Le primarie per scegliere una nuova Europa

Diciamo la verità: il Pd l’ha tirata per le lunghe. Speriamo che il congresso finisca con le primarie di domenica. Se un vincitore non dovesse esserci si rimanderebbe ancora il momento in cui il Pd avrà un nuovo gruppo dirigente. Per questo bisogna che elettori e simpatizzanti diano una mano e vadano a votare. Ci sono milioni di italiani in attesa da un anno che il partito alla testa dei governi per un’intera legislatura esca dal suo travaglio e si schieri nella battaglia politica con UNA identità e con UNA proposta politica.

Un anno è lungo soprattutto se viene occupato dalla formazione di un governo dannoso per l’Italia che compie scelte strategiche senza scontrarsi con un’opposizione vera. La scelta di allontanarsi dall’Europa è quella principale anche se negata a parole. Hai voglia a dire “noi non siamo per l’uscita dall’euro”, “noi rimarremo in Europa”. Se fino a poco prima hai fatto della rottura con l’Europa la tua bandiera non puoi prendere in giro nessuno. Soprattutto se gli atti che compi adesso la realizzano giorno dopo giorno.

L’Europa. Gira e rigira sempre questo è il punto. Chi sta nella realtà e non insegue sogni ed incubi sa che l’Europa è la dimensione inevitabile se non vuoi finire triturato nella  competizione tra giganti economici e geopolitici che si fronteggiano oggi nel mondo.

Come si fa a prescinderne?

Dove va l’Europa è la domanda che qualunque forza politica seria dovrebbe farsi prima di sviluppare qualsiasi altro ragionamento. Ma dove va l’Europa non lo decide un “grande vecchio” nascosto in qualche antro segreto. Lo decidono i paesi che ne fanno parte e le loro classi dirigenti e, quindi, anche le rispettive opinioni pubbliche.

Per questo è importante tenere conto di ciò che i possibili segretari del Pd dicono sull’Europa. Potranno essere loro a decidere la strategia dell’Italia nei prossimi anni. O, meglio, potrebbe essere il cittadino (finalmente!) a scegliere una parte politica che ha le idee più convincenti sulla questione cruciale della nostra epoca in questa parte del mondo.

Sì, per ora sono molti quelli che preferiscono le pagliacciate di Salvini o le esibizioni di Di Maio o le strampalate idee di qualche NO EURO tenuto a freno da mere questioni di tattica (ogni riferimento a Borghi e Bagnai è voluto). Ma potrebbe succedere che domani questi non siano più la maggioranza e che tanta altra gente torni a votare. Usando la testa.

Primarie Pd: Zingaretti, Martina e Giachetti (da sx)

Vediamo dunque cosa dice sull’Europa uno dei candidati in pole position per guidare il Pd: Maurizio Martina.

I concetti chiave scritti nella sua mozione sono netti:

potenziare l’integrazione europea (perché su molti terreni l’Italia da sola può fare ben poco);

costruzione di una sovranità europea di ispirazione democratica e federale da affiancare a quelle nazionali;

costruire un’Europa politica con chi ci sta (significa sdoppiamento istituzionale tra Unione Europea ed Eurozona) non per cedere sovranità, ma per condividerla con altri per contare tutti insieme di più nello scacchiere globale;

modifica dei Trattati dell’UE per riformare le istituzioni in modo che conti di più la scelta diretta dei cittadini (cioè il Parlamento e l’elezione del presidente della Commissione);

politiche sociali, estera, per le migrazioni, di sicurezza e difesa uniche (attenzione, non sono chiacchiere: Francia e Germania stanno lavorando per questo);

superamento del fiscal compact non per fare ognuno come gli pare nei bilanci nazionali, ma perché serve una vera Unione fiscale per l’Eurozona e quindi un bilancio, finanziato con risorse proprie e controllato dal Parlamento europeo per avere le risorse necessarie ad intervenire nei periodi di crisi;

un piano di investimenti in infrastrutture sociali nel campo della salute, istruzione ed edilizia;

una assicurazione europea contro la disoccupazione; e poi una direttiva europea sulla responsabilità sociale delle imprese che obblighi una multinazionale che abbia deciso di trasferire altrove la propria attività a farsi carico delle conseguenze sociali e ambientali che lascia sul territorio.

Tante idee e di peso. Potrebbero essere queste alla base di un governo italiano che riporti il nostro Paese ad essere un protagonista che progetta e realizza il futuro assetto dell’Europa.

La questione è semplice: vogliamo stare con i paesi più forti ed evoluti come ci siamo stati per oltre 60 anni o vogliamo scivolare indietro verso alcuni degli ultimi arrivati che utilizzano l’Europa come un taxi, ma non hanno alcuna strategia di sviluppo comune (il gruppo di Visegrad tanto caro a Salvini per intenderci)?

