Povertà e Rapporto Oxfam: un metodo fuorviante

disuguaglianza rapporto oxfam

Che la profezia marxiana sulla progressiva e ineluttabile concentrazione del capitale nelle mani di pochi si stia avverando? Devono averlo pensato in molti, ieri, leggendo i resoconti sul consueto rapporto anti-Davos di Oxfam, significativamente intitolato “Un’economia per il 99 per cento”. La “notizia”, quest’anno, è che nelle mani di otto sole persone si troverebbe altrettanta ricchezza che in quelle di altri 3,75 miliardi individui, ossia la metà più povera dell’umanità. Tutta colpa del neoliberismo, ca va sans dire.

poveri del mondoSe davvero il livello di concentrazione della ricchezza fosse questo, sarebbe stupefacente non vedere gli eserciti dei miliardi di poveri dare l’assedio alle ville stralussuose di un pugno di privilegiati. Fortunatamente, le cose non stanno esattamente in questi termini. Oxfam, infatti, usa una metodologia ardita, che porta a conclusioni davvero bizzarre. Il principale limite del lavoro sta nello strumento scelto per misurare la ricchezza: da un lato la lista dei miliardari della rivista Forbes, dall’altro il Global Wealth Report di Credit Suisse. Entrambi guardano alla “ricchezza netta“, cioè alla differenza tra attività (case, liquidità, azioni e obbligazioni, eccetera) e passività (mutui e altri debiti). E’ un indicatore importante sotto molti profili, ma non necessariamente è una buona misura del patrimonio dei singoli individui. I debiti finanziari, in particolare, non andrebbero confrontati col capitale accumulato, ma col valore attuale netto dei redditi futuri (con cui il debito stesso verrà ripagato). Operazione, ovviamente, impossibile. Ignorare questo aspetto, però, comporta degli autentici paradossi.

disuguaglianza ricchi e poveriQualche esempio: secondo i dati di Credit Suisse ripresi da Oxfam, il numero di adulti con una ricchezza netta inferiore a 10 mila dollari negli Stati Uniti (85 milioni) sarebbe appena più basso di Russia e Brasile (entrambi attorno ai 102 milioni), dove il reddito pro capite è meno della metà. La percentuale di adulti con patrimonio negativo (cioè indebitati) in nord America e in Europa (rispettivamente 9 e 10 per cento) è uguale a quella africana e nettamente superiore a quella cinese (6 per cento). Gli europei che, pur avendo una ricchezza netta positiva, appartengono al quintile più povero (7 per cento) sono gli stessi dell’America Latina e surclassano i cinesi (1 per cento). Gli adulti europei appartenenti al quintile più basso della popolazione mondiale (101 milioni) superano sia i cinesi (72,4 milioni) sia i latinoamericani (69,9 milioni). Secondo questa metrica, il paese coi poveri più poveri (perché hanno una ricchezza netta pericolosamente sbilanciata in campo negativo) è tenetevi forte la Danimarca, dove il 10 per cento più ricco della popolazione avrebbe in mano addirittura il 73,7 per cento della ricchezza netta, contro il 56,6 per cento della Gran Bretagna.

La ragione per cui, in questa peculiare classifica, la neoliberista Londra batte la welfarista Copenaghen sul terreno dell’equità è la stessa per la quale nel 2016 i “super paperoni” che detengono la stessa ricchezza netta della metà più povera della popolazione mondiale sono solo 8, contro i 62 del 2015. Come spiega Credit Suisse, semplicemente, molti, anche nel mondo in via di sviluppo, stanno iniziando a contrarre debiti. Il fatto che individui relativamente poveri facciano un mutuo per comprare casa o avviare un’attività, però, non è un indice di impoverimento, ma un segno di fiducia nel futuro e nella propria stessa capacità di ripagare il dovuto.

globalizzazioneSimmetricamente, Oxfam passa disinvoltamente a seconda dei casi e addirittura a seconda dei Paesi dalla povertà alla diseguaglianza. Povertà e diseguaglianze sono entrambe questioni serie, ma concettualmente molto diverse: una nazione in cui nessuno possiede nulla è povera ma non diseguale; una in cui 1’1 per cento della popolazione è miliardario, e il restante 99 per cento “solo” milionario, è diseguale ma non povera. Ovviamente, nel mondo reale, le due cose si incrociano, ma vanno tenute ben distinte, anche perché non necessariamente le politiche adeguate per curare l’una sono anche adatte per affrontare l’altra.

Nell’ansia di lanciare numeri sconvolgenti (otto individui contro 3,75 miliardi), rimangono in ombra gli enormi progressi compiuti nell’epoca della globalizzazione. Tra il 1990 e il 2010, la quota di persone in condizioni di povertà estrema, a livello globale, è crollata dal 43 al 21 per cento. Anche la diseguaglianza si è significativamente ridotta: uno studio di Tomas Hellebrandt e Paolo Mauro ha mostrato che, tra il 2003 e il 2013, l’indice di Gini a livello globale è calato sistematicamente, e continuerà a farlo. La stessa distribuzione dei redditi a livello globale messa a disposizione assieme a moltissimi altri dati da Max Roser sul suo sito OurWorldinData.org evidenzia una progressiva crescita del ceto medio.

La diseguaglianza non si crea a tavolino

La diseguaglianza è invece spesso cresciuta a livello nazionale (Italia inclusa) e questo interroga sia il nostro modello di sviluppo sia l’efficacia delle nostre politiche. Ma non autorizza a chiudere gli occhi di fronte a un benessere maggiore e più diffuso che mai nella storia dell’umanità. La selettività di Oxfam è funzionale, più che a una descrizione o comprensione dei fenomeni, a una narrazione nella quale tutto cambia (in peggio) tranne il capro espiatorio: il neoliberismo. Si legge nel rapporto: “Un’economia umana combatte il modo in cui la globalizzazione è stata usata per consolidare i principi neoliberisti che mettono i paesi l’uno contro l’altro nella corsa al ribasso su fisco e salari”. Come se l’economia globale fosse una gigantesca quanto cinica partita a Risiko, e come se il mondo non fosse enormemente più complesso della dickensiana favola di Natale.

