Europa ed Africa: il timore e la speranza

Europa ed Africa. Le previsioni demografiche dicono che la prima è destinata a perdere da qui alla fine del secolo più di 100 milioni di abitanti. La seconda quasi li quintuplicherà. In numeri le cose stanno così: oggi 456 milioni l’Europa contro 540 dell’Africa, nel 2050 374 milioni e 1,3 miliardi, nel 2100 324 milioni e 2,53 miliardi. Di qui il parere unanime che un travaso di esseri umani ci dovrà essere e pure in misura consistente. Per l’Italia alcuni prevedono che per mantenere l’attuale livello della popolazione serviranno milioni di immigrati. In tutta l’Europa più di cento. Arriveranno tutti dall’Africa? Non è detto e d’altra parte già oggi il mix delle provenienze è molto vario. Ma certo l’Africa è vicina e dunque sarà inevitabile che da lì verrà la quota più consistente dell’immigrazione.

natalità caloLe cause di questa situazione sono note: natalità in calo, mancata sostituzione dei morti, invecchiamento della popolazione e decrescita netta della sua consistenza. Non tutti i paesi sono uguali però. Francia, Irlanda e Svezia sono vicine al tasso ideale di natalità (2,1 figli per donna); l’Italia è molto lontana con il suo 1,4. Alcune domande sono ovvie. Il tasso di natalità è modificabile? Se sì vuol dire che può anche crescere. Non è detto che i giovani e le famiglie non possano essere aiutati e che non decidano di generare più figli. Certo gli stili e le scelte di vita contano molto, ma la Francia dimostra che qualcosa si può fare. Ipotizziamo che si riuscisse a ridurre molto il declino demografico, ciò significherebbe che ci sarebbe bisogno di meno immigrati? Se ci si limita a prendere come base i numeri attuali la risposta dovrebbe essere sì: siamo 60 milioni e tanti dobbiamo rimanere non ci serve aumentare di numero.

E invece fare più figli potrebbe non bastare perché ciò che cambierà sarà la composizione della popolazione ovvero gli anziani aumenteranno, moriranno di meno e assorbiranno risorse. Dunque la stabilità non risolve il problema. Ci vorrebbero più nascite ben oltre il tasso di sostituzione ovvero più giovani in età di lavoro. A meno di non trasformare le donne italiane (ed europee) in fattrici dedite solo alla generazione dei figli qualcuno da fuori dovrà arrivare a darci una mano.

famiglie numeroseDa fuori significa innanzitutto dall’Africa che non va, però, considerata solo un serbatoio di mano d’opera a buon mercato e nemmeno una minaccia. Negli ultimi anni l’incremento del Pil di molti paesi africani si è avvicinato ai livelli cinesi, il tasso di natalità è diminuito ed è destinato a crescere l’invecchiamento della popolazione. È probabile, inoltre, che lo sviluppo economico porti a stili di vita diversi da quelli attuali e anche ad una ridefinizione del ruolo della donna. Probabilità non certezza, ma una probabilità che può essere aiutata ed aiutare molto nel diminuire la pressione verso l’emigrazione. E cosa può aiutare? La collaborazione con l’Europa che possiede capitali e tecnologie per spingere lo sviluppo dei paesi africani. La Cina lo sta già facendo e non certo per scongiurare una possibile ondata migratoria verso i suoi confini. Però la strada è quella. Ed è una strada chiaramente indicata dal governo italiano già da un paio d’anni con il suo Migration Compact.

