Working poor: lavoratori a rischio povertà

Di povertà si parla molto, ma nel presupposto che la cura più efficace sia il lavoro. E invece anche lavorando si può diventare poveri. Nei giorni scorsi Eurostat ha diffuso uno studio sulla In-work poverty in EU relativo al 2016 cioè sui lavoratori maggiori di 18 anni di età a rischio povertà nei Paesi dell’Unione Europea. Ebbene l’Italia si colloca al quinto posto per numero di lavoratori poveri dopo Romania, Grecia, Spagna e Lussemburgo. Il dato è l’11,7% degli occupati. In un solo anno. Quanti saranno in futuro? Cresceranno o diminuiranno? E quanti di loro diventeranno pensionati poveri?

Milioni di persone povere o a rischio di diventarlo che crescono nel corso degli anni rappresentano un problema sociale che può diventare ingestibile e causa di enormi tensioni oltre che di drammi umani. Secondo Censis Confcooperative c’è il rischio che nei prossimi trent’anni i poveri crescano di sei milioni di persone. Che poi sarebbero i giovani di oggi. Le cause sono quelle ben conosciute del ritardo nell’ingresso nel mondo del lavoro, della discontinuità contributiva causata dal precariato e delle retribuzioni troppo basse. Inevitabile che ciò si ripercuota sulla pensione futura. Di fronte a questa realtà poco possono fare la nuova indennità di disoccupazione (la Naspi), il Reddito di inclusione attiva già in vigore da quest’anno e anche un ipotetico reddito di cittadinanza. A meno che quest’ultimo non diventi il sostituto di un vero reddito da lavoro, uno stipendio di Stato.

Il problema è che le retribuzioni in Italia sono generalmente basse. Quelli dei nuovi impieghi in modo particolare. Così è normale considerare il livello dei mille euro al mese come un traguardo più che rispettabile per un giovane quando è noto che può, forse, esserlo in una provincia del Mezzogiorno, ma non certo in una città del Centro-Nord. E poi mille euro al mese per quanto tempo? La questione delle basse retribuzioni ha una sua specificità tutta italiana. È noto infatti che le retribuzioni italiane sono inferiori a quelle dei maggiori Paesi europei. Se poi si prende in esame anche l’aspetto dei servizi, da quelli di pubblica utilità al welfare, il confronto penalizza ancor più il nostro Paese.

La crescita del Pil che è finalmente arrivata non sembra aver modificato questa situazione. E nemmeno l’aumento dell’occupazione che pure c’è stato. Tuttavia il problema grava sulle mansioni meno qualificate perché, di contro, c’è domanda per lavoratori specializzati e tecnici che il sistema dell’istruzione non prepara in numero sufficiente (e che non sono intercettati e indirizzati dai servizi per il lavoro). Sicuramente non si tratta solo delle conseguenze della crisi, ma di un mutamento epocale che è composto da più elementi. La globalizzazione ha spinto lontano dall’Italia le produzioni a minor valore aggiunto determinando una tensione nei rapporti di forza tra le componenti sociali e una contrazione generale delle retribuzioni nei livelli bassi e medi. Mentre le mansioni dirigenziali, i professionisti e i tecnici ai più alti livelli nonché gli imprenditori attivi sui mercati globali hanno goduto di una redistribuzione della ricchezza a loro favore. È significativo che da molti anni le notizie sui guadagni dei top manager e di chi manovra le leve della finanza vengono accolte con fatalismo e rassegnazione.

In Italia abbiamo poi avuto una tappa speciale in questo processo di redistribuzione: il passaggio dalla lira all’euro. In quegli anni un grande economista, Marcello De Cecco, intravide subito lo spostamento di ricchezza a favore di chi fissava i prezzi e a danno di chi poteva solo pagarli. Così si esprimeva in un’intervista del 2011.

“Ma una cosa è sicura: già dalla vittoria alle elezioni del 2001, il governo Berlusconi, vedendo che il Pil non cresceva e che c’era poco reddito, ha pensato di ridistribuirlo togliendolo ai lavoratori dipendenti e passandolo ai suoi elettori. Profittando del passaggio all’euro, si è limitato a non applicare i sistemi di vigilanza sui prezzi approntati dal governo di centro sinistra, consentendo al suo elettorato di imprenditori e mediatori di stabilire i prezzi e arricchirsi alla grande. Così, grazie a questi profittatori di regime, oggi paghiamo il pane seimila lire al chilo.” E ancora: “Può permettersi di ragionare in euro solo chi fa i prezzi. Se un lavoratore dipendente tira fuori una sua busta paga di dieci anni fa si rende conto di quanto si è impoverito, visto che, da subito, un euro ha smesso di valere duemila lire per passare a mille”.

Eppure i dati di Bankitalia sui bilanci delle famiglie (anno 2016) mostrano un incremento medio significativo del reddito. Il problema è che sempre più va a beneficio degli anziani, del Nord e delle città e sempre meno ai giovani, alla provincia e al Sud. E non basta a scongiurare il rischio povertà che grava su una elevata percentuale delle famiglie. In particolare si tratta di quelle con capofamiglia più giovane, meno istruito, nato all’estero e per le famiglie residenti nel Mezzogiorno.

Aumentano anche le diseguaglianze nella distribuzione della ricchezza. Infatti nel 2016 il 5% deteneva il 30% della ricchezza complessiva mentre al 30% delle famiglie più povere andava invece l’1% della ricchezza.

Se dietro ai dati si considera la vita reale delle persone non si può dire loro di rassegnarsi perché l’incertezza è il segno di quest’epoca. E nemmeno che nel lungo periodo migliorando i sostegni sociali, la formazione e le politiche attive del lavoro tutto andrà, forse, meglio. Il voto del 4 marzo racconta anche di un’esigenza di essere presi sul serio che molti elettori hanno voluto manifestare votando i partiti che non dicevano loro di stare buoni e tranquilli, ma li invitavano a prendere una posizione netta. È rimasto penalizzato il Pd che non è riuscito a trasmettere il senso della sua serietà. Eppure il primo a superare i vincoli del rigore era stato il governo Renzi con la restituzione fiscale degli 80 euro, la defiscalizzazione delle assunzioni, i nuovi ammortizzatori sociali, il reddito di inclusione. Chi avrebbe potuto fare di più in quegli anni?

