavano lo sviluppo dipendesse da singole industrie piantate in territori arretrati considerati come zone da colonizzare senza tanti riguardi per l’ambiente e per la salute delle persone. Il caso dell’Ilva di Taranto lo conferma e conferma pure che, a fronte di risultati produttivi positivi, ci stanno costi esterni di molto superiori dei quali si fa carico lo stato quando se ne fa carico, altrimenti li pagano direttamente le persone con la propria vita.

Quindi costi di gestione elevati, sussidi statali o pubblici o scaricati su tutti i cittadini, costi esterni con inquinamento, malattie ecc pagati dalla collettività e il tutto senza un’integrazione con il territorio che finisce per essere dipendente dagli stipendi pagati dalla “cattedrale nel deserto” senza creare sinergie cioè tessuto produttivo coordinato o alternative.

Ma non basta. Il modello azienda sussidiata comporta o stimola inevitabilmente l’arbitrio di coloro che dispongono del potere di spendere i soldi pubblici o che devono governare un territorio. Per esempio, se le autorità chiudono un occhio sull’inquinamento ciò favorisce l’azienda; se non si monitorano gli effetti sulla salute delle persone le malattie appariranno tanti singoli casi privati scollegati fra loro; se l’erogazione dei fondi o dei sostegni di altro tipo (come gli sconti sull’energia) è decisa centralmente sarà più difficile capire chi favorisce chi e con quale motivazione e la strada sarà aperta a scambi di “utilità” fra manager, proprietà e politici.

Insomma due modelli contrapposti, Eataly e Alcoa. Entrambi portano posti di lavoro certamente, ma il primo è il motore di tanti effetti positivi su una catena che parte da produzioni di qualità radicate nel territorio e arriva addirittura a migliorare la convivenza civile attraverso la creazione di luoghi di incontro aperti a migliaia di persone che trasmettono una cultura del rispetto e del piacere di vivere. E non costa nulla alle finanze pubbliche. Il secondo dipende dai soldi pubblici e ha solo ricadute negative portando anche ad una rabbia sociale diffusa che parte da chi si sente prigioniero di quel modello e non vede alcuna alternativa.

Questo ragionamento significa che non bisogna più fare industria in Italia? Nemmeno per sogno; significa che le vie dello sviluppo sono tante, ma lo sviluppo che nasce da iniziative decise da accordi politici e imposte con i soldi pubblici è malsano, porta corruzione e distruzione di risorse e va respinto. Nei vicoli ciechi per far piacere ad industriali collusi e mantenuti, manager arraffoni e politici in cerca di potere gli italiani non ci vogliono più finire.

Claudio Lombardi

Il vero baratro: un’Italia modello Ligresti (di Claudio Lombardi)

Ormai qualunque scelta si debba compiere occorre tener presente ciò che si fa in Europa. È inevitabile visto che abbiamo la stessa moneta o, quantomeno, un’interconnessione economica che è molto più di un mercato comune. Gli esempi e i paragoni fioriscono e vengono assunti, a volte, persino come punti di riferimento verso cui tendere. Fra questi la Germania occupa un posto di primo piano tanto appare “perfetto” l’equilibrio che lì hanno raggiunto e che riesce a tenere insieme forza dell’economia, successi nelle esportazioni, equilibri di bilancio dello Stato e garanzie sociali. Un mix che ne fa un paese particolare dove le tensioni se ci sono non appaiono mai minacciose perché prevale sempre la prevenzione dei conflitti e la ricerca dell’accordo sulla base di una ragionevolezza di fondo. E così la stabilità della Germania si traduce in risultati evidenti per tutti i tedeschi e non solo in termini di dati economici, bensì in termini, molto più difficili da raggiungere, di qualità della vita.

Scrive Curzio Maltese su Repubblica: “Nel volgere di poche settimane siamo passati dal considerare la Germania origine di tutti i mali d’Europa all’idea di copiare in blocco il modello tedesco per la riforma del lavoro e in genere come via d’uscita dalla crisi.”

