I nei della legge di stabilità: contante e Imu

Due misure della legge di stabilità hanno attirati i maggiori commenti: Imu sulla prima casa e limiti al contante.

Di imposte sulla casa si parla da tanto e il dibattito è diventato ormai logorante, ma alcuni punti sono chiari. Per gli economisti sembra assodato che le imposte sul patrimonio danneggino la crescita meno di quelle sui redditi. Poiché di entrate fiscali l’Italia ha bisogno e poiché il problema principale è quello della crescita l’imposta sulla prima casa non dovrebbe essere abolita.

imposte sulla casaC’è chi afferma (la vicesegretaria del PD Debora Serracchiani per esempio) che il problema è la mancanza di un catasto affidabile ed equo. Così, invece, di sistemare il catasto si preferisce abolire l’imposta. Strano ragionamento. Estendendolo si potrebbe considerare l’evasione fiscale che stravolge la progressività del sistema fiscale, causa sufficiente per sopprimere l’imposizione sui redditi.

Stupisce, inoltre, che, dopo un ventennio in cui tutti i partiti hanno esaltato l’autonomia dei comuni ed il ruolo dei sindaci, si tagli un’imposta che è particolarmente congeniale alla finanza municipale. Sarebbe, invece, meglio lasciare margini di autonomia alle amministrazioni locali, così un sindaco di sinistra potrebbe far pagare ai suoi concittadini un’imposta sugli immobili elevata in cambio di servizi, di asili e di un sistema di trasporti efficiente; un sindaco di destra potrebbe abolire l’IMU tagliando i mezzi pubblici e stabilendo che i suoi concittadini dovranno fare affidamento sul libero mercato per i servizi.

autonomia fiscale sindaciNon convince proprio il fatto che il governo indennizzerà i comuni per il mancato gettito dell’IMU perché in questo modo la finanza locale torna a vivere di trasferimenti statali proprio quando con l’elezione diretta dei sindaci dovrebbe essere esaltata la responsabilità verso i propri cittadini. Se aumenta la dipendenza dal governo centrale viene stravolto il vecchio, ma sempre valido, principio “no taxation without representation”. Che poi potrebbe anche valere al contrario “no representation without taxation”. Ovvero: è sbagliato caricare di responsabilità chi non ha autonomia finanziaria.

E’ discutibile anche la decisione del governo di innalzare il limite del contate a 3.000 euro.

Economisti di fama mondiale usano più di un metodo per stimare l’evasione fiscale, e tra questi vi è spesso un modellino che stima almeno in parte l’evasione fiscale sulla base della circolazione del contante.

pagamenti in contantiFra quelli che mettono in relazione l’uso del contante e l’evasione fiscale e quelli che sostengono il contrario portando gli esempi virtuosi dei paesi nordici e della Germania c’è un ampio ventaglio di posizioni.

Particolarmente sensibili al tema sono gli albergatori. Il presidente di Confcommercio Carlo Sangalli sottolinea che in questi anni di crisi gli operatori del turismo ed il commercio nelle località di villeggiatura hanno tamponato i danni grazie ai clienti stranieri, che non scontando limiti nei loro paesi sono abituati a pagare tutto in contanti. Altri operatori del settore turistico sono più espliciti. Dicono che in questi anni hanno lavorato molto con clienti stranieri, in gran parte russi, che spendono molto, non sono neanche troppo sensibili al prezzo che pagano, ma non vogliono assolutamente che i loro pagamenti siano tracciati. Forse la legge di stabilità si rivolge a loro? E poi, sono tutti come i russi? Mah.

In ogni caso è abbastanza evidente che la correlazione tra inesistenza di limiti al contante e bassa evasione nei paesi nordici è assolutamente spuria. Infatti se si guarda non ai limiti legali, ma alla circolazione reale del contante risulta che l’Italia, insieme alla Grecia (e non certo la Germania!), sono i paesi dell’Europa occidentale in cui oltre l’80% delle transazioni viene regolato in contanti. Non sarà certo un caso che siano due paesi con un’evasione fiscale esplosiva.

evasione fiscaleC’è poi chi dice che la riduzione del limite all’utilizzo del contante, da quando esiste, non ha contenuto l’evasione fiscale. Affermazione non dimostrata. Infatti, nei periodi di crisi cresce la pressione sulle imprese e conseguentemente la propensione ad evadere. E’ quindi probabile che l’abbassamento della soglia per i pagamenti in contante stabilita dal governo Monti abbia contribuito a contenere l’evasione, ma non abbastanza per bilanciare i fattori che hanno giocato nel senso opposto.

È abbastanza evidente che l’abolizione dei limiti al contante avvantaggia chi vuole far perdere le tracce dei suoi maneggi di denaro sia per evadere il fisco che per attività illecite come lo spaccio di droga, la ricettazione, il riciclaggio di denaro sporco.