Non si tratta, quindi, di eliminare l’immigrazione, ma di disciplinarla e di inserirla dentro una politica che abbia al suo centro l’integrazione. Possiamo pensare che l’immigrazione del prossimo futuro potrà essere quella dei barconi o, meglio, quella gestita dai trafficanti (con o senza Ong a completarne l’opera)? Evidentemente no. Nel prossimo futuro l’automazione progredirà velocemente e molti lavori non specializzati saranno effettuati da macchine robotizzate. È un cambiamento al quale dovremmo prepararci da adesso e che riguarderà innanzitutto chi è nato qui. Le cose non saranno facili e molti lavori bisognerà reinventarli. In questo scenario un’immigrazione incontrollata potrà solo creare tensioni micidiali e non servirà all’economia.

sbarchi migrantiÈ dunque quanto mai giusta la linea adottata dal governo italiano (e condivisa adesso dai principali partner europei) di bloccare il traffico di migranti, di avviare una politica di coinvolgimento dei paesi africani con l’obiettivo non di aiutarli genericamente, ma di collaborare a progetti che favoriscano lo sviluppo economico locale e, contemporaneamente, organizzarsi per selezionare sul posto e con il controllo di organismi internazionali le domande di asilo politico. E per raccogliere le richieste di permessi finalizzati alla ricerca del lavoro (magari dando la precedenza a chi ha una formazione professionale).

In ogni caso l’integrazione è e sarà il punto centrale. Abbandonando ogni buonismo multiculturalista dobbiamo essere consapevoli e far capire a chi arriva (e prima ancora che parta) che l’integrazione sarà innanzitutto culturale e non sarà alla pari. Ovvero su alcuni punti non ci saranno compromessi e non dovrà essere possibile dire “nel mio paese si fa così e lo voglio fare anche qui”. Senza fretta e senza animosità, ma su questioni come la libertà, la parità tra uomini e donne, la separazione tra potere civile e religione, il rispetto dell’individuo non ci sono compromessi possibili. Fare chiarezza su questi punti farà bene anche a noi e, se accanto ai corsi di italiano per i richiedenti asilo riattiveremo l’educazione civica nelle scuole magari trasmetteremo anche ai giovani italiani il valore di questi principi

Claudio Lombardi

La governance europea che favorisce il populismo

Un articolo di Sergio Fabbrini sul Sole 24 Ore tocca il tema cruciale della crescita del populismo in Europa. “Perché i partiti anti-europeisti (cioè contrari all’integrazione politica del continente) sono in crescita ovunque, persino in Germania?” si domanda Fabbrini. La risposta è che non si tratta solo delle politiche che persegue la Ue, ma anche del modello di governance che si è creato nella zona euro. Occorre quindi cambiare le politiche, ma anche il modo con il quale vengono assunte le decisioni in Europa. Seguiamo il ragionamento con una sintesi dell’articolo.

partiti-politiciLa crisi dei partiti ha toccato tutti i paesi europei e la tradizionale competizione fra destra e sinistra non è stata in grado di rispondere alle insoddisfazioni degli elettori. Così sono spuntate le formazioni anti-partito tutte orientate su posizioni anti-integrazione europea. È saltato lo schema che nel dopoguerra per decenni aveva ricondotto all’interno della competizione tra destra e sinistra le spinte che emergevano dalla società. Le infrastrutture politiche dello sviluppo economico post-bellico sono nate e hanno vissuto nell’ambito di questa competizione. Ciò che è accaduto a partire dalla crisi finanziaria del 2008 è stata una convergenza programmatica tra destra e sinistra che ha avuto la sua massima espressione nell’ambito delle politiche europee.

Da qui sono nati i governi di grande coalizione in Germania (2005-2009 e 2013-2017) che hanno di fatto cancellato la distinzione tra le posizioni cristiano-democratiche e quelle socialdemocratiche. Qualcosa di simile è accaduto in Francia con la sostanziale continuità programmatica delle presidenze Sarkozy e Hollande. (Anche in Italia abbiamo avuto un governo di emergenza nel quale si sono annullate le differenze tra le diverse componenti politiche).

protesta-anti-euroIl problema è che così “le nuove domande generate dal cambiamento sociale hanno finito per trovare nuovi canali per trasmettersi alla politica. Sono stati i movimenti populisti a rappresentare quelle domande, indirizzandole non solo verso il rifiuto dei partiti tradizionali (di destra e di sinistra) ma soprattutto verso il sistema euro-nazionale di cui quei partiti sono stati l’infrastruttura”. Si è così creata una nuova divisione non più tra destra e sinistra, ma tra sì e no al proseguimento dell’ integrazione europea.

