Il governo, il contratto e il rischio

Dopo 80 giorni di discussioni, trattative e tergiversazioni per la formazione di un governo oggi 23 maggio sembra che un Presidente del Consiglio incaricato uscirà dal Quirinale. Sarà il prof Giuseppe Conte sul quale già molto è stato detto ed è difficile aggiungere altro. Alla sua prima esperienza politica vedremo se sarà un mero esecutore di un patto di governo deciso dai responsabili politici di M5S e Lega o un Capo del governo che rientra nella definizione dell’articolo 95 della Costituzione (“Il Presidente del Consiglio dei ministri dirige la politica generale del Governo e ne è responsabile”). Dovrà comunque rappresentare l’Italia in tutte le sedi internazionali e negli organismi sovranazionali dei quali facciamo parte ed è difficile pensare che debba/possa essere guidato passo passo dalla diarchia Salvini – Di Maio che ha firmato il contratto di governo (con tanto di autenticazione delle firme come si usa nei compromessi immobiliari!).

Ma quale è il senso del governo che sta per nascere? Se ci si rifà al contratto faticosamente scritto in molti giorni di lavoro non lo si percepisce chiaramente. Il testo sembra fatto apposta per un’attuazione dilazionata e annacquata, adattabile ai mutamenti dei contesti nei quali vuole intervenire. Anche sui punti cruciali dei programmi elettorali di M5S e Lega (flat tax e reddito di cittadinanza per esempio) la nettezza e l’intransigenza con la quale sono stati proposti all’opinione pubblica lasciano il posto ad un approccio più “morbido” che lascia nel vago tempi e modalità di realizzazione. Si percepisce la prudenza di chi si lascia aperte varie strade. Nel vago è la questione fondamentale dei mezzi finanziari per realizzare un programma la cui quantificazione (effettuata da Carlo Cottarelli e non dai suoi estensori) oscilla tra 108 e 125 miliardi di euro a fronte di un incremento di entrate per 500 milioni di euro. Anche per i rapporti con l’Europa si ricorre a formule generiche (revisione dei trattati) che appaiono più come intenzioni che come decisioni irremovibili. Lo stesso si può dire della questione del deficit (“Per quanto riguarda le politiche sul deficit si prevede, attraverso la ridiscussione dei Trattati dell’UE e del quadro normativo principale a livello europeo, una programmazione pluriennale volta ad assicurare il finanziamento delle proposte oggetto del presente contratto attraverso il recupero di risorse derivanti dal taglio agli sprechi, la gestione del debito e un appropriato e limitato ricorso al deficit”). Con formulazioni così si può andare avanti per anni dicendo che si persegue un obiettivo, ma, di fatto, rinviandolo sempre un poco più in là. E poiché a questa formulazione un po’ fumosa è legata l’attuazione di tutto il contratto si capisce che si lascia aperta la porta ad una politica dei piccoli passi ben diversa da quella aggressiva, intransigente e roboante con la quale Lega e 5 Stelle si sono proposti all’elettorato.

Che governo nascerà dunque? Prevedibilmente sarà un governo con molte facce. Una sarà sicuramente quella della prudenza per durare più dello spazio di pochi mesi che molti gli assegnano. Un’altra sarà quella dell’intransigenza per tenersi pronti non appena apparisse una prospettiva elettorale. Un’altra ancora sarà quella dell’antieuropeismo perché è un facile capro espiatorio per ritardi, inefficienze e fallimenti sempre possibili nell’attuazione di un programma vasto e senza basi solide.

Il senso di questo governo sembra essere quello di un (estremo?) tentativo di aggirare i limiti strutturali del sistema Italia attraverso un’espansione della spesa pubblica e un giro di vite sui reati. La frattura tra Nord e Sud, la pubblica amministrazione che non funziona, la convivenza civile resa difficile da politiche pubbliche inefficaci, le attività produttive di beni e servizi che non trovano infrastrutture efficienti, la formazione che non prepara i giovani ad inserirsi nel mondo del lavoro. Sono tanti i problemi e poco il tempo a disposizione perché M5S e Lega hanno raccontato agli italiani che loro avevano la soluzione e che gli altri (i governi a guida Pd) erano collusi con tutti quelli che vogliono approfittarsi dell’Italia. La tentazione di indicare al malcontento il “nemico” Europa c’è è inutile nasconderlo. Così come è costitutivo della Lega l’obiettivo di uscire dall’euro. Oggi si pigia sul freno perché c’è la consapevolezza dello sfracello che si provocherebbe imboccando questa strada. Ma la preferenza resta. Se passasse troppo tempo senza risultati i nuovi governanti o dovrebbero ammettere che l’unica strada percorribile nel contesto interno ed internazionale è quella dei piccoli passi (cioè quella seguita dai governi a guida Pd negli ultimi anni) o sarebbero tentati da forzature e rotture pericolose. L’immediata crescita dello spread all’annuncio del nuovo governo dimostra che questo rischio è avvertito da chi decide di “metterci i soldi”. Dobbiamo solo sperare che al dunque prevalga il buon senso, sennò il prezzo che pagheremo come italiani stavolta sarà il più alto di sempre

Claudio Lombardi

Quando arriva il governo dei vincitori?

Con grazia, per non apparire dei provocatori, ci si potrebbe chiedere: “che stanno facendo Di Maio e Salvini ?”. Hanno chiesto del tempo, onde evitare che il Presidente della Repubblica desse l’incarico ad un possibile Presidente del Consiglio dei Ministri di presentare in Parlamento una proposta di ‘governo neutrale’, con tanto di lista dei ministri e un programma limitato alle questioni essenziali, perchè ormai incombono scadenze importanti e inderogabili, che riguardano il Paese intero, l’Europa, il mondo.

Di Maio e Salvini invece hanno chiesto tempo. Hanno detto: “noi abbiamo vinto le elezioni. Dateci tempo di discutere una proposta di maggioranza, ci bastano due giorni”. Hanno ottenuto i due giorni. Ne sono passati tre, quattro, di più. Allora ne hanno chiesti altri, si presume una settimana, perchè l’accordo sulle cose da fare (lo chiamano contratto) non è stato raggiunto, e perchè vogliono prima sottoporlo al giudizio dei loro iscritti, nei modi che ritengono opportuni. E del Presidente del Consiglio nemmeno l’ombra. Nemmeno dei ministri, che secondo le consuetudini istituzionali dovrebbero essere scelti dal Presidente del Consiglio e giurare davanti al Presidente della Repubblica prima ancora di andare in Parlamento a chiedere la fiducia. Ai giornalisti che gli fanno domande l’accoppiata Di Maio/Salvini risponde che non stanno discutendo di poltrone, come se non fossero già loro stessi delle poltrone.

La Repubblica merita rispetto: il Governo non è fatto di poltrone, come pretende l’ipocrita vulgata populista, ma di persone che decidono per il bene del Paese, e che devono essere degne, preparate, riconosciute come tali anche in Europa e nel resto del mondo del quale l’Italia non è un semplice sottoscala. Per questo devono essere scelte nella massima trasparenza, non attraverso una privata operazione di casting.