Insomma forse prima di togliere i limiti all’uso del contante dovremmo somigliare un po’ di più ai migliori esempi europei

Salvatore Sinagra

Una legge di stabilità di sinistra

In molti commenti critici della legge di stabilità 2016 è come fosse sparito il ricordo della situazione in cui l’economia globale si trovò dopo la crisi devastante del 2008 e il ricordo delle criticità che in quella crisi avevano investito il nostro paese, sull’orlo di un default catastrofico. Criticità certamente in comune con tutti i paesi del mondo occidentale ma che in Italia si sommavano alle criticità tipiche del nostro paese e che erano il frutto e l’eredità dei malgoverni precedenti (soprattutto anni 80 e ventennio berlusconiano).

critiche a RenziE manca completamente nelle critiche che si leggono ogni termine di paragone con quelle politiche anticrisi che per 8 anni in Europa sono state ispirate da una rigida austerity e che per certi versi hanno aggravato la situazione.

Se si avesse questa consapevolezza e si ragionasse scevri da ogni bisogno di posizionamento politico (e questo vale soprattutto dentro il PD) si capirebbe che quanto messo in campo dal governo Renzi nel 2015 e nel 2016 ha davvero dello straordinario.

Mi soffermo su un punto che mi ha fatto notare Guido Lay il quale, in un suo post su facebook, giustamente scrive: “i governi Monti e Letta, sostenuti da Bersani, avevano scaricato ben 16 miliardi di euro di aumento dell’IVA sul 2015. Oggi quegli aumenti di fatto sono evitati con finanziamento in deficit. E finanziare la ripresa della economia in deficit è quello che ha fatto Obama negli Usa, è una politica keynesiana e di sinistra contro l’austerità. Fosse stata fatta negli anni precedenti oggi staremmo messi meglio”.

E mi fa specie che chi fa della lotta all’austerità il suo cavallo di battaglia (ma solo a parole) oggi critichi e non veda la sostanziale svolta impressa dal governo Renzi, svolta che è possibile anche grazie ai nuovi equilibri politici in Europa, equilibri che sono cambiati soprattutto dopo il successo del PD alle elezioni europee, vista la catastrofe degli altri Partiti socialisti (e bisogna dire per completare il quadro che è anche a questi nuovi equilibri dovuti alla vittoria del PD che Draghi si è potuto divincolare dalla ortodossia della Deutsche Bank).

misure finanziariaQuesta è la verità. Poi si può discutere delle singole misure. Ma avendo sempre questa consapevolezza.

E se la componente più rilevante dei 27 miliardi (nella speranza che siano 30) della manovra è quella che riguarda l’eliminazione della clausola di salvaguardia dell’aumento dell’IVA bisogna però rimarcare il fatto che per il secondo anno consecutivo si interviene per rendere più competitive le nostre imprese.

E questo nella consapevolezza che la vera battaglia contro la povertà si vince se aumenta il lavoro.

Ed il lavoro aumenta se gli imprenditori investono e riprendono a fare il proprio mestiere di creatori di ricchezza (a meno che qualcuno non pensi ad una nazionalizzazione delle imprese, alla abolizione del mercato e ai piani quinquennali di sovietica memoria).

E le leggi di stabilità 2015 e 2016 puntano su questo attraverso molti strumenti, dalla decontribuzione per i nuovi assunti (prorogata anche nel 2016 con importi dimezzati per evitare di drogare troppo il mercato del lavoro) agli interventi sulla componente lavoro dell’Irap, a quelli decisi sull’IRES (forse già nel 2016, sicuramente nel 2017), alla abolizione dell’IMU sugli imbullonati (in questo strano paese si paga l’IMU per grandi macchinari imbullonati a terra come se fossero una casa), all’abolizione dell’IMU agricola, all’aumento degli ammortamenti fino al 140% per gli investimenti delle aziende (eccettuati gli immobili).

uscita dalla crisiSe i maggiori indicatori macroeconomici (con buona pace di Fassina) sono tutti positivi e se ormai è consolidata l’opinione che il nostro paese ha imboccato la via della uscita dal tunnel della crisi è evidente che un governo serio debba tentare di sostenere questo trend concentrando risorse ed interventi al fine di dare agli imprenditori che creano lavoro e reddito una cassettina degli attrezzi che li accompagni rafforzando i venti della ripresa (ancora non sufficientemente forte).

E credo che tutti siamo d’accordo nel ritenere che qualsiasi robusto potenziamento del welfare ed un suo ammodernamento sarà possibile solo con una ripresa sostenuta.

Se tutto questo è vero trovo inutilmente simbolica la polemica sulla eliminazione dell’IMU per tutti, una manovra che costa 3,5 miliardi sui complessivi 27 miliardi e che non è certo la “cifra” che definisce la legge di stabilità del 2016 anche se essa riguarda circa l’80% delle famiglie italiane (non dimenticandoci che nelle grandi città, quelle dove in primavera si va al voto, l’IMU e la Tasi incidono non poco sul bilancio di una famiglia).

