La partecipazione dei cittadini sostanza della democrazia

La festa della Repubblica è l’occasione per riflettere sulla sostanza della democrazia che da 70 anni è il principio che governa la nostra vita politica e istituzionale. Due sono i modi con i quali questo principio si realizza: il voto per eleggere le assemblee che gestiranno il potere in nome del popolo sovrano; l’organizzazione dei cittadini per concorrere a determinare le scelte politiche. Sono questi gli snodi cruciali del nostro essere Stato democratico.

festa della repubblicaSe per il voto le idee sono chiare così non è per la partecipazione dei cittadini alla politica. Troppo spesso confusa con il ruolo dei partiti si è offuscato il suo carattere “totalizzante” ovvero che non può essere racchiusa nell’unica espressione organizzativa data dalla forma partito. Bisogna rileggere l’articolo 49 della Costituzione: “Tutti i cittadini hanno diritto di associarsi liberamente in partiti per concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale”.

Questa formula poteva essere esaustiva nel 1948 quando la novità assoluta fu la rinascita dei partiti e la libertà di formazione del consenso. Oggi non basta più e l’art.49 ormai non è più adeguato ad esprimere la ricchezza democratica della società italiana. Nell’ambito di una riforma costituzionale vasta come quella su cui dovremo votare ad ottobre doveva essere riscritto anche questo articolo.

partecipareDue riflessioni vanno fatte al riguardo: la prima è che il diritto dei cittadini a concorrere a determinare la politica nazionale (e quelle regionali e locali) esiste di per sé ed è attributo che deriva dalla condizione di cittadinanza; la seconda è che i partiti ovvero le formazioni politiche che si presentano al voto degli elettori sono uno strumento. Affermare una gerarchia fra queste due fasi è necessario perché dopo 70 anni di repubblica si sono create altre forme di partecipazione che concorrono a determinare le scelte politiche a tutti i livelli. Se alle formazioni politiche che ottengono il voto per andare a comporre le assemblee elettive spetta un ruolo centrale è giunto il momento di riconoscere che vi sono altre sedi di espressione e di formazione della volontà politica dei cittadini che si pongono in rapporto dialettico con le istituzioni elettive e di governo.

Da molti anni associazioni, comitati e movimenti sono a tutti gli effetti sedi nelle quali si fa politica, si elaborano soluzioni e ci si impegna perché abbiano successo. E le istituzioni elettive e di governo non potrebbero fare a meno di un rapporto costante con queste espressioni di partecipazione. Pensare che tutto si svolga all’interno e tramite i partiti politici è illusorio e fuori dalla realtà attuale. E comunque sarebbe ora che, dopo 70 anni, si definisse una disciplina che regoli i partiti i quali sono associazioni private non regolamentate investite, però, di funzioni politiche rilevanti. Questa asimmetria va superata con la definizione di regole precise che i partiti devono rispettare per presentarsi come tali e chiedere il voto dei cittadini.

coinvolgimento cittadiniTuttavia non bastano nemmeno partiti, associazioni, comitati e movimenti perché occorre andare alla radice e ricercare il coinvolgimento di ogni singolo cittadino. Questa ricerca diventa un principio guida, un indirizzo che apre canali di comunicazione e di condivisione e può dare un’anima nuova alla Repubblica perché la partecipazione è la sostanza della democrazia. Occorre perciò riorganizzarne le modalità di funzionamento per incorporare una ricchezza di partecipazione che va oltre la dimensione partitica o genericamente quella organizzata.

Vanno costruite modalità che diano una base comune di informazione, di formazione e di trasparenza a disposizione di tutti e per dare voce a tutti. Abituarsi a decidere INSIEME ai cittadini significa puntare alla costruzione di una cultura civica più forte e radicata che faccia più forte e vero il legame tra cittadini, politica e istituzioni pubbliche. Non è utopia, ma una necessità che si basa su parole chiave valide per tutti: diritti e doveri; poteri e responsabilità. È questo che può garantirci altri decenni di libertà e di democrazia

Claudio Lombardi

La Repubblica democratica: un patrimonio comune, un obiettivo da raggiungere (di Claudio Lombardi)

Nel giorno del compleanno della Repubblica dobbiamo essere consapevoli che questa casa comune che gli italiani hanno costruito è un patrimonio che ci appartiene e che è infinitamente meglio di quello che c’era prima – il regime fascista – e prima ancora – la monarchia. Dobbiamo essere consapevoli che l’architettura che è stata disegnata da chi ha fondato la Repubblica e ha scritto la Costituzione è ancora un quadro di riferimento valido fatto di principi e di indicazioni programmatiche vivi e attuali. Dobbiamo metterci bene in testa che i guai dell’Italia non derivano da un’impostazione sbagliata della nostra Costituzione, ma da scelte politiche che hanno deviato dal disegno costituzionale e da comportamenti di singoli e di gruppi ripetuti nel tempo e tollerati (o premiati) che sono diventati cultura di governo e cultura civile di massa.

