L’evasione fiscale dimenticata

evasione fiscale dimenticataAlti stipendi dei manager e dei dirigenti pubblici, riforma del Senato, 80 euro, Jobs act. Questi i temi del momento. Fino a ieri in primo piano c’erano l’abolizione delle province, la legge elettorale e l’evasione fiscale. Passa il tempo e cambiano le mode: le province sono state sostitute da enti che portano un nome diverso, ma ne ricalcano le funzioni; la legge elettorale è all’esame del Parlamento,  ma è stata fermata in attesa della riforma del Senato; l’evasione fiscale è stata messa da parte.

Messa da parte? E perché? L’Italia perde ogni anno una montagna di soldi (fino a 180 miliardi)  a causa dell’evasione fiscale. È una realtà sotto gli occhi di tutti da decenni. Ogni tanto fa scandalo, ma poi l’incalzare di notizie diverse la mette in secondo piano. Però c’è e produce i suoi effetti che sono quelli di far pagare le “spese generali” del condominio Italia dei cui servizi tutti approfittano a lavoratori dipendenti e pensionati (82% del gettito fiscale). Cioè queste due categorie  pagano per loro e per gli altri.

ladri di livadiottiUn libro di recente pubblicazione – Ladri, gli evasori e i politici che li proteggonodi Stefano Livadiotti scandaglia le cause e gli effetti di una perdita di risorse che dovrebbero entrare nel bilancio dello Stato e che, invece, restano nelle tasche degli evasori grazie ai meccanismi di protezione garantiti da scelte politiche e amministrative non dal caso.
In una recente intervista a Repubblica Livadiotti parla della sua ricerca ed è interessante seguire il suo ragionamento. Alla prima domanda che gli chiede come mai non si riesca a scoprire gli evasori Livadiotti risponde che la macchina del fisco che dispone di 300 banche dati “sarebbe perfettamente in grado di intercettare in tempi brevi una parte importante dei 180 miliardi di euro che i ladri di tasse fanno mancare ogni anno alle casse dello Stato” ricordando che il direttore dell’Agenzia delle entrate, Attilio Befera, “ha ammesso l’esistenza di quattro milioni di nuclei familiari, dunque uno ogni cinque, che ha un tenore di vita incompatibile con quanto dichiara di guadagnare”. Osserva Livadiotti che “Il problema non è tecnico, ma squisitamente politico” perché “gli evasori fiscali, con le loro famiglie, valgono qualcosa come dieci o dodici milioni di voti” e nessuno vuole farseli nemici.

La successiva domanda è ovvia: allora chi protegge i ladri di tasse?

La risposta dice quello che molti già avevano capito “Gli evasori sono protetti da una potentissima lobby politica che ha avuto a lungo il suo zoccolo duro nel centrodestra di Silvio Berlusconi: “Ladri” lo dimostra inequivocabilmente nel capitolo in cui svela chi ha scritto, proposto e votato quelle leggi che lasciano certezza di impunità a chi non fa il proprio dovere con il fisco.

evasione fiscaleLe stesse persone, guarda caso, che hanno fatto tabula rasa dei provvedimenti capaci di rendere più dura la vita ai furbetti della dichiarazione dei redditi. Un esempio per tutti: nel 2006 il governo Prodi aveva introdotto l’obbligo per i lavoratori autonomi di avere un conto dedicato (dove far confluire tutti i pagamenti e dal quale prelevare i soldi necessari a coprire le spese) e il divieto di incassare contanti oltre i mille euro. Quell’anno l’imposta sul reddito dichiarato dagli autonomi era cresciuta del 12,15 per cento. Nel 2008 Berlusconi, come aveva promesso in campagna elettorale, ha abolito la normativa. E il gettito degli autonomi è sceso del 2,97 per cento. Non si tratta di un caso isolato: un grafico contenuto nel libro dimostra come dal 1994 al 2012 l’evasione sia salita con tutti i governi di centrodestra e scesa con tutti quelli di centrosinistra“.
Chiaro, no ? Sì perché c’è un evidente rapporto tra voti e evasione. Livadiotti ricorda che ” Il lavorio del centrodestra a protezione dei lavoratori autonomi, di fatto gli unici in grado di evadere (dato che dipendenti e pensionati sono tassati alla fonte e forniscono l’82 per cento del gettito complessivo), ha ottenuto i suoi frutti. Il voto di quella che i politologi chiamano “piccola borghesia urbana” e cioè di commercianti, artigiani, liberi professionisti e piccoli imprenditori, è sempre stato alla base dei successi elettorali di Berlusconi e gli ha consentito di limitare i danni nelle sconfitte. Questo fino a quando l’ex Cavaliere non ha dovuto cedere il passo a Monti e appoggiarne obtorto collo una politica di austerità basata per due terzi sull’inasprimento fiscale. A quel  punto la piccola borghesia urbana si è sentita tradita da quello  che era stato il suo protettore e nelle elezioni del 2013 si è vendicata, passando armi e bagagli con Beppe Grillo, protagonista di una campagna elettorale a base di attacchi forsennati contro il fisco rapace”.

Claudio Lombardi

Domani la gran festa del taglio alle imposte

IRPEF o IRAP? Osservazioni crude e forse banali, ma ovvie. Se tagli l’IRPEF al primo scaglione la tagli a tutti anche a chi ha un reddito di 1 milione di euro e agli evasori che, come si sa, dichiarano sempre poco. Se metti 100 euro al mese in tasca alle persone e ti aspetti un effetto sul mercato interno cioè sulle aziende italiane devi sperare che saranno spesi tutti in prodotti alimentari e poco altro altrimenti il vantaggio sarà per chi commercia e non per chi produce.

Se tagli l’IRAP a tutti metterai più soldi in cassa a chi già guadagna molto e a chi guadagna poco. Se lasci la burocrazia che taglia le gambe e l’insicurezza del territorio nessuno ci metterà i soldi perchè non si avvia un’impresa se non ha futuro a meno che prendere i contributi pubblici sia il vero scopo dell’impresa. Dopotutto decenni di contributi pubblici a pioggia e di Cassa per il Mezzogiorno qualcosa ci hanno pure insegnato.

Conclusione: non ci sono soluzioni perfette, ma la vecchia ricetta di scavare buche e poi ricoprirle andrebbe rivisitata. Tanto più che noi le buche ce le abbiamo sul serio e anche le frane, le esondazioni e le scuole a pezzi. Insomma creare lavoro è sempre la via migliore

La questione fiscale: promemoria per il governo

pressione fiscaleOgni tanto bisogna ripeterlo: diritti e doveri sono il modo di inquadrare il rapporto tra individuo e collettività; la fiscalità generale è lo strumento principale con il quale i doveri rendono possibili i diritti in modo strutturale perché forniscono le risorse per attuarli.