I ricchi ed i super ricchi non possiedono soltanto la prima casa dove vivono ma hanno sicuramente una grande varietà di patrimoni immobiliari sui quali continueranno a pagare salatamente IMU e Tasi (garantendo quella progressività che per una tassa rigida è difficile da stabilire).

interrogativi manovra governoCosì come inutile e specioso è accusare il governo di non voler fare la lotta alla evasione fiscale soltanto perché è stato alzato il limite dei pagamenti in contante da 1000 a 3000 euro, un limite che non ha avuto nessun ruolo positivo e che è stato aggirato in maniera tranquilla dagli evasori veri ed ha provocato rotture di coglioni alle persone per bene che invece sono rispettose delle leggi.

E su questo faccio mie le parole di Luigi Marattin, giovane consigliere economico di Palazzo Chigi. Scrive Marattin: “a me interessa un paese in cui l’evasone fiscale si combatte nei fatti e non con i facilissimamente aggirati ed aggirabili simboli. Mi interessa che in un anno sia stata approvata una legge sull’autoriciclaggio, reintrodotto il falso in bilancio, abolito il segreto bancario, firmato accordi per la prima volta nella storia con Svizzera, Liechtestein e Vaticano per scovare gli evasori, adottate riforme come lo split payment per combattere l’evasione IVA, realizzata la delega fiscale che cambia ed informatizza il rapporto tra fisco e contribuente, cambiato i vertici di Equitalia. E mi interessa soprattutto che tutte queste cose abbiano prodotto i maggiori risultati in epoca recente in termini di recupero della evasione fiscale. E siamo solo all’inizio.”

cambiamentoMa la legge di stabilità non è solo IVA, diminuzione delle tasse ed interventi per creare lavoro.

E’ anche tante altre cose. E’ anche gli interventi di 450 milioni sulla “terra dei fuochi” e gli ulteriori interventi previsti per il rilancio dell’ILVA, l’aumento che ha portato da 600 milioni a 1400 milioni di euro il fondo contro la povertà minorile, e poi i fondi per assumere personale ai beni culturali come da impegno preso dopo le vicende di Pompei e del Colosseo.

E finalmente si interviene nel mondo delle Partite Iva che erano state trascurate e per un certo verso maltrattate l’anno scorso con un errore che Renzi riconobbe impegnandosi a modificare tutto nella legge di stabilità del 2016. E si interviene in tanti modi. Innanzitutto, guardando ai giovani, le imposte saranno scontate al 5% per le start up per i primi cinque anni di attività. Si corregge poi l’errore dell’anno scorso sul regime forfettario (con l’aliquota al 15%) puntando ad elevare le attuali soglie di ricavi – differenziate per attività – con un incremento di 10mila euro per tutti che diventa di 15mila euro per i professionisti (in questo caso la soglia salirebbe a 30mila euro.

A conclusione di questo excursus si può allora affermare che questa legge di stabilità targata Renzi-Padoan non è in nulla simile alle leggi lacrime e sangue degli anni che abbiamo alle spalle.

E’ una legge che prova a ridare fiducia agli italiani. E’ una legge pienamente di sinistra, non ho dubbi.

Enzo Puro tratto da http://manrico.social/blog/item/102-una-legge-di-stabilita-di-sinistra.html

 

Le responsabilità di tutti nella crisi greca

Sulla crisi greca non ci sono grandi novità da scoprire. L’unica via d’uscita era ed è mettere da parte il debito e trattare sul rilancio dell’economia rinunciando ognuno a qualcosa. Molte riflessioni vanno fatte sull’intreccio di responsabilità che coinvolge tutti. Gli unici che hanno meno responsabilità o, forse, ne sono del tutto esenti, sono quegli elettori che domenica saranno chiamati a decidere col referendum indetto da Tsipras quel che il loro governo con tutta la forza delle conoscenze di cui dispone non è stato in grado di decidere pur essendo stato eletto per questo. Si chiama democrazia ed è bene che la riflessione parta da qui.

responsabilità elettoriDovranno decidere gli elettori se accettare o no le condizioni dei creditori. Sembra meraviglioso, ma siamo sicuri che è questa la vera democrazia e non una presa in giro per far decidere ad un popolo stremato quel che non si osa dire e cioè l’uscita dall’euro?

Ma la crisi greca stimola ad interrogarsi sui meccanismi della democrazia rappresentativa. Cosa decide realmente un popolo? E come lo fa? La vera decisione è la delega ad una élite che prende su di sé il compito di guidare una nazione a prescindere dai programmi con i quali ha ottenuto il voto. È persino banale ricordarlo, ma quasi sempre l’azione di governo si discosta dalle proposte sulle quali è stato chiesto il voto. Per malafede dei delegati? Anche, ma soprattutto perché all’elettorato si propone un indirizzo politico di massima tradotto in programmi che esemplificano una sua possibile attuazione. Gli elettori credono di votare un programma, ma stanno traducendo in voti l’orientamento politico (o l’umore) che prevale nelle loro teste.

