Tutti a casa? No, un patto per lo sviluppo (di Claudio Lombardi)

tutti a casaTutti a casa”, lo slogan su cui il M5S vinse le elezioni, è rilanciato da una protesta sociale diffusa che non sa bene che altro proporre. Il “tutti a casa” vorrebbe essere il grido di battaglia di un popolo arrabbiato, ma di per sé serve a poco, si fa la fine del moscone contro il vetro. Si dice “popolo” ma ogni persona ha la sua storia e ha i suoi problemi e bisogna tenerne conto. Comunque per cambiare qualcosa servono buone idee e senza queste cambiare classe dirigente è una illusione ed è pure inutile.

La crisi si compone di due pezzi: le condizioni per produrre ricchezza; chi decide sulla sua distribuzione. Il primo pezzo non si dipende solo da noi perché il mondo è grande e siamo tutti interconnessi. Il secondo, invece, in gran parte, sì. La questione dei limiti che ci vengono dall’Europa che sembra adesso la causa principale della crisi, in realtà, si riduce alla questione del cambio e del debito: con l’euro la svalutazione non è più possibile in un solo paese e il debito pubblico non può crescere a volontà. Nulla ci dice di come produrre ricchezza e di come distribuirla in ogni paese. Ovvero se un paese ha un’economia debole e arretrata e uno Stato che non riesce a redistribuire il reddito in maniera equa e che lo spreca per inefficienza e per corruzione l’Europa non ne è responsabile, ma potrebbe fare molto. Se volesse. Insomma può aggravare una situazione già compromessa o dare una mano a risolverla. Dare una mano, non fare miracoli.

fragile ItaliaSulla produzione di ricchezza incidono la globalizzazione e il dominio della finanza speculativa. Ma l’Italia è più vulnerabile perché il suo modello economico non funziona più come quando la svalutazione e i bassi salari servivano a lanciare produzioni a basso prezzo e la competizione mondiale non esisteva. La Cina, in piccolo, eravamo noi. L’Italia è una Repubblica democratica fondata sul lavoro perché nel lavoro abbiamo riconosciuto lo strumento di affermazione della dignità dell’uomo. Ma il lavoro non è assistenza, deve generare un valore che sia scambiabile o fruibile.

famiglia italianaL’Italia è pur sempre un paese ricco e dispone di un solido risparmio familiare: il vero ammortizzatore sociale oggi in funzione, ma ormai questo non basta più. La crescita della povertà, la diffusione del precariato, l’aumento delle disuguaglianze indicano che il modello sociale italiano comincia a non funzionare più.

La precarietà è, forse, la chiave di lettura che descrive meglio la situazione. Per le persone sentirsi precari significa esasperare le reazioni e immaginare in anticipo uno scivolamento verso il basso anche se ancora non si è verificato. La parola disperazione viene usata sempre più spesso per descrivere la situazione generale anche quando se ne potrebbe circoscrivere l’utilizzo a gruppi di persone.

Precari sono tanti lavoratori che vedono ridotte le garanzie ed il potere di acquisto del salario, a fronte di richieste sempre più pressanti sugli impegni di produttività. Messi in concorrenza con i poveri e gli sfruttati di tutto il mondo sentono che il loro futuro sarà probabilmente peggiore del presente. Precarie le condizioni delle famiglie che attingono al risparmio (quando ce l’hanno), ma soprattutto, sentono che il sostegno da parte dello Stato non è più una certezza.

precarietàPrecarie le condizioni delle piccole e medie imprese, asse portante della struttura economica produttiva italiana. Una precarietà fatta di pochi, ma cruciali, elementi: mancanza di credito, crisi negli sbocchi di mercato (interno ed esterno), burocrazia che favorisce la grande dimensione, pressione fiscale, contesti sociali e territoriali sfavorevoli (criminalità, servizi, giustizia civile).