Claudio Lombardi

Le cause di fondo del malcontento

Le elezioni in Germania hanno attirato l’attenzione sull’esistenza di un’area di malcontento in un Paese che si riteneva un’isola felice che ha passato indenne gli anni della crisi economica, che ha tratto un grande vantaggio dall’euro, che è sulla soglia della piena occupazione e che fornisce prestazioni sociali fra le più ricche dell’intera Europa. E il malcontento (che si traduce in astensionismo ed arriva all’affermazione del populismo fondato sul rifiuto delle classi dirigenti tradizionali) è un segnale che arriva da ogni parte del mondo occidentale cioè dalla parte più avanzata delle società ed economie mondiali.

Germania elezioniProviamo a dare qualche spiegazione seguendo l’analisi di Carlo Cottarelli esposta in un recente intervento.

Il punto di partenza è la constatazione che c’è una buona ripresa economica globale. Il Fondo Monetario Internazionale prevede nel 2017 una crescita del 3,5 per cento, un dato normale in linea con quello dei decenni precedenti il 2000.

Un dato normale che, però, contiene quattro problemi:

  1. Il mondo occidentale non cresce come una volta perché i paesi avanzati a fronte di un più 3,1 per cento dal 1970 al 2000, nel triennio 2015-2017 si sono fermati ad un più 2 per cento
  2. Una crescita più bassa dalla quale, però, hanno tratto beneficio un numero minore di persone perché la distribuzione del reddito è diventata più squilibrata cioè è andata di più a chi sta in alto nella scala dei redditi e meno a chi sta nel mezzo e in basso
  3. Soprattutto la classe media ha perso reddito
  4. L’ascensore sociale si è bloccato nei paesi avanzati cioè è diventato più difficile modificare la propria condizione rispetto al punto di partenza

redistribuzioneL’insieme di questi fattori ha determinato quella redistribuzione di ricchezza dal basso verso l’alto che era già stata individuata identificandola nei due numeri – 99% e 1% – che rappresentavano l’esasperazione delle proporzioni di chi vedeva crescere la sua ricchezza e di chi se la vedeva sottrarre.

Secondo Cottarelli i quattro problemi sono riconducibili a quattro cause:

  1. Calo del tasso di fertilità nei paesi avanzati che comporta meno crescita di Pil a parità di produttività o anche scarsa crescita al crescere della produttività. Come è noto la caduta delle nascite è stata tamponata con l’immigrazione, ma il suo aumento troppo rapido e le modalità con le quali si è svolto hanno portato a nuove tensioni sociali. C’è da aggiungere che l’ingresso nel mercato del lavoro degli immigrati ha creato una concorrenza al ribasso sia sul piano dei salari che su quello delle condizioni del lavoro. Ovviamente andrebbero viste le particolarità Paese per Paese, ma tale competizione si è spostata anche sul piano delle prestazioni sociali che, a fronte di un livello di spesa tendenzialmente stabile (o in riduzione), hanno visto un incremento di richiesta per effetto dell’arrivo degli immigrati
  2. globalizzazioneGlobalizzazione ovvero l’integrazione nel commercio mondiale di India e Cina ricchi di lavoro e poveri di capitale. Anche in questo caso si può aggiungere qualcosa all’analisi ricordando lo spostamento di una parte delle attività produttive nei paesi a minor costo di mano d’opera con gli effetti sui livelli di disoccupazione e con la compressione salariale nei paesi dai quali provenivano le produzioni delocalizzate. Ovviamente ciò non si è verificato solo con i paesi asiatici, ma anche in Europa con la caduta del blocco socialista che ha portato all’immissione sul mercato del lavoro di decine di milioni di lavoratori a basso costo. Il risultato è stato quello di una riduzione globale della quota del reddito destinata al lavoro
  3. Minore impatto sulla produttività della crescita tecnologica. Qui Cottarelli cita gli economisti che ritengono inferiore la crescita della produttività degli ultimi decenni rispetto a quella che si è verificata tra le fine del XIX e la metà del XX secolo. In ogni caso si tratta di una crescita tecnologica che è andata in direzione della riduzione del lavoro umano sostituito dalle macchine automatiche
  4. Crescita del sistema finanziario cioè finanziarizzazione dell’economia che ha portato una maggiore fragilità con l’esposizione a crisi ricorrenti non determinate da un mutamento dei fattori produttivi. Come si è osservato più volte in questi anni l’economia di carta o speculativa si è imposta sull’economia reale dilagando nel sistema bancario e coinvolgendo i debiti pubblici ai quali si è fatto ricorso per rimediare ai danni prodotti dalla finanziarizzazione.

disuguaglianza ricchi e poveriL’analisi è scarna, ma il quadro delineato è abbastanza chiaro. Che fare? Cottarelli individua quattro punti: eliminare gli ostacoli ai meccanismi di mercato; redistribuire il reddito; far funzionare di nuovo l’ascensore sociale ovvero puntare ad una parità dei punti di partenza cioè dare la possibilità a tutti di salire nella scala economica e sociale e questo si può fare soprattutto con un’istruzione di qualità e accessibile a tuttiintervenire sul sistema finanziario per riportarlo ad essere motore di sviluppo economico.