Significa che le consultazioni elettorali sono finzioni? No sono momenti di presa di coscienza collettiva indispensabili, ma non sufficienti per costruire una società democratica. Per farlo occorre che ci sia un sistema di formazione delle opinioni indirizzato alle decisioni politiche a tutti i livelli basato sulla circolazione delle informazioni e sul confronto tra opzioni diverse nel quale ci si distacchi dal proprio interesse personale. In una parola occorre un sistema improntato alla partecipazione cioè un metodo di responsabilizzazione individuale rispetto alle decisioni di interesse collettivo.

responsabilità éliteC’è poi un altro problema. Le élite decidono governando e mediano con la società la distribuzione di oneri e vantaggi che non si traduce soltanto in norme da rispettare, ma anche in comportamenti permessi o tollerati o indotti che, a volte, sono anche più importanti.

Per esempio si sa che la spesa pensionistica non può espandersi all’infinito perché si alimenta della ricchezza prodotta da chi lavora (= tasse e contributi). Ma se chi governa da’ la possibilità ai cittadini di andare in pensione a 40 anni di età il singolo, usufruendo di questa possibilità, compirà un atto di grande impatto sulle finanze pubbliche presenti e future del quale non si renderà conto. Lo stesso dicasi per l’evasione fiscale che è un vero e proprio parassitismo e per tanti altri comportamenti che creano realtà diverse da quelle razionalmente auspicabili. I cittadini scelgono di fatto quali politiche attuare anche utilizzando le possibilità attive o omissive che chi gestisce le istituzioni mette a disposizione dei singoli. In tutti questi casi inutile aspettarsi un comportamento individuale conscio delle conseguenze delle proprie scelte: si sceglierà sempre in base alla propria convenienza a prescindere dall’interesse collettivo. Tutto ciò vuol dire che un pezzetto di responsabilità ce l’hanno (anzi, ce l’abbiamo) sempre in tanti.

crisi EuropaNel caso della Grecia c’è un gioco delle parti che prescinde dai comportamenti razionali per cui non si capisce cosa debbano decidere i greci col referendum e come possano farlo meglio del loro governo. Una parte dei greci è quasi alla fame e logica avrebbe voluto che non si chiedesse a loro di pagare il prezzo più alto per uscire dalla crisi, ma che si partisse dagli evasori e da chi ha di piùSoprattutto occorreva che si modificasse l’orientamento della spesa pubblica magari cominciando dal taglio delle spese militari. Si è seguita una strada diversa e alle dichiarazioni formali non seguivano i fatti (nemmeno le baby pensioni sono state toccate).

E’ evidente che il governo greco ha tentato per anni di navigare sulla crisi seguendo l’unica rotta di non toccare gli interessi dei gruppi sociali più forti o delle lobby che rappresentano la “costituzione materiale” del modello Grecia e lasciando che il lavoro “sporco” fosse imposto dall’esterno.

debito grecoD’altra parte l’Europa e il FMI hanno fatto finta che la Grecia non fosse un sistema economico e si sono fissati sulla richiesta di restituzione dei prestiti e su ricette per risanare il bilancio greco basate su criteri puramente contabili. Un taglio qui e un taglio là (guarda caso sulla parte più numerosa della popolazione) e a prescindere dagli effetti di sistema come se il crollo dell’economia non contasse nulla. Soltanto ottusità o anche un piano deliberato di restringere un’area dell’euro troppo disomogenea?

Comunque si è ancora in tempo per rimediare se l’Europa vuole continuare ad esistere come progetto politico. Mettere da parte la questione del debito greco e concentrarsi su interventi per lo sviluppo dell’economia. Ci costerà qualcosa subito, ma in futuro i vantaggi sarebbero per tutti. Se si fosse fatto così nel 2010 non staremmo qui a parlarne

Claudio Lombardi

Le pensioni e la redistribuzione dei redditi

Bè sì ha ragione Renzi, quelli che adesso strillano contro il “furto” ai pensionati sono gli stessi che lo hanno voluto e votato. Di facce toste è pieno il mondo e la politica in particolare.

No la situazione già era difficile prima e la sentenza della Corte sulle pensioni non fa altro che aggravarla. Comunque è difficile non applicarla. Il problema è dove trovare i soldi. Aumentiamo il deficit? Possiamo litigare con l’Europa, ma il problema è che chi ci presta centinaia di miliardi l’anno è pronto a chiedere più interessi se usciamo dai parametri dell’euro. E noi non possiamo fare a meno di quei prestiti.

Il problema dei soldi dunque esiste. Forse dovremmo parlare con più forza di redistribuzione dei redditi e, quindi, di pressione fiscale perché sarà pure alta, ma grava quasi del tutto sulla massa dei contribuenti con redditi medio bassi. I redditi alti sfuggono, evadono e, comunque, godono di aliquote molto vantaggiose. Sui redditi da capitale l’aliquota è del 26% (ma per tanti anni è stata al 12,5%). L’Irpef arriva al 43% da meno di 100mila euro al’infinito.

