La recessione e il paese che si autoinganna

Pubblichiamo un articolo di Mario Seminerio tratto da www.phastidio.net

“Nel quarto trimestre 2018, la stima preliminare del Pil italiano indica una contrazione dello 0,2%, peggiore delle attese, poste a -0,1%. A livello annuale, corretto per i giorni lavorati, la crescita italiana segna un imbarazzante +0,1%. In attesa della disaggregazione puntuale, a inizio marzo, sappiamo che la domanda interna ha fornito nel trimestre un contributo negativo, mentre quella estera netta ha aggiunto crescita. Ma quello che davvero sappiamo è che l’Italia sta dirigendosi verso gli scogli, in splendida solitudine.

La Francia, per non fare nomi, cresce nel trimestre dello 0,3%, malgrado i casseur chiamati Gilet Jaunes. E la domanda interna transalpina non si contrae, mentre anche in questo caso l’export sostiene la crescita. La Spagna mette a segno il suo ormai abituale +0,7% trimestrale, per un +2,4% annuale. La Germania non ha ancora reso noto il dato trimestrale, ma sappiamo già da ora che non sarà comunque negativo.

L’Italia è in contrazione, unico tra i grandi paesi europei. Questa contrazione è frutto non solo e non tanto di tensioni esterne, come quelle protezionistiche, o della filiera automotive europea che sta ancora cercando di venire a capo dei nuovi test di omologazione oltre che della crisi esistenziale del diesel.

No, non è solo questo: l’Italia paga un prezzo carissimo alla politica economica dilettantesca, vandalistica e criminale che questo esecutivo e questa maggioranza perseguono su base sistematica. La fortissima incertezza generata su base domestica, con l’aumento dello spread, le misure autolesionistiche sul mercato del lavoro, la creazione di un clima ostile all’impresa e centrato su un assistenzialismo distruttivo, l’accensione di un’ipoteca devastante sui conti pubblici, con misure di esplosione della spesa corrente che sono prive di copertura, dopo il 2019.

La spada di Damocle di un aumento monstre delle imposte indirette nei prossimi due anni, che finirà a lasciare il posto a nuovi tributi patrimoniali, per mancanza di alternative.

Nel frattempo, è tutta un’azione di lavaggio del cervello di massa, orchestrata da piccoli Goebbels che si aggrappano a idiozie come il signoraggio, il Protocollo dei Savi di Sion, o a manovre diversive come l’alimentazione di un razzismo di massa o un nazionalismo stupidamente aggressivo contro i nostri maggiori partner commerciali e politici europei. Su questa azione di programmazione di menti deboli e semplici, l’azione indecente di giornalisti fiancheggiatori, con le loro testate ed i loro momenti di liquame televisivo.

Su tutto, il tradizionale vittimismo italiano, quello che ben conosciamo nella storia, e una propensione a mentire e manipolare la realtà che sta raggiungendo livelli deformi di narrazione distopica. Ogni giorno ha una giustificazione ed un alibi: è stata la Bce che non ci aiuta, è stata la Commissione europea, c’è un piano europeo per distruggerci, se solo potessimo stampare moneta faremmo tremare il mondo.

Un Presidente del Consiglio che è l’epitome di questa farsa tragica, che va in un consesso internazionale e si dice convinto che l’Italia potrà crescere di 1,5% nel 2019. Pochi giorni dopo si reca a parlare con gli imprenditori di una delle regioni-traino del paese, e dice che per qualche mese sarà stagnazione ma la colpa è di fattori esterni e comunque nel secondo semestre ripartiremo. Servirebbe maggiore rispetto di sé, come prerequisito per rispettare gli interlocutori. Ma questo è oggi il mainstream italiano.

In questo clima, prosperano nullafacenti colpiti da improvviso benessere, faccendieri ripuliti ma neppure troppo, millantatori, accademici falliti che sognavano da una vita la loro rivincita. Tutti con un solo programma: mentire ossessivamente e manipolare, come neppure negli scritti di Orwell troverete riscontro.

Un paese alla deriva, una drammatica deriva che sfocerà in tragedia, se e quando vi sarà una recessione a livello internazionale. Sarebbe assai blando risarcimento, se mestatori e manipolatori fossero puniti da quelle stesse anime semplici risvegliate furiose