Il programma del Movimento Cinque Stelle e quello della Lega li ho letti anch’io. Non sono solo diversi: sono opposti. Concordano solo sul punto di demolire quanto è stato fatto da altri prima di loro. E sui temi internazionali non resta che accendere dei ceri affinchè le scelte altrui non ricadano su questo fragile Paese, perchè in quei programmi non c’è quasi nulla.

Cosa stanno facendo allora i sedicenti vincitori? Dalle dichiarazioni che rilasciano paiono sempre in campagna elettorale. Gridano, si pavoneggiano, ricattano, ribadiscono i loro punti di vista dai quali non si schiodano, per la paura di essere contestati dai loro elettori. Ci stanno facendo perdere del tempo prezioso, per presentare un programma comune, blindato dal voto dei loro iscritti, che un Presidente del Consiglio dovrebbe accettare da mero esecutore della volontà altrui, altrimenti si torna a votare, come se il voto fosse un applausometro, e come se avessero loro il potere di decidere per tutti, come se fossimo in una sperduta repubblica delle banane.

Dove sta scritto che deve essere così?

E dove sta scritto che loro due sono i vincitori (il 32 per cento l’uno, il 17 per cento l’altro)?

La verità è che per una sciagurata legge elettorale, in gran parte proporzionale, le elezioni hanno semplicemente registrato la frammentazione del Paese, con qualche urlatore in più, e nessuno ha maggioranze precostituite. Quindi sarebbe ora necessaria una dose industriale di buon senso, di capacità di ascolto dell’altro, di disponibilità all’accordo per il bene di tutti, che nessuno mostra di avere, meno di tutti coloro che si autodefiniscono vincitori.

Intanto continuano a incombere le scadenze della nostra vita associata, le scadenze economiche, le scadenze europee. Incombono le conseguenze di avvenimenti internazionali, l’acuirsi delle tensioni nel Medio Oriente, il ritiro degli USA dal trattato sul nucleare con l’Iran, la minaccia americana dei dazi doganali, solo per fare qualche esempio, che richiedono una salda politica estera, in comune con quella degli altri Paesi europei, dato che ciò che accade altrove ha influenza anche sulla nostra realtà nazionale.

Quindi, nel rispetto delle regole, essenziale per  una democrazia, occorre una maggiore velocità e meno arroganza.

Ed occorre che anche le altre forze politiche si facciano sentire, a partire dal Partito Democratico che, tra l’altro, in questo momento di passaggio dei poteri, sta ancora gestendo il Governo. E’ bene che lo sappiano: se la situazione del Paese peggiorerà, la responsabilità sarà anche di chi si è seduto sulla sponda del fiume, aspettando i fallimenti altrui.

Lanfranco Scalvenzi

Nuovo governo: continuità o rivoluzione?

Il nuovo governo sembra ancora lontano e quelli che se ne contendono la leadership non possono ammettere ciò che è ovvio ossia che non ci potrà essere nessuna rivoluzione qualunque sia la formula che si metterà in campo. Tutt’al più qualcuno che vuole a tutti i costi apparire alfiere del cambiamento potrà mettere in atto una sostanziale continuità rivestita di una nuova veste comunicativa. La vicenda dell’attacco di Usa, Francia e GB, alla Siria, al di là di ragioni e torti, serve a richiamare l’attenzione sulla dura realtà e sul contesto di interdipendenze nelle quali vive l’Italia.

L’eredità dei governi della passata legislatura è complessa e andrà gestita con cura perché ha messo in piedi politiche che produrranno i loro effetti, volenti o nolenti, nei prossimi anni.

Probabilmente i nuovi governanti si concentreranno su alcuni errori dei precedenti governi e a questi si attaccheranno per mostrare le loro virtù  innovatrici. Si tratterà  però  di aggiustamenti e non di sconvolgimenti. D’altra parte cosa ci sarebbe da cancellare, travolgere e sconvolgere? Forse quel complesso di provvedimenti noto come industria 4 che ha favorito la crescita di Pil, produttività ed esportazioni? O forse la politica sui migranti del ministro Minniti? O, magari, gli interventi avviati per contrastare la povertà. Qualcuno pensa di abolire il reddito di inclusione oppure preferisce scagliarsi contro gli 80 euro? Vorranno eliminare la quattordicesima per le pensioni minime? O gli interventi per le famiglie con figli? E le leggi sul “dopo di noi” e sulle unioni civili che fine faranno? Probabile che nessuno vorrà  fare brutta figura cercando di annullare diritti che migliorano la vita delle persone.

Eh già, ma c’è il Jobs Act. Lì sicuramente ci sarà una restaurazione, tornerà  l’art. 18 e gli unici contratti ammessi saranno a tempo indeterminato. Sicuri?

Cassa integrazione (anche sotto i 15 dipendenti), Naspi (per due anni dopo il licenziamento), nuovo assegno di disoccupazione (finita la Naspi), assegno di ricollocazione e Discoll (indennità di disoccupazione per collaboratori coordinati e continuativi, ricercatori, borsisti e dottorandi), Agenzia nazionale per le politiche attive del lavoro (Anpal). Anche questo è  Jobs Act. Che si fa? Cancelliamo tutto?

Va bene, allora si punta alla riforma Fornero che sembra mettere d’accordo M5S e Lega. Dicono che va cancellata. Anche qui meglio leggere bene anche tra le righe. Per esempio si è parlato di un’altra riforma che contemperi equità  generazionale e sostenibilità  dei conti. Tutto sommato non molto diverso da quanto si sta facendo, a piccoli passi, da cinque anni a questa parte prima con gli interventi per gli esodati e poi con l’Ape social e non social.

Salvini e la destra in generale parlano ancora, a campagna elettorale finita, di un’Italia ridotta allo stremo dai governi Renzi e Gentiloni. Strano perché i dati statistici e le stime (quella ultima del FMI lo conferma) rilevano la crescita del Pil e dell’occupazione nonché del reddito disponibile delle famiglie. Anche le esportazioni vanno benissimo e quindi si presume vi siano molte imprese che marciano a pieno regime.

La verità è che c’è una parte del Paese che cresce e vive a livelli nordeuropei e un’altra parte che arranca. È la frattura che separa il Mezzogiorno dal resto dell’Italia e non si è certo prodotta in questi ultimi anni. È uno dei problemi strutturali più difficili e complicati da affrontare e non sarà un cambio di maggioranza ad inventare un modo nuovo per affrontarlo. C’è poi l’immensa macchina dello Stato che comprende ogni pur piccola amministrazione locale e le aziende da questa dipendenti. Qui allignano inefficienza, spreco e anche corruzione. E a questa vanno ricondotti i veri costi della politica.

La destra e i Cinque Stelle avranno il coraggio di metterci mano? Ovviamente no e come potrebbero dall’alto dei loro programmi campati per aria, velleitari e azzardati? Non c’è dunque da aspettarsi nessuna rivoluzione. La continuità è la cifra dei governi e delle politiche che vogliono raggiungere i maggiori benefici senza correre rischi eccessivi.

