Brexit, nazionalismo ed Europa federale

Perché è così scarso il nostro interesse per la Brexit? Forse perché oggi anche la nostra adesione al progetto di unificazione europea, peraltro abbastanza confuso e contradditorio, non è più così convinta e si è attenuata fino al limite dell’impalpabilità?

Eppure il rigetto di quel progetto, o un possibile ritorno all’indietro, procurerebbero probabilmente ai popoli europei catastrofi ora inimmaginabili: sul piano economico, ma soprattutto sul piano politico, sociale, culturale. E i conflitti emergenti sarebbero di difficile composizione dentro i recinti della politica.

referendum Regno UnitoIn primo luogo l’antefatto: il referendum è stato voluto dall’ex Presidente del governo conservatore Cameron, che pensava di respingere in questo modo le spinte isolazioniste, protezioniste, populiste e xenofobe che emergevano da una società impaurita dagli effetti dei processi di globalizzazione, investendo una parte cospicua della classe dirigente e del mondo politico. E’ sempre così quando le trasformazioni delle società avvengono in modo tanto rapido come nelle realtà attuali. Si determinano dei vortici di paura che fanno perdere di vista le opportunità positive che si creano, e l’opportunismo demagogico di molti rappresentanti politici costruisce su di loro il proprio consenso a scapito dell’interesse generale. Se si guarda alla storia recente d’Europa senza alcun paraocchi si può constatare che anche il fascismo ed il nazismo hanno avuto una genesi simile. Quanto agli esiti li conosciamo bene, o dovremmo conoscerli se avessimo un po’ di memoria storica.

Ciò che è avvenuto con Brexit dev’essere un insegnamento anche per noi: assecondare i populismi come ha fatto Cameron può avere effetti devastanti. Infatti Cameron ha dato le dimissioni ed è stato sostituito da Theresa May, più a destra di lui e fortemente determinata ad avviare le procedure per il distacco dall’Europa.

brexitA questo punto vorrei ricordare qualche dato relativo al referendum britannico. La maggioranza del 52% si è pronunciata a favore dell’uscita dall’Europa, ma a Londra hanno prevalso coloro che vorrebbero rimanere. E in Scozia il 62% dei votanti ha espresso la volontà di non uscire. Anche nell’Irlanda del Nord il 56% ha manifestato la stessa volontà. Tutte le ricerche che sono state fatte sulla composizione del voto ci dicono che i giovani fino ai 30 anni si sono espressi a maggioranza contro Brexit. Quindi Londra, la Scozia, l’Irlanda del nord, oltre ai giovani fino ai trent’anni sono stati contro Brexit, mentre a favore è stata l’Inghilterra delle campagne e delle piccole città, cioè la popolazione più impaurita dai processi di globalizzazione e più impreparata a coglierne le opportunità positive.

Un breve inciso sulle motivazioni del referendum. Il rapporto tra la Gran Bretagna e l’Europa continentale, nel corso della Storia, è sempre stato ondivago e, a seconda dei momenti, hanno prevalso gli atteggiamenti isolazionisti, o quelli collaborativi, senza mai annullarsi vicendevolmente. L’attuale momento storico è caratterizzato da un rapido processo di globalizzazione ed è su questo punto fondamentale che si misura il rapporto tra Gran Bretagna ed Europa continentale. Ma parlare solo di globalizzazione in riferimento a Brexit rischia di essere troppo generico, confondendo idee e termini delle questioni. Ciò che impaurisce l’Inghilterra profonda non è la globalizzazione finanziaria, operante da tempo, e nemmeno la globalizzazione delle merci, regolata da una miriade di accordi intercontinentali: è invece la globalizzazione delle persone nell’epoca delle grandi migrazioni. Ed è veramente ridicolo che siano proprio gli inglesi, in prima fila per secoli nel sostenere il colonialismo più feroce, che ha spogliato interi continenti delle loro ricchezze umane e materiali, ad opporsi oggi, in modo così radicale, ai processi migratori.

autonomia ScoziaProprio a causa di quel pronunciamento referendario molto articolato, che ho sommariamente descritto, oggi la Scozia, tramite i suoi rappresentanti istituzionali, e la stessa Irlanda del Nord, sono intenzionate a promuovere dei referendum per rimanere all’interno del processo di costruzione europea, uscendo dal Regno Unito. E li vorrebbero indire prima del termine previsto dall’articolo 50 del trattato di Lisbona, per non essere costretti in pratica ad uscire dall’Europa insieme alla Gran Bretagna. Ma non ci sono precedenti, non c’è casistica nel recente passato, e non ci sono codicilli negli innumerevoli trattati che hanno accompagnato fino ad ora il processo di unificazione Europea ai quali appellarsi.

Alcuni ‘sepolcri imbiancati’ del continente (spagnoli per lo più, ma non solo) si sono già pronunciati e, per paura di innescare processi autonomistici, dai quali si sentirebbero danneggiati, si mettono al fianco di Theresa May, la quale si oppone sia al referendum scozzese, sia a quello irlandese, adducendo l’argomentazione che la Gran Bretagna è uno Stato sovrano che si è già pronunciato, sia a livello popolare, sia a livello istituzionale, ed ora si tratta solo di perfezionare Brexit con le autorità europee. I nazionalisti europei, cioè coloro che non hanno mai pensato ad un’Europa federale, ma l’hanno sempre combattuta in nome di un confederalismo ormai obsoleto, responsabile dello stallo attuale, ed hanno favorito la nascita dell’Euro senza una sovranità politica europea che fosse in grado di modificarne via via gli evidenti squilibri che provocava, ora sostengono che se la Scozia vuole rimanere in Europa deve costituirsi in Stato sovrano e chiedere l’adesione all’U.E., mettendosi in fila con tutti gli altri. Fino a quando? Fino alle kalende greche ovviamente. Questa proposta non è percorribile e i ‘sepolcri imbiancati’ lo sanno bene. Per l’Irlanda del nord il discorso è diverso, visto che chiederebbe di far parte dell’Irlanda, che fa già parte in quanto nazione del consesso europeo, però, però … è già pronta l’obiezione che l’Irlanda unificata sarebbe uno Stato diverso dall’Irlanda attuale … ecc. ecc. Questa gente ha semplicemente paura di aprire la strada ai desideri di autonomia che allignano, in modo più o meno intenso, in ogni Stato nazionale europeo.

nazionalismiInsomma, i responsabili dello stallo europeo, che hanno sempre anteposto gli interessi nazionali a quelli continentali, che hanno portato il continente sull’orlo della dissoluzione, poiché hanno bloccato lo sviluppo della costruzione europea, dopo ben due guerre mondiali che hanno avuto come epicentro l’Europa, ci vincolano all’Euro e sono contro qualsiasi evoluzione in senso federalista. Essi sono oggi gli alleati più fedeli dei populisti di destra, nazionalisti e xenofobi, che stanno emergendo qui e là, che si stanno organizzando anche in Italia (Salvini e l’estrema destra, certamente, ma che dire di Grillo e dei 5 stelle, alleati in Europa di Farage?), e che nella primavera inoltrata si misureranno pericolosamente nelle elezioni francesi. E tutti insieme sono di fatto alleati con Theresa May che, per quanto la riguarda, l’idea europea l’ha già distrutta in nome della ‘piccola’ Bretagna.

Cosa significa tutto ciò per noi?

