Irpef una riforma da fare

carico fiscale

Per ora se ne parla poco e quasi solo sui siti specializzati e in ambiti ristretti, ma di certo il tema della riforma dell’ Irpef prima o poi emergerà alla luce dell’attualità politica. Diciamolo con le parole di ricercatori e studiosi che sul sito www.lavoce.info hanno avviato da tempo una discussione sul tema.

1.L’urgenza di una riforma dell’Irpef. La principale criticità dell’attuale Irpef è “l’elevato livello delle aliquote marginali e medie, e di quelle marginali effettive, che a causa di detrazioni decrescenti rispetto al reddito sono ancora più alte di quelle formali, soprattutto a redditi medio-bassi”.

2.L’equità. Secondo Dario Stevanato il sistema impositivo è cambiato rispetto alle sue intenzioni originarie. Non si tratta più di un’imposta personale sul reddito, ma di un insieme di “imposte reali sulle singole categorie di reddito, tassate con aliquote proporzionali, accanto a un’imposta speciale progressiva sui redditi di lavoro”.

equitàL’esempio che porta l’autore è quello dei redditi di capitale tassati in “modo sostitutivo e proporzionale, con aliquote differenziate: proventi finanziari, capital gain, canoni di locazione, plusvalenze immobiliari, pagano aliquote diverse l’una dall’altra”.

Inoltre “alcuni redditi con preponderante componente lavorativa scontano miti aliquote proporzionali (autonomi minimi) o sono esentati (imprenditori agricoli). Quanto ai redditi di impresa individuale o società di persone, l’Iri (imposta sul reddito imprenditoriale) consente di tassare gli utili con la stessa aliquota dell’Ires”.

E quindi?

L’insieme di questi micro-sistemi sostitutivi secondo Stevanato “viola il principio di equità orizzontale e attua una discriminazione qualitativa alla rovescia, in genere penalizzando i redditi di lavoro – dipendente e autonomo – rispetto a quelli fondati sul capitale”.

Per queste ragioni l’autore ritiene giustificata la riduzione delle aliquote effettive sui redditi di lavoro “di fatto gli unici che oggi pagano aliquote progressive”.

aliquote irpef3. Le aliquote reali. Ruggero Paladini e Fernando Di Nicola analizzano le aliquote Irpef dimostrando che sono meno delle cinque formali stabilite dalle normative. Chiaramente viene presa in considerazione l’imposta netta effettivamente prelevata ai contribuenti. Ciò comporta che “già sopra i 28mila euro incominciano a esserci contribuenti con un’aliquota marginale vicina al 42 per cento e spesso superiore al 43 per cento”. L’obiettivo diventa quindi far scendere le aliquote marginali e medie per i lavoratori con redditi bassi e medi, ma alzandole per i redditi più elevati (da 200mila euro in su).

4. Il sistema attuale è iniquo perché fa pagare troppo a pochi. Questa è la questione di fondo che, insieme all’evasione fiscale, schiaccia i contribuenti onesti e fa mancare soldi allo Stato. Una ricostruzione dei flussi fiscali compiuta sul Corriere della Sera da Alberto Brambilla è impressionante.

“Nel 2015, il 45,48% dei cittadini — 27,59 milioni di abitanti —ha pagato 185 euro di Irpef a testa; in pratica solo il 4,87% dell’Irpef totale.   (…)  I dichiaranti nel 2015 sono stati 40,77 milioni ma solo 30,9 milioni hanno presentato una dichiarazione dei redditi positiva, per cui considerando che gli italiani sono 60,665 milioni, possiamo dedurre che oltre la metà (50,9%) degli italiani non ha reddito, ovvero è a carico di qualcuno”.

contribuenti fiscoIn particolare “i primi 18.542.204 contribuenti (il 45,48%, di cui 6.704.584 pensionati), dichiarano redditi lordi da 0 a 15 mila euro, quindi vivono con un reddito medio mensile di circa 625 euro lordi, meno di quello di molti pensionati (mediana di 7.400 euro). Questi 18.542.204 contribuenti, cui corrispondono 27,59 milioni di abitanti, anche grazie alle detrazioni, pagano come dicevamo all’inizio, 185 euro l’anno di Irpef. La spesa sanitaria pro capite è pari a circa 1.850 euro, per questi primi tre scaglioni di reddito la differenza tra l’Irpef versata e il solo costo della sanità ammonta a 50,13 miliardi che sono a carico degli altri contribuenti; e parliamo solo della sanità ma poi ci sono tutti gli altri servizi di Stato ed enti locali che qualcun altro si dovrà accollare”.

E quindi chi paga? Sopra i 300 mila euro lo 0,08% dei contribuenti paga il 4,92% dell’Irpef complessiva. Sopra i 200 mila euro di reddito lo 0,2% dei contribuenti paga il 7,56% dell’Irpef. Sopra i 100 mila euro l’1,08% paga il 17,22% dell’Irpef. Se si mettono tutti insieme a chi ha redditi lordi sopra i 55 mila euro si ottiene che il 4,27% dei contribuenti paga il 34,02% dell’Irpef. Aggiungendo anche i redditi sopra i 35 mila euro lordi abbiamo che l’11,97% dei contribuenti paga il 53,7% di tutta l’Irpef.

evasori fiscaliFa notare Brambilla che “il reddito spendibile, per via dell’impossibilità di accedere a molti servizi pubblici gratuitamente perché titolari di redditi non tutelati (esenzione da ticket, utilizzo dei mezzi pubblici con sconti e via dicendo), è diminuito e con esso si è impoverita la classe media”.

I dati esposti nell’articolo di Alberto Brambilla sono inesorabili e dicono che i soldi mancano perché pochi pagano le spese di tutti. Si tratta di oltre 153 miliardi di euro che è la quota parte del costo del servizio sanitario e degli interventi assistenziali di quelli che non contribuiscono con un Irpef sufficiente. Ma poi ci sono anche le pensioni. Ricorda l’autore dell’articolo che 10 milioni di soggetti che non dichiarano nulla ai fini Irpef, sono anche privi di contribuzione.

Un quadro chiaro. Noi siamo abituati a tollerare evasione, elusione, regimi particolari con trattamenti di favore. Ma oggi questo sistema non si regge più e, purtroppo, nemmeno una riforma dell’Irpef è risolutiva anche se necessaria. Il rischio è che i soldi continueranno a mancare e i redditi medi e bassi continueranno a sostenere le spese di tutti impoverendosi. Comunque possiamo stare certi che la lotta all’evasione farà parte anche del programma del prossimo governo come avviene da molti anni a questa parte. E quindi possiamo stare tranquilli, no?

