E fu semplicemente la Liberazione

La Liberazione, a casa mia, sta tutta in una vecchia foto. Due soldati americani con lunghi moschetti a tracolla entrano nella piazza dell’antico paese. Sono appena ragazzi, circospetti e ammutoliti, come sono ragazzi i partigiani che li accompagnano, con le giacche stazzonate e gli occhi accesi. Corrono, si guardano, nascondono vecchie rivoltelle nelle tasche sformate, uno di loro porta un fiasco di vino sotto braccio. Come una festa di campagna: tanto splendore sulle antiche pietre medievali, tanta giovanile meraviglia per la libertà improvvisamente ritrovata.

Anche qui, in questo angolo della Maremma toscana, la libertà arrivò al termine di un “lungo viaggio nella notte.” Nove mesi prima, il 13 giugno, reparti tedeschi e squadracce mussoliniane avevano fatto irruzione nel piccolo borgo minerario di Niccioleta per punire disertori e renitenti alla leva fascista. Sei minatori vennero fucilati subito, alle spicce, nel cortile dietro il forno della dispensa. Altri centocinquanta caricati sui camion e portati a Castelnuovo Val di Cecina: il giorno dopo, settantasette di loro furono fucilati davanti a una fossa comune.

Non ci fu nemmeno il tempo per piangere i morti e già la guerra era finita, con il lutto dentro le case e la festa in piazza. Né eroi, né martiri: come la foto che ricordo, anche la vera Liberazione – se dovessimo definirla oltre questo profondo crepaccio di anni – è prima di tutto nemica della retorica. Eppure oggi – 25 aprile 2019 – sarà giorno di retorica a fiumi, di bandiere che “garriscono” al vento, di eroismi giovanili e di discorsi alati. Del resto, tra i tanti peccati con cui siamo abituati a convivere, questo è un peccato appena veniale: se la retorica è il biglietto da pagare per mantenere vivo il ricordo, ebbene sia benvenuta anche la retorica.

In questa nostra Italia degli orrori, dove un intero quartiere di dimenticata periferia caccia a furor di popolo qualche decina di disperati in cerca di un tetto, il ricordo della Liberazione rischia di essere un lusso per pochi e un inciampo fastidioso per provvisorie autorità dedite alla ferocia quotidiana e al vituperio della memoria e della conoscenza.

Dunque, pazienza: in questo giorno anche noi sventoleremo la nostra bandiera e sopporteremo ardui discorsi da reduci: sarà la nostra piccola resistenza, il nostro antidoto personale contro l’ignoranza e la miseria dell’anima.

Una nostra fratellanza non detta, come – nelle parole del grande scrittore – la festa del mio borgo di Maremma è gemella della festa nella città di Alba imbandierata: «sfilarono i badogliani con sulle spalle il fazzoletto azzurro e i garibaldini con fazzoletto rosso e tutti, o quasi, portavano ricamato sul fazzoletto il nome di battaglia. La gente li leggeva come si leggono i numeri sulla schiena dei corridori ciclisti; lesse nomi romantici e formidabili, che andavano da Rolando a Dinamite. Con gli uomini sfilarono le partigiane, in abiti maschili, e qui qualcuno tra la gente cominciò a mormorare: – ahi, povera Italia! – perché queste ragazze avevano delle facce e un’andatura che i cittadini presero tutti a strizzar l’occhio».

In quella piazza della nuova Italia c’era anche mio padre: un contadino di ventidue anni che non volle indossare la camicia nera, fuggì alla macchia a mani nude e diventò partigiano con il fazzoletto rosso al collo. La storia di quel vecchio ragazzo è anche la mia storia.

Flavio Fusi tratto da www.tessere.org

L’eterno ritorno dell’arci-italiano

Era il 27 marzo di venticinque anni fa e noi tutti sapevamo come sarebbe andata a finire. Lo sapevamo anzi dal giorno prima, noi tutti del Tg3, il fior fiore di Telekabul, incollati davanti al televisore, testimoni increduli di una nascita mostruosa tra le fiamme dell’ ennesimo autodafé della sinistra.