Il motivo è semplice: “la Germania vanta una mobilità sociale e un sistema di ammortizzatori, a cominciare dal sussidio di disoccupazione, che qui non esistono.” E i risultati si vedono: “Il 2011 è stato un anno magico per l’automobile tedesca, con record di volumi d’affari per Volkswagen, Bmw, Audi, boom di vendite nei mercati emergenti, bonus distribuiti agli operai e decine di migliaia di nuove assunzioni.” E a cosa sono dovuti questi risultati? “La verità è che l’industria tedesca produce belle auto, molto tecnologiche e che ora consumano meno. Quello che faceva l’industria italiana fino agli anni Settanta. Hanno insomma investito per vent’anni sul prodotto.” Cioè quello che in Italia sembra proprio non si riesca a fare e così ci si riduce ad accapigliarsi su un pezzo dell’art. 18 o a scontrarsi per 10 minuti in meno di pause alle linee di montaggio Fiat. Come se da queste piccolezze dipendesse lo sviluppo economico dell’Italia.

Se messi a confronto i due sistemi, italiano e tedesco, segnano molte differenze, ma una sovrasta tutte. Si tratta di quello che potrebbe essere definito il “software” che guida i comportamenti di chi riveste cariche pubbliche e dei privati cittadini: l’etica. Il successo tedesco non sarà, allora, dovuto soprattutto ad una felice armonia fra etica pubblica ed etica individuale? Sembra proprio di sì e questo ci deve preoccupare molto perché i famosi numeri dei vari spread che ci distanziano dalla Germania dipendono da qualcos’altro e non sono frutto di chissà quale magia.

Da dove possiamo partire? Dai dati forniti dalla Corte dei Conti che ha valutato in 70 miliardi di euro il danno provocato dalla corruzione ai conti pubblici? O da quello dell’evasione fiscale che toglie risorse per oltre 100 miliardi allo Stato? Oppure dagli sprechi immani e dalle ruberie che contrassegnano una spesa pubblica tanto ingente quanto inefficiente?

Da qualunque parte la si giri emerge una caratteristica costante: chiunque in Italia si sente legittimato a ritagliare per sé un reddito più elevato di quello che gli spetterebbe in base al proprio lavoro e ai propri meriti e si sente libero appropriarsene a danno di altri sia che si tratti di entità pubbliche che di soggetti privati sapendo che l’impunità può essere garantita dall’intreccio di relazioni che avviluppa tutti coloro che hanno qualcosa da scambiare (potere, denaro, visibilità, fama) grazie alla posizione che occupano.

Ciò che rivelano, di tanto in tanto, le inchieste della Magistratura è solo una parte della verità ed è indicativo che la politica ne sia sempre parte in un modo o nell’altro. Ed è altresì molto significativo che mai uno scandalo sia provocato da chi fa della politica la propria professione. Una volta che lo scandalo scoppia e che entra in azione la Magistratura allora i politici parlano anche (ma non sempre) per prendere le distanze da ciò che si è rivelato, ma mai che i politici prendano loro l’iniziativa di smascherare e denunciare abusi, prepotenze e reati. Per non parlare di quando, troppo spesso, si grida al complotto di cui farebbero parte i magistrati che si muovono per perseguire i reati.

Che tutto ciò sia un chiarissimo esempio per i cittadini è semplicemente ovvio. Così pochi hanno da obiettare quando ci si trova ad avallare evasioni fiscali o a subire estorsioni per portare a buon fine pratiche che dipendono da uffici pubblici. Ovviamente gli stessi cittadini troveranno strano che li si richiami al rispetto scrupoloso dei propri doveri sui luoghi di lavoro o negli spazi pubblici magari dagli stessi che gestiscono il proprio potere a loro esclusivo vantaggio.

Il problema principale dell’Italia è questo. Ed è un problema che rende vani tanti sforzi di risanamento che vengono intrapresi a suon di tasse e di tagli di spesa.

Ma il problema non si limita alla politica o agli apparati pubblici o a una parte dei cittadini. Esempi “illustri” ci dicono che i metodi dell’abuso di potere e del ladrocinio organizzato sono stati fatti propri da tanti che si sono piazzati nei centri vitali del capitalismo italiano.

Di costo del lavoro tutti sanno parlare, ma di costo del banditismo economico chi ne parla?