Il problema di fondo che si ripropone da decenni è una sproporzione degli oneri tra cittadini: il MEF (Ministero Economia e Finanze) ci dice che gli imprenditori, i liberi professionisti e gli autonomi concorrono con un misero 5% dell’intero gettito IRPEF pur possedendo, più o meno, il 75% dell’intero reddito nazionale. Il contrario avviene per i lavoratori dipendenti e pensionati: 95% del gettito IRPEF e 25% del reddito nazionale.

Bisogna ricordarlo perché degli imprenditori si parla spesso come di vittime della crisi ed è sicuramente, in parte, vero, ma se non si riequilibra il carico fiscale continueranno ad essere vittime non di una generica crisi bensì di un impoverimento dei ceti che vivono di redditi fissi e che sopportano gran parte delle entrate fiscali con conseguenze a catena sul mercato interno e sulle finanze pubbliche. Ipocrita poi dire che bisogna tagliare i servizi pubblici o l’assistenza sociale.

equità fiscaleIl modo per sistemare questa sperequazione ci sarebbe e consiste nella sempiterna lotta all’evasione e all’elusione fiscale. Un libro pubblicato di recente (Livadiotti, Ladri, Bompiani editore) illustra la cruda realtà di un sistema calibrato per non contrastare l’evasione che rimane un fenomeno di grande portata per precise scelte politiche e, in particolare, di una parte politica ben precisa: il centro destra.

Ovviamente è anche giusto dire che il fisco non può essere cieco e ottuso e deve rispettare il cittadino senza soffocarlo. Ma le due cose vanno insieme perché il principio “pagare tutti, pagare meno” è sacrosanto e bisognerebbe aggiungere “chiedere con equità e intelligenza” perché non c’è peggiore istigazione alla violazione di una norma stupida messa lì da burocrati concentrati sugli adempimenti formali e non sugli effetti e sui risultati.

Bisogna, quindi, che chi sta al governo abbia il coraggio di non farsi guidare dalle burocrazie ministeriali, ma ne prenda la guida dettando gli obiettivi da raggiungere e dialogando con le organizzazioni sociali per recepire sollecitazioni e proposte. Ma, prima ancora, deve decidere di abbandonare definitivamente il “partito” dell’evasione fiscale. Renzi in Parlamento ha assunto anche questo impegno vedremo se lo farà veramente.

Il copione della crisi e il progetto che manca (di Claudio Lombardi)

crisiEsplosione della crisi, spesa pubblica, debito degli stati, tagli ai servizi e alle prestazioni, diminuzione di stipendi e salari, chiusura di aziende. Questo il film che va in scena da anni, ma la realtà è un’altra: la lotta per il controllo delle risorse ha visto vincenti i ceti più alti, i grandi ricchi e le loro organizzazioni finanziarie.

Una follia che non risponde ad alcuna razionalità e che si traduce in un fiume di ricchezza a favore di pochi e nella enorme disuguaglianza che colpisce tutti gli altri, frena le economie e impoverisce i bilanci degli stati.

È di oggi la notizia che negli USA le retribuzioni dei top manager sono volate a livelli stratosferici a prescindere dal raggiungimento di risultati finanziari ed industriali delle società da loro dirette. Il dato che colpisce è che negli USA negli ultimi quattro anni gli stipendi medi sono cresciuti del 6%; quelli dell’1% più pagato sono aumentati del 31,4%, e tutti gli altri (il “famoso” 99%) hanno avuto un misero +0,4% che, tolta l’inflazione, si è tradotto in una diminuzione netta del potere di acquisto.

guadagni top managerA dare l’idea della follia di un sistema ormai in preda all’anarchia basta leggere che alcuni top manager hanno superato il muro del miliardo di dollari l’anno e che nessuno del gruppo di testa è sceso sotto la “soglia” dei cento milioni di dollari.

Situazioni simili (ma non così esagerate) si trovano anche in Europa e, ovviamente, anche in Italia con la particolarità che da noi il peso della rete di relazioni e protezioni  politiche costituisce una condizione imprescindibile per scalare la vetta delle retribuzioni. La cosa non riguarda la massa delle piccole aziende e degli artigiani che devono cavarsela da soli mentre le grandi aziende stanno dentro quel capitalismo di relazione nel quale i vertici cadono sempre in piedi. Forse il caso dei Riva con l’ILVA è il primo nel quale il meccanismo delle protezioni si è inceppato.

mercato fintoIl fatto è che con il nome di mercato si è chiamato l’arbitrio di chi vuole sfuggire a qualunque valutazione dei meriti e delle capacità. Nel passato l’equilibrio era assicurato da una relativa moderazione dei guadagni al top (il famoso rapporto tra salario del lavoratore e amministratore delegato si misurava in decine di volte invece che in centinaia come oggi) e da una distribuzione di vantaggi per ampi strati sociali. Dove non arrivava il debito pubblico arrivava l’evasione fiscale.

Oggi l’equilibrio è saltato e la redistribuzione a rovescio (dal povero al benestante) scatenata dalla speculazione nel passaggio lira-euro da parte di chi aveva il potere di fissare i prezzi verso chi non poteva decidere il livello dei suoi guadagni ha contribuito all’impoverimento generale. La crisi delle retribuzioni che colpisce ormai indifferentemente salariati e stipendiati e culmina con le paghe ridicole di tanti giovani assunti con i contratti precari (quando ci sono i contratti) ha spinto verso il basso persone che si consideravano ceto medio o che aspiravano ad esserlo.

futuroIl blocco dei contratti del pubblico impiego che si ripete anche nella legge di stabilità presentata al Parlamento insieme al taglio dei servizi (ormai una realtà specie in sanità e nel trasporto) esemplifica il regresso di milioni di persone verso condizioni di vita peggiori di quelle del passato. Conseguenza inevitabile il rallentamento del mercato interno ed l’ulteriore irrazionalità di scelte politiche che trasmettono l’illusione di un abbassamento generalizzato delle tasse mentre creano le condizioni per il loro ulteriore incremento.

Fino a che non si imporrà con i voti e con la partecipazione dei cittadini un progetto politico che metta assieme economia, diritti, etica pubblica, legalità, lavoro non si uscirà dal film della crisi. Nulla di straordinario, basterebbe prendere i principi della prima parte della Costituzione, attualizzarli e avere il coraggio di tradurli in decisioni e scelte politiche. Per questo però ci vogliono formazioni politiche e organizzazioni della società civile capaci di guardare lontano e di uscire dalle meschinità degli interessi di bottega.