E la continuità sarà anche quella di qualunque governo si dovesse formare nelle prossime settimane. O, almeno, dobbiamo augurarci che sia così perché se i nostri pretendenti alla carica di Capo del governo dovessero tentare spericolate esibizioni di forza si accorgerebbero subito che non hanno in mano una bacchetta magica e che ogni loro decisione avrà ripercussioni di sistema alle quali non potranno sfuggire. Di Maio sembra averlo già capito e, infatti, ha adeguato toni, proposte, dichiarazioni e l’approccio alla costituzione del governo mettendosi implicitamente sulla linea della continuità. Salvini vuole spingere ancora sulla demagogia e sulla protesta. Potrà funzionare ancora per un po’, poi si capirà che serve a nascondere la sua incapacità

Claudio Lombardi

Il mistero del M5S

Un mistero aleggia sull’Italia, quello del M5S. Cosa è veramente questa formazione politica? Chi ne possiede le chiavi? Quante facce ha? C’è quella pubblica fatta del consenso di milioni di persone; c’è quella più ristretta basata sul collegamento in rete di 100 mila (o più?) militanti digitali; c’è quella dei gruppi locali che si incontrano fisicamente, ma che non sono inseriti in un’organizzazione di tipo tradizionale e, quindi, non discende da loro la legittimazione democratica degli incarichi e delle decisioni politiche. D’altra parte è finita pochi mesi l’era del Non statuto che stabiliva la natura proprietaria del M5S, marchio registrato di proprietà di Beppe Grillo. Figuriamoci cosa potevano contare i militanti…

Il M5S fin dall’inizio è stato la sua rete. I suoi capi, Grillo e Casaleggio, hanno teorizzato ed esaltato una democrazia diretta che si realizza su internet. Hanno teorizzato, cioè, l’immediatezza che chiude il circuito informazione – formazione di un’opinione – espressione di un voto, che inizia e finisce davanti allo schermo di un computer. Se questa è stata l’idea di base ovvio che diventasse centrale il ruolo della struttura che gestisce la rete e che, ovviamente, la controlla. Diversi scandali e, da ultimo, quello che ha coinvolto Facebook e Cambridge Analytica hanno mostrato l’estrema facilità di falsificare le informazioni, di impossessarsi dei dati e di manipolarli. Il ruolo di chi gestisce i server è quindi decisivo perché la realtà su internet non esiste di per sé, ma va sempre preparata e poi mostrata e può, quindi, anche essere inventata.

Per anni Grillo nei suoi spettacoli-comizi ha preparato il terreno per il suo movimento sbeffeggiando, denigrando e minando le verità ufficiali. Per ogni cosa lui dimostrava che bastava fare una ricerca in rete e si scopriva la verità alternativa non condizionata dagli interessi economici. Il M5S così è nato ed è cresciuto: una guida illuminata che rivelava al popolo ciò che le élite volevano tenergli nascosto per poterlo sfruttare meglio.

Le condizioni perché funzionasse questo schema erano che la Guida non dipendesse da nessuno, che avesse l’ultima parola su ogni scelta del Movimento che doveva appartenergli perché lui lo garantisse dagli attacchi esterni, che disponesse della struttura tecnica di controllo per gestire il tutto. In nome della democrazia diretta futura veniva nel presente rifiutata la vecchia politica e tutte le pratiche, le regole, i metodi che le appartenevano. Rifiuto che si estendeva alle istituzioni e alla democrazia rappresentativa giudicate come pure illusioni ed ipocrisie.

Gli undici milioni di voti presi dal M5S alle ultime elezioni non smentiscono questo impianto di base e nemmeno l’allontanamento di Beppe Grillo modifica nulla dello schema originario. Il M5S continua a basarsi su un ordinamento interno che assegna tutto il potere a vertici ristretti, sia ufficiali che oscurati, ma entrambi sostanzialmente non legittimati con metodo democratico. È l’unico partito dotato di un Capo politico che decide la linea e dal quale discendono tutte le cariche rilevanti a partire dai capigruppo di Camera e Senato. Una struttura autoritaria che non rientrerebbe nella regola di cui all’art. 49 della Costituzione che richiede ai partiti un ordinamento interno democratico.

Tuttavia nemmeno il Capo politico rappresenta l’ultima istanza del potere all’interno del M5S. Esiste una struttura alla quale questo è intimamente legato che è ancora più incontrollabile e inaccessibile: l’Associazione Rousseau. Il nuovo statuto del M5S approvato poco prima delle elezioni stabilisce all’articolo 1 che “Gli strumenti informatici attraverso i quali l’associazione M5s si propone di organizzare le modalità telematiche di consultazione dei propri iscritti… saranno quelli di cui alla cd. ‘Piattaforma Rousseau’”. Alla quale, inoltre, tutti gli eletti in Parlamento dovranno obbligatoriamente versare un contributo mensile.

Una strana associazione con soli quattro iscritti e nella quale uno, Davide Casaleggio, assomma tutte le cariche di responsabilità. In pratica un’associazione che somiglia ad una società privata alla quale il primo partito italiano è legato giuridicamente, economicamente e tecnologicamente senza alcun potere di controllare il suo operato. Un legame che si può modificare soltanto cambiando lo Statuto, ma per farlo servono una procedura complicatissima e una maggioranza irraggiungibile. E in ogni caso “la verifica dell’abilitazione al voto e il conteggio dei voti – dice lo Statuto – sono effettuati in via automatica dal sistema informatico della Piattaforma Rousseau”. Capito?

La logica dice che questa costruzione complessa ha un solo significato: il M5S è un partito controllato da una struttura aziendale esterna priva di qualsivoglia legittimazione democratica. Perché? Per fare soldi? Grazie al contributo mensile già citato nelle casse dell’Associazione Rousseau arriveranno oltre 100 mila euro al mese, più di 1,2 milioni l’anno. Inoltre ci saranno le donazioni dei volontari. Tutti soldi che verranno gestiti come in una qualunque azienda privata cioè autonomamente senza alcun tipo di controllo. Pochi per essere questo l’obiettivo finale della costituzione di un movimento politico. A meno che non si preveda che le attività di Casaleggio e dell’Associazione non possano espandersi proprio grazie al potere conquistato dal M5S per provare a realizzare le visioni del suo fondatore e del suo erede.

D’altra parte, come scrivono tre ricercatori nel volume “M5s – Come cambia il partito di Grillo” (il Mulino) curato da Piergiorgio Corbetta: “La piattaforma Rousseau offre più che altro una vetrina per le iniziative legislative dei parlamentari pentastellati, a cui segue un disordinato elenco di commenti generalmente di bassa qualità e largamente ignoranti. Il risultato è che il contributo degli iscritti all’attività parlamentare tramite la piattaforma online è prossimo allo zero”. Anche la votazione online dei candidati attraverso le varie comunarie, parlamentarie ecc., si deve scontrare con i poteri del vertice di ripulire le liste a monte e a valle della selezione, oltre alla facoltà di indicare direttamente i candidati come è avvenuto per tutti i collegi dell’uninominale. Non sembrano queste le premesse per il trionfo della democrazia diretta digitale di cui fantastica Casaleggio.