L’unica osservazione da fare è che in questi punti c’è un programma di governo vasto che ha senso se tocca l’Europa e non soltanto i singoli Paesi

Claudio Lombardi

Povertà e Rapporto Oxfam: un metodo fuorviante

Che la profezia marxiana sulla progressiva e ineluttabile concentrazione del capitale nelle mani di pochi si stia avverando? Devono averlo pensato in molti, ieri, leggendo i resoconti sul consueto rapporto anti-Davos di Oxfam, significativamente intitolato “Un’economia per il 99 per cento”. La “notizia”, quest’anno, è che nelle mani di otto sole persone si troverebbe altrettanta ricchezza che in quelle di altri 3,75 miliardi individui, ossia la metà più povera dell’umanità. Tutta colpa del neoliberismo, ca va sans dire.

poveri del mondoSe davvero il livello di concentrazione della ricchezza fosse questo, sarebbe stupefacente non vedere gli eserciti dei miliardi di poveri dare l’assedio alle ville stralussuose di un pugno di privilegiati. Fortunatamente, le cose non stanno esattamente in questi termini. Oxfam, infatti, usa una metodologia ardita, che porta a conclusioni davvero bizzarre. Il principale limite del lavoro sta nello strumento scelto per misurare la ricchezza: da un lato la lista dei miliardari della rivista Forbes, dall’altro il Global Wealth Report di Credit Suisse. Entrambi guardano alla “ricchezza netta“, cioè alla differenza tra attività (case, liquidità, azioni e obbligazioni, eccetera) e passività (mutui e altri debiti). E’ un indicatore importante sotto molti profili, ma non necessariamente è una buona misura del patrimonio dei singoli individui. I debiti finanziari, in particolare, non andrebbero confrontati col capitale accumulato, ma col valore attuale netto dei redditi futuri (con cui il debito stesso verrà ripagato). Operazione, ovviamente, impossibile. Ignorare questo aspetto, però, comporta degli autentici paradossi.

disuguaglianza ricchi e poveriQualche esempio: secondo i dati di Credit Suisse ripresi da Oxfam, il numero di adulti con una ricchezza netta inferiore a 10 mila dollari negli Stati Uniti (85 milioni) sarebbe appena più basso di Russia e Brasile (entrambi attorno ai 102 milioni), dove il reddito pro capite è meno della metà. La percentuale di adulti con patrimonio negativo (cioè indebitati) in nord America e in Europa (rispettivamente 9 e 10 per cento) è uguale a quella africana e nettamente superiore a quella cinese (6 per cento). Gli europei che, pur avendo una ricchezza netta positiva, appartengono al quintile più povero (7 per cento) sono gli stessi dell’America Latina e surclassano i cinesi (1 per cento). Gli adulti europei appartenenti al quintile più basso della popolazione mondiale (101 milioni) superano sia i cinesi (72,4 milioni) sia i latinoamericani (69,9 milioni). Secondo questa metrica, il paese coi poveri più poveri (perché hanno una ricchezza netta pericolosamente sbilanciata in campo negativo) è tenetevi forte la Danimarca, dove il 10 per cento più ricco della popolazione avrebbe in mano addirittura il 73,7 per cento della ricchezza netta, contro il 56,6 per cento della Gran Bretagna.

La ragione per cui, in questa peculiare classifica, la neoliberista Londra batte la welfarista Copenaghen sul terreno dell’equità è la stessa per la quale nel 2016 i “super paperoni” che detengono la stessa ricchezza netta della metà più povera della popolazione mondiale sono solo 8, contro i 62 del 2015. Come spiega Credit Suisse, semplicemente, molti, anche nel mondo in via di sviluppo, stanno iniziando a contrarre debiti. Il fatto che individui relativamente poveri facciano un mutuo per comprare casa o avviare un’attività, però, non è un indice di impoverimento, ma un segno di fiducia nel futuro e nella propria stessa capacità di ripagare il dovuto.

globalizzazioneSimmetricamente, Oxfam passa disinvoltamente a seconda dei casi e addirittura a seconda dei Paesi dalla povertà alla diseguaglianza. Povertà e diseguaglianze sono entrambe questioni serie, ma concettualmente molto diverse: una nazione in cui nessuno possiede nulla è povera ma non diseguale; una in cui 1’1 per cento della popolazione è miliardario, e il restante 99 per cento “solo” milionario, è diseguale ma non povera. Ovviamente, nel mondo reale, le due cose si incrociano, ma vanno tenute ben distinte, anche perché non necessariamente le politiche adeguate per curare l’una sono anche adatte per affrontare l’altra.

Nell’ansia di lanciare numeri sconvolgenti (otto individui contro 3,75 miliardi), rimangono in ombra gli enormi progressi compiuti nell’epoca della globalizzazione. Tra il 1990 e il 2010, la quota di persone in condizioni di povertà estrema, a livello globale, è crollata dal 43 al 21 per cento. Anche la diseguaglianza si è significativamente ridotta: uno studio di Tomas Hellebrandt e Paolo Mauro ha mostrato che, tra il 2003 e il 2013, l’indice di Gini a livello globale è calato sistematicamente, e continuerà a farlo. La stessa distribuzione dei redditi a livello globale messa a disposizione assieme a moltissimi altri dati da Max Roser sul suo sito OurWorldinData.org evidenzia una progressiva crescita del ceto medio.

La diseguaglianza non si crea a tavolino

La diseguaglianza è invece spesso cresciuta a livello nazionale (Italia inclusa) e questo interroga sia il nostro modello di sviluppo sia l’efficacia delle nostre politiche. Ma non autorizza a chiudere gli occhi di fronte a un benessere maggiore e più diffuso che mai nella storia dell’umanità. La selettività di Oxfam è funzionale, più che a una descrizione o comprensione dei fenomeni, a una narrazione nella quale tutto cambia (in peggio) tranne il capro espiatorio: il neoliberismo. Si legge nel rapporto: “Un’economia umana combatte il modo in cui la globalizzazione è stata usata per consolidare i principi neoliberisti che mettono i paesi l’uno contro l’altro nella corsa al ribasso su fisco e salari”. Come se l’economia globale fosse una gigantesca quanto cinica partita a Risiko, e come se il mondo non fosse enormemente più complesso della dickensiana favola di Natale.