Bisogna sapere che, dopo la seconda guerra mondiale, in tutto l’occidente le aliquote erano molto più alte e i ricchi vivevano benissimo. Negli Usa si arrivò addirittura al 94% negli anni ‘40, ma si mantenne un’aliquota del 90% sopra i 400.000 dollari fino al 1963. In Italia c’era un’aliquota dell’82%. Ma il tema è tabù, non se ne può parlare e quando servono soldi si vanno a prendere sempre dalle stesse categorie.

Tutti sanno che in Italia il passaggio dalla lira all’euro è stata l’occasione per una gigantesca speculazione ai danni dei redditi da lavoro e a favore di tutti coloro che potevano fissare il prezzo dei prodotti e delle prestazioni. Eppure ogni anno le dichiarazioni dei redditi ci rivelano l’immagine di una realtà falsa nella quale il datore di lavoro guadagna meno dei suoi operai o il gioielliere ha un reddito inferiore a quello di un impiegato pubblico.

Insomma qualche decina di miliardi di euro andrebbero presi a chi continua ad evadere e a nascondere i suoi redditi. Questo accapigliarsi sulle pensioni da 1500 euro lorde al mese è vergognoso anche se sappiamo benissimo che la maggior parte delle pensioni pagate col retributivo sono più alte dei contributi versati cioè sono regalate da chi oggi lavora. E questo non è giusto

Apple: l’evasione dei pesci grossi

il-blog-di-claudio-lombardiEt voilà la magia è fatta: si vende in Italia (o in qualunque altro paese), ma per conto di una società estera che qui è rappresentata solo da consulenti, così i soldi vengono formalmente incassati dalla società estera. Guarda caso la società estera ha sede in stati compiacenti che si prestano all’imbroglio perché offrono condizioni fiscali molto convenienti. E si capisce: loro devono solo ospitare la sede fiscale di società che lavorano in tanti altri paesi e dai consumatori di quei paesi prendono i soldi.
Da noi è partita un’indagine dell’Agenzia delle Entrate sulla mitica Apple che, con stile da gioco delle tre carte, fa risultare incassi minimi in Italia con una società di facciata che si presenta come semplice consulente della irlandese Apple sales International. Ovviamente anche i bimbi capiscono che si tratta di un raggiro del fisco italiano perché i consumatori che acquistano prodotti Apple hanno rapporti con la società che opera in Italia e non con quella che ha sede in Irlanda.
Quanto viene sottratto al fisco italiano? La contestazione dell’Agenzia delle Entrate è per un’ evasione fiscale di 880 milioni di euro dal 2008 al 2013. Sì, 880 milioni. E si tratta della sola Apple. Se pensiamo a quanti fanno questo doppio gioco si arriva a cifre miliardarie.
Ecco un caso in cui il governo italiano ci deve andare giù duro sia con la Apple che con l’Irlanda e con l’Europa. La libertà dei commerci non può essere libertà di evasione con la complicità di governi europei. Se si comincia a fare la voce grossa con i pesci grossi poi è più facile farla anche con i pesci piccoli ossia con l’evasione di massa. Il contrario non funziona

Tsipras a Roma: cosa gli diciamo?

Oggi Tsipras è a Roma. L’Italia è tra i maggiori creditori della Grecia avendoci messo una quarantina di miliardi di euro in prestiti che chissà quando mai saranno restituiti. Come si sa Tsipras ha vinto le elezioni dicendo che voleva mettere fine all’austerità imposta dalla Troika e che pretendeva la cancellazione della maggior parte del debito pubblico.

A pochi giorni dal voto sembra che già stia cambiando idea e che la cancellazione del debito si tramuti nella richiesta di un’ampia dilazione nei pagamenti e in un ulteriore abbattimento degli interessi. Era ovvio che sarebbe andata così perché la maggior parte del debito Atene ce l’ha con gli altri stati europei e con la BCE. Se fosse stato concesso un taglio alla Grecia pagato dagli altri stati è chiaro che si sarebbe aperta una strada che in molti avrebbero voluto imboccare.

Resta il fatto che la Grecia non ce la fa a pagare le sue spese con le entrate del suo bilancio e che il ricorso al debito, come avviene anche da noi, serve per le spese correnti cioè è strutturale. Una situazione di squilibrio determinata da una enorme evasione fiscale in gran parte legalizzata. Bisogna sapere che i guadagni degli armatori che possiedono una delle più grandi flotte commerciali mondiali sono esenti da imposizione fiscale per legge. Anche il patrimonio immobiliare della Chiesa ortodossa, secondo solo al quello statale, non paga imposte e i preti sono stipendiati dallo Stato.

In queste condizioni cosa possiamo dire a Tsipras? Che la Grecia deve guardarsi allo specchio per i suoi guai e decidere se è ancora possibile affamare la povera gente pur di non toccare i poteri forti. Poi, è chiaro che il dogma dell’austerità (cioè il 3% deficit/Pil, il 60% debito/Pil e il pareggio di bilancio) ha fatto tanti guai, ma l’impressione è che la Grecia non ce la farebbe comunque senza un cambiamento vero

Evasione fiscale: la figuraccia del Governo

No il decreto legislativo che doveva semplificare i rapporti tra fisco e contribuenti non cambia per niente verso, ma liscia il pelo agli evasori. Che il governo Renzi approvi un provvedimento che depenalizza la fatture false entro i mille euro, l’evasione in percentuale al reddito imponibile e il mancato versamento dell’IVA va nella direzione di rendere le cose più facili a chi evade e froda il fisco.

