I populisti ovvero i finti pazzi al potere

Da Nixon a Trump e poi Boris Johnson fino al comico Zelensky in Ucraina i populisti sembrano governare in presa diretta col popolo in un tripudio dell’eccesso, ma è solo la riedizione moderna della “teoria del matto” ovvero di un antico insegnamento di Machiavelli che consigliava al principe di simulare la pazzia.

«Purtroppo, in America, abbiamo un presidente pazzo». Dall’alto della sua onorata carriera, il regista Brian De Palma si può permettere questo lapidario giudizio, senza timore di essere fulminato all’istante dall’ennesimo tweet scagliato dai giardini della Casa Bianca. Dunque, “the Donald”, questo omaccione ingombrante e volgare che occupa oggi la stanza dei bottoni della grande potenza occidentale sarebbe un pazzo inciampato per caso nella storia americana: una eccezione, un’anomalia, una parentesi destinata a non lasciar traccia nel prossimo futuro.

La questione, purtroppo, non è così elementare come la si può vedere dalle amene colline hollywoodiane, e nella stampa a stelle e strisce il dibattito è aperto da tempo, così come si conviene in una grande democrazia. Chini al capezzale del presidente, solo pochi mesi fa, in occasione del vertice clamorosamente fallito in Corea del Nord (che spettacolo: un braccio di ferro atomico tra due pazzi scatenati!) non pochi analisti hanno così riesumato la dimenticata “teoria del matto”: the Madman Theory.

Vediamo. Nel 1969, in piena crisi del Vietnam e al culmine della guerra fredda, l’amministrazione Nixon lavorò per far credere al Cremlino che il presidente americano era «irrazionale e imprevedibile», pronto dunque a scatenare una guerra nucleare nel braccio di ferro con l’avversario. Così lo stesso Nixon si confessa al suo capostaff, H.R. Haldeman: «Vedi Bob, io la chiamo la teoria del matto. I nordvietnamiti devono credere che io sono pronto a tutto per vincere questa  guerra, anche a costo di buttare la bomba…».  Va da sé che Tricky Ricky – il vecchio imbroglione della Casa Bianca – non aveva scoperto nulla di nuovo. Cinquecento  anni prima, Niccolò Machiavelli addestrava così il suo principe: «Come egli è cosa sapientissima simulare in tempo la pazzia…».

Dunque: pazzo o non pazzo? È un fatto che Richard Nixon fosse un grande bevitore e consumatore di pillole, che soffrisse di insonnia, di depressione, di ipertensione. Ma lasciamo questo vecchio presidente al suo destino: la teoria del pazzo fu considerata dai più avvertiti strateghi politici americani «inefficace e pericolosa» e presto abbandonata come una pittoresca esagerazione. Oggi occorre forse un ripensamento, vista la moltitudine di pazzi che occupano la scena internazionale e che piegano l’agenda politica del proprio e degli altrui Paesi a scomposte scalmane. Negli ultimi mesi ha fatto irruzione sulla scena il biondo, opimo, scatenato Boris Johnson, vero gemello di Donald Trump. In poche settimane il leader conservatore britannico è riuscito a conquistare il partito, mettere in mora il Parlamento, espellere i maggiorenti tories, ri-perdere il partito, passare in minoranza, infine avvolgere in una nebbia impenetrabile i destini della più antica democrazia europea.

Scrive sul New York Times il giornalista britannico James Butler: «Con Boris Johnson finisce l’Inghilterra: non con un’esplosione, ma con un falò di bionde ambizioni». Il ritratto dell’uomo è impietoso: «Il signor Johnson – la cui pigrizia è proverbiale e il cui opportunismo leggendario – è un uomo ben avvezzo ai tradimenti, un imbonitore che titilla i pregiudizi del suo pubblico per facili guadagni. La sua vita personale è incontinente, la sua carriera incoerente». Boris e Donald, gemelli separati dalle due sponde dell’Atlantico. Protagonisti di quello che ancora il New York Times chiama «the rise of radical incompetence»: l’ascesa dell’incompetenza radicale. I due leaders, sottolinea il politologo William Davies, «rifiutano con orrore l’idea stessa di un governo come impresa complessa e basata sui fatti». I guerrieri del populismo – avverte Francis Fukuyama – sono praticamente inutili: «Possono solo arrestare la crescita economica, esacerbare le contraddizioni e peggiorare lo stato del Paese». Ma l’onda è lunga, e Donald e Boris sono da tempo in buona e numerosa compagnia. In Brasile il presidente Jair Bolsonaro, dopo aver messo a ferro e fuoco l’Amazzonia per incompetenza e complicità con gli incendiari, scatena una guerra mediatica contro il presidente francese Macron, messo alla berlina per aver sposato una donna più anziana. «Mia moglie ha trenta anni meno di me», sogghigna sui social compiacenti il successore di Lula: la variante brasiliana della teoria del matto è un impasto di bullismo, machismo, incompetenza e aggressività.

Il suprematismo politico e presidenziale ha mille incarnazioni. A Est, il turco Erdogan riempie le patrie galere di avversari politici, magistrati e giornalisti; perde le elezioni a Istanbul e annulla il voto; incassa una nuova sconfitta e minaccia rappresaglie. In Ungheria il presidente Viktor Orbàn alza barriere di filo spinato per difendere i magiari dall’invasione turca e in casa propria sbatte in cella i barboni che osano farsi vedere per le strade di Budapest.

Ancora più a Est, il nuovo presidente ucraino Volodymir Zelensky è un comico che ha fatto fortuna con la serie televisiva Servitore del popolo, che ha fondato un partito con lo stesso nome e che ha conquistato il potere promettendo di «rovesciare il sistema». Zelensky gira il Paese con le telecamere al seguito, città per città convoca funzionari e burocrati, caccia e licenzia in diretta televisiva dignitari e politici locali: «Via di qui, ladro! Stasera stessa voglio le tue dimissioni!». Il pubblico applaude, per le strade la folla è in delirio. Riuscirà il giovane presidente a cambiare davvero il Paese, riuscirà ad estirpare la mala pianta della corruzione? Nessuno se lo chiede davvero, la gente è semplicemente affascinata dallo spettacolo in sé, dall’esibizione dei muscoli, dall’ adrenalina dei processi di piazza.

Il pazzo è arrivato al potere nelle pieghe più periferiche del pianeta. Prendete El Salvadòr, uno dei paesi più poveri e depressi del Centroamerica, teatro più di trenta anni fa di una sanguinosa guerra civile. Qui, tra campagne abbandonate e periferie dissipate, il nuovo presidente è Nayib Bukele, un millennial di origini palestinesi, una sorta di alieno apparso dal nulla della storia. Bukele, imprenditore di successo, sconosciuto in politica fino al suo inaspettato trionfo elettorale, governa a colpi di tweets, e a colpi di tweets – con la parola d’ordine/medicina – licenzia o promuove ministri e dignitari. In meno di una settimana, il giovane presidente ha ordinato la cacciata di una trentina di funzionari legati all’ex capo dello Stato. La formula è sempre la stessa: «Si ordina al ministero di rimuovere dal suo incarico e dallo stipendio il signor…». Ed è sempre identica la risposta del funzionario incaricato di tagliare la testa: «Subito, signor presidente…». Ha cambiato qualcosa, in Salvadòr, il nuovo presidente? Il Paese resta povero, insicuro, corrotto, migliaia di giovani si uniscono alle bande di criminali di strada o cercano di emigrare verso il Messico e gli Stati uniti. Nulla è cambiato, nella vita delle persone, ma lo stile di Bukele piace, e piace soprattutto l’odore del sangue.