Gli italiani delusi dai partiti tradizionali hanno dato la maggioranza relativa dei voti a questa strana creatura. Sicuramente gli italiani non hanno capito che questo è il M5S e, se lo hanno capito, non gliene importa un bel nulla perché ciò che conta per molti di quelli che votano 5 stelle è riconoscersi in qualcuno che esprime la rabbia e la indirizza verso un nemico da battere. Non sarebbe certo la prima volta che una folla chiede ai suoi capi di indicargli un nemico contro cui scagliarsi.

Il mistero del M5S non è un mistero, ma un progetto fortunato che nemmeno i suoi ideatori pensavano di realizzare. Ora visibilmente non sanno dove andare. Di Maio manda messaggi a sinistra e poi a destra alla ricerca di una sponda. Ha proclamato che la terza Repubblica sarà quella dei cittadini, ma non è in grado di dire altro perché nelle società complesse la politica è messa di fronte a scelte complicate che l’appello ai cittadini non semplifica. D’altra parte la prima battaglia del M5S in questa legislatura è di nuovo quella dei vitalizi e dei costi della politica. Che li tagliassero così si vedrà meglio che non sanno che fare del loro potere. Sanno che lo vogliono e per questo si impossessano di tutte le poltrone disponibili, ma non sanno per fare che. Finiranno gestiti da un soggetto forte della politica che si legherà a loro per usarli

Claudio Lombardi

Le camaleontiche mutazioni del M5S

Dal blog Phastidio.net pubblichiamo un intervento di Mario Seminerio che parla della mutazione del M5S col suo stile graffiante e ironico.

Dal primo giro di consultazioni del capo dello Stato, per quadrare il cerchio e dare agli italiani un governo che li deluderà profondamente, a causa di aspettative patologicamente gonfiate, emerge soprattutto un riscontro: il M5S è in continuo divenire, diciamo così. Letteralmente scorre. E in questo scorrere, guardato da molti commentatori politici con sguardo che varia dall’incuriosito al benevolo, si rischia di trovare oggi posizioni ben differenti da quelle di ieri e di domani. Ma dietro c’è un disegno superiore.

Non è per essere naÏf, sia chiaro: la politica è l’arte del possibile, eccetera. La coerenza non è di questo mondo né men che mai di questo paese, come noto. Può quindi accadere che il giovane unto dal Popolo, al secolo Luigi Di Maio, ed i suoi colleghi/compagni/amici ci straccino le gonadi per anni con suggestioni anti-Ue ed anti-euro, vagheggiando un referendum consultivo che da subito appariva uno spettacolare lancio di lemming dalla scogliera, e pressoché nessuno (a parte pochi perditempo solitari) faccia notare la vastità della stronzata. Ora è tutto archiviato.

Quello che conta è impossessarsi dell’agenda politica e del chiacchiericcio mediatico, quello grazie al quale moltitudini di editorialisti pagano le bollette e le rate del mutuo, mentre esplicano la loro fondamentale funzione di mediatori culturali tra i poteri assai poco forti di questo paese. Quindi il M5S ha vinto, pilotando l’agenda psichedelica della politica, quella per la quale la realtà è un optional, e la coerenza un decadente vizio.

Poi vennero le elezioni, l’eclatante 32% del 72% di votanti, la mistica convinzione che l’Italia intera abbia chiesto ai pentastellati di farsi prendere per mano da loro, i veti a tutto e a chiunque tenti di frapporsi tra Di Maio e Palazzo Chigi, le elucubrazioni sul contratto “alla tedesca” (che, se fossi un patriota e non il rinnegato che sono, mi girerebbero i cabbasisi non poco) che non è chiaro che minkia sia, se non “noi governiamo, voi aderite”, come si fa per un contratto di luce e gas.

C’è (anzi, c’era) anche il momento palingenetico, quello del “chi ha fallito, lasci”, con chiamata nominativa ai due ultimi Grandi Falliti della storia patria, Berlusconi e Renzi. Resta il problema di fondo: come conciliare queste visioni di calvinismo estremo in salsa pomiglianese col fatto che persistono ampie porzioni di cittadinanza che hanno continuato a votare per Berlusconi (circa il 14% dei votanti) e per Renzi (circa il 18%) resta un mistero, che forse si risolve col pesare i voti, anziché contarli. Un po’ come dire che i memorabili “cappotti” del M5S nelle regioni del Sud, quelli stessi che un tempo erano appannaggio del centrodestra, non sono (più) figli del controllo della volontà popolare da parte della criminalità organizzata bensì di una epocale sollevazione civica.

Ieri, all’uscita dal colloquio con Sergio Mattarella, Di Maio è apparso in tutto il suo fulgore di giovane statista occidentale: sì all’Europa (senza neppure specificare “ma non così”), sì all’euro, sì alla Nato, con grande scorno dei descamisados de sinistra che hanno votato il Mo’ViMento anche per porre fine alle sopraffazioni yanqui e nel glorioso ricordo di Sigonella, dove si fece il patriottismo levantino della Nazione.

Ma Di Maio ed il Mo’ViMento notoriamente non sono di destra né di sinistra. E infatti, almeno per qualche ora, paiono aver dismesso persino l’ipotesi di chiedere l’ostracismo di Matteo Renzi e la sua consegna al cassonetto dell’umido della Storia:

«Non ho mai chiesto una scissione interna, e se mi rivolgo al Pd, mi rivolgo a quel partito nella sua interezza»

Quindi Renzi incluso, par di capire. Ma perché insistere in questo ozioso passatempo di cercare la coerenza oraria nelle posizioni pentastellate? In fondo, come ci segnala il direttore del Fatto, Marco Travaglio, il Mo’ViMento è “cambiato profondamente”, negli ultimi tempi. Le sparate referendarie su euro, Ue e Nato erano solo momenti di brainstorming movimentista, dopo tutto. E se ve lo dice la persona che da sempre dedica la sua esistenza e le sue energie a trovare contraddizioni tra e nei politici, potete crederci: il mutamento è davvero epocale e genuino. E ove mai si giungesse ad un “contratto” col Pd-incluso-Renzi, siamo certi che Travaglio troverebbe il Bene anche in quell’evento, forse proprio la redenzione del parolaio di Rignano, che ad oggi nel suo partito è l’unico soggetto dotato di una visione politica, nel bene e nel male, e della spina dorsale per perseguirla. Pd “derenzizzato”? No, se Di Maio non vuole. Ma i piddini non vogliono redimersi, sigh.

Non è incoerenza, approssimazione, improvvisazione: è il potente Disvelamento della Storia, che insuffla di sé questi meravigliosi ragazzi che cercano di guadare il Mar Rosso portandosi sulle spalle gli inconsapevoli e gli ignavi, per il loro Bene. Non sono camaleonti con brame di entrare nella stanza dei bottoni e farsi gli affari propri: questo vale per chiunque altro, anche di fronte a “revisioni” di posizione meno frequenti e radicali. Per il Mo’ViMento, che tiene sulle proprie spalle la Nazione, proprio come Atlante faceva con la Terra, è aguzzare lo sguardo. Da lassù si ha la prospettiva che manca a chi è impantanato nella quotidianità; si scruta l’orizzonte della Storia e l’approdo. E chi non riesce a capirlo è un mafioso, un ladro e un farabutto.