Claudio Lombardi

Evasione fiscale: un peso per la società (di Salvatore Sinagra)

evasione fiscaleL’evasione fiscale in Italia negli ultimi vent’anni ha diviso il mondo della politica e non solo. La recente e, tra l’altro, ambigua affermazione del viceministro Fassina in merito “all’evasione di sopravvivenza” ha scosso il dibattito nazionale perché, indirettamente, per la prima volta un volto noto del centrosinistra ha mostrato una certa comprensione per gli evasori.

L’affermazione che in tempi di crisi cresce la propensione ad evadere non è sorprendente e corrisponde a studi che sono stati fatti nonché all’esperienza quotidiana di ciascuno. Definirla evasione “di sussistenza”, tuttavia, potrebbe legittimare comportamenti che sono sempre sbagliati sia sotto il profilo della legalità che sotto quello economico.

Chi studia il fenomeno dell’evasione sa che alla base vi sono molteplici fattori di tipo economico, sociale e culturale.

Se un uomo di governo da’ segnali di tolleranza in merito all’evasione questi vengono recepiti e il risultato può essere che i contribuenti “sentano” che, dopo tutto, evadere non è così grave o addirittura che le autorità, consapevoli dei problemi connessi alla crisi, chiuderanno un occhio. Si può, inoltre, diffondere la convinzione che in certi contesti non tutta l’evasione faccia male all’economia.

contribuenti ricchi e poveriCome sottolinea Tito Boeri, lo Stato non deve tollerare l’evasione, bensì combatterla per ridurre le tasse a partire da quelle sul  lavoro.

Ci sono diversi buoni motivi per non essere tolleranti nel confronti dell’evasione fiscale:

1)     qualcuno ritiene che l’evasione fiscale possa avere qualche effetto positivo sull’economia. Un certo livello di evasione fiscale stimolerebbe a fare impresa. Tale convinzione è profondamente errata. Una serie di studi, in gran parte effettuati nei primi anni novanta nei paesi dell’Europa dell’Est, portano alla conclusione che per ogni punto di PIL sommerso se ne perdono poco meno di due nell’economia ufficiale con un saldo complessivo, quindi, negativo. Non è un caso che i paesi che più fanno fatica nell’area euro – Italia, Spagna, Grecia, Portogallo e Slovenia – sono quelli che hanno una più significativa economia sommersa. L’illegalità non produce mai crescita

conti fiscali2)     lo Stato greco ha a lungo tollerato l’evasione fiscale del ceto medio, artigiani, commercianti, avvocati ecc. Tale tolleranza nei confronti di  una massa di contribuenti ha concorso al default dello Stato greco.

3)     i livelli elevati di evasione fiscale in Italia non sono certo esclusiva conseguenza della crisi, visto che erano molto significativi anche prima del 2007; anzi, se il nostro paese in merito si fosse comportato come la Germania forse non sarebbe finito nel caos assediato dalla speculazione.

4)     la cosiddetta evasione di sussistenza porta ad una scorretta attribuzione delle risorse del welfare: i sussidi erogati – che appaiono sempre insufficienti in tempi di crisi- le esenzioni e gli altri interventi dello Stato vanno a beneficio in una certa misura di cittadini che potrebbero tranquillamente farne a meno. Sia lo Stato a decidere chi sono i bisognosi: non si può dare ai contribuenti la possibilità di dichiarare unilateralmente il proprio stato di bisogno, almeno fino a quando l’evasione fiscale non sarà stata eliminata.

welfare state5)      a causa dell’evasione si corre il rischio di una netta contrapposizione tra lavoratori dipendenti ed autonomi, la sfiducia reciproca, unita ai buchi nelle casse dello Stato, potrebbe condurre al tramonto del welfare state e ad un sistema in cui ognuno paga per sè a prescindere dalle sue disponibilità economiche, si tratterebbe di un triste ritorno al passato, della cancellazione di un pezzo della nostra storia dal secondo dopoguerra in avanti.

6)     quando i nostri rappresentanti vanno in Europa a chiedere comprensione ai “paesi virtuosi” , possono anche permettersi di non aver fatto tutto il possibile per raggiungere il pareggio di bilancio, ma non possono permettersi  di non aver fatto tutto il possibile per combattere evasione fiscale, corruzione e mafie

Infine, una nota personale. Sono un dipendente e credo che nella mia vita darò allo Stato più di quello che riceverò, mi piacerebbe che di ciò beneficiasse chi sta peggio di me e non chi sta meglio.

Salvatore Sinagra

La riforma strisciante del welfare (di Anna Lisa Mandorino)

Fra qualche giorno Cittadinanzattiva, attraverso l’analisi delle segnalazioni che giungono al Pit, il suo servizio di assistenza e informazione per i cittadini, pubblicherà il consueto rapporto annuale sullo stato della sanità in Italia, dandogli il titolo, emblematico e parlante, di “Meno sanità per tutti”.cittadinanzattiva

Tutta l’azione politica degli ultimi anni, caratterizzata dalla riduzione della spesa, ma basata sul “non-criterio” di tagli indiscriminati e lineari, ha segnato enormi passi indietro del nostro sistema di welfare, ma, soprattutto, ha inciso pesantemente sui capisaldi, anche ideali, sui quali esso si fondava tradizionalmente e, in ultima analisi, ha attentato alla sua stessa sopravvivenza.

Assottigliati con periodicità i fondi per la sanità, prosciugati via via i fondi per le politiche sociali, per le politiche giovanili e per le pari opportunità, contratti per i tagli agli enti locali i fondi per il trasporto pubblico, l’Italia, se si escludono le pensioni, è scivolata agli ultimi posti in Europa per la spesa socio-assistenziale.

aiutoE questo dal punto di vista dei numeri e dei conti. Ma ciò che colpisce particolarmente, nel corso di tutta l’attività di governo degli ultimi anni e ugualmente da parte di tutti i governi che si sono succeduti, è la continuità e l’approccio sistematico con i quali si è rimesso mano al welfare, considerato evidentemente mera spesa e non investimento o, tanto meno, volano di crescita.

All’Assemblea di Farmindustria dello scorso 3 luglio, il ministro Lorenzin ha annunciato l’alt ai tagli della sanità e noi speriamo che questa sia la cifra del governo di cui fa parte. Soprattutto perché quello a cui si è assistito gli ultimi anni è in realtà una “riforma strisciante”, una vera e propria strategia volta a stravolgere il welfare per come finora inteso.