Carlo Stagnaro tratto da http://www.brunoleoni.it

La lezione dell’ elezione di Trump

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Trump ci costringe a rimescolare le carte. Torna il vecchio dilemma: cosa è destra e cosa è sinistra? I voti li prende da una maggioranza indebolita e spaventata dalla crisi e dalla globalizzazione che prima di ogni ragionamento vuole sapere che ne sarà del lavoro e se qualcuno può ridarle i redditi e la stabilità di prima. Nessuna dotta analisi, nessun richiamo alle compatibilità e ad una visione strategica o ad una missione ideale può sostituire queste semplici domande. La promessa di far tornare di nuovo l’America grande basta e avanza a questa maggioranza per delineare il suo orizzonte ideale. La spinta è la rabbia per una crescita dell’economia i cui frutti sono stati presi da una casta di operatori finanziari, manager e proprietari di aziende più altri membri dell’establishment su su fino al famoso 1%.

make-america-great-againQuesta spinta non è stata vista da chi di questo establishment fa parte e da chi pensa sia sufficiente evocare le magnifiche sorti degli scambi globali e delle migrazioni per convincere milioni di persone a sopportarne le conseguenze. Purtroppo da anni la sinistra riformista e chi si presenta come centrosinistra (i democratici negli Usa) appare come il propugnatore di un’etica della sopportazione che invita alla moderazione, alla prudenza, al rinvio in nome di ciò che si può realisticamente fare in una situazione che appare come un fenomeno naturale sul quale non è possibile influire. Anzi, peggio, perché, mentre si diffonde il messaggio che la causa del riscaldamento globale sono le attività umane, altrettanto non si fa per i mercati che appaiono l’entità superiore inaccessibile e imperscrutabile che governa i destini dell’umanità.

Possiamo stupirci se è maturato nel cuore di quelle che una volta si chiamavano masse popolari un rifiuto che, di volta in volta, si rivolge all’accoglienza dei migranti, agli scambi commerciali con la Cina, ai vincoli della moneta unica e a quant’altro si frappone alla conquista di uno standard di vita accettabile? È un rifiuto senza confini che parla lo stesso linguaggio anche se filtrato dalle culture nazionali negli Usa e in Europa. Il linguaggio è quello dei propri interessi minacciati da una situazione che i gruppi dirigenti della politica non sembrano in grado di migliorare.

globalizzazioneLe masse vedono la globalizzazione come invasione di merci e di persone. Non ne vedono i vantaggi e pensano che sia stata voluta per oscuri interessi di una ristretta minoranza di “padroni del mondo”. E così si individua il nemico in chi arriva da altri paesi e chiede lavoro e protezione. Lo si individua nei lavoratori che producono le merci lontano e che tolgono spazio a quelle prodotte in casa. Lo si individua nelle regole dettate per far stare insieme paesi molto diversi sotto un’unica moneta.

La lezione dell’elezione di Trump vale per l’Europa e cioè per l’Italia, per la Francia, per l’Austria, per la Danimarca e vale per il Regno Unito. Da noi i movimenti populisti che scavalcano qualunque classificazione politica esistono e si rafforzano mentre i governi diretti dalle forze politiche tradizionali appaiono incapaci di rispondere alle esigenze dei propri cittadini. Chi ci prova come è il caso dell’Italia alle prese con i terremoti e con le sue arretratezze deve ingaggiare una dura battaglia con i controllori europei pagando il prezzo di errori della storia passata che non possono essere scontati nei tempi brevi di un ciclo economico.

disuguaglianza-ricchi-e-poveriLa lezione americana ci dice che la Clinton non ha rassicurato chi soffre le disuguaglianze, non ha convinto abbastanza sulla bontà dei suoi programmi perché priva di una credibilità forte e perché penalizzata per essere l’espressione di una classe dirigente che appare inadeguata pur nella crescita del Pil di questi anni a migliorare le condizioni di vita di milioni di persone.

Dopotutto i democratici hanno avuto otto anni di presidenza Obama per accorgersi di ciò che stava accadendo. Dovranno imparare loro e dovranno impararlo i democratici europei che l’invito alla moderazione e alla sopportazione di tutte le compatibilità trova sempre il limite degli interessi delle persone. Troppo non si può chiedere e conviene mostrarsi agguerriti e determinati a cambiare ciò che non funziona prima che si presenti un demagogo a raccontare favole e a trascinarsi via tutti

Claudio Lombardi

Strani problemi dello sviluppo cinese

sviluppo cinese

La globalizzazione ha diverse facce. Una di queste è il miglioramento delle condizioni relative di vita e lo spostamento verso l’alto nella scala sociale di milioni di persone. Abituati a pensare la Cina come il serbatoio di mano d’opera a bassissimo costo del mondo può sorprenderci scoprire che nel corso degli anni molte cose sono cambiate. Un interessante articolo di Rita Fatiguso sul Sole 24Ore del 1° settembre si occupa proprio di questo e la realtà di cui parla suona strana alle nostre orecchie.

lavoratori cinesiSull’economia cinese pesano sia il costo del lavoro che la penuria di lavoratori. Addirittura nel GuangDong pagano ai lavoratori metà salario per stare a casa pronti a riprendere il lavoro quando arrivano le commesse. Soluzione semplice con la quale l’operaio non perde il lavoro e il datore non perde l’operaio.

Tutto rose e fiori? Evidentemente no. Il fatto è che la Cina è una realtà difficile da conoscere e comprendere in tutti i suoi aspetti e la crescita tumultuosa degli ultimi venti anni non si è svolta in un paese bloccato nel sottosviluppo del passato. Lo spostamento di centinaia di milioni di persone dalle campagne alle zone produttive e alle città ha avuto effetti importanti sulla composizione sociale. Si è formato un ceto medio e il numero degli imprenditori si è moltiplicato così come quello dei ricchi.

economia cineseLo sfruttamento forsennato dei lavoratori non è riuscito ad impedire l’incredibile aumento dei salari che si è verificato nell’ultimo decennio. Se nel 2003 il salario medio mensile era di circa 14.000 yuan, nel 2013 era arrivato ad oltre 50.000. Certo, i livelli di partenza erano molto bassi, ma un processo si è messo in moto ed è coerente con un cambiamento strutturale che sta emergendo . Infatti, uno degli aspetti delle turbolenze in atto nell’economia cinese è la spinta a sostituire le esportazioni con una maggiore quota di domanda interna. E questa ha bisogno di persone in grado di spendere e senza salari adeguati ciò non è possibile. E così capita che adesso la delocalizzazione verso paesi a più basso costo del lavoro colpisca anche la Cina, ma una parte dell’economia cinese risponde con l’aumento della produttività con l’uso dei robot e spostandosi verso le produzioni di maggior complessità tecnologica. Nel campo delle energie alternative per esempio la Cina è ai primi posti per il fotovoltaico.

Tornando al GuangDong l’articolo mette in evidenza che in quella regione mancano tra i 600mila e gli 800mila lavoratori e il governo locale ha previsto di investire qualcosa come 152 miliardi di dollari per sostituire gli umani con i robot nelle fabbriche fino a progettare la prima fabbrica a zero lavoratori (tranne che per il controllo del sistema di gestione).