Il comico, il buffone, il pazzo, il deforme nel corpo e nella mente.  Nella tradizione classica era il personaggio destinato a divertire la corte e il sovrano: un carattere secondario, concepito per strappare risate all’uditorio. «Ahi, povero Yorick. L’ho conosciuto, Orazio: un uomo di un brio inesauribile, d’una fantasia senza pari…dove sono ora i tuoi lazzi, le tue capriole, i tuoi canti, i tuoi lampi di allegria che a tavola alzavano scrosci di risate?». Oggi Yorick non è destinato all’oblio di un cimitero di campagna, anzi. Il matto ha soppiantato re e regine, Yorick infine è il sovrano stesso. E se il buffone ha le sembianze e il potere del sovrano, il mondo, il nostro mondo, come direbbe Amleto, è davvero fuori di sesto.

Flavio Fusi tratto da www.succedeoggi.it

Zingari zingaracci pagliacci e buffoni

Giocavamo nel parco, spensierati bambini degli anni Cinquanta, e le mamme ci rimproveravano: «Guardati! Ti sei conciato come uno zingaro». Zingaro: sostantivo maschile singolare. Zingara: sostantivo femminile singolare. Zingaraccio/a: sostantivo con suffisso spregiativo. Zinghero: accezione popolare («so’ stati i zingheri»).

Nel parla come mangi della politica nostrana degli anni Duemila, sono davvero stati i zingheri: a rubare, a sporcare, a rapire innocenti bambini bianchi, a meritarsi il castigo della ruspa. Il primo indiziato, il primo accusato, il primo gridato dai titoli della cronaca nera è sempre lo zingaraccio. Ricordate Erika e Omar, i due soavi sedicenni che nel 2001 uccisero a coltellate la madre e il fratellino di lei? Prima di confessare, accusarono a colpo sicuro albanesi, zingari, extracomunitari: l’intero melting pot dei barbari invasori.

Zingari, altro che Rom! Questi termini arcani lasciamoli ai radical chic come l’ultraottantenne senatrice Liliana Segre, scampata da Auschwitz, che così racconta come in un sol giorno nel campo vennero liquidati tutti i Rom: «Il nostro spazio confinava con le baracche degli zingari, che sembravano continuare a vivere la loro vita, senza divise, in famiglia. Poi una mattina non c’era più nessuno, il vento trascinava stracci, resti di stoffa, piccoli oggetti di casa, cenere. E allora una prigioniera disse: li hanno bruciati tutti».

A Babij Jar, un profondo dirupo alla periferia di Kiev, i nazisti che nella seconda guerra mondiale avanzavano verso Mosca uccisero almeno centomila esseri umani: prima gli ebrei, poi i comunisti e i prigionieri di guerra russi, poi gli ucraini non collaborazionisti, infine intere famiglie Rom. Per loro – racconta lo scrittore Anatolij Kuznecov – spesso non si sprecavano pallottole: bastava un colpo di badile in testa o nel ventre, una bastonata ben assestata. Si formavano così montagne di morti e moribondi, un verminaio di corpi straziati. Interveniva infine la santa ruspa, che tutto cancellava, che tutto livellava, che tutto nascondeva sotto tonnellate di terra.

Vi dice niente la parola ruspa, in questa sventata, limacciosa, infelice estate italiana? La bandiera della ruspa sventola sulla spiaggia di Milano Marittima, tra improbabili ariani d’occidente, cavernicoli gonfi di birra che si agitano e urlano e bevono e sudano e si scambiano selfies con il potente di turno. Guardi quelle foto scattate al Papeete Beach e ti verrebbe di dirlo, a quel bamboccione di ministro, con la pancia sudata, la bottiglia in mano, il cappellino da scemo e la lingua di fuori: «Guardati, ti sei conciato come uno zinghero!»

Eppure, eppure. I nazisti di Babij Jar mostravano quella funerea, diabolica gravitas che li rendeva protagonisti di una immane tragedia storica. Guai a confondere il ministro sbruffone con i mostri e gli spettri del secolo che ci sta alle spalle. Qui e oggi va invece in scena una truce commedia all’italiana che parla di piccole e piccolissime persecuzioni quotidiane, di violenza esibita e praticata, di abusi da guitti, di volgare ignoranza e di paura trasfigurata in aggressività: un cane che abbaia e mostra i denti. Non vi basta? Non ci basta? Come avverte Philip Roth: «Noi lasciamo una macchia, lasciamo una traccia, lasciamo la nostra impronta. Impurità, crudeltà, abuso, errore, escremento, seme: non c’è altro mezzo per essere qui».

Flavio Fusi tratto da www.tessere.org

Il disfattista al tempo del sovranismo

Disfattismo è l’opera di chi (disfattista)con voci allarmistiche e denigratorie tenta di ostacolare l’azione del governo o delle autorità, la riuscita o il buon andamento di una impresa…

SABATO

Da qualche tempo non dimentico di consultare il mio rating personale sui giornali che contano. Ebbene, proprio oggi ho avuto la cattiva notizia che paventavo da tempo: il mio spread individuale è stato aggiornato: da buonista, e senza nemmeno passare per la casella di malpancista (come segretamente speravo) sono stato degradato a disfattista.

Del resto, lo spiega bene “Il Fatto quotidiano”: ora che siamo in guerra, ora che le nostre cannoniere, i nostri elicotteri, i nostri sommergibili solcano il mare alla ricerca di terroristi dediti alla sostituzione etnica, non è più tempo di inutili bamboleggiamenti semantici: pane al pane, disfattista a disfattista.

Gli effetti di questo declassamento si sono subito fatti sentire. Ieri il mio macellaio di fiducia – un aborigeno padano dai modi spicci- ha fatto finta di non vedermi e si è rifiutato di servirmi la solita fettina di vitellone. Mentre battevo in ritirata, l’ho sentito mormorare: «Altro che vitellone! Vada a magnà il kebab dai suoi amici turchi».

Peggio è andata con la sora Rosa, che da trent’anni mi aggiusta giacche e pantaloni. La vecchia sarta mi ha preso di punta di fronte a tutti: «signor mio, io sono buona e cara. Ho fatto finta di niente quando era buonista, ma disfattista è davvero troppo. Da qui in avanti i bottoni se li faccia attaccare alla moschea».

Travolto dalla vergogna, ecco come sono. Da giorni questa parola – disfattista – mi risuona nella testa come una campana a morto. Nella speranza di qualche via di uscita almeno semantica, ho voluto cercare nel dizionario, ma quello che ho trovato mi ha addirittura gelato il sangue.