Questa, tradottasi nell’integrazione monetaria e specialmente a partire dalla crisi del 2008, “ha modificato radicalmente la struttura della competizione politica all’interno dei paesi dell’Eurozona”. Tuttavia, la convergenza tra la destra e la sinistra non deriva dall’istinto di conservazione di élite politiche interessate a conservare i loro privilegi, ma, piuttosto, dal modello di governance economica che si è venuto istituzionalizzando nel corso della crisi. “In particolare, è il risultato dei vincoli regolamentari che si sono imposti sulle scelte nazionali, sull’onda della necessità di rispondere alla minaccia esistenziale del fallimento dell’euro”.

destra-sinistraIl guaio è stato che quei vincoli “hanno svuotato di significato la tradizionale competizione tra la destra e la sinistra a livello nazionale, senza promuovere contemporaneamente una altrettanto efficace competizione tra l’una e l’altra a livello sovranazionale”. Cioè si è trasferita la decisione sulle più importanti politiche economiche e finanziarie nazionali a Bruxelles determinando lo svuotamento di significato della competizione politica nazionale.

Il problema è che quelle “decisioni vengono prese in consigli intergovernativi costituiti di leader nazionali che possono trovare un accordo solamente facendo convergere le loro rispettive posizioni politiche. Se si esce da quegli accordi, si espone il proprio paese alla reazione dei mercati e all’isolamento rispetto agli altri partner europei. Se si rimane nel perimetro di quegli accordi, si alimenta la reazione anti-europeista dei partiti populisti all’interno del proprio paese”.

cambiare-stradaCome uscirne? La soluzione per Fabbrini non è solo cambiare le scelte politiche, ma cambiare il modello di integrazione, “separando chiaramente le politiche che vanno gestite insieme a Bruxelles e le politiche che debbono essere gestite individualmente dai singoli paesi”. Seguendo il suo ragionamento e tentando di completarlo, tuttavia, anche questo cambiamento non sarà sufficiente se non emergeranno indirizzi politici alternativi su scala europea. Ovvero se la principali correnti politiche europee non elaboreranno programmi differenziati  coerenti con i loro presupposti culturali. Avere come unico orizzonte i pur necessari parametri finanziari porta alla morte della politica che, però, non muore veramente, ma si trasferisce su movimenti anti-sistema e anti-Europa che hanno come unico progetto la separazione e la chiusura nei confini nazionali. Una ricetta che l’Europa ha già pagato con due guerre mondiali

Claudio Lombardi

Europa o no? Meglio stare coi piedi per terra

Miti e mode influiscono sull’umore dei popoli oltre che sulle scelte individuali. Anni e anni di politiche sbagliate hanno creato sull’Europa un mito negativo che è anche diventato una moda. Quando si nomina l’Europa spesso sembra di nominare una disgrazia, un peso, qualcosa di cui sarebbe meglio fare a meno. E così anche il cittadino comune prende con leggerezza l’eventualità di una uscita dall’Europa o, quantomeno, dall’euro.

instabilità EuropaFa bene, quindi, Mario Sechi a dedicare un articolo al “peggiorismo” ossia a quell’umore che fa considerare sempre gli aspetti peggiori di una situazione dimenticando i migliori.