Carlo Stagnaro tratto da http://www.brunoleoni.it

La lezione dell’ elezione di Trump

Trump ci costringe a rimescolare le carte. Torna il vecchio dilemma: cosa è destra e cosa è sinistra? I voti li prende da una maggioranza indebolita e spaventata dalla crisi e dalla globalizzazione che prima di ogni ragionamento vuole sapere che ne sarà del lavoro e se qualcuno può ridarle i redditi e la stabilità di prima. Nessuna dotta analisi, nessun richiamo alle compatibilità e ad una visione strategica o ad una missione ideale può sostituire queste semplici domande. La promessa di far tornare di nuovo l’America grande basta e avanza a questa maggioranza per delineare il suo orizzonte ideale. La spinta è la rabbia per una crescita dell’economia i cui frutti sono stati presi da una casta di operatori finanziari, manager e proprietari di aziende più altri membri dell’establishment su su fino al famoso 1%.

make-america-great-againQuesta spinta non è stata vista da chi di questo establishment fa parte e da chi pensa sia sufficiente evocare le magnifiche sorti degli scambi globali e delle migrazioni per convincere milioni di persone a sopportarne le conseguenze. Purtroppo da anni la sinistra riformista e chi si presenta come centrosinistra (i democratici negli Usa) appare come il propugnatore di un’etica della sopportazione che invita alla moderazione, alla prudenza, al rinvio in nome di ciò che si può realisticamente fare in una situazione che appare come un fenomeno naturale sul quale non è possibile influire. Anzi, peggio, perché, mentre si diffonde il messaggio che la causa del riscaldamento globale sono le attività umane, altrettanto non si fa per i mercati che appaiono l’entità superiore inaccessibile e imperscrutabile che governa i destini dell’umanità.

Possiamo stupirci se è maturato nel cuore di quelle che una volta si chiamavano masse popolari un rifiuto che, di volta in volta, si rivolge all’accoglienza dei migranti, agli scambi commerciali con la Cina, ai vincoli della moneta unica e a quant’altro si frappone alla conquista di uno standard di vita accettabile? È un rifiuto senza confini che parla lo stesso linguaggio anche se filtrato dalle culture nazionali negli Usa e in Europa. Il linguaggio è quello dei propri interessi minacciati da una situazione che i gruppi dirigenti della politica non sembrano in grado di migliorare.

globalizzazioneLe masse vedono la globalizzazione come invasione di merci e di persone. Non ne vedono i vantaggi e pensano che sia stata voluta per oscuri interessi di una ristretta minoranza di “padroni del mondo”. E così si individua il nemico in chi arriva da altri paesi e chiede lavoro e protezione. Lo si individua nei lavoratori che producono le merci lontano e che tolgono spazio a quelle prodotte in casa. Lo si individua nelle regole dettate per far stare insieme paesi molto diversi sotto un’unica moneta.

La lezione dell’elezione di Trump vale per l’Europa e cioè per l’Italia, per la Francia, per l’Austria, per la Danimarca e vale per il Regno Unito. Da noi i movimenti populisti che scavalcano qualunque classificazione politica esistono e si rafforzano mentre i governi diretti dalle forze politiche tradizionali appaiono incapaci di rispondere alle esigenze dei propri cittadini. Chi ci prova come è il caso dell’Italia alle prese con i terremoti e con le sue arretratezze deve ingaggiare una dura battaglia con i controllori europei pagando il prezzo di errori della storia passata che non possono essere scontati nei tempi brevi di un ciclo economico.

disuguaglianza-ricchi-e-poveriLa lezione americana ci dice che la Clinton non ha rassicurato chi soffre le disuguaglianze, non ha convinto abbastanza sulla bontà dei suoi programmi perché priva di una credibilità forte e perché penalizzata per essere l’espressione di una classe dirigente che appare inadeguata pur nella crescita del Pil di questi anni a migliorare le condizioni di vita di milioni di persone.

Dopotutto i democratici hanno avuto otto anni di presidenza Obama per accorgersi di ciò che stava accadendo. Dovranno imparare loro e dovranno impararlo i democratici europei che l’invito alla moderazione e alla sopportazione di tutte le compatibilità trova sempre il limite degli interessi delle persone. Troppo non si può chiedere e conviene mostrarsi agguerriti e determinati a cambiare ciò che non funziona prima che si presenti un demagogo a raccontare favole e a trascinarsi via tutti

Claudio Lombardi

Strani problemi dello sviluppo cinese

La globalizzazione ha diverse facce. Una di queste è il miglioramento delle condizioni relative di vita e lo spostamento verso l’alto nella scala sociale di milioni di persone. Abituati a pensare la Cina come il serbatoio di mano d’opera a bassissimo costo del mondo può sorprenderci scoprire che nel corso degli anni molte cose sono cambiate. Un interessante articolo di Rita Fatiguso sul Sole 24Ore del 1° settembre si occupa proprio di questo e la realtà di cui parla suona strana alle nostre orecchie.

lavoratori cinesiSull’economia cinese pesano sia il costo del lavoro che la penuria di lavoratori. Addirittura nel GuangDong pagano ai lavoratori metà salario per stare a casa pronti a riprendere il lavoro quando arrivano le commesse. Soluzione semplice con la quale l’operaio non perde il lavoro e il datore non perde l’operaio.

Tutto rose e fiori? Evidentemente no. Il fatto è che la Cina è una realtà difficile da conoscere e comprendere in tutti i suoi aspetti e la crescita tumultuosa degli ultimi venti anni non si è svolta in un paese bloccato nel sottosviluppo del passato. Lo spostamento di centinaia di milioni di persone dalle campagne alle zone produttive e alle città ha avuto effetti importanti sulla composizione sociale. Si è formato un ceto medio e il numero degli imprenditori si è moltiplicato così come quello dei ricchi.

economia cineseLo sfruttamento forsennato dei lavoratori non è riuscito ad impedire l’incredibile aumento dei salari che si è verificato nell’ultimo decennio. Se nel 2003 il salario medio mensile era di circa 14.000 yuan, nel 2013 era arrivato ad oltre 50.000. Certo, i livelli di partenza erano molto bassi, ma un processo si è messo in moto ed è coerente con un cambiamento strutturale che sta emergendo . Infatti, uno degli aspetti delle turbolenze in atto nell’economia cinese è la spinta a sostituire le esportazioni con una maggiore quota di domanda interna. E questa ha bisogno di persone in grado di spendere e senza salari adeguati ciò non è possibile. E così capita che adesso la delocalizzazione verso paesi a più basso costo del lavoro colpisca anche la Cina, ma una parte dell’economia cinese risponde con l’aumento della produttività con l’uso dei robot e spostandosi verso le produzioni di maggior complessità tecnologica. Nel campo delle energie alternative per esempio la Cina è ai primi posti per il fotovoltaico.