Ecco qui: «disfattismo è l’opera di chi con voci allarmistiche e denigratorie tenta di ostacolare l’azione del governo o delle autorità, la riuscita o il buon andamento di una impresa…». Ancora peggio: «in tempo di guerra è l’attività di chi con vari mezzi si adopera per la disfatta del proprio paese, anche col diffondere sfiducia e pessimismo sulle possibilità di vittoria». Tutto, tutto questo mi può essere addebitato. Non ho forse parlato con eccessiva disinvoltura delle ricette che dovranno portare il Paese a un nuovo miracolo economico? Non ho forse scosso la testa di fronte ai festeggiamenti per l’abolizione della povertà? E quando ho pubblicamente dichiarato che preferivo le “capitane” ai “capitani” (giuro, era uno scherzo!) lo sapevo, lo sapevo che mi sarebbe costato il passaggio sic et simpliciter dalla categoria di buonista a quella di disfattista.

Dunque eccomi pronto al sacrificio. Del resto, se mi soffermo sulla sorte di altri famosi disfattisti della storia, c’è poco da stare allegri. Lo scrittore russo Danijl Kharms, accusato di disfattismo e imprigionato durante l’assedio di Leningrado, morì di fame nella sua cella. Nella Germania nazista, Elizabeth von Thadden, una dolce signora che non amava Hitler, venne condannata a morte e impiccata per disfattismo e tentato tradimento. Mi fermo qui, perché mi tremano i polsi.

DOMENICA

Non ho attenuanti, non ho scuse da invocare. È vero che qualche giorno fa ho messo “mi piace” sotto il video che mostra il mancamento di Angela Merkel, lo svenimento e il tremore della cancelliera crucca. Ma che volete che sia un semplice like! Dovevo scrivere “culona”, ecco cosa dovevo fare! Mi dico che non tutto è perduto. Che il mio rating resta ancora nel range dei suffissi in -ista. Mia moglie, dio la benedica, mi rassicura. I guai tosti arrivano quando gli analisti recentemente assunti come navigators individuano uno spread personale nel campo davvero pericoloso dei suffissi in –ore. Non riesco nemmeno a pronunciarli, questi gradini dell’inferno: sabotatore, disertore, delatore, traditore. Per quanto mi riguarda, ho deciso fermamente di attestarmi sul bagnasciuga del disfattista, e magari risalire la china. Per questo, da domani, indosserò una maglietta con lo slogan «prima gli italiani», intanto per vedere l’effetto che fa sul macellaio e sulla sarta.

LUNEDI’

Sono rovinato! Tutto è perduto! Qualcuno che mi vuol male ha pubblicato sul mio profilo Fb la canzone Il disertore di Boris Vian. Proprio lì, dio ne scampi, dove scrive: «a tutti griderò di non partire più /e di non obbedire/ per andare a morire /per non importa chi./Per cui se servirà/ del sangue ad ogni costo/ andate a dare il vostro/ se vi divertirà». Denunciali! dice mia moglie. Ma chi devo denunciare? Questa maledetta canzone l’ho pubblicata proprio io qualche anno fa, quando mi baloccavo con l’idea di essere un giovane rivoluzionario, pronto a combattere per la gente contro i poteri forti.

Disgraziato, mi sono rovinato con le mie mani. Ecco appunto: sfoglio “Il Fatto quotidiano” e leggo che il mio spread personale è schizzato nel campo pericolosissimo della rima in –ore. Disertore, c’è scritto, papale papale. A loro non la si fa, siamo perduti. Mia moglie si torce le mani, i figli piangono nella culla, il cane abbaia. Sento già gli scarponi chiodati dei navigators rimbombare nella tromba delle scale. È la fine. Adieu, adieu, remember me!

Flavio Fusi tratto da www.tessere.org

Il concorsone dei navigator

In migliaia hanno attraversato la penisola per aspirare a uno dei 2.980 posti da “navigator”, il mestiere di chi dovrebbe trovare un mestiere agli altri.

Fin dai tempi spensierati di Totò e Peppino, il “concorsone” è un classico della commedia all’italiana. La parola evoca folle sterminate che sgomitano e si accalcano, aule troppo piccole, bigliettini e appelli a voce alta, risse nei corridoi, caldo asfissiante, svenimenti e speranze al vento. In alto, tra minacciose nuvole estive, il grande Moloch del “posto fisso” sghignazza e si prende gioco dei candidati sfiniti.

Nulla cambia, nel nostro incorreggibile Paese, anche quando l’antico  concorsone serve a selezionare  una figura nuovissima  e misteriosa: il navigator.  «Chi siamo, che cosa siamo venuti a fare, dove andremo», si chiedono dunque con esistenziale interrogativo i quasi ventimila aspiranti navigators che proprio in queste ore affrontano la prova nei grandi spazi della Fiera di Roma.

Ecco una transumanza che conosciamo da decenni: in migliaia hanno attraversato la penisola a bordo di grandi autobus di linea, vengono in gran parte dal Sud ma anche dal Nord,  sono in maggioranza donne, sono giovani ma anche di mezza età, precari e disoccupati, laureati di tutte le risme. In sintesi: uno spaccato dell’Italia che conosciamo, incerta, stanca, alla ricerca di stabilità e piccole certezze.

Da questo esercito, come prescrive la legge, saranno selezionati i 2.980 fortunati. E dopo? qui le tavole della legge si fanno nebulose: i navigators dovranno aiutare i percettori del reddito di cittadinanza a trovare lavoro. Disoccupati diventati precari  che aiutano disoccupati a diventare precari: «spingitori di spingitori di cavalieri», come spiegava Corrado Guzzanti, raccontandoci a suo modo il meccanismo bellico del medioevo.

C’è poco da ridere, purtroppo. «Qui dentro ho incontrato tanti concorsisti di mestiere», si sfoga un ragazzo. «È un concorso per disperati. È il fallimento dello Stato». Ma così vanno le cose, nel paese dei concorsoni. Uno ci prova, magari ci riesce. Prova a rispondere a cento domande con cento crocette in cento minuti: un miscuglio di discipline, dai classici della macro-economia, al marketing, alle nuove leggi del governo del cambiamento. Con tanta buona volontà e un po’ di fortuna diventi navigator, risolvi per un periodo il tuo problema, in attesa –chissà –  di risolvere i problemi degli altri.

C’è sempre la vecchia anima dell’io speriamo che me la cavo,  nel Paese futurista che affronta  rombando i primi tornanti del terzo millennio. L’Italia di oggi è uno spettacolo, e il mondo – potete giurarci – guarda con stupore a questo miscuglio di prometeismo e arte di arrangiarsi: eroi e farisei. Scrive il New York Times: «Nell’attuale versione italiana della politica alla rovescia, il buono è denunciato  come imbelle, gli  esperti sono derisi e i più concreti dati economici vengono sottoposti ad analisi dadaiste».

In attesa della versione dadaista del reddito di cittadinanza restiamo al nostro concorsone, alle speranze allo scetticismo e ai tremori dei candidati, nelle aule affollate della Fiera di Roma: ce la spacciano per una rivoluzione, in realtà è solo la vecchia riffa di Totò e Peppino.

Flavio Fusi tratto da www.tessere.org

I patacones, nonni dei minibot

Argentina, 2001: la crisi – mal gestita da pessimi politici – mette in ginocchio il Paese. Per far fronte ai debiti e per pagare i dipendenti pubblici, lo Stato corrotto decide di stampare una “quasi moneta”: i patacones. Vi ricorda qualcosa?