Scrive Sechi che il peggiorismo “E’ diffuso in tutto il Vecchio continente, ne sono posseduti quelli che non hanno memoria, quelli che hanno dimenticato come e cosa (non) eravamo. Quelli che hanno acquistato la casa al tasso d’interesse più basso della storia economica, quelli che hanno quasi tutti (oltre l’80 per cento) la casa di proprietà, quelli che l’euro è la nostra rovina mentre vanno a letto in quell’abitazione che nel frattempo ha raddoppiato il suo valore, quelli che fanno parte di una nazione, l’Italia, che nel 1995 vantava una ricchezza netta delle famiglie pari a 4.180 miliardi di euro (correnti) e nel 2013 (sì, negli anni della grande crisi) è passata alla modica cifra di 8.730 miliardi, quelli che hanno oggetti di valore per un totale di 108 miliardi, quelli che sono proprietari di terreni che oggi valgono 206 miliardi e nel 1995 erano 57 miliardi, quelli che prima dell’euro avevano depositi bancari per 534 miliardi e toh!, oggi quei miliardi sono 714, quelli che il risparmio postale era pari a 106,9 miliardi e oggi sono 357,4 miliardi, quel popolo che nel 1995 investiva 252,9 miliardi in titoli di società di capitali e oggi, nonostante la crisi, la Borsa che va su e giù, sono là con un gruzzolo di oltre 645 miliardi, quelli che prima della moneta unica avevano 103 miliardi piazzati in fondi di investimento e oggi sono 376 miliardi, quelli che odiano le banche, i banchieri, questi filibustieri, queste istituzioni da patrimonio degli italianichiudere e nel 1995 avevano contratto prestiti per 172 miliardi e oggi, con tutto il disprezzo possibile, ne hanno per 683 miliardi, quelli che il credito al consumo no, fa schifo perché è chiaro che sono tutti dei cravattari, ma sai poi c’è da acquistare il frigo bombato, lo smartphone, il viaggio nel resort all inclusive, ecco quelli avevano firmato impegni per 8,3 miliardi nel 1995 e poi nel 2013, poco dopo lo spread alle stelle, hanno continuato a vivere con 111 miliardi erogati a tassi rasoterra da restituire a quel cassiere che mi guarda torvo, deve avere sotto controllo il mio tenore di vita, si faccia gli affari suoi e sganci il contante, quelli che l’Ue ci costa troppo ma non sanno che viviamo nel blocco commerciale più grande del mondo e il maggior esportatore di merci (sì, più della Cina: il 15,4 per cento di tutte le esportazioni contro il 13,4 per cento), quelli che non sanno che solo il 6 per cento del bilancio dell’Ue (142) miliardi è destinato a coprire i costi dell’istituzione e tutto il resto torna indietro in investimenti, quelli che alzano l’indice ma che hanno archiviato l’Erasmus del figlio (1,5 miliardi), quelli che accendi il navigatore dell’auto, anvedi la tecnologia, ora ci dice qual è la strada per la casa della famiglia dei Biscotti Boriosi e non hanno idea dei miliardi investiti (1,3 nel 2014) per i sistemi satellitari Galileo e Egnos, quelli che fondi europeiusano i Fondi strutturali (38 miliardi) e fanno finta che piovano da Marte, quelli che gli 8 miliardi dei Fondi di coesione pensano che crescano sotto i cavoli, quelli che se domani spariscono i 43 miliardi del Fondo europeo per l’agricoltura chiudono l’azienda, quelli che toh! ci sono anche 13 miliardi per lo sviluppo rurale, proviamoci, quelli che vanno in mare a gettare le reti e aspettano pesci e fondi europei per la pesca (1 miliardo), quelli che è tutta colpa della Germania ma ignorano che il volume dell’interscambio bilaterale con l’Italia è pari a 103 miliardi di euro e che per fare la stessa cifra bisogna sommare l’interscambio di Regno Unito e Francia con Berlino.

