Dolori francesi

Ma cosa ci combina questa Francia? Anzi, cosa si è messa in testa quella minoranza di francesi che sono andati a votare alle elezioni europee? Marine Le Pen pretende lo scioglimento del Parlamento, annuncia un referendum per uscire dall’euro, vuole stracciare gli accordi per gli scambi commerciali tra Europa e USA e chissà cos’altro.

Pensate che se avesse vinto Grillo avrebbe chiesto le stesse cose anche per l’Italia con l’aggiunta di un disconoscimento del debito pubblico in mano straniera e levandosi la soddisfazione di stracciare il fiscal compact in faccia alla Merkel.

Grillo forse stava scherzando o forse no, ma la Le Pen non scherza affatto. Come cultura è nazionalista ai limiti del fascismo, ma non si sa se furba o poco intelligente. Certo è che, come tanti altri leader nella storia, non esita a lanciare il popolo che pretende di guidare verso avventure pericolose e dolorose. Sempre ripetendo la giaculatoria che il popolo deve riprendere la sua sovranità e che si tratta di salvare la Francia ovviamente. È gente che in tutte le epoche e in ogni angolo del mondo ha iniziato così ed è poi finita con gli eserciti in armi e i popoli a massacrarsi inseguendo la follia dei capi.

Proviamo ad immaginare una Francia che abbandona l’euro e probabilmente anche l’Unione europea. Pensiamo alla Francia come una rispettabile barca di medie dimensioni abbandonata nel mare della competizione globale mai calmo e a volte in tempesta. Si sono chiesti gli intelligentissimi elettori che hanno baldanzosamente votato Le Pen che fine farebbero nel caso che le proposte della loro leader passassero?

In Italia per fortuna possiamo stare tranquilli per un po’ anche se il M5S e la Lega hanno preso una bella fetta di elettorato. Anche questi sono sicuramente elettori molto intelligenti che hanno una visione strategica. Eh già perché bisogna proprio avere una vista lunga per immaginare che l’Italia possa andare alla battaglia globale armata del suo debito pubblico, della sua corruzione, del suo clientelismo e delle sue mafie. Complimenti elettori, voi sì che vedete le cose con lucidità….

Per ora teniamoci il nostro governo perché ci sembra diretto da un partito di maggioranza relativa – il PD -con la testa sulle spalle. Magari non ci farà ridere e non infiammerà gli animi, ma lavora seriamente

Elezioni europee. Il nazionalismo populista e la dura realtà

nazionalismi europei conseguenzeIl leader nazionalista hindu Modi ha vinto le elezioni in India (1,250 miliardi di abitanti). Un accordo trentennale per la fornitura di gas è stato stipulato tra Russia (144 milioni di abitanti) e Cina (oltre 1,36 miliardi di abitanti) corredato da numerosi altri accordi commerciali e per la ricerca scientifica e tecnologica.

Come è noto l’Asia sta sempre più diventando il motore dell’economia mondiale e l’accordo tra Russia e Cina stabilisce le condizioni di base e geopolitiche perché quell’area del mondo divenga sempre più determinante. Il rilancio del nazionalismo indiano, inoltre, rafforza questa tendenza perché l’India sempre più andrà alla ricerca di uno sviluppo più intenso in concorrenza con l’occidente.

Tralasciamo di inserire in questo ragionamento altri paesi a noi ben noti perché da lì provengono molti prodotti che fanno parte della nostra vita quotidiana (Corea, Vietnam, Taiwan, Indonesia, Thailandia ecc). Loro li producono e noi li acquistiamo.

crisi EuropaOra mettiamo a confronto questo scenario con la competizione elettorale europea che si concluderà domani con il voto. Quali sono i temi e le forze politiche che hanno avuto maggiore risonanza? Sicuramente quelli e quelle definite euroscettiche e che comprendono componenti diverse (nazionaliste e populiste in primo luogo), ma tutte unite da un bersaglio: l’esistenza di una Europa unita e di una moneta comune.

Attenzione: non le politiche ottuse e irrazionali che hanno ridotto l’Europa e l’area euro in particolare ad un contatore di deficit avendo di mira sempre e soltanto il parametro del 3% di deficit e il 60% di debito in rapporto al Pil. No, l’attacco è proprio e soltanto all’esistenza stessa di una unione europea. Chi attacca non vuole che cambino le politiche, vuole che si frantumi l’Unione europea.

Infatti, cosa vuole Marine Le Pen in Francia? Semplicemente l’abbandono dell’UE e dell’euro. Cosa vuole Grillo? Un referendum sull’euro cioè un modo indiretto e furbastro per sancire l’uscita dell’Italia dalla moneta unica. Cosa vogliono le altre forze politiche nazionaliste? La stessa cosa, cioè il ritorno agli stati nazionali sovrani e dotati ognuno di una propria moneta.

Europa nella competizione globaleCome sta messa la UE nel contesto internazionale? Con poco più di 500 milioni, con la crisi economica e l’invecchiamento della popolazione non si può dire che qui ci siano prospettive di sviluppo paragonabili a quelle dell’Asia e degli stessi Stati Uniti.

A livello di competizione globale l’Europa si presenta fragile, divisa e instabile. In questa situazione pensare di poter rompere il tentativo di creare un’economia integrata con un’unica moneta come quello iniziato da 18 stati con l’euro e presentarsi nel confronto internazionale con 18 monete diverse in competizione tra loro e verso il mondo farebbe ridere se non ci fosse da piangere.

Sia chiaro: che le politiche europee debbano cambiare ponendo fine ad un rigore ottuso e senza scopo è di vitale importanza, ma il fine deve essere quello di rilanciare l’Europa non di affossarla.

demagogia antieuroNulla di cui meravigliarsi per Marine Le Pen che affonda le sue radici culturali in un nazionalismo di impronta fascista; quella stessa impronta che prevaleva in Europa nel passato e che ha portato a ben due guerre mondiali. I popoli non hanno mai capito dove li stavano portando le classi dirigenti e sono andati incontro al macello delle guerre con una disinvoltura e una leggerezza che hanno poi pagato a caro prezzo. Tornare alle monete nazionali oggi significherebbe avviarsi ad una feroce competizione tra gli stati europei  innanzitutto nella quale, prima o poi, si finirebbe per minacciare l’uso delle armi. E questo con una globalizzazione che nel passato non c’era. Le élite tipo Marine Le Pen che oggi invocano la sovranità dei popoli lo sanno benissimo, ma pensano, come pensavano i loro precursori nel passato, di poter vincere le future competizioni mettendosi su una strada che non esclude le prove di forza.

Gli italiani non sono molto diversi da altri popoli e all’incitamento nazionalistico di stampo fascista della Le Pen preferiscono il sollazzo e il dileggio alla Beppe Grillo, ma la destinazione è la stessa: la rottura, la competizione selvaggia, l’isolamento. Tra una battuta e l’altra la rabbia degli italiani vede nel M5S e in Grillo i vendicatori di tante ingiustizie, di tanti soprusi e il sogno del ritorno ad un passato più semplice di quello di adesso, un passato nel quale si potevano pagare tassi di interesse sul debito pubblico del 20% l’anno e raddoppiare il rapporto con il Pil cercando di tamponare le falle con le svalutazioni della lira.

illusioni 5stelleMolti italiani si cullano in questa favola cercando una scorciatoia alla difficile costruzione di un’alternativa e credono al Grillo che vorrebbe stracciare i trattati in faccia alla Merkel e disconoscere il debito italiano detenuto nell’UE definendolo “immorale”. Forse è piacevole cullarsi nei sogni e prendersi delle belle rivincite a colpi di vaffa e di insulti come si fa nelle discussioni tra amici per sfogarsi. Meno piacevole è sbattere la faccia con la dura realtà di un mondo nel quale siamo fragili e indifesi. La maestria di Grillo è nel far credere che tutto ciò possa essere vero e si possa non pagare alcun prezzo; è una maestria simile a quella del Berlusconi che nel passato proponeva milioni di posti di lavoro e ogni altro bene a italiani desiderosi di sentirselo dire, ma del tutto ignari delle modalità per ottenerlo. Come è finita lo abbiamo visto e i conti li stiamo pagando. Come finiranno le sparate di Grillo tradotte in scelte politiche, specialmente se unite alle pulsioni nazionaliste dei tanti Le Pen che agiscono in Europa, speriamo di non doverlo vedere mai

Claudio Lombardi

Elezioni europee, alla fine è tutto semplice

elezioni europeeIl 25 maggio si vota per il Parlamento europeo. Il Parlamento europeo ancora non è un vero parlamento nel senso che non sostiene un governo dell’Europa che sta sempre in mano agli stati attraverso il Consiglio Europeo e la Commissione europea. Però questa volta un cambiamento c’è e non è piccolo: il presidente della Commissione europea sarà eletto dal Parlamento europeo a maggioranza assoluta dei suoi membri sulla base di una proposta del Consiglio europeo che dovrà essere formulata sulla base dei risultati elettorali.