E davvero non c’era partita tra la “gioiosa macchina da guerra” e l’uomo con il “sole in tasca.” Al duello finale Achille Occhetto si presentò con una giacca color pelo di cane che nemmeno i funzionari comunisti di Ceausescu buonanima. Silvio Berlusconi, il cavaliere, portava invece all’occhiello una spilla abbacinante e quella gemma riflessa dalle lenti delle telecamere brillava e rutilava come un diamante davanti agli occhi ammaliati di milioni di telespettatori. E furono milioni, il giorno dopo, a votare per quel partito nuovoForza Italia – che si chiamava come uno slogan da stadio di calcio e per quel miliardario fasciato dal doppiopetto d’ordinanza, con le scarpe a suola rialzata e con la fronte lustra di cerone, grandi orecchie e dentatura di caimano.

Non sapevamo invece – e lo avremmo capito a nostre spese negli anni e nei lustri che seguirono – che quell’apparizione televisiva aveva il valore di una sfolgorante, italica, domestica epifania. Anche noi – come il giovane Hegel spettatore della marcia di Napoleone per le strade di Jena – avremmo dovuto esclamare: «Ho visto lo spirito del mondo a cavallo».

Nasceva, in quei giorni di primavera, la seconda Repubblica. Il nostro piccolo Napoleone avrebbe non solo vinto alle urne – vinto e rivinto, poi perso e ancora vinto – ma avrebbe dominato, soggiogato e incantato una intera nazione. Lui, già smodatamente innamorato di sé, avrebbe fatto innamorare milioni di italiani. Che si incapricciarono nello stesso tempo delle ville e delle barche miliardarie, delle mogli tradite e delle amanti desnude, delle fabbrichette in Brianza e dei capitali offshore, delle feste eleganti e delle vacanze alle Bahamas.

Il 27 marzo 1994, come un laico Messia a lungo atteso, era finalmente arrivato l’arci-italiano, «un interprete magistrale del senso comune degli italiani». E dunque: sono un po’ bugiardi gli italiani? Berlusconi mentiva per la gola e nello stesso tempo giurava sulla testa dei figli innocenti. Sono un po’ mammoni gli italiani? Il cavaliere avrebbe eretto un mausoleo a mamma Rosa, eletta a nume tutelare della casa, della famiglia e della carriera politica. Sono un po’ puttanieri gli italiani? Silvio era il generale dei (pardon) puttanieri, con una intera scuderia di giovanissime innamorate, con innocenti festicciole nelle ville padronali, con un codazzo di anziani ammiccanti e milionari scioperati. «Ah, avercene!», sospiravano poveri pensionati interrogati ai giardinetti sull’ennesimo scandalo sessuale del grande seduttore. Sono barzellettieri gli italiani? Nessuno, nessuno, sapeva raccontare le barzellette come Silvio, certo un po’ scollacciate, un po’ ardite, un po’ esagerate: come quella della mela, o quella del malato di Aids, o quella dell’ ebreo che muore.

E il calcio, allora? Si era mai visto un politico patron di una squadra di calcio che vince tutto, come il Cavaliere con il suo Milan? Proprietario, dominus, tecnico, allenatore, Silvio dettava la formazione prima della partita e commentava il risultato dopo, digrignando i denti. Nel 2000, dopo la dolorosa sconfitta della Nazionale con la Francia nella finale degli Europei, il nostro tentò anche di farsi assumere come commissario tecnico degli azzurri, rimproverando il mite Zoff perché «uno come Zidane deve essere marcato a uomo, cribbio!»

L’italiano è indisciplinato? l’arci-italiano è appunto il re degli indisciplinati. Fa cucù alla Merkel e poi la chiama “culona”, sghignazza a Mosca su Obama “giovanotto un po’ abbronzato”, fa le corna dietro le spalle nelle foto di gruppo dei leader europei, chiama kapò un dirigente politico dell’ Europarlamento, ammicca e dà di gomito a Gheddafi mentre sfilano le belle amazzoni addette alla sicurezza del despota libico. Con Putin si veste da orso siberiano e con Chirac fa lo spiritoso sui bidet dell’ Eliseo.

In patria, perché è in patria che si vincono le elezioni, l’arci-italiano promette tutto a tutti: ai disoccupati annuncia un milione di posti di lavoro, agli evasori strizza l’occhio, agli studenti spaccia la rivoluzione “delle tre I”: internet, impresa, inglese. Alla fine, già ex cavaliere, arriva a promettere dentiere per gli anziani. La fine, appunto, ma l’orizzonte dell’arci-italiano non contempla la parola fine. Alberto Sordi, che interpretò per decenni un arci-italiano trasfigurato dalla magia del cinema – un po’ lazzarone ma reso inoffensivo e simpatico dalla lontananza dal potere – riuscì negli ultimi film a farci amaramente sorridere. Invecchia male invece l’arci-italiano che ha conosciuto e assaporato e abusato del potere sugli uomini e sulle cose: quella pelle conciata, quei capelli bituminosi, quella dentiera esagerata, quegli occhietti sempre più piccoli e quelle orecchie sempre più grandi.