Dal libro verde al libro bianco dell’ex ministro Sacconi, dai tentativi di legittimare ciò che stava avvenendo in Italia alla luce del dibattito sulla big society in Gran Bretagna all’attacco mediatico sferrato a pochi “falsi invalidi” utilizzati propagandisticamente per scardinare i diritti dei tanti invalidi veri, tutto è sembrato rivelatore di questa strategia.

stato socialeNuovi concetti e nuove espressioni sono stati formulati in sostituzione dei precedenti o utilizzati con una consapevole forzatura di significato: prima l’ossimoro della “universalità selettiva” ha sostituito l’idea del welfare universale, poi la sussidiarietà – che l’articolo 118, ultimo comma, della Costituzione propone come un circolo virtuoso di competenze ed energie, fra istituzioni e cittadini, finalizzato alla cura dell’interesse generale – è stata piegata in direzione di uno Stato che abdica da responsabilità, impegni economici e azioni, delegandoli a enti locali od organizzazioni della cittadinanza attiva per disinteressarsene definitivamente.

tagli spesa3Un approdo significativo di questa strategia è stato il disegno di legge per la riforma fiscale e assistenziale, all’esame delle Commissioni parlamentari nel momento in cui il governo Berlusconi lasciava il testimone al governo Monti. Quello che colpiva del testo era l’idea di un welfare assistenzialista e caritatevole, elemosinante, che non si cura del ben-essere di tutti i cittadini, che non investe sui beni comuni come presupposto di una crescita equa e omogenea e come antidoto all’ingiustizia e al disordine sociale, ma trascura i più rivolgendosi, in modo residuale, solo ai soggetti “autenticamente bisognosi”. Resta un mistero chi, e secondo quale criterio, possa definire quali sono questi soggetti e quando il  bisogno può ritenersi autentico.

Ma, a questo punto, più che il dibattito di merito sui singoli punti, interessa a organizzazioni come Cittadinanzattiva che ad essere accantonata, definitivamente, sia quella idea di welfare, l’idea di un welfare da asciugare sin quasi a distruggerlo. Così come interessa superare il teorema in base al quale, finché la crisi passa, non si possa fare altro che tagliare per far quadrare i conti, e tagliare sull’assistenza, sulla scuola, sulla giustizia, sulla salute piuttosto che cercare altrove sprechi, allocazione illogica delle risorse e centri di costo infruttuosi. Per esempio nelle spese militari, nei costi della politica, nelle inefficienze della burocrazia, nella follia di pagare, e tanto, per i disastri piuttosto che investire, poco, per la sicurezza e la manutenzione dei territori, e, non ultimo, nel recupero delle risorse indebitamente sottratte dalla evasione fiscale e dalla corruzione.pericolo

Attraverso la campagna Ridateceli!, Cittadinanzattiva ha voluto istituire un nesso fra quei fondi, tanti, sottratti dalla corruzione e dall’evasione e quelli necessari per riqualificare e sostenere la spesa sociale nel nostro Paese.

E su questo un ruolo di primaria importanza possono e devono svolgere le comunità locali. Se ne è parlato a un convegno, dal titolo “La legalità conviene”, organizzato da Cittadinanzattiva, Avviso pubblico, Cgil, Ficiesse, qualche giorno fa.

partecipareDa una parte le amministrazioni comunali dovrebbero imparare a valorizzare, mobilitare e dare potere alla cittadinanza attiva nella definizione di progetti di welfare tagliati a misura di ciascuna comunità. Tanti strumenti sono previsti dalle leggi (piani sociali di zona, piani di attività dei distretti sanitari, piani di protezione civile, piani di trasparenza delle amministrazioni, strumenti urbanistici e altro ancora) e, pienamente utilizzati, pongono le basi di una amministrazione condivisa, istituzioni-cittadini, delle comunità realmente ritagliata sui bisogni di queste ultime. Laddove questo viene fatto, come a Capannori in Toscana, succede che la spesa sociale, anziché diminuire, cresce e cresce il ben-essere di tutti i cittadini.

Dall’altra le amministrazioni comunali hanno tra le mani opportunità nuove e ancora sottoutilizzate di recuperare per la spesa sociale fondi indebitamente sottratti da fenomeni di evasione e corruzione: per esempio, grazie a un protocollo di collaborazione Anci-Agenzia delle Entrate e a una norma che restituisce ai comuni, nella misura del 100%, le somme recuperate dall’evasione fiscale e dalla corruzione perpetrate nel loro territorio. La norma è già stata applicata con successo in  alcuni comuni, in particolare dell’Emilia Romagna e della Lombardia – particolarmente efficace è l’esperienza del comune di Corsico la cui priorità di governo è la costruzione di “un’amministrazione incorruttibile e un’economia sana”, e rappresenta sicuramente un fronte privilegiato sul quale operare per garantire, contestualmente, equità fiscale e benessere sociale, restituendo in investimento per i cittadini rispettosi delle regole i profitti, indebiti o illegali, di chi le regole le calpesta.

Anna Lisa Mandorino tratto da www.cittadinanzattiva.it

IMU: non facciamone una crociata ideologica (di Salvatore Sinagra)

L’imposta sugli immobili è in Italia una delle forme di prelievo fiscale più criticate e discusse; nel nostro paese è l’unica vera e propria imposta sul patrimonio. Nel 2010 meno del 5% delle nostre entrate fiscali arrivava da imposte su immobili e  attività finanziarie, contro il 6% registrato in Spagna, l’8,5% in Francia ed il 12% in Gran Bretagna. Gli economisti, in maggioranza, concordano nell’affermare che l’unico modo per finanziare efficientemente l’attività dei comuni è un’imposta sulla casa.IMU case

Scrive il fiscalista Francesco Tesauro, autore di un manuale di diritto tributario che ha molto successo nelle università italiane, che l’imposta sulla casa in Italia è stata fin dalla sua introduzione nel 1992 molto contestata dalla gente comune perché è un prelievo particolarmente inviso al popolo. Qualcuno, senza successo e a mio parere facendo una grossolana approssimazione, ha chiesto l’abolizione dell’imposta sulla casa, perché non compatibile con l’articolo 53 della costituzione che prescrive che il sistema tributario è orientato a criteri di progressività.

