Impressioni di fine estate: i problemi degli italiani e gli impegni della politica 2a parte (di Claudio Lombardi)

La crisi economica non è passata e le sue conseguenze si sentono in termini di riduzione delle attività produttive e di disoccupazione. Tuttavia, mentre tutti si occupano delle questioni nella loro dimensione globale vorremmo richiamare l’attenzione sulla dimensione più vicina alla vita quotidiana delle persone.

La dimensione civica, la condizione di cittadinanza come condizione di fatto che mette in relazione le persone tra di loro per organizzare e gestire una convivenza nello spazio pubblico, è quella che può servire da paradigma ed indicatore delle basi culturali e sociali su cui si fonda una comunità (una città, uno Stato, una unione di stati).

Infatti, affrontare i problemi solo nella loro dimensione economico-finanziaria e solo dal punto di vista dei tecnici e dei professionisti che se ne occupano non aiuta a comprenderne la sostanza umana che è sempre il nucleo di base sottostante all’economia. In questo modo, inoltre, si trasmette l’idea che le singole persone non possano fare niente per modificare la situazione collettiva che appare gestita a livelli misteriosi e inarrivabili per la gente comune. Sia chiaro, in parte è così, ma questa parte va bilanciata con dosi crescenti di democrazia di base e diffusa che influisca sulle scelte dei poteri pubblici e contribuisca a selezionare classi dirigenti che non curino solo i loro interessi.

Problemi come l’inefficienza dei servizi pubblici, gli sprechi della spesa pubblica, i comportamenti antisociali di chi evade le tasse o corrompe per eludere regole e controlli, l’assetto dei territori nei quali viviamo, l’ambiente, gli sprechi di energia, la sicurezza pubblica (precondizione perché si sviluppino le attività economiche), possono essere meglio affrontati se si suscita e si organizza la partecipazione e se questa è considerata parte dei processi decisionali e attuativi delle politiche pubbliche.

Un forte coinvolgimento e controllo sociale è adesso ritenuto indispensabile anche da una linea di pensiero di economisti che vedono i limiti dell’assetto attuale e che hanno trovato nella crisi mondiale scatenata da comportamenti speculativi fini a sé stessi la conferma alle loro intuizioni.

Anche il modello della cooperazione può costituire una risposta alla diatriba pubblico-privato per la gestione dei servizi pubblici o dei beni comuni. In ogni caso la via giusta è il contrario della separazione e dell’esclusione fra i molti e i pochi che decidono per tutti e lo è non tanto per questioni di principio o ideali, ma per l’esigenza di prevenire e smorzare i conflitti e di tenere unite le collettività intorno ad obiettivi di convivenza vantaggiosa per ognuno.

Detto ciò si può guardare all’agenda degli italiani per i prossimi mesi.

L’apertura dell’anno scolastico contrassegnata da incertezze sulla capacità della scuola pubblica di assolvere alla sua missione perché mancano le risorse umane e materiali per farlo. Decine e decine di migliaia di precari che ci lavoravano non sanno se saranno richiamati perché la riforma ha tagliato il personale, ridotto le ore e aumentato il numero di alunni per classe. La domanda è semplice: si può guardare all’istruzione pubblica solo come ad un peso per le finanze pubbliche o non è anche il primo investimento che deve fare l’Italia?

La disoccupazione che colpisce i giovani, innanzitutto, che non godono di reti di sicurezza (salario sociale, indennità di disoccupazione) e che si devono rassegnare a stipendi minimi, quando ci sono. Anche qui: si tratta solo di oneri e il problema è solo di distribuire finanziamenti “a pioggia” o su basi clientelari o non ci vogliono riforme che abbassino il costo del lavoro e aumentino i sostegni sociali per passare da un lavoro ad un altro ? E poi: la sicurezza dei territori nei quali vige l’oppressione delle mafie conta oppure no per lo sviluppo economico? E la valorizzazione del patrimonio artistico e naturale è un investimento o un peso?