Tornando al GuangDong l’articolo mette in evidenza che in quella regione mancano tra i 600mila e gli 800mila lavoratori e il governo locale ha previsto di investire qualcosa come 152 miliardi di dollari per sostituire gli umani con i robot nelle fabbriche fino a progettare la prima fabbrica a zero lavoratori (tranne che per il controllo del sistema di gestione).

Nel continente Cina succedono cose che a noi occidentali possono sembrare strane, ma accadono

Claudio Lombardi

La crisi della Cina e la lezione da imparare

Qualcuno minimizza, ma, a pochi anni dal collasso di Lehman Brothers, siamo forse davanti ad una nuova bolla finanziaria. Certo non siamo tornati indietro nel tempo al 2008, tuttavia è innegabile che gli squilibri di Cina, Giappone ed altri giganti asiatici sono oggi fonte di incertezza e rischi paurosi. Il punto è che queste crisi così frequenti non sono conseguenza inevitabile della globalizzazione, ma della volontà di non disciplinarla.

economia cineseNon occorre essere un esperto di Cina per capire quali sono i tratti salienti dell’economia di Pechino: tanti investimenti e concentrazione sulle esportazioni, ma bassi consumi interni; crescita ancora alta (anche se meno del 7% dichiarato); debito pubblico basso, ma molto alto quello delle amministrazioni locali ed in crescita quello delle famiglie e delle imprese; un sistema bancario ombra il cui peso è difficile da quantificare destinato soprattutto al finanziamento delle imprese (addirittura meccanismi di prestito peer to peer gestiti da operatori virtuali).

crescita pilDal caso cinese possiamo, e dobbiamo, imparare molte lezioni che non siamo ancora riusciti a metabolizzare neanche con una crisi ormai quasi decennale:

  1. Nessuna economia può crescere in eterno a tassi del 7 o del 10%. I paesi europei, casi paradigmatici Italia e Francia, nel secondo dopoguerra, durante i cosiddetti trent’anni gloriosi, crebbero a tassi oggi impensabili. Il Giappone nel secondo dopoguerra fu il primo paese ad ottenere una crescita a due cifre, poi fu la volta di altre tigri asiatiche e infine dal 1990 ad oggi il campione di crescita è stata la Cina. Crescite del 7 o del 10% per molti anni sono possibili solo in paesi che sono stati fermi per decenni, ad un certo punto è naturale che la crescita si smorzi e non riesca, anche nelle migliori situazioni, a superare di molto il 2%.
  2. I mercati che non sono in grado di discriminare le buone aziende dalle cattive aziende sono dannosi. Quando le quotazioni di tutti o quasi tutti i titoli scimmiottano il ciclo economico qualcosa non sta funzionando; caso estremo è quello di un mercato i cui andamenti dipendono solo dalla liquidità disponibile. Affermare che la Borsa cresce solo perché c’è tanta liquidità e che questo non crei problemi è sbagliato.
  3. Governi decisionisti o addirittura dittatoriali come quello cinese non sono in grado di rispondere meglio e più velocemente delle democrazie alle sfide della globalizzazione. Di recente l’Economist in un articolo aveva citato la convinzione di economisti anche liberisti, come l’ex rettore della Bocconi Guido Tabellini, che oggi governi non democratici o comunque molto potenti rispetto ai parlamenti possano far bene alla crescita. governi autoritariCina e Stati Uniti possono anche aver reagito meglio alla crisi, ma non perché hanno una leadership che non deve confrontarsi con la giornaliera routine del parlamento. Sicuramente un vero governo europeo sarebbe stato più efficace della somma dei tanti governi dell’area euro, ma i modelli di sistema della Cina e degli USA sono molto diversi da quello prevalente in Europa e non sono replicabili qui.
  4. Le bolle generano disparità. Le crisi dei nostri giorni non redistribuiscono ricchezza come fece quella del 1929. Se dopo gli anni trenta eventi come la guerra mondiale e la ricostruzione furono una grande livella (per parafrasare Totò), i patrimoni dei più ricchi dopo il crollo di Lehman in un paio di anni hanno superato i livelli record del 2006-2007, mentre i patrimoni dei più poveri si sono praticamente azzerati e i lavoratori, soprattutto i meno qualificati, ormai affrontano con costi pesanti l’ultima crisi quando ancora non hanno recuperato quello che avevano perso nella penultima
  5. Non sono più sostenibili crisi cicliche e ravvicinate. O si ridisegna una governance globale affrontando temi quali aree di instabilità politica, stati falliti, ambiente, disparità e stabilità del sistema finanziario o questa globalizzazione verrà sepolta dalle sue stesse contraddizioni.
  6. Nella globalizzazione nessuno può considerarsi immune da crisi, anche se avvengono dall’altra parte del mondo.crisi cicliche Il sistema finanziario italiano e quello dei paesi mediterranei era più solido di quello tedesco e soprattutto di quello americano, eppure con la crisi del debito sovrano l’Italia ha pagato più di Stati Uniti e Germania l’onda lunga di Lehman Brothers. I paesi dell’Europa orientale erano convinti di essere meno dipendenti dalla finanza di quelli occidentali per la loro vocazione manifatturiera eppure la crisi ha colpito anche loro (unica eccezione la Polonia). Ora l’instabilità della Cina arriva a sconvolgere le borse mondiali. Molte cose potranno cambiare, ma non bisogna dimenticare che grandi paesi come gli Stati Uniti e la Cina sono in grado di scaricare su terzi il costo degli squilibri che generano, e l’Europa non ha ancora i mezzi per difendersi perché continua ad essere frammentata tra 28 stati diversi.