La scelta tocca a noi italiani. C’è chi predica un’illusoria chiusura come Salvini e Di Maio perché di fronte al mondo come è realmente non sanno che fare e c’è chi immagina un futuro con un Governo Federale Europeo legittimato direttamente dai cittadini.

La proposta di Martina è chiara ed è per questa seconda strada. Dunque merita il nostro voto

Claudio Lombardi

Il caos calmo dell’ Unione Europea

Ormai da molti anni l’Unione Europea ed i suoi Stati membri sono esposti ad una serie di incertezze ed a  rischi assai significativi, i governi e  Bruxelles tamponano i problemi con soluzioni che se va bene stanno in piedi per pochi anni e se va male per pochi giorni, per molti una visione di lungo periodo appare quasi un lusso e questioni evidentemente strutturali vengono qualificate come emergenze. La Banca Centrale Europea da almeno quattro anni sta facendo politiche monetarie espansive, eppure i risultati sono scarsi perché tali scelte sono neutralizzate dalla mancanza di una politica fiscale europea e la Brexit potrebbe portarci di nuovo in recessione. Dagli attentati di Parigi si parla tanto di cooperazione ma i governi non hanno raggiunto nemmeno un accordo sullo scambio di informazioni sul traffico aereo; pochi mesi dopo un discutibile trattato sui migranti Erdogan fuga ogni dubbio sul fatto che la sua Turchia è per l’Unione un partner privo di “agibilità politica”.  A ciò si aggiungono i dubbi sulle banche dei paesi mediterranei e su Deutsche Bank.

crisi EuropaChi sperava che il referendum del 23 giugno ponesse almeno  fine alle ambiguità nel rapporto tra Londra e Bruxelles (io non ero tra questi) è stato smentito. La nuova premier britannica, Theresa May, ha subito dichiarato laconicamente che “Brexit vuol dire Brexit” ma non ha detto quando pensa di attivare l’articolo 50 del Trattato sull’Unione europea che disciplina l’uscita di uno Stato membro dell’Unione. Per Londra è assai importante rimanere ancorata al mercato unico, quindi il più ragionevole scenario è che i conservatori britannici inseguano una Brexit soft, con qualche restrizione in più sui migranti provenienti da altri paesi dell’Unione Europea, che di fatto ci condurrebbe ad un quadro non troppo diverso da quello dell’accordo di inizio anno tra Bruxelles e Cameron. Le alternative sul tavolo sono ancora parecchie, per questo il referendum non ha chiarito nulla e gli effetti economici della Brexit potrebbero manifestarsi solo tra diversi mesi.

brexitLa Brexit, il terrorismo, la crisi economica, la mancanza di una politica europea sulle migrazioni non sono fenomeni disgiunti, ma le tante facce di una “governance” europea inadeguata. La soluzione migliore è quella di un nucleo duro di paesi che vogliono procedere verso un unione sempre più stretta e si dotano di strumenti per una politica fiscale e per una politica estera e di difesa comune. A tale nucleo duro si potrebbero affiancare con lo status di “associato dell’unione”  una serie di paesi, quali la Gran Bretagna, molte repubbliche dell’Europa Orientale e magari anche la Turchia, la Russia e l’Ucraina. Ovviamente il riconoscimento dello status di paese associato deve essere subordinato al rispetto della democrazia e dello stato di diritto, quindi la Turchia potrà essere un partner economico e politico dell’Unione  solo se ritornerà alla democrazia, la Russia, l’Ungheria e la Polonia solo se  sposeranno i valori europei e l’Ucraina solo se ritroverà la stabilità necessaria a garantire la pacifica convivenza tra la comunità che guarda all’occidente e le minoranze di lingua russa. Fino a pochi anni fa la UE a due velocità era considerata un degenerazione del processo di integrazione europea, eppure con Maastricht, Schengen, l’euro  e la cooperazione in materia giudiziaria le velocità sono diventate molte più di due, oggi occorre fare chiarezza. La crisi iniziata con Lehman Brothers ha reso insostenibile l’Europa di Maastricht e degli anni novanta.

europa unitaL’Europa a due velocità da un lato permetterebbe, ai paesi che vogliono farlo, di fronteggiare con un bilancio comune problemi quali la disoccupazione, la deindustrializzazione, le sempre più ricorrenti crisi finanziarie, dall’altro porterebbe alla nascita di una politica estera comune che tanto è mancata in questi anni e che ha visto un’Europa inerte di fronte alla proliferazione di  polveriere come la Siria, la Libia e l’Ucraina, a regimi sempre più violenti come la Russia di Putin e l’Egitto di Al Sisi e perfino al ritorno dell’autoritarismo in Polonia ed Ungheria. Una politica estera europea strutturale dovrà finalmente affermare il principio che i regimi violenti ed autoritari non possono essere in alcun modo partner economici e politici.

Per raggiungere tali obiettivi però non basterà più Europa, servirà un’Europa profondamente diversa da quella degli ultimi dieci anni

Salvatore Sinagra