Mario Seminerio tratto da www.phastidio.net

Un tranquillo week-end di primavera? (di Angela Masi)

Un giorno come tanti ma non certo per qualcuno… qualcuno come me che nonostante i miei 30 anni e nonostante non abbia vissuto il tempo della lotta partigiana sento forte il senso e il significato del 25 aprile….

resistenzaTempo addietro, il governo Berlusconi aveva proposto di abbreviare la lista delle festività che interrompono la settimana lavorativa e di incorporarle nella domenica successiva. Tra queste il 25 aprile…. Effettivamente per la maggior parte dei cittadini italiani è una buona occasione per riposare dal lavoro, un giorno in più di ferie pagate. Magari la primavera affacciandosi consente una bella gita fuori porta, un’occasione per rivedere amici e parenti, vicini e lontani senza neanche pensare a che cosa significa “liberazione” e quanto di questa parola abbiamo bisogno ancora oggi.

Un presidente, vecchio e stanco ma con grande senso di responsabilità ne sceglie un altro (quello del Consiglio) perché il popolo sovrano non ha saputo scegliere fra un saltimbanco, un indeciso e un comico: questi sono stati i pensieri del mio 25 aprile.

Non ha forse bisogno di libertà un popolo schiacciato dalla pressione fiscale? Si è vero, dobbiamo risparmiare tutti, per il bene dei nostri figli e per quello dei nostri nipoti, ma non è un po’ una forma di violenza una classe dirigente che soffoca i suoi cittadini con le tasse e che consente, comunque, gli stipendi d’oro, le pensioni e i tanti privilegi di chi sta sotto la protezione del potere?

Possibile non sentire l’esigenza di contare qualcosa nei giochi di palazzo, nelle stanze dei bottoni dove si spartiscono le poltrone di governo e di tutto ciò che dal governo dipende?… e speriamo che questa volta qualcosa non tocchi pure ai grandi manager per gli appalti e alle mafie che, nonostante succhino (con buona pace delle istituzioni) i soldi ai cittadini onesti credono pure di farti un favore se lavori in una delle loro aziende o in un centro commerciale costruito da loro per controllare gli scambi del posto.

Insomma questa è la realtà nella quale viviamo o, almeno, la sua parte più odiosa, quella sulla quale i cittadini non riescono ad intervenire. (Forse anche molti perché ne sono parte?) Tutti la conoscono, tutti si indignano, ma questa realtà esiste e non penso che fosse questo che avevano in testa quelli che combatterono per liberare l’Italia mettendo le basi della nostra Costituzione che è ancora un modello da realizzare.

Nelle prossime ore inizierà a lavorare il governo Letta. Una strana alleanza Pd-Pdl, strana, ma l’unica soluzione possibile per diverse ragioni.

bilico ItaliaLa prima ragione è che il popolo italiano, nonostante la dura sostanza dell’esperienza vissuta, vota ancora PdL. Il PdL è Berlusconi e così il massimo esempio di disprezzo delle istituzioni e della legalità, il massimo esempio di corruzione che sia mai salito ai vertici della politica riesce ancora una volta a diventare il rappresentante di oltre il 25% dei voti. Insomma un bell’esempio  per tutti noi: chi ha i soldi e ha il potere può tutto. Il 25% degli italiani ne sono convinti evidentemente.

Un Pd che arranca, che supera di poco i voti del PdL e che, piuttosto che essere all’altezza del governo di un Paese in crisi è impegnato a nascondere lo sfascio del partito in preda a gruppi e sottogruppi in lotta fra loro.

E’ difficile riconoscere che, a distanza di oltre 50 anni la democrazia, nei fatti, è ancora molto debole ed ecco che la furbizia di un comico fattosi capo politico smaschera i giochi e prende di mira il sistema dei partiti. Bisogna aver paura dell’attacco di Grillo?

Solo se gli italiani non riescono a raccogliere la sfida del cambiamento per poter dare alle generazioni future qualcosa in cui riconoscersi e di cui non vergognarsi.cambiare strada

Così le mie riflessioni postume sul 25 aprile non vogliono ripetere le chiacchiere di cui è circondata la battaglia politica. Oggi anche l’indignazione sembra diventata una moda mentre anche le novità che escono dalle cabine elettorali sembrano girare a vuoto intorno a scontri verbali, ripicche, polemiche che sembrano diventati lo scopo principale di chi sta in politica.

Sembrerà strano, ma il mio 25 aprile è quello di chi non vive di solo pane; è il 25 aprile di chi non vuole più tornare indietro, portare il cuore via da una realtà marcia e spingerlo verso un nuovo giorno, un nuovo momento che prende vita dalla sofferenza e si rigenera; è il 25 aprile di chi è nauseato e la stessa minestra non vuole più neanche assaggiarla. Di chi ha fame di chiarezza, di solidarietà, di nutrimento per la mente, di rispetto dell’altro e dei diritti.

Ecco, il pane e i diritti. Forse è questo il senso del mio 25 aprile.

Angela Masi

Cronistoria di un disastro (di Adriano Sofri)

Pubblichiamo ampi stralci di un articolo apparso su Repubblica del 25 aprile 2013

Vinte nettamente le primarie, Bersani ha fatto una campagna attendista. Era convinto che il successo fosse già nel sacco. Ci teneva come all’occasione culminante della sua vicenda militante, e si proponeva di usare la vittoria per rinnovare fortemente la composizione del Pd e per cimentarsi con un governo che rompesse col feticcio dell’austerità.attendismo Bersani

Dopo la delusione elettorale, ha investito sulla propria debolezza per stanare la demagogia grillista: ottenerne una collaborazione, o svelarne il nullismo.

Bersani aveva un punto fermo: nessun accordo di governo con il Pdl. Attorno a lui si moltiplicavano i dissensi, malcelati e via via più trasparenti…..

La resistenza di Bersani (tenace oltre ogni previsione, e non spiegabile con una disperata ambizione personale) aveva una sola prospettiva: che Napolitano lo mandasse alle Camere. Lì, se non un calcolo politico, il dolore sentitissimo di tanta parte, e trasversale, dei nuovi eletti per l’eventualità di tornarsene a casa, avrebbe potuto dargli una striminzita e caduca fiducia, di cui però avrebbe potuto approfittare per prendere tre o quattro iniziative radicali, a cominciare dalla legge elettorale. Se fosse stato sfiduciato, avrebbe potuto guidare un governo provvisorio per l’elezione al Quirinale e la successiva campagna elettorale anticipata. Napolitano non ne ha voluto sapere: aveva le sue ragioni, ma sia lui che i numerosi esponenti del Pd che mordevano il freno e davano segni di impazienza crescente nei confronti di Bersani e della “perdita di tempo”, rivendicavano di fatto (guardandosi dal dirlo, nella maggior parte dei casi) un accordo di governo con il Pdl.