Claudio Lombardi

Chi paga i conti pubblici? Il fisco e noi

fisco

Si avvicina la legge di bilancio, il Pil non cresce e i soldi mancano. Si conferma che la questione fiscale è la questione vitale. Non è una rima baciata, bensì il primo pezzo del patto che tiene insieme una comunità: da chi si prende o, anche, chi paga i conti pubblici. Poi c’è anche il secondo pezzo: per cosa e come si spende. Ma restiamo al primo e parliamo di fisco. Scriveva Vincenzo Visco in un articolo sul Sole 24 Ore di qualche mese fa: “oggi l’Irpef è formalmente un’imposta con cinque scaglioni ed aliquote, ma in realtà, se si tiene conto dell’effetto delle detrazioni decrescenti, le aliquote effettive risultano sostanzialmente tre: 27,5% fino a 15.000 euro; 31,5% fino a 28.000 euro; 42-43% oltre 28.000 euro. Fino al 2013 le aliquote effettive erano solo due: 30% fino a 28.000 euro e 41% oltre”.

irpefPensando all’entità dei redditi degli italiani è piuttosto evidente che le aliquote più che progressive sono proporzionali ovvero crescono un po’ all’aumentare dell’imponibile, ma si fermano quasi subito su una fascia media. In altre parole somigliano molto ad un’imposta piatta.

Osserva Visco che “non è sempre stato così. Fino agli anni ’80 del secolo scorso, infatti, l’Irpef come tutte le imposte sul reddito dei principali paesi era caratterizzata da un elevato numero di piccoli scaglioni (32) e altrettante aliquote che andavano da un minimo del 10% ad un massimo del 72% (in altri paesi l’aliquota massima poteva superare l’80 o il 90%), con una escursione di ben 62 punti rispetto ai 20 dell’imposta attuale”.

Dunque dopo gli anni ’80 più che semplificate le aliquote vengono ridotte fortemente sui redditi più alti alzando nel contempo l’aliquota base. Praticamente una rivoluzione che modifica in maniera sostanziale la prima parte del patto sociale – chi paga – per favorire molto i contribuenti ad alto reddito.

ceti-mediChi ci rimette? Le classi medie, quelle sulle quali si svolge la progressività residua delle aliquote. Non sarà mica che la pressione fiscale grava soprattutto su di loro?

Osserva Visco che “i due modelli rispondono sostanzialmente a due diverse visioni socio-politiche: l’imposta tradizionale postula un interesse particolare e quindi un’alleanza per i ceti inferiori e i ceti medi secondo il tradizionale modello socialdemocratico, mentre l’imposta piatta sottintende un’alleanza tra ricchi e poveri, e non a caso è stata ed è la soluzione preferita dalle destre in tutto il mondo”.

In Italia però non ci si può limitare a queste considerazioni perché c’è un problema in più: che non tutti pagano le imposte o le pagano solo in parte.

Scrive Alberto Brambilla sul Corriere della Sera che “dalle dichiarazioni dei redditi 2015 ai fini Irpef degli italiani emergono dati preoccupanti per la sostenibilità della spesa pubblica e del nostro welfare. Su 60,79 milioni di abitanti quelli che presentano una dichiarazione dei redditi sono 40,7 milioni, ma solo 30,72 milioni spesa-pubblicadichiarano almeno un euro di reddito. Il 46% dichiara solo il 5,1% di tutta l’Irpef pagando in media 305 euro l’anno; solo per garantire la sanità a questi 28 milioni di connazionali gli altri cittadini devono sborsare ben 43,3 miliardi. Il successivo 15%, altri 9 milioni, paga il 9% dell’intero ammontare Irpef, per una imposta media di 1.665 euro l’anno; per questi servono altri 1,7 miliardi per la sola sanità”. Cioè se sommiamo quelli che non dichiarano e quelli che dichiarano poco abbiamo qualche decina di milioni di persone che sono a quasi totale carico dei contribuenti che pagano tutto il dovuto.

E chi sono questi benefattori? Sul totale di Irpef versata, 167 miliardi, i lavoratori dipendenti ne pagano ben 99 cioè il 60% . Sarebbero la metà dei contribuenti, ma pagano più della metà. Anche quelli che guadagnano tanto non sfuggono e i 19mila soggetti con redditi oltre i 300 mila euro pagano, essendo lo 0,09% dei contribuenti, più tasse del 36,5% dei contribuenti con redditi fino a 15.000 € (il 5,26% contro il 3,41%)”. Lo stesso accade per quelli che stanno oltre i 100 mila euro (sono l’1,17% e versano il 17,5% dell’Irpef). E infine “tra i 20 e i 55 mila euro troviamo il 43,2% dei lavoratori dipendenti che versano il 55% di Irpef.

lavoratori-autonomiL’analisi di Brambilla prosegue con i lavoratori autonomi. “Se ne stimano circa 7,5 milioni ma i dichiaranti sono 5,457 milioni di cui i versanti con redditi positivi solo 2,8 milioni. Il primo gruppo di cittadini autonomi (pari al 77%), dichiara redditi tra 3.500 e 11.000 euro lordi l’anno. Il successivo 15,90% di autonomi con redditi tra i 15 e i 35.000 euro, paga un’Irpef media di circa 1.500 euro, insufficiente per coprire i costi della sola sanità. Solo il 6,45% degli autonomi (351 mila) paga imposte sufficienti mentre il restante 93,55% è a carico di altri lavoratori. Il totale Irpef pagata da questi lavoratori è pari a 9,6 miliardi cioè il 5,7% del totale”.

E veniamo al capitolo pensionati. Tutti insieme pagano 58,581 miliardi di Irpef (il 35% del totale Italia). Però “il 46,1% paga un’Irpef media di circa 350 euro” e poi c’è la no tax area e sulle prestazioni assistenziali (invalidità, accompagnamento, pensione e assegno sociale e pensioni di guerra) e sulle prestazioni con integrazione al minimo e maggiorazione sociale non si paga l’Irpef salvo che il pensionato possegga altre rendite. Inoltre bisogna “tener presente che gran parte dei pensionati assistiti non ha pagato i contributi sociali nei 65 anni di vita attiva e neppure l’Irpef; tra questi una buona parte sono ex lavoratori autonomi”.

conti-pubbliciE quindi? “Se i contributi pensionistici pareggiano le uscite per pensioni occorre che i circa 205 miliardi (112 miliardi per la sanità e 93 miliardi per l’assistenza), siano coperti dall’Irpef e dall’Irap che però assommano a soli 190 miliardi”.

