Investire sulla scuola o condannarsi all’ignoranza

Nel dibattito pubblico italiano quanto spazio è dato ai problemi reali del Paese? Poco. Per fortuna ci sono commentatori che non si fanno distrarre e cercano di occuparsene. Due articoli comparsi di recente (Giovanni Bitetto su https://thevision.com e Francesco Cancellato su www.linkiesta.it) richiamano la nostra attenzione sull’istruzione. Un tema serio e strategico per il futuro degli italiani. Ne siamo consapevoli?

Giovanni Bitetto parte dalla constatazione che le condizioni fatiscenti del sistema scolastico italiano sono ormai diventate esperienza di vita degli studenti e di chi nella scuola lavora. Potrebbe sembrare normale se non fosse che in molti altri paesi europei non è così (e il programma Erasmus ci aiuta a saperlo).

È così: l’Italia, nel campo dell’istruzione, è arretrata rispetto al resto d’Europa. Il primo dato è il nostro Paese spende in questo campo meno degli altri. Il 3,8% (in diminuzione al 3,5% per il 2019) del Pil. La media europea, invece, si aggira intorno al 4,9% del Pil con punte di eccellenza della Danimarca (7%), Svezia (6,5%), e Belgio (6,4%). Solo Romania e Irlanda fanno peggio dell’Italia. Non si tratta, comunque, solo di percentuali, ma anche di cifre assolute. Per esempio la Germania spende il 4,3% del Pil che ammonta in miliardi al doppio della spesa italiana. Comunque nel rapporto tra spesa pubblica e spesa per l’istruzione  il nostro Paese occupa l’ultimo posto nella classifica europea.

Sono numeri che, però, si traducono in fatti reali. È noto che gli stipendi dei docenti sono più bassi rispetto a quelli di stati UE simili a noi. Così come è ben conosciuto il problema della sicurezza degli edifici scolastici (Rapporto sulla sicurezza degli edifici scolastici su www.cittadinanzattiva.it), del loro arredo e delle dotazioni da quelle tecnologiche alla carta igienica nei bagni.

Nel problema generale ce n’è poi un altro più specifico perché le maggiori carenze si registrano nelle regioni del Centro e del Sud a conferma di un ritardo strutturale tutto italiano.

La questione tocca, ovviamente, anche le università. Mancano i fondi e le rette sono fra le più alte. Il confronto con Germania, Spagna, Francia, Danimarca, Finlandia e Svezia è impietoso (borse di studio, tasse inesistenti o basse, aiuti agli studenti).

In Italia i fondi sono gestiti male e non si fa niente per invertire la tendenza. Chi se ne preoccupa? Forse il governo? Non pare proprio.

Per Francesco Cancellato la scuola al sud è un’emergenza sociale che stiamo facendo finta di non vedere. Lo attesta ogni anno  il rapporto sui test Invalsi dal quale veniamo a sapere che il ritardo di molti studenti del sud è tale che si affronta l’esame di terza media con competenze da scuola elementare. È rimbalzato sui giornali quel dato: il 35% dei bambini di alcune regioni del sud arriva in quinta elementare senza essere in grado di comprendere un testo. Ma in quel Rapporto ce n’è per tutti, maturandi compresi, per i quali un semplice testo di inglese è incomprensibile alla stragrande maggioranza di loro.

È un’emergenza o no? Se la scuola non funziona, produce ignoranza e allarga le disuguaglianze (chi può pagare si forma meglio) pensiamo che sia meno importante dell’ultima stupidaggine detta da Salvini? Mai come in questo caso è appropriato dire che in gioco è il futuro. Gli studenti di oggi saranno i lavoratori, i cittadini, gli adulti di domani. E come faranno senza formazione ad affrontare un mondo che è sicuramente molto più complesso di quanto loro possano immaginarlo? Cancellato è drastico: un Sud con una scuola del genere, è un Sud senza alcuna speranza di salvezza. Ma il problema non è solo del Sud. Se non si formano le giovani generazioni non ci sarà reddito di cittadinanza in grado di contrastare un disastro annunciato. E non servirà a nulla la protesta sociale nel momento in cui l’opera sarà compiuta. Non si recuperano facilmente generazioni di ignoranti privi degli strumenti per affrontare il loro cammino nella vita. I sovranisti dicono: chiudiamoci in casa nostra, non entri più nessuno e facciamo alla vecchia maniera così non ci tocca la competizione con gli altri. Ma è un’illusione da disperati che ci condanna all’emarginazione. L’Italia non può escludersi dal mondo per paura. Ne sarebbe travolta.

E poi: lo vogliamo capire che tutto ciò è in relazione diretta con la crescita del Pil? Non sono le Quote 100, i redditi di cittadinanza, gli 80 euro, la flat tax, i condoni la via giusta per affrontare i limiti strutturali dell’Italia. Quelli sono palliativi o prese in giro buone per arrivare alle prossime elezioni illudendo la gente. E rendendola più cattiva perché ignorante, disinformata e illusa che il problema sia solo quello di stampare tanti bei soldi da distribuire a tutti. E chi non li vuol stampare è un nemico.