Bersani ha tenuto duro a oltranza, posponendo la questione del governo alla rielezione al Quirinale, così da ammorbidire l’esclusione del Pdl grazie alla distinzione fra governo e Presidenza della Repubblica, quest’ultima costituzionalmente orientata alla più vasta condivisione.errore

Ha qui fatto due o tre errori fatali: ha creduto che quella distinzione fosse chiara; ha ritenuto che fosse convincente per la base e l’elettorato di sinistra; si è illuso che il notabilato del Pd lo seguisse. Soprattutto, non ha formulato pubblicamente il nome o i nomi dei candidati che il Pd avrebbe proposto a tutte le altre forze politiche.

Così, mentre un nome degno come quello di Marini passava per scelto da Berlusconi, Grillo candidava Rodotà, persona esemplare per uno schieramento di sinistra dei diritti civili e dei movimenti. I 5Stelle erano fino a quel punto piuttosto nell’angolo, essendo evidente come il loro compiaciuto infantilismo settario (oltre che l’insipienza dei loro portavoce) facesse dissipare un’inverosimile opportunità di riforme e regalasse al centrodestra una forza di ricatto insperata. Del disastro della notte e del giorno di Marini (che non lo meritava) inutile ripetere: Bersani ne è uscito, dopo 50 giorni di resistenza catoniana, come un inciucista finalmente smascherato. (Ve li ricordate, dal primo giorno, i titoli “da sinistra” sull’inciucio avvenuto?).

Avrebbe potuto il Pd aderire alla candidatura di Rodotà, come tanti hanno auspicato? Forse: sarebbe stata una capitolazione nei confronti dei 5Stelle, che in Rodotà avevano visto soprattutto una ghiotta occasione per imbarazzare il Pd, ma cedere a una pretesa strumentale e arrogante può non essere un errore. Lo considererei più nettamente tale se Rodotà avesse risposto all’offerta della candidatura dichiarando che l’avrebbe accettata solo nel caso che fosse di tutta la sinistra: Scalfari ha fatto un’osservazione simile. I 5Stelle hanno sventolato il nome di Rodotà come una loro stretta bandiera, e al tempo stesso l’hanno proclamato come il candidato di tutti gli italiani contro quelli del Palazzo……..

svolta a sinistraLa candidatura brusca di Prodi – meritevolissima – è stata la toppa peggiore del buco. E ha mostrato come il Pd non abbia, come si dice, “due anime”, ma forse nemmeno una, e invece una quantità di cordate e bande, tenute assieme da altro che le divergenze politiche…… La scissione è forse un pericolo, ma non una cosa seria: la frantumazione sì. Sarebbe bene che ne tenesse conto chiunque si proponga davvero di “rifondare” (verbo inquietante) il Pd, e sia tentato da escursioni minoritarie. Eravamo al punto in cui il Pd, in stato del tutto confusionario, era a rimorchio della demagogia a 5Stelle da una parte – e di sue piazze scandalizzate e scandalose – della furbizia di Berlusconi dall’altra.

L’elezione di Napolitano (una pazzia, in un mondo normale: un uomo molto vecchio che si era finalmente preparato uno scampolo di esistenza privata) è stata un escamotage provvidenziale…….

I 5Stelle? Le mosse furbe hanno gambe corte. … Credo che le persone che li avevano votati e hanno sentito sprecato il loro voto siano molte. Il bilancio provvisorio, con 5Stelle e Pd in caduta, e il Pdl in ascesa, è un capolavoro.

Vorrei aggiungere una cosa. Ci sono molti aspetti della situazione attuale che ricordano, ben più del precedente di Mani Pulite, quello remoto del primo dopoguerra, quasi cent’anni fa. Non c’era, nello scontro frontale fra sovversivi diciannovisti ed eversori fascisti una distinzione così netta di sinistra e destra. Le file del fascismo movimento erano piene di ex-socialisti, interventisti rivoluzionari, sindacalisti soreliani, massimalisti di ogni genere. Non era così chiaro, e a distanza di tanti anni fu penoso per tanti chiedersi da che parte erano stati, e perché, e come fosse stato possibile. A suo modo, e con una gran dose di autoindulgenza, Grillo evoca questa ambiguità………. Il programma dei 5Stelle contiene molti obiettivi buoni per una sinistra della conversione ecologica, e anzi da quest’ultima pensati e proposti da lungo tempo.

La differenza sta altrove, nel Vaffanculo, nei Morti che camminano, nel Tutti a casa. La differenza fra il federalismo verde e aperto di Alex Langer e il razzista federalismo leghista passava dalle imprecazioni di Bossi e dei suoi. I buoni programmi smettono di essere minoritari e vincono quando vengono distorti e incattiviti dalla demagogia…… Che i parlamentari escano da Montecitorio da una porta secondaria – se è andata così – è un episodio di violenza e di viltà vergognose. A proposito del 25 aprile.

Adriano Sofri

Un 25 aprile amaro (di Claudio Lombardi)

Un 25 aprile amaro. La data che segna la miracolosa rinascita dei partiti nei quali la parte più attiva degli italiani si ritrova dopo un ventennio di dittatura. La data che vede l’unità dei partiti nel Comitato di Liberazione Nazionale che assume la guida della Resistenza e che getta le basi di una nuova democrazia che troverà subito il suo culmine nella scelta della Repubblica e nella Costituzione. La data che indica l’inizio del riscatto dell’Italia nel mondo.resistenza liberazione

Questa data oggi cade in un momento fra i più difficili della storia repubblicana. Come in uno specchio deformante i partiti che furono capaci di rinascere e di condurre la Lotta di Liberazione dando poi vita alla Repubblica democratica oggi non appaiono più in grado di guidare la nazione. Deformati da una degenerazione che li ha in gran parte trasformati in macchine di potere hanno perso le motivazioni politiche e ideali che conferivano loro una identità riconosciuta e riconoscibile.

Lo Stato con i suoi apparati e con le sue istituzioni sono stati ridotti a territorio di conquista e hanno prevalso gruppi di affaristi senza scrupoli nella migliore delle ipotesi dediti alla ricerca del proprio tornaconto, nella peggiore in combutta con le mafie che hanno trovato nelle risorse pubbliche una ricca fonte di guadagno criminale. (Ovviamente hanno prevalso significa che non sono stati la totalità della politica, ma quelli che hanno dato la loro impronta).

La Repubblica democratica  è stata inquinata da poteri privati che hanno scalato i vertici istituzionali sia in ambito locale che nazionale. Veramente non è una visione confortante quella che i partiti hanno dato di loro stessi negli ultimi decenni.

Nei due mesi trascorsi dalle elezioni si è raggiunto un culmine quasi ineguagliabile di inettitudine e di sbandamento. Persino il Movimento 5 stelle dal quale ci si sarebbe aspettata una forte determinazione a battersi per l’interesse generale si è mostrato del tutto concentrato sui suoi interessi di facciata non esprimendo nessuna proposta politica all’altezza della situazione. Del Pd resta, per ora, solo il nome e in questo caso non si può proprio dire che nomina sunt consequentia rerum perché sembra che ogni sostanza sia svanita da questo partito che pure avrebbe ottenuto il più alto numero di seggi alle elezioni.