Et voilà il pasticcio è fatto. Se mettiamo insieme le due analisi è chiaro che il “chi paga” del patto sociale grava in Italia sulle classi medie e, in particolare, sui lavoratori dipendenti. Se non si affronta questo problema anche la seconda parte del patto “come si spende” ne risulta fortemente condizionata e il debito pubblico sarà destinato per sempre a coprire queste anomalie e non allo sviluppo del Paese

Claudio Lombardi

La grande disuguaglianza

disuguaglianza

Le élite economiche mondiali agiscono sulle classi dirigenti politiche per truccare le regole del gioco economico, erodendo il funzionamento delle istituzioni democratiche e generando un mondo in cui 62 super ricchi possiedono l’equivalente di quanto detenuto da metà della popolazione mondiale. Il rapporto di ricerca diffuso da Oxfam, evidenzia come l’estrema disuguaglianza tra ricchi e poveri implichi un progressivo indebolimento dei processi democratici a opera dei ceti più abbienti, che piegano la politica ai loro interessi a spese della stragrande maggioranza.

poveri del mondoUna situazione che riguarda i paesi sviluppati, oltre quelli in via di sviluppo, dove l’opinione pubblica ha sempre più consapevolezza della concentrazione di potere e privilegi nelle mani di pochissimi. Dai sondaggi che Oxfam ha condotto in India, Sud Africa, Spagna, Gran Bretagna e Stati Uniti, la maggior parte degli intervistati è convinta che le leggi siano scritte e concepite per favorire i più ricchi.

In Africa le grandi multinazionali – in particolare quelle dell’industria mineraria/estrattiva – sfruttano la propria influenza per evitare l’imposizione fiscale e le royalties, riducendo in tal modo la disponibilità di risorse che i governi potrebbero utilizzare per combattere la povertà; in India il numero di miliardari è aumentato di dieci volte negli ultimi dieci anni a seguito di politiche fiscali altamente regressive, mentre il paese è tra gli ultimi del mondo se si analizza l’accesso globale a un’alimentazione sana e nutriente. Negli Stati Uniti, il reddito dell’1% della popolazione è aumentato ed è ai livelli più alti dalla vigilia della Grande Depressione. Recenti studi statistici hanno dimostrato che, proprio negli USA, gli interessi della classe benestante sono eccessivamente rappresentati dal governo rispetto a quelli della classe media: in altre parole, le esigenze dei più poveri non hanno impatto sui voti degli eletti.

ricchi e poveri“Il rapporto dimostra, con esempi e dati provenienti da molti paesi, che viviamo in un mondo nel quale le élite che detengono il potere economico hanno ampie opportunità di influenzare i processi politici, rinforzando così un sistema nel quale la ricchezza e il potere sono sempre più concentrati nelle mani di pochi, mentre il resto dei cittadini del mondo si spartisce le briciole”, afferma Winnie Byanyima, direttrice di Oxfam International. “Un sistema che si perpetua, perché gli individui più ricchi hanno accesso a migliori opportunità educative, sanitarie e lavorative, regole fiscali più vantaggiose, e possono influenzare le decisioni politiche in modo che questi vantaggi siano trasmessi ai loro figli”.

Il rapporto di Oxfam evidenzia, ad esempio, come sin dalla fine del 1970 la tassazione per i più ricchi sia diminuita in 29 paesi sui 30 per i quali erano disponibili dati. Ovvero: in molti paesi, i ricchi non solo guadagnano di più, ma pagano anche meno tasse.

Questa conquista di opportunità dei ricchi a spese delle classi povere e medie ha contribuito a creare una situazione in cui, nel mondo, 7 persone su 10 vivono in paesi dove la disuguaglianza è aumentata negli ultimi trent’anni, e dove l’1% delle famiglie del mondo possiede il 46% della ricchezza globale (110.000 miliardi dollari)

povertà“Se non combattiamo la disuguaglianza, non solo non potremo sperare di vincere la lotta contro la povertà estrema, ma neanche di costruire società basate sul concetto di pari opportunità, in favore di un mondo dove vige la regola dell’ ‘asso pigliatutto’, conclude Winnie Byanima.

Negli ultimi anni il tema della disuguaglianza è entrato con forza nell’agenda globale e le disparità di reddito sono considerate come un pericolo per la stabilità sociale e la sicurezza su scala globale. Anche per questo Oxfam chiede ai decision maker politici e istituzionali di assumere un “impegno solenne” volto a:

  • sostenere una tassazione progressiva e contrastare l’evasione fiscale;
  • astenersi dall’utilizzare la propria ricchezza per ottenere favori politici che minano la volontà democratica dei propri concittadini;
  • rendere pubblici tutti gli investimenti nelle aziende e nei fondi di cui sono effettivi beneficiari;
  • esigere che i governi utilizzino le entrate fiscali per fornire assistenza sanitaria, istruzione e previdenza sociale per i cittadini;
  • adottare dei minimi salariali dignitosi in tutte le società che posseggono o che controllano;
  • esortare gli altri membri delle élite economiche a unirsi a questa causa.

evasione fiscale repressioneOxfam chiede inoltre ai governi di affrontare la diseguaglianza reprimendo più severamente la segretezza finanziaria e l’evasione fiscale investendo nell’istruzione universale e nell’assistenza sanitaria.

Oxfam lancia Sfida l’ingiustizia una nuova campagna per agire con urgenza contro l’aumento vertiginoso della disuguaglianza, partendo da un primo passo: la messa al bando dei paradisi fiscali. Il continuo ricorrere da parte di super-ricchi e grandi multinazionali agli investimenti offshore è infatti uno dei fattori che sottrae alle casse degli Stati risorse essenziali per la lotta alla povertà e alla disuguaglianza.

A livello globale gli investimenti offshore dal 2000 al 2014 sono quadruplicati, e si calcola che 7.600 miliardi di dollari di ricchezza di privati individui (una somma equivalente ai tre quarti della ricchezza netta delle famiglie italiane nel 2015) sia depositato nei paradisi fiscali. Se sul reddito generato da questa ricchezza venissero pagate le tasse, i governi avrebbero a disposizione 190 miliardi di dollari in più ogni anno

Riflessioni di fine 2015

riflessioni fine 2015

Alla fine dell’anno di solito si fanno i bilanci. Spesso si tratta di una convenzione per la quale si cambia un numero e sembra che inizi una storia nuova. E, invece, è sempre la stessa storia che prosegue. A parte le norme e le scadenze legate a date precise non c’è differenza tra 31 dicembre e 1° gennaio come dimostrano i casi eclatanti che attirano l’attenzione in questi giorni. Le riflessioni di fine 2015 devono partire da qui.

inquinamento ariaL’inquinamento è diventata la star delle cronache. Toni accorati e accenti drammatici come se il problema lo scoprissimo soltanto ora. Sapevamo tutto tutti e se ce lo siamo dimenticato (come forse ce lo dimenticheremo non appena tornerà a piovere) almeno dobbiamo avere l’onestà di riconoscerlo. Più di noi, però, dovrebbe dire qualcosa il variegato mondo della politica e degli apparati pubblici che sembra spesso in coda ad osservare stupito e spaurito l’effetto della carenza di cura dei beni comuni. Il “decalogo” di proposte messo a punto dal governo, dai sindaci e dai presidenti di regione in questi giorni non contiene nulla che non fosse possibile decidere prima. Trasporto pubblico e coibentazione degli edifici non è che siano novità clamorose così come il risparmio energetico. Magari se si passasse ai bus elettrici e ai tram in maniera massiccia invece di insistere su quelli a gasolio sarebbe pure meglio. Ricordiamoci sempre, però, che rispetto ad epoche passate abbiamo fatto passi avanti clamorosi. Un tempo non tanto lontano le caldaie andavano a carbone in tutte le città e solo in qualche caso a gasolio. L’amianto era diffuso in tutte le case. I veicoli non rispettavano alcuna norma anti inquinamento. Se ci aggiungiamo che l’industria alimentare ci faceva ingurgitare ogni genere di schifezza abbiamo un quadro indicativo di quanto è cambiato il nostro mondo. Ricordiamocene quando troviamo qualcuno che rimpiange i “bei tempi andati”.