Prendiamo il caso dei Ligresti clan imprenditoriale insediato a Milano da ormai un ventennio. Scrive Alberto Statera: Passati vent’anni, il grande establishment finanziario e politico del paese, complice in buona parte e in ogni momento, scopre – ohibò – antichi e ben noti profili talvolta definiti nei processi “delinquenziali”. Ma qualche cenno sul clan vale la pena di rinfrescarlo per quei banchieri, quei politici e quelle autorità di controllo che per un ventennio non solo hanno rivolto lo sguardo dall’altra parte, ma sono stati complici ben ripagati di una che si rivelerà probabilmente tra le più grandi spoliazioni di un capitalismo notoriamente ben versato nella pubblicizzazione delle perdite e nella privatizzazione dei profitti o, per dirla in modo meno diplomatico, nel sistematico ladrocinio.”

Ladrocinio significa che hanno sistematicamente utilizzato la società di cui avevano assunto il controllo (attenzione: il controllo non la proprietà totale), Fondiaria-Sai, come un bancomat spolpandola e portandola al collasso.

Ecco un esempio, non isolato, di cosa hanno saputo fare le classi dirigenti e i cosiddetti capitalisti italiani. E ci vogliamo meravigliare se qualche tesoriere di partito inondato di soldi dallo Stato ne approfitta per rubare?

Qualcuno dovrà, prima o poi, accendere i riflettori sulla distruzione di risorse che un capitalismo fatto di predoni capaci solo di arraffare il valore creato da aziende un tempo sane ha fatto all’Italia. Sempre si tratta di persone colluse con la politica e, spesso, anche con le autorità di controllo che avrebbero dovuto vigilare. La colla di questo intreccio è nel malaffare e nell’abuso di potere finalizzato all’arricchimento privato senza produzione di valore perché l’effetto è stato di sabotare il mercato e di mortificare le capacità creatrici di tanti che si sono visti la strada sbarrata. Mettiamo nel conto anche il legame con le mafie che ormai sono diventate una forza capace di influire sull’economia e sulla politica e il quadro è completo.

Il declino dell’Italia sta qui e non nell’art. 18 indicato con perfetta malafede da politici e da membri del governo come causa dei problemi dell’economia italiana.

Affrontare questo problema non è cosa che può partire dai partiti come sono oggi né può bastare la Magistratura. Bisogna che se ne facciano carico gli italiani che stanno prendendo coscienza che il vero baratro in cui stiamo precipitando è questo.

Dare spazio a loro è un dovere e una necessità.

Claudio Lombardi

Andare via o rimanere? (di Mila Spicola)

E’ stato presentato nei giorni scorsi il rapporto elaborato dalla SVIMEZ, l’Associazione per lo sviluppo dell’industria nel Mezzogiorno, sullo stato dell’economia nel sud del Paese.

Abbiamo voluto capirci di più e quindi siamo andati a sfogliare il corposo dossier che fotografa l’inesorabile decadenza del mezzogiorno.

Basterebbe un solo dato per chiarire, se ve ne fosse ancora bisogno, di quanto il sud si allontani sempre più dal nord del Paese: 281 mila unità lavorative perse nel periodo 2008-2010. Un dato drammatico a cui si aggiunge un ulteriore tassello di riflessione: nel periodo 2000-2009 hanno lasciato le Regioni meridionali ben 600 mila uomini e donne in cerca di un futuro migliore verso le Regioni del settentrione o all’estero.

Ma quello che davvero lascia interdetti è il dato fornito relativamente alle previsioni per i prossimi quarant’anni: un giovane su quattro sarà costretto a lasciare il sud della penisola. Come commentare questi dati? cosa aggiungere al senso di profonda frustrazione che chiunque, vivendo in questo sud, prova alla lettura di queste cifre? D’altronde lo stato delle cose è più che evidente a chi qui vive e prova a realizzare il proprio percorso di vita. Quanti nostri amici hanno scelto, con dolore, di provare a costruire il proprio futuro altrove? Io per prima sto per andare via di nuovo…e me ne dolgo. Mi verrebbe da dire: m’indigno.

Allora cosa fare? Tante le domande e  la solita retorica: una classe dirigente inadeguata ed insufficiente è probabilmente la prima responsabile di questo sfascio.