Sul Pdl nulla si può dire. È il più coerente e perseverante esempio di come sia stato possibile stravolgere il senso e la missione del sistema fondato sul parlamentarismo e sui partiti. Sempre più partito personale di Silvio Berlusconi trova nella difesa dei suoi interessi e di quelli di alcuni ceti la sua base ideologica. Il berlusconismo diventa l’ultimo “ismo” che la storia delle ideologie sia riuscita a produrre; di tutti gli “ismi” il più indecente. Non arretrando di fronte a nulla è riuscito ad avere buon gioco sulla confusione mentale dei Democratici e su quella agitata e inconcludente dei grillini.

Resta il Presidente della Repubblica trasformato in un cardine politico e non più solo costituzionale. Una trasformazione che adesso si vorrebbe rendere permanente a certificare il fallimento del sistema dei partiti e cioè della politica partecipata (come doveva essere a partire dall’art.49 della Costituzione).

Faremo i conti col nuovo governo che avanza, ma certo nel 1945 era lecito sperare in una storia diversa. Auguri a noi e speriamo di fare meglio in futuro.

Claudio Lombardi  resistenza

L’insostenibile lontananza della politica (di Claudio Lombardi)

Due mondi paralleli, quello di chi gestisce le istituzioni e lo Stato attraverso la politica e quello della vita reale della società italiana. Due mondi che non riescono a capirsi e che seguono logiche diverse. Questa è l’immagine che abbiamo davanti in queste settimane. Da un lato un’estrema concentrazione delle forze politiche su nomi, schemi, formule, equilibri in nome del proprio peso elettorale e di potere. Dall’altro lato i problemi di una quotidianità scandita dalla crisi e da questioni lasciate appese per decenni che non possono essere affrontate senza la politica.incomunicabilità

Fosse possibile ci vorrebbe un distributore automatico di decisioni in grado di sfornare soluzioni e risposte. Invece si attendono un giorno dopo l’altro decisioni che paiono dover provenire da mondi lontani e misteriosi.

In questo mondo reale ci si misura con la diminuzione del lavoro, con la diminuzione delle retribuzioni, con la diminuzione del denaro circolante, con la chiusura delle imprese, con l’indebolimento dei servizi pubblici. Il segno meno prevale e le aspettative per il futuro segnano pessimismo e sfiducia.

La politica italiana, tutta, sembra vivere in un mondo parallelo dove c’è tanto tempo da perdere e nessun imperativo categorico a cui obbedire. Nemmeno quello che il voto conferisce e cioè il dovere di governare.

Dopo le elezioni 48 giorni di stallo (finora) durante i quali nessuno fra i protagonisti ha veramente mostrato di mettere al centro la condizione dell’Italia. A parole sì, ma nei fatti si sta giocando una guerra di posizione e di logoramento fra le formazioni politiche che si sono divise quasi il 90% dei consensi. Ad essere giusti tutte ne escono male.

Il M5S aveva suscitato una enorme aspettativa, ma sta dimostrando una propensione a girare intorno al proprio ombelico, una sordità, una opacità e una inadeguatezza che deve preoccupare tutti quelli che credono nella partecipazione dei cittadini e nel rinnovamento della politica. Se questo è il nuovo il meno che si può dire è che dalla protesta alla proposta politica seria il passo è grande, troppo grande. Il movimento invece si è rivelato fragile ed impreparato per gestire il 25% dei voti. Piazze piene, ma poche e vaghe idee sul che fare. Il M5S ha mostrato tutti i limiti del suo essere sempre stato soprattutto il prolungamento del blog di Beppe Grillo. Incapaci di elaborare una politica i grillini si sono mostrati, per ora, molto concentrati su loro stessi e non sulla missione per la quale avevano chiesto i voti.

dubbi PdIl Pd, miglior perdente delle elezioni che avrebbe dovuto stravincere, gira intorno ad un’equazione che non si può risolvere e che porterà, in ogni caso, ad un’ingloriosa conclusione. Appena contati i voti Bersani doveva sapere che un governo guidato da lui in quanto leader del Pd non sarebbe stato possibile. Non 48 giorni (che diventeranno oltre 60 dopo l’elezione del nuovo Presidente della Repubblica) ci volevano, ma venti minuti per capire che occorreva elaborare un’altra proposta politica e prendere la guida di una via d’uscita diversa da un governo Bersani. In questo senso è legittimo dire che lo stallo è anche responsabilità di un Pd fermo su una proposta che avrebbe avuto un senso con una maggioranza piena alla Camera e al Senato, ma che non può assolutamente averlo di fronte alla negazione dei voti per arrivare alla maggioranza. Comunque, con la situazione creata dai risultati elettorali Bersani poteva legittimamente chiedere di essere messo alla prova e di andare davanti alle Camere a cercarsi la maggioranza, ma sapendo che non sarebbe andato molto più in là di una sfiducia immediata o di una differita di poco. Dunque dove ha pensato di vedere realizzabile la sua proposta di un governo di cambiamento? E soprattutto a che pro ha insistito e insiste ancora?

Il Pdl mostra adesso il suo volto più responsabile, praticamente il contrario di quello assunto in campagna elettorale. Anche questa è una manovra perché sa benissimo che in questo modo ottiene due risultati: mettere in difficoltà il Pd e acquisire un credito agli occhi degli italiani. L’obiettivo vero, tuttavia, è sempre rivolto ai processi di Berlusconi il vero crogiuolo nel quale tutte le manovre e tutti i discorsi vanno a fondersi. E dunque che governo pensano di fare con questo scopo dissimulato, ma che tutti conoscono? Il Pdl sa di non essere un vero partito, ma un apparato e un movimento di comunicazione raccolto intorno ad una sola persona. Ha già dimostrato di non saper governare, ma l’illusione di tanti italiani non muore. D’altra parte l’illusione è lo scopo di ogni pubblicità e in questo il berlusconismo è maestro.andare avanti

I problemi seri riguardano gli italiani perché un sistema politico che produce questi risultati deriva da procedure e regole inadeguate, ma soprattutto, è l’espressione di culture politiche e civili che non sono più seriamente utilizzabili per guidare l’Italia. Questo è IL problema dell’Italia priva di una guida capace ormai da molti anni e consegnata a gruppi interessati al proprio potere e alla scalata sociale a spese dello Stato. D’altronde i partiti sono degenerati da tanto tempo in partitocrazia (una lucida denuncia di questa trasformazione risale addirittura ad un’ intervista di Berlinguer del 1981) e poi addirittura scomparsi, sostituiti da pseudo partiti personali veri feudi che occupano la democrazia.

La cosa più sconcertante è che questo processo di feudalizzazione della politica ha contagiato la società e così più che di UNA casta ci dovremmo preoccupare di tante caste fra le quali è suddiviso il Paese. Caste che si sono formate in decenni sprecati ben fotografati dalla drammatica contraddizione di un enorme debito pubblico che non ha prodotto nessun risultato né in termini di sviluppo, né di strutture né di servizi. Si sapeva che prima o poi il conto sarebbe arrivato. Ora ci siamo.