Nel continente Cina succedono cose che a noi occidentali possono sembrare strane, ma accadono

Claudio Lombardi

La crisi della Cina e la lezione da imparare

crisi finanziaria globale

Qualcuno minimizza, ma, a pochi anni dal collasso di Lehman Brothers, siamo forse davanti ad una nuova bolla finanziaria. Certo non siamo tornati indietro nel tempo al 2008, tuttavia è innegabile che gli squilibri di Cina, Giappone ed altri giganti asiatici sono oggi fonte di incertezza e rischi paurosi. Il punto è che queste crisi così frequenti non sono conseguenza inevitabile della globalizzazione, ma della volontà di non disciplinarla.

economia cineseNon occorre essere un esperto di Cina per capire quali sono i tratti salienti dell’economia di Pechino: tanti investimenti e concentrazione sulle esportazioni, ma bassi consumi interni; crescita ancora alta (anche se meno del 7% dichiarato); debito pubblico basso, ma molto alto quello delle amministrazioni locali ed in crescita quello delle famiglie e delle imprese; un sistema bancario ombra il cui peso è difficile da quantificare destinato soprattutto al finanziamento delle imprese (addirittura meccanismi di prestito peer to peer gestiti da operatori virtuali).

crescita pilDal caso cinese possiamo, e dobbiamo, imparare molte lezioni che non siamo ancora riusciti a metabolizzare neanche con una crisi ormai quasi decennale:

  1. Nessuna economia può crescere in eterno a tassi del 7 o del 10%. I paesi europei, casi paradigmatici Italia e Francia, nel secondo dopoguerra, durante i cosiddetti trent’anni gloriosi, crebbero a tassi oggi impensabili. Il Giappone nel secondo dopoguerra fu il primo paese ad ottenere una crescita a due cifre, poi fu la volta di altre tigri asiatiche e infine dal 1990 ad oggi il campione di crescita è stata la Cina. Crescite del 7 o del 10% per molti anni sono possibili solo in paesi che sono stati fermi per decenni, ad un certo punto è naturale che la crescita si smorzi e non riesca, anche nelle migliori situazioni, a superare di molto il 2%.
  2. I mercati che non sono in grado di discriminare le buone aziende dalle cattive aziende sono dannosi. Quando le quotazioni di tutti o quasi tutti i titoli scimmiottano il ciclo economico qualcosa non sta funzionando; caso estremo è quello di un mercato i cui andamenti dipendono solo dalla liquidità disponibile. Affermare che la Borsa cresce solo perché c’è tanta liquidità e che questo non crei problemi è sbagliato.
  3. Governi decisionisti o addirittura dittatoriali come quello cinese non sono in grado di rispondere meglio e più velocemente delle democrazie alle sfide della globalizzazione. Di recente l’Economist in un articolo aveva citato la convinzione di economisti anche liberisti, come l’ex rettore della Bocconi Guido Tabellini, che oggi governi non democratici o comunque molto potenti rispetto ai parlamenti possano far bene alla crescita. governi autoritariCina e Stati Uniti possono anche aver reagito meglio alla crisi, ma non perché hanno una leadership che non deve confrontarsi con la giornaliera routine del parlamento. Sicuramente un vero governo europeo sarebbe stato più efficace della somma dei tanti governi dell’area euro, ma i modelli di sistema della Cina e degli USA sono molto diversi da quello prevalente in Europa e non sono replicabili qui.
  4. Le bolle generano disparità. Le crisi dei nostri giorni non redistribuiscono ricchezza come fece quella del 1929. Se dopo gli anni trenta eventi come la guerra mondiale e la ricostruzione furono una grande livella (per parafrasare Totò), i patrimoni dei più ricchi dopo il crollo di Lehman in un paio di anni hanno superato i livelli record del 2006-2007, mentre i patrimoni dei più poveri si sono praticamente azzerati e i lavoratori, soprattutto i meno qualificati, ormai affrontano con costi pesanti l’ultima crisi quando ancora non hanno recuperato quello che avevano perso nella penultima
  5. Non sono più sostenibili crisi cicliche e ravvicinate. O si ridisegna una governance globale affrontando temi quali aree di instabilità politica, stati falliti, ambiente, disparità e stabilità del sistema finanziario o questa globalizzazione verrà sepolta dalle sue stesse contraddizioni.
  6. Nella globalizzazione nessuno può considerarsi immune da crisi, anche se avvengono dall’altra parte del mondo.crisi cicliche Il sistema finanziario italiano e quello dei paesi mediterranei era più solido di quello tedesco e soprattutto di quello americano, eppure con la crisi del debito sovrano l’Italia ha pagato più di Stati Uniti e Germania l’onda lunga di Lehman Brothers. I paesi dell’Europa orientale erano convinti di essere meno dipendenti dalla finanza di quelli occidentali per la loro vocazione manifatturiera eppure la crisi ha colpito anche loro (unica eccezione la Polonia). Ora l’instabilità della Cina arriva a sconvolgere le borse mondiali. Molte cose potranno cambiare, ma non bisogna dimenticare che grandi paesi come gli Stati Uniti e la Cina sono in grado di scaricare su terzi il costo degli squilibri che generano, e l’Europa non ha ancora i mezzi per difendersi perché continua ad essere frammentata tra 28 stati diversi.

Salvatore Sinagra

L’ idea di Europa nella nebbia

idea di Europa

Ora che le acque si sono un po’ calmate (fino a domenica) possiamo chiederci: cosa abbiamo capito e cosa ci sta insegnando la “tragedia” greca? Forse l’unico merito del referendum indetto da Tsipras è stato di riportare l’attenzione di un’opinione pubblica un po’ stanca e un po’ distratta sull’eccezionalità della situazione europea rimasta appesa ad una moneta unica, ma priva di istituzioni in grado di governare la zona euro. Lo sapevamo anche prima, ma stavolta la paura di uno sbandamento c’è stata sul serio.

referendum grecoFra i demeriti del referendum metterei l’appello al popolo formalmente a votare su un quesito inesistente, ma sostanzialmente a schierarsi contro gli altri stati dell’eurozona. Far leva sull’orgoglio nazionale è stata una mossa, forse dettata dalla disperazione, ma che, se fosse imitata da altri leader in altre nazioni, innescherebbe una spirale di nazionalismi difficilmente controllabile nella quale ogni popolo individuerebbe in altri popoli la causa dei suoi problemi. Come giustamente è stato sottolineato in questi giorni ogni popolo ha la sua sovranità e pensare di piegare quella degli altri con la propria è un disastro innanzitutto concettuale e culturale.

Speriamo che la cosa finisca con un accordo nel quale Tsipras, forte della sua nuova autorevolezza sul piano interno, trovi la strada di un compromesso.