Sicuramente è così; ma solo questo? certo no. Vien da chiedersi a questo punto la gente dov’è? La risposta anche in questo caso non è scontata.

La gente probabilmente è impegnata nella dura battaglia quotidiana per la sopravvivenza. Una sopravvivenza che oramai è assoggettata ad un qualunquismo che impone atteggiamenti e comportamenti che sono comuni in questi luoghi ma che non hanno nulla, davvero nulla a che fare con quel necessario e doveroso rispetto delle regole. Ci si arrabatta per come meglio di può, ricorrendo alle amicizie, alle raccomandazioni, alla politica, ma non nel senso sano, bensì insano, quella che “ci sistema il figlio” o ci “aiuta nelle pratiche”.

Io non ci sto e mi incazzo: credo che questo sia il vero punto della questione. Qui si lavora, quando si lavora, preferibilmente in nero; qui si propinano solo ed esclusivamente contratti parasubordinati; qui la gente vive di espedienti. A tutto questo si aggiunge un ulteriore elemento drammatico. Oggi chi paga più degli altri è la parte più avanzata della società culturale meridionale. E’ più facile “collocarsi” con una licenza media piuttosto che con un diploma o una laurea, annullando decenni di sviluppo e organizzazione sociale. Studiare in Sicilia non serve, secondo i dati Svimez. Studi solo per emigrare.

Un vero e proprio paradosso, un vero e proprio spreco di cervelli. Il 54% dei giovani che partono è laureato o diplomato e se ne va a far fruttare le sue competenze non qua, dove verrebbe umiliato e compresso, ma altrove.

Quei giovani che hanno acquisito, grazie al processo formativo, le migliori competenze per sviluppare e concretizzare il proprio futuro, e quindi quello dei luoghi dove vivono, oggi, per il perverso meccanismo che vede proprio nel mezzogiorno la presenza di una classe dirigente abbondantemente al di sopra dei 50anni, vedono letteralmente bloccato il proprio ingresso nella gestione del presente e nella costruzione del futuro.

Voglio raccontarvi la mia esperienza solo perchè  è indicativa ed è utile alla riflessione. Ricordo che non sono la sola, con me ci sono Antonio, Giacomo, Peppe, …e tanti tanti altri che hanno avuto esperienze fotocopia della mia. C’è la mamma di una ragazza ingegnere che adesso vive negli States e che è stata messa dai suoi letteralmente piangente in un aereo quando andò via la prima volta. Oggi è una ricercatrice affermata che produce sviluppo non per la sua terra ma per gli Stati Uniti.

Io poi…ero andata via nel ’92, sono ritornata nel 2007 e mi sa che rivado via, dopo 4 anni di lotte inenarrabili e sempre con gli occhi del sospetto per giustificare l’attivismo: perchè al sud se ti agiti troppo il retropensiero è sempre in agguato, meglio star fermi. Ma c’è chi si muove e vuole muoversi e c’è anche chi si muove per andarsene, una, due , più volte.

Ho appena vinto un concorso per l’ammissione a una scuola di dottorato internazionale con un esame difficilissimo,  in due lingue, studiando come un’ ossessa per prepararmi nonostante le discipline siano il mio cavallo di battaglia: i sistemi d’istruzione. Abituata al peggio ero convinta di non vincerlo, lo davo per scontato. Io sconosciuta e di una città lontana. E per la seconda volta nella vita il partire mi ha premiata a fronte di un rimanere che non premia bensì soffoca.

Lo dico solo per raccontarvi che sono la stessa persona che nel ‘92 non li superava ancora i dottorati salvo poi superarli altrove e , recidiva, due anni fa  non superò nuovamente, un concorso di ammissione a un dottorato ben più modesto presso l’ateneo palermitano per “vizio di forma”. Il concorso era solo per titoli, e  io avevo una carrettata di titoli dovuti a 15 anni di ricerca universitaria da precaria della ricerca fuori da Palermo e fuori dall’Italia.