Claudio Lombardi

Il fallimento della politica: stallo, saggi e sterili illusioni (di Claudio Lombardi)

Il trionfo della manovra politica fine a sé stessa, inutile, vuota. Forse mai come in questo momento la politica italiana si è misurata con la sua inadeguatezza rispetto ai problemi reali. Tutti i commenti di questi giorni puntano sulla scelta del Presidente della Repubblica di nominare due commissioni di “saggi”. E quasi tutti i commenti sono di critica o ironici. Gioco facile visto che la scelta di Napolitano è chiaramente fatta per prendere tempo ed arrivare fino alla nomina del nuovo Presidente della Repubblica. Che altro poteva fare?bilico Italia

Appare francamente disgustoso che le formazioni politiche incapaci di discostarsi dai loro più ristretti interessi di bottega sparino adesso su chi ha dovuto subire le loro scelte prendendo atto che nessuna maggioranza era possibile. Adesso tirano fuori lo sdegno, la sorpresa, il sarcasmo, lo scetticismo dimenticandosi che spettava a chi ha preso i voti – tutti, dal M5S alla Lega – fare qualcosa per dare un governo al Paese. Invece di vergognarsi ora criticano.

Si sono confrontati sulle risposte alla crisi? No, assolutamente no. Si sono misurati con gli interessi di gruppo con un occhio ben aperto sulle prossime elezioni politiche. Non tutti le vogliono subito bisogna riconoscerlo, ma ciò che colpisce è che si parla di elezioni in un vuoto di risposte ai problemi drammatici dell’Italia. Un puro gioco politico condotto da tutti, anche dagli ultimi arrivati, quelli che dovevano essere i “paladini” del cittadino e che si stanno rivelando dei furbi politicanti scaltri e cinici.

Ma vediamoli questi “splendidi” protagonisti della brutta pagina della politica italiana che stiamo vivendo.

Il Pdl sbraita, ma è un peso per l’Italia perché non vuole e non può fare a meno di Berlusconi vera macchina di soldi e di voti. Totalmente screditato sul piano personale e politico, dimostratosi clamorosamente incapace di governare, inseguito dai processi per i numerosi reati comuni di cui è accusato si è aggrappato al vertice del suo partito personale per salvarsi dalle condanne e per continuare a lottare contro la magistratura. Non c’è più nessuna “rivoluzione liberale” dietro cui nascondersi, ormai i suoi calcoli sono visibili a tutti. Se si può capire l’imputato che usa il suo potere per evitare le condanne non si capiscono gli altri. L’unica spiegazione è quella più semplice: il Pdl rappresenta gli interessi di quelli che vogliono una legalità al loro servizio e che se ne fregano degli interessi generali. Tanto voti li porta una cultura di individualismo menefreghista che si è consolidata negli ultimi 20 anni, ma che affonda le sue radici nei problemi mai risolti della nascita dello stato unitario e della storia repubblicana. Poi certo c’è il voto di protesta, c’è il voto dell’ignoranza e dell’illusione come accade per ogni formazione politica, ma il grosso è quello e bisogna prenderlo come un dato terribilmente serio che pesa sulla solidità di un paese che rischia di retrocedere a livelli di terzo mondo in tutti i campi.imbrogli politici

Il M5S arrivato ai vertici dello Stato con una struttura gracile, povera di contenuti e inadatta a produrre soluzioni ricorre alla chiusura e al rifiuto come rimedio alla sua incapacità politica. Non prendiamoci in giro: il centro di tutto rimane il duo Grillo-Casaleggio che detta la linea e controlla il movimento attraverso la piattaforma informatica e lo staff . Il potere reale sta lì e non nei gruppi locali che possono discutere di tutto, ma quando si tratta di decidere si trovano i paletti già fissati dall’alto. Ciò che succede nei gruppi parlamentari rappresenta perfettamente lo stato delle cose. Le discussioni sulle scelte cruciali o non ci sono proprio o ci sono sotto lo stretto controllo di Grillo che minaccia i dissenzienti di espulsione senza alcuna partecipazione né controllo della base. Altro che diretta streaming, altro che trasparenza! Qui l’esatto contrario è accettato con fede.

I limiti del M5S sono così evidenti che ci vuole tutta l’arroganza, l’abilità di manovra del suo leader e l’enorme aspettativa di buona parte degli italiani che hanno dato il loro voto sulla base di facili promesse per non vederli. E invece vanno presi sul serio perché il M5S non può fermarsi allo stadio di marchio privato di Grillo, deve evolversi e diventare una formazione politica organizzata e democratica. Essere una novità non può significare firmare una cambiale in bianco avallando qualunque scelta. Gli italiani meritano più serietà.

Il Pd è arrivato ad un capolinea. Aver perso le elezioni dopo i disastri berlusconiani e avendo come unico concorrente un movimento di protesta immaturo e privo di una proposta politica seria come il M5S significa che quel partito non riesce ad essere credibile come alternativa per il governo dell’Italia.

fiducia nel pdLe ondate di fiducia espresse nelle varie primarie che ci sono state dal 2006 ad oggi sono state usate dai gruppi dirigenti per la “politica politicante” svolta nel palazzo e per il palazzo e non per guidare il cambiamento.  Culture politiche vecchie, interessi di carriera, personalismi, la lentezza e la prudenza di apparati che vivono di rendite politiche? Tante sono le risposte della sordità e dell’ottusità che si sono manifestate in questi anni e anche nell’ultima campagna elettorale. Un programma vago e generico buono ad essere riempito di contenuti diversi e incapace di attirare consensi; un messaggio politico che ha ruotato sulle diverse gradazioni dell’alleanza col centro montiano; la paura di ogni radicalismo propositivo e verbale nella ricerca di una continuità che giustificasse le scelte e gli errori fatti. Ecco, basterebbe non aver capito che un anno di governo Monti era proprio quello che gli italiani stavano rifiutando e che era stato percepito come un atto di debolezza dei partiti di opposizione incapaci di proporre un’alternativa dopo la caduta del governo Berlusconi, basterebbe questo per condannare il Pd alla sfiducia degli italiani.

Come stupirsi se l’ennesima delega in bianco richiesta da gruppi dirigenti apparsi oscillanti tra la collusione di casta e l’incapacità di guidare il cambiamento non sia piaciuta agli italiani?

In questo quadro le decisioni di Napolitano non potevano che essere queste e il tempo a disposizione dovrebbe essere utilizzato dalle formazioni politiche per farsi un esame di coscienza e rimediare ai loro errori. Se lo faranno potranno utilizzare i mesi che ci separano dalle inevitabili elezioni anticipate di ottobre dimostrandoci di essere capaci di fare qualcosa di utile per il Paese. Se non lo faranno speriamo che i loro gruppi dirigenti siano condannati dagli elettori. Le elezioni a giugno sarebbero solo una maschera per nascondere dirigenti incapaci di andare oltre la propaganda. Hanno voglia di fare? Facciano ora, subito.

Claudio Lombardi

1 2 3