legge di stabilitàIn ogni caso bisogna che lo Stato spenda un po’ di soldi (per il trasporto pubblico per esempio) e che li spendano anche i privati (la sostituzione delle auto imposta dalle norme sulle emissioni grava sulle tasche dei cittadini). Già, i soldi. Averceli. Però è appena stata approvata una legge finanziaria che ne spende un po’ e senza una finalità chiara, diciamo per catturare la simpatia dell’opinione pubblica. Per esempio non pagheremo più la Tasi sulla prima casa. Oppure i 500 euro che i diciottenni riceveranno in regalo dallo Stato da spendere in teatri, cinema, libri e quant’altro. In tempi di vacche magre non era meglio spendere con criterio e soprattutto facendo degli investimenti?

Sempre a proposito di soldi il nostro Presidente della Repubblica ci ricorda nel messaggio di fine d’anno che l’evasione fiscale toglie tante risorse allo Stato e costringe a spremere di più chi paga per tutti. Poiché il tema è all’ordine del giorno da qualche decennio e non si tratta di scoprire il segreto della fusione nucleare è lecito pensare che il potere politico-amministrativo voglia proteggere chi evade un po’ di più o un po’ di meno a seconda dei governi. Altrimenti in 30-40 anni tutto sarebbe stato risolto.

buche RomaAncora soldi e spesa pubblica. C’è un’ampia scelta, ma tocchiamo l’ultimo caso. A Roma una trentina di persone sono state arrestate per aver manipolato gare locali a suon di mazzette. Uno dei tanti fatti “minori” che popolano le cronache italiane. Eppure emblematico.

In poche parole lo stato disastroso delle strade romane è dovuto all’associazione a delinquere tra funzionari comunali e imprenditori che dovevano effettuarne la manutenzione. Nella vicenda sono comparsi anche i casi degli asili nido, delle scuole materne e degli ospedali. Stessi trucchi ormai straconosciuti: corruzione, appalti pilotati, prezzi gonfiati, opere eseguite male. Cioè soldi buttati e sottratti ad usi produttivi.

Come scrive Lionello Mancini sul Sole 24 Ore: “le ultime mazzette romane raccontano l’Italia dell’economia deteriore, quella avida di denaro pubblico, indifferente al benessere dei cittadini, ostile al mercato. Non è tutta l’Italia, ovviamente, ma quella parte difficile da quantificare che a Roma compra i funzionari infedeli e in Calabria, anziché dialogare con lo Stato, si genuflette preventivamente al boss locale per evitare guai e contrattempi, in cambio del solito 3% sul lavoro da eseguire. Dopodiché, proprio come i fragili asfalti capitolini, anche lì le pareti delle gallerie e i pilastri risultano al limite della sicurezza, i paesi scivolano su enormi frane, nell’alveo delle fiumare sorgono case e interi villaggi turistici. È l’Italia corrotta e scorretta, matrigna distratta dei braccianti che collassano nei campi per 2 euro all’ora, come dei dipendenti comunali che scansano il dovere mentre sui social network imprecano contro lo Stato inefficiente e sprecone”.

Italia malataE dai soldi passiamo a valutazioni complessive sul sistema paese. Ne scrive Federico Fubini sul Corriere della Sera a proposito dei report sull’Italia che circolano nelle istituzioni europee.

Una nazione con la più bassa quota di laureati fra le trenta democrazie industriali, che ne spinge uno ogni dieci a emigrare (anche) perché il costo di aprire un’impresa è fra i più alti al mondo, non ha più molto tempo. Per evitare un lungo declino nel ventunesimo secolo, le serviranno un approccio radicale e molti anni. Quest’Italia che ormai da un quindicennio sta perdendo contatto con i migliori standard produttivi dell’Occidente non può aspettare: il cambio di rotta è «urgente» proprio perché girare questa nave sarà un’operazione lenta.

…..è da metà degli anni ‘90 che il reddito per abitante in Italia perde terreno rispetto alle altre economie europee. Un problema specifico spiega questo ritardo: in Italia la «produttività totale dei fattori» è in calo (in media dello 0,3% l’anno) dalla fine del secolo scorso. È un caso praticamente unico, mentre cresce quasi ovunque nel resto d’Europa e ancora di più negli Stati Uniti (vedi grafico). Questo è l’indicatore che riassume la ricchezza che si crea in un’ora di attività produttiva, una volta sommati tutti i fattori che vi contribuiscono: l’organizzazione e le regole del lavoro, le competenze, gli investimenti e la tecnologia, la burocrazia, l’apertura del mercato, le infrastrutture o le forniture energetiche. La «produttività totale dei fattori», più del debito o della crescita, è il termometro del sistema. E in Italia, caso quasi unico, va giù da 15 anni”.

rimboccarsi le manicheSe pensiamo che il rimedio a tutto ciò sia la crescita del Pil dello 0,8% o che un governo possa in un paio d’anni fare il miracolo ci stiamo prendendo in giro. Quindi è inutile gongolare per le difficoltà del governo Renzi perché saranno le stesse che dovrà affrontare qualunque altro governo. Bisognerebbe rimboccarsi le maniche e lavorare per un paio di decenni almeno sotto la guida di classi dirigenti illuminate e unite dal desiderio di risollevarsi dal baratro a prescindere dalle rispettive collocazioni politiche. E bisognerebbe che la maggior parte delle componenti della società condividesse questo sforzo. Altrimenti prepariamoci a fare bilanci di fine anno sempre più desolati contentandoci di crescere un pochettino al rimorchio degli altri vivendo comunque peggio

Claudio Lombardi

Corruzione e truffa, il declino dell’Italia

Italia malata

Le cronache quotidiane dal pianeta Italia, pur ripetendosi con una certa monotonia, riescono a sorprenderci sempre. La corruzione, l’abuso, il furto di denaro pubblico, la violazione delle regole non mancano mai e i soggetti coinvolti ormai coprono tutto l’arco delle componenti della società: politica, amministrazione, imprese, semplici cittadini. Basta citare per titoli i casi delle ultime due-tre settimane: Sanremo (metà dei dipendenti del comune è assenteista e truffa lo Stato), Anas (una dirigente gestisce un giro di tangenti), regione Lombardia (il vice presidente del consiglio regionale arrestato con l’accusa di truffare la sanità), Inps ( truffa di alcuni funzionari per prendere i premi di produzione), appalti per il Giubileo a Roma, arresto del presidente di Rete Ferroviaria Italiana, Ospedale Israelitico di Roma (truffa del SSN con false prestazioni).

corruzione ItaliaTutti casi scoperti grazie alle indagini promosse dalla magistratura. I famosi anticorpi di cui ha parlato Cantone stanno (o si manifestano) quasi soltanto lì. Qualcuno ha mai sentito un politico denunciare qualche suo collega disonesto? No, tutti prendono le distanze dopo. E nelle amministrazioni chi è che si è accorto dei mille casi di corruzione e li ha denunciati? Omertà, scambio tra interessi, paura di subire ritorsioni. E gli imprenditori coinvolti in mille modi nelle spartizioni di finanziamenti e appalti truffaldini li vogliamo dimenticare?