Salvatore Sinagra

L’ idea di Europa nella nebbia

Ora che le acque si sono un po’ calmate (fino a domenica) possiamo chiederci: cosa abbiamo capito e cosa ci sta insegnando la “tragedia” greca? Forse l’unico merito del referendum indetto da Tsipras è stato di riportare l’attenzione di un’opinione pubblica un po’ stanca e un po’ distratta sull’eccezionalità della situazione europea rimasta appesa ad una moneta unica, ma priva di istituzioni in grado di governare la zona euro. Lo sapevamo anche prima, ma stavolta la paura di uno sbandamento c’è stata sul serio.

referendum grecoFra i demeriti del referendum metterei l’appello al popolo formalmente a votare su un quesito inesistente, ma sostanzialmente a schierarsi contro gli altri stati dell’eurozona. Far leva sull’orgoglio nazionale è stata una mossa, forse dettata dalla disperazione, ma che, se fosse imitata da altri leader in altre nazioni, innescherebbe una spirale di nazionalismi difficilmente controllabile nella quale ogni popolo individuerebbe in altri popoli la causa dei suoi problemi. Come giustamente è stato sottolineato in questi giorni ogni popolo ha la sua sovranità e pensare di piegare quella degli altri con la propria è un disastro innanzitutto concettuale e culturale.

Speriamo che la cosa finisca con un accordo nel quale Tsipras, forte della sua nuova autorevolezza sul piano interno, trovi la strada di un compromesso.

Referendum e rischio Grexit sono serviti per una drammatizzazione che, forse, può risvegliare le coscienze sullo stato dell’Europa. Da anni ci siamo abituati a veder scivolare l’idea di Europa nella consuetudine di incontri, convegni, vertici, decisioni, regole gestite da un esercito di burocrati, consulenti, politici nella più assoluta opacità degli obiettivi strategici e nell’assenza di un progetto chiaro. Dire “Europa” è diventato un po’ come dire “Buon Natale” qualcosa di scontato e di banale che si deve dire a prescindere dal suo significato.

GrexitI primi che hanno smarrito il senso e le finalità dell’ idea di Europa sono i partiti e le correnti politico culturali che sono stati i protagonisti della sua affermazione. La retorica alla quale ci hanno abituati ha fatto velo ad una prassi frammentata in migliaia di regole e con l’unico faro dei parametri di finanza pubblica. Non che non sia stato fatto nulla di buono, anzi, ma lo si è fatto con l’incapacità di comunicare e di coinvolgere i cittadini dei paesi europei che in piccola parte hanno avvertito di far parte di una dimensione sovranazionale.

Se togliamo i giovani che hanno fatto i programmi Erasmus e chi ha sperimentato la facilità e il piacere di viaggiare in tanti paesi senza passaporto e con la stessa moneta in tasca quanti dei circa 500 milioni di abitanti hanno potuto apprezzare il fatto di trovarsi nell’Unione Europea?

globalizzazioneLa crisi e la globalizzazione hanno agito da catalizzatore. I vecchi equilibri sono saltati, le compatibilità di prima non sono state più possibili, l’ideologia delle disuguaglianze ha favorito la concentrazione di ricchezze e di poteri nei vertici che controllano i gangli vitali (economici, amministrativi, culturali,) delle nostre società e la politica è diventata un mondo a parte fatto di caste e di interessi personali. Logica conseguenza è stata la sfiducia nella democrazia e la ricerca di una vecchia-nuova identità nazionale all’inseguimento della perduta autonomia trasformata in mito. Chi più chi meno tutti i paesi europei hanno dovuto fare i conti con questi cambiamenti. E come ha risposto l’Europa? Con il tentativo di dar vita ad una costituzione europea naufragata nelle urne francesi e dei Paesi Bassi. E con l’euro che di quel disegno faceva parte e che è rimasto appeso ad un processo incompiuto e del quale non si è più ripreso il filo.

Oggi abbiamo due entità che si intrecciano e delle quali non è ben chiara la missione: l’Unione e l’eurozona. La prima ha organismi di governo e di rappresentanza (Parlamento, Commissione, Consiglio) già sperimentati, dotati di poteri e autorevolezza benché espressione essi stessi di un’approssimazione rimasta a metà. Ma i paesi euro che hanno? Chi gestisce le politiche che dovrebbero accompagnare una moneta unica?

futuro EuropaQui c’è il grande punto interrogativo che fa dell’Europa e dell’euro in particolare un gigantesco caso di “vorrei, ma non posso”. Inevitabile che in situazioni di crisi ci sia chi si erge a rivendicare l’autonomia e la dignità dei popoli che vedono la propria sovranità limitata da un vincolo monetario. Facile vedere il vincolo se nessuno riesce a comunicare i vantaggi che l’appartenenza all’Unione e all’euro comporta. Basti pensare all’effetto calmieratore che l’area euro ha avuto sui tassi di interesse pagati sui debiti pubblici. Dove sono finiti tutti quei soldi risparmiati? Se poi non sono seguite le politiche di sviluppo è colpa degli egoismi nazionali perché è facile evocarle e invocarle, difficile è accettarle poiché legano le mani a chi le vorrebbe libere.

Bisogna fare uno sforzo per uscire fuori dalle retoriche e dalle narrazioni contrapposte e tornare a parlare il linguaggio della concretezza. Ci conviene l’Europa? Ci conviene l’euro? Se sì cosa dobbiamo fare per essere una comunità di stati che tendono a federarsi? Oppure pensiamo di andare nella globalizzazione ognuno col suo staterello?

Non scherziamo col fuoco, torniamo a mettere i piedi per terra e facciamo appello al popolo non per difendere astratte dignità, ma per costruire la nuova dimensione europea. Ecco un bel compito a casa per i governi europei.

Claudio Lombardi

Dolori francesi

Ma cosa ci combina questa Francia? Anzi, cosa si è messa in testa quella minoranza di francesi che sono andati a votare alle elezioni europee? Marine Le Pen pretende lo scioglimento del Parlamento, annuncia un referendum per uscire dall’euro, vuole stracciare gli accordi per gli scambi commerciali tra Europa e USA e chissà cos’altro.

Pensate che se avesse vinto Grillo avrebbe chiesto le stesse cose anche per l’Italia con l’aggiunta di un disconoscimento del debito pubblico in mano straniera e levandosi la soddisfazione di stracciare il fiscal compact in faccia alla Merkel.