Referendum e rischio Grexit sono serviti per una drammatizzazione che, forse, può risvegliare le coscienze sullo stato dell’Europa. Da anni ci siamo abituati a veder scivolare l’idea di Europa nella consuetudine di incontri, convegni, vertici, decisioni, regole gestite da un esercito di burocrati, consulenti, politici nella più assoluta opacità degli obiettivi strategici e nell’assenza di un progetto chiaro. Dire “Europa” è diventato un po’ come dire “Buon Natale” qualcosa di scontato e di banale che si deve dire a prescindere dal suo significato.

GrexitI primi che hanno smarrito il senso e le finalità dell’ idea di Europa sono i partiti e le correnti politico culturali che sono stati i protagonisti della sua affermazione. La retorica alla quale ci hanno abituati ha fatto velo ad una prassi frammentata in migliaia di regole e con l’unico faro dei parametri di finanza pubblica. Non che non sia stato fatto nulla di buono, anzi, ma lo si è fatto con l’incapacità di comunicare e di coinvolgere i cittadini dei paesi europei che in piccola parte hanno avvertito di far parte di una dimensione sovranazionale.

Se togliamo i giovani che hanno fatto i programmi Erasmus e chi ha sperimentato la facilità e il piacere di viaggiare in tanti paesi senza passaporto e con la stessa moneta in tasca quanti dei circa 500 milioni di abitanti hanno potuto apprezzare il fatto di trovarsi nell’Unione Europea?

globalizzazioneLa crisi e la globalizzazione hanno agito da catalizzatore. I vecchi equilibri sono saltati, le compatibilità di prima non sono state più possibili, l’ideologia delle disuguaglianze ha favorito la concentrazione di ricchezze e di poteri nei vertici che controllano i gangli vitali (economici, amministrativi, culturali,) delle nostre società e la politica è diventata un mondo a parte fatto di caste e di interessi personali. Logica conseguenza è stata la sfiducia nella democrazia e la ricerca di una vecchia-nuova identità nazionale all’inseguimento della perduta autonomia trasformata in mito. Chi più chi meno tutti i paesi europei hanno dovuto fare i conti con questi cambiamenti. E come ha risposto l’Europa? Con il tentativo di dar vita ad una costituzione europea naufragata nelle urne francesi e dei Paesi Bassi. E con l’euro che di quel disegno faceva parte e che è rimasto appeso ad un processo incompiuto e del quale non si è più ripreso il filo.

Oggi abbiamo due entità che si intrecciano e delle quali non è ben chiara la missione: l’Unione e l’eurozona. La prima ha organismi di governo e di rappresentanza (Parlamento, Commissione, Consiglio) già sperimentati, dotati di poteri e autorevolezza benché espressione essi stessi di un’approssimazione rimasta a metà. Ma i paesi euro che hanno? Chi gestisce le politiche che dovrebbero accompagnare una moneta unica?

futuro EuropaQui c’è il grande punto interrogativo che fa dell’Europa e dell’euro in particolare un gigantesco caso di “vorrei, ma non posso”. Inevitabile che in situazioni di crisi ci sia chi si erge a rivendicare l’autonomia e la dignità dei popoli che vedono la propria sovranità limitata da un vincolo monetario. Facile vedere il vincolo se nessuno riesce a comunicare i vantaggi che l’appartenenza all’Unione e all’euro comporta. Basti pensare all’effetto calmieratore che l’area euro ha avuto sui tassi di interesse pagati sui debiti pubblici. Dove sono finiti tutti quei soldi risparmiati? Se poi non sono seguite le politiche di sviluppo è colpa degli egoismi nazionali perché è facile evocarle e invocarle, difficile è accettarle poiché legano le mani a chi le vorrebbe libere.

Bisogna fare uno sforzo per uscire fuori dalle retoriche e dalle narrazioni contrapposte e tornare a parlare il linguaggio della concretezza. Ci conviene l’Europa? Ci conviene l’euro? Se sì cosa dobbiamo fare per essere una comunità di stati che tendono a federarsi? Oppure pensiamo di andare nella globalizzazione ognuno col suo staterello?

Non scherziamo col fuoco, torniamo a mettere i piedi per terra e facciamo appello al popolo non per difendere astratte dignità, ma per costruire la nuova dimensione europea. Ecco un bel compito a casa per i governi europei.

Claudio Lombardi

Dolori francesi

Ma cosa ci combina questa Francia? Anzi, cosa si è messa in testa quella minoranza di francesi che sono andati a votare alle elezioni europee? Marine Le Pen pretende lo scioglimento del Parlamento, annuncia un referendum per uscire dall’euro, vuole stracciare gli accordi per gli scambi commerciali tra Europa e USA e chissà cos’altro.

Pensate che se avesse vinto Grillo avrebbe chiesto le stesse cose anche per l’Italia con l’aggiunta di un disconoscimento del debito pubblico in mano straniera e levandosi la soddisfazione di stracciare il fiscal compact in faccia alla Merkel.

Grillo forse stava scherzando o forse no, ma la Le Pen non scherza affatto. Come cultura è nazionalista ai limiti del fascismo, ma non si sa se furba o poco intelligente. Certo è che, come tanti altri leader nella storia, non esita a lanciare il popolo che pretende di guidare verso avventure pericolose e dolorose. Sempre ripetendo la giaculatoria che il popolo deve riprendere la sua sovranità e che si tratta di salvare la Francia ovviamente. È gente che in tutte le epoche e in ogni angolo del mondo ha iniziato così ed è poi finita con gli eserciti in armi e i popoli a massacrarsi inseguendo la follia dei capi.

Proviamo ad immaginare una Francia che abbandona l’euro e probabilmente anche l’Unione europea. Pensiamo alla Francia come una rispettabile barca di medie dimensioni abbandonata nel mare della competizione globale mai calmo e a volte in tempesta. Si sono chiesti gli intelligentissimi elettori che hanno baldanzosamente votato Le Pen che fine farebbero nel caso che le proposte della loro leader passassero?

In Italia per fortuna possiamo stare tranquilli per un po’ anche se il M5S e la Lega hanno preso una bella fetta di elettorato. Anche questi sono sicuramente elettori molto intelligenti che hanno una visione strategica. Eh già perché bisogna proprio avere una vista lunga per immaginare che l’Italia possa andare alla battaglia globale armata del suo debito pubblico, della sua corruzione, del suo clientelismo e delle sue mafie. Complimenti elettori, voi sì che vedete le cose con lucidità….