Che Brexit è dannosa non solo per quei 600.000 italiani che studiano o lavorano in Gran Bretagna e che potrebbero trovarsi in una condizione di patente inferiorità, magari costretti a rimpatriare modificando i loro progetti di vita.

E’ dannosa per l’insieme del processo di costruzione di un’Europa federale, l’unica realtà in grado di rompere le prigioni nazionalistiche che sono costate, nel secolo scorso, milioni di morti e la scomparsa in tutto l’Occidente dell’idea stessa di progresso.

Per quanto ci riguarda, volgere la testa dall’altra parte e non affrontare i problemi che ‘qui ed ora’ si pongono illudendosi che la buriana passerà da sola, significa ritornare a quei tempi là, al pericolo di confronti armati dagli esiti sempre catastrofici (la Jugoslavia, per non scomodare sempre le guerre mondiali, non è poi così lontana, sia nello spazio, sia nel tempo).

europa unitaE non volgere la testa dall’altra parte significa oggi mettere in evidenza la contraddizione insanabile tra l’idea e la pratica dell’Europa federale e le prigioni nazionalistiche, nelle loro diverse gradazioni.  Non è nazionalista solo lo xenofobo che alimenta la paura del diverso invece di cercare nuove forme di convivenza che possono arricchire tutti economicamente, culturalmente e umanamente, e pretende di fermare, col suo ditino, o con qualche cazzuolata di cemento, le maree degli uomini e delle donne che si spostano nel mondo. E’ nazionalista anche chi non accetta cessioni di sovranità politica ad un’Europa federale, con istituzioni politiche funzionanti, mantenendo in capo alla ‘nazione’ il diritto di decidere sul niente, dato che ormai la globalizzazione è uscita dai confini nazionali. Il nazionalista al quale mi riferisco è contrario non solo all’idea di federazione europea, ma a qualsiasi idea di autonomia territoriale all’interno del proprio Stato Nazione, per paura di una dispersione dei poteri. E’ contrario anche a qualsiasi riforma istituzionale all’interno degli Stati nazionali che renda più efficiente lo Stato e risponda all’evidente necessità di risolvere la crisi della democrazia rappresentativa associando i cittadini ai processi decisionali.

Ecco perché per andare veramente avanti in Europa è necessario decidere come si sta dentro i processi di globalizzazione (economica, politica, sociale, culturale) facendo maturare una nuova ‘visione’ del processo di unificazione europea e, nello stesso tempo, di ricostruzione dei processi democratici su base territoriale, a costo di rivedere tutto quanto è stato fatto finora.

E Brexit, a causa di ciò che comunque modificherà nel nostro modo di essere, ce ne offre l’occasione.

Non so se, come dice Emanuele Severino su ‘Repubblica’ del 19 marzo, “l’Europa è nata vecchia ed il suo destino è segnato dal destino dell’Occidente”.  So invece che, fra qualche giorno, non dovremo limitarci a celebrare i sessant’anni dei ‘Trattati Roma’, ma dovremo cercare concretamente di recuperare, nelle condizioni di oggi, le idee di quei visionari che sessant’anni fa innescarono il processo di costruzione di un’Europa federale, per metterla al riparo dall’autodistruzione, dopo due terribili guerre fratricide

Lanfranco Scalvenzi

Brexit. Ci vuole il federalismo europeo

Il divorzio tra Londra e Bruxelles è per molti versi paradossale perché la UE a me, federalista convinto, è apparsa sempre fin troppo condizionata da una continua ricerca della mediazione con i governi inglesi fatta di veti posti e non respinti. L’ultimo episodio poche settimane fa quando Cameron ha raggiunto un accordo umiliante per l’Unione e per gli europei.

brexitIl problema di fondo è sempre quello già da tempo individuato: la UE nata a Maastricht nel 1992 da un compromesso a cui era chiaro dovesse seguire un progetto politico lì si è fermata e non è andata più avanti. Sì certo si è arrivati all’euro, ma il progetto politico che doveva accompagnarlo è stato bloccato. La bocciatura della costituzione europea con i referendum in Francia ed in Olanda fu un campanello d’allarme a cui si rispose in modo molto timido. Il colpo più forte è arrivato poi con lo Tsunami della crisi finanziaria mondiale. Allora i nostri politici ed i più importanti operatori economici usarono la retorica della crisi venuta da lontano. Non vollero riconoscere le fragilità della costruzione europea e dell’eurozona in particolare. Concentrati sui parametri di bilancio non si accorsero della mancanza degli strumenti necessari per  fare politiche anticicliche cioè per rilanciare l’economia con gli investimenti.

Oggi rischiamo di fare lo stesso errore con la Brexit. Il fatto che quasi tutti gli economisti affermino che la Gran Bretagna pagherà caro il divorzio da Bruxelles non significa che il Pil perso dai britannici sarà in buona parte intercettato dagli altri paesi dell’Unione. Nell’economia globalizzata è facile che prevalga l’effetto contagio, ovvero che la recessione della Gran Bretagna trascini nel baratro l’intera Europa. Senza tanti giri di parole basta vedere cosa è accaduto in questi giorni sui mercati finanziari.

crisi EuropaAltro paradosso. Molti di coloro che hanno votato leave volevano dare uno schiaffo al sistema, eppure quei colossi che in questi mesi perderanno tanto terreno in borsa probabilmente scaricheranno la crisi sui  più deboli. Possiamo star certi che i crolli di borsa di oggi sono i licenziamenti di domani. Ma cosa avranno da esultare i leghisti nostrani e i  nazionalisti nel vedere che ad una condizione di difficoltà che dura da anni si aggiunge adesso anche questa drammatica ulteriore crisi finanziaria portata dal voto inglese?

Scrive Raghuram Rajan, economista indiano-americano ed attuale governatore della banca centrale indiana che le sempre più ricorrenti crisi finanziarie producono riprese (del prodotto interno lordo) senza occupazione perchè il sistema mette tempi sempre più lunghi per ritornare ai livelli di disoccupazione pre crisi.

In Europa le cose vanno perfino peggio perché nei paesi mediterranei non si intravede neanche la possibilità di tornare ai livelli di occupazione del 2008. Oggi una recessione pare inevitabile da entrambe le parti della Manica e guardando al nostro orticello in Italia probabilmente dissiperà i limitati segnali di ripresa che abbiamo registrato negli ultimi mesi. Probabilmente fra tre o quattro anni i mercati avranno recuperato il terreno perduto e forse i grandi patrimoni saranno cresciuti come se la crisi non ci fosse mai stata, ma i giovani precari o i lavoratori anziani rimasti a casa non avranno modo alcun di recuperare il tempo perso, le loro vite saranno segnate dai drammatici anni del post Brexit. Il voto di protesta avrà avuto così il drammatico effetto di far crescere le disuguaglianze.

euro rotturaL’Euro è da lungo tempo usato come capro espiatorio delle incapacità dei politici europei, tuttavia è inevitabile ammettere che la moneta comune non ha retto l’urto delle ricorrenti crisi del suo tempo perché è stata tradita la promessa di stabilità fatta a Maastricht. Nel 1992 i principali fattori di instabilità erano l’inflazione ed il debito pubblico, oggi sono i terremoti finanziari, causa principale degli attuali livelli di povertà e disuguaglianza. Se l’area euro  non si doterà dei necessari strumenti di stabilizzazione economica, compresa una buona regolamentazione del settore finanziario, passeremo i nostri anni a saltare di crisi in crisi e di bolla in bolla.