I conti dello Stato non vanno mai bene e le entrate non bastano mai eppure tanti soldi sono stati trovati e spesi per impegni che non erano investimenti prioritari (Alitalia, abolizione ICI, spese della Protezione civile, Ponte di Messina). Sembra sempre un problema di scelte, alcune si fanno, altre no anche a costo di aumentare il debito pubblico come è successo negli ultimi anni. E poi: non sarebbe il caso di chiedere di contribuire anche a chi, in questi anni, ha accumulato enormi patrimoni? Secondo il Governo, invece, l’aliquota che si applica in questi casi, insieme all’impunità, è del 5% (rientro dei capitali esportati illegalmente, chiusura delle pendenze fiscali più vecchie). Tra l’altro fra le spese da ridurre non compaiono mai quelle militari come se l’Italia avesse assoluto bisogno, pur in contesto euro-atlantico di difesa, di nuove armi e ciò mentre la Germania riduce gli organici e le spese delle forze armate. Perché noi no ?.

Il federalismo che tanto interessa ad una parte della politica è solo un nome oppure veramente metterà i rappresentanti locali dei cittadini di fronte alle loro responsabilità di governo?

E, infine, la politica e la democrazia devono servire per decidere insieme o devono continuare ad essere il terreno di caccia preferito da affaristi e avventurieri? E non sarebbe giusto potenziarle con il coinvolgimento dei cittadini invece di chiuderle in circoli sempre più ristretti utili ad occultare le decisioni e le loro vere finalità? E, quindi, non sarebbe indispensabile una nuova legge elettorale che cancelli lo scandalo di assemblee parlamentari decise da pochi capipartito?

Sono tanti gli impegni e i problemi e non si sa bene chi dovrebbe occuparsene e da dove cominciare. Soprattutto, non si sa cosa possa fare il cittadino.

La risposta più semplice è: attivarsi. Non da soli, ma insieme ad altri e cominciare a costruire dal basso tanti momenti nei quali la politica torni ad essere una funzione sociale che mette in collegamento i problemi e le esigenze di ognuno con la ricerca delle soluzioni collettive attuate direttamente o mediante le istituzioni e con l’utilizzo delle risorse pubbliche.

Quanti comitati e gruppi di cittadini si possono attivare e possono dar vita a reti nelle quali circolano informazioni e si individuano gli obiettivi da raggiungere ?

Se in tante scuole i genitori si organizzano, si collegano a chi ci lavora e anche agli studenti e cominciano a domandarsi perché devono mancare i soldi anche per le esigenze più elementari, magari possono affrontare queste e, insieme, pretendere che chi gestisce il denaro pubblico dia delle spiegazioni, possibilmente convincenti. E se non ci sono possono denunciare le inadempienze e le politiche sbagliate cercando di farsi ascoltare da tutta l’opinione pubblica.

E così negli ospedali, nei quartieri, fra gli utenti dei servizi pubblici, fra gli abitanti di zone infestate dalle mafie. Persino per il lavoro un sistema che dia voce ai cittadini può migliorare le condizioni “ambientali” che favoriscono lo sviluppo o contribuire a far nascere nuove iniziative economiche che hanno più possibilità di successo se trovano un contesto sociale evoluto e coeso.

Una visione semplicistica, idealistica ed idilliaca? Sì, un po’ sì. Senza una visione, però, non si sa in che direzione andare e tutto si riduce ad essere spettatori, magari urlanti, di rappresentazioni messe in scena da altri.

L’auspicio e l’impegno deve essere, invece, di guardare alla propria realtà e domandarsi cosa si può fare di piccolo e dal basso che abbia un senso per la collettività, quindi collegarsi ad altri ed agire con azioni positive e non solo con la protesta.

Già tanti hanno imboccato questa via e si spera che in questa opera di ricostruzione si impegnino anche le organizzazioni di base dei partiti politici che dovrebbero dimostrare di essere agenti positivi e attivi della partecipazione alla politica e non terminali territoriali di organizzazioni elettorali.