Molto si è parlato dell’illegalità come fenomeno orizzontale e come disvalore riconosciuto e condiviso degli italiani, una sorta di minimo comune denominatore. Chiunque può, con la sua esperienza di vita, dire se si tratta di verità o di invenzione, ma la realtà di una presenza diffusa e massiccia di veri  e propri sottosistemi di potere paralleli e intrecciati con quello dello Stato è un fatto che non si può contestare. Creati e sostenuti da chi? Politici, membri di apparati pubblici, affaristi e criminalità organizzata. In pratica una classe dirigente occulta, ma molto potente e feroce che non ha esitato anche in combutta con stati stranieri ad eseguire, coprire ed organizzare stragi, assassinii, ruberie.

Forse all’inizio si è trattato dell’appoggio delle mafie per raccogliere voti, poi ci si è aggiunta la guerra fredda che ha messo la democrazia sotto ricatto perché qualsiasi evoluzione sgradita al blocco di appartenenza si è tradotta in una reazione feroce e occulta. È stato così che al potere formale si è sovrapposto un potere parallelo al di fuori di ogni controllo. Intere regioni sono cadute nelle mani del blocco di potere politico-affaristico-mafioso finalizzato allo sfruttamento violento di ogni risorsa pubblica e privata. Il male che è stato fatto non si misura solo con gli assassinii e con le stragi, ma, con la distruzione delle ricchezze nazionali, con la condanna all’arretratezza dell’intero Meridione e con una deformazione clientelare e corrotta di ogni aspetto della vita pubblica e dell’economia che ha lasciato il segno nell’intero Paese come le vicende attualissime del presidente della Lombardia Formigoni a libro paga di un intrallazzatore di affari in sanità (Daccò) dimostra. Sarebbe interessante calcolare quanti soldi sono stati dilapidati in questo sistema di potere contrastato e conosciuto solo per alcuni squarci di verità grazie all’opera della Magistratura e ad un’opposizione politica e sociale che ha sopportato repressioni durissime.

Questa doppiezza del potere con le sue apparenze e con la sua effettività nascosta e protetta da apparati criminali sia pubblici (come i tristemente famosi servizi segreti deviati) e dalle mafie ha disarticolato il sistema democratico.

Certo, non tutto è stato storia criminale, ma i progressi nella costruzione di un Paese migliore sono stati il frutto di lotte epocali della parte più pulita degli italiani sia al vertice che alla base.

La lista dei caduti è lunga e va dall’umile bracciante ucciso a Portella Delle Ginestre dalle mitragliatrici del bandito Giuliano al soldo di una parte dello Stato, ad Enrico Mattei, ad Aldo Moro, a Falcone e Borsellino, a Guido Rossa, a Marco Biagi. La lista è troppo lunga e arriva fino ai nostri giorni passando per pagine vergognose e indegne di un regime democratico come è quella dell’aggressione di polizia alla scuola Diaz a Genova nel 2001.

Tutto ciò ci dice che la strada per dire che abbiamo costruito un regime democratico è ancora lunga e che non mai stato facile farlo né lo è adesso né lo sarà da adesso in poi.

Ecco perché non c’è ingegneria costituzionale in grado di farlo di per sé e di tener testa a questa combinazione micidiale di poteri occulti e reali, formali e sostanziali fondati sul consenso di un elettorato sottoposto a ricatti, a pressioni, spaventato con le stragi e con la severità della legge verso i più deboli o blandito con il clientelismo, la corruzione e con il permesso di violare la legalità.

Per questo suona male che in questi tempi di crisi un Parlamento delegittimato perché incapace di formare una maggioranza politica e di approvare una legge elettorale di minima decenza si metta a scrivere grandi riforme della Costituzione.

Già è successo con la legge costituzionale che vieta l’indebitamento dello Stato, una legge giudicata da molti stolta e ottusa e da altri perfettamente inutile. Ora si fa il bis con norme approssimative che cambiano ben poco di sostanziale, ma che aprono la strada ad un cambio di forma di governo spingendo ancora di più verso quella personalizzazione della politica che ha già fatto troppi danni.

L’elezione diretta del Presidente della Repubblica dotato di poteri analoghi a quello francese appare l’ennesimo sviamento dalla sostanza dei problemi fosse solo perché gli italiani non cercano un condottiero, ma onestà, verità, trasparenza e serietà.

La sostanza dei problemi è che l’Italia deve ancora completare la costruzione di uno Stato unitario fondato su un patto sociale e su una religione civile che faccia di ogni cittadino un protagonista consapevole e attivo, dotato di poteri e di responsabilità, di diritti e di doveri.

Riuscirci è l’augurio migliore che si possa fare alla nostra Repubblica e a noi stessi.

Claudio Lombardi