Un meccanismo un po’ farraginoso nel quale una cosa è chiara: i risultati delle elezioni saranno decisivi per la nomina del Presidente della Commissione europea.

Che significa? Che un elemento di legittimazione democratica si inserisce in uno dei pilastri delle istituzioni europee. I cittadini europei quindi potranno decidere sul Presidente e attraverso la loro scelta anche sugli indirizzi politici che guideranno le azioni della Commissione europea.

A questo punto il problema è capire quali indirizzi politici sarà meglio far prevalere in Europa. A noi italiani cosa conviene? Innanzitutto conviene l’Europa? Per rispondere dobbiamo solo prendere una mappa mondiale e vedere cosa sono l’Italia e l’Europa nel mondo di oggi, di oggi, non degli anni ’50! Ebbene senza tanti discorsi è semplice rendersi conto che da soli non potremmo farcela, abbiamo bisogno di stare uniti in una dimensione continentale. Che è l’Europa.

Europa ed euroIl punto, quindi, non è se stare in questa dimensione, ma come starci. E qui bisogna parlare di politiche europee, di chi le decide e di chi le attua. Finora tutto era nelle mani dei governi nazionali e dei loro diversi interessi nonché di organismi derivati dai governi (la famosa tecnocrazia di Bruxelles). A partire da queste elezioni peserà anche la volontà dei cittadini europei. Anche, ma, ovviamente non solo perché dovrà sempre competere con gli interessi nazionali espressi dai governi.

Questo, però, dovrebbe essere solo il punto di partenza di una svolta istituzionale e politica nella situazione europea, non il punto di arrivo. È importante quindi che la spinta che viene dagli elettori ci sia e sia chiara. Non lo sarebbe se ottenessero molti voti quelli che vogliono la rottura dell’Unione europea o l’uscita dall’euro perché oggi l’Italia (per limitarsi ai nostri interessi immediati) non sarebbe assolutamente in grado di fare a meno dell’euro e dell’Europa. Alle ragioni già dette (competizione globale che richiede dimensioni continentali) vanno aggiunti tutti i limiti e i problemi che rendono il nostro paese il più fragile, dopo la Grecia, nell’area euro.

Pensare che queste fragilità che poi andrebbero pure chiamate con il loro nome – corruzione, clientelismo, sprechi, corporativismo, affarismo, intrecci politico mafiosi, apparati amministrativi conservatori e retrogradi, scarsa produttività ecc – possano essere superate come per magia uscendo dall’euro è una tragica e irresponsabile illusione.

Il problema vero è che stare in Europa impone all’Italia un vero rigore che non è fatto di conti in ordine, ma di classi dirigenti responsabili, capaci e oneste e di una cultura della convivenza civile che va rinnovata o reinventata. Il rigore vero non è quello del 3% che va superato, ma non per consegnarlo al partito delle tangenti e al malaffare.

fragilità ItaliaUn’ Italia risanata potrà battersi in Europa per far prevalere una linea più intelligente di quella che è stata imposta per anni e che si è rivelata un disastro. Insomma, in definitiva, l’Europa è dei popoli e nasce dalla decisione, dopo la seconda guerra mondiale, di unirsi per scongiurare altri conflitti. Secondo gli antieuro questo cammino adesso dovrebbe interrompersi? Che senso ha sfasciare un edificio solo perché ha bisogno di qualche riparazione? Nessuno, se non soddisfare un’ansia di prevalere e di conquistare il potere senza avere un piano credibile in testa. Per essere chiari con la rabbia di Grillo si può solo distruggere e questo oggi va contro l’interesse degli italiani. Il 25 maggio bisogna votare per formazioni politiche che abbiano in testa un’idea di Europa più democratica e unita, più giusta e più competitiva e, quindi, meno disuguale. La destra e gli arrabbiati antieuro possono solo far fare passi indietro mentre, invece, bisogna andare avanti.

Claudio Lombardi

L’Europa che vorremmo (di Angelo Ariemma)

europa unitaAncora riflessioni sull’Europa. Lo spunto viene da due libri, che da punti di vista diversi, arrivano alla stessa conclusione: occorre dare vita a una Federazione europea. Il monito, già lanciato da Altiero Spinelli ed Ernesto Rossi nel 1941 con Il Manifesto di Ventotene, diventa oggi ancora più attuale.

L’UE si è costruita secondo la strategia, promossa da Jean Monnet, dei piccoli passi, che ha mietuto successi, ma anche molte crisi, ogni qual volta i revanscismi nazionalisti si sono frapposti alla costruzione di una unità politica dell’Europa. Ricordiamo solo l’opposizione di De Gaulle alla Comunità di Difesa, o il naufragio della proposta di Costituzione promossa da Spinelli nel 1984, approvata dal Parlamento europeo, ma respinta dai Governi nazionali, in favore del misero “Atto unico” del 1987.

globalizzazioneOra la crisi economica ripropone la questione. Di fronte alla globalizzazione gli Stati nazionali sono impreparati ad affrontare una economia che non guarda più alle frontiere. La grande intuizione del Manifesto di Ventotene fu proprio quella di dichiarare la fine della funzione storica degli Stati-nazione. Adesso i nodi vengono al pettine. Dopo la diarchia franco-tedesca, ora assistiamo a un confronto-scontro tra una Merkel disposta a cedere un po’ di sovranità pur di mantenere salda la barra del rigore economico e un Hollande che propende maggiormente alla solidarietà, ma non vuole cedere nulla della propria sovranità nazionale. Mentre gli altri stati si vedono imporre norme e regole dettate altrove. Per dare nuovo slancio all’Europa, al suo modello socio-politico, la sola strada percorribile è quella della Federazione, che si dia istituzioni democraticamente elette e controllabili a livello europeo.

Vediamo ora come questi due libri affrontano il tema.

lavoratori GermaniaBeck (U. Beck, Europa tedesca, Roma-Bari, Laterza, 2013) punta il dito sullo scarto che si è creato tra le istituzioni europee, ferme a un chiuso rigore economico, e la vita degli individui che tale rigore subiscono, come ingiusta mannaia che cade dall’alto. Scarto che favorisce la Germania e il suo senso di corretta prassi economica. Scarto che rischia di far deflagrare l’euro e l’UE stessa. In fondo, l’analisi di Beck parte dalla stessa consapevolezza che ha mosso Spinelli: lì fu la guerra, qui è la crisi economica: “il ramo finanziario globale non può più essere regolato a livello nazionale” (p.31); devono quindi cambiare le categorie del politico: “Si tratta di eventi letteralmente mondiali, che permettono di constatare l’interconnessione sempre più stretta degli spazi d’azione e di vita e che non possono più essere colti con gli strumenti e le categorie di pensiero e azione dello Stato nazionale” (p.22).

frontiereLaddove lo Stato, di fronte alla crisi, si chiude in sè, nella vecchia logica di amico-nemico, ora, nella dinamica del rischio, occorre invece aprirsi all’altro, comprenderne le ragioni, e darsi reciproca solidarietà. Invece la forza economica di una Germania che vuole imporre la sua ricetta agli altri, rischia di far naufragare l’intero progetto europeo, trascinando nel baratro la stessa economia tedesca, che da sola non potrebbe reggere la globalizzazione. Ecco quindi lo scatto che si impone agli uomini europei: non solo elaborare una nuova struttura istituzionale; non solo vivere i tanti vantaggi dell’UE (viaggiare, studiare, lavorare, in Europa) come acquisiti e superflui, ma rendersi conto che sono la nostra vita, che non si può tornare indietro, ai nazionalismi e ai facili populismi, e solamente con più Europa si avrà più libertà, più sicurezza sociale, più democrazia; “abbiamo allora bisogno di una campagna di alfabetizzazione cosmopolitica per l’Europa” (p.76-77), di un nuovo contratto sociale, che dal basso faccia nascere la Federazione europea, dotata di un potere democraticamente eletto, e di un proprio bilancio, che le istituzioni europee possano gestire per il bene comune.

stati uniti d'europaNell’altro libro (E. Fazi-G. Pittella, Breve storia del futuro degli Stati Uniti d’Europa, Roma, Fazi, 2013), lo stesso titolo impone una riflessione sulla costruzione di una vera Federazione europea. Gli autori ritengono che la crisi parta dalla messa in mora degli accordi di Bretton Woods da parte dell’amministrazione Nixon negli anni ’70, quando fu abolita la parità aurea del dollaro. Il venir meno di quell’accordo ha privato gli Stati del controllo sulla finanza, che via via, attraverso l’apertura dei mercati e la globalizzazione, si è mostrata libera da ogni vincolo, fino all’attuale deflagrazione, che rende la speculazione finanziaria padrona dei destini delle nazioni e dei cittadini.