Ma questa maschera è ormai il passato. Ciò che sta nascendo oggi è qualcosa di più e di diverso, un futuro che riconosciamo in questa lontana confessione di Lucio Colletti, lucido filosofo che pure fu affascinato dalla sirena del berlusconismo: «nella pentola delle streghe stanno ormai cuocendo gli ingredienti di un personaggio politico di tipo nuovo, capace di mettersi in filo diretto con gli umori profondi di una parte del paese». Parole di venti anni fa, quasi una funerea profezia per la terza Repubblica: la pentola delle streghe prepara un nuovo prototipo di arci-italiano, scolpito non nel ridicolo, ma nella ferocia nazionale.

Flavio Fusi tratto da www.tessere.org

“Una notte di dodici anni”, l’inferno Uruguay

Il bellissimo film di Alvaro Brechner racconta, senza retorica, l’odissea di tre uomini nell’Uruguay travolto dalla dittatura (dal 1973 al 1985). Il carcere, gli orrori, le torture, le umiliazioni e infine il lento ritorno all’umanità

Lacero, sporco, affamato, il prigioniero si affaccia allo spioncino. Grida agli aguzzini: «Rendetemi il mio mate e il mio pitale!». Gli agenti irrompono nella cella, lo massacrano a calci e bastonate. Lui, una larva umana, continua a gridare sotto i colpi: «Assassini, rendetemi il mio mate e il mio pitale!». Rendetemi la mia dignità di uomo e di cittadino: è storia vera, storia di un Paese, quella che mostra il regista uruguayano Alvaro Brechner nel suo film Una notte di dodici anni. I dodici anni (dal 1973 al 1985) sono i lunghi anni della dittatura uruguayana e sono anche gli anni che i protagonisti reali della vicenda scontarono nelle carceri dei militari golpisti.

Eleuterio Fernandez Huidobro (Nato), Mauricio Rosencof (Ruso), Josè Mujica (Pepe): militanti del gruppo armato Tupamaro, arrestati all’alba della dittatura, liberati all’alba della ritrovata democrazia: la telecamera del regista segue i suoi personaggi per 4380 giorni e notti, i capitoli della prigionia scanditi per anni, mesi e giorni. Il film racconta la discesa all’inferno come una galoppata nel delirio. Di volta in volta, senza preavviso, i prigionieri sono sbattuti da un carcere all’altro, in avamposti freddi e inospitali: svegliati di notte, bastonati, incappucciati, caricati sul camion, infine scaricati in una nuova cella, dentro un silos abbandonato, in una gabbia, in un fetido buco nella terra. Inverno ed estate: gelo nelle ossa, calore infernale, fame senza rimedio.

Così si faceva, in quegli anni, tra Cile, Uruguay e Argentina: il trasferimento dei detenuti si chiamava traslado, ma si chiamava traslado anche l’estremo trasferimento, l’ultimo viaggio verso la morte. Gli atti dei processi postumi sono pieni di trasferimenti. Dove sono i tuoi compagni? chiedono i magistrati all’unico sopravvissuto. I miei compagni – risponde lui – sono stati tutti trasferiti.

La dittatura si è impadronita anche delle parole, e le piega, le torce a suo piacimento, le tortura come tortura gli umani. Così il governo militare si chiama proceso, che significa: «processo di riorganizzazione nazionale». Desaparecidos sono poi le vittime, private anche dei corpi, delle spoglie mortali, ridotti a fantasmi, appunto: scomparsi. E le madri delle vittime che chiedono il ritorno a casa di questi fantasmi, cosa altro possono essere se non locas? cioè: streghe e pazze scatenate, alienate, invasate.