Ovviamente dentro ci cascano anche tante situazioni nelle quali sono coinvolti piccoli evasori, dall’artigiano alla colf. Ma ci cascano anche i grandi contribuenti e i grandi evasori che sono ben contenti di nascondersi dietro l’evasione del muratore in pensione che rivernicia una stanza senza fattura. E poi le false fatturazioni non sono cose da piccoli evasori, ma strumenti ben studiati di evasioni sistematiche.

Se proprio si voleva depenalizzare si potevano stabilire soglie di reddito credibili e non in percentuale sotto le quali arrivano sanzioni pecuniarie e non penali. Il modo che ha scelto il governo è il peggiore compresa la marcia indietro appena la cosa è stata resa pubblica a conferma che qualcosa di non pulito c’era.

Ora tutti si stupiscono a cominciare da Renzi, ma siamo in Italia e non nel regno dei sogni e qui l’evasione fiscale non è fantasia, ma discriminante per ogni  progetto di governo. Strano che Renzi, Padoan e gli altri non ci abbiano pensato…

Flat tax? 100 miliardi di buco da riempire

voragine conti pubbliciIl tentativo del centro-destra di recuperare consensi passa attraverso una proposta di radicale revisione dell’attuale regime fiscale di tassazione dei redditi personali e di impresa. Mutuando l’espressione inglese, Matteo Salvini e Silvio Berlusconi hanno parlato dell’opportunità di introdurre una flat tax, cioè di assoggettare i redditi a una sola aliquota (il 15 per cento per Salvini, il 20 per cento per Berlusconi), al posto dell’attuale sistema di tassazione progressiva che prevede quattro aliquote e una giungla di deduzioni e detrazioni. La proposta di Forza Italia include l’istituzione di una “no tax area” per i contribuenti con redditi fino ai 13mila euro, mentre quella della Lega prevede una deduzione di cinquemila euro per ogni residente.

Eliminando la giungla delle deduzioni e detrazioni, la flat tax avrebbe il vantaggio di produrre una drastica semplificazione del sistema tributario e una notevole diminuzione della tassazione. Aliquote più basse potrebbero anche far riemergere fondi oggi detenuti all’estero o nascosti nell’economia sommersa o illegale in Italia. In presenza di una significativa riemersione di capitali in precedenza sottratti al fisco, la riduzione dell’aliquota – nell’intenzione di chi la propone – potrebbe addirittura essere associata a un aumento delle entrate fiscali. I proponenti citano i casi di 38 paesi, il più importante dei quali è quello della Russia del 2001. In questi paesi, la flat tax è stata quasi sempre introdotta senza rilevanti crolli di entrate fiscali. La riemersione della base imponibile ha – o avrebbe – più che compensato la perdita di gettito causata dal calo delle aliquote.

QUALCHE NUMERO SULLE ENTRATE FISCALI

i calcoli del fiscoNell’Italia che ha smesso di crescere da troppi anni sotto il peso di un carico fiscale intollerabile la flat tax sembra l’uovo di Colombo. Ma le proposte di flat tax non sono state per ora corredate di numeri. Eccone qualcuno usando i dati del 2012.
Lo Stato italiano oggi incassa 163 miliardi dall’Irpef, a partire da cinque aliquote di imposta (23, 27, 38, 41 e 43 per cento) e da un reddito imponibile dichiarato di 800 miliardi di euro. Prima di calcolare la tassa, dal reddito imponibile si tolgono varie voci, la principale delle quali (la cosiddetta no tax area) vale fino a 8mila euro per i lavoratori dipendenti e un po’ meno per le altre categorie di contribuenti. Oltre all’imposta sui redditi personali, c’è anche quella sui redditi di impresa (Ires) che dà entrate per 40 miliardi a partire da aliquote di imposta del 27,50 per cento a partire da redditi societari dichiarati pari a 155 miliardi.
La flat tax al 20 per cento (proposta di Forza Italia) sarebbe da applicare al reddito imponibile netto, cioè calcolato sottraendo dagli 800 miliardi di reddito lordo la parte corrispondente alla no tax area fino a 13mila euro. I dati dell’Agenzia delle Entrate sulla distribuzione dei contribuenti per livello di reddito indicano che poco più del 60 per cento attesta un reddito di 13mila euro o più, mentre gli altri dichiarano meno di quella somma e quindi godrebbero solo parzialmente dello sconto di imponibile. Da un calcolo approssimativo si ricava così che l’entità complessiva delle deduzioni derivanti dalla no tax area a 13mila euro sarebbe di 417 miliardi. L’imponibile Irpef netto sarebbe di 383 miliardi (800 meno 417) che – tassati al 20 per cento – porterebbero le entrate Irpef a 76,6 miliardi, cioè 86,4 miliardi di euro in meno rispetto agli attuali 163. Per i redditi societari, l’aliquota del 20 per cento porterebbe lo Stato a incassare 31 miliardi dall’Ires (0,2 per 155 miliardi), con una perdita di gettito pari a 9 miliardi rispetto a oggi. In tutto, con la flat tax di Forza Italia le entrate da Irpef e Ires arriverebbero a 107,6 miliardi. Verrebbero quindi a mancare 95,4 miliardi di entrate rispetto agli attuali 203 miliardi.