L’euro ha rappresentato il tentativo di porre rimedio alla caduta di Bretton Woods, a cui necessariamente avrebbe dovuto far seguito una graduale maggior integrazione economica e politica dell’UE. Purtroppo la miopia dei governanti succedutisi ai di Maastricht, e il mito dell’ideologia liberista, a cui tali governanti si sono piegati, ha ostacolato il percorso sulla strada dell’integrazione europea.

crisi EuropaLa crisi economica, causata appunto dall’esplodere di una bolla speculativa, ha rimesso all’ordine del giorno la questione di tale integrazione, che superi le reciproche diffidenze fra gli Stati, i quali, presi singolarmente, non avrebbero possibilità di scampo di fronte alla globalizzazione incontrollata.

Gli autori non sono avari di suggerimenti e propongono l’istituzione di Eurobond, di una fiscalità europea, dell’unione bancaria, di un bilancio autonomo dell’UE; a cui deve far seguito una democratizzazione del livello decisionale, con un Parlamento europeo che sia responsabile delle decisioni europee e controlli una Commissione eletta dal popolo europeo. Hic Rodus, hic salta: il tempo è ora; tra meno di un anno si voterà per il Parlamento europeo, e questo Parlamento dovrà avere una funzione costituente della Federazione europea, magari ristretta a quegli Stati che vorranno starci, lasciando per ora fuori chi, come la Gran Bretagna, vuol restarsene isolato. Solamente un’Europa unita e forte potrà tentare di imporre un nuovo accordo internazionale, tipo Bretton Woods, che faccia da argine alla speculazione finanziaria: “La battaglia tra mercati e democrazia sarà quindi decisiva per il futuro degli Stati Uniti d’Europa. Solo sottraendosi al ricatto dei mercati finanziari, si potrà creare un’Europa indipendente. Anzi sarà proprio attraverso questo confronto che prenderà forma quello spazio politico transnazionale europeo auspicato da tutti gli europeisti. Per sconfiggere i mercati finanziari c’è bisogno di una democrazia forte che possa appoggiarsi sull’unica istituzione direttamente legittimata dai cittadini europei, il Parlamento europeo. Le prossime elezioni del 2014 saranno decisive perché consentiranno al Parlamento europeo di assumere di fatto un ruolo costituente” (p.184-185).

futuro EuropaPurtroppo non possiamo non constatare come oggi non solo la globalizzazione ha ristretto gli spazi, ma anche i tempi sono notevolmente accorciati. Così, sia le elezioni italiane, sia quelle tedesche, hanno mostrato il loro volto antieuropeista, mentre tutta la discussione politico-mediatica torna a occuparsi delle tematiche nazionali e a parlare di Europa solo in termini negativi, abbagliando l’opinione pubblica nel suo vacuo e deleterio localismo, che non fa che dare sempre più peso a una speculazione finanziaria sempre più incontrollata.

Ma “l’Europa non cade dal cielo”, come diceva Altiero Spinelli; a allora siamo qui, nel nostro piccolo, nani sulle spalle di un gigante, a portare avanti la sua battaglia, quella battaglia per la quale ha voluto spendere l’intera sua esistenza.

Angelo Ariemma tratto da www.lib21.org

Riflessioni sul modello Germania alla vigilia del voto (di Salvatore Sinagra)

Germania elezioniSettembre 2013, la Germania ritorna al voto dopo quattro anni di crisi e di disordini per il mondo.  Le elezioni di domenica secondo molti analisti politici e finanziari saranno importantissime per l’Europa. I democristiani della signora Merkel sembra cresceranno di oltre 5 punti rispetto alle ultime elezioni federali sfiorando il 40%, ma tanto non basterà se i liberali dovessero sparire dal parlamento; alla “cancelliera” allora servirà un nuovo partner di governo e dovrà trattare con almeno un partito di sinistra.

La crescita dei consensi di “Angie” può essere considerata un segnale della soddisfazione dei tedeschi per come vanno le cose nel loro paese? Difficile dirlo; forse il premier uscente vola nei sondaggi perché i tedeschi non vedono alternative o perché ritengono che tutto sommato Angela Merkel sia la persona migliore per difendere l’interesse tedesco in Europa e nel mondo. Il quadro è complicato dalla circostanza che in Germania la sinistra ha fatto riforme di solito care alla destra quali il riordino dei sussidi e adesso i democristiani sembrano voler correggere il sistema impostato dalla coalizione rosso-verde con misure care alle sinistre quali il salario minimo ed interventi volti ad arginare la crescita degli affitti.

globalizzazioneIl paese di Goethe, almeno visto da fuori, è il vero vincitore della globalizzazione: gli Stati Uniti appaiono appannati, sul Giappone vi sono tanti dubbi, i paesi mediterranei soffrono e i paesi emergenti sono abbastanza sotto le attese. Eppure, alla vigilia di uno dei confronti politici più importanti della storia moderna, alcune testate tedesche enfatizzano i costi sociali del “nuovo modello renano”, basato sulla piena occupazione, ma anche su salari bassi e precariato. Dal 2007 in avanti, nonostante la crisi mondiale e nonostante i  problemi dell’area euro, l’andamento del Pil tedesco è stato sorprendentemente positivo; e però il Pil ci dice come sta un paese, non come stanno i suoi abitanti. Certo, la sua contrazione di solito produce devastanti aumenti della disoccupazione, ma della sua crescita spesso non ne beneficiano tutti.

E’ innegabile che dall’approvazione delle leggi con cui il governo di centro sinistra tedesco è intervenuto sul mercato del lavoro la disoccupazione è calata sensibilmente: si è ridotta in tempo di crisi dal 12 al 6% in circa dieci anni (la coeva legge 30 del 2003, approvata dal parlamento italiano, di certo non ha avuto gli stessi risultati).

Germania lavoroIn Italia non si fa altro che parlare di modello tedesco, e non solo con riguardo al mercato del lavoro. Dal nostro (a mio parere disinformato) dibattito sul lavoro mi pare di capire che è diffusa in Italia la tesi secondo cui i pregi del modello tedesco sarebbero elevati salari, un mercato del lavoro non troppo frammentato, tutele per tutti lavoratori, mentre i costi sarebbero orari di lavoro più lunghi che in Italia e maggiori possibilità di licenziare. La realtà tedesca, forse molto più frastagliata di quella italiana per via di  un maggiore ricorso alla contrattazione aziendale e dell’autonomia dei lander, è probabilmente diversa. Le retribuzioni, ancora abbastanza alte se comparate  a quelle di molti paesi europei, sono ormai da molti anni in contrazione in termini reali; mediamente in Germania si passa meno tempo al lavoro che in Italia. La disoccupazione è scesa di continuo per un decennio nella sostanza traducendo in realtà lo slogan dei sindacati “lavorare meno, per lavorare tutti”; tuttavia, se i costi di tale approccio secondo i sindacati sarebbero dovuti ricadere sui ricchi e sulle imprese, almeno in parte sono stati pagati dai lavoratori. Abbondano i contratti atipici, ma licenziare chi ha un indeterminato sembrerebbe sia più difficile che in Italia, almeno così affermano alcuni studi dell’OCSE. Non è vero che in Germania non esistono normative analoghe al nostro articolo 18 dello statuto dei lavoratori, anche se vi sono incentivi e sistemi che spingono al patteggiamento per evitare il ricorso al giudice ordinario.

modello tedescoInsomma ci sono abbastanza elementi per dire che in Germania molte cose funzionano, forse non per affermare che gira tutto alla perfezione.