Per ora teniamoci il nostro governo perché ci sembra diretto da un partito di maggioranza relativa – il PD -con la testa sulle spalle. Magari non ci farà ridere e non infiammerà gli animi, ma lavora seriamente

Elezioni europee. Il nazionalismo populista e la dura realtà

nazionalismi europei conseguenzeIl leader nazionalista hindu Modi ha vinto le elezioni in India (1,250 miliardi di abitanti). Un accordo trentennale per la fornitura di gas è stato stipulato tra Russia (144 milioni di abitanti) e Cina (oltre 1,36 miliardi di abitanti) corredato da numerosi altri accordi commerciali e per la ricerca scientifica e tecnologica.

Come è noto l’Asia sta sempre più diventando il motore dell’economia mondiale e l’accordo tra Russia e Cina stabilisce le condizioni di base e geopolitiche perché quell’area del mondo divenga sempre più determinante. Il rilancio del nazionalismo indiano, inoltre, rafforza questa tendenza perché l’India sempre più andrà alla ricerca di uno sviluppo più intenso in concorrenza con l’occidente.

Tralasciamo di inserire in questo ragionamento altri paesi a noi ben noti perché da lì provengono molti prodotti che fanno parte della nostra vita quotidiana (Corea, Vietnam, Taiwan, Indonesia, Thailandia ecc). Loro li producono e noi li acquistiamo.

crisi EuropaOra mettiamo a confronto questo scenario con la competizione elettorale europea che si concluderà domani con il voto. Quali sono i temi e le forze politiche che hanno avuto maggiore risonanza? Sicuramente quelli e quelle definite euroscettiche e che comprendono componenti diverse (nazionaliste e populiste in primo luogo), ma tutte unite da un bersaglio: l’esistenza di una Europa unita e di una moneta comune.

Attenzione: non le politiche ottuse e irrazionali che hanno ridotto l’Europa e l’area euro in particolare ad un contatore di deficit avendo di mira sempre e soltanto il parametro del 3% di deficit e il 60% di debito in rapporto al Pil. No, l’attacco è proprio e soltanto all’esistenza stessa di una unione europea. Chi attacca non vuole che cambino le politiche, vuole che si frantumi l’Unione europea.

Infatti, cosa vuole Marine Le Pen in Francia? Semplicemente l’abbandono dell’UE e dell’euro. Cosa vuole Grillo? Un referendum sull’euro cioè un modo indiretto e furbastro per sancire l’uscita dell’Italia dalla moneta unica. Cosa vogliono le altre forze politiche nazionaliste? La stessa cosa, cioè il ritorno agli stati nazionali sovrani e dotati ognuno di una propria moneta.

Europa nella competizione globaleCome sta messa la UE nel contesto internazionale? Con poco più di 500 milioni, con la crisi economica e l’invecchiamento della popolazione non si può dire che qui ci siano prospettive di sviluppo paragonabili a quelle dell’Asia e degli stessi Stati Uniti.

A livello di competizione globale l’Europa si presenta fragile, divisa e instabile. In questa situazione pensare di poter rompere il tentativo di creare un’economia integrata con un’unica moneta come quello iniziato da 18 stati con l’euro e presentarsi nel confronto internazionale con 18 monete diverse in competizione tra loro e verso il mondo farebbe ridere se non ci fosse da piangere.

Sia chiaro: che le politiche europee debbano cambiare ponendo fine ad un rigore ottuso e senza scopo è di vitale importanza, ma il fine deve essere quello di rilanciare l’Europa non di affossarla.

demagogia antieuroNulla di cui meravigliarsi per Marine Le Pen che affonda le sue radici culturali in un nazionalismo di impronta fascista; quella stessa impronta che prevaleva in Europa nel passato e che ha portato a ben due guerre mondiali. I popoli non hanno mai capito dove li stavano portando le classi dirigenti e sono andati incontro al macello delle guerre con una disinvoltura e una leggerezza che hanno poi pagato a caro prezzo. Tornare alle monete nazionali oggi significherebbe avviarsi ad una feroce competizione tra gli stati europei  innanzitutto nella quale, prima o poi, si finirebbe per minacciare l’uso delle armi. E questo con una globalizzazione che nel passato non c’era. Le élite tipo Marine Le Pen che oggi invocano la sovranità dei popoli lo sanno benissimo, ma pensano, come pensavano i loro precursori nel passato, di poter vincere le future competizioni mettendosi su una strada che non esclude le prove di forza.

Gli italiani non sono molto diversi da altri popoli e all’incitamento nazionalistico di stampo fascista della Le Pen preferiscono il sollazzo e il dileggio alla Beppe Grillo, ma la destinazione è la stessa: la rottura, la competizione selvaggia, l’isolamento. Tra una battuta e l’altra la rabbia degli italiani vede nel M5S e in Grillo i vendicatori di tante ingiustizie, di tanti soprusi e il sogno del ritorno ad un passato più semplice di quello di adesso, un passato nel quale si potevano pagare tassi di interesse sul debito pubblico del 20% l’anno e raddoppiare il rapporto con il Pil cercando di tamponare le falle con le svalutazioni della lira.

illusioni 5stelleMolti italiani si cullano in questa favola cercando una scorciatoia alla difficile costruzione di un’alternativa e credono al Grillo che vorrebbe stracciare i trattati in faccia alla Merkel e disconoscere il debito italiano detenuto nell’UE definendolo “immorale”. Forse è piacevole cullarsi nei sogni e prendersi delle belle rivincite a colpi di vaffa e di insulti come si fa nelle discussioni tra amici per sfogarsi. Meno piacevole è sbattere la faccia con la dura realtà di un mondo nel quale siamo fragili e indifesi. La maestria di Grillo è nel far credere che tutto ciò possa essere vero e si possa non pagare alcun prezzo; è una maestria simile a quella del Berlusconi che nel passato proponeva milioni di posti di lavoro e ogni altro bene a italiani desiderosi di sentirselo dire, ma del tutto ignari delle modalità per ottenerlo. Come è finita lo abbiamo visto e i conti li stiamo pagando. Come finiranno le sparate di Grillo tradotte in scelte politiche, specialmente se unite alle pulsioni nazionaliste dei tanti Le Pen che agiscono in Europa, speriamo di non doverlo vedere mai

Claudio Lombardi

Elezioni europee, alla fine è tutto semplice

elezioni europeeIl 25 maggio si vota per il Parlamento europeo. Il Parlamento europeo ancora non è un vero parlamento nel senso che non sostiene un governo dell’Europa che sta sempre in mano agli stati attraverso il Consiglio Europeo e la Commissione europea. Però questa volta un cambiamento c’è e non è piccolo: il presidente della Commissione europea sarà eletto dal Parlamento europeo a maggioranza assoluta dei suoi membri sulla base di una proposta del Consiglio europeo che dovrà essere formulata sulla base dei risultati elettorali.