L’imposta sulla casa, anche quella sulla prima, non è iniqua per definizione, ma in Italia lo diventa nell’applicazione. Tesauro sottolinea che, ad esempio, ai fini dell’ICI (ora IMU) è indifferente il fatto che l’immobile sia gravato da mutuo. Nel 2012 il gettito complessivo dell’IMU è stato di circa 24 miliardi, di cui  4 miliardi relativi alla prima casa, e la rimanente parte quasi equamente suddivisa tra abitazioni  civili diverse dalla prima casa e immobili commerciali o industriali. Il carico fiscale pare quindi distribuito tra prima casa e altre abitazioni in modo abbastanza equo, ma così non è tra le diverse categorie di proprietari di prima casa. Si pensi alla differenza di prelievo tra un’abitazione in una grande città e quella del piccolo centro, concettualmente non immotivata, ma nei numeri eccessiva: in Lombardia per esempio può capitare di pagare un’IMU di 700 euro per una prima casa nella città di Milano che non si trova in uno stabile di prestigio e non pagare nulla per un’immobile che si trova in un comune a meno di dieci minuti in macchina da Milano; ancora nel capoluogo lombardo vi sono case di sessanta metri quadri in prossimità dell’università che vengono affittate a studenti a ben oltre 1000 euro (non si tratta quindi per i proprietari di prima abitazione) che scontano un’IMU ridicola e prime case in periferia gravate da diverse centinaia di euro di imposta. Infine, lascia perplessi il carico significativo, circa 10 miliardi, che grava  su immobili a destinazione commerciale o industriale, e quindi pesa su attività produttive molte delle quali in perdita in tempo di crisi.direzioni diverse

Il dibattito è stato notevolmente politicizzato, ma non è l’opinione pubblica ad aver inseguito la politica bensì la politica che ha puntato su certe tendenze dell’opinione pubblica. Berlusconi nel 2008 abolì l’imposta sulla prima casa avendolo promesso in ben due campagne elettorali. Dopo la sua reintroduzione nel 2012 girava su internet un appello al presidente Monti che chiedeva di non reintrodurre l’imposta sulla prima casa e di recuperare il mancato gettito con i tagli della politica. Al di là del fatto che l’IMU sulla prima casa vale circa 40 volte quello che si potrebbe risparmiare da una cura dimagrante senza precedenti per la nostra classe politica, mi ha molto colpito che nell’appello l’IMU venisse definita una tassa assurda, perché una forma di prelievo fiscale sulla prima casa esiste praticamente in tutto il mondo progredito: negli Stati Uniti e in tutti i più grandi paesi dell’Unione Europea. Si noti tra l’altro che in alcuni paesi come la Francia ed, almeno per ora, in Spagna la casa, se concorre a formare un grosso patrimonio (1.300.000 euro secondo Parigi, 700.000 secondo Madrid), viene colpita anche dalla patrimoniale. In Francia addirittura vi sono due prelievi sulla casa, uno a carico del proprietario ed uno a carico dell’inquilino.

Le contestazioni di tale imposta sono dettate anche e soprattutto da ragioni culturali e mediatiche. Si stima che oltre l’80% delle famiglia italiane possieda la casa in cui abita, mentre, per esempio, in Germania tale percentuale scende al 50%. La rata del mutuo, se comparata ad uno stipendio o salario ordinario, è più pesante in Italia che in Germania; se a ciò si aggiunge che in Germania i benefici degli affitti pagati da circa la metà della popolazione vanno nelle tasche di circa un quinto della popolazione, non sorprende che in Italia è considerata quasi immorale l’introduzione di un’imposta sulla prima casa. In Germania, invece, lo sarebbe la sua abolizione, perché il proprietario di casa in Germania è percepito come colui che sta meglio di almeno metà della popolazione.città IMU

In generale, ed in particolare nel nostro paese, vi sono validi motivi per preferire all’esenzione da imposta della prima casa altri tipi di agevolazioni pensate per i meno abbienti, quali un’aliquota più contenuta sui redditi più bassi e detrazioni e deduzioni per mutui casa e affitti. Anzitutto l’IMU è un’imposta fondamentale per l’autonomia impositiva degli enti locali, ovvero quello che molti chiamano federalismo fiscale. Come dice Graziano Del Rio senza imposta sulla prima casa non si potrà mai istituire un legame anche labile tra i servizi che offre un comune e quello che paga il cittadino; inoltre, come sottolineato da autorevoli commentatori quali la Corte dei Conti, gli studiosi dell’Agenzia del Catasto e, di recente, il segretario dell’OCSE, potendolo fare,  in un paese in crisi sarebbe meglio abbassare le imposte sul lavoro e non quelle sul patrimonio. A ciò si aggiunge che in un paese con un elevata evasione fiscale un‘imposta sugli immobili (rimodulata nel corso degli anni al fine di evitare gli effetti delle bolle immobiliari) e più in generale tutte quelle sul patrimonio, potrebbero portare contemporaneamente a maggiore equità e maggiore efficienza.

Salvatore Sinagra

La grande crisi: tante diagnosi, poche ricette (di Salvatore Sinagra)

Nel 2008, a seguito del credit crunch il mondo intero o, almeno, il mondo progredito, è caduto nella più grande crisi che sia registrata dopo il ’29. Particolarmente gravi sono state le conseguenze nei paesi mediterranei dell’Unione Europea, Italia compresa, le cui economie erano già caratterizzate da squilibri di diversa tipologia e diversa intensità.

crisi2La crisi, nonostante le dichiarazioni rassicuranti di taluni politici (Berlusconi e Tremonti per primi) e nonostante il qualunquismo di molti, si è subito fatta sentire anche in Italia e ancor più dura è stata negli altri paesi mediterranei, Portogallo, Spagna, Grecia e Cipro. Paesi colpiti dalla crisi, ma non con gli stessi problemi di finanza pubblica ossia di debito dello stato e di deficit di bilancio.

A parte la Grecia, paese nella sostanza in default perché i debiti non sono stati pagati e si è dovuti ricorrere all’hair cut ossia al taglio di parte dei debiti, le situazioni di Italia, Portogallo e Spagna sono qualitativamente simili, e solo quantitativamente diverse. Il dato di fatto è che si tratta di paesi che si sono impegnati con la famigerata troika ad una veloce correzione dei conti che ha comportato drastici tagli alla spesa ed un contestuale aumento della pressione fiscale. Attenzione, però, a non ritenere che, senza i vincoli esterni, i paesi mediterranei oggi non avrebbero gran parte dei loro problemi. È un fatto che Spagna, Portogallo e Italia sono schiacciati tra l’incudine della necessità di rispondere ai mercati finanziari avvicinandosi velocemente al pareggio di bilancio e il martello dell’economia reale, che necessiterebbe di misure di stimolo quali investimenti pubblici ed il taglio delle tasse.

L’Italia ha, comunque una posizione particolare. Il suo problema è, come noto, l’elevatissimo debito pubblico, superiore al 100% del prodotto interno lordo dalla fine degli anni ottanta in poi e sempre in crescita con poche e brevi parentesi di diminuzione durante i governi di centro sinistra.