La Germania non di certo il paese dei balocchi. Per esempio, la sensazione è che le buone retribuzioni tedesche siano ottenute mediando quelle relativamente alte dei lavoratori qualificati e dei dipendenti delle aziende che presidiano le filiere produttive più ricche e  quelle molto basse di chi svolge lavori ritenuti a “basso valore aggiunto” o lavora per imprese traballanti. Per esempio nello stabilimento Volfsburg della Volkswgen un operaio non specializzato guadagna 2.800 lordi al mese, mentre nel settore della distribuzione vi sono macellai pagati 5 euro l’ora .

lavoro GermaniaDa un recente e lungo articolo di Die Zeit emerge che in Germania mediamente in un anno si lavora per meno di 1.400 ore. Se si ipotizzano 200 giornate lavorative (forse anche qualcuna in  meno di quelle che un lavoratore full time fa in Italia) si arriva ad un orario giornaliero di meno di sette ore. Tuttavia anche questo dato è ottenuto mediando realtà molto diverse, e, secondo il quotidiano tedesco, la gran parte del “popolo del part time” in Germania non è fatto di madri che vogliono più tempo per i loro figli, ma di soggetti deboli che vorrebbero lavorare di più e spesso si fa fatica a ritornare all’orario pieno quando cambiano le priorità. In sostanza il mondo del lavoro tedesco sembrerebbe generare grandi disparità. Il welfare, rimodulato nei primi anni del nuovo millennio, con una spesa compresa tra i 10 e i 20 miliardi l’anno in sussidi  e politiche attive del mercato del lavoro, riesce ad alleviare i costi sociali del modello tedesco grazie al fatto che i disoccupati sono relativamente pochi e la bassa evasione fiscale non solo rende sostenibili i conti dello Stato ma facilita la corretta allocazione della spesa pubblica.

lavoratori tedeschiNonostante qualche limite, non convince certa stampa e certo web che vuole dipingere la Germania come un treno su un binario morto.  Per esempio, qualcuno racconta dell’intollerabile  disparità tra due operai che fanno lo stesso lavoro, il primo con un contratto a tempo indeterminato guadagna oltre 2.500 euro al mese, il secondo, un lavoratore interinale guadagna circa 1.500 euro. Qualcuno potrebbe chiedersi che differenza c’è con l’Italia. La risposta è semplice. Nel nostro paese il lavoratore tutelato ed il precario lavorano fianco a fianco come in Germania, tuttavia il lavoratore tutelato italiano guadagna quanto il precario tedesco e il precario italiano guadagna una cifra che somiglia più a un sussidio di disoccupazione che a uno stipendio.

Altri casi molto citati nella narrazione dei paesi più solidi dell’area euro, Germania e Francia soprattutto, sono quelli delle famiglie mono-genitoriali o dei padri separati. Un padre separato in Germania fa fatica ad arrivare a fine mese, un padre separato in Italia se non è veramente benestante rischia di non potersi permettere una casa e di dover passare le sere in fila alla mensa della Caritas. Insomma i problemi oggi sono gli stessi sia nei paesi forti che in quelli deboli, ciò che cambia in modo vistoso  è la lor intensità.

Certo sarebbe una follia pensare di potere risolvere tutti i problemi dei paesi mediterranei copiando dalla Germania senza ragionare. Le politiche volte al contenimento della crescita degli stipendi volute dal governo Schroeder in Italia avrebbero effetti drammatici, e le coeve riforme del welfare in Italia sono difficili da replicare: molto di quello che in Germania dieci anni fa è stato riformato in Italia deve essere costruito da zero. La Germania non è il modello perfetto, soprattutto perché non è facilissimo da replicare, ma è pur sempre per molti aspetti un modello da studiare nel suo complesso e nelle sue complessità e criticità.

Salvatore Sinagra

Solo la classe media può salvare l’economia (di Riccardo Staglianò)

famiglia mediaTra i tanti numeri che illuminano il disastro, uno risplende su tutti. Circa il 70 per cento dell’economia americana (ma non solo quella) si basa sugli acquisti della classe media. Sono i nostri soldi a far girare il mondo. Spesi per comprare casa, cibo, vestiti e il resto. Se quel fiume si prosciuga, si ferma tutto. Il concetto, apparentemente elusivo nelle situation room della troika europea, non sfugge invece a Robert Reich. Il docente di politiche pubbliche all’università di Berkeley, ex ministro del lavoro di Clinton e public servant già ai tempi di Ford, lo declina in ogni modo in Inequality for All. Il documentario, che ha già vinto il premio speciale della giuria al Sundance, potrebbe fare per la diseguaglianza economica ciò che “Una verità scomoda” ha fatto per il riscaldamento climatico. Ovvero accendere la consapevolezza dell’opinione pubblica. Non ancora una soluzione, però un inizio.

famiglia americanaIl confronto rispetto al film con Al Gore è inevitabile. Anche qui si tratta di una lezione arricchita, smussata e tirata a lucido negli anni. Molto densa, ma non per questo meno chiara. E se il protagonista di ieri assestava un’unica battuta memorabile («ero solito presentarmi come il prossimo presidente degli Stati uniti»), quello di oggi ne inanella a raffica, dal «sospettavo da tempo di essere nella shortlist dell’Amministrazione» a «volete dire che vi do l’idea del Big government?!? E dai» (Reich, affetto dalla malattia di Fairbank, è alto 1 metro e 48). La sua autoironia si propaga per il film, scaldando una materia che rischiava di risultare gelida, oltre che oggettivamente deprimente. Riassumibile così: perché, dalla fine degli anni 70 a oggi, abbiamo cominciato a stare peggio tutti tranne l’1 per cento più ricco della popolazione? La domanda ultima alla quale il professor Reich si incarica di rispondere. In tre atti.

capitalistaPrimo atto: cos’è successo? La polarizzazione tra (sempre più) ricchi e (sempre più) poveri è una malattia raccontata per sintomi. Per cominciare, i 400 americani più ricchi hanno da soli un patrimonio pari a quello della metà più povera della nazione. L’unica altra volta in cui l’1 per cento deteneva il 23 per cento della ricchezza era il 1928. L’anno dopo è arrivata la Grande Depressione. E in Germania ha coinciso con l’ascesa di Hitler. Se credete ai ricorsi vichiani della storia, c’è poco da stare tranquilli. Dopo i grafici, le storie. Tipo quella della famiglia Vaclav, lei cassiera alla catena Costco, con giusto 25 dollari sul conto. Sono middle class piena, quelli che prendono tra i 25 e 75 mila dollari l’anno, prima una garanzia ora un pianto. Mentre Nick Hanauer, industriale e venture capitalist, è il campione anomalo dell’1 per cento (dai 380 mila dollari in su), con un imponibile variabile tra i 10 e i 60 milioni di dollari. Mostra le sue auto, la sua bella casa, ma poi si arrende: «I ricchi, per quanto spendono, non possono farlo abbastanza per tutti. Così i loro soldi in eccesso finiscono nei fondi, alimentando la domanda di investimenti sempre più complessi». E pericolosi. Che vanno a gonfiare quelle bolle che, quando poi scoppiano, le pagano soprattutto i contribuenti. Nella paradossale versione di un capitalismo vizioso che privatizza i guadagni e socializza le perdite. Quello che il Nobel Joseph Stiglitz ha battezzato «socialismo per ricchi».

Secondo atto: perché è successo? La data dello strappo, il momento in cui gli aumenti dei salari hanno cominciato a non stare più al passo con quelli della produttività, è il 1979. Reich ne spiega le cause. Le industrie hanno scoperto la delocalizzazione: abbassano i costi fissi andando a produrre in Cina. La deregulation reaganiana non solo glielo lascia fare, ma ingaggia una lotta dura contro i sindacati (tristemente celebre la precettazione degli uomini radar). Meno sindacati uguale stipendi più bassi.

fabbrica cineseMa i motivi principali della divergenza restano globalizzazione e tecnologia. Il professore mostra un grafico del valore di un iPhone, orgogliosamente concepito in California: solo il 6 per cento resta negli Stati uniti, il 3 per cento va in Cina (per l’assemblaggio) mentre i bocconi più grossi finiscono in Giappone e Germania, fornitori di componenti importanti. Per quanto riguarda la new economy, la discontinuità rispetto al passato è profonda. Amazon, con tutti i suoi automatismi informatici, impiega 60 mila persone per generare un fatturato da 70 miliardi di dollari. Fosse stata un’azienda tradizionale avrebbe avuto bisogno di 600 mila persone per produrre altrettanta ricchezza. «Non andare alle casse self-service», rivendica Reich, «è un gesto politico» perché sancisce la non dispensabilità dell’essere umano che prima faceva i conti e vi dava il resto. In competizione con i robot, un addetto ai macelli che prendeva 40 mila dollari ora si deve accontentare di 24mila.

ricchi e poveriTerzo atto: come se ne esce? Dagli anni ‘80, complici le crisi energetiche, investire nelle industrie diventa meno sexy. Chi ha capitali li sposta sulla roulette finanziaria: soldi che producono soldi. Ancora una volta la politica favorisce il trasferimento, detassando i capital gain. Più vanno giù le tasse, tipico strumento di ridistribuzione, più cresce la diseguaglianza. Una lunga caduta che va dall’aliquota svedese di Eisenowher (90 per cento), al 77 di Nixon, al 50 e poi 28 di Reagan, sino alla timida risalita (35) di Obama. Che però non evita il paradosso denunciato da Warren Buffett, uno degli uomini più ricchi del mondo: «Io pago il 17 per cento, mentre la mia segretaria Debbie il doppio. Non è giusto». Gli danno del comunista per questa necessaria constatazione. Non lo è affatto, e neanche Reich, che lo ripete da decenni: «Io sono rimasto un moderato, è lo sfondo politico che si è spostato». Una confessione che tanti, anche da noi, sottoscriverebbero.