Il divorzio tra Londra e Bruxelles avrà costi che oggi è difficile prevedere. Se Londra sta correndo un rischio senza precedenti perché potrebbe essere tagliata fuori da una globalizzazione in cui fino ad oggi ha avuto un ruolo da protagonista, la mancanza di istituzioni politiche dell’area euro potrebbe farci pagare i costi maggiori della crisi. L’area euro e l’Unione, e soprattutto le loro classi dirigenti, sono chiamate ad una prova senza appello, o si trasforma l’area euro in una federazione o si torna al 1914. Non si trascuri il fatto che l’euroscetticismo ha raggiunto livelli mai visti e l’abbandono di Londra renderà probabilmente ancora più ostile il clima per i federatori. Ha poco senso consolarsi pensando che sotto il profilo economico Londra avrà la peggio. Occorre un’azione forte prima che sia troppo tardi. Se non riusciamo a reagire nella maniera giusta ci rimetteremo tutti.

Salvatore Sinagra

La lezione europea del voto greco (di Paolo Acunzo)

Europa in bilicoNon sono un esperto di politica interna ellenica, ma è innegabile che il risultato elettorale che ha portato alla formazione del primo governo Tsipras per tanti motivi avrà forti ripercussioni nei precari equilibri comunitari. In primis è stata una campagna elettorale tutta giocata su tematiche europee che toccavano direttamente il popolo greco: austerità, restituzione del debito, fiscal compact, Troika, etc.

La scelta greca su questi temi per forza di cose avrà risvolti anche all’interno della UE. Solo per citare alcuni casi sarà più difficile avere quella unanimità all’interno del Consiglio spesso necessaria per prendere alcune importanti decisioni; nel Board della BCE il bazooka di Draghi ora non dovrà vedersela solo con i falchi del rigorismo teutonico, ma anche con quelli opposti ellenici; finalmente il tentativo lanciato con la candidatura del leader greco alla Presidenza della Commissione europea ha raggiunto il suo obiettivo: trasformare una profonda crisi nazionale in una questione dirimente per decidere il futuro dell’integrazione europea.

Ormai da più parti si dice “ma se è stato possibile in Grecia perche no qui da noi ?”. Incredibilmente ciò da’ credito e speranze a tutto quel variegato mondo “contro questa Europa” a priori che si collochi tradizionalmente a destra o a sinistra. Trasversalità confermata dalla neo maggioranza greca che ha inglobato anche le istanze più smaccatamente euroscettiche e nazionaliste di una piccola forza fuoriuscita dal principale partito del centro destra, al fine di  formare un governo delle piccole intese in grado di rappresentare meglio a Bruxelles l’unità del popolo greco.

alleanze TsiprasUn modello in quanto tale è impossibile che si possa replicare sic et simpliciter ovunque, ma appunto diventa un simbolo che farà da apripista di percorsi politici simili anche in altri paesi, come già sta accadendo in Spagna con Podemos.

Ma la vera domanda a cui è troppo presto dare una risposta verte su quale sarà la lezione imparata dalle cancellerie nordiche e dalle istituzioni di Bruxelles da questo voto. Si continuerà a procedere con un dialogo tra sordi dove si farà finta che niente è cambiato incentivando quello scontro che porta inesorabilmente ad un “prendere o lasciare” il pacchetto così come è ? O si riuscirà a trovare un nuovo metodo extra contabile che ponga l’obiettivo di uno sviluppo dell’integrazione politico-sociale europea prima di quella economica-finanziaria senza Stato ?

Il rischio è alto per l’Unione europea. Dipenderà tutto da come si muoveranno i soggetti in campo. Se riusciranno ad uscire dal loro opposto radicalismo in nome del sommo bene comune europeo al fine di realizzare un equo benessere e lo sviluppo sostenibile per tutti i cittadini.

La Grecia ha fatto la prima mossa e solo il tempo dimostrerà se questa scelta del popolo greco sarà stata un bene o meno per un armonioso rilancio dell’integrazione del continente. Ma ora tocca all’Europa non far finta di niente e dimostrare di aver imparato la lezione, a cominciare dalla realizzazione di un reale New Deal 4 Europe che vada ben oltre la proposta di un piano di sviluppo senza prevederne forme adeguate di risorse proprie per finanziarlo.

Solo profondamente ripensando se stessa secondo il modello federale l’Unione europea sarà in grado di dare quelle risposte sociali per la crescita di tutti i suoi cittadini, senza le quali una deriva euroscettica e nazionalista già si intravede dietro l’angolo. Speriamo che Tsipras, Junker e tutti gli altri protagonisti siano all’altezza delle sfide aperte in questa delicata fase storica dell’integrazione politica europea.

Paolo Acunzo

pacunzo@hotmail.com

Fare come negli USA?

Se la BCE fosse una vera banca centrale e l’Europa uno stato federale con paesi più ricchi e altri meno ricchi (ma tutti governati da normali classi dirigenti e non da corruzione, mafie, clientelismo, affaristi) bisognerebbe mettere in comune il debito e stampare più moneta da distribuire agli stati per investirli e alle banche con vincolo di destinazione per il credito alle imprese.

Inutile che gli euroscettici e i sostenitori del ritorno alla sovranità monetaria nazionale vadano in TV a portare l’esempio della Federal Reserve negli USA che ha stampato moneta per sostenere l’economia prendendo l’abbassamento della percentuale di disoccupazione come obiettivo. Roba che qui da noi ce la sogniamo. Inutile dire “bisogna fare come loro” se non si parte dalla constatazione che gli USA non sono composti da 52 stati nazionali sovrani ognuno con una propria moneta in competizione tra loro.

Quelli che vogliono uscire dall’euro e, magari, anche dall’Europa non dovrebbero tirare in ballo gli USA, ma prendere come esempio la Corea del nord che vive nel suo intoccabile isolamento e fa la fame.

Se vi piace quello che si fa negli USA allora la strada è una sola: federalismo europeo cioè unione politica con un proprio bilancio e un proprio debito pubblico. Ovviamente tante altre cose dovrebbero convergere: politiche fiscali, welfare, normative del lavoro ecc. ma comunque la strada è una sola: unione europea. I rigoristi che badano solo al 3% e al fiscal compact e inondano di soldi solo le banche sono i veri nemici dell’Europa, hanno fatto il loro tempo e tanti danni e devono essere battuti con la politica

L’Europa quotidiana che migliora la vita di molti (di Liliana Ciccarelli)

europa unitaA dodici anni dall’introduzione dell’euro, che segna nel bene e nel male un momento alto di integrazione, viviamo uno stato di delusione collettiva purtroppo legittimato dalla reazione ad una crisi economica che invece di unire ha diviso i Paesi dell’Unione Europea.

Il progetto iniziale di comunità europea era coraggioso, quasi impossibile, eppure era anche l’unica via d’uscita dai disastri della prima e della seconda guerra mondiale. Se, dopo la prima guerra mondiale, l’idea europeista era un “programma” di élite di intellettuali politicamente impegnati, dopo la seconda diventa un obiettivo di politica internazionale concreto per evitare che gli stati europei creassero le condizioni per un nuovo conflitto.

Per Spinelli e per i federalisti europei, l’Europa federata non era solo la fine dello Stato nazione, ma la condizione per la nascita di una nuova democrazia, di un nuovo patto sociale (cfr. Storia e politica dell’Unione Europea, G. Mammarella – P.Cacace, ed. Laterza.). Obiettivo audace e che, a tutt’oggi, è ben lontano dall’essere realizzato.

