I gilet gialli e la fragilità della democrazia

Qualcuno ha osservato che senza gli scontri settimanali con la polizia ben pochi si sarebbero accorti del movimento dei gilet gialli al di fuori della Francia. Ma anche l’opinione pubblica francese probabilmente avrebbe dato minor peso a questo pseudo movimento se non le fosse stato imposto con la violenza dei sabotaggi, dei pestaggi, delle devastazioni che da settimane tormentano Parigi e diverse altre località. Di fatto una piccola minoranza si è imposta alla stragrande maggioranza con metodi che nulla hanno a che vedere con la normale dialettica politica e sociale che caratterizza un sistema democratico.

I sondaggi valgono quel che valgono, ma i gilet gialli hanno ricevuto comprensione da una fetta maggioritaria dell’opinione pubblica francese. Anche in Italia sembra che il gradimento superi il 60%. Strano fenomeno. La prima osservazione è ovvia: ma se così tanti mostrano di condividere la protesta perché non scendono in piazza anche loro e non si uniscono ai manifestanti? La seconda osservazione riguarda la distinzione tra essere spettatori ed essere coinvolti. Siamo abituati ad assistere ad eventi politici spettacolari e di grande impatto mediatico come spettatori che possono schierarsi per l’uno o per l’altro senza per forza sentirci responsabilizzati. Probabilmente nelle percentuali di quelli che mostrano comprensione e simpatia nessuno gradirebbe la guerriglia urbana intorno a casa sua perché ne pagherebbe le conseguenze. Ma sicuramente nessuno vorrebbe un assetto politico e sociale nel quale minoranze organizzate rovesciano il sistema cioè le istituzioni e le leggi e assumono il comando.

Invece, anche nel caso dei gilet gialli, si ripete uno schema ormai già sperimentato: molti realizzano un transfer tra i propri motivi di insoddisfazione e di rancore (personali e dunque a livello prepolitico), e l’emersione di un movimento che appare deciso a tagliare ogni lungaggine del metodo democratico e ad imporsi a prescindere da impicci procedurali e di consenso.

Colpisce e turba che ogni leaderino da nessuno delegato nelle interviste dica di parlare a nome del popolo. Col suo bravo gilet giallo di ordinanza ciascuno di questi ribelli improvvisati si sente autorizzato a minacciare, a praticare la violenza, a sabotare servizi ed attrezzature pubblici (il 60% degli autovelox è stato distrutto), a chiedere addirittura il crollo del sistema democratico rappresentativo. A questo livello siamo fuori da ogni contesto costituzionale, siamo al sovvertimento rivoluzionario nel quale ci si misura solo sulla forza e nel quale l’unica legge è quella di chi riesce a battere l’avversario.

Tutto ciò non ha nulla a che fare con un movimento di protesta popolare ed è potuto nascere solo grazie a un duplice fallimento. Le classi dirigenti cioè le cosiddette élite, si sono abituate a considerare immodificabile la crescente disuguaglianza dei redditi e dei benefici che derivano dal sistema economico uscita dagli anni della crisi. Hanno ritenuto che la promessa di un miglioramento delle condizioni di vita di ciascuno potesse consistere nella sua ripetizione e non trasformarsi in un parametro sul quale impostare le scelte politiche. Si è persa la capacità di immaginare le tensioni e di prevenirle. Ciò che ha concesso Macron dopo l’insurrezione di alcune migliaia di gilet gialli poteva essere deciso prima se solo chi dirige il governo francese avesse mantenuto la capacità di comprendere la società e i suoi bisogni.

In realtà tale capacità è venuta meno per il secondo fallimento, quello del sistema democratico rappresentativo e partecipativo. Come succede per le colline private dei boschi l’onda di piena non ha trovato ostacoli in una mediazione democratica organizzata e si è trasformata in una forza distruttiva. I partiti non contano più nulla o non esistono e i sindacati si sono dimostrati del tutto inadeguati a svolgere la loro funzione di rappresentanza sociale. Secondo una ben conosciuta analisi entrambi si sono istituzionalizzati cioè si sono identificati con una funzione istituzionale sia parlamentare che di governo che di contrattazione tra attori dei processi sociali. Nessuno ha pensato a mantenere il collegamento con la base elettorale o degli iscritti. È accaduto in tutti i paesi occidentali e ne abbiamo avuto vari esempi anche in Italia. È emblematico il caso del Pd che ha diretto i governi dal 2013 al 2018 e che, dopo la sconfitta elettorale, è precipitato in uno stato confusionale che ha rivelato l’esistenza di una doppia realtà: quella di chi lavorava nelle istituzioni ed elaborava e realizzava le politiche e quella di chi stava nel partito e pensava solo alla mediazione tra gruppi e cordate personali.

Sembra che adesso Macron lo abbia capito e ha preso un’iniziativa importante con il lancio della grande consultazione dei francesi che durerà 60 giorni. E’ già qualcosa, anzi è molto e segnerà il discrimine tra chi punta solo allo sfascio e chi vuole veramente far valere le sue ragioni.