I cittadini osservano, registrano, si adeguano oppure si indignano e protestano. Ma non possono non accorgersi che la disonestà paga sempre perché per un caso che scoprono ne esistono cento che sfuggono. E gli effetti si vedono nel tenore di vita e nella facilità di arrivare con le “scorciatoie” dove gli altri non arrivano. In pratica i disonesti arrivano prima e stanno meglio degli onesti. Il miglior terreno di coltura per una cultura dell’illegalità.

assalto al denaro pubblicoOvviamente c’è un bel pezzo d’Italia che cerca di vivere e lavorare con onestà e nella legalità e che sostiene col suo lavoro anche la parte peggiore e che subisce ciò che non riesce a cambiare. Il problema non è di singoli comportamenti devianti, ma di un sistema che ha il suo centro nei poteri pubblici. Politica, amministrazioni e aziende pubbliche sono il terreno di conquista che permette di mettere le mani sulla gestione delle entrate e delle spese per distribuire oneri e risorse su alcuni e non su altri. Privilegi, sprechi e ruberie dei singoli sono l’effetto di una conquista che è funzionale a precise scelte politiche che favoriscono sfacciatamente gruppi di interessi e forze sociali usando i poteri pubblici a questo scopo. Tutta la vicenda dell’evasione fiscale apparentemente un nodo inestricabile che nessun governo è mai riuscito a sciogliere diventa comprensibile solo se la si considera per quello che è: una scelta strategica e di sistema magari non proclamata come tale, ma realizzata di fatto con norme, direttive, apparati.

agenzia delle entratePrendiamo per esempio il caso dell’Agenzia delle Entrate una tecnostruttura che dovrebbe essere una delle punte di diamante per l’azione dello Stato e della quale si è molto parlato in questi giorni perché il sottosegretario di una forza politica minore (Zanetti dell’NCD) ha attaccato con inesplicabile durezza il direttore dell’Agenzia Rossella Orlandi. Senza entrare nel merito dei 500 o 600 dirigenti declassati a funzionari ciò che emerge è l’incredibile trascuratezza dei governi rispetto all’Agenzia che pure fu creata per svolgere meglio dei vecchi apparati ministeriali una funzione vitale per lo Stato, ma organizzata nello stesso modo e con le stesse regole. Come è noto si possono ottenere risultati sia con le azioni, sia non agendo e lasciando che le cose accadano quasi automaticamente.

alleanza burocrazia e politicaLa politica e le amministrazioni pubbliche sono oggi il problema. Le vicende del comune di Roma, pur obnubilate dalla telenovela delle dimissioni del sindaco e del divorzio tra Marino e il Pd, dicono chiaramente che lo sbando in cui è lasciata la città risponde all’intreccio di interessi che si sono coagulati nei decenni intorno alla spesa pubblica e al patrimonio degli enti locali (comune, provincia e regione) e delle aziende dei servizi. Garanzia di questi interessi anche criminali (non solo mafia capitale) è la disponibilità degli apparati comunali e delle aziende pubbliche ad assecondarli con azioni e omissioni che hanno bisogno della copertura istituzionale cioè politica.

Sotto accusa è un’intera classe dirigente non pochi malfattori. Nelle cronache giudiziarie colpiscono le cariche delle persone coinvolte: presidenti, manager ( di oggi la notizia che la Corte dei Conti mette sotto processo i vertici della Metro C di Roma per un danno erariale di 270 milioni di euro), dirigenti di amministrazioni pubbliche, esponenti politici (parlamentari, consiglieri regionali, assessori, sindaci, ministri, sottosegretari).

Ormai questa è la principale causa di arretratezza dell’Italia. O la si affronta o il declino è inevitabile

Claudio Lombardi

I nei della legge di stabilità: contante e Imu

errori legge di stabilità

Due misure della legge di stabilità hanno attirati i maggiori commenti: Imu sulla prima casa e limiti al contante.

Di imposte sulla casa si parla da tanto e il dibattito è diventato ormai logorante, ma alcuni punti sono chiari. Per gli economisti sembra assodato che le imposte sul patrimonio danneggino la crescita meno di quelle sui redditi. Poiché di entrate fiscali l’Italia ha bisogno e poiché il problema principale è quello della crescita l’imposta sulla prima casa non dovrebbe essere abolita.

imposte sulla casaC’è chi afferma (la vicesegretaria del PD Debora Serracchiani per esempio) che il problema è la mancanza di un catasto affidabile ed equo. Così, invece, di sistemare il catasto si preferisce abolire l’imposta. Strano ragionamento. Estendendolo si potrebbe considerare l’evasione fiscale che stravolge la progressività del sistema fiscale, causa sufficiente per sopprimere l’imposizione sui redditi.

Stupisce, inoltre, che, dopo un ventennio in cui tutti i partiti hanno esaltato l’autonomia dei comuni ed il ruolo dei sindaci, si tagli un’imposta che è particolarmente congeniale alla finanza municipale. Sarebbe, invece, meglio lasciare margini di autonomia alle amministrazioni locali, così un sindaco di sinistra potrebbe far pagare ai suoi concittadini un’imposta sugli immobili elevata in cambio di servizi, di asili e di un sistema di trasporti efficiente; un sindaco di destra potrebbe abolire l’IMU tagliando i mezzi pubblici e stabilendo che i suoi concittadini dovranno fare affidamento sul libero mercato per i servizi.

autonomia fiscale sindaciNon convince proprio il fatto che il governo indennizzerà i comuni per il mancato gettito dell’IMU perché in questo modo la finanza locale torna a vivere di trasferimenti statali proprio quando con l’elezione diretta dei sindaci dovrebbe essere esaltata la responsabilità verso i propri cittadini. Se aumenta la dipendenza dal governo centrale viene stravolto il vecchio, ma sempre valido, principio “no taxation without representation”. Che poi potrebbe anche valere al contrario “no representation without taxation”. Ovvero: è sbagliato caricare di responsabilità chi non ha autonomia finanziaria.