Oggi l’Europa appare un dato scontato, abbiamo con la moneta unica “l’Europa in tasca”, giriamo senza alcun bisogno di passaporto, abbiamo la possibilità di scegliere direttamente i parlamentari europei che siederanno in un Parlamento con maggiori poteri, il prossimo presidente della Commissione europea sarà anche espressione della maggioranza politica che scaturirà dalle elezioni. Eppure tutto questo non basta a farci sentire davvero cittadini europei perché l’unione europea è rimasta a metà.

generazione erasmusQuelli che, forse, si sentono veramente cittadini europei sono i giovani della cosiddetta “generazione Erasmus”. Gli studenti Erasmus nel 2013 sono stati quasi 250mila in tutta Europa. Dal 2014 al 2020 sono stati stanziati 16 miliardi per 4 milioni di borse e si stima che nel 2020 gli ex Erasmus saranno 7 milioni. É un tassello importante di esperienze concrete di partecipazione attiva dei cittadini e dei giovani alla creazione di uno spazio politico, sociale e culturale dell’Unione Europea.

C’è tuttavia un livello di quotidianità, alla portata di tutti, che dovrebbe riconsegnarci ad una appartenenza alla cittadinanza europea, del quale forse non siamo pienamente consapevoli e che rappresenta uno degli elementi di forza e uno dei pilastri dell’Unione Europea: siamo cittadini consumatori e utenti che operano in un mercato unico utilizzando non solo la stessa moneta, ma godendo delle stesse tutele e garanzie.

A chiedere o garantire tutela per 3 milioni di pendolari italiani non è il nostro Governo di turno, ma la Commissione Europea che pochi giorni fa ha deferito l’Italia alla Corte di Giustizia europea per non aver recepito la normativa comunitaria in materia di diritti dei passeggeri nel trasporto ferroviario (parità di accesso al trasporto per evitare discriminazioni, diritto di avere informazioni in tutte le fasi del viaggio, diritto al rimborso del prezzo del biglietto in caso di soppressione o ritardi prolungati, diritto a un servizio di trasporto alternativo in caso di ritardi prolungati o soppressione del servizio, diritto a un livello minimo di assistenza nelle stazioni e a bordo dei treni). Insomma tutte cose concrete, non chiacchiere.

diritti consumatoreE ancora, è grazie al recepimento della direttiva europea sui consumatori che, a partire dal prossimo 14 giugno, entrerà in vigore il nuovo codice del consumo con importanti migliorie per il consumatore (in caso di servizi o beni non richiesti sarà possibile non pagare la prestazione e in caso di acquisti a distanza passano da 10 a 14 i giorni per esercitare il diritto di recesso). I nuovi diritti dei consumatori riguardano anche la consegna del bene in quanto in caso di merce danneggiata risponderà direttamente il venditore.

Dal 2015 inoltre, sempre in attuazione di direttive comunitarie, saranno ulteriormente agevolate le procedure di risoluzione delle controversie per i consumatori con l’intento di evitare cause giudiziarie lunghe e costose.

Il Parlamento europeo inoltre, attraverso l’ordine di protezione europeo, interviene anche in tema di protezione delle vittime di reati. Il Parlamento ha approvato nuove norme, in vigore dal 2015, volte ad assicurare che chiunque goda di protezione in un paese dell’UE ottenga una protezione simile se si trasferisce in un altro paese dell’Unione (oggi la protezione cessa alle frontiere). La copertura di tali tutele riguarderà tutte le vittime di reati tra cui molestie, rapimento, stalking e tentato omicidio, oltre alla violenza di genere.

E ancora in tema di salute la Direttiva 2011/24/Ue ha definito regole chiare per facilitare l’accesso a servizi sanitari sicuri e di elevata qualità nell’Unione Europea, assicurando la mobilità dei pazienti che cercano servizi sanitari in un altro Stato Membro.

L’Europa quindi non chiede solo rigore, ma si occupa anche di tutela dei diritti.

È bene sapere che al momento sono pendenti 114 procedure di infrazione nei confronti dell’Italia per mancato recepimento di direttive comunitarie che riguardano settori più disparati con notevole impatto sulla vita quotidiana (consultabili http://eurinfra.politichecomunitarie.it/ElencoAreaLibera.aspx).

Gli esempi di quanto l’Europa incida nel nostro quotidiano potrebbero essere davvero molti altri eppure l’Europa rischia di restare sempre e “solo” quella del mercato unico o quella del rigore ottuso. Prima di dire Europa sì o Europa no bisogna sapere bene di cosa veramente si parla e non farsi abbagliare da slogan che trasformano una crisi di guida politica europea in un male assoluto. A sfasciare si fa presto, a costruire no, ci vuole tempo e intelligenza e molti cercano soluzioni semplici, drastiche  e immediate. La migliore garanzia per disastri sicuri

Liliana Ciccarelli

L’Europa che vorremmo (di Angelo Ariemma)

europa unitaAncora riflessioni sull’Europa. Lo spunto viene da due libri, che da punti di vista diversi, arrivano alla stessa conclusione: occorre dare vita a una Federazione europea. Il monito, già lanciato da Altiero Spinelli ed Ernesto Rossi nel 1941 con Il Manifesto di Ventotene, diventa oggi ancora più attuale.

L’UE si è costruita secondo la strategia, promossa da Jean Monnet, dei piccoli passi, che ha mietuto successi, ma anche molte crisi, ogni qual volta i revanscismi nazionalisti si sono frapposti alla costruzione di una unità politica dell’Europa. Ricordiamo solo l’opposizione di De Gaulle alla Comunità di Difesa, o il naufragio della proposta di Costituzione promossa da Spinelli nel 1984, approvata dal Parlamento europeo, ma respinta dai Governi nazionali, in favore del misero “Atto unico” del 1987.

globalizzazioneOra la crisi economica ripropone la questione. Di fronte alla globalizzazione gli Stati nazionali sono impreparati ad affrontare una economia che non guarda più alle frontiere. La grande intuizione del Manifesto di Ventotene fu proprio quella di dichiarare la fine della funzione storica degli Stati-nazione. Adesso i nodi vengono al pettine. Dopo la diarchia franco-tedesca, ora assistiamo a un confronto-scontro tra una Merkel disposta a cedere un po’ di sovranità pur di mantenere salda la barra del rigore economico e un Hollande che propende maggiormente alla solidarietà, ma non vuole cedere nulla della propria sovranità nazionale. Mentre gli altri stati si vedono imporre norme e regole dettate altrove. Per dare nuovo slancio all’Europa, al suo modello socio-politico, la sola strada percorribile è quella della Federazione, che si dia istituzioni democraticamente elette e controllabili a livello europeo.