E poi quelli che Dio strafulmini la Merkel e ignorano il fatto che i tedeschi, questi padroni dell’Europa che bisogna ripudiare e lasciare al suo destino, in Italia hanno investito in oltre 1.800 imprese, hanno creato 128 mila posti di lavoro e circa 58 miliardi di euro di fatturato, quelli che non hanno mai conversato con gli italiani che in Germania hanno creato oltre 2.100 aziende, 81 mila posti di lavoro e generato un fatturato di 48 miliardi, quelli che Mario Draghi ha lavorato a Goldman Sachs e la Bce è un luogo di cospiratori, sciagurati, la loro vita è attaccata al forziere di questo italiano di eccezionale tempra e intelligenza. Dicono: c’è la crisi. Perbacco, che scoperta. Soluzione? Facciamo un bel falò e viva la sovranità. Di grazia, quale sovranità? Quella che avevamo con la lira di cui George Soros fece strage nel 1992? Governava Giuliano Amato, la Banca d’Italia fu costretta a vendere 48 miliardi di dollari di riserve per riallineare il cambio della lira, la nostra moneta fu svalutata del 30 per cento e uscì dal sistema monetario europeo. Erano i tempi del prelievo forzoso del 6 per mille sui conti correnti. Che delizia. Rifacciamolo, dai. E’ successo il 9 e 10 luglio del 1992. Tutto dimenticato. Come la realtà di oggi”.

Morale della favola: cerchiamo di avere memoria perché la storia non  progredisce sempre, a volte porta anche indietro a una condizione peggiore di quella in cui viviamo. Per cui lottiamo per politiche europee più giuste, ma stiamo ben saldi con i piedi per terra cioè in Europa

C. L.

Il punto di Romano Prodi sulla disuguaglianza

Sul sito www.avvenire.it compare un’interessante intervista a Romano Prodi della quale riportiamo una sintesi

La diseguaglianza è il “buco nero” nel quale rischiano di annullarsi gli sforzi per stabilire un ordine mondiale fondato sulla stabilità e sulla cooperazione. Ben più dei conflitti religiosi è questa la causa del degrado di territori dai quali le popolazioni vogliono fuggire e crea le migrazioni di massa che caratterizzano questo periodo storico. In Europa la disuguaglianza rischia di far fallire il compromesso tra Stato, erogatore e garante di politiche pubbliche e di welfare, e mercati basati su una imprenditorialità legata ai territori. Il rischio secondo Prodi, è “di vivere in una società non solo ingiusta ma anche poco dinamica”.

ricchi e poveriLa crescita delle disuguaglianze non nasce oggi, ma risale a circa 35 anni fa. Fino al 1980 le disuguaglianze “sono diminuite, grazie all’effetto delle politiche salariali, all’azione dei sindacati, all’intervento redistributivo dei governi attraverso le imposte. Soprattutto prevaleva una dottrina economica, che possiamo definire keynesiana, per la quale la protezione sociale e l’uguaglianza erano obiettivi condivisi. Poi tutto si è rovesciato. Soprattutto per opera dei governi della Thatcher in Gran Bretagna e di Reagan negli Stati Uniti si è imposta la dottrina economica di ‘non intervento’ basata sui principi di un liberalismo esasperato. Sono diminuite in modo drastico le aliquote fiscali sui redditi maggiori, sono state abolite in molti Paesi le imposte sulle eredità e, anche se non è diminuito nel complesso il carico fiscale, è stato alleviato il peso sui redditi più elevati”.

Non è stato un processo spontaneo, ma “ci sono state scelte politiche che hanno aumentato le differenze tra ceti alti e ceti medio – bassi. A ciò si è accompagnata la finanziarizzazione dell’economia: le strutture della finanza hanno accumulato fortune come non mai prima. Si dice che oggi un terzo delle ricchezze del mondo facciano capo a persone che starebbero tutte in un solo pullman e questo, come viene spiegato da molti economisti, perché il rendimento della finanza è più elevato del rendimento dell’economia produttiva”.

ricchezza Ciò che colpisce è che l’ideologia liberista è penetrata così in profondità che per molto tempo proporre la redistribuzione delle ricchezze attraverso il sistema fiscale significava candidarsi a perdere le elezioni. Tuttavia adesso sta cambiando qualcosa e “siamo arrivati a un fatto prima inconcepibile: un candidato alla primarie americane che si definisce socialista, parola che negli Usa era quasi un crimine di guerra”. Al di là delle possibilità di vittoria di Sanders conta “che una parte cospicua della giovane generazione americana lo sostenga”.