Un meccanismo un po’ farraginoso nel quale una cosa è chiara: i risultati delle elezioni saranno decisivi per la nomina del Presidente della Commissione europea.

Che significa? Che un elemento di legittimazione democratica si inserisce in uno dei pilastri delle istituzioni europee. I cittadini europei quindi potranno decidere sul Presidente e attraverso la loro scelta anche sugli indirizzi politici che guideranno le azioni della Commissione europea.

A questo punto il problema è capire quali indirizzi politici sarà meglio far prevalere in Europa. A noi italiani cosa conviene? Innanzitutto conviene l’Europa? Per rispondere dobbiamo solo prendere una mappa mondiale e vedere cosa sono l’Italia e l’Europa nel mondo di oggi, di oggi, non degli anni ’50! Ebbene senza tanti discorsi è semplice rendersi conto che da soli non potremmo farcela, abbiamo bisogno di stare uniti in una dimensione continentale. Che è l’Europa.

Europa ed euroIl punto, quindi, non è se stare in questa dimensione, ma come starci. E qui bisogna parlare di politiche europee, di chi le decide e di chi le attua. Finora tutto era nelle mani dei governi nazionali e dei loro diversi interessi nonché di organismi derivati dai governi (la famosa tecnocrazia di Bruxelles). A partire da queste elezioni peserà anche la volontà dei cittadini europei. Anche, ma, ovviamente non solo perché dovrà sempre competere con gli interessi nazionali espressi dai governi.

Questo, però, dovrebbe essere solo il punto di partenza di una svolta istituzionale e politica nella situazione europea, non il punto di arrivo. È importante quindi che la spinta che viene dagli elettori ci sia e sia chiara. Non lo sarebbe se ottenessero molti voti quelli che vogliono la rottura dell’Unione europea o l’uscita dall’euro perché oggi l’Italia (per limitarsi ai nostri interessi immediati) non sarebbe assolutamente in grado di fare a meno dell’euro e dell’Europa. Alle ragioni già dette (competizione globale che richiede dimensioni continentali) vanno aggiunti tutti i limiti e i problemi che rendono il nostro paese il più fragile, dopo la Grecia, nell’area euro.

Pensare che queste fragilità che poi andrebbero pure chiamate con il loro nome – corruzione, clientelismo, sprechi, corporativismo, affarismo, intrecci politico mafiosi, apparati amministrativi conservatori e retrogradi, scarsa produttività ecc – possano essere superate come per magia uscendo dall’euro è una tragica e irresponsabile illusione.

Il problema vero è che stare in Europa impone all’Italia un vero rigore che non è fatto di conti in ordine, ma di classi dirigenti responsabili, capaci e oneste e di una cultura della convivenza civile che va rinnovata o reinventata. Il rigore vero non è quello del 3% che va superato, ma non per consegnarlo al partito delle tangenti e al malaffare.

fragilità ItaliaUn’ Italia risanata potrà battersi in Europa per far prevalere una linea più intelligente di quella che è stata imposta per anni e che si è rivelata un disastro. Insomma, in definitiva, l’Europa è dei popoli e nasce dalla decisione, dopo la seconda guerra mondiale, di unirsi per scongiurare altri conflitti. Secondo gli antieuro questo cammino adesso dovrebbe interrompersi? Che senso ha sfasciare un edificio solo perché ha bisogno di qualche riparazione? Nessuno, se non soddisfare un’ansia di prevalere e di conquistare il potere senza avere un piano credibile in testa. Per essere chiari con la rabbia di Grillo si può solo distruggere e questo oggi va contro l’interesse degli italiani. Il 25 maggio bisogna votare per formazioni politiche che abbiano in testa un’idea di Europa più democratica e unita, più giusta e più competitiva e, quindi, meno disuguale. La destra e gli arrabbiati antieuro possono solo far fare passi indietro mentre, invece, bisogna andare avanti.

Claudio Lombardi

L’Europa che vorremmo (di Angelo Ariemma)

europa unitaAncora riflessioni sull’Europa. Lo spunto viene da due libri, che da punti di vista diversi, arrivano alla stessa conclusione: occorre dare vita a una Federazione europea. Il monito, già lanciato da Altiero Spinelli ed Ernesto Rossi nel 1941 con Il Manifesto di Ventotene, diventa oggi ancora più attuale.

L’UE si è costruita secondo la strategia, promossa da Jean Monnet, dei piccoli passi, che ha mietuto successi, ma anche molte crisi, ogni qual volta i revanscismi nazionalisti si sono frapposti alla costruzione di una unità politica dell’Europa. Ricordiamo solo l’opposizione di De Gaulle alla Comunità di Difesa, o il naufragio della proposta di Costituzione promossa da Spinelli nel 1984, approvata dal Parlamento europeo, ma respinta dai Governi nazionali, in favore del misero “Atto unico” del 1987.

globalizzazioneOra la crisi economica ripropone la questione. Di fronte alla globalizzazione gli Stati nazionali sono impreparati ad affrontare una economia che non guarda più alle frontiere. La grande intuizione del Manifesto di Ventotene fu proprio quella di dichiarare la fine della funzione storica degli Stati-nazione. Adesso i nodi vengono al pettine. Dopo la diarchia franco-tedesca, ora assistiamo a un confronto-scontro tra una Merkel disposta a cedere un po’ di sovranità pur di mantenere salda la barra del rigore economico e un Hollande che propende maggiormente alla solidarietà, ma non vuole cedere nulla della propria sovranità nazionale. Mentre gli altri stati si vedono imporre norme e regole dettate altrove. Per dare nuovo slancio all’Europa, al suo modello socio-politico, la sola strada percorribile è quella della Federazione, che si dia istituzioni democraticamente elette e controllabili a livello europeo.