Grillo forse stava scherzando o forse no, ma la Le Pen non scherza affatto. Come cultura è nazionalista ai limiti del fascismo, ma non si sa se furba o poco intelligente. Certo è che, come tanti altri leader nella storia, non esita a lanciare il popolo che pretende di guidare verso avventure pericolose e dolorose. Sempre ripetendo la giaculatoria che il popolo deve riprendere la sua sovranità e che si tratta di salvare la Francia ovviamente. È gente che in tutte le epoche e in ogni angolo del mondo ha iniziato così ed è poi finita con gli eserciti in armi e i popoli a massacrarsi inseguendo la follia dei capi.

Proviamo ad immaginare una Francia che abbandona l’euro e probabilmente anche l’Unione europea. Pensiamo alla Francia come una rispettabile barca di medie dimensioni abbandonata nel mare della competizione globale mai calmo e a volte in tempesta. Si sono chiesti gli intelligentissimi elettori che hanno baldanzosamente votato Le Pen che fine farebbero nel caso che le proposte della loro leader passassero?

In Italia per fortuna possiamo stare tranquilli per un po’ anche se il M5S e la Lega hanno preso una bella fetta di elettorato. Anche questi sono sicuramente elettori molto intelligenti che hanno una visione strategica. Eh già perché bisogna proprio avere una vista lunga per immaginare che l’Italia possa andare alla battaglia globale armata del suo debito pubblico, della sua corruzione, del suo clientelismo e delle sue mafie. Complimenti elettori, voi sì che vedete le cose con lucidità….

Per ora teniamoci il nostro governo perché ci sembra diretto da un partito di maggioranza relativa – il PD -con la testa sulle spalle. Magari non ci farà ridere e non infiammerà gli animi, ma lavora seriamente

Elezioni europee. Il nazionalismo populista e la dura realtà

nazionalismi europei conseguenzeIl leader nazionalista hindu Modi ha vinto le elezioni in India (1,250 miliardi di abitanti). Un accordo trentennale per la fornitura di gas è stato stipulato tra Russia (144 milioni di abitanti) e Cina (oltre 1,36 miliardi di abitanti) corredato da numerosi altri accordi commerciali e per la ricerca scientifica e tecnologica.

Come è noto l’Asia sta sempre più diventando il motore dell’economia mondiale e l’accordo tra Russia e Cina stabilisce le condizioni di base e geopolitiche perché quell’area del mondo divenga sempre più determinante. Il rilancio del nazionalismo indiano, inoltre, rafforza questa tendenza perché l’India sempre più andrà alla ricerca di uno sviluppo più intenso in concorrenza con l’occidente.

Tralasciamo di inserire in questo ragionamento altri paesi a noi ben noti perché da lì provengono molti prodotti che fanno parte della nostra vita quotidiana (Corea, Vietnam, Taiwan, Indonesia, Thailandia ecc). Loro li producono e noi li acquistiamo.

crisi EuropaOra mettiamo a confronto questo scenario con la competizione elettorale europea che si concluderà domani con il voto. Quali sono i temi e le forze politiche che hanno avuto maggiore risonanza? Sicuramente quelli e quelle definite euroscettiche e che comprendono componenti diverse (nazionaliste e populiste in primo luogo), ma tutte unite da un bersaglio: l’esistenza di una Europa unita e di una moneta comune.

Attenzione: non le politiche ottuse e irrazionali che hanno ridotto l’Europa e l’area euro in particolare ad un contatore di deficit avendo di mira sempre e soltanto il parametro del 3% di deficit e il 60% di debito in rapporto al Pil. No, l’attacco è proprio e soltanto all’esistenza stessa di una unione europea. Chi attacca non vuole che cambino le politiche, vuole che si frantumi l’Unione europea.

Infatti, cosa vuole Marine Le Pen in Francia? Semplicemente l’abbandono dell’UE e dell’euro. Cosa vuole Grillo? Un referendum sull’euro cioè un modo indiretto e furbastro per sancire l’uscita dell’Italia dalla moneta unica. Cosa vogliono le altre forze politiche nazionaliste? La stessa cosa, cioè il ritorno agli stati nazionali sovrani e dotati ognuno di una propria moneta.

Europa nella competizione globaleCome sta messa la UE nel contesto internazionale? Con poco più di 500 milioni, con la crisi economica e l’invecchiamento della popolazione non si può dire che qui ci siano prospettive di sviluppo paragonabili a quelle dell’Asia e degli stessi Stati Uniti.

A livello di competizione globale l’Europa si presenta fragile, divisa e instabile. In questa situazione pensare di poter rompere il tentativo di creare un’economia integrata con un’unica moneta come quello iniziato da 18 stati con l’euro e presentarsi nel confronto internazionale con 18 monete diverse in competizione tra loro e verso il mondo farebbe ridere se non ci fosse da piangere.

Sia chiaro: che le politiche europee debbano cambiare ponendo fine ad un rigore ottuso e senza scopo è di vitale importanza, ma il fine deve essere quello di rilanciare l’Europa non di affossarla.

demagogia antieuroNulla di cui meravigliarsi per Marine Le Pen che affonda le sue radici culturali in un nazionalismo di impronta fascista; quella stessa impronta che prevaleva in Europa nel passato e che ha portato a ben due guerre mondiali. I popoli non hanno mai capito dove li stavano portando le classi dirigenti e sono andati incontro al macello delle guerre con una disinvoltura e una leggerezza che hanno poi pagato a caro prezzo. Tornare alle monete nazionali oggi significherebbe avviarsi ad una feroce competizione tra gli stati europei  innanzitutto nella quale, prima o poi, si finirebbe per minacciare l’uso delle armi. E questo con una globalizzazione che nel passato non c’era. Le élite tipo Marine Le Pen che oggi invocano la sovranità dei popoli lo sanno benissimo, ma pensano, come pensavano i loro precursori nel passato, di poter vincere le future competizioni mettendosi su una strada che non esclude le prove di forza.