Vediamo ora come questi due libri affrontano il tema.

lavoratori GermaniaBeck (U. Beck, Europa tedesca, Roma-Bari, Laterza, 2013) punta il dito sullo scarto che si è creato tra le istituzioni europee, ferme a un chiuso rigore economico, e la vita degli individui che tale rigore subiscono, come ingiusta mannaia che cade dall’alto. Scarto che favorisce la Germania e il suo senso di corretta prassi economica. Scarto che rischia di far deflagrare l’euro e l’UE stessa. In fondo, l’analisi di Beck parte dalla stessa consapevolezza che ha mosso Spinelli: lì fu la guerra, qui è la crisi economica: “il ramo finanziario globale non può più essere regolato a livello nazionale” (p.31); devono quindi cambiare le categorie del politico: “Si tratta di eventi letteralmente mondiali, che permettono di constatare l’interconnessione sempre più stretta degli spazi d’azione e di vita e che non possono più essere colti con gli strumenti e le categorie di pensiero e azione dello Stato nazionale” (p.22).

frontiereLaddove lo Stato, di fronte alla crisi, si chiude in sè, nella vecchia logica di amico-nemico, ora, nella dinamica del rischio, occorre invece aprirsi all’altro, comprenderne le ragioni, e darsi reciproca solidarietà. Invece la forza economica di una Germania che vuole imporre la sua ricetta agli altri, rischia di far naufragare l’intero progetto europeo, trascinando nel baratro la stessa economia tedesca, che da sola non potrebbe reggere la globalizzazione. Ecco quindi lo scatto che si impone agli uomini europei: non solo elaborare una nuova struttura istituzionale; non solo vivere i tanti vantaggi dell’UE (viaggiare, studiare, lavorare, in Europa) come acquisiti e superflui, ma rendersi conto che sono la nostra vita, che non si può tornare indietro, ai nazionalismi e ai facili populismi, e solamente con più Europa si avrà più libertà, più sicurezza sociale, più democrazia; “abbiamo allora bisogno di una campagna di alfabetizzazione cosmopolitica per l’Europa” (p.76-77), di un nuovo contratto sociale, che dal basso faccia nascere la Federazione europea, dotata di un potere democraticamente eletto, e di un proprio bilancio, che le istituzioni europee possano gestire per il bene comune.

stati uniti d'europaNell’altro libro (E. Fazi-G. Pittella, Breve storia del futuro degli Stati Uniti d’Europa, Roma, Fazi, 2013), lo stesso titolo impone una riflessione sulla costruzione di una vera Federazione europea. Gli autori ritengono che la crisi parta dalla messa in mora degli accordi di Bretton Woods da parte dell’amministrazione Nixon negli anni ’70, quando fu abolita la parità aurea del dollaro. Il venir meno di quell’accordo ha privato gli Stati del controllo sulla finanza, che via via, attraverso l’apertura dei mercati e la globalizzazione, si è mostrata libera da ogni vincolo, fino all’attuale deflagrazione, che rende la speculazione finanziaria padrona dei destini delle nazioni e dei cittadini.

L’euro ha rappresentato il tentativo di porre rimedio alla caduta di Bretton Woods, a cui necessariamente avrebbe dovuto far seguito una graduale maggior integrazione economica e politica dell’UE. Purtroppo la miopia dei governanti succedutisi ai di Maastricht, e il mito dell’ideologia liberista, a cui tali governanti si sono piegati, ha ostacolato il percorso sulla strada dell’integrazione europea.

crisi EuropaLa crisi economica, causata appunto dall’esplodere di una bolla speculativa, ha rimesso all’ordine del giorno la questione di tale integrazione, che superi le reciproche diffidenze fra gli Stati, i quali, presi singolarmente, non avrebbero possibilità di scampo di fronte alla globalizzazione incontrollata.

Gli autori non sono avari di suggerimenti e propongono l’istituzione di Eurobond, di una fiscalità europea, dell’unione bancaria, di un bilancio autonomo dell’UE; a cui deve far seguito una democratizzazione del livello decisionale, con un Parlamento europeo che sia responsabile delle decisioni europee e controlli una Commissione eletta dal popolo europeo. Hic Rodus, hic salta: il tempo è ora; tra meno di un anno si voterà per il Parlamento europeo, e questo Parlamento dovrà avere una funzione costituente della Federazione europea, magari ristretta a quegli Stati che vorranno starci, lasciando per ora fuori chi, come la Gran Bretagna, vuol restarsene isolato. Solamente un’Europa unita e forte potrà tentare di imporre un nuovo accordo internazionale, tipo Bretton Woods, che faccia da argine alla speculazione finanziaria: “La battaglia tra mercati e democrazia sarà quindi decisiva per il futuro degli Stati Uniti d’Europa. Solo sottraendosi al ricatto dei mercati finanziari, si potrà creare un’Europa indipendente. Anzi sarà proprio attraverso questo confronto che prenderà forma quello spazio politico transnazionale europeo auspicato da tutti gli europeisti. Per sconfiggere i mercati finanziari c’è bisogno di una democrazia forte che possa appoggiarsi sull’unica istituzione direttamente legittimata dai cittadini europei, il Parlamento europeo. Le prossime elezioni del 2014 saranno decisive perché consentiranno al Parlamento europeo di assumere di fatto un ruolo costituente” (p.184-185).

futuro EuropaPurtroppo non possiamo non constatare come oggi non solo la globalizzazione ha ristretto gli spazi, ma anche i tempi sono notevolmente accorciati. Così, sia le elezioni italiane, sia quelle tedesche, hanno mostrato il loro volto antieuropeista, mentre tutta la discussione politico-mediatica torna a occuparsi delle tematiche nazionali e a parlare di Europa solo in termini negativi, abbagliando l’opinione pubblica nel suo vacuo e deleterio localismo, che non fa che dare sempre più peso a una speculazione finanziaria sempre più incontrollata.

Ma “l’Europa non cade dal cielo”, come diceva Altiero Spinelli; a allora siamo qui, nel nostro piccolo, nani sulle spalle di un gigante, a portare avanti la sua battaglia, quella battaglia per la quale ha voluto spendere l’intera sua esistenza.

Angelo Ariemma tratto da www.lib21.org

Dal rinnovamento del PD ad una politica nuova (di Roberto Ceccarelli)

pluralismoOrmai è chiaro che la crisi italiana passa dal modo di essere della politica e dei partiti. Il Partito Democratico che in tanti reputano l’ultimo partito rimasto in piedi dagli sconvolgimenti di questi anni, può svolgere un ruolo importante nel cambiamento del Paese e dell’Europa, se riesce a realizzare il suo progetto originario. La prima cosa da fare è uscire dall’equivoco di essere un partito a metà strada tra la tradizione europea e quella americana. Indubbiamente, la tradizione europea con radici culturali profonde e riferimenti sociali forti, è molto impegnativa e costosa, ma permette una rappresentanza diffusa della società ed offre garanzie sociali.

Invece, l’idea del partito catch-all, non si adatta alla nostra cultura, perché porta ad annullare l’identità, che rappresenta la condizione principale, insieme alla condivisione di principi e valori, per definirsi un partito. Questo modello ha influito sulla linea politica del Pd, fino ad arrivare al punto di non scegliere su temi molto importanti, disorientando i suoi militanti ed il proprio elettorato che pian piano ha iniziato ad abbandonarlo. Anche l’aver considerato la socialdemocrazia europea come vecchia ed inadeguata, in ragione di un ipotetico “nuovo”, mentre si assisteva allo smantellamento dello stato sociale, è stato un grave errore di valutazione, per il quale l’Italia sta pagando un prezzo molto alto.

direzioni diverseIl prossimo congresso del PD non è quindi un fatto che riguarda solo i militanti e i dirigenti del partito. Nello stesso senso l’aspettativa e la ferma richiesta di una linea politica chiara da perseguire con un nuovo gruppo dirigente, non sono estranee alle soluzioni da dare ai problemi dell’Italia. Il primo interrogativo da sciogliere è definire la collocazione europea del PD. Non è più pensabile che il PD stia con un piede dentro e l’altro fuori dal Partito del Socialismo Europeo.