Cominciamo dalla fine. Agosto 2016: il governo di Mauricio Macri ordina la distruzione di 239 milioni di biglietti, impacchettati in colonne ben ordinate per centinaia di metri e conservati da dieci anni nei sotterranei del Bapro (Banca della provincia di Buenos Aires). In pochi giorni sono inviate al macero 240 tonnellate di carta senza alcun valore. Vanno così in fumo miliardi e miliardi di patacones, una moneta spuria e impotente, simbolo di uno dei periodi più neri della storia del Paese.

Per l’Argentina, più che di un falò delle vanità, si tratta del falò della politica. Vediamo: nel pieno della rovinosa crisi economica del 2001-2002, con le banche chiuse, i conti correnti bloccati e sanguinose proteste di piazza, il governo provinciale di Buenos Aires emette una nuova moneta (ufficialmente “Letra de Tesoreria para cancelacìon de obligaciones”) per pagare i fornitori e far fronte agli stipendi degli impiegati del settore pubblico. Tecnicamente, si tratta di un buono che sostituisce a tutti gli effetti il Peso argentino, in un momento in cui la penuria di circolazione legale della moneta rende impossibile far fronte ai debiti dell’amministrazione pubblica.

Le crisi – come scrive El Paìs – stimolano da sempre un disperato sarcasmo, e producono a cascata barzellette, calembours, parole nuove. In Argentina, l’uomo della strada – l’operaio, l’impiegato e il borghese rovinati dalla recessione – accettò a denti stretti il termine patacones, e lo tradusse in cuasimonedas: per intendere lo sciame di farfalle di carta che invase l’asfittico mercato della capitale fallita.

L’esempio di Buenos Aires fu presto seguito in tutto il Paese. Mentre la crisi si trasformava in fallimento, ogni governo regionale stampò la propria quasi-moneta, in una sarabanda di nomi di tragica fantasia: Lecop, Quebracio, Lecor, Tucu, Bocade, Cecaror, Huarpes.

Alla fine della sagra si conteranno ben sedici tipi di moneta fittizia, ognuno con il suo colore, i suoi profili di qualche Padre della patria, i suoi numeri di serie. Inutile dire che l’emissione dei fantasiosi biglietti non ebbe alcun effetto benefico sulla sorte del Paese, che dovette passare attraverso tutti i gironi infernali del fallimento economico e politico: scontri di piazza, cadute di governi, fughe di presidenti, chiusura delle banche e rovina delle industrie, disoccupazione e fame.

Altro che patacones! Intorno alle fabbriche sbarrate della periferia industriale di Buenos Aires si fece largo un’economia parallela basata sui cosiddetti crediti: in pratica, il ritorno al baratto, dove un dolce fatto in casa vale due paia di calzini e una lezione di inglese (per chi non si rassegna) si può scambiare con un taglio di capelli.

I nostri cugini d’Argentina ci sono dunque già passati, attraverso questa febbre dei patacones, e la storiella dei minibot l’hanno già sperimentata. In Italia, la ricetta è in qualche modo simile. Lo Stato deve pagare i creditori e in prospettiva i dipendenti pubblici, ma i soldi non ci sono. C’è invece una montagna di debiti, che cresce a vista d’occhio. Se con l’euro, Roma (e ci mancherebbe) non può stampare moneta, quale migliore scorciatoia che inventare una quasi-moneta? I creditori, finalmente pagati, saranno soddisfatti. I politici al governo potranno esultare, su Facebook si potrà dire di aver risolto un altro problema, alla faccia dell’Europa dei banchieri. Poi, è vero, la crisi farà il suo corso e ci consegnerà il conto, ma guai a chiamarla crisi. Si tratterà al massimo di un processo di aggiustamento dell’economia. La cronaca del Rio della Plata racconta che nel 2016 i patacones stipati nei sotterranei della Banca si erano infine trasformati in un problema ambientale: «Sono trascorsi gli anni e l’inchiostro ha cominciato a puzzare, i pacchetti si gonfiano e si rompono, l’umidità ha creato la muffa…». Insomma, una rovina.

Per l’Argentina, distruggere i patacones ha significato in un certo senso voltare pagina rispetto a un periodo nero della storia nazionale. È stato come mettere ordine, tornare a una fragile normalità. Nessuna lezione: che la storia insegni qualcosa è una balla a cui nemmeno i più ingenui credono più, e questo vale per l’Argentina e vale per l’Italia. Così non è davvero escluso che il nostro Paese ignaro e scervellato alla fine si incammini fischiettando dentro il tunnel di qualche italico patacòn. Tuttavia un avviso ai naviganti è perlomeno doveroso: la crisi argentina del 2001 culminò con l’assalto ai palazzi del potere politico e finanziario, e al grido «que se vayan todos!». E tutti – proprio tutti – i politici sciagurati che avevano contribuito alla rovina del Paese dovettero fare le valige e andarsene di corsa.

Flavio Fusi tratto da www.succedeoggi.it

Il conflitto tra città e campagna nella vittoria di Salvini

Matteo Salvini ha vinto (per ora) la sua guerra chiamando a raccolta l’Italia delle campagne per stringere d’assedio quella delle città. Davvero è inevitabile che questi due mondi esprimano idee, stili di vita e cultura differenti? La storia dice di sì…

Li abbiamo visti arrivare alla periferia di Belgrado – era il lontano agosto del 1995 – in cerca di un rifugio che nessuno avrebbe concesso. Sotto il sole del mezzogiorno si snodava una lunga processione di camion arrugginiti, trattori, vecchie auto, carri, animali. Contadini con la faccia chiusa e le mani grandi, donne in nero, ragazze in lacrime, bambini laceri. Sui rimorchi, poche suppellettili strappate alle case in fiamme, cesti di ortaggi fangosi strappati ai campi abbandonati. Contadini serbi in fuga disperata verso sud. Gente di terra, agricoltori, pastori e montanari: le Kajine, i territori di frontiera, erano ormai perdute sotto l’urto dell’esercito croato. Da Knin a Bihac la campagna di Bosnia volgeva al termine e tramontava nel sangue la stella nera di Milosevic.

Altrettanto sconfitta era la città che accoglieva con rabbia quel popolo di sconfitti. Belgrado spettrale: da Pancevo ai quartieri dormitorio, si riempivano di profughi le periferie e nel centro si svuotavano i ristoranti sul lungofiume di Zemun. Via dalla città in armi, molti – moltissimi – già se ne erano andati: ceti intellettuali, media borghesia, intere famiglie in fuga verso la Germania o il Canada. Chiuse da anni le riviste letterarie e politiche che in tempi non lontani erano il vanto della capitale, in esilio i giornalisti, svuotato e deserto il quartiere studentesco di Skardaljia, con i suoi caffè, le sue orchestrine, le sue chiacchiere nella sera.

Si compiva così, sotto i nostri occhi, la profezia di un grande intellettuale e patriota Yugoslavo: Bogdan Bogdanovic, architetto e scrittore, comunista dissidente, sindaco di Belgrado negli anni Ottanta. Fu Bogdanovic a coniare il termine “urbicido”, per definire l’attacco che nelle guerre bosniache fu scatenato dalle campagne e dalle montagne contro le città e la società cosmopolita che esse rappresentavano. Distruzione fisica di luoghi ed edifici, ma anche distruzione simbolica della cultura, dello spirito e della idea di convivenza urbana espressa dalla metropoli.