Gli italiani non sono molto diversi da altri popoli e all’incitamento nazionalistico di stampo fascista della Le Pen preferiscono il sollazzo e il dileggio alla Beppe Grillo, ma la destinazione è la stessa: la rottura, la competizione selvaggia, l’isolamento. Tra una battuta e l’altra la rabbia degli italiani vede nel M5S e in Grillo i vendicatori di tante ingiustizie, di tanti soprusi e il sogno del ritorno ad un passato più semplice di quello di adesso, un passato nel quale si potevano pagare tassi di interesse sul debito pubblico del 20% l’anno e raddoppiare il rapporto con il Pil cercando di tamponare le falle con le svalutazioni della lira.

illusioni 5stelleMolti italiani si cullano in questa favola cercando una scorciatoia alla difficile costruzione di un’alternativa e credono al Grillo che vorrebbe stracciare i trattati in faccia alla Merkel e disconoscere il debito italiano detenuto nell’UE definendolo “immorale”. Forse è piacevole cullarsi nei sogni e prendersi delle belle rivincite a colpi di vaffa e di insulti come si fa nelle discussioni tra amici per sfogarsi. Meno piacevole è sbattere la faccia con la dura realtà di un mondo nel quale siamo fragili e indifesi. La maestria di Grillo è nel far credere che tutto ciò possa essere vero e si possa non pagare alcun prezzo; è una maestria simile a quella del Berlusconi che nel passato proponeva milioni di posti di lavoro e ogni altro bene a italiani desiderosi di sentirselo dire, ma del tutto ignari delle modalità per ottenerlo. Come è finita lo abbiamo visto e i conti li stiamo pagando. Come finiranno le sparate di Grillo tradotte in scelte politiche, specialmente se unite alle pulsioni nazionaliste dei tanti Le Pen che agiscono in Europa, speriamo di non doverlo vedere mai

Claudio Lombardi

Elezioni europee, alla fine è tutto semplice

elezioni europeeIl 25 maggio si vota per il Parlamento europeo. Il Parlamento europeo ancora non è un vero parlamento nel senso che non sostiene un governo dell’Europa che sta sempre in mano agli stati attraverso il Consiglio Europeo e la Commissione europea. Però questa volta un cambiamento c’è e non è piccolo: il presidente della Commissione europea sarà eletto dal Parlamento europeo a maggioranza assoluta dei suoi membri sulla base di una proposta del Consiglio europeo che dovrà essere formulata sulla base dei risultati elettorali.

Un meccanismo un po’ farraginoso nel quale una cosa è chiara: i risultati delle elezioni saranno decisivi per la nomina del Presidente della Commissione europea.

Che significa? Che un elemento di legittimazione democratica si inserisce in uno dei pilastri delle istituzioni europee. I cittadini europei quindi potranno decidere sul Presidente e attraverso la loro scelta anche sugli indirizzi politici che guideranno le azioni della Commissione europea.

A questo punto il problema è capire quali indirizzi politici sarà meglio far prevalere in Europa. A noi italiani cosa conviene? Innanzitutto conviene l’Europa? Per rispondere dobbiamo solo prendere una mappa mondiale e vedere cosa sono l’Italia e l’Europa nel mondo di oggi, di oggi, non degli anni ’50! Ebbene senza tanti discorsi è semplice rendersi conto che da soli non potremmo farcela, abbiamo bisogno di stare uniti in una dimensione continentale. Che è l’Europa.

Europa ed euroIl punto, quindi, non è se stare in questa dimensione, ma come starci. E qui bisogna parlare di politiche europee, di chi le decide e di chi le attua. Finora tutto era nelle mani dei governi nazionali e dei loro diversi interessi nonché di organismi derivati dai governi (la famosa tecnocrazia di Bruxelles). A partire da queste elezioni peserà anche la volontà dei cittadini europei. Anche, ma, ovviamente non solo perché dovrà sempre competere con gli interessi nazionali espressi dai governi.

Questo, però, dovrebbe essere solo il punto di partenza di una svolta istituzionale e politica nella situazione europea, non il punto di arrivo. È importante quindi che la spinta che viene dagli elettori ci sia e sia chiara. Non lo sarebbe se ottenessero molti voti quelli che vogliono la rottura dell’Unione europea o l’uscita dall’euro perché oggi l’Italia (per limitarsi ai nostri interessi immediati) non sarebbe assolutamente in grado di fare a meno dell’euro e dell’Europa. Alle ragioni già dette (competizione globale che richiede dimensioni continentali) vanno aggiunti tutti i limiti e i problemi che rendono il nostro paese il più fragile, dopo la Grecia, nell’area euro.

Pensare che queste fragilità che poi andrebbero pure chiamate con il loro nome – corruzione, clientelismo, sprechi, corporativismo, affarismo, intrecci politico mafiosi, apparati amministrativi conservatori e retrogradi, scarsa produttività ecc – possano essere superate come per magia uscendo dall’euro è una tragica e irresponsabile illusione.

Il problema vero è che stare in Europa impone all’Italia un vero rigore che non è fatto di conti in ordine, ma di classi dirigenti responsabili, capaci e oneste e di una cultura della convivenza civile che va rinnovata o reinventata. Il rigore vero non è quello del 3% che va superato, ma non per consegnarlo al partito delle tangenti e al malaffare.

fragilità ItaliaUn’ Italia risanata potrà battersi in Europa per far prevalere una linea più intelligente di quella che è stata imposta per anni e che si è rivelata un disastro. Insomma, in definitiva, l’Europa è dei popoli e nasce dalla decisione, dopo la seconda guerra mondiale, di unirsi per scongiurare altri conflitti. Secondo gli antieuro questo cammino adesso dovrebbe interrompersi? Che senso ha sfasciare un edificio solo perché ha bisogno di qualche riparazione? Nessuno, se non soddisfare un’ansia di prevalere e di conquistare il potere senza avere un piano credibile in testa. Per essere chiari con la rabbia di Grillo si può solo distruggere e questo oggi va contro l’interesse degli italiani. Il 25 maggio bisogna votare per formazioni politiche che abbiano in testa un’idea di Europa più democratica e unita, più giusta e più competitiva e, quindi, meno disuguale. La destra e gli arrabbiati antieuro possono solo far fare passi indietro mentre, invece, bisogna andare avanti.

Claudio Lombardi

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