Ovviamente non si tratta di accettare un modello precostituito, anzi si deve contribuire a costruire un grande partito europeo che vada oltre la famiglia socialdemocratica, aiutarlo a passare dalla semplice sommatoria di partiti nazionali, ad un vero partito europeo-transnazionale, in grado di rappresentare i cittadini europei che credono nella solidarietà, nella giustizia sociale, nelle pari opportunità, nell’uguaglianza, nelle libertà e nella democrazia politica ed economica.

stati uniti d'europaUn partito che deve contribuire a realizzare il sogno di Altiero Spinelli, Eugenio Colorni ed Ernesto Rossi degli Stati Uniti d’Europa, per cui diventa necessario superare l’attuale modello intergovernativo dell’Unione europea che evidenzia soltanto gli egoismi nazionali. E già qui si capisce che siamo nel centro della crisi politica e istituzionale dell’Europa.

Puntare alla costruzione di un partito europeo significa battersi, insieme a molti altri, per un’equa redistribuzione del reddito, per ridare dignità al lavoro, passare dall’individualismo all’individualità come parte della comunità, costruire un nuovo stato sociale europeo che unisca gli europei divisi dall’euro. Questo non vuol dire voler allontanare i cattolici dal PD, al contrario, deve diventare l’occasione per aprire un grande confronto culturale e superare antiche divisioni, tra laici e cattolici che oggi risultano per molti versi strumentali ed anacronistiche.

Dopodiché, bisogna pensare ad una riorganizzazione del partito, riconsiderando il ruolo dei suoi iscritti, attraverso una maggiore distribuzione del potere decisionale sui territori ed una semplificazione degli organi intermedi, razionalizzando costi e strutture. Ad esempio, l’organizzazione del partito nelle aree metropolitane dovrebbe essere sviluppata sul modello delle sub federazioni (4/5 al massimo), per permettere la semplificazione delle strutture e l’ampliamento degli orizzonti territoriali.

cittadino controllaSi parla di PD, ma il modello può essere valido anche per gli altri partiti. Per il buon funzionamento di un partito è necessaria la trasparenza dei bilanci, degli atti ed il rispetto delle regole. Sono tutti obiettivi importanti e la strada migliore per raggiungerli è quella del riconoscimento della personalità giuridica che obbliga a controlli e verifiche esterni sui bilanci e sulla democrazia interna. Allo stato attuale sarebbe interessante avviare nel PD un processo di spending review interna, per razionalizzare le risorse e definire le priorità.

A questo dobbiamo aggiungere la trasformazione dei circoli, da spazi vuoti a luoghi della partecipazione alla vita pubblica, grazie al coinvolgimento delle associazioni, dei comitati locali, del volontariato, del mondo del lavoro e sindacale, delle imprese e del sistema cooperativo, che possono concorrere alla ricostruzione del tessuto sociale. Insomma, il PD può aiutare molte persone ad uscire dalla crisi dando vita a comunità locali aperte, in grado di aprire nuove connessioni e trasformarle in rapporti umani, attività economiche e partecipazione.parole partecipazione

E’ altrettanto necessario rivalutare il ruolo della minoranza che ha il compito di controllare l’operato della maggioranza, tenere vivo il dibattito interno e proporsi come nuova maggioranza. Per questo bisogna interrompere il metodo delle maggioranze interne non omogenee che si ritrovano attorno al candidato vincente, non per convinzione della bontà del progetto politico, ma per marcare i propri spazi, preservare gli incarichi e chiudere le porte a chi si avvicina al Partito. Questa è la strada da percorrere per invertire la rotta, tornare a vincere e cambiare l’Italia. Ma questo è anche un terreno su cui occorre costruire un nuovo modo di essere della politica italiana e di qualunque formazione, associazione o movimento che voglia esserne protagonista.

Roberto Ceccarelli

Voci di Bruxelles: dall’Europa dei bisogni all’Europa che bisogna (di Salvatore Sinagra)

Persino nel luogo dei federalisti più convinti, lo Spinelli Forum (gruppo che si ispira al pensiero e all’opera del maggior federalista europeo del ‘900 Altiero Spinelli, animato principalmente da alcuni parlamentari verdi e liberali e a cui aderisce anche qualche socialista) che si è svolto il 25 Marzo a Bruxelles si è dovuto prendere atto di una profonda crisi dell’Unione Europea.crisi Europa

Fra i vari punti di crisi tre sono emersi attraverso il nome di paesi nei quali l’Europa ha fallito la sua missione: Cipro (collasso del sistema bancario); Ungheria (collasso del sistema democratico con la trasformazione della costituzione); Siria (irrilevanza della politica estera dell’Unione) in politica estera.

Questi tre “punti” di emersione della crisi europea si manifestano in un contesto di crisi finanziaria ed economica che fotografa una spaccatura tra i paesi che hanno aderito all’euro. Già un anno fa, lo Spinelli forum, in piena crisi greca, lanciò l’idea di creare una federazione, che includesse almeno gli Stati dell’area euro, di mettere in comune una parte del debito pubblico degli Stati e di istituire un reddito minimo europeo, ovvero un sussidio per tutti i cittadini dell’Unione Europea senza lavoro. Niente di fatto, anzi, se possibile, i fatti sono andati in direzione ostinata e contraria.

Purtroppo non esiste un governo dell’Unione Europea e il Consiglio, sembra più un’ occasione per fare “foto di famiglia” che il luogo dove si gestisce una politica comune. Ma non è nemmeno questo il punto perché ci vorrebbe una rivoluzione democratica che mettesse al centro nel dibattito europeo la volontà dei cittadini che si esprime nel voto ai partiti. Invece, tutte le campagne elettorali per le elezioni europee, dal 1979 in avanti, nei diversi paesi si sono ridotte a meri sondaggi sui governi in carica. Non vi è  stata una sola campagna elettorale veramente europea.

Ecco il punto: occorre che i partiti europei esistano ed operino effettivamente per rappresentare idee e progetti politici europei e non solo proiezioni europee di posizioni nazionali. Certo, non è cosa facile in una Unione dove si parlano 23 lingue diverse. Partiti europei? Programmi comuni? Un bell’impegno sì, ma un obiettivo strategico soprattutto che si costruisce giorno per giorno. Se ci si crede.giovani europei

L’opinione pubblica, questa presenza reale, ma inafferrabile indica che le forze euroscettiche crescono, e ciò significa che sono sempre di più quelli che credono nel declino dell’Unione Europea. Purtroppo i riscontri sono piuttosto facili e alla portata di chiunque. Una sera a Bruxelles ho chiesto come andassero le cose a un ristoratore di origini siciliane; la sua risposta è stata chiara, lapidaria ed efficace, “ormai tutta l’Europa è malata”, e mi ha parlato delle migliaia di licenziamenti in un paese che un tempo era nel cuore del mondo benestante.

Anche l’ostilità per chi è straniero cresce. Mi ha lasciato di stucco il fatto che un barista di origini napoletane  che lavora a Bruxelles si lamentasse che ci fossero troppi “marocchini” e di uno Stato che non governa le migrazioni. Come se non fosse immigrato anche lui!