Città e campagna, tribù umane in perenne conflitto: la chiusura delle genti di montagna contro l’apertura delle genti di città, cosmopolitismo contro identitarismo, nulla di nuovo sotto il sole. Del resto già negli anni Quaranta fu il grande timoniere Mao Ze Dong a teorizzare una rivoluzione contadina da portare alla vittoria attraverso l’accerchiamento delle città da parte delle campagne. E il leader cinese individuò nelle campagne arretrate dell’immenso Paese l’epicentro della prassi insurrezionale. La rivoluzione mosse dunque dalla periferia verso Pechino, conquistò Pechino, e infine – in una singolare e disastrosa mossa del cavallo – esiliò intellettuali e studenti a lavorare la terra nelle Comuni contadine.

Peggio fecero i Khmer rossi cambogiani quando deportarono al lavoro coatto nelle campagne chiunque portasse gli occhiali – simbolo odioso di intellettualità – decretando così la morte fisica di migliaia di innocenti insieme alla morte simbolica delle città, svuotate dai loro abitanti e abbandonate inermi all’assalto della foresta tropicale.

Ma se la guerra – come insegna Clausewitz – non è che la politica combattuta con altri mezzi, in questi tempi di prolungata pace si può affermare anche l’inverso: e cioè che la politica altro non è che la continuazione della guerra con altri mezzi. E la politica di oggi, con le sue ruvidezze e i suoi eccessi, ci porta inevitabilmente alla guerra delle campagne contro la città. Succede ovunque – questa guerra – nella nostra Europa che si riscopre smarrita, identitaria, populista e sovranista. Ma è in Italia, come un Mao Ze Dong alla rovescia, che il padano Matteo Salvini ha coronato la sua rivoluzione. Da Nord a Sud, la carta elettorale del Paese dopo il 26 maggio mostra che è compiuto l’accerchiamento delle città da parte della campagna.

A chi gli rimprovera o gli riconosce il mutamento di prospettiva del suo partito, il leader della nuova destra potrebbe rispondere che nulla è cambiato da quegli anni lontani. Anche allora, regnante Bossi, la Lega Nord era il popolo dei montanari che scendevano a valle per combattere contro Roma ladrona: la città peccaminosa, meticcia, multietnica e multiculturale, il covo dei radical chic, dei culattoni e degli intellettuali da terrazza. La metropoli cosmopolita contro il maso chiuso. E anche le periferie delle città, dove attecchisce il verbo della destra leghista e fascista e dove i poveri sono reclutati per fare la guerra ai Rom, non è già più città, ma luogo spurio senza tempo e senza geografia, una campagna senza campagna, un non-luogo, come sono le villas miserias di Buenos Aires.

Le città – per converso – diventano oggi un simbolo di resistenza. Resistenza politica, nelle nostre frastornate democrazie. Da Milano a Firenze, da Bari a Bologna, in Italia. A Madrid e Parigi, a Berlino – che ha conosciuto il Muro e ancora porta con le sé le sue cicatrici. Nella Londra multietnica, esposta alla tempesta della Brexit e guidata da un sindaco coraggioso, figlio di genitori pakistani.

Contro altre città, e contro altre piazze, la guerra è tutt’altro che simbolica. Lontano nel tempo, 2 ottobre 1968, la repressione armata si abbatte contro la manifestazione studentesca che occupa Piazza delle Tre culture, a Città del Messico. L’esercito e la polizia sparano dagli elicotteri e dal tetto del ministero degli esteri, uccidendo centinaia di ragazzi. Il massacro si compie nel silenzio di un Paese dalle sterminate e miserabili campagne, ipnotizzato dalla imminente apertura dei Giochi Olimpici. Trenta anni fa, Pechino. Nella notte tra il 3 e il 4 giugno il pugno di ferro dell’oligarchia senile comunista si accanisce sugli studenti che presidiano Piazza Tien An men. I giovani chiedono democrazia, partecipazione, riconoscimento del merito negli studi. Vicino al ritratto di Mao hanno innalzato una grande statua della libertà fatta di cartone, legno e cartapesta. L’esercito circonda il centro di Pechino con i carri armati, poi entra in forze nella piazza. Non conosceremo mai il numero delle vittime di quel massacro, che pone fine ad una unica, breve stagione di speranza. Le campagne – che nella rivoluzione vittoriosa hanno circondato le città – non sanno, non conoscono, sono intrattenute dalla eroica narrazione del potere: sopravvivete, lavorate, se potete arricchitevi, obbedite e non fate domande.

Poi, Il Cairo, piazza Tahrir: manifestazioni e repressione. La capitale si è illusa, ma per spegnere le speranze nella primavera araba sono sufficienti i risultati di un’elezione “democratica” in cui milioni di contadini vengono spinti in massa a votare per il potere politico e religioso, istigati contro i costumi dissoluti della modernità, il contagio occidentale, le tentazioni demoniache della grande città. In Turchia, Istanbul vota contro il regime, e il giorno dopo il regime annulla il voto. Il velo alle donne, la legge consuetudinaria, la gabbia delle prescrizioni sessuali, il Corano brandito come una clava assediano la città degli studenti, delle nuove professioni, dell’ informazione libera, della modernità, dei diritti.

La città, lo sappiamo, non è il paradiso in terra. Quasi sempre è brutta sporca e cattiva. Nelle nostre città – nelle metropoli dell’Occidente e dell’Oriente – la solitudine, le solitudini, sono il pane quotidiano per milioni di esseri umani. Ma qui circola la vita, qui si intrecciano le storie, qui la nascita non è sempre il destino. In mezzo a mille violenze, tradimenti e contraddizioni, le città combattono una battaglia silenziosa contro l’oscurità. Al termine del viaggio, quando l’aereo plana silenzioso sopra Roma, Manhattan, Mosca, Buenos Aires, Città del Messico, Mumbay, Istanbul, la città è un tappeto di luci sfolgorante nel buio profondo della notte.

Flavio Fusi tratto da www.succedeoggi.it

E fu semplicemente la Liberazione

La Liberazione, a casa mia, sta tutta in una vecchia foto. Due soldati americani con lunghi moschetti a tracolla entrano nella piazza dell’antico paese. Sono appena ragazzi, circospetti e ammutoliti, come sono ragazzi i partigiani che li accompagnano, con le giacche stazzonate e gli occhi accesi. Corrono, si guardano, nascondono vecchie rivoltelle nelle tasche sformate, uno di loro porta un fiasco di vino sotto braccio. Come una festa di campagna: tanto splendore sulle antiche pietre medievali, tanta giovanile meraviglia per la libertà improvvisamente ritrovata.

Anche qui, in questo angolo della Maremma toscana, la libertà arrivò al termine di un “lungo viaggio nella notte.” Nove mesi prima, il 13 giugno, reparti tedeschi e squadracce mussoliniane avevano fatto irruzione nel piccolo borgo minerario di Niccioleta per punire disertori e renitenti alla leva fascista. Sei minatori vennero fucilati subito, alle spicce, nel cortile dietro il forno della dispensa. Altri centocinquanta caricati sui camion e portati a Castelnuovo Val di Cecina: il giorno dopo, settantasette di loro furono fucilati davanti a una fossa comune.