Se ci fossero forze politiche serie dovrebbero dire la verità agli italiani e investire sull’istruzione: edifici scolastici nuovi di zecca, tempo pieno ovunque, insegnanti più preparati e motivati, lotta senza quartiere all’abbandono scolastico. Non ci sono zecche di Stato capaci di regalare il futuro che solo gli italiani con il loro lavoro possono costruire

Claudio Lombardi

Auguri (di Claudio Lombardi)

cambiare strada in ItaliaPare che la crisi dell’ILVA di Taranto si avvii a soluzione con l’intervento dello Stato. Pare anche che la crisi di Termini Imerese sia stia risolvendo con la mediazione del governo. Le acciaierie di Piombino le ha comprate un gruppo algerino. Per la AST di Terni le cose sembra che si siano messe bene. I giornali scrivono che per Meridiana si profila una soluzione. (L’elenco è lungo, chi vuole può trovare qui una scheda completa www.repubblica.it/economia/2014/12/19/news/crisi_aziendali-103307729/?ref=HREC1-2)

La legge di stabilità è stata approvata. Con luci, ombre ed errori come tutti gli anni. I decreti sulla riforma del lavoro cominciano ad essere approvati (con tempi fulminei per le tradizioni italiane). Faranno bene? Faranno male? Vedremo. Intanto il reintegro ex art 18 sembra sia stato mantenuto. I contratti ai precari delle province sono stati prorogati.

proteste contro il governoTutto bene allora? Manco per idea. Innumerevoli problemi restano in attesa di soluzione e nessuno può pensare ci sia qualche magia per affrontarli tutti insieme. Così il pessimismo e l’arrabbiatura sono sempre possibili e ognuno può prendersela con chi gli pare. Noi italiani facciamo grandi battaglie di principio e sui simboli, ma poi dimentichiamo in fretta e non ci interessa più conoscere il seguito delle storie. È comprensibile, non possiamo trasformarci tutti in esperti di ogni cosa. Per ogni problema chiediamo una legge o un intervento risolutore del governo. Ma non ci accorgiamo che l’Italia affoga nelle norme di ogni tipo e che, ben più della norma, conta chi e come la applicherà. Probabilmente abbiamo già tutti gli strumenti che ci servono e abbiamo la potenzialità economica e finanziaria necessaria per usarli, Europa o non Europa. Chi cura l’informazione ci dovrebbe aiutare sempre non solo a protestare ed inveire, ma a capire le cause, quelle più vicine e quelle remote. Ci farebbe un gran bene tenerle sempre presenti e riconoscerle nei problemi che si manifestano spesso come emergenze “inaspettate”. Ci aiuterebbe a selezionare i migliori, i più capaci in ogni campo e ad affidare a loro gli incarichi più importanti. Ci aiuterebbe ad essere intransigenti quando serve e con intelligenza.

costituzione identità nazionaleCiò che accade oggi e da molti anni, invece, è l’esatto contrario e dal gran vocio che si leva nel confronto tra parti politiche, sindacali, correnti di opinione e quant’altro si muove nella società non si percepisce una base condivisa che ci identifichi come nazione, come stato democratico con una storia alle spalle. A distanza di 34 anni siamo ancora alla descrizione che Italo Calvino fece nel 1980 nel celebre “Apologo sull’onestà nel paese dei corrotti” che inizia così:

“C’era un paese che si reggeva sull’illecito. Non che mancassero le leggi, né che il sistema politico non fosse basato su principi che tutti più o meno dicevano di condividere. Ma questo sistema, articolato su un gran numero di centri di potere, aveva bisogno di mezzi finanziari smisurati (ne aveva bisogno perché quando ci si abitua a disporre di molti soldi non si è più capaci di concepire la vita in altro modo) e questi mezzi si potevano avere solo illecitamente cioè chiedendoli a chi li aveva, in cambio di favori illeciti. Ossia, chi poteva dar soldi in cambio di favori in genere già aveva fatto questi soldi mediante favori ottenuti in precedenza; per cui ne risultava un sistema economico in qualche modo circolare e non privo d’una sua armonia.

Nel finanziarsi per via illecita, ogni centro di potere non era sfiorato da alcun senso di colpa, perché per la propria morale interna ciò che era fatto nell’interesse del gruppo era lecito; anzi, benemerito: in quanto ogni gruppo identificava il proprio potere col bene comune; l’illegalità formale quindi non escludeva una superiore legalità sostanziale”.

costruire futuro ItaliaEcco se qualcosa è cambiato da allora è cambiato in peggio perché oggi non si può nemmeno più parlare di gruppi convinti di interpretare il bene comune. Come le cronache giudiziarie dimostrano i gruppi di questi ultimi anni sono composti di predoni che hanno la sola legge del loro tornaconto personale. Predoni che, però, ricevono spesso il consenso di migliaia di elettori o che dispongono di clientele fedeli.

L’augurio che ci possiamo fare è che in un futuro (si spera non lontano) la prima legge che dobbiamo imporre a noi stessi, depositari della sovranità nazionale, è quella di non scegliere più i furbi, i disonesti, i corruttori e i corrotti quando si tratta di delegare il potere.

Poi di tutto il resto si può discutere – leggi, decreti, manovre, provvedimenti – ma viene dopo e se non cominciamo da qui ad ogni fine d’anno ci troveremo sempre a contare i danni

Claudio Lombardi