A queste paure deve rispondere l’Europa. Ma l’idea stessa di unire l’Europa nasce dalla paura. Paura che non si sanasse la frattura fra il mondo tedesco (Prussia, Impero austro-ungarico, Germania) e gli altri paesi europei che in circa 70 anni, dal 1870 al 1945, ha portato allo scoppio di tre guerre, due delle quali mondiali. Questa paura è il vero atto di nascita della spinta ad unirsi che è partita di slancio al termine della seconda guerra mondiale e che ha portato alla Comunità Economica Europea e all’Unione Europea.

economia socialeMa la nuova Europa nel suo cammino non è vissuta di paura. Il welfare europeo è un modello che sta all’avanguardia in tutto il mondo ed oggi, che è minacciato, appare in tutta la sua grandezza. L’economia sociale di mercato a cui molti ancora aspirano e origine di stabilità e di benessere non poteva che nascere in un contesto di pace europea e di libertà. Attenzione, non si tratta di concetti astratti, ma di concrete condizioni di funzionamento dell’economia e della società: mercati dinamici ed efficienti, sostenibilità ambientale, sostenibilità economica di lungo periodo, sostenibilità sociale fondata sulla lotta all’esclusione declinata in termini di istruzione e di mercato del lavoro.

E’ possibile pensare che l’economia sociale di mercato diventi il sistema che caratterizza il modello europeo? Sarebbe una base forte per pensare ad altri passi in avanti.

Fa parte del modello Europa anche un sussidio di disoccupazione generalizzato o reddito minimo europeo; non sarebbe assurdo pensare ad una direttiva che renda obbligatorio tale intervento. Oggi le diversità sono enormi: c’è la Svezia dove tutti i disoccupati sono assistiti per tutto il tempo necessario e altri paesi nei quali tre lavoratori su quattro se perdono il lavoro sono abbandonati a loro stessi. Il reddito minimo è una grande sfida soprattutto per i paesi mediterranei, ove tra l’altro è concentrata una consistente porzione dei disoccupati europei.

Guy Verhofstadt, premier belga dal 1999 al 2008, afferma che occorre garantire anche una pensione minima per tutti, che per il leader liberale non può essere inferiore al 45% dell’ultima retribuzione, una soglia che oggi in molti paesi, e tra questi anche la ricca Olanda, rappresenta un progresso benché possa apparire abbastanza bassa.

Altro capitolo, il bilancio.  E’ stato detto che l’Unione Europea, o l’Eurozona, devono avere un bilancio alimentato anche da tasse europee come per esempio una carbon tax o una tobin tax e che gli Stati membri devono armonizzare i loro sistemi fiscali, almeno per quanto riguarda le banche e le grandi imprese.

Quindi non solo unione monetaria, commerciale e bancaria, ma anche fiscale e sociale.

Soprattutto bisogna riprendere l’obiettivo di una Costituzione europea fallito pochi anni fa perché l’Europa non può continuare ad essere un gioco di equilibri fra governi. Gli equilibri prima o poi si rompono e ciò che si è messo in piedi crolla. Noi cittadini europei, invece, abbiamo bisogno di stabilità e di progresso.

Salvatore Sinagra

Il Nobel all’Unione Europea tra passato e futuro (di Paolo Acunzo)

Negli ultimi mesi, abbiamo letto numerosi editoriali sull’opportunità o meno d’insignire l’Unione europea del premio Nobel per la pace e, personalmente, concordo con chi sostiene che questa onorificenza sia più un’esortazione a ritrovare la strada smarrita, e un atto di gratitudine per ciò che ha rappresentato il Vecchio Continente negli ultimi sei decenni, che un’effettiva apertura di credito nei confronti di un’Europa mai così lacerata e impotente come in questo periodo.

Tuttavia, se vogliamo dare un senso al nostro futuro e costruire un avvenire migliore per le nuove generazioni, non possiamo tralasciare la riflessione sulla drammaticità del nostro presente, stretti come siamo nella morsa di un’economia che non riparte e di scelte politiche incomprensibili (basti pensare al recente fallimento del vertice straordinario per la definizione del  bilancio UE 2014-2020), dettate dalla miopia di gran parte della classe dirigente continentale che spesso si rivela pavida ed inadeguata ad affrontare una crisi strutturale che sta sconvolgendo per sempre gli equilibri globali e, di conseguenza, lo stesso modo di vivere e di pensare.

La battuta più tagliente che si è sentita sull’argomento, non è tanto quella che “la UE non avrebbe mai vinto il nobel per l’economia” ma quella che “il Nobel per la pace alla UE è un premio alla carriera ad un attore internazionale che si avvia sul viale del tramonto”. Con questa breve frase si sintetizza la crescente marginalizzazione dei mercati europei rispetto a quelli emergenti; i nuovi equilibri geopolitici sempre meno incentrati sui rapporti trans-atlantici e sempre più su quelli trans-pacifici; la mancanza di ruolo di interlocuzione svolto dalla UE durante la cosiddetta primavera araba e più in generale negli scenari di guerra che toccano la sponda sud del mediterraneo e il medio oriente. Inoltre l’Europa unita attraverso i meccanismi attuali si ritrova senza reali strumenti per uscire definitivamente da una crisi che col tempo si sta dimostrando in primis politica e poi solo di conseguenza economica e finanziaria.

Ormai pare evidente che stiamo vivendo una crisi di sistema a cui le cancellerie non riescono a dare una risposta esauriente attraverso il classico metodo intergovernativo che accentua gli interessi momentanei di parte a discapito di quelli comunitari di lunga durata. Spesso dall’opinione pubblica si sottolineano l’ingerenza di alcuni paesi nelle scelte sovrane di altri, mettendo in crisi lo stesso sistema decisionale e di legittimazione democratica europeo. Siamo giunti ad un punto in cui la crisi richiede la completa cessione di sovranità ad organi sovranazionali legittimati direttamente dai cittadini europei per avere la forza, e soprattutto il consenso popolare, per adottare quelle misure, non certo indolori ma necessarie, in grado di far uscire i vari paesi europei definitivamente dalla crisi. Non si può più tollerare che scelte impopolari vengano scaricate sulla UE da alcuni governi semplicemente dicendo “c’e’ lo chiede l’Europa” come se fosse qualcosa di estraneo rispetto alla vita politica nazionale. Non è più accettabile avere dei partiti provinciali che non pongano il dibattito sul ruolo e il futuro dell’Europa al centro della loro proposta politica.

Oggi è possibile uscire da questa crisi di sistema soltanto ridando lo scettro del potere ai cittadini. Per far ciò bisogna creare quella arena politica europea in cui partiti, forze sociali e imprenditoriali possano confrontarsi con le scelte che realmente incidano sul nostro futuro. Un sistema che non funziona più deve essere cambiato dalle radici, passando dal classico metodo intergovernativo ad un sistema di stampo federale, al fine di delegare ad un potere democratico comune la decisione su determinate ma fondamentali questioni senza cui l’Europa continuerà a condannarsi all’impotenza.

Ma per far tutto ciò occorre coinvolgere attivamente i cittadini. Pensare una convenzione costituente per la riforma complessiva dei trattati che giunga ad una proposta di Costituzione federale europea che entrerà in vigore solo se la maggioranza dei cittadini e degli stati coinvolti l’approveranno attraverso un referendum europeo. Solo così gli stati dell’Eurogruppo potranno dotarsi di quel governo comune dell’economia necessario per creare accanto all’Unione monetaria, anche l’Unione bancaria e fiscale, costruendo finalmente intorno all’Euro un potere statuale in grado di presentare un condiviso piano europeo di sviluppo sostenibile per l’occupazione, la crescita e l’innovazione credibile per tutti.