L’ultima nota è sul fattore istruzione. Negli anni 60 Berkeley era gratuita. Ora costa circa 15 mila euro all’anno (ed è una delle più economiche). Più la gente è istruita, più l’ineguaglianza scende. Però più costa l’università, meno la gente la frequenta. E l’unico modo per tenere basse le rette è sussidiarle con le tasse. Che da Reagan a Berlusconi sono la bestia nera di ogni populismo. Un calcolo sbagliato, prima ancora che cinico. «La società» ricorda Reich «non è un gioco a somma zero. Anche i ricchi stanno meglio quando i meno ricchi comprano». Dimenticate l’austerity. Fate studiare i figli della classe media. Fate spendere i loro padri. Costi quel che costi.

Riccardo Staglianò da http://stagliano.blogautore.repubblica.it

Carlo Azeglio Ciampi sull’Europa

Brani tratti dall’intervista a Carlo Azeglio Ciampi pubblicata dal Sole 24 Ore del 10 febbraio 2013

In questa fase, il populismo è anche una risposta di tipo primitivo al malessere sociale; allo stravolgimento di culture, di tradizioni, nazionali e locali, determinato dalla globalizzazione e dalla diffusione delle nuove tecnologie, intese nella loro accezione più ampia, le cui ricadute travalicano gli aspetti economici e produttivi estendendosi a quelli della cultura, dell’informazione, della formazione, scolastica e professionale. Vanno scomparendo mestieri, professioni, competenze sostituiti da nuove figure professionali, i cui contenuti e definizioni sono tuttora incerti.

Dobbiamo chiederci se i Governi, l’Europa hanno “preparato” i cittadini a questi eventi che agiscono velocemente e in profondità; dobbiamo chiederci se sono stati approntati rimedi adeguati alle novità; se è stato predisposto l’avvio di strumenti istituzionali, normativi, economici, sociali per accompagnare queste trasformazioni che, implicano, al tempo stesso, benefici e sacrifici, opportunità e svantaggi.

La globalizzazione, le nuove tecnologie superano, rendono superflue delimitazioni, frontiere. Uso volutamente la parola “frontiere”, la cui etimologia rimanda a Paesi che si fronteggiano; il nuovo ambito che si va formando supera questo concetto e implica che tra Paesi, ancorché segnati da confini geografici, si vadano determinando integrazioni, collaborazioni, effetti e destini comuni.

Sì, per l’Europa, insieme con tanti altri, abbiamo combattuto, con passione e determinazione, battaglie per vincere indifferenza, ostilità, pregiudizi. Ne abbiamo un vasto campionario. Non dobbiamo dimenticare che una parte rilevante del sistema imprenditoriale italiano, subito dopo la guerra, osteggiava l’apertura ai commerci, temendo di non essere in grado di fronteggiare la concorrenza; i partiti di sinistra contrastavano l’adesione alla Comunità economica europea, vista come un ulteriore strumento del capitalismo, sistema che doveva essere abbattuto.

Dobbiamo aver presente che ogni qual volta che l’Italia viene investita da una crisi si cerca di addossarne la responsabilità ad “altro” …. Un proverbio inglese dice: «As you make your bed, so you must lie in it»; corrisponde presso a poco al nostro «Chi è causa del suo mal pianga se stesso». Noi siamo coricati nel letto che abbiamo preparato con le nostre azioni, con le nostre negligenze; con i nostri governanti, nei Parlamenti – quello nazionale e quelli locali – con la nostra classe dirigente nelle Amministrazioni pubbliche, nelle aziende, nelle rappresentanze economiche, sindacali, sociali.

Una larga parte degli italiani in questi anni ha preferito adagiarsi e farsi cullare nelle illusioni, piuttosto che affrontare i sacrifici necessari, per porre rimedio a situazioni difficili, ma sostenibili; in primis un ripensamento serio, approfondito dell’organizzazione dello Stato. Tradendo lo spirito dei Padri costituenti si è dato corpo a un sistema che, lungi dal fornire in modo efficiente servizi ai cittadini e alle imprese, ha moltiplicato i centri decisionali, ha ingigantito la burocrazia, ha fatto lievitare i costi, è stato occasione di ruberie e malaffare, come testimoniano i fatti degli ultimi decenni.

Ho scritto e affermato più volte che l’Europa per la mia generazione è stata un ideale, un obiettivo per porre fine in modo definitivo a guerre che avevano insanguinato il nostro continente, prodotto distruzioni, generato dittature, odi, sete di vendetta, oscurando il patrimonio di civiltà che per secoli aveva fertilizzato il mondo intero. … La mia generazione voleva porre fine anche a politiche economiche basate su protezionismi, su riduzioni degli scambi, su svalutazioni per garantirsi temporanei vantaggi competitivi; politiche che tra le due guerre mondiali avevano aggravato la crisi, facendo regredire le economie.

Volevamo consegnare alle nuove generazioni, affrancate da nazionalismi e da angusti orizzonti, un continente pacificato, dove ogni cittadino godesse della libertà, in tutte le sue declinazioni …… Molto è stato fatto in questa direzione; valutiamo con orgoglio i tanti risultati positivi conseguiti. Gli europei, oggi, si muovono senza limitazioni da un Paese all’altro del continente; un gran numero di studenti beneficia del progetto “Erasmus”; ricercatori di Paesi diversi collaborano in progetti comuni; le imprese localizzano gli stabilimenti secondo le convenienze; le politiche comunitarie sono state e sono determinanti nell’agricoltura, nell’industria e nei servizi; i fondi comunitari finanziano in larga misura progetti dei singoli Paesi. Molto resta ancora da fare; molte sono le resistenze a ulteriori progressi.

I nostri giovani viaggiano, conoscono altri Paesi, stringono amicizie; utilizzano in modo intenso i nuovi strumenti di comunicazione che consentono loro di essere informati, di comunicare, di partecipare. La conoscenza annulla le frontiere, non solo quelle geografiche, apre le menti, predispone a cogliere le occasioni che offre il nuovo.

Una Europa più coesa garantirebbe, come si può ricavare dall’esperienza degli Stati federali, la crescita civile, sociale ed economica dei Paesi aderenti. … Come cittadino europeo, come uomo delle istituzioni, per cultura e formazione ho condiviso e mi sono adoperato per il passaggio dalla Comunità all’Unione, con il conseguente progressivo spostamento di competenze dai Paesi membri verso Bruxelles. …… Sono state poste le premesse per la formazione di uno Stato federale. La creazione della moneta unica, sotto questo aspetto cruciale, segna in questo percorso un passaggio fondamentale, un punto di non ritorno……. Del nuovo modello non sono ancora chiaramente esplicitati né le caratteristiche istituzionali, né il processo per la sua definizione. Con i Trattati di Maastricht e di Lisbona è stata impressa all’Unione una forte dinamica sovranazionale, che supera la tradizionale politica europea costruita sugli Stati nazionali; politica, peraltro, spiazzata dalla globalizzazione, che ha reso, di fatto, insufficienti o peggio inutili centri decisionali locali. Data la rilevanza di queste innovazioni sono necessari sia il sostegno della volontà popolare, sia l’architettura giuridico-istituzionale: entrambi sono finora mancati.

La Commissione non è espressione dei “cittadini europei”; l’intergovernamentalismo rappresenta ancora il modo principale di decidere sulle questioni rilevanti; il principio di maggioranza è valido solo per alcune materie; la Bce non ha tutti i poteri di una Banca centrale. Soprattutto, proprio per l’Eurozona non sono stati approntati rimedi efficienti alla coesistenza tra Paesi con surplus e Paesi con deficit strutturali. Potrei continuare a elencare le contraddizioni che rendono complesso, se non inefficiente, l’attuale Governo dell’Unione.

Inefficienza e insufficienza si riscontrano nel funzionamento della moneta unica; è solo grazie a una gestione avveduta della Banca centrale che si è fatto fronte all’intrinseca debolezza dell’attuale configurazione dell’Eurozona. Ribadisco quanto già affermato in altre occasioni; l’istituzione della moneta unica non era un traguardo, ma il mezzo per accelerare il processo di unione dell’Europa. Di questo erano consapevoli coloro che decisero di dare all’Europa una sola moneta: responsabili dei Governi e banchieri centrali. Sapevamo che si sarebbero introdotti nel sistema elementi di instabilità che potevano essere eliminati solo con la costituzione di un centro unico di Governo dell’economia dell’Unione. In breve, con il passaggio a una struttura federale dell’Unione europea.