Non ci fu nemmeno il tempo per piangere i morti e già la guerra era finita, con il lutto dentro le case e la festa in piazza. Né eroi, né martiri: come la foto che ricordo, anche la vera Liberazione – se dovessimo definirla oltre questo profondo crepaccio di anni – è prima di tutto nemica della retorica. Eppure oggi – 25 aprile 2019 – sarà giorno di retorica a fiumi, di bandiere che “garriscono” al vento, di eroismi giovanili e di discorsi alati. Del resto, tra i tanti peccati con cui siamo abituati a convivere, questo è un peccato appena veniale: se la retorica è il biglietto da pagare per mantenere vivo il ricordo, ebbene sia benvenuta anche la retorica.

In questa nostra Italia degli orrori, dove un intero quartiere di dimenticata periferia caccia a furor di popolo qualche decina di disperati in cerca di un tetto, il ricordo della Liberazione rischia di essere un lusso per pochi e un inciampo fastidioso per provvisorie autorità dedite alla ferocia quotidiana e al vituperio della memoria e della conoscenza.

Dunque, pazienza: in questo giorno anche noi sventoleremo la nostra bandiera e sopporteremo ardui discorsi da reduci: sarà la nostra piccola resistenza, il nostro antidoto personale contro l’ignoranza e la miseria dell’anima.

Una nostra fratellanza non detta, come – nelle parole del grande scrittore – la festa del mio borgo di Maremma è gemella della festa nella città di Alba imbandierata: «sfilarono i badogliani con sulle spalle il fazzoletto azzurro e i garibaldini con fazzoletto rosso e tutti, o quasi, portavano ricamato sul fazzoletto il nome di battaglia. La gente li leggeva come si leggono i numeri sulla schiena dei corridori ciclisti; lesse nomi romantici e formidabili, che andavano da Rolando a Dinamite. Con gli uomini sfilarono le partigiane, in abiti maschili, e qui qualcuno tra la gente cominciò a mormorare: – ahi, povera Italia! – perché queste ragazze avevano delle facce e un’andatura che i cittadini presero tutti a strizzar l’occhio».

In quella piazza della nuova Italia c’era anche mio padre: un contadino di ventidue anni che non volle indossare la camicia nera, fuggì alla macchia a mani nude e diventò partigiano con il fazzoletto rosso al collo. La storia di quel vecchio ragazzo è anche la mia storia.

Flavio Fusi tratto da www.tessere.org

L’eterno ritorno dell’arci-italiano

Era il 27 marzo di venticinque anni fa e noi tutti sapevamo come sarebbe andata a finire. Lo sapevamo anzi dal giorno prima, noi tutti del Tg3, il fior fiore di Telekabul, incollati davanti al televisore, testimoni increduli di una nascita mostruosa tra le fiamme dell’ ennesimo autodafé della sinistra.

E davvero non c’era partita tra la “gioiosa macchina da guerra” e l’uomo con il “sole in tasca.” Al duello finale Achille Occhetto si presentò con una giacca color pelo di cane che nemmeno i funzionari comunisti di Ceausescu buonanima. Silvio Berlusconi, il cavaliere, portava invece all’occhiello una spilla abbacinante e quella gemma riflessa dalle lenti delle telecamere brillava e rutilava come un diamante davanti agli occhi ammaliati di milioni di telespettatori. E furono milioni, il giorno dopo, a votare per quel partito nuovoForza Italia – che si chiamava come uno slogan da stadio di calcio e per quel miliardario fasciato dal doppiopetto d’ordinanza, con le scarpe a suola rialzata e con la fronte lustra di cerone, grandi orecchie e dentatura di caimano.

Non sapevamo invece – e lo avremmo capito a nostre spese negli anni e nei lustri che seguirono – che quell’apparizione televisiva aveva il valore di una sfolgorante, italica, domestica epifania. Anche noi – come il giovane Hegel spettatore della marcia di Napoleone per le strade di Jena – avremmo dovuto esclamare: «Ho visto lo spirito del mondo a cavallo».

Nasceva, in quei giorni di primavera, la seconda Repubblica. Il nostro piccolo Napoleone avrebbe non solo vinto alle urne – vinto e rivinto, poi perso e ancora vinto – ma avrebbe dominato, soggiogato e incantato una intera nazione. Lui, già smodatamente innamorato di sé, avrebbe fatto innamorare milioni di italiani. Che si incapricciarono nello stesso tempo delle ville e delle barche miliardarie, delle mogli tradite e delle amanti desnude, delle fabbrichette in Brianza e dei capitali offshore, delle feste eleganti e delle vacanze alle Bahamas.

Il 27 marzo 1994, come un laico Messia a lungo atteso, era finalmente arrivato l’arci-italiano, «un interprete magistrale del senso comune degli italiani». E dunque: sono un po’ bugiardi gli italiani? Berlusconi mentiva per la gola e nello stesso tempo giurava sulla testa dei figli innocenti. Sono un po’ mammoni gli italiani? Il cavaliere avrebbe eretto un mausoleo a mamma Rosa, eletta a nume tutelare della casa, della famiglia e della carriera politica. Sono un po’ puttanieri gli italiani? Silvio era il generale dei (pardon) puttanieri, con una intera scuderia di giovanissime innamorate, con innocenti festicciole nelle ville padronali, con un codazzo di anziani ammiccanti e milionari scioperati. «Ah, avercene!», sospiravano poveri pensionati interrogati ai giardinetti sull’ennesimo scandalo sessuale del grande seduttore. Sono barzellettieri gli italiani? Nessuno, nessuno, sapeva raccontare le barzellette come Silvio, certo un po’ scollacciate, un po’ ardite, un po’ esagerate: come quella della mela, o quella del malato di Aids, o quella dell’ ebreo che muore.

E il calcio, allora? Si era mai visto un politico patron di una squadra di calcio che vince tutto, come il Cavaliere con il suo Milan? Proprietario, dominus, tecnico, allenatore, Silvio dettava la formazione prima della partita e commentava il risultato dopo, digrignando i denti. Nel 2000, dopo la dolorosa sconfitta della Nazionale con la Francia nella finale degli Europei, il nostro tentò anche di farsi assumere come commissario tecnico degli azzurri, rimproverando il mite Zoff perché «uno come Zidane deve essere marcato a uomo, cribbio!»

L’italiano è indisciplinato? l’arci-italiano è appunto il re degli indisciplinati. Fa cucù alla Merkel e poi la chiama “culona”, sghignazza a Mosca su Obama “giovanotto un po’ abbronzato”, fa le corna dietro le spalle nelle foto di gruppo dei leader europei, chiama kapò un dirigente politico dell’ Europarlamento, ammicca e dà di gomito a Gheddafi mentre sfilano le belle amazzoni addette alla sicurezza del despota libico. Con Putin si veste da orso siberiano e con Chirac fa lo spiritoso sui bidet dell’ Eliseo.