Fino ad oggi tutto ciò è stato considerato da molti solo un’utopia allo stesso modo in cui un secolo fa poteva essere considerata la possibilità di avere una pace stabile in Europa. Il vero premio sarebbe se il Nobel assegnato all’Unione europea non fosse considerato meramente celebrativo del suo passato, ma possa in futuro simboleggiare il punto di svolta del processo d’integrazione verso gli Stati Uniti d’Europa.

Paolo Acunzo – Movimento Federalista Europeo

Europa: la federazione necessaria (di Massimo Bordignon)

Il comportamento della Germania, e più in generale dell’Europa del Nord, nella crisi attuale confina con la schizofrenia.

CONTRADDIZIONI NORDICHE

Da un lato, i paesi del nord Europa bloccano qualunque intervento che possa ridurre i costi delle crisi, per paura di doversi fare carico dei debiti altrui e di eliminare qualunque incentivo alle riforme nei paesi in difficoltà, i cosiddetti Piigs. Così facendo, sia pur lucrando su un po’ di liquidità a buon mercato nel breve periodo, aumentano però la possibilità che la crisi abbia un esito drammatico, i cui costi maggiori, alla fin fine, sarebbero probabilmente pagati proprio da loro. Anche tralasciando gli effetti politici, tutt’altro che secondari, una frattura dell’area euro renderebbe palesi i crediti inesigibili della Bundesbank nei confronti dei paesi dell’Europa del sud, richiederebbe una ricapitalizzazione estesa delle banche a carico dei contribuenti, farebbe schizzare verso l’alto il tasso di cambio e provocherebbe una fuga di massa dei capitali, una volta che i nuovi tassi di cambio si fossero stabilizzati. Dall’altro lato, mentre è attivamente impegnata a minare alla base la stabilità dell’area euro, dicendo no a ogni intervento ragionevole proposto nel frattempo, la Germania è viceversa in prima fila nel richiedere un rafforzamento dell’integrazione europea, fino a prefigurare una vera e propria unità politica dei paesi che hanno adottato o pensano di adottare la moneta comune. E non si chiede un’unità politica, se si pensa nel frattempo di far saltare tutto in aria.

LA ROAD MAP

Il bello è che i tedeschi hanno fondamentalmente ragione su quest’ultimo fronte. I problemi economici dell’area euro, o anche dell’Unione Europea, a cominciare dalle finanze pubbliche, sono minori di quelli di quasi tutte le altre federazioni esistenti, a cominciare dagli Stati Uniti. Il problema vero è rappresentato dalla mancanza di una sovranità europea condivisa e sovraordinata rispetto a quella degli stati, che impedisce di prendere decisioni comuni e di accompagnare politiche di solidarietà al controllo sui comportamenti. Ed è vero che non si possono avere strumenti di debito comuni, se dietro di essi non c’è una responsabilità comune. Che non si tratti ormai più solo di fantapolitica, lo dimostra anche il documento dei quattro presidenti (dell’Unione Europea, dell’Eurogruppo, della Commissione europea e della Banca centrale), che appunto, prefigurano una visione del processo di integrazione che ha come tappe centrali l’unione bancaria, fiscale, economica e finalmente politica. Una road map che dovrebbe concretizzarsi nei prossimi mesi, purché non salti tutto nel frattempo.
Siccome al successo del progetto è legata in buona parte la soluzione dei nostri problemi, anche immediati, di questo dovremmo occuparci estensivamente anche in Italia, discutendone in modo critico e sviluppando le nostre proposte. Fosse anche solo un bluff quello tedesco, è importante “vedere”, non fosse altro per capire come dobbiamo comportarci in futuro, uscendo da questa continua incertezza e fibrillazione.

COME DIVENTARE UNA FEDERAZIONE

Che cosa dovremmo fare allora in Europa?
In primo luogo, ci vuole un centro vero, cioè un esecutivo federale, politicamente legittimato, che rappresenti gli interessi della federazione nei confronti degli stati membri. La Commissione ha formalmente i poteri, ma non è sufficientemente legittimata per utilizzarli, e il Parlamento europeo è democraticamente legittimato, ma non ha i poteri. Difatti, l’Unione è retta dal Consiglio europeo, e l’area euro dall’Eurogruppo, assemblee di capi di Stato e di governo che ovviamente rappresentato solo gli interessi dei propri cittadini, a scapito di quelli comuni. Nessuna federazione o confederazione esistente è organizzata così, per la semplice ragione che così non funziona. Alla fine, per un politico nazionale, le elezioni provinciali in Westfalia necessariamente contano sempre di più degli interessi comuni dell’area, alla faccia delle emergenze.
Come costruire un centro legittimato? Una soluzione relativamente semplice, e di cui si discute molto, è quella di eleggere direttamente il presidente dell’Unione, in elezioni pan-europee, e trasformare la Commissione nel braccio esecutivo del presidente. Il presidente si sceglie i propri ministri, compreso il ministro delle Finanze dell’area euro e governa confrontandosi con il Senato degli Stati e il Parlamento.
In secondo luogo, la gestione della redistribuzione delle risorse tra gli Stati e anche i vari interventi di “salvataggio”, diciamo la gestione dell’Esm o del bilancio federale, devono essere affidati alla federazione, cioè al presidente politicamente legittimato, non ai singoli Stati. La redistribuzione orizzontale, tra aree ricche e aree povere semplicemente non esiste. Ovunque, è sempre la federazione che se occupa, con le proprie risorse. Ed è ovvio che sia così, altrimenti, qualcuno continuerà sempre ad affermare “vogliono il nostro oro”; a nessuno piace pagare per gli altri. Un centro così avrebbe poi anche tutta la legittimità democratica per intervenire, in cambio del denaro, imponendo l’approvazione centralizzata dei bilanci nazionali, un tema caro ai tedeschi.
In terzo luogo, una federazione europea così organizzata risolverebbe anche un altro terrore dei tedeschi, la transfer union. Non è vero che le federazioni sono necessariamente delle unioni di trasferimento; tendiamo a pensarla così, perché le nostre federazioni europee sono fortemente redistributive, a cominciare appunto dalla Germania. Ma la maggior parte delle federazioni esistenti sono in realtà poco distributive, i trasferimenti dal centro finanziano alcuni programmi nazionali, ma non dipendono dal livello di reddito relativo dei vari stati membri. E per l’appunto, la combinazione presidenzialismo-sistema bicamerale con un forte Senato delle regioni è il sistema che appare meno incline ai trasferimenti.
In quarto luogo, tutte le federazioni esistenti hanno sistemi di controllo sull’indebitamento degli enti sub-territoriali. I controlli possono essere market based, il controllo esercitato dai mercati finanziari tramite il prezzo del rischio dei bond locali, o di tipo gerarchico con regole, controlli, ispezioni e sanzioni dal centro. Ma solo gli Stati Uniti e il Canada sembrano in grado di controllare bene i propri stati/enti locali con le soluzioni di primo tipo, anche perché i mercati finanziari, come abbiamo imparato a nostre spese in Europa, funzionano in genere malissimo. In Europa ci abbiamo provato prima con le regole di Maastricht, ora con il fiscal compact e con l’accresciuto potere della Commissione. Ma la Commissione è troppo debole per poter essere veramente credibile come controllore, mentre un potere federale legittimato avrebbe tutta la forza per imporre davvero controlli e sanzioni.
Fantapolitica? Può essere. Intanto però cominciamo a parlarne.

Massimo Bordignon da www.lavoce.info

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