Di fronte alla situazione di grave disagio della Grecia, insopportabile per chi crede a principi di fratellanza, di mutuo soccorso, basati sull’appartenenza a una civiltà e a una storia comuni, mi chiedo se la doverosa esigenza di rimettere a posto le finanze pubbliche, subito e a costo di immensi sacrifici, sia il passaggio obbligato per costruire una vera Unione. Non vorrei che fosse piuttosto il grimaldello tecnico, messo in atto con algida volontà, per ripensare al progetto dell’Unione, perseguito con coraggio, con lungimiranza, con generosità da molti, in primo luogo, da Jacques Delors e da Tommaso Padoa-Schioppa.

Per il testo integrale dell’intervista www.sole24ore.com/cultura

L’Economist dossier Italia: meritocrazia e apertura al mondo

Un anno fa, a giugno del 2011, l’Economist pubblicò un dossier sulla situazione italiana che fece scalpore per il giudizio su Berlusconi identificato come “l’uomo che ha fottuto un intero paese”. In realtà l’analisi era molto più ricca e approfondita. Qui se ne ripropone una sintesi, divisa in quattro parti, utile a comprendere un punto di vista esterno e non coinvolto nelle polemiche politiche nostrane.

La meritocrazia non esiste

Il governo trasferisce denaro dai giovani agli anziani, spendendo in pensioni il 14 per cento del Pil, una percentuale più alta di qualsiasi altro paese dell’Ocse. La situazione demografica del paese dovrebbe costituire un grande vantaggio per i ragazzi che, grazie a un tasso di fecondità di 1,4 figli per donna, stanno diventando una rarità. Ma invece di avere più potere contrattuale, sono bloccati dalla gerontocrazia.

Le società che invecchiano devono trovare qualcosa per tenere occupati i lavoratori anziani, ma lasciargli tutti i posti migliori non è una soluzione. Davanti alla prospettiva di dover aspettare fino all’età dei loro nonni per fare carriera, molti dei cervelli più brillanti d’Italia se ne vanno. Forse l’indicatore più sconvolgente della situazione economica è che l’Italia è il primo esportatore di laureati tra i paesi ricchi europei, un fenomeno di solito più comune nei paesi più poveri.

Molti laureati italiani se ne vanno per sfuggire al sistema delle raccomandazioni, o delle conoscenze (spesso di tipo familiare), che regola il mercato del lavoro. È un sistema usato in tutti i paesi, ma l’Italia è diversa per due motivi: le raccomandazioni sono onnipresenti e raramente vengono messe in discussione. Si potrebbe essere tentati di attribuire questa preferenza per le conoscenze personali piuttosto che per le qualifiche professionali al “familismo amorale”, come lo chiamò il sociologo statunitense Edward Banfield. Con le Basi morali di una società arretrata, un libro sulla povertà in Italia meridionale pubblicato nel 1958 ma ancora oggi molto discusso, Banfield sostenne che in Italia i legami familiari sono così stretti da impedire alle persone di unirsi per agire a vantaggio della comunità.

Rispetto ad altri paesi ricchi, l’Italia ha una buona scuola elementare, una scuola secondaria discreta (anche se molto variabile) e pessime università (con una manciata di splendide eccezioni). Per legge, le lauree hanno tutte lo stesso valore, indipendentemente dalle università che le hanno conferite, perciò i potenziali datori di lavoro devono tirare a indovinare quali sono gli studenti migliori.

Il regime delle raccomandazioni imperversa ovunque. Il mercato dei posti di lavoro accademici nelle università pubbliche è profondamente corrotto. È nato un gran numero di corsi di laurea che sembrano progettati unicamente per creare cattedre. I candidati a una cattedra partecipano a concorsi che in realtà non sono né pubblici né competitivi ma fatti solo per dare maggiore credibilità a decisioni che sono già state prese. Un modo per migliorare la situazione potrebbe essere privatizzare alcune università pubbliche, ma questo non è possibile in un paese dove tutte le proposte di riforma, anche di modesta portata, provocano molte proteste. Un’altra possibilità sarebbe rendere più competitive le università pubbliche, ma per il momento, neanche una delle università italiane è tra le prime cento delle due principali classifiche internazionali sull’istruzione superiore.

C’è bisogno di aprirsi al mondo

In questi anni l’Italia è entrata sempre più in contatto con il resto del mondo: indirettamente, con la globalizzazione e, direttamente, attraverso l’immigrazione.

Nei primi anni novanta e nella prima metà dell’ultimo decennio alcuni settori dell’economia erano già stati colpiti duramente dalla concorrenza dei mercati esteri. L’industria tessile e gli altri settori a basso impiego di tecnologia si erano dimostrati molto vulnerabili.

Questo quadro, in ogni caso, è già cambiato. Secondo uno studio della Banca d’Italia, anche prima dell’inizio della crisi finanziaria circa la metà delle aziende con almeno venti impiegati era in ristrutturazione, e il settore manifatturiero aveva riguadagnato la competitività perduta all’inizio del decennio. Un numero impressionante di medie imprese si è trasformato in multinazionali tascabili, come le chiamano gli italiani. Nel 2008 in Italia c’erano 21mila imprese di questo tipo, attive in 150 paesi.

Le aziende italiane più competitive hanno saputo trarre vantaggio dalla globalizzazione. Però l’espansione verso l’estero è stata considerata spesso come la causa della perdita di posti di lavoro e secondo molti imprenditori mandare avanti un’azienda in Italia è un compito così difficile che vorrebbero trasferire l’intera catena produttiva all’estero.

Il secondo modo in cui il mondo ha disturbato l’Italia negli ultimi vent’anni è stato più diretto: le flotte di barconi carichi di migranti in cerca di lavoro. Le tragedie dei barconi hanno distolto l’attenzione da un altro importante cambiamento degli ultimi anni: l’assimilazione in gran parte pacifica di tantissimi immigrati, sia clandestini sia regolari. La percentuale di residenti in Italia nati all’estero è passata dallo 0,8 per cento del 1990 al 7 per cento del 2010. Integrare i migranti in quella che un tempo era una società etnicamente uniforme non è stato facile, ma è andata meglio del previsto. Una parte del merito va riconosciuto alla chiesa cattolica, che ha avuto un ruolo fondamentale, aiutando nel processo di integrazione anche gli immigrati arrivati illegalmente.

In ogni caso l’Italia non può permettersi di guardare al colore della pelle della sua futura forza lavoro. Senza l’immigrazione, nel 2009 la popolazione italiana sarebbe calata di 75mila abitanti. I migranti sono ancora più necessari se si considera che l’occupazione femminile è molto bassa. E così i lavoratori immigrati riempiono i buchi lasciati dalla decrescita della popolazione italiana. (fine terza parte)

La nuova questione sociale che minaccia il futuro

Tre domande a Lapo Berti economista e animatore del sito www.lib21.org sulla nuova questione sociale che lascia milioni di giovani senza lavoro e senza stabilità e che minaccia la stessa convivenza civile

Cosa vuol dire parlare di una questione sociale? Quando e perché comparve questa definizione?

Nella prima metà dell’Ottocento, quando gli effetti sociali della prima ondata d’industrializzazione cominciarono a palesarsi in maniera incontrovertibile, si pose quella che allora fu chiamata la “questione sociale”.

La questione sociale nasceva da uno scandalo, dalla percezione che c’era qualcosa di fondamentalmente sbagliato e, quindi, moralmente inaccettabile in un ordine sociale che, nel momento in cui si era scoperto e realizzato il modo di produrre ricchezza su di una scala mai vista, produceva miseria e sofferenza per un numero crescente di persone tutti riconducibili ad un’unica categoria: i salariati.

Sullo sfondo di questo scandalo, c’era il timore che le classi create dal nuovo ordine industriale, sfuggissero al controllo delle istituzioni e si abbandonassero a reazioni violente nei confronti del sistema che condannava i loro membri alla miseria. In ballo c’era, come sempre c’è, quando si parla di questione sociale, il tema cruciale della coesione.

Fu questa la spinta che dette origine a una serie di interventi che hanno disegnato il panorama sociale in cui ancora viviamo in cui i lavoratori sono diventati il fulcro della democrazia e, soprattutto, il fulcro del sistema economico fondato sui consumi di massa. Lo stato sociale, che è la più grande conquista di civiltà dell’ultimo secolo e mezzo, è il frutto delle lotte e della pressione esercitata da loro (le antiche classi pericolose) ed è, nel contempo, il compromesso che per decenni ha garantito un equilibrio fra l’espansione del sistema capitalistico e la coesione sociale. I salariati, quindi, sono diventati lavoratori e poi, soprattutto, consumatori. Hanno ottenuto il riconoscimento del loro diritto a forme di assicurazione, assistenza e previdenza universali. Questo è il lascito della prima “questione sociale”.

Questo per il passato. Ma oggi come si presenta la nuova questione sociale?