Vediamo ora come questi due libri affrontano il tema.

lavoratori GermaniaBeck (U. Beck, Europa tedesca, Roma-Bari, Laterza, 2013) punta il dito sullo scarto che si è creato tra le istituzioni europee, ferme a un chiuso rigore economico, e la vita degli individui che tale rigore subiscono, come ingiusta mannaia che cade dall’alto. Scarto che favorisce la Germania e il suo senso di corretta prassi economica. Scarto che rischia di far deflagrare l’euro e l’UE stessa. In fondo, l’analisi di Beck parte dalla stessa consapevolezza che ha mosso Spinelli: lì fu la guerra, qui è la crisi economica: “il ramo finanziario globale non può più essere regolato a livello nazionale” (p.31); devono quindi cambiare le categorie del politico: “Si tratta di eventi letteralmente mondiali, che permettono di constatare l’interconnessione sempre più stretta degli spazi d’azione e di vita e che non possono più essere colti con gli strumenti e le categorie di pensiero e azione dello Stato nazionale” (p.22).

frontiereLaddove lo Stato, di fronte alla crisi, si chiude in sè, nella vecchia logica di amico-nemico, ora, nella dinamica del rischio, occorre invece aprirsi all’altro, comprenderne le ragioni, e darsi reciproca solidarietà. Invece la forza economica di una Germania che vuole imporre la sua ricetta agli altri, rischia di far naufragare l’intero progetto europeo, trascinando nel baratro la stessa economia tedesca, che da sola non potrebbe reggere la globalizzazione. Ecco quindi lo scatto che si impone agli uomini europei: non solo elaborare una nuova struttura istituzionale; non solo vivere i tanti vantaggi dell’UE (viaggiare, studiare, lavorare, in Europa) come acquisiti e superflui, ma rendersi conto che sono la nostra vita, che non si può tornare indietro, ai nazionalismi e ai facili populismi, e solamente con più Europa si avrà più libertà, più sicurezza sociale, più democrazia; “abbiamo allora bisogno di una campagna di alfabetizzazione cosmopolitica per l’Europa” (p.76-77), di un nuovo contratto sociale, che dal basso faccia nascere la Federazione europea, dotata di un potere democraticamente eletto, e di un proprio bilancio, che le istituzioni europee possano gestire per il bene comune.

stati uniti d'europaNell’altro libro (E. Fazi-G. Pittella, Breve storia del futuro degli Stati Uniti d’Europa, Roma, Fazi, 2013), lo stesso titolo impone una riflessione sulla costruzione di una vera Federazione europea. Gli autori ritengono che la crisi parta dalla messa in mora degli accordi di Bretton Woods da parte dell’amministrazione Nixon negli anni ’70, quando fu abolita la parità aurea del dollaro. Il venir meno di quell’accordo ha privato gli Stati del controllo sulla finanza, che via via, attraverso l’apertura dei mercati e la globalizzazione, si è mostrata libera da ogni vincolo, fino all’attuale deflagrazione, che rende la speculazione finanziaria padrona dei destini delle nazioni e dei cittadini.

L’euro ha rappresentato il tentativo di porre rimedio alla caduta di Bretton Woods, a cui necessariamente avrebbe dovuto far seguito una graduale maggior integrazione economica e politica dell’UE. Purtroppo la miopia dei governanti succedutisi ai di Maastricht, e il mito dell’ideologia liberista, a cui tali governanti si sono piegati, ha ostacolato il percorso sulla strada dell’integrazione europea.

crisi EuropaLa crisi economica, causata appunto dall’esplodere di una bolla speculativa, ha rimesso all’ordine del giorno la questione di tale integrazione, che superi le reciproche diffidenze fra gli Stati, i quali, presi singolarmente, non avrebbero possibilità di scampo di fronte alla globalizzazione incontrollata.

Gli autori non sono avari di suggerimenti e propongono l’istituzione di Eurobond, di una fiscalità europea, dell’unione bancaria, di un bilancio autonomo dell’UE; a cui deve far seguito una democratizzazione del livello decisionale, con un Parlamento europeo che sia responsabile delle decisioni europee e controlli una Commissione eletta dal popolo europeo. Hic Rodus, hic salta: il tempo è ora; tra meno di un anno si voterà per il Parlamento europeo, e questo Parlamento dovrà avere una funzione costituente della Federazione europea, magari ristretta a quegli Stati che vorranno starci, lasciando per ora fuori chi, come la Gran Bretagna, vuol restarsene isolato. Solamente un’Europa unita e forte potrà tentare di imporre un nuovo accordo internazionale, tipo Bretton Woods, che faccia da argine alla speculazione finanziaria: “La battaglia tra mercati e democrazia sarà quindi decisiva per il futuro degli Stati Uniti d’Europa. Solo sottraendosi al ricatto dei mercati finanziari, si potrà creare un’Europa indipendente. Anzi sarà proprio attraverso questo confronto che prenderà forma quello spazio politico transnazionale europeo auspicato da tutti gli europeisti. Per sconfiggere i mercati finanziari c’è bisogno di una democrazia forte che possa appoggiarsi sull’unica istituzione direttamente legittimata dai cittadini europei, il Parlamento europeo. Le prossime elezioni del 2014 saranno decisive perché consentiranno al Parlamento europeo di assumere di fatto un ruolo costituente” (p.184-185).

futuro EuropaPurtroppo non possiamo non constatare come oggi non solo la globalizzazione ha ristretto gli spazi, ma anche i tempi sono notevolmente accorciati. Così, sia le elezioni italiane, sia quelle tedesche, hanno mostrato il loro volto antieuropeista, mentre tutta la discussione politico-mediatica torna a occuparsi delle tematiche nazionali e a parlare di Europa solo in termini negativi, abbagliando l’opinione pubblica nel suo vacuo e deleterio localismo, che non fa che dare sempre più peso a una speculazione finanziaria sempre più incontrollata.

Ma “l’Europa non cade dal cielo”, come diceva Altiero Spinelli; a allora siamo qui, nel nostro piccolo, nani sulle spalle di un gigante, a portare avanti la sua battaglia, quella battaglia per la quale ha voluto spendere l’intera sua esistenza.

Angelo Ariemma tratto da www.lib21.org

Riflessioni sul modello Germania alla vigilia del voto (di Salvatore Sinagra)

Germania elezioniSettembre 2013, la Germania ritorna al voto dopo quattro anni di crisi e di disordini per il mondo.  Le elezioni di domenica secondo molti analisti politici e finanziari saranno importantissime per l’Europa. I democristiani della signora Merkel sembra cresceranno di oltre 5 punti rispetto alle ultime elezioni federali sfiorando il 40%, ma tanto non basterà se i liberali dovessero sparire dal parlamento; alla “cancelliera” allora servirà un nuovo partner di governo e dovrà trattare con almeno un partito di sinistra.

La crescita dei consensi di “Angie” può essere considerata un segnale della soddisfazione dei tedeschi per come vanno le cose nel loro paese? Difficile dirlo; forse il premier uscente vola nei sondaggi perché i tedeschi non vedono alternative o perché ritengono che tutto sommato Angela Merkel sia la persona migliore per difendere l’interesse tedesco in Europa e nel mondo. Il quadro è complicato dalla circostanza che in Germania la sinistra ha fatto riforme di solito care alla destra quali il riordino dei sussidi e adesso i democristiani sembrano voler correggere il sistema impostato dalla coalizione rosso-verde con misure care alle sinistre quali il salario minimo ed interventi volti ad arginare la crescita degli affitti.

globalizzazioneIl paese di Goethe, almeno visto da fuori, è il vero vincitore della globalizzazione: gli Stati Uniti appaiono appannati, sul Giappone vi sono tanti dubbi, i paesi mediterranei soffrono e i paesi emergenti sono abbastanza sotto le attese. Eppure, alla vigilia di uno dei confronti politici più importanti della storia moderna, alcune testate tedesche enfatizzano i costi sociali del “nuovo modello renano”, basato sulla piena occupazione, ma anche su salari bassi e precariato. Dal 2007 in avanti, nonostante la crisi mondiale e nonostante i  problemi dell’area euro, l’andamento del Pil tedesco è stato sorprendentemente positivo; e però il Pil ci dice come sta un paese, non come stanno i suoi abitanti. Certo, la sua contrazione di solito produce devastanti aumenti della disoccupazione, ma della sua crescita spesso non ne beneficiano tutti.