flat tax sì o no?Nel caso della proposta della Lega, i conti sono più semplici. Con 60 milioni di residenti, la deduzione di 5mila euro pro capite porta a una riduzione di reddito imponibile per 300 miliardi di euro, abbassando il reddito imponibile Irpef a 500 miliardi. Le entrate dalla flat tax sui redditi personali sarebbero di 75 miliardi di euro (0,15 per 500) contro gli attuali 163. Se a questi si aggiungono i 23,25 miliardi dell’Ires (da 155 miliardi di imponibile con aliquota al 15 per cento), si arriva a un totale di 98,25 miliardi di entrate complessive. Con la flat tax della Lega mancherebbero cioè 104,75 miliardi rispetto alle entrate attuali di Irpef e e Ires.
Per riassumere, non si sbaglia di molto se si conclude che le proposte di flat tax di Berlusconi e Salvini porterebbero un minor gettito di circa 100 miliardi a parità di base imponibile.

RECUPERO DELL’EVASIONE?

evasione fiscaleCome cambierebbero i calcoli se, grazie alla flat tax, davvero emergesse l’evasione e l’erosione come auspicato dai proponenti? L’Italia non è la Russia (né il Paraguay o le Seychelles, gli ultimi paesi ad avere introdotto la flat tax nel 2010-11), e così si possono solo fare congetture. Al momento la stima prevalente indica una cifra variabile tra i 200 e i 230 miliardi di capitali evasi che sfuggono al fisco. Se, ottimisticamente, tutti i 230 miliardi emergessero alla dogana di Lugano e lo Stato italiano potesse dunque tassarli al 20 o al 15 per cento con una maggiorazione, potrebbe arrivare a incassare un massimo di 50 miliardi. Dunque anche nella più favorevole (ma anche irrealistica) delle ipotesi sul recupero dell’evasione, dall’introduzione della flat tax rimarrebbe comunque una perdita di entrate fiscali di almeno 45 miliardi nel caso della proposta Berlusconi e di almeno 55 miliardi nel caso della proposta Salvini. Con ipotesi più pessimistiche sull’efficacia dei piani di rientro dei capitali, la riduzione delle entrate si scosterebbe invece di poco dai 95 o 105 miliardi iniziali.
In conclusione, così come discussa fino a oggi, la flat tax darebbe dunque una frustata semplificatoria all’ingarbugliato sistema fiscale italiano. Ma solleverebbe un’esigenza tutt’altro che marginale di rimpiazzare le entrate fiscali venute meno con rilevanti tagli di spesa oppure con un drammatico aumento del deficit pubblico certamente difficile da spiegare in Europa e alle agenzie di rating.

Francesco Daveri e Luca Danielli tratto da www.lavoce.info

Imu e Tasi in scadenza: il fisco a caccia di soldi

scadenze fiscali imu tasiOggi scadono i pagamenti di Imu, Tasi e Tari. Le aliquote si intrecciano tra loro, diventano un labirinto e chi non ha dimestichezza con i computer e con internet deve vedersela con Caf e commercialisti e mettersi in fila in banca o alla posta.

Come al solito la macchina amministrativa insieme con i suoi responsabili politici ha creato un meccanismo punitivo per i cittadini che li mette nelle condizioni ideali per compiere uno dei tanti errori che sono possibili e così “guadagnarsi” una sanzione. Forse che i tecnici dei ministeri e i politici sono malvagi? No, semplicemente sono stretti fra la caccia ai soldi per le casse pubbliche e il tentativo di combattere la tendenza ad evadere che è una componente della cultura nazionale.

disuguaglianzaDi fatto negli ultimi anni si è attuata una tassazione patrimoniale generalizzata che ha toccato i beni immobili e i redditi finanziari di tutti gli italiani. Di per sé non è ingiusto che si paghi in base al proprio patrimonio e non solo in base al reddito, ma il fatto è che, in generale, le imposte sui redditi non sono scese e che i famosi 80 euro ancora non sono percepiti come una riduzione fiscale perché non sono state toccate le aliquote (altrimenti sarebbero toccati a tutti). In ogni caso qualche miliardo di euro è stato ripartito tra alcuni milioni di contribuenti.