Anche le nuove tecnologie hanno contribuito a cambiare gli equilibri preesistenti distruggendo “una quantità enorme di lavoro nelle classi medie” e frammentandolo. Si è verificata così una polarizzazione tra le fasce più basse (badanti, colf, addetti ai call center) e le fasce alte che (manager, dirigenti). “Il problema è serio soprattutto per Paesi come l’Italia che ha uno scarso ritmo di aumento delle professioni innovative. Se continuiamo a mandare all’estero i nostri cervelli è un suicidio collettivo”.

Il problema per Prodi è riagganciare la ripresa, ma “non lo si può fare senza aumentare la propensione al consumo. Se la ricchezza si accumula solo nelle classi superiori, che consumano rispetto alle altre una percentuale minore del loro reddito, è chiaro che l’economia non si muove. E restiamo in una condizione che non dà sicurezza perché rompe la struttura sociale”.

crescita pilIl grande interrogativo è se l’Europa saprà cambiare strada rispetto a quella battuta nei decenni passati e che ha fallito. Per Prodi “l’Europa può vantare a suo merito l’unica grande invenzione del secolo scorso, il welfare state ma, di fronte ai cambiamenti che ho descritto, ha progressivamente perso la sua anima. La cancelliera Merkel, che pure rischia la sua vita politica per il suo atteggiamento in favore dell’immigrazione, afferma nel contempo che l’Ue, avendo solo il 7% della popolazione e il 20% del Pil mondiale, non può sostenere il 40% del costo globale del welfare. È un discorso che ha una logica, ma 30 anni fa sarebbe stato rovesciato e saremmo partiti dalla necessità di preservare le conquiste sociali. Questa rassegnazione dell’Europa alla perdita del suo patrimonio di solidarietà mi colpisce molto. Tuttavia oggi la battaglia per una maggiore uguaglianza può essere ricominciata, perché c’è una corrente intellettuale robusta che mette in primo piano questi problemi, anche se non si è ancora trasformata in forza politica”.

Europa e Stati Uniti di fronte alla crisi

Un interessante articolo sul Sole 24 Ore a firma di Alberto Quadrio Curzio mette in luce le grandi differenze nella risposta alle crisi finanziarie e bancarie tra Europa e Stati Uniti. Di seguito ampi stralci. “Le Istituzioni della Ue e della Uem … progettano per la crescita, ma operano per il rigore. Gli Usa hanno fatto l’opposto operando in velocità con interventi pubblici dalle grandi conseguenze economiche……

crisi EuropaRecessione e ripresa
La ripresa degli Usa è nata dalla rapidità e dall’entità del contrasto alla crisi con due interventi associati al quantitative easing. Il primo,varato già il 3 ottobre 2008 dal Governo Usa, è il Tarp (Troubled Asset Relief Program) per acquistare i titoli “spazzatura” dalle banche ripulendone i bilanci. Il programma di iniziali 700 miliardi di dollari consentì al sistema bancario Usa di riprendersi presto e di erogare credito. Al contrario nella Uem, i salvataggi e le pulizie bancarie sono state frammentate nazionalmente (talvolta occultamente tramite salvataggi a Stati come Irlanda, Portogallo e Grecia anche per soccorrere banche tedesche e anche francesi) e lentamente. I Paesi grandi più fragili sia pure per ragioni diverse (la Spagna per la bolla immobiliare, l’Italia per il debito pubblico) si sono trovati di fronte ad una scelta: entrare in un programma di risanamento bancario finanziato dal fondo europeo Esm a condizione di essere vigilati dalla cosiddetta ”troika”(scelta, giusta, della Spagna); cavarsela per conto proprio (scelta, sbagliata, dell’Italia). Ciò accadeva nel 2012-13 (cioè quattro anni dopo il Tarp Usa) quando la crisi aveva già colpito l’economia reale fiaccando molte imprese e quindi banche che le avevano affidate. Quando l’Unione Bancaria ha cominciato a funzionare nel novembre 2014 (cioè due anni dopo l’annuncio datone nel Consiglio del giugno 2012!) per sciogliere il legame banche-debiti sovrani, la situazione del sistema bancario europeo era diventata molto disomogenea svantaggiando nettamente soprattutto l’Italia ma anche tutta la Uem le cui banche andavano ripulite e ricapitalizzate in modo equilibrato.