Ma lo svuotamento della democrazia resta ed è la causa dell’incapacità delle élite di comprendere e governare il bilanciamento tra oneri e vantaggi, tra diritti e doveri, tra poteri e responsabilità. La perdita di fiducia è drammatica e lascia un caos sul quale puntano potenti soggetti geopolitici interessati alla disgregazione dell’Europa. Far crollare Macron oggi è la chiave per minare l’esistenza stessa dell’Unione Europea e dell’euro. Non è difficile immaginare che sia gli Usa di Trump sia la Russia di Putin anche per conto della Cina siano le potenze che ricaverebbero i maggiori vantaggi dalla rottura dell’Europa. E non è difficile immaginare che, apertasi una crepa in Francia, stiano facendo di tutto per allargarla il più possibile. Putin è abituato a questo gioco sporco, ma anche Trump non si fa certo scrupoli nello scendere sullo stesso terreno.

La posta in gioco in Francia non è il grido di dolore di una popolazione che ha vissuto la crisi molto di meno di altri e che gode di un livello di benessere e di tutela dei diritti sconosciuto sia ad est che ad ovest. Questo “grido di dolore” è artefatto e pompato da una propagazione mediatica di enorme potenza che ha lo scopo di aumentare la tensione e di suscitare l’identificazione di milioni di persone in tutta Europa con le ragioni dei manifestanti. Gli scontri con la polizia scientemente ricercati ed organizzati sono il requisito mediatico indispensabile per trasformare un piccolo fatto in un grande evento.

In definitiva la posta in gioco non riguarda soltanto la Francia, ma la nostra libertà di europei. Prima lo capiamo e meglio è

Claudio Lombardi

Gilet gialli: i puntini sulle i

Sembra che dopo il discorso di Macron i gilet gialli si siano un po’ quietati. Dunque è il momento di porsi qualche domanda su un movimento quasi spontaneo che ha mobilitato al suo apice una frazione minima dei francesi, ma che è riuscito a mettere con le spalle al muro il governo. Si è trattato di gente disperata mossa dall’estremo bisogno? È forse la Francia un paese che affama la popolazione? Entrambe le risposte sono negative. La realtà fotografata dai dati esposti in un articolo di Riccardo Sorrentino sul Sole 24 Ore del 19 dicembre conferma l’immagine di un paese che poggia su un’economia ricca che non è stata piegata dalla crisi e dotato di un welfare forte, se non il migliore, sicuramente tra quelli che eccellono in Europa. Ma dice anche qualcosa sui punti deboli del sistema francese.

Innanzitutto non sembra che la Francia sia un paese che debba davvero temere la povertà: le persone a rischio di povertà ed esclusione sociale sono il 17,1% del totale, meno del 19% della Germania e del 28,9% dell’Italia. Il numero delle famiglie che riesce a coprire le spese mensili con molte difficoltà è pari al 4,1% del totale. Più del 2,1% della Germania, ma comunque uno dei migliori dati europei.

Per gli anziani lo Stato spende 4.291 euro per abitante (in crescita del 2,1% reale annuo dal 2007 al 2016) contro i 3.487 euro della Germania (+1,4%) e i 3.856,27 (+0,5% annuo) dell’Italia.

Anche per il welfare lo Stato francese è generoso. Le spese sociali sono pari a 11.445 euro per abitante, contro gli 11.281 euro della più ricca Germania, e gli 8.229 euro dell’Italia. Notevoli sono gli aiuti per le famiglie con figli attraverso forti integrazioni del reddito che arrivano a sussidiare anche la spesa per baby sitter e nidi. Complessivamente per questo tipo di interventi la Francia spende 816 euro per abitante, contro i 1.233 della Germania e i 491 dell’Italia. Il sistema fiscale, d’altra parte, prevede il quoziente familiare ed è particolarmente generoso. Un dipendente con uno stipendio di 50mila euro e moglie e figli a carico paga 10.226 euro di contributi sociali e 910 di imposte (zero se i figli sono due).

Veniamo al capitolo tenore di vita. Non si può dire che quello dei francesi si sia abbassato. Dal ’99 a oggi i salari medi reali (depurati dall’inflazione, quindi) sono aumentati del 23%, contro il 16% della Germania e il 2,3% italiano (sì l’Italia non se la passa bene). Anche dopo la crisi cioè dal 2010 le retribuzioni medie reali sono cresciute sia pur più lentamente degli anni precedenti (in Germania più 1,5% l’anno, mentre in Italia sono calati dello 0,5% l’anno).

La disoccupazione è abbastanza elevata, ma anche in questo caso la protezione sociale funziona molto meglio che in Italia.

Sappiamo però che la causa scatenante della protesta è stato l’annunciato aumento del prelievo fiscale sui carburanti. E in effetti in questo campo e in quello del riscaldamento c’è stato un incremento della spesa superiore alla media europea mentre su alimentari, elettricità, affitti gli aumenti sono stati inferiori. E questa potrebbe essere una prima spiegazione.

Un’altra rimanda alle differenze tra città e campagne.

Nelle aree rurali i servizi pubblici non funzionano come nelle città. Per esempio, se è vero che il sistema sanitario è di alta qualità lo è più nelle aree urbane che nelle campagne (e nelle periferie).

Per sommi capi questo è il quadro che non spiega l’esplosione della protesta e le sue forme violente.

La strumentalizzazione politica da parte dell’estrema destra e delle ali più radicali della sinistra la spiega in parte, ma tutto il resto si deve imputare alla sfiducia e alla paura di retrocedere nella scala sociale e del benessere e alla mancanza di organizzazioni di mediazione capaci di capire il malcontento e trasformarlo in proposta politica.

Quella francese è una lezione perché dimostra che la percezione di un peggioramento spesso va oltre la sua effettiva consistenza e prescinde dalla realtà

Claudio Lombardi