In patria, perché è in patria che si vincono le elezioni, l’arci-italiano promette tutto a tutti: ai disoccupati annuncia un milione di posti di lavoro, agli evasori strizza l’occhio, agli studenti spaccia la rivoluzione “delle tre I”: internet, impresa, inglese. Alla fine, già ex cavaliere, arriva a promettere dentiere per gli anziani. La fine, appunto, ma l’orizzonte dell’arci-italiano non contempla la parola fine. Alberto Sordi, che interpretò per decenni un arci-italiano trasfigurato dalla magia del cinema – un po’ lazzarone ma reso inoffensivo e simpatico dalla lontananza dal potere – riuscì negli ultimi film a farci amaramente sorridere. Invecchia male invece l’arci-italiano che ha conosciuto e assaporato e abusato del potere sugli uomini e sulle cose: quella pelle conciata, quei capelli bituminosi, quella dentiera esagerata, quegli occhietti sempre più piccoli e quelle orecchie sempre più grandi.

Ma questa maschera è ormai il passato. Ciò che sta nascendo oggi è qualcosa di più e di diverso, un futuro che riconosciamo in questa lontana confessione di Lucio Colletti, lucido filosofo che pure fu affascinato dalla sirena del berlusconismo: «nella pentola delle streghe stanno ormai cuocendo gli ingredienti di un personaggio politico di tipo nuovo, capace di mettersi in filo diretto con gli umori profondi di una parte del paese». Parole di venti anni fa, quasi una funerea profezia per la terza Repubblica: la pentola delle streghe prepara un nuovo prototipo di arci-italiano, scolpito non nel ridicolo, ma nella ferocia nazionale.

Flavio Fusi tratto da www.tessere.org

“Una notte di dodici anni”, l’inferno Uruguay

Il bellissimo film di Alvaro Brechner racconta, senza retorica, l’odissea di tre uomini nell’Uruguay travolto dalla dittatura (dal 1973 al 1985). Il carcere, gli orrori, le torture, le umiliazioni e infine il lento ritorno all’umanità

Lacero, sporco, affamato, il prigioniero si affaccia allo spioncino. Grida agli aguzzini: «Rendetemi il mio mate e il mio pitale!». Gli agenti irrompono nella cella, lo massacrano a calci e bastonate. Lui, una larva umana, continua a gridare sotto i colpi: «Assassini, rendetemi il mio mate e il mio pitale!». Rendetemi la mia dignità di uomo e di cittadino: è storia vera, storia di un Paese, quella che mostra il regista uruguayano Alvaro Brechner nel suo film Una notte di dodici anni. I dodici anni (dal 1973 al 1985) sono i lunghi anni della dittatura uruguayana e sono anche gli anni che i protagonisti reali della vicenda scontarono nelle carceri dei militari golpisti.

Eleuterio Fernandez Huidobro (Nato), Mauricio Rosencof (Ruso), Josè Mujica (Pepe): militanti del gruppo armato Tupamaro, arrestati all’alba della dittatura, liberati all’alba della ritrovata democrazia: la telecamera del regista segue i suoi personaggi per 4380 giorni e notti, i capitoli della prigionia scanditi per anni, mesi e giorni. Il film racconta la discesa all’inferno come una galoppata nel delirio. Di volta in volta, senza preavviso, i prigionieri sono sbattuti da un carcere all’altro, in avamposti freddi e inospitali: svegliati di notte, bastonati, incappucciati, caricati sul camion, infine scaricati in una nuova cella, dentro un silos abbandonato, in una gabbia, in un fetido buco nella terra. Inverno ed estate: gelo nelle ossa, calore infernale, fame senza rimedio.

Così si faceva, in quegli anni, tra Cile, Uruguay e Argentina: il trasferimento dei detenuti si chiamava traslado, ma si chiamava traslado anche l’estremo trasferimento, l’ultimo viaggio verso la morte. Gli atti dei processi postumi sono pieni di trasferimenti. Dove sono i tuoi compagni? chiedono i magistrati all’unico sopravvissuto. I miei compagni – risponde lui – sono stati tutti trasferiti.

La dittatura si è impadronita anche delle parole, e le piega, le torce a suo piacimento, le tortura come tortura gli umani. Così il governo militare si chiama proceso, che significa: «processo di riorganizzazione nazionale». Desaparecidos sono poi le vittime, private anche dei corpi, delle spoglie mortali, ridotti a fantasmi, appunto: scomparsi. E le madri delle vittime che chiedono il ritorno a casa di questi fantasmi, cosa altro possono essere se non locas? cioè: streghe e pazze scatenate, alienate, invasate.

C’è un metodo, in questa bestiale crudeltà. Dice il carceriere: «Dovevamo uccidervi quando vi abbiamo catturato. Ma non è stato possibile, così ora vi renderemo pazzi». Il film di Brechner racconta dunque questa battaglia ostinata contro l’irruzione della pazzia. Pepe, Ruso e Nato sono soli, non possono incontrarsi, non possono parlare, non possono vedere, non hanno un pezzo di carta e una matita con cui scrivere, mangiano cibo di maiali, condividono le celle con i topi, soffrono il freddo estremo, la fame estrema, l’estrema sporcizia. Ma i tre compagni decidono di combattere questa battaglia, ognuno a suo modo: Ruso, che è scrittore, scriverà lettere d’amore per conto di un carceriere. Prima ricevendo in cambio una bastonata, poi dettando le parole una per una, infine vergando le frasi con un mozzicone di lapis su un prezioso pezzo di carta. Nato costruisce un sogno, dove ripercorre la quotidianità perduta, la luminosa pigrizia dei giorni trascorsi con la moglie. Pepe, ingaggia ogni ora un furioso corpo a corpo con i carcerieri, mai piegando la testa, chiedendo aiuto alla vecchia madre testarda che lo segue di città in città e di carcere in carcere.

La libertà arriva alla fine come un lento risalire dal fondo dell’abisso. Una cella e non un buco, una finestra sul cortile, una camicia non lacera, un pezzo di pane morbido, una parola non punita dal bastone: ti accorgi giorno dopo giorno che fuori la dittatura lascia la presa, lentamente, e sembra così facile tornare a vivere. Sta in questa assoluta non retorica la riuscita dell’opera di Brechner, premiata alla Biennale di Venezia. Quando si aprono le porte del carcere, Pepe entra nel nuovo mondo portando sotto braccio il pitale, il vaso da notte, dentro cui ha fatto crescere una piantina verde. Sono uomini e non eroi, quelli che, nell’ultima scena, il film consegna alla vita futura. Nel nuovo Uruguay, Nato diventerà ministro della difesa, Ruso continuerà a scrivere drammi e poesie. Pepe – lo sappiamo – sarà un amatissimo presidente della Repubblica. Degli altri – degli aguzzini – oggi non resta nemmeno la polvere.

Flavio Fusi tratto da www.succedeoggi.it

I Clinton escono di scena

Lui sempre più curvo sulla sua ennesima autobiografia, lei quasi un “presidente in esilio”: la favola dei Clinton è finita con l’addio di Hillary alla nuova rincorsa. Storia di una dinasty affascinante e controversa

New York, passeggi lungo la Broadway e ti imbatti nei manifesti di Hillary e Clinton: un’opera nuovissima in cartellone da qualche giorno al Golden Theater. La locandina è esplicita: «Se qualcosa vi suona familiare, non stupitevi: in un universo di infinite possibilità qualsiasi cosa può succedere. Hillary e Clinton esamina il meccanismo politico di un matrimonio, i ruoli sessuali, i limiti di un’esperienza, con uno sguardo approfondito e attuale a una dinastia americana in crisi». Chiaro, no? Come chiara e abrasiva è la definizione di tragedia comica («comic tragedy»).