recovery act UsaIl secondo intervento per contrastare la crisi americana è il “Recovery Act” adottato dal Governo nel 2009 con 850 miliardi di dollari investiti in infrastrutture materiali e immateriali e per sgravi fiscali a cui è seguito un altro piano da 500 miliardi di dollari per opere pubbliche lanciato nel 2015. Non è dunque solo il mercato del lavoro più snello e la maggiore flessibilità della economia Usa che ha facilitato l’uscita dalla crisi ma anche un potente intervento pubblico (Tarp e Recovery) che ha portato il debito sul Pil dal 64% del 2007 al 104,8% del 2015 ma anche la disoccupazione che dal 4,6% del 2007 è balzata al 9,6% del 2010 ma è già ridiscesa al 5,2% nel 2015

Nella Ue il Piano Juncker per gli investimenti ,annunciato più di un anno fa, incomincia a muoversi adesso. Parte sei anni dopo il “Recovey” Usa con cifre minime e cioè 21 miliardi di euro che a regime dovrebbero mobilitare 315 miliardi di investimenti delle imprese e nelle infrastrutture …… Intanto la Uem non si può rallegrare per un debito sul Pil che dal 65% del 2007 è salito solo al 93,6% del 2015 perché i 10 punti in meno rispetto a quello Usa sono pagati dalla disoccupazione che dal 7,5% del 2007 è salita all’11% del 2015.

Il Governo europeo
La democrazia europea ……… è diversa da quella americana …. ma non può reggere senza un Governo dell’Eurozona. A questo mira il progetto dei “quattro presidenti” (del Consiglio e della Commissione europea, dell’Eurogruppo e della Bce ai quali si è aggiunto ora il Presidente del Parlamento) per «Completare l’Unione economica e monetaria». Il progetto, presentato nel giugno del 2012, è stato revisionato in molti Consigli Europei. Qualche parte è stata attuata. Il più rimane da fare per una governance economica e di bilancio più efficace per stimolare la competitività, la convergenza e la sostenibilità; per la rappresentanza esterna della zona euro per rispecchiare meglio il suo peso nell’economia mondiale; per l’Unione bancaria per aumentare la stabilità finanziaria nella zona euro”.

Tratto dal Sole 24 Ore del 20 dicembre 2015

L’Europa va alle Primarie (di Paolo Acunzo)

In questi giorni il dibattito sulle primarie del centrosinistra è sotto i riflettori di tutti i media. Spesso però ci si sofferma unicamente su aspetti esteriori dei candidati o su questioni regolamentari che non colgono l’essenza della partita in gioco: cosa farà su questioni di grande attualità il candidato che ne uscirà vincitore nel caso in cui divenisse Premier ?

Prendiamo ad esempio il tema europeo, sempre più importante per il nostro futuro e vediamo come è stato affrontato non solo dai singoli candidati, ma dalla coalizione PD-PSI-SEL che si propone di governare a breve l’Italia.

Prima di tutto nello stesso appello di dieci righe “Italia Bene comune”, che deve essere sottoscritto da chiunque voglia votare alle primarie, si legge che “un forte impegno del nostro Paese per un’Europa Federale e Democratica” è un elemento fondativo della stessa coalizione. Ciò significa che gli oltre 3 milioni di italiani che hanno partecipato alle primarie condividono questo “forte impegno”, e non è poco.