Insomma, di cose da fare ce ne sono tante; occorre, però, avere chiaro il senso ed il fine: non una divisione di competenze con la politica, ma una sua trasformazione che metta fine (anche solo provarci ha valore) all’affarismo e che la riconduca alla cura degli interessi generali.

Claudio Lombardi

Chi paga la manovra: meno soldi e meno diritti per chi non può decidere (di Claudio Lombardi)

Ormai sulla manovra del Governo è in pieno svolgimento il dibattito pubblico ed è già iniziato l’esame del Parlamento. Sul perché si è arrivati alla manovra si è espresso su civicolab con chiarezza Gabriele Silvestri. Ciò che si può aggiungere è che l’Italia, come tutti i paesi con un alto debito pubblico, è stata sempre a rischio di manovre speculative. La fragilità del nostro Paese non nasce con la crisi finanziaria portata dai mutui subprime né inizia come conseguenza della crisi greca, ma risale a molto più tempo fa, a quando i governi degli anni ’80 ci regalarono il raddoppio del debito pubblico, l’incremento dell’inefficienza della macchina statale, l’aumento della corruzione a tutti i livelli e una spesa pubblica fuori controllo. Dovremmo ricordarci tutti che nel ’92 in Italia si dovette prelevare i soldi dai conti correnti dei cittadini tanto le cose si erano messe male. Praticamente fu una situazione di economia di guerra quella che dovettero sopportare gli italiani e la scoperta di tangentopoli fece capire a tutti quali ne erano le cause e quali i responsabili.

Negli ultimi anni siamo tornati alla spesa pubblica fuori controllo con le spese correnti che hanno superato, per la prima volta da un decennio, le entrate tributarie (e senza calcolare gli interessi da pagare sui titoli di Stato). La corruzione è dilagata e si è trasformata sfacciatamente nel dominio di una classe di faccendieri senza scrupoli che ha messo insieme politici, imprenditori e alti funzionari dello Stato. Grazie all’opera della magistratura e delle forze dell’ordine si è iniziato a scoprire la verità sui traffici che si sono svolti all’ombra delle vere e finte emergenze e del maneggio di denaro pubblico. Si è iniziato e non si continuerà perché la legge contro la magistratura voluta a tutti i costi da un Governo e da una maggioranza piena di corrotti veri e presunti sta mettendo il bavaglio all’informazione e sta legando le mani ai giudici. E questo mentre il Presidente del Consiglio, a capo di un Governo che ha emanato più di 50 decreti legge e che ha chiesto 34 voti di fiducia avendo una maggioranza di voti strabordante, si permette di dire che la Costituzione non gli permette di governare. Che si tratti del tentativo di cambiare la natura del nostro Stato democratico trasformandolo in stato autoritario dominato da gruppi di intoccabili autorizzati a violare le leggi e ad usare ciò che è pubblico come fosse patrimonio personale è evidente. Ciò che non si vede abbastanza è la reazione dei cittadini, forse, lentamente abituatisi ad accettare la natura autoritaria e classista del potere.

Che anche di una nuova forma di supremazia di classe si tratti è dimostrato dalla manovra finanziaria presentata dal Governo. Dopo anni di finanza allegra servita per conquistare la fiducia degli elettori e dopo aver inutilmente speso somme enormi con la politica economica attuata nel primo periodo di governo (valutata in più di 10 miliardi) adesso si scopre che i conti pubblici vanno male e che ci vogliono un bel po’ di soldi per tentare di raddrizzarli. E dove si prendono? Dai servizi erogati dalle regioni e dagli enti locali, dal pubblico impiego e dai pensionati. I numeri dicono questo. Poi, certo, ci sono altre misure che dovrebbero colpire l’evasione e ridurre un po’ le retribuzioni più elevate. Ma intanto bisogna dire che di misure contro l’evasione ce n’erano anche anni fa e che sono state abolite. E poi che non si tratta di strumenti scoperti adesso, bensì conosciuti da tempo ed accuratamente evitati da buona parte dei governi che si sono succeduti nel tempo. La mala fede e la cattiva coscienza è di chi conosceva lo stato dei conti pubblici e i suoi punti critici da anni e non ha agito per rimediare.