Oggi, nuove forme di vulnerabilità di massa, di precarietà tornano ad affacciarsi sullo scenario sociale. Come quelle antiche, sono il portato di trasformazioni profonde del sistema economico capitalistico, ma hanno tratti diversi, anche se non meno devastanti. Ancora una volta, il fulcro intorno a cui ruota la creazione di condizioni di disagio, di sofferenza, di miseria è il rapporto con il lavoro, con un lavoro che non c’è e crea disoccupazione o, se c’è, è precario, incerto, provvisorio. La precarietà economica si coniuga con l’instabilità sociale, mettendo in questione la coesione della società.

La nuova questione sociale ha i connotati della disoccupazione di massa, nasce dalla precarizzazione delle condizioni di lavoro e dall’inadeguatezza dei sistemi classici di protezione a coprire queste situazioni. E’ plasticamente rappresentata dalla moltiplicazione degli individui condannati a una condizione di precarietà lavorativa, dalla drastica riduzione dello spazio dei diritti inalienabili. Due milioni e mezzo di disoccupati (2.506.000, dati ISTAT marzo 2012), pari a un tasso percentuale del 9,8%, con la disoccupazione giovanile (15-24enni) al 35,9%; più di 2.200.000 giovani fra i 15 e i 29 anni, che non lavorano, non studiano e non seguono corsi di formazione (dati Bankitalia 2010); circa quattro milioni di lavoratori precari, per l’esattezza 3.941.400 (dati CGIA di Mestre, 2011); un numero imprecisato di finte partite IVA (si parla di circa 400.000). nel totale circa 9 milioni di persone, per lo più nelle fasce d’età inferiori, che vivono una situazione di disagio rispetto a prospettive d’inserimento nel mercato del lavoro che non ci sono affatto o promettono solo redditi di sussistenza. Ecco le dimensioni della nuova questione sociale. Non comprendo come fanno tutti coloro che hanno responsabilità politiche in questo paese a non vedere una “questione sociale” di queste dimensioni? Come si fa a non vedere o anche solo a rinviare l’urgenza di affrontare il problema che ne sta alla base e che ci dice di una società che sta perdendo la capacità di avere e di dare un futuro?

Non sarebbe compito della politica prevedere e prevenire o delineare soluzioni ai problemi che nascono nella società e nell’economia?

Infatti se c’è una cosa che dice, quasi grida, la crisi radicale della politica italiana e di partiti diventati comitati di affari, questa è l’incapacità di cogliere e rappresentare i sintomi e le domande di una nuova questione sociale che qualsiasi occhio non offuscato dall’attaccamento al potere è in grado di vedere con tutta nitidezza. Stupiscono i tentativi patetici dei partiti di esorcizzare l’ingombrante presenza di problemi come la dilatazione estrema delle disuguaglianze, il consolidamento della disoccupazione di quote elevate della popolazione in età lavorativa come dato permanente, la crescente esclusione dei giovani dal mondo del lavoro, la progressiva erosione della sicurezza sociale. La nuova questione sociale è sotto gli occhi di tutti, masse crescenti di cittadini ne avvertono il morso sulla propria pelle, ma i partiti neppure la scorgono. Non si rendono conto che gli eventi e le politiche dell’ultimo trentennio hanno sottoposto la coesione sociale a una tensione che si sta facendo insopportabile e chiede, esige, il passaggio di una metamorfosi di sistema perché la questione sociale sembra che si collochi ai margini della vita sociale, ma in realtà mette in discussione l’insieme della società (il modo di produzione, le istituzioni ecc).

Si può immaginare una via d’uscita a questa situazione? Ovvero: cambiare è possibile?

Sì si può, ma occorre un grande sforzo collettivo per ripensare e ricreare un ordine sociale che consenta a tutti di perseguire il proprio progetto di vita. Non è utopia e non vi sono molte strade percorribili se non quelle che portano a un capitalismo sostenibile. So che a molti lettori questo sembrerà un ossimoro perché per molti “il capitalismo lo si abbatte, non lo si riforma”. Ma so anche che la carica utopica di cui si nutre questa convinzione ha generato in passato due soli esiti: l’inconcludenza parolaia e l’immobilismo di fatto, quando non il sostegno inconsapevole alla conservazione, o la scelta di metodi violenti per imporre un cambiamento che, da sola, la società non è mai stata in grado, o non ha voluto, esprimere e realizzare compiutamente. Ne ho ricavato la convinzione che è socialmente più sano ed economicamente più produttivo pensare ai cambiamenti che è possibile avviare qui e oggi, semplicemente perché rientrano nella sfera di possibilità delle persone che li concepiscono e li condividono. Bisogna uscire dalla prospettiva, tipica del pensiero politico-sociale della prima modernità, figlio della visione escatologica propria del cristianesimo, secondo cui l’azione politica deve essere orientata alla realizzazione del “paradiso in terra”. In realtà l’unica possibilità concreta che abbiamo è di creare le condizioni per una trasformazione di sistema che renda il capitalismo sostenibile rimettendolo su nuove basi.

In primo luogo, impegnarsi a realizzare un utilizzo non predatorio delle risorse, sia fisiche che umane. Non è un impegno facile da far rispettare, perché da sempre esiste un impulso umano, che il capitalismo ha esaltato, ad appropriarsi del maggior numero di risorse possibili per soddisfare i propri bisogni e i propri desideri, senza tener conto dell’impatto che ciò ha sull’ambiente fisico e su quello sociale. Occorre, dunque, circondare il lavoro e le risorse fisiche di tutele che impegnino l’intera collettività.

In secondo luogo, ci vuole un’infrastruttura istituzionale che impedisca un’accumulazione eccessiva di potere economico in mani private e che, comunque, impedisca al potere economico di condizionare, sotto qualsiasi forma e attraverso qualsiasi mezzo, il potere legislativo e quello giudiziario. In altre parole, il potere economico privato va costituzionalizzato, per sottoporlo a limiti e assicurarne la separazione rispetto agli altri poteri. L’inevitabile corollario è un drastico abbattimento della disuguaglianza economica, premessa necessaria di un nuovo welfare.

In terzo luogo, ed è forse la cosa più difficile, occorre fare in modo che il capitalismo dei flussi che percorrono il globo s’incroci con il capitalismo a base territoriale. In altre parole, bisogna provare ad addomesticare la globalizzazione. Bisogna costringere il capitalismo globalizzato a venire a patto con le esigenze dei territori.

Tre punti che implicano un rinnovato ruolo dello stato come promotore di un nuovo patto sociale. E qui c’imbattiamo in un’ulteriore difficoltà che si tratta di superare. La questione sociale che abbiamo di fronte è certamente il prodotto di dinamiche capitalistiche non controllate, ma se questo controllo non c’è stato o è stato inadeguato la responsabilità è anche di un sistema della rappresentanza democratica che da tempo ha cessato di funzionare nell’interesse dei cittadini e si è allontanato dalla loro volontà e dalle loro aspettative. Ma la prospettiva di un capitalismo sostenibile può essere perseguita credibilmente solo sulla base di un sistema della rappresentanza e del governo della cosa pubblica che renda efficace la partecipazione di tutti e, soprattutto, renda possibile il controllo di ciò che viene fatto in nome di un, abusato, bene comune.

Disuguaglianze, spesa sociale e crescita (di Massimo D’Antoni)

Lultimo quarto del XX secolo è stato segnato da una crescita marcata della diseguaglianza del reddito e della ricchezza, che ha investito, seppure in misura diversa, tutti i paesi; un’inversione di tendenza rispetto ai quattro decenni precedenti in cui, con l’affermazione ed espansione dei sistemi di protezione sociale e di welfare e l’ampio ricorso a sistemi fiscali progressivi, la diseguaglianza era andata diminuendo. Nel clima culturale dominante negli anni 1980 e 1990, l’opinione prevalente tra gli economisti era che le diseguaglianze fossero l’effetto inevitabile dei processi in atto: lo sviluppo tecnologico che aumentava il valore relativo del lavoro; la globalizzazione che colpiva soprattutto il lavoro meno qualificato. Contemporaneamente, la riflessione accademica più influente poneva l’accento soprattutto sui costi della redistribuzione. Veniva enfatizzato il dilemma tra l’esigenza di aumentare la ricchezza complessiva e il costo, in termini di incentivi, di una sua più equa redistribuzione.

L’aumento delle diseguaglianze era tollerato politicamente nella convinzione che queste avrebbero stimolato il desiderio di arricchirsi e quindi promosso una crescita di cui alla lunga avrebbero beneficiato tutti quanti. Più che sulla diseguaglianza tout court, l’accento veniva semmai posto sulla necessità di intervenire rispetto alla povertà, cioè alle situazioni di marginalità, con interventi mirati e selettivi.