C’è un metodo, in questa bestiale crudeltà. Dice il carceriere: «Dovevamo uccidervi quando vi abbiamo catturato. Ma non è stato possibile, così ora vi renderemo pazzi». Il film di Brechner racconta dunque questa battaglia ostinata contro l’irruzione della pazzia. Pepe, Ruso e Nato sono soli, non possono incontrarsi, non possono parlare, non possono vedere, non hanno un pezzo di carta e una matita con cui scrivere, mangiano cibo di maiali, condividono le celle con i topi, soffrono il freddo estremo, la fame estrema, l’estrema sporcizia. Ma i tre compagni decidono di combattere questa battaglia, ognuno a suo modo: Ruso, che è scrittore, scriverà lettere d’amore per conto di un carceriere. Prima ricevendo in cambio una bastonata, poi dettando le parole una per una, infine vergando le frasi con un mozzicone di lapis su un prezioso pezzo di carta. Nato costruisce un sogno, dove ripercorre la quotidianità perduta, la luminosa pigrizia dei giorni trascorsi con la moglie. Pepe, ingaggia ogni ora un furioso corpo a corpo con i carcerieri, mai piegando la testa, chiedendo aiuto alla vecchia madre testarda che lo segue di città in città e di carcere in carcere.

La libertà arriva alla fine come un lento risalire dal fondo dell’abisso. Una cella e non un buco, una finestra sul cortile, una camicia non lacera, un pezzo di pane morbido, una parola non punita dal bastone: ti accorgi giorno dopo giorno che fuori la dittatura lascia la presa, lentamente, e sembra così facile tornare a vivere. Sta in questa assoluta non retorica la riuscita dell’opera di Brechner, premiata alla Biennale di Venezia. Quando si aprono le porte del carcere, Pepe entra nel nuovo mondo portando sotto braccio il pitale, il vaso da notte, dentro cui ha fatto crescere una piantina verde. Sono uomini e non eroi, quelli che, nell’ultima scena, il film consegna alla vita futura. Nel nuovo Uruguay, Nato diventerà ministro della difesa, Ruso continuerà a scrivere drammi e poesie. Pepe – lo sappiamo – sarà un amatissimo presidente della Repubblica. Degli altri – degli aguzzini – oggi non resta nemmeno la polvere.

Flavio Fusi tratto da www.succedeoggi.it

I Clinton escono di scena

Lui sempre più curvo sulla sua ennesima autobiografia, lei quasi un “presidente in esilio”: la favola dei Clinton è finita con l’addio di Hillary alla nuova rincorsa. Storia di una dinasty affascinante e controversa

New York, passeggi lungo la Broadway e ti imbatti nei manifesti di Hillary e Clinton: un’opera nuovissima in cartellone da qualche giorno al Golden Theater. La locandina è esplicita: «Se qualcosa vi suona familiare, non stupitevi: in un universo di infinite possibilità qualsiasi cosa può succedere. Hillary e Clinton esamina il meccanismo politico di un matrimonio, i ruoli sessuali, i limiti di un’esperienza, con uno sguardo approfondito e attuale a una dinastia americana in crisi». Chiaro, no? Come chiara e abrasiva è la definizione di tragedia comica («comic tragedy»).

Potenza dell’arte o delle coincidenze, proprio mentre a Broadway gli attori interpretano ogni sera la favola bella di Hillary e Bill, nella vita reale cala il sipario su una coppia, una dinastia politica, un pezzo di storia americana che ci ha tenuto inchiodati per oltre trenta anni. Hillary alla fine ha gettato la spugna, rinunciando ufficialmente a correre per la Casa Bianca nel 2020. E il suo addio è ruvido, quasi risentito: «Non vado da nessuna parte, non mi candido».

Nei giorni scorsi il New York Times ha intitolato appunto Sipario per i Clinton un pezzo al vetriolo scritto dalla regina dei commentatori politici americani, Maureen Dowd. Cattiva, cattivissima Maureen: «Nei 27 anni in cui ho seguito Bill e Hillary, ho sperimentato una intera gamma di emozioni. Di volta in volta mi hanno divertita, esaltata, disgustata. Ma ora sento per loro solo un sentimento di pena».

Nessuna pietà per i vinti. E Bill e Hillary, che furono la coppia più potente d’America e dunque del mondo, fanno ormai parte della schiera dei vinti. Il clintonismo è una pagina chiusa. Non esiste più quel presidente affabulatore, quel giovane uomo vigoroso che tanto ci affascinò negli anni Novanta. Non esiste più il «primo presidente nero d’America», il riconoscimento paradossale che William Jefferson Clinton portava sul petto come una medaglia. E non esiste più quella piccola, affamata, scanzonata dinasty di provincia, che mosse da Little Rock, Arkansas, alla conquista del sogno americano.