Perché? La risposta è semplice: poiché le risorse dello Stato si sono ridotte, ma la spesa gestita da chi comanda nelle istituzioni è aumentata, qualcuno doveva pagare il conto. Se il debito pubblico al 103,5% del PIL nel 2007 è salito nelle previsioni del 2010 al 117% e se la spesa per beni e servizi è cresciuta dal 2000 al 2009 del 59% ( gli scandali ogni tanto ci informano su cosa si nasconde dietro queste cifre ). Se la capacità dei governi di aiutare l’economia è crollata e l’Italia ha fatto passi indietro rispetto ai principali paesi europei in termini di PIL e di produttività, se non si investe in Italia perché il contesto è poco affidabile (specie al sud) con diffuse inefficienze nelle infrastrutture e nella sicurezza pubblica a fronte di risorse preziose dirottate su opere inutili come il Ponte sullo stretto di Messina.

Se questa è la situazione, chi paga? I responsabili? No, la risposta del nostro Governo è chiara: i ceti più deboli e quelli intermedi. Tutti coloro che hanno accumulato patrimoni magari residenti all’estero non sono chiamati a pagare nulla: nessuna tassa patrimoniale, nessuna aliquota fiscale straordinaria sui redditi altissimi, nessun provvedimento straordinario su quelli che hanno legalizzato (non rimpatriato) circa 100 miliardi di euro nascosti all’estero pagando il 5%, nessun adeguamento dell’imposizione fiscale sui guadagni finanziari sempre ferma al 12,5%, nessuna tassazione sui beni di lusso, nessun taglio vero ai costi della politica.

Più chiaro di così: il denaro vero viene preso a chi non può sfuggire e il resto si basa su impegni e promesse dei quali tra un po’ nessuno si ricorderà.

Basta leggere i giornali per sapere che le manovre in altri paesi europei sono diverse: lì, perlomeno, si tassano anche i ricchi e si pensa anche allo sviluppo ( Regno Unito, Germania e Spagna).

Ad esempio quale logica c’è nel tagliare i servizi di enti locali e regioni? Si peggiora la qualità della vita delle persone comuni e si impedisce lo sviluppo di interventi locali che possono anche aiutare  l’economia.

In conclusione, i diritti dei cittadini sono gravemente minacciati perché su un fronte il potere politico si sta costruendo l’impunità e mostra di voler impedire persino la diffusione dell’informazione mettendo al bando trasmissioni televisive scomode e impedendo ai giornalisti di fare il loro lavoro; su un altro fronte si comprime il tenore di vita di gran parte dei cittadini tagliando la base materiale su cui si garantiscono e riconoscono i diritti per migliorare un bilancio pubblico compromesso dalle politiche del Governo e senza far pagare nulla ai ceti più ricchi. Tutto ciò senza investire sullo sviluppo dell’economia e senza rafforzare la democrazia attraverso la partecipazione dei cittadini che, anzi, in questo quadro, sono trattati alla stregua di mandrie senza cervello da dominare e bastonare.

E se non è così è disposto il Governo a cambiare le misure proposte e ad abbandonare la legge-bavaglio e contro i magistrati?
Sembra proprio di no, per ora. Per questo i cittadini attivi devono far sentire la loro voce. 

 Claudio Lombardi

La manovra finanziaria del Governo: una vecchia storia (di Claudio Lombardi)