E’ discutibile anche la decisione del governo di innalzare il limite del contate a 3.000 euro.

Economisti di fama mondiale usano più di un metodo per stimare l’evasione fiscale, e tra questi vi è spesso un modellino che stima almeno in parte l’evasione fiscale sulla base della circolazione del contante.

pagamenti in contantiFra quelli che mettono in relazione l’uso del contante e l’evasione fiscale e quelli che sostengono il contrario portando gli esempi virtuosi dei paesi nordici e della Germania c’è un ampio ventaglio di posizioni.

Particolarmente sensibili al tema sono gli albergatori. Il presidente di Confcommercio Carlo Sangalli sottolinea che in questi anni di crisi gli operatori del turismo ed il commercio nelle località di villeggiatura hanno tamponato i danni grazie ai clienti stranieri, che non scontando limiti nei loro paesi sono abituati a pagare tutto in contanti. Altri operatori del settore turistico sono più espliciti. Dicono che in questi anni hanno lavorato molto con clienti stranieri, in gran parte russi, che spendono molto, non sono neanche troppo sensibili al prezzo che pagano, ma non vogliono assolutamente che i loro pagamenti siano tracciati. Forse la legge di stabilità si rivolge a loro? E poi, sono tutti come i russi? Mah.

In ogni caso è abbastanza evidente che la correlazione tra inesistenza di limiti al contante e bassa evasione nei paesi nordici è assolutamente spuria. Infatti se si guarda non ai limiti legali, ma alla circolazione reale del contante risulta che l’Italia, insieme alla Grecia (e non certo la Germania!), sono i paesi dell’Europa occidentale in cui oltre l’80% delle transazioni viene regolato in contanti. Non sarà certo un caso che siano due paesi con un’evasione fiscale esplosiva.

evasione fiscaleC’è poi chi dice che la riduzione del limite all’utilizzo del contante, da quando esiste, non ha contenuto l’evasione fiscale. Affermazione non dimostrata. Infatti, nei periodi di crisi cresce la pressione sulle imprese e conseguentemente la propensione ad evadere. E’ quindi probabile che l’abbassamento della soglia per i pagamenti in contante stabilita dal governo Monti abbia contribuito a contenere l’evasione, ma non abbastanza per bilanciare i fattori che hanno giocato nel senso opposto.

È abbastanza evidente che l’abolizione dei limiti al contante avvantaggia chi vuole far perdere le tracce dei suoi maneggi di denaro sia per evadere il fisco che per attività illecite come lo spaccio di droga, la ricettazione, il riciclaggio di denaro sporco.

Insomma forse prima di togliere i limiti all’uso del contante dovremmo somigliare un po’ di più ai migliori esempi europei

Salvatore Sinagra

Una legge di stabilità di sinistra

legge di stabilità

In molti commenti critici della legge di stabilità 2016 è come fosse sparito il ricordo della situazione in cui l’economia globale si trovò dopo la crisi devastante del 2008 e il ricordo delle criticità che in quella crisi avevano investito il nostro paese, sull’orlo di un default catastrofico. Criticità certamente in comune con tutti i paesi del mondo occidentale ma che in Italia si sommavano alle criticità tipiche del nostro paese e che erano il frutto e l’eredità dei malgoverni precedenti (soprattutto anni 80 e ventennio berlusconiano).

critiche a RenziE manca completamente nelle critiche che si leggono ogni termine di paragone con quelle politiche anticrisi che per 8 anni in Europa sono state ispirate da una rigida austerity e che per certi versi hanno aggravato la situazione.

Se si avesse questa consapevolezza e si ragionasse scevri da ogni bisogno di posizionamento politico (e questo vale soprattutto dentro il PD) si capirebbe che quanto messo in campo dal governo Renzi nel 2015 e nel 2016 ha davvero dello straordinario.

Mi soffermo su un punto che mi ha fatto notare Guido Lay il quale, in un suo post su facebook, giustamente scrive: “i governi Monti e Letta, sostenuti da Bersani, avevano scaricato ben 16 miliardi di euro di aumento dell’IVA sul 2015. Oggi quegli aumenti di fatto sono evitati con finanziamento in deficit. E finanziare la ripresa della economia in deficit è quello che ha fatto Obama negli Usa, è una politica keynesiana e di sinistra contro l’austerità. Fosse stata fatta negli anni precedenti oggi staremmo messi meglio”.

E mi fa specie che chi fa della lotta all’austerità il suo cavallo di battaglia (ma solo a parole) oggi critichi e non veda la sostanziale svolta impressa dal governo Renzi, svolta che è possibile anche grazie ai nuovi equilibri politici in Europa, equilibri che sono cambiati soprattutto dopo il successo del PD alle elezioni europee, vista la catastrofe degli altri Partiti socialisti (e bisogna dire per completare il quadro che è anche a questi nuovi equilibri dovuti alla vittoria del PD che Draghi si è potuto divincolare dalla ortodossia della Deutsche Bank).

misure finanziariaQuesta è la verità. Poi si può discutere delle singole misure. Ma avendo sempre questa consapevolezza.

E se la componente più rilevante dei 27 miliardi (nella speranza che siano 30) della manovra è quella che riguarda l’eliminazione della clausola di salvaguardia dell’aumento dell’IVA bisogna però rimarcare il fatto che per il secondo anno consecutivo si interviene per rendere più competitive le nostre imprese.

E questo nella consapevolezza che la vera battaglia contro la povertà si vince se aumenta il lavoro.

Ed il lavoro aumenta se gli imprenditori investono e riprendono a fare il proprio mestiere di creatori di ricchezza (a meno che qualcuno non pensi ad una nazionalizzazione delle imprese, alla abolizione del mercato e ai piani quinquennali di sovietica memoria).

E le leggi di stabilità 2015 e 2016 puntano su questo attraverso molti strumenti, dalla decontribuzione per i nuovi assunti (prorogata anche nel 2016 con importi dimezzati per evitare di drogare troppo il mercato del lavoro) agli interventi sulla componente lavoro dell’Irap, a quelli decisi sull’IRES (forse già nel 2016, sicuramente nel 2017), alla abolizione dell’IMU sugli imbullonati (in questo strano paese si paga l’IMU per grandi macchinari imbullonati a terra come se fossero una casa), all’abolizione dell’IMU agricola, all’aumento degli ammortamenti fino al 140% per gli investimenti delle aziende (eccettuati gli immobili).

uscita dalla crisiSe i maggiori indicatori macroeconomici (con buona pace di Fassina) sono tutti positivi e se ormai è consolidata l’opinione che il nostro paese ha imboccato la via della uscita dal tunnel della crisi è evidente che un governo serio debba tentare di sostenere questo trend concentrando risorse ed interventi al fine di dare agli imprenditori che creano lavoro e reddito una cassettina degli attrezzi che li accompagni rafforzando i venti della ripresa (ancora non sufficientemente forte).