E’ innegabile che dall’approvazione delle leggi con cui il governo di centro sinistra tedesco è intervenuto sul mercato del lavoro la disoccupazione è calata sensibilmente: si è ridotta in tempo di crisi dal 12 al 6% in circa dieci anni (la coeva legge 30 del 2003, approvata dal parlamento italiano, di certo non ha avuto gli stessi risultati).

Germania lavoroIn Italia non si fa altro che parlare di modello tedesco, e non solo con riguardo al mercato del lavoro. Dal nostro (a mio parere disinformato) dibattito sul lavoro mi pare di capire che è diffusa in Italia la tesi secondo cui i pregi del modello tedesco sarebbero elevati salari, un mercato del lavoro non troppo frammentato, tutele per tutti lavoratori, mentre i costi sarebbero orari di lavoro più lunghi che in Italia e maggiori possibilità di licenziare. La realtà tedesca, forse molto più frastagliata di quella italiana per via di  un maggiore ricorso alla contrattazione aziendale e dell’autonomia dei lander, è probabilmente diversa. Le retribuzioni, ancora abbastanza alte se comparate  a quelle di molti paesi europei, sono ormai da molti anni in contrazione in termini reali; mediamente in Germania si passa meno tempo al lavoro che in Italia. La disoccupazione è scesa di continuo per un decennio nella sostanza traducendo in realtà lo slogan dei sindacati “lavorare meno, per lavorare tutti”; tuttavia, se i costi di tale approccio secondo i sindacati sarebbero dovuti ricadere sui ricchi e sulle imprese, almeno in parte sono stati pagati dai lavoratori. Abbondano i contratti atipici, ma licenziare chi ha un indeterminato sembrerebbe sia più difficile che in Italia, almeno così affermano alcuni studi dell’OCSE. Non è vero che in Germania non esistono normative analoghe al nostro articolo 18 dello statuto dei lavoratori, anche se vi sono incentivi e sistemi che spingono al patteggiamento per evitare il ricorso al giudice ordinario.

modello tedescoInsomma ci sono abbastanza elementi per dire che in Germania molte cose funzionano, forse non per affermare che gira tutto alla perfezione.

La Germania non di certo il paese dei balocchi. Per esempio, la sensazione è che le buone retribuzioni tedesche siano ottenute mediando quelle relativamente alte dei lavoratori qualificati e dei dipendenti delle aziende che presidiano le filiere produttive più ricche e  quelle molto basse di chi svolge lavori ritenuti a “basso valore aggiunto” o lavora per imprese traballanti. Per esempio nello stabilimento Volfsburg della Volkswgen un operaio non specializzato guadagna 2.800 lordi al mese, mentre nel settore della distribuzione vi sono macellai pagati 5 euro l’ora .

lavoro GermaniaDa un recente e lungo articolo di Die Zeit emerge che in Germania mediamente in un anno si lavora per meno di 1.400 ore. Se si ipotizzano 200 giornate lavorative (forse anche qualcuna in  meno di quelle che un lavoratore full time fa in Italia) si arriva ad un orario giornaliero di meno di sette ore. Tuttavia anche questo dato è ottenuto mediando realtà molto diverse, e, secondo il quotidiano tedesco, la gran parte del “popolo del part time” in Germania non è fatto di madri che vogliono più tempo per i loro figli, ma di soggetti deboli che vorrebbero lavorare di più e spesso si fa fatica a ritornare all’orario pieno quando cambiano le priorità. In sostanza il mondo del lavoro tedesco sembrerebbe generare grandi disparità. Il welfare, rimodulato nei primi anni del nuovo millennio, con una spesa compresa tra i 10 e i 20 miliardi l’anno in sussidi  e politiche attive del mercato del lavoro, riesce ad alleviare i costi sociali del modello tedesco grazie al fatto che i disoccupati sono relativamente pochi e la bassa evasione fiscale non solo rende sostenibili i conti dello Stato ma facilita la corretta allocazione della spesa pubblica.

lavoratori tedeschiNonostante qualche limite, non convince certa stampa e certo web che vuole dipingere la Germania come un treno su un binario morto.  Per esempio, qualcuno racconta dell’intollerabile  disparità tra due operai che fanno lo stesso lavoro, il primo con un contratto a tempo indeterminato guadagna oltre 2.500 euro al mese, il secondo, un lavoratore interinale guadagna circa 1.500 euro. Qualcuno potrebbe chiedersi che differenza c’è con l’Italia. La risposta è semplice. Nel nostro paese il lavoratore tutelato ed il precario lavorano fianco a fianco come in Germania, tuttavia il lavoratore tutelato italiano guadagna quanto il precario tedesco e il precario italiano guadagna una cifra che somiglia più a un sussidio di disoccupazione che a uno stipendio.

Altri casi molto citati nella narrazione dei paesi più solidi dell’area euro, Germania e Francia soprattutto, sono quelli delle famiglie mono-genitoriali o dei padri separati. Un padre separato in Germania fa fatica ad arrivare a fine mese, un padre separato in Italia se non è veramente benestante rischia di non potersi permettere una casa e di dover passare le sere in fila alla mensa della Caritas. Insomma i problemi oggi sono gli stessi sia nei paesi forti che in quelli deboli, ciò che cambia in modo vistoso  è la lor intensità.

Certo sarebbe una follia pensare di potere risolvere tutti i problemi dei paesi mediterranei copiando dalla Germania senza ragionare. Le politiche volte al contenimento della crescita degli stipendi volute dal governo Schroeder in Italia avrebbero effetti drammatici, e le coeve riforme del welfare in Italia sono difficili da replicare: molto di quello che in Germania dieci anni fa è stato riformato in Italia deve essere costruito da zero. La Germania non è il modello perfetto, soprattutto perché non è facilissimo da replicare, ma è pur sempre per molti aspetti un modello da studiare nel suo complesso e nelle sue complessità e criticità.

Salvatore Sinagra

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