Il problema è che non si sa quanto i grandi patrimoni siano stati toccati né si può sapere se la disuguaglianza per cui al 10% degli italiani tocca il 46% della ricchezza risulterà diminuita né si può dire se l’evasione fiscale sia stata o sarà intaccata. Su questo bisognerà pure ricordare che l’evasione fiscale è un fenomeno di massa perché può toccare l’idraulico che ti ripara il rubinetto, il meccanico che ripara l’auto, la colf che ti pulisce casa e migliaia di altre prestazioni che oggi hanno fissato i prezzi scontando la possibilità di evadere. In questi casi la sconfitta dell’evasione si tradurrà automaticamente nell’aumento dei prezzi almeno fino al livello che il mercato possa consentire. L’IVA è il classico esempio di una complicità tra consumatore e fornitore (di beni o di servizi): chi paga è sempre il consumatore e non è interessato a pagare perché non ci guadagna nulla. Insomma una lotta radicale all’evasione dovrebbe tener conto delle conseguenze sociali ed economiche che si determineranno.

evasione elusioneI dati sulle dichiarazioni dei redditi suscitano ogni anno stupore quando si legge che tanti datori di lavoro o commercianti guadagnerebbero quanto i loro dipendenti di fascia bassa. Se la cosa si ripete di anno in anno bisognerà pure dubitare dei nostri apparati fiscali, no? Comunque da quest’anno è operativo il controllo incrociato di tutte le tracce di reddito lasciate dai contribuenti. Vedremo i risultati.

Altro discorso sono le grandi operazioni di evasione e di elusione che si servono di “sponde” estere. Un esempio è il processo a Berlusconi per i diritti TV nel quale l’accusa aveva al centro proprio un meccanismo di esportazione di redditi sottratti al fisco italiano. Qui sono in gioco centinaia di milioni di euro, ma ci sono anche giri più piccoli nel caso dei beni esportati e poi reimportati per evadere l’IVA.

Nel complesso la valutazione dell’evasione supera i 100 miliardi di euro l’anno che è molto più di quanto si paga sugli interessi per l’intero debito pubblico…

C L

Storie di ordinaria illegalità (e di ordinario sperpero)

2500 società fantasma scovate a Roma. Operavano nei più svariati settori – ristorazione, pubblicità, edilizia, commercio, trasporti – ma la loro sede per il fisco era in luoghi assolutamente irreali: la Caritas, il Centro Astalli, la onlus che si occupa di disabili e via falsificando. Ovviamente società fantasma per il fisco e per l’INPS perché gli indirizzi forniti erano evidentemente finti, ma ben presenti quando si trattava di mettersi i soldi in tasca.

Altra notizia. Un giro di società-truffa scoperto dalla Guardia di Finanza con una frode fiscale di 45 milioni di euro – le ritenute previdenziali e fiscali dei dipendenti – finiti in ville, yacht e auto di lusso. In pratica venivano create cooperative e s.r.l. con una ‘vita media’ di tre o quattro anni che non versavano nulla né la fisco né all’INPS e poi scomparivano. Tripla fregatura: INPS, fisco e lavoratori.

In entrambi i casi il danno prodotto è anche la penalizzazione delle aziende oneste che non possono competere con quelle dei disonesti e così anche la concorrenza è servita.

Ancora una notizia che non parla di illegalità, ma di privatizzazione degli apparati pubblici. No, non affidamento a privati di funzioni pubbliche bensì, più semplicemente, utilizzo di poteri e risorse pubbliche per interessi privati. In questo la regione Sicilia è maestra e fornisce innumerevoli casi esemplari. Stavolta si tratta dei musei che dispongono di un poderoso set di dirigenti. Perfettamente inutili e anche incompetenti, ma dotati della ben remunerata qualifica di dirigente.

Inutili perchè la Sicilia nel settore dei beni culturali ha più dirigenti del ministero: 306 contro 191. Incompetenti perché, secondo notizie di stampa, nel loro curriculum hanno di tutto fuorché lauree in storia dell’arte, antropologia o archeologia.

Soldi sprecati. Appunto. Sprecati se lo scopo è quello di far funzionare i musei che in Sicilia mancano di tutto: materiali informativi, manutenzione, illuminazione, antifurti. Persino i telefoni sono muti perché le bollette non sono state pagate. Dulcis in fundo anche i visitatori sono pochi. Dunque soldi sprecati, ma non per il personale che abbonda e succhia soldi pubblici producendo ben poco (i custodi, ovviamente in numero esagerato, non lavorano di sabato e domenica e devono essere pagati a parte per farlo).

Tre casi fra i tanti che si incontrano nelle cronache quotidiane e che dovrebbero essere raccolti e posti accanto alla montagna del debito pubblico. Capito perchè sforare i limiti europei è solo una parte del problema?

Lo spreco, la corruzione, l’inefficienza chiamano in causa lo Stato in tutte le sue declinazioni. A volte si ha l’impressione che il nostro paese sia il luogo ideale per le scorribande di quelli che vivono come parassiti succhiando le sostanze vitali che, nonostante tutto, il corpaccione dell’Italia continua a produrre. Ma per quanto ancora?

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