Viviamo, intendo noi occidentali, la fine di un’epoca che anch’essa tanto ci illuse. Il clintonismo in America, il blairismo nel Regno Unito, il pragmatismo del ruvido e affabile herr Schroeder in Germania: giovani rappresentanti di una sinistra moderna che sposava le ragioni del liberalismo, manovratori di una locomotiva che avanzava in tutto il mondo sui binari di acciaio della globalizzazione.

Ho ancora nella testa e nel cuore le parole con cui Bill Clinton all’inizio della sua avventura descrisse il nuovo corso mondiale. Volle andare in Vietnam, il giovane presidente, per chiudere la ferita di una guerra perduta e annunciare da lì il nuovo patto planetario. Ad Hanoi – di fronte ai dignitari di un inedito comunismo capitalista – così descrisse il destino comune di Est ed Ovest: «La globalizzazione è come la pioggia e come il vento, non si può fermare, non si può domare, non si può imbrigliare».

Il mito cominciò a scricchiolare ben prima del tramonto politico. Bill conquistò a mani basse i suoi due mandati, ma rischiò di inciampare in una sordida storia di sesso orale tra le scrivanie della Casa Bianca, di abbracci clandestini, di gonne macchiate di sperma gelosamente custodite nel freezer. Noi giornalisti eravamo a Cuba nel gennaio del 1998, a testimoniare lo storico incontro tra i due grandi vecchi del comunismo e del cattolicesimo, e i colleghi che arrivavano da Washington scommettevano sull’ormai prossimo impeachment, sull’inevitabile condanna del reprobo da parte dell’ America puritana e calvinista.

Nulla di tutto questo. Bill sopravvisse alla tempesta, grazie soprattutto al sacrificio di Hillary: la first lady tradita che si schierò a fianco del fedifrago. E sembrò più una cambiale a rendere che un atto di amore. Rigida, secchiona, fredda, calcolatrice, Hillary Rodham Clinton pose allora le basi di una piccola dinasty americana. Con quell’unione traballante, con troppi rancori nascosti sotto il sorriso, e con quella unica figlia, Chelsea: troppo timida, troppi denti, troppe lentiggini, troppi capelli. Ben altra cosa era stata la tragica dinasty dei Kennedy: nonni, fratelli, figli, amanti, sangue e dolore, la seduzione e il cuore di tenebra del potere. E altra cosa sarà poi la dinasty repubblicana dei Bush: i pozzi petroliferi sotto il grande cielo del sud, il ranch nel Texas, la madre padrona, il capostipite eroe dei cieli, il figlio sbagliato che diventa presidente.

Negli anni, un Bill incanutito ma ancora brillante si era riconvertito in sparring partner per la grintosa Hillary. Prima sfidanti sconfitti, poi grandi elettori di Barack Obama. La macchina Clinton girava a pieno ritmo, si riempivano le sale e gli stadi per ascoltare l’ex presidente più amato, e quella donna accanto a lui, con il sorriso tirato, i gesti studiati, il discorso politico corretto, solo una venatura di femminismo. Era troppo forte, Barack, e così Hillary si acconciò a darsi da fare come Segretario di Stato. Intanto studiava da presidente, mordeva il freno, in attesa della seconda occasione.

«È un lavoro duro, ma qualcuno deve pur farlo!». Per quindici anni la coppia si era dedicata a costruire una seconda occasione: i biografi hanno contato oltre 700 speeches ben pagati in giro per l’America e il mondo, più di 240 milioni di dollari accumulati a colpi di lauti onorari, un esercito di collaboratori, un irresistibile pacchetto di mischia. Nell’ultima tappa di questa loro rincorsa, Hillary e Bill – e noi tutti con loro – condividevano una sorta di confortevole filosofia della storia: dopo un presidente nero, l’inarrestabile progresso avrebbe regalato all’America un presidente donna.

La fine è purtroppo nota: alle urne Hillary conquista tre milioni di voti in più del suo avversario, ma il Congresso incorona presidente l’impresentabile “The Donald”, il bancarottiere, il predatore sessuale, l’imbarazzante gaffeur. Sipario: l’avventura di questa piccola dinasty è durata venti anni ed è stata in ogni caso una grande avventura. Bill è ormai ultra-settantenne, sempre accompagnato da un velo di tristezza, Hillary appesantita, a volte brusca. Scrive nel suo impietoso ritratto Maureen Dowd: «Lei si muove con l’aria di un presidente in esilio».