La crisi del 2008 sta determinando anche su questo aspetto un ripensamento negli orientamenti e nelle parole d’ordine. Tra economisti, in modo anche trasversale rispetto alle diverse impostazioni teoriche, si sta affermando l’idea che la diseguaglianza vada riconosciuta come una delle cause, se non la causa principale, del terremoto finanziario: è stata la concentrazione dei dividendi della crescita nelle mani di pochi ricchi e super-ricchi, unita a una progressiva esposizione al rischio delle classi medie, a determinare in paesi come gli USA una convergenza di interessi a favore dell’espansione incontrollata del credito. Il finanziamento dei consumi determinato da questo fittizio effetto ricchezza è riuscito a far temporaneamente da traino alla domanda mondiale, ma ci ha condotti su un sentiero che come abbiamo visto non era sostenibile.

Che un’equa distribuzione sia condizione per una crescita equilibrata e duratura è una conclusione ben nota agli studiosi di economia dello sviluppo; in paesi caratterizzati da maggiore diseguaglianza larghi strati della popolazione vedono limitata la possibilità di effettuare i necessari investimenti in capitale umano, e una forte concentrazione della ricchezza e del controllo delle risorse è spesso un impedimento allo sviluppo.

Ma anche nei paesi economicamente più avanzati ci sono solide ragioni per assegnare al tema della distribuzione un ruolo maggiore di quello che esso ha avuto nei decenni più recenti, e che non è limitato ad un appello a pur fondamentali ragioni di giustizia sociale. Numerosi studi concordano infatti sull’esistenza di una significativa e solida correlazione tra la diseguaglianza e una cattiva performance rispetto ad importanti indicatori di qualità sociale: il tasso di mortalità, la salute (es. l’incidenza di malattie mentali), la frequenza di omicidi e violenze, la diffusione di sentimenti di ostilità e razzismo, gli abbandoni scolastici, si presentano con maggiore frequenza in paesi caratterizzati da livelli più elevati di diseguaglianza. Si noti che tali studi non si limitano a confermare che in società più diseguali tali fenomeni sono più diffusi perché ci sono più poveri; il dato rilevante è che in società più diseguali la qualità della vita è peggiore lungo l’intera distribuzione, cioè anche per coloro che hanno un reddito medio o medio-alto, quando li si confronti con individui di pari reddito in società più egualitarie. Una conclusione che è del resto confermata dalle analisi sugli indicatori “soggettivi” sulla felicità percepita. Anche se correlazione non è sempre interpretabile come causalità, ci sono buoni argomenti per ritenere che società più eguali siano società in cui si vive complessivamente meglio. Meno concorrenza posizionale, meno preoccupazione di ottenere il riconoscimento e il rispetto altrui, maggiore possibilità di cooperare e maggiore fiducia e reciprocità sono spiegazioni plausibili.

Da cosa dipende il diverso grado di diseguaglianza?

Cause profonde sono la natura delle risorse su cui si fonda la ricchezza di un paese, nonché il tipo di tecnologia prevalente nel suo sistema produttivo. Ma anche e soprattutto le istituzioni

del mercato del lavoro. I paesi più egualitari, quelli del Nord Europa, sono caratterizzati da una ridotta variabilità dei salari, effetto della legislazione sul lavoro e del ruolo centrale svolto dai sindacati. Viceversa, la liberalizzazione del mercato del lavoro e l’indebolirsi dei sindacati portano ad una maggiore dispersione nelle remunerazioni: non stupisce dunque che tra i paesi con maggiore diseguaglianza nelle retribuzioni troviamo Stati Uniti e Regno Unito.

Purtroppo l’Italia ha un posto di rilievo in questa graduatoria, risultando un paese estremamente diseguale (ci riferiamo qui alla distribuzione prima di imposte e trasferimenti pubblici). Si noti tuttavia che nel nostro paese la varianza nelle remunerazioni individuali non è elevata, almeno tra i lavoratori dipendenti; la diseguaglianza si manifesta semmai riguardo ai redditi familiari, e dunque la ragione della cattiva performance va ricercata in fattori quali la scarsa partecipazione femminile al lavoro (e quindi l’alta incidenza di famiglie monoreddito); pesa inoltre l’incidenza di lavoro atipico caratterizzato da elevata discontinuità e mediamente più basso di quello stabile nonché l’elevata concentrazione di redditi non da lavoro.

Oltre che attraverso la regolazione del mercato del lavoro, un importante canale attraverso cui le politiche economiche possono incidere sulla diseguaglianza è l’intervento redistributivo che lo stato realizza attraverso la fornitura di beni e servizi, i trasferimenti e le imposte: la redistribuzione è l’effetto combinato di accesso a condizioni di eguaglianza a beni e servizi e contributo crescente al reddito (meglio ancora se progressivo). I moderni stati del benessere forniscono gratuitamente o a prezzi sussidiati cure sanitarie, istruzione, servizi alla persona e beni collettivi, sottraendo alla logica della disponibilità a pagare e garantendo quale “diritto” di cittadinanza l’accesso a un insieme ampio di beni ritenuti “essenziali”.

La responsabilità pubblica rispetto alla distribuzione si giustifica per la natura di “bene collettivo” di questa. Anche in presenza di una diffusa preferenza per l’eguaglianza, l’apporto

volontario risulterebbe infatti inferiore a quanto sarebbe ottimale dal punto di vista sociale. L’espansione del ruolo pubblico nella sicurezza sociale è del resto l’effetto d’interventi resisi necessari per superare l’insufficienza, sia in termini d’insostenibilità finanziaria che di frammentarietà, delle precedenti forme volontaristiche e mutualistiche.

Riconoscere il ruolo centrale dell’iniziativa pubblica nel garantire equità di accesso a un insieme di beni a vario titolo essenziali non significa naturalmente ignorare né le disfunzioni

di una gestione spesso burocratica né i costi che comporta il finanziamento di tali servizi tramite imposte che hanno raggiunto livelli in alcuni casi molto elevati. Tale consapevolezza non arriva tuttavia a farci concludere che l’alternativa privata sia preferibile, visto che essa risulta spesso più costosa (è il caso della sanità: basti confrontare la spesa sanitaria procapite italiana con quella americana, molto più elevata a fronte d’indicatori sanitari che sono complessivamente più favorevoli per il nostro paese) e certamente distribuita in modo più diseguale.

Un aspetto importante, che aiuta forse a ridimensionare la rilevanza della contrapposizione tra redistribuzione ed efficienza, riguarda il fatto che la funzione redistributiva dello stato sociale è inestricabilmente collegata a una funzione assicurativa. Ciò che costituisce un trasferimento (dal sano al malato, dal lavoratore attivo all’anziano o all’invalido o al disoccupato, da chi ha avuto successo e ricchezza a chi non ha realizzato il proprio progetto di vita) rappresenta anche una forma di assicurazione contro il rischio che un domani io o qualche mio familiare ci troviamo in una situazione di bisogno.

La spesa pubblica e in particolare la spesa sociale è un formidabile strumento di assorbimento di rischi che non troverebbero copertura sui mercati assicurativi. Lo stato sociale dell’Europa continentale è insomma figlio più delle forme assicurative del cancelliere Bismarck che delle poor law britanniche. Più simile a una polizza assicurativa che a un’associazione di dame per la carità. Tale funzione assicurativa, oltre che ridurre i costi diretti dell’esposizione al rischio, consente agli individui di intraprendere con maggiore tranquillità quegli investimenti rischiosi che sono alla base del processo di sviluppo capitalistico.

Il rilancio della nostra economia passa dunque non tanto per una compressione dell’attuale livello di spesa sociale (peraltro già contenuto rispetto agli altri paesi europei), ma semmai per un rafforzamento di quei programmi, e non ne mancano, che possono al tempo stesso migliorare l’equità distributiva e stimolare la crescita. Penso all’estensione dei servizi di cura, sia quelli rivolti all’infanzia che agli anziani, e all’effetto che ciò avrebbe sulla partecipazione femminile al lavoro. Un aumento delle possibilità di lavoro per le donne porterebbe a un tempo a un aumento nell’eguaglianza dei redditi familiari e a una maggiore crescita. Penso al sostegno all’accesso alla casa e agli effetti sulla possibilità di lavoro giovanile. Penso infine (allargando l’attenzione rispetto alla spesa sociale in senso stretto) alla scuola, che può rappresentare insieme investimento capace di aumentare la dotazione di “capitale umano” e fattore di mobilità sociale.

Una parte rilevante della spesa pubblica, opportunamente orientata e calibrata, lungi dall’essere freno e impedimento, o magari un lusso che l’attuale fase di difficoltà non ci consentono di sostenere, rappresenta perciò un’opportunità, se non una vera e propria condizione necessaria, per riattivare la crescita.

Massimo D’Antoni da www.tamtamdemocratico.it

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