Inoltre nella stessa carta d’intenti, sottoscritta da tutti i partiti della coalizione, si entra nello specifico sulle modalità per costruire questa Europea federale e democratica. Si propongono “nuove istituzioni comuni, dotate di una legittimazione popolare e diretta”, anche attraverso “un patto tra le principali famiglie politiche europee”. E continua: “la prossima sarà una legislatura costituente in cui il piano nazionale e quello continentale saranno intrecciati stabilmente. Una legislatura nella quale l’orizzonte ideale degli Stati Uniti d’Europa dovrà iniziare ad acquistare concretezza in una nuova architettura istituzionale dell’eurozona.

La causa dell’unità europea diviene la ragione essenziale per cui la coalizione dei progressisti in Italia potrebbe cercare un accordo di legislatura con tutte quelle forze “europeiste”, moderate e liberali, al fine di “collocare il progetto di governo italiano nel cuore della sfida europea, alternativo alle regressioni nazionaliste, anti-europee e populiste, da sempre incompatibili con le radici di un’Europa federale, democratica, aperta, inclusiva.”

Anche i singoli candidati hanno seguito questo approccio sui temi dell’integrazione europea. Addirittura il non candidato Sandro Gozi, a cui sono mancate poche firme dei componenti dell’Assemblea nazionale del PD per presentare ufficialmente la propria candidatura, aveva posto l’obiettivo della Federazione europea come la ragione della sua discesa in campo in nome della “Generazione Erasmus”. Ma anche Bruno Tabacci ha sottolineato più volte la priorità ineludibile degli Stati Uniti d’Europa; Laura Puppato ha spesso richiamato l’importanza dell’utilizzo di tutti i fondi comunitari a nostra disposizione; Nichi Vendola, infine, ha citato spesso la lucida utopia di Altiero Spinelli e di una Unione europea non all’altezza degli ideali progressisti e federalisti europei del Manifesto di Ventotene, fino a giungere alla provocazione che questa Europa non avrebbe dovuto ritirare il premio nobel per la pace, vista l’assenza di una sua funzione di pace negli attuali scenari di guerra in medio oriente.

Ora la vera speranza è che il ballottaggio si possa giocare su temi concreti come questi e non su fattori superficiali che lasciano il tempo che trovano riguardo le scelte di fondo che ci attendono. Pierluigi Bersani punta molto sulla solidità dei suoi rapporti con gli altri progressisti europei, e propone la creazione di un’azione comune con questi per incentivare la crescita, gli investimenti e l’occupazione in modo da capovolgere la tendenza e far uscire il continente dalla crisi. Matteo Renzi propone un nuovo sistema di investimenti e di opportunità soprattutto per i giovani, e si rifà a quel mondo della rete che come mentalità è gia completamente in Europa.

Entrambi richiamano l’esigenza e la volontà di costruire quanto prima gli Stati Uniti d’Europa, ma non vi è ancora stata occasione di sentirli confrontare riguardo a complicati problemi che si ritroverebbero d’improvviso a gestire, come ad esempio il mancato accordo sul bilancio comunitario, gli aiuti alla Grecia o le riforme istituzionali necessarie per avvicinare l’Unione europea ai suoi cittadini.

In definitiva anche le primarie del centro sinistra corrono il rischio di vivere quel provincialismo che ha dominato gli ultimi 20 anni tutta la politica italiana: o si capisce che ormai la globalizzazione ha imposto un livello di azione economica-finanziaria a cui la politica non è in grado di gestire autonomamente senza una azione comune europea, oppure le stesse forme di democrazia che conosciamo oggi possono essere messe a rischio. L’arena della politica ormai è europea e il come, il quando e chi in Italia dia più garanzie nel conseguimento dell’obiettivo ultimo degli Stati Uniti d’Europa dovrebbe essere il criterio di scelta, non solo per le primarie, ma per qualsiasi occasione di voto che si preannuncia nel prossimo futuro.

Paolo Acunzo