Potenza dell’arte o delle coincidenze, proprio mentre a Broadway gli attori interpretano ogni sera la favola bella di Hillary e Bill, nella vita reale cala il sipario su una coppia, una dinastia politica, un pezzo di storia americana che ci ha tenuto inchiodati per oltre trenta anni. Hillary alla fine ha gettato la spugna, rinunciando ufficialmente a correre per la Casa Bianca nel 2020. E il suo addio è ruvido, quasi risentito: «Non vado da nessuna parte, non mi candido».

Nei giorni scorsi il New York Times ha intitolato appunto Sipario per i Clinton un pezzo al vetriolo scritto dalla regina dei commentatori politici americani, Maureen Dowd. Cattiva, cattivissima Maureen: «Nei 27 anni in cui ho seguito Bill e Hillary, ho sperimentato una intera gamma di emozioni. Di volta in volta mi hanno divertita, esaltata, disgustata. Ma ora sento per loro solo un sentimento di pena».

Nessuna pietà per i vinti. E Bill e Hillary, che furono la coppia più potente d’America e dunque del mondo, fanno ormai parte della schiera dei vinti. Il clintonismo è una pagina chiusa. Non esiste più quel presidente affabulatore, quel giovane uomo vigoroso che tanto ci affascinò negli anni Novanta. Non esiste più il «primo presidente nero d’America», il riconoscimento paradossale che William Jefferson Clinton portava sul petto come una medaglia. E non esiste più quella piccola, affamata, scanzonata dinasty di provincia, che mosse da Little Rock, Arkansas, alla conquista del sogno americano.

Viviamo, intendo noi occidentali, la fine di un’epoca che anch’essa tanto ci illuse. Il clintonismo in America, il blairismo nel Regno Unito, il pragmatismo del ruvido e affabile herr Schroeder in Germania: giovani rappresentanti di una sinistra moderna che sposava le ragioni del liberalismo, manovratori di una locomotiva che avanzava in tutto il mondo sui binari di acciaio della globalizzazione.

Ho ancora nella testa e nel cuore le parole con cui Bill Clinton all’inizio della sua avventura descrisse il nuovo corso mondiale. Volle andare in Vietnam, il giovane presidente, per chiudere la ferita di una guerra perduta e annunciare da lì il nuovo patto planetario. Ad Hanoi – di fronte ai dignitari di un inedito comunismo capitalista – così descrisse il destino comune di Est ed Ovest: «La globalizzazione è come la pioggia e come il vento, non si può fermare, non si può domare, non si può imbrigliare».

Il mito cominciò a scricchiolare ben prima del tramonto politico. Bill conquistò a mani basse i suoi due mandati, ma rischiò di inciampare in una sordida storia di sesso orale tra le scrivanie della Casa Bianca, di abbracci clandestini, di gonne macchiate di sperma gelosamente custodite nel freezer. Noi giornalisti eravamo a Cuba nel gennaio del 1998, a testimoniare lo storico incontro tra i due grandi vecchi del comunismo e del cattolicesimo, e i colleghi che arrivavano da Washington scommettevano sull’ormai prossimo impeachment, sull’inevitabile condanna del reprobo da parte dell’ America puritana e calvinista.

Nulla di tutto questo. Bill sopravvisse alla tempesta, grazie soprattutto al sacrificio di Hillary: la first lady tradita che si schierò a fianco del fedifrago. E sembrò più una cambiale a rendere che un atto di amore. Rigida, secchiona, fredda, calcolatrice, Hillary Rodham Clinton pose allora le basi di una piccola dinasty americana. Con quell’unione traballante, con troppi rancori nascosti sotto il sorriso, e con quella unica figlia, Chelsea: troppo timida, troppi denti, troppe lentiggini, troppi capelli. Ben altra cosa era stata la tragica dinasty dei Kennedy: nonni, fratelli, figli, amanti, sangue e dolore, la seduzione e il cuore di tenebra del potere. E altra cosa sarà poi la dinasty repubblicana dei Bush: i pozzi petroliferi sotto il grande cielo del sud, il ranch nel Texas, la madre padrona, il capostipite eroe dei cieli, il figlio sbagliato che diventa presidente.

Negli anni, un Bill incanutito ma ancora brillante si era riconvertito in sparring partner per la grintosa Hillary. Prima sfidanti sconfitti, poi grandi elettori di Barack Obama. La macchina Clinton girava a pieno ritmo, si riempivano le sale e gli stadi per ascoltare l’ex presidente più amato, e quella donna accanto a lui, con il sorriso tirato, i gesti studiati, il discorso politico corretto, solo una venatura di femminismo. Era troppo forte, Barack, e così Hillary si acconciò a darsi da fare come Segretario di Stato. Intanto studiava da presidente, mordeva il freno, in attesa della seconda occasione.

«È un lavoro duro, ma qualcuno deve pur farlo!». Per quindici anni la coppia si era dedicata a costruire una seconda occasione: i biografi hanno contato oltre 700 speeches ben pagati in giro per l’America e il mondo, più di 240 milioni di dollari accumulati a colpi di lauti onorari, un esercito di collaboratori, un irresistibile pacchetto di mischia. Nell’ultima tappa di questa loro rincorsa, Hillary e Bill – e noi tutti con loro – condividevano una sorta di confortevole filosofia della storia: dopo un presidente nero, l’inarrestabile progresso avrebbe regalato all’America un presidente donna.

La fine è purtroppo nota: alle urne Hillary conquista tre milioni di voti in più del suo avversario, ma il Congresso incorona presidente l’impresentabile “The Donald”, il bancarottiere, il predatore sessuale, l’imbarazzante gaffeur. Sipario: l’avventura di questa piccola dinasty è durata venti anni ed è stata in ogni caso una grande avventura. Bill è ormai ultra-settantenne, sempre accompagnato da un velo di tristezza, Hillary appesantita, a volte brusca. Scrive nel suo impietoso ritratto Maureen Dowd: «Lei si muove con l’aria di un presidente in esilio».

Non c’è cosa più grama, nell’America di sempre, che essere considerati losers, perdenti. E il passato non passa mai: pochi giorni fa Rebecca Kirszner Katz, senior strategist del Partito democratico, ha messo una pietra tombale sulle speranze della coppia: «L’affaire Lewinsky fu un abuso di potere che non doveva accadere, e se i Clinton non riescono ad ammetterlo più di venti anni dopo, è difficile pensare che possano far parte del futuro del nostro partito».

Oggi la rincorsa si ferma. Tanto lavoro in fumo, tante speranze, tante ambizioni, tanto ardore gettato al vento. Ultime notizie dalla famiglia: Bill sta per dare alle stampe un altro libro sulla sua esperienza, il quinto da quando ha lasciato la Casa Bianca nel 2001. Chelsea è incinta del terzo figlio. Hillary annuncia: «Continuerò a lavorare, a parlare, a schierarmi per i valori in cui credo». Sipario.

Flavio Fusi tratto da www.succedeoggi.it

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