Di ricette abbozzate ne abbiamo lette e sentite molte, di soluzioni complete e credibili poche. Politici, economisti e giornalisti, solitamente grandi produttori di idee paiono brancolare nel buio.

E’ innegabile che non sia facile pensare a fermare la crescita del debito o, perlomeno, a mantenerlo stabile e impegnarsi sulla crescita dell’economia. In merito solo qualche riflessione.

Io partirei da due punti fermi: il primo è la necessità di azioni sinergiche tra l’Unione Europea ed i suoi membri; il secondo che paesi come l’Italia, che hanno accumulato enormi debiti nel corso degli anni, non possono pensare di ridurre i debiti solo a colpi di avanzi primari.cooperazione1

Quando immagino una gestione congiunta e coordinata della crisi da parte di Stati ed Unione non posso fare altro che pensare ad un’evoluzione federale dell’Unione ed ad una mutualizzazione di almeno una parte del debito pubblico. Penso ad almeno dieci o quindici paesi dell’area euro che convergono, nell’arco di alcuni anni, su un modello economico comune e che in politica estera parlano con una voce sola. Nel breve periodo sarebbe auspicabile che alla luce del fatto che gli Stati devono accollarsi l’austerità, l’Unione si faccia carico della crescita, e che con un budget accresciuto, finanzi investimenti per la crescita e un vero e proprio piano per l’inclusione sociale.

Chiaramente anche gli Stati devono fare la loro parte, cominciando con una vera e propria operazione di efficienza nel settore pubblico, ovvero impegnarsi per tagliare le spese senza pregiudicare la qualità dei servizi. L’esempio di tanti paesi del nord Europa dimostra che ciò è possibile.

Sarebbe, inoltre, opportuno che in paesi come l’Italia si pensasse ad interventi straordinari, miranti alla riduzione del debito pubblico, senza gravare (troppo) sul prodotto interno lordo e sulla crescita. Una patrimoniale una tantum, una riduzione delle riserve auree ed una vendita dei beni pubblici non necessari potrebbero essere le soluzioni per raggiungere questo obiettivo.

Infine pare ovvio che i paesi mediterranei, ma l’Italia in particolare, debbano condurre una lotta senza precedenti all’evasione fiscale ed alla corruzione; pare talmente ovvio che non si comprende bene per quale motivo si sia ancora così indietro su tali fronti. La lotta all’evasione fiscale ed alla corruzione non sono ricette per uscire dalla crisi, ma un prerequisito minimo ed essenziale per la tenuta di qualsiasi sistema economico e sociale.

Salvatore Sinagra

Quattro chiacchiere con la troika (di Salvatore Sinagra)

Ormai quando si parla di Grecia si parla di Troika: dei suoi ispettori, dei tagli che ha imposto, dei suoi dubbi, ma cos’è la Troika? Cos’è questo ritrovato del governo del mondo che terrorizza ormai tutti i politici ed i cittadini dei paesi mediterranei? E’ un gruppo di tre istituzioni – Commissione Europea, Banca Centrale Europea e Fondo Monetario Internazionale – che dovrebbero aiutare la Grecia ad uscire dalla crisi; è un insieme di istituzioni e le istituzioni sono fatte di persone, quindi fare due chiacchiere con la Troika significa parlare con qualche uomo o (o con una delle poche donne) della Commissione Europea, della Banca Centrale Europea o del Fondo Monetario Internazionale e a me è capitato di scambiare qualche battuta ad un convegno con Lorenzo Bini Smaghi, che è stato membro del board della BCE fino al novembre 2011.

L’economista italiano ha spiegato diffusamente quali sono, a suo parere, le ragioni della crisi della Grecia e degli altri paesi mediterranei dell’Unione Europea, sostenendo che non ha senso parlare di speculazione e che i politici ed i cittadini degli Stati in difficoltà hanno grossissime responsabilità, ha fatto riferimento ad interventi che sono stati per lungo tempo rinviati ed alla “cattiva politica”, che fiancheggiata dal mondo dell’informazione, ha dato un’immagine distorta della realtà. Infine, incalzato dalle domande della platea ha riconosciuto che vi è stato un eccesso di deregulation con riguardo alla finanza e che, anche per questo, oggi c’è un eccesso di debito ed è tornato a ripetere che, se la finanza è senza regole, la colpa è dei governi.

I ragionamenti di Bini Smaghi mi possono stare bene, ma in parte: è vero che con riguardo alla, secondo me, tragica situazione della Grecia e alla non confortante situazione di altri paesi tra cui il nostro hanno responsabilità gravissime i politici nazionali, che hanno raccontato ai loro cittadini una nazione diversa da quella reale; è altrettanto vero che il calcolo elettorale di alcuni leader dei paesi forti dell’area euro, gli indugi delle istituzioni dell’Unione Europea e la totale inconsistenza della governance globale hanno concorso a questo disastro. Ma è lecito chiedersi dov’era la troika quando il governo greco taroccava i bilanci, quando politici di rango ministeriale spagnoli dicevano che era imminente il sorpasso all’Italia e quando politici di rango ministeriale italiani dicevano che l’Italia, pur non essendo mai entrata in crisi, ne sarebbe uscita più forte degli altri paesi?

Pur riconoscendo che molte cose sulla sponda nord del mediterraneo devono cambiare, avevo decine di domande per Bini Smaghi ma per questioni di tempo mi sono fermato solo ad un paio di quesiti: gli ho chiesto, dando per scontato che uno Stato non può fare ogni anno un deficit del 10% del Pil, se forse in Grecia sono stati scelti tagli sbagliati e se, visto che i tagli hanno avuto effetti negativi sul Pil in misura più che doppia rispetto  a quanto stimato dagli esperti del Fondo Monetario Internazionale, non fosse il caso che il suo capo economista Olivier Blanchard  si dimettesse.  Entrambe le risposte di Bini Smaghi mi hanno fatto riflettere non poco.

Con riguardo ai tagli fatti male l’economista italiano non ha esitato ad affermare che il problema della Grecia è che, con la crisi, il governo si è accanito solamente sulle fasce più deboli e su coloro che già partecipavano al finanziamento della spesa pubblica; nulla ha fatto, invece, per colpire i più abbienti e gli evasori. È emblematico che ad oggi in Grecia non esista un catasto funzionante e che il governo non riesca ancora a capire a quanto ammonti il patrimonio degli armatori greci.