Non c’è cosa più grama, nell’America di sempre, che essere considerati losers, perdenti. E il passato non passa mai: pochi giorni fa Rebecca Kirszner Katz, senior strategist del Partito democratico, ha messo una pietra tombale sulle speranze della coppia: «L’affaire Lewinsky fu un abuso di potere che non doveva accadere, e se i Clinton non riescono ad ammetterlo più di venti anni dopo, è difficile pensare che possano far parte del futuro del nostro partito».

Oggi la rincorsa si ferma. Tanto lavoro in fumo, tante speranze, tante ambizioni, tanto ardore gettato al vento. Ultime notizie dalla famiglia: Bill sta per dare alle stampe un altro libro sulla sua esperienza, il quinto da quando ha lasciato la Casa Bianca nel 2001. Chelsea è incinta del terzo figlio. Hillary annuncia: «Continuerò a lavorare, a parlare, a schierarmi per i valori in cui credo». Sipario.

Flavio Fusi tratto da www.succedeoggi.it

Cosa ci insegna la vicenda Wikileaks (di Flavio Fusi)

Ora che è libero – anche se strettamente vigilato – Julian Assange potrà studiare le prossime mosse di una partita molto pericolosa. Un uomo solo contro le diplomazie di mezzo mondo, e soprattutto contro quel moloch del potere,  incarnato dall’ iper-potenza americana.

Il peccato mortale del fondatore di Wikileaks  – non considerando le accuse di violenza sessuale, dalle quali dovrà difendersi –  è quello di aver strappato la cortina di ipocrisia e doppia verità che guida i rapporti tra Stati e le relazioni internazionali.

 In poche settimane Wikileaks ha rovesciato sui giornali centinaia di migliaia di rapporti riservati della diplomazia americana, che mettono a nudo il  “fiume profondo” degli interessi e dello scontro di forze che scorre sotto le buone maniere del “nuovo mondo” semi-pacificato del Ventunesimo secolo.

 Si è a lungo discusso, e si discuterà a lungo,  sul vero terremoto che investe le cancellerie – dall’ Occidente, all’ Est, al Medio Oriente – ma non si è spesa una parola sul “tradimento” consumato ai danni dell’ opinione pubblica internazionale.

 E’ in gioco un diritto che nelle democrazie moderne dovrebbe essere sacro. Il diritto di sapere, di scambiare informazioni veritiere e di essere correttamente informati. 

Julian Assange si definisce  “alfiere della trasparenza assoluta”, ma anche il suo obbiettivo  è una trasparenza tra Stati, governi, poteri.  La trasparenza verso l’ uomo della strada – che la  retorica della democrazia occidentale considera il vero motore della storia – non è nemmeno presa in considerazione.

All’ opinione pubblica – oggi come ieri – non arrivano che frammenti deformati della verità dei fatti. Del resto, tutte le avventure militari  di questi albori del Ventunesimo secolo sono state scatenate sulla base di menzogne plateali, false verità, ipocrisia e vuota retorica.

 Ricordiamo che quanto si trattò di dare il via alla spedizione  americana in Iraq, il segretario di stato Colin Powell si presentò al Palazzo di vetro delle Nazioni Unite impugnando una misteriosa provetta che doveva provare la terribile minaccia delle armi di distruzione di massa in possesso di Saddam Hussein.

Era una menzogna, pura propaganda spacciata in dosi massicce, per  “vendere”  all’ opinione pubblica mondiale la guerra contro Bagdad.  Dosi massicce di menzogna, e dosi massicce di retorica.

 Oggi la vulgata del “progresso inarrestabile” vuole che il mondo sia diventato (come già diceva il vecchio McLuahn) un “villaggio globale”  e che le informazioni viaggino liberamente e senza limiti e ostacoli  tra le moltitudini che popolano il villaggio planetario.

 In realtà, in intere regioni e continenti, l’ informazione libera è una merce proibita.  E anche nel nostro fortunato pezzo di mondo la grande massa di informazione è molto spesso “avvelenata” : mistificata, amputata, piegata a potentissimi interessi politici ed economici.

 Questo ci insegna oggi la vicenda di Wikileaks e del “combattente solitario “ Julian Assange. 

L’ opinione pubblica occidentale dovrebbe gridare forte: “ci avete ingannati.” Eppure noi tutti assistiamo muti  a questo scontro di immani poteri, come una tribù primitiva che dalle sue caverne assiste sgomenta a una paurosa bufera di tuoni e lampi.

 Flavio Fusi