E credo che tutti siamo d’accordo nel ritenere che qualsiasi robusto potenziamento del welfare ed un suo ammodernamento sarà possibile solo con una ripresa sostenuta.

Se tutto questo è vero trovo inutilmente simbolica la polemica sulla eliminazione dell’IMU per tutti, una manovra che costa 3,5 miliardi sui complessivi 27 miliardi e che non è certo la “cifra” che definisce la legge di stabilità del 2016 anche se essa riguarda circa l’80% delle famiglie italiane (non dimenticandoci che nelle grandi città, quelle dove in primavera si va al voto, l’IMU e la Tasi incidono non poco sul bilancio di una famiglia).

I ricchi ed i super ricchi non possiedono soltanto la prima casa dove vivono ma hanno sicuramente una grande varietà di patrimoni immobiliari sui quali continueranno a pagare salatamente IMU e Tasi (garantendo quella progressività che per una tassa rigida è difficile da stabilire).

interrogativi manovra governoCosì come inutile e specioso è accusare il governo di non voler fare la lotta alla evasione fiscale soltanto perché è stato alzato il limite dei pagamenti in contante da 1000 a 3000 euro, un limite che non ha avuto nessun ruolo positivo e che è stato aggirato in maniera tranquilla dagli evasori veri ed ha provocato rotture di coglioni alle persone per bene che invece sono rispettose delle leggi.

E su questo faccio mie le parole di Luigi Marattin, giovane consigliere economico di Palazzo Chigi. Scrive Marattin: “a me interessa un paese in cui l’evasone fiscale si combatte nei fatti e non con i facilissimamente aggirati ed aggirabili simboli. Mi interessa che in un anno sia stata approvata una legge sull’autoriciclaggio, reintrodotto il falso in bilancio, abolito il segreto bancario, firmato accordi per la prima volta nella storia con Svizzera, Liechtestein e Vaticano per scovare gli evasori, adottate riforme come lo split payment per combattere l’evasione IVA, realizzata la delega fiscale che cambia ed informatizza il rapporto tra fisco e contribuente, cambiato i vertici di Equitalia. E mi interessa soprattutto che tutte queste cose abbiano prodotto i maggiori risultati in epoca recente in termini di recupero della evasione fiscale. E siamo solo all’inizio.”

cambiamentoMa la legge di stabilità non è solo IVA, diminuzione delle tasse ed interventi per creare lavoro.

E’ anche tante altre cose. E’ anche gli interventi di 450 milioni sulla “terra dei fuochi” e gli ulteriori interventi previsti per il rilancio dell’ILVA, l’aumento che ha portato da 600 milioni a 1400 milioni di euro il fondo contro la povertà minorile, e poi i fondi per assumere personale ai beni culturali come da impegno preso dopo le vicende di Pompei e del Colosseo.

E finalmente si interviene nel mondo delle Partite Iva che erano state trascurate e per un certo verso maltrattate l’anno scorso con un errore che Renzi riconobbe impegnandosi a modificare tutto nella legge di stabilità del 2016. E si interviene in tanti modi. Innanzitutto, guardando ai giovani, le imposte saranno scontate al 5% per le start up per i primi cinque anni di attività. Si corregge poi l’errore dell’anno scorso sul regime forfettario (con l’aliquota al 15%) puntando ad elevare le attuali soglie di ricavi – differenziate per attività – con un incremento di 10mila euro per tutti che diventa di 15mila euro per i professionisti (in questo caso la soglia salirebbe a 30mila euro.

A conclusione di questo excursus si può allora affermare che questa legge di stabilità targata Renzi-Padoan non è in nulla simile alle leggi lacrime e sangue degli anni che abbiamo alle spalle.

E’ una legge che prova a ridare fiducia agli italiani. E’ una legge pienamente di sinistra, non ho dubbi.

Enzo Puro tratto da http://manrico.social/blog/item/102-una-legge-di-stabilita-di-sinistra.html

 

Le responsabilità di tutti nella crisi greca

crisi greca

Sulla crisi greca non ci sono grandi novità da scoprire. L’unica via d’uscita era ed è mettere da parte il debito e trattare sul rilancio dell’economia rinunciando ognuno a qualcosa. Molte riflessioni vanno fatte sull’intreccio di responsabilità che coinvolge tutti. Gli unici che hanno meno responsabilità o, forse, ne sono del tutto esenti, sono quegli elettori che domenica saranno chiamati a decidere col referendum indetto da Tsipras quel che il loro governo con tutta la forza delle conoscenze di cui dispone non è stato in grado di decidere pur essendo stato eletto per questo. Si chiama democrazia ed è bene che la riflessione parta da qui.

responsabilità elettoriDovranno decidere gli elettori se accettare o no le condizioni dei creditori. Sembra meraviglioso, ma siamo sicuri che è questa la vera democrazia e non una presa in giro per far decidere ad un popolo stremato quel che non si osa dire e cioè l’uscita dall’euro?

Ma la crisi greca stimola ad interrogarsi sui meccanismi della democrazia rappresentativa. Cosa decide realmente un popolo? E come lo fa? La vera decisione è la delega ad una élite che prende su di sé il compito di guidare una nazione a prescindere dai programmi con i quali ha ottenuto il voto. È persino banale ricordarlo, ma quasi sempre l’azione di governo si discosta dalle proposte sulle quali è stato chiesto il voto. Per malafede dei delegati? Anche, ma soprattutto perché all’elettorato si propone un indirizzo politico di massima tradotto in programmi che esemplificano una sua possibile attuazione. Gli elettori credono di votare un programma, ma stanno traducendo in voti l’orientamento politico (o l’umore) che prevale nelle loro teste.

Significa che le consultazioni elettorali sono finzioni? No sono momenti di presa di coscienza collettiva indispensabili, ma non sufficienti per costruire una società democratica. Per farlo occorre che ci sia un sistema di formazione delle opinioni indirizzato alle decisioni politiche a tutti i livelli basato sulla circolazione delle informazioni e sul confronto tra opzioni diverse nel quale ci si distacchi dal proprio interesse personale. In una parola occorre un sistema improntato alla partecipazione cioè un metodo di responsabilizzazione individuale rispetto alle decisioni di interesse collettivo.

responsabilità éliteC’è poi un altro problema. Le élite decidono governando e mediano con la società la distribuzione di oneri e vantaggi che non si traduce soltanto in norme da rispettare, ma anche in comportamenti permessi o tollerati o indotti che, a volte, sono anche più importanti.