Ebbene sì siamo in emergenza. Ancora una volta; non è la prima e, rassegniamoci, non sarà l’ultima. Chiunque abbia raggiunto la maggiore età non può non ricordarsi di esserci cresciuto con le crisi e con le emergenze. La genesi delle emergenze è più o meno sempre la stessa: si parte da una crisi economica preferibilmente a livello internazionale per arrivare alla minaccia di uno sconvolgimento dei nostri equilibri che si rivelano fragili per la struttura della nostra economia, per il mancato sviluppo di una parte del Paese e per l’inefficienza dello Stato che sperpera ricchezze immense in spesa pubblica improduttiva (accompagnata da clientelismo, ruberie e corruzione nonché inadeguatezza degli apparati burocratici). Se la circostanza non fosse seria e anche drammatica ci sarebbe da ironizzare sulla sacralità di certe formule e di argomentazioni che vengono utilizzate dai politici per spiegare i contenuti dell’ennesima manovra. In primo luogo non c’è mai tempo e modo per prevenire le crisi che ci colgono sempre di sorpresa. Il che non permette di accorgersi che esiste il fenomeno (loro lo chiamano così con un termine che vorrebbe rendere “oggettivo” e quasi “naturale” ciò che corrisponde a precise scelte politiche) dell’evasione fiscale che, quindi, non può essere contrastato in tempi utili per fronteggiare la crisi. Di conseguenza, poiché siamo in emergenza, bisogna chiedere sacrifici a quelli che non si possono nascondere al fisco oppure tagliare servizi di cui i ricchi non hanno bisogno. Ci sono vari ritornelli che circolano insistentemente: uno è quello dei tagli e l’altro è quello delle riforme. Dopo decenni di manovre e di finanziarie e dopo anni di gestione che ha pure aumentato la spesa corrente si scopre che bisogna assolutamente tagliare la spesa improduttiva che, evidentemente, è come i capelli o i peli, ne tagli un po’ e quelli si riformano. È curioso assistere alla serietà con la quale si annuncia che occorre tagliare le spese inutili senza che nessuno mai ci spieghi com’è possibile che non sia già stato fatto in una delle manovre del passato. E poi i problemi ci sono perché non si sono fatte le riforme (quali? Boh! Ognuno ha le sue preferite, importante è dire che bisogna farle). Il menu delle manovre poi è sempre vario e fantasioso: prendiamo la spesa sanitaria imputata da anni di essere eccessiva e per questo monitorata e ridiscussa ogni anno. Ogni tanto si impongono ticket per le visite specialistiche o per i medicinali sempre dichiarando che occorre andare al fondo degli sprechi (altro eufemismo che rende oggettivo e impersonale ciò che spesso dovrebbe essere chiamato furto di denaro pubblico e corruzione). Gli sprechi continuano e le regioni devono trovare i soldi in altro modo, ma sempre i contribuenti pagano.

Sarebbe lecito aspettarsi da chi governa lungimiranza e rigore e, invece, scopriamo sempre improvvisazione e preoccupazione per la difesa del proprio spazio elettorale e delle proprie clientele e anche irresponsabilità. Come possiamo definire l’allegra superficialità del nostro Presidente del Consiglio che appena l’anno scorso proclamava che la crisi internazionale non avrebbe toccato l’Italia? E in quale altro modo si può spiegare la persistenza di un’evasione fiscale che supera, secondo valutazioni concordi, la cifra di 100 miliardi di euro? E di una corruzione che pesa, secondo la Corte dei Conti, per la metà di questa cifra? Se pensiamo che dietro questi numeri non c’è il destino o la fatalità bensì indirizzi e decisioni ben calcolate (come gli scandali della politica affaristica hanno sempre dimostrato) allora c’è n’è abbastanza per arrabbiarsi.

Le decisioni del Governo vengono presentate come ineluttabili e prive di alternativa. Sicuramente rappresentano la via più semplice per raggiungere l’obiettivo di tamponare la situazione, ma per la natura stessa della fragilità italiana, non andranno lontano. Il problema non è la speculazione sulla quale l’Europa è intervenuta, sia pure tardivamente, con la decisione di “proteggere” i titoli del debito pubblico degli stati. Il problema dell’Italia è sempre lo stesso da decenni e ha molte facce tutte collegate: debito pubblico, spesa pubblica, efficienza dello Stato, politiche industriali, equità sociale.