Partecipai quasi per gioco, pensai che non c’era manco “prio”, così si dice da noi…e invece. Al peggio non c’è fine e il “solo per titoli” che avevo valutato come una fortuna si trasformò in una beffa da non credere, se non l’avessi vissuta. Non seppero trovare di meglio che il vizio di forma nel progetto di ricerca per escludere “questa qua che nessuno la conosce e che nemmeno si è permessa di fare una telefonata“. Come se non bastasse la produzione scientifica certificata, due lauree, un altro dottorato, una specializzazione, due master e le pubblicazioni a garantire un curriculum: mancava l’essenziale e il vizio di forma fu la mancata telefonata di rito. Io riti non ne seguo se non quelli della legalità e della chiarezza e li mandai a quel paese. Pensai tutta la miseria del mondo e la penso ancora quando mi capita di passare da via Ernesto Basile, non me ne abbiano i pochi che fanno eccezione alla regola. Ma la regola infame è quella. Pensai che dal ’92, anno delle stragi, al 2010 non era cambiato nulla nel sistema cooptativo siciliano. Se non sei cooptato puoi pure essere Rubbia: non hai niente da fare nell’Università di Palermo.Lo stesso vale negli altri ambiti.

Non mi stupii, ma me ne addolorai, quando quel ragazzo si lanciò dal balcone perchè qualcuno gli aveva detto, tra quei corridoi, che “non aveva futuro”. Per fortuna molti il futuro lo hanno: altrove. E se ne vanno. Ma è questo che spetta ai nostri figli?

L’Ateneo palermitano è tra gli ultimi Atenei per qualità della ricerca che abbiamo in Italia. Vi chiedete perchè?

Ha un buco di bilancio impressionante. Vi chiedete perchè?

I cognomi di chi lavora sono pochissimi e sempre ricorrenti. Vi chiedete perchè?

Chi lo sostiene? I nostri e i vostri contributi.

A chi serve? Non certo alla ricerca. Non certo allo sviluppo libero e competente delle menti migliori.

A meno che non siano cooptate.

Chi lo guida adesso è da decenni connivente di tutto, e addirittura adesso si candida a Sindaco.

Dove se ne vanno i migliori? Dove non sono costretti a fare una telefonata, dove non sono costretti a fare parte di un clan  e dove non devono essere loro a dire grazie ma viceversa il grazie arriva quando sono capaci di produrre, di riuscire, di regalare sviluppo. Dove non dovranno aspettare i 50 anni per vincere un concorso da ricercatore, con i capelli solo un pò meno bianchi del professore ormai 80enne che non si decide ad abbandonare la poltrona. Dove non dovranno mettersi in fila di fronte alla segreteria di qualcuno.

Dove l’autonomia e la libertà di giudizio critico e di pensiero sono un valore aggiunto e una qualità e non un onta o un ‘offesa. In una parola: dove avranno la possibilità di usare la loro libertà e di metterla in frutto al meglio.

Se ne vanno. Altrove. Intanto in Sicilia affondiamo e ci illudiamo di “combattere per il cambiamento” armando qualche banchetto per strada, se siamo al di qua, o accaparrandoci qualche poltrona se siamo di là. Ma non viene in testa a nessuno che se non cambiano i modi c’è poco da fare: non cambierà nulla e il destino del degrado è già segnato e costante.

Palermo è in cima ai dati dell’emigrazione giovanile: 29.000 tra i nostri giovani migliori hanno abbandonato, con dolore, la nostra città.

Per non tornare fino a quando le cose non cambieranno. O per tornare al momento opportuno per cambiarle davvero, mutando il dna generazionale.  Io farei una legge che persegua penalmente in modo determinato i comportamenti illeciti in tal senso dentro gli Atenei, come altrove.

Queste cose non possono avere il coraggio di dirle i ragazzi che le subiscono e che ne sono vittima, ma qualcuno dovrà pure iniziare a dirle.

Magari qualcuno di noi che sta già rifacendo la valigia per tornare ad andar via.

Io penso che la vera questione in Italia, la questione di tutte le questioni sia quella giovanile, connessa col merito, con la sfida dei saperi e delle conoscenze e con la possibilità di dar corso alle proprie aspirazioni in modo adeguato e libero.

Se non si risolve questa è inutile far altro.

Se non si risolve la questione l’esodo non diventerà mai un controesodo e la Sicilia, il sud, saranno destinati ad essere deserto.

Mila Spicola (Nota da FB 1° ottobre 2011)

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