Alla seconda domanda mi ha risposto dicendo che Blanchard è un bravo economista, che le previsioni si possono sbagliare e le sue si sono rivelate sbagliate perché si è affidato all’esperienza del passato per fare previsioni future; ha infine detto che a suo avviso non ci sono ragioni per chiedere le dimissioni di Blanchard.

I dettagli citati nella prima risposta confermano in modo amaro la  convinzione che io e Bini Smaghi condividiamo: i governi nazionali dei paesi in crisi hanno grossissime responsabilità, i paesi mediterranei sono finiti in una delle situazioni più gravi della loro storia anche per la mancanza di rigore, per l’iniquità e per l’impresentabilità dei loro politici, che oggi si connota per la pretesa di perseguire il rigore senza un  minimo di equità. Insomma  molte politiche sbagliate che ci hanno portato sull’orlo del baratro continuano ad essere imperanti. La seconda risposta, quella su cui io e Bini Smaghi ci dividiamo, mi ha lasciato veramente perplesso, non capisco come un’organizzazione come il Fondo Monetario Internazionale possa sbagliare in modo grossolano (almeno sotto il punto di vista strettamente numerico) le sue previsioni e nessuno pensi sia opportuno farsi da parte; mi chiedo con quale autorità le istituzioni internazionali possano continuare  a chiedere il rigore, che pure è necessario, quando si scopre che chi sbaglia in casa loro non viene punito.

E’ chiaro che prevedere gli effetti sul Pil di una manovra, soprattutto in un periodo così tribolato, non è semplice come far girare un cacciavite, contabilizzare un incasso  o come scrivere un articolo sulla crisi e che la buona fede si presume fino a prova contraria anche per gli esperti del fondo monetario internazionale. È altrettanto vero, però, che nella complessità della realtà e della crisi attuale, non possiamo accontentarci dell’assicurazione che si faccia SOLO tutto ciò che l’esperienza passata insegna. Oggi dobbiamo pretendere che la classe dirigente (tecnici inclusi) si sforzi di interpretare il presente e tracciare una rotta per il futuro.

Quindi, come succede per chi si sottopone al giudizio degli elettori e, se ha sbagliato, non viene rieletto così deve assumersi le sue responsabilità chi ricopre ruoli dirigenziali in un’istituzione cruciale come il Fondo Monetario Internazionale. E non bisogna fermarsi alle responsabilità personali perché la crisi è anche il momento per verificare gli strumenti della governance globale a partire dal Fondo Monetario Internazionale e da tutti gli organismi di controllo (comprese le agenzie di rating).

Salvatore Sinagra

Il ventennio perduto dell’Italia: le cause profonde del declino

Una delle tante ricostruzioni delle cause del divario fra Italia e paesi europei più avanzati è quella comparsa su La Stampa.it , autore Marco Alfieri. Ne riassumiamo i contenuti perché brilla per chiarezza e ricchezza di dati.

L’Europa, che inchioda i cittadini a pagare per scelte su cui non possono decidere, è diventata l’alibi comodo dei nostri fallimenti, anche se la sua sovranità è sempre ciò che gli stati nazionali lasciano che sia.

Dalla crisi del 92-93 ad oggi sono 20 anni. Se confrontiamo i principali indicatori del sistema paese (debito, spesa pubblica, Pil, redditi, evasione, pressione fiscale, produttività, Borsa, dualismo nordsud e commercio mondiale) scopriamo che l’Italia del 2011 ereditata dal governo Monti è messa uguale, se non peggio, di quella del terribile 1993, quando nasce in emergenza la Seconda Repubblica e, da Maastricht, comincia il lungo viaggio verso la moneta unica.

Debito pubblico

La crisi mondiale ci restituisce un paese con un debito pubblico che a fine 2011 ha toccato il 122% del Pil, 6,5 punti sopra il livello del 1993. A parte l’incasso delle privatizzazioni realizzate a partire da quella data (che assommano alla bella cifra di 146 miliardi di euro nel periodo 1993-2007) soprattutto, è stata gettata al vento la grande occasione dei bassi tassi di interesse. Infatti, per quasi 15 anni, fino alla prima metà del 2011, grazie all’euro abbiamo pagato tassi ‘tedeschi’ il che ha significato più o meno 60 miliardi di minori interessi l’anno che fanno ottocento miliardi in 15 anni. Se li avessimo usati per ridurre il debito pubblico oggi avremmo un rapporto debito/Pil del 70% invece che del 120, e non saremmo nel mirino della speculazione. Viene spontanea la domanda: che fine hanno fatto tutti quei soldi?

Pil e redditi

L’Italia, nord produttivo compreso, nell’ultimo ventennio ha perso per strada un punto e mezzo medio di crescita strutturale, passando dall’1,5% allo «0 virgola» degli anni duemila. La distanza accumulata rispetto agli altri paesi dell’eurozona vale circa 300 miliardi di minor ricchezza prodotta ogni anno. Nel 2010 il Pil italiano era appena il 3,8% sopra il livello del 2000. Significa che in rapporto alla popolazione, nel frattempo salita del 6,2% grazie all’immigrazione, è sceso in termini reali del 2,3%. Si tratta della peggior performance tra i paesi avanzati: ha fatto +7,6% il Giappone (in deflazione da 20 anni), +9,5 la Germania, +11,8 la Francia, +16,7 gli Usa, +18,1 la Gran Bretagna. Se dunque la crisi mondiale, la speculazione e la dittatura dello spread cominciano dal 2008, la stagnazione italiana è precedente. Lo dimostra anche la serie storica del Pil pro capite: nel 1990 era del 2% inferiore a quello dei tedeschi, nel 2010 il solco si è allargato al 15%, nonostante i pesanti oneri dell’unificazione tedesca. Quello con la Francia si è ampliato dal -3 al -7%. Con Londra si è addirittura passati da un vantaggio del 6% a un delta negativo di 12 punti. Il risultato è che nel 1990 il nostro Pil per abitante valeva il 107% della media Ue, nel 2011 è sceso al 94%. «Il reddito medio annuo delle famiglie italiane nel 2010, al netto delle imposte e dei contributi sociali, risulta pari a 32.714 euro, cioè 2.726 euro al mese, una cifra inferiore in termini reali del 2,4% rispetto a quello riscontrato nel 1991», conferma Bankitalia.