Per esempio si sa che la spesa pensionistica non può espandersi all’infinito perché si alimenta della ricchezza prodotta da chi lavora (= tasse e contributi). Ma se chi governa da’ la possibilità ai cittadini di andare in pensione a 40 anni di età il singolo, usufruendo di questa possibilità, compirà un atto di grande impatto sulle finanze pubbliche presenti e future del quale non si renderà conto. Lo stesso dicasi per l’evasione fiscale che è un vero e proprio parassitismo e per tanti altri comportamenti che creano realtà diverse da quelle razionalmente auspicabili. I cittadini scelgono di fatto quali politiche attuare anche utilizzando le possibilità attive o omissive che chi gestisce le istituzioni mette a disposizione dei singoli. In tutti questi casi inutile aspettarsi un comportamento individuale conscio delle conseguenze delle proprie scelte: si sceglierà sempre in base alla propria convenienza a prescindere dall’interesse collettivo. Tutto ciò vuol dire che un pezzetto di responsabilità ce l’hanno (anzi, ce l’abbiamo) sempre in tanti.

crisi EuropaNel caso della Grecia c’è un gioco delle parti che prescinde dai comportamenti razionali per cui non si capisce cosa debbano decidere i greci col referendum e come possano farlo meglio del loro governo. Una parte dei greci è quasi alla fame e logica avrebbe voluto che non si chiedesse a loro di pagare il prezzo più alto per uscire dalla crisi, ma che si partisse dagli evasori e da chi ha di piùSoprattutto occorreva che si modificasse l’orientamento della spesa pubblica magari cominciando dal taglio delle spese militari. Si è seguita una strada diversa e alle dichiarazioni formali non seguivano i fatti (nemmeno le baby pensioni sono state toccate).

E’ evidente che il governo greco ha tentato per anni di navigare sulla crisi seguendo l’unica rotta di non toccare gli interessi dei gruppi sociali più forti o delle lobby che rappresentano la “costituzione materiale” del modello Grecia e lasciando che il lavoro “sporco” fosse imposto dall’esterno.

debito grecoD’altra parte l’Europa e il FMI hanno fatto finta che la Grecia non fosse un sistema economico e si sono fissati sulla richiesta di restituzione dei prestiti e su ricette per risanare il bilancio greco basate su criteri puramente contabili. Un taglio qui e un taglio là (guarda caso sulla parte più numerosa della popolazione) e a prescindere dagli effetti di sistema come se il crollo dell’economia non contasse nulla. Soltanto ottusità o anche un piano deliberato di restringere un’area dell’euro troppo disomogenea?

Comunque si è ancora in tempo per rimediare se l’Europa vuole continuare ad esistere come progetto politico. Mettere da parte la questione del debito greco e concentrarsi su interventi per lo sviluppo dell’economia. Ci costerà qualcosa subito, ma in futuro i vantaggi sarebbero per tutti. Se si fosse fatto così nel 2010 non staremmo qui a parlarne

Claudio Lombardi

Le pensioni e la redistribuzione dei redditi

pensioni ricche

Bè sì ha ragione Renzi, quelli che adesso strillano contro il “furto” ai pensionati sono gli stessi che lo hanno voluto e votato. Di facce toste è pieno il mondo e la politica in particolare.

No la situazione già era difficile prima e la sentenza della Corte sulle pensioni non fa altro che aggravarla. Comunque è difficile non applicarla. Il problema è dove trovare i soldi. Aumentiamo il deficit? Possiamo litigare con l’Europa, ma il problema è che chi ci presta centinaia di miliardi l’anno è pronto a chiedere più interessi se usciamo dai parametri dell’euro. E noi non possiamo fare a meno di quei prestiti.

Il problema dei soldi dunque esiste. Forse dovremmo parlare con più forza di redistribuzione dei redditi e, quindi, di pressione fiscale perché sarà pure alta, ma grava quasi del tutto sulla massa dei contribuenti con redditi medio bassi. I redditi alti sfuggono, evadono e, comunque, godono di aliquote molto vantaggiose. Sui redditi da capitale l’aliquota è del 26% (ma per tanti anni è stata al 12,5%). L’Irpef arriva al 43% da meno di 100mila euro al’infinito.

Bisogna sapere che, dopo la seconda guerra mondiale, in tutto l’occidente le aliquote erano molto più alte e i ricchi vivevano benissimo. Negli Usa si arrivò addirittura al 94% negli anni ‘40, ma si mantenne un’aliquota del 90% sopra i 400.000 dollari fino al 1963. In Italia c’era un’aliquota dell’82%. Ma il tema è tabù, non se ne può parlare e quando servono soldi si vanno a prendere sempre dalle stesse categorie.

Tutti sanno che in Italia il passaggio dalla lira all’euro è stata l’occasione per una gigantesca speculazione ai danni dei redditi da lavoro e a favore di tutti coloro che potevano fissare il prezzo dei prodotti e delle prestazioni. Eppure ogni anno le dichiarazioni dei redditi ci rivelano l’immagine di una realtà falsa nella quale il datore di lavoro guadagna meno dei suoi operai o il gioielliere ha un reddito inferiore a quello di un impiegato pubblico.

Insomma qualche decina di miliardi di euro andrebbero presi a chi continua ad evadere e a nascondere i suoi redditi. Questo accapigliarsi sulle pensioni da 1500 euro lorde al mese è vergognoso anche se sappiamo benissimo che la maggior parte delle pensioni pagate col retributivo sono più alte dei contributi versati cioè sono regalate da chi oggi lavora. E questo non è giusto

Apple: l’evasione dei pesci grossi

il-blog-di-claudio-lombardiEt voilà la magia è fatta: si vende in Italia (o in qualunque altro paese), ma per conto di una società estera che qui è rappresentata solo da consulenti, così i soldi vengono formalmente incassati dalla società estera. Guarda caso la società estera ha sede in stati compiacenti che si prestano all’imbroglio perché offrono condizioni fiscali molto convenienti. E si capisce: loro devono solo ospitare la sede fiscale di società che lavorano in tanti altri paesi e dai consumatori di quei paesi prendono i soldi.
Da noi è partita un’indagine dell’Agenzia delle Entrate sulla mitica Apple che, con stile da gioco delle tre carte, fa risultare incassi minimi in Italia con una società di facciata che si presenta come semplice consulente della irlandese Apple sales International. Ovviamente anche i bimbi capiscono che si tratta di un raggiro del fisco italiano perché i consumatori che acquistano prodotti Apple hanno rapporti con la società che opera in Italia e non con quella che ha sede in Irlanda.
Quanto viene sottratto al fisco italiano? La contestazione dell’Agenzia delle Entrate è per un’ evasione fiscale di 880 milioni di euro dal 2008 al 2013. Sì, 880 milioni. E si tratta della sola Apple. Se pensiamo a quanti fanno questo doppio gioco si arriva a cifre miliardarie.
Ecco un caso in cui il governo italiano ci deve andare giù duro sia con la Apple che con l’Irlanda e con l’Europa. La libertà dei commerci non può essere libertà di evasione con la complicità di governi europei. Se si comincia a fare la voce grossa con i pesci grossi poi è più facile farla anche con i pesci piccoli ossia con l’evasione di massa. Il contrario non funziona

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