Prendiamo l’equità sociale. E’ risaputo che dopo il passaggio all’euro si è verificata una gigantesca redistribuzione dei redditi a sfavore dei lavoratori a reddito fisso e a favore di quelli che decidono il prezzo delle loro prestazioni. Non c’è bisogno di essere scienziati per capire cosa è successo quando da un mese all’altro molti prezzi hanno seguito la parità con la lira (mille lire=un euro) e le retribuzioni no (mille lire=mezzo euro). Questo trasferimento di ricchezza ha coinciso con un quinquennio di governo (2001-2006) assai permissivo per le categorie che ci hanno guadagnato. In quegli anni la ricchezza di tanti è stata occultata e il fisco ha fatto finta di non vedere. Quando si è deciso di favorire il rientro dei capitali e delle ricchezze detenute all’estero si è accordato un altro privilegio con l’aliquota del 5% con la quale tutto è stato legalizzato. Nel frattempo lo Stato si è retto grazie ai tanti che non sono sfuggiti al fisco (lavoratori e anche piccole imprese). Oggi si lamenta una caduta dei consumi, ma quali scelte politiche di governo sono state fatte quando c’erano un po’ di miliardi da spendere? Eliminazione dell’ICI e salvataggio dell’Alitalia, 6 miliardi di euro. E quanto sono costati i grandi eventi e la truffa della cricca di malfattori che si nascondeva dietro gli interventi straordinari gestiti dalla Protezione civile? 1 miliardo, 2 o più? Chi doveva vedere e agire nell’interesse pubblico non ha visto perché non gli conveniva e oggi chiama al sacrificio. Con che credibilità?

Nel merito delle misure adottate c’è solo da osservare che il Governo, coerentemente con le sue scelte precedenti, non ha voluto fare nulla per chiedere di più a chi ha avuto di più in questi anni e non ha fatto nulla per modificare scelte tanto costose quanto velleitarie e convenienti solo per alcuni gruppi di aziende e per determinati settori politici. Ci si riferisce al Ponte di Messina opera quanto mai inutile oggi, alla tassazione dei grandi patrimoni e delle rendite finanziarie (i guadagni di borsa pagano ancora il 12,5%), alla revisione della spesa per l’istruzione e per la sanità privata (quest’ultima continua a generare scandali per le truffe che vengono scoperte). E la spesa per la politica dove viene tagliata? forse i rimborsi elettorali vengono dimezzati? sì si tenta di tagliare alcune province, ma già il giorno dopo Tremonti e Berlusconi appaiono perplessi. Anche la spesa militare può essere oggetto di revisione sia per ridurre i numerosi impegni all’estero che le spese per gli armamenti. Per aiutare l’economia però non bastano i tagli occorre anche rilanciare i consumi interni e le esportazioni. È controproducente togliere qualcosa dalle tasche di cittadini che vivono di lavoro dipendente e lasciare che crescano i grandi patrimoni. Per questo ci vuole un’imposta straordinaria sulla ricchezza patrimoniale di maggiore entità. Per aiutare le imprese occorre puntare sullo sviluppo di quei settori che in tutti i paesi occidentali guardano al futuro (l’economia verde) e praticare un rapporto leale con le pubbliche amministrazioni (ritardo nei pagamenti).

Si tratta di scelte alternative che potrebbero essere praticate da un Governo e da un Parlamento che si prendano cura veramente degli italiani nello spirito dell’unità nazionale e della coesione sociale. La via imboccata dal nostro Governo non è questa e lo dimostra anche l’accanimento con il quale in Parlamento si prosegue giorno e notte nell’esame della legge che, di fatto, ostacola la magistratura nella lotta alla criminalità. Mentre si chiedono sacrifici agli italiani si tenta in ogni modo di far approvare una legge che garantirebbe l’impunità per i delinquenti che hanno contribuito a saccheggiare lo Stato e si tapperebbe la bocca a giornali e radiotelevisioni che volessero far sapere cosa sta succedendo. Questi sono i fatti che sappiamo distinguere dalle ipocrisie dei responsabili di questa situazione.

Claudio Lombardi

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