Nord-Sud
In termini di reddito prodotto, quello meridionale resta inchiodato al 59-60% di quello del nord Italia. Un divario cresciuto nell’ultimo ventennio (nel 1993 si attestava intorno al 63%).
Quel che invece non è cambiata è la spirale spesa pubblica buona/ spesa pubblica cattiva. Quella cosiddetta discrezionale, cioè per sussidi e servizi, fatta 100 la quota a disposizione di un cittadino del nord, è schizzata a 106 per ogni abitante del sud; quella in conto capitale, cioè per gli investimenti, fatta sempre 100 la quota girata al nord, al sud è crollata a 87. In sostanza nell’ultimo ventennio non solo si è riallargato il gap Nord-Sud nelle risorse prodotte, ma si sono perpetuati i vizi nei trasferimenti dallo stato centrale al mezzogiorno: più risorse per consumi e clientele, meno per strade, scuole e infrastrutture.

Economia sommersa

L’Italia del Dopoguerra è un paese che fonda il proprio accumulo di benessere su una costituzione materiale distorta: un settore pubblico sterminato e inefficiente usato da ammortizzatore sociale; un settore privato e di piccola industria spina dorsale del paese a cui si concede, quasi a compensazione, il vizietto dell’evasione. Col tempo la prassi degenera: il piccolo «nero» si fa grande evasione, coinvolgendo fette sempre più larghe di popolazione. Finchè il patto improprio ha funzionato ha prodotto ricchezza per tutti, ma da fine anni 90, con l’ingresso in Europa e la concorrenza globale, il Bengodi è finito. Secondo stime recenti dell’Istat, il valore aggiunto dell’economia sommersa vale tra il 16 e il 17,5% dell’intero Pil. Vuol dire che nel nostro paese ogni anno circolano abusivamente tra i 255 e i 275 miliardi non dichiarati. In termini di gettito, si tratta di almeno 7 punti di prodotto interno lordo, grosso modo 100 miliardi l’anno di mancati incassi per l’erario. Una cifra simile a quella di 20 anni fa, quando il sommerso oscillava tra il 15 e il 18% del Pil. Se poi guardiamo i redditi dichiarati da imprenditori e liberi professionisti, si scopre che in Italia il peso delle loro tasse sul totale delle imposte riscosse è sceso dal 13,2% del 1993 al 5% del 2010 per i primi, dal 7,6% al 4,2% per i secondi.

Borsa e made in Italy

La globalizzazione ha stravolto la mappa economica planetaria, trasferendo a Oriente ricchezza, potere e commerci. Nella classifica del commercio globale l’Italia è scesa dal 4,8% del 1993 al 3,1% del 2011, dal quinto al settimo posto. Certo la nostra forza rimane l’export. Ma secondo l’Ocse stiamo rallentando. Nell’ultimo ventennio quello italiano è cresciuto del 113% contro il 260% della Germania e il 152% della Francia. Nel 1990 le nostre esportazioni valevano il 54% di quelle di Berlino e il 96% di quello di Parigi; l’anno scorso siamo scesi rispettivamente al 32 e all’81%.

Se poi guardiamo alla Borsa, la foresta rimane pietrificata: il 40% delle aziende di Piazza Affari mantiene un’azionista di riferimento pubblico. Lo stesso numero di società quotate al 2011 (271) è fermo da un decennio. Nel 1993 erano poco meno: 222. Non basta. Tra le cosiddette multinazionali tascabili del «Quarto capitalismo», meno di 20 sono quotate. La Borsa nell’ultimo ventennio è dunque servita a fare cassa in vista dell’euro, non a creare un moderno mercato dei capitali. Il risultato è che a fine 2011 Piazza Affari, con una capitalizzazione pari al 20,7% del Pil, si colloca al 20esimo posto al mondo, preceduta anche dai listini dei mercati emergenti: Brasile (64,9% del Pil), Russia (72,8%) e Sudafrica (207%). E dire che ancora nel 2001 la piazza milanese era ottava al mondo, con una capitalizzazione pari al 50% del Pil.

Tasse

La progressione delle tasse in Italia comincia negli anni 80, quando la pressione fiscale era del 30%, per salire al 35% a metà decennio, in parallelo all’esplosione del debito pubblico. Nel ’92, sull’orlo della bancarotta, sfonda la soglia del 40% per non tornare più indietro, anzi. Il record del 43,9% del 1997 verrà infranto alla fine di quest’anno quando le tasse saliranno all’astronomico 45,1% (+2,1% sul 2011). E ancora di più nel 2013, quando la proiezione è di un insostenibile 45,4% nominale, perché depurato dall’evasione schizza al 55% per chi le imposte è costretto a pagarle fino all’ultimo centesimo.

Solo negli ultimi 7 anni, tra il 2005 e il 2012, la pressione fiscale è salita di 4,7 punti di Pil. In media un punto di tasse in più ogni 532 giorni. Altro che aliquota unica Irpef al 33%, la mitica «flat tax» annunciata dal Berlusconi del 1994, scritta a chiare lettere nel programma economico firmato Antonio Martino che tanto fece sognare gli italiani. Se analizziamo la speciale classifica del salasso, calcolata sull’arco temporale 1995-2011, le rispettive coalizioni che si sono alternate al governo, si sono praticamente equivalse: una media pressione fiscale del 42,6% per i governi di centrosinistra, una media pressione fiscale del 42% per i governi di centrodestra.

Spesa pubblica

Nell’ultimo decennio la spesa pubblica primaria, al netto degli interessi sul debito, è aumentata di 141,7 miliardi di euro (+24,4%). Toccando, nel 2010, quota 723,3 miliardi (46,7% del Pil), pari a 11.931 euro spesi per ciascun cittadino (1.875 in più rispetto al 2000). Nel 2011 lo stato ha invece speso il 45,5% del Pil, superando il livello del 1993 (43,5%).

La cruda verità è che nella Seconda Repubblica si è fatto pochissimo per intervenire sui flussi di spesa pubblica. Tranne il governo Ciampi (-0,54% nel biennio 93-94) e il primo Berlusconi (-1,20% nel 94-95), tutti gli esecutivi l’hanno aumentata: +6% il Prodi 96-98, addirittura +16,9% il Berlusconi 2001-2006, intaccando l’avanzo primario, fondamentale nei paesi ad alto debito per garantire la sostenibilità dei conti. Non solo. In questo ventennio la forte riduzione della spesa per interessi si è accompagnata ad un’esplosione delle uscite correnti, per quasi 2/3 fatte da stipendi della Pa e prestazioni sociali. In un raffronto impietoso 1995-2012 fatto dall’Eurostat, l’Italia è il paese che ha registrato la maggior crescita cumulata di spesa corrente primaria: +5,9% contro il 3,6% della Francia, il 3,3% della Spagna, il -0,8% della Germania e una media dell’Eurozona pari al 2,2%. Troppe cicale al governo e troppo poche formiche.

Sintesi dell’articolo di Marco Alfieri su www.lastampa.it

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