Precaria è la condizione dei lavoratori stranieri che abbiamo accolto nel nostro paese, che sono diventati indispensabili, ma che ancora ci ostiniamo a considerare un problema e non una risorsa consegnandoli, spesso, agli sfruttatori della clandestinità e alla criminalità.

precaria ItaliaPrecari l’ambiente e il territorio usati e abusati in maniera distruttiva. Catastrofi che non hanno più niente di naturale, ma sono prodotte da scelte individuali di singoli e di organizzazioni produttive che tengono conto solo dei loro interessi immediati. Sub cultura civile, ignoranza, illegalità diffusa, Stato e politica complici. Abbiamo una responsabilità verso le generazioni future, ma, in realtà, dobbiamo stare attenti a noi stessi perché il prezzo degli abusi ricade rapidamente sempre più spesso sulle nostre teste e su quelle dei nostri figli. Chi ha costruito la casa sul greto di un fiume non può dormire sonni tranquilli rinviando la soluzione alle generazioni future.

Cosa possiamo fare dunque ? certamente non nasconderci dietro gli slogan facili che non portano da nessuna parte. Ci vuole una specie di patto che liberi la creatività delle immense risorse nazionali; che ci riconduca ad un rinnovato senso di responsabilità, individuale e sociale. Se pensiamo che una nuova classe dirigente nasca per magia dalla protesta ci prendiamo in giro da soli.

Dobbiamo invece riconoscere ed ammettere apertamente che privilegi piccoli e grandi sono stati distribuiti a pioggia nei decenni passati. Hanno creato frazioni trasversali nella società, gruppi chiusi nella tutela del proprio particolare. Ostacoli al cambiamento. Dobbiamo ricercare, insieme, un diverso equilibrio, più sostenibile. Quello attuale non lo è più, comunque. Di politica e di istituzioni abbiamo bisogno quindi più che tutti a casa dobbiamo invitare tutti a fare il loro dovere e assumerci la responsabilità di fare il nostro.

Claudio Lombardi

La tentazione della rabbia e dell’isolamento (di Claudio Lombardi)

crisi italianaLa situazione è drammatica e i responsabili sono tanti sia fuori dai confini nazionali che all’interno. Prendersela con i grandi speculatori della finanza è difficile. Appaiono tanto lontani quanto “innocenti” nel fare i loro interessi come fossero animali che seguono solo il loro istinto. In realtà una finanza ormai sconfinata nel gioco d’azzardo criminale non ha giustificazioni e vive grazie alla complicità dei governi che hanno tolto ogni limite alla fabbrica virtuale dei soldi. Diciamolo più chiaro: la politica negli stati più potenti del mondo ha aiutato la speculazione finanziaria e continua a coprirla. Questa la causa prima.

L’Europa e l’euro pure sono responsabili e sono più vicini a noi. Ma cosa è meglio: sfasciare tutto e navigare da soli nel mondo (in questo mondo e con un debito pubblico come il nostro si è dipendenti dai prestiti per vivere) oppure stare dentro l’Europa? Meglio l’Europa e lottare per imporre una direzione politica che controlli la moneta e il cambio.

farsi affari propriTutto qui? No, perché altri responsabili sono qui tra noi e sono le classi dirigenti che hanno usato lo Stato per farsi gli affari loro. Mica solo i politici, ma tanti tanti altri. Guardiamoci attorno, forse anche il nostro vicino di casa truffa lo stato perché dichiara il falso per prendersi i benefici riservati a chi guadagna poco. I politici hanno fatto male il loro lavoro, certo. E devono essere cambiati, certo anche questo. Ma perché lo stiamo dicendo da anni e si sta cominciando a farlo solo ora? Guardiamoci un po’ allo specchio, sù, perché noi tutti li abbiamo votati e tollerati. E non è Berlusconi che oggi è valutato oltre il 20% dei voti? E non vi viene in mente una relazione tra sfascio e chi ha governato per tanti anni? E allora?

arrabbiatiTanti urlatori dicono di avere il popolo dalla loro parte. Ma quale popolo? Il popolo siamo tutti e ognuno di noi decide da chi farsi rappresentare. Non è che chi urla, solo per questo, parla a nome nostro.

Soprattutto diffidiamo dalle semplificazioni. La ricerca di una spiegazione rapida e rassicurante, un nemico contro cui sfogarci. Per esempio la politica che è vista solo come il regno degli inganni e come un peso per la società. Si diffonde il mito della democrazia diretta che non si integra con gli stati e con le istituzioni, ma li sostituisce magari con un collegamento internet. Bello, vero? Peccato che la politica sia lo specchio della società e che i migliori fanno dappertutto una gran fatica ad avanzare e che i peggiori si affermano con più facilità. Dappertutto o quasi. Qualcuno dovrebbe studiare il fenomeno.

crisi democraziaSta di fatto che spesso furbizia, cinismo e disinteresse per i valori morali premiano più che il lavoro onesto, la dedizione al proprio dovere, l’onestà intellettuale. Ma i primi hanno bisogno dei secondi come dell’aria che respirano sennò su chi prevarrebbero? L’arte di sedurre gli elettori, per esempio, è indispensabile ben più del ragionamento pacato. Seduzione significa anche urlare la rabbia degli altri rappresentandola sul palcoscenico come fa Grillo. Crea empatia, si dice, e tutto sembra più semplice. L’empatia convince di più, si sa. Già, ma poi?

L’alternativa? C’è, ma è difficile e più complessa. La crescita culturale e civile e la democrazia sono le basi per una maggiore libertà e per una ricchezza più diffusa. Non servono più straricchi, servono più benestanti, milioni di benestanti. Ma bisogna crescere e prendere in mano il proprio destino. Come? Organizziamo la partecipazione alla politica con partiti, movimenti, associazioni. Scendiamo in piazza,  ma su obiettivi concreti e realizzabili. E non facciamoci più prendere in giro. Cambiare in meglio si può, ma bisogna usare il cervello

Claudio Lombardi

I capi e il popolo

Dunque lo pseudo movimento dei “Forconi” nel più perfetto stile insurrezionale della destra estrema si prepara a bloccare l’Italia. Da Forza Nuova a Casa Pound e persino agli ultras degli stadi, i gruppi fascisti, neonazisti o soltanto teppisti si preparano a scendere in piazza con i “forconi”.

“Demolire il sistema, tutti a casa” le parole d’ordine. Un  linguaggio che invoca una resa dei conti finale, ma che mette in secondo piano il che fare dopo. Le parole della rabbia non lo dicono perché ciò che conta è sfasciare. Ma dopo? Si vive sfasciando forse?

Per il dopo l’unica risposta è “dare il potere al popolo”. Troppo poco. L’esperienza dimostra che la finzione del popolo che decide nasconde sempre un imbroglio, nasconde cioè qualcuno che si autonomina CAPO e che si incarica di interpretare direttamente i bisogni del popolo senza bisogno dei politici e della politica. Con queste idee si governa una piccola tribù non un paese di 60 milioni di persone.

La storia ci dice che i capi hanno finito sempre per prendersi poteri assoluti e li hanno usati per distruggere i popoli non per farli vivere meglio. E allora perché i capi che avanzano oggi dovrebbero fare meglio? Sono forse dei santi? Uno degli aspiranti capi è Berlusconi e non c’è altro da dire: basta la parola. Un altro è Grillo e di lui, invece, bisogna parlare.

Il suo cavallo di battaglia è la democrazia diretta digitale. Trasforma uno strumento – tra tutti il meno sicuro, il più falsificabile e inaffidabile – in un potere istituzionale. L’idea di una partecipazione attraverso internet non è assurda, anzi, è il futuro. Ma da sola non basta e poi è l’esempio costituito dal M5S che non va (a parte il fatto che lì dentro nessuno ruba e non è poco). Il M5S vive una colossale contraddizione perché non esiste alcun modo per mettere in discussione i due capi del movimento, Grillo e Casaleggio e le loro decisioni. Eppure il movimento è vivo, diffuso e partecipato, ma nessuno ha il potere per contestare le scelte dei capi. È questo l’esempio da seguire? Una democrazia diretta senza trasparenza nelle mani di pochi? No e allora le urla da comizio e la rabbia a cui si vuole dare voce non bastano perché poi quando si vanno a compiere le scelte politiche i capi devono ispirare, non comandare. Cambiare il sistema politico è una cosa complessa. Governare pure. Quindi buon esempio, proposte concrete e libertà di scelta perché a scatola chiusa non si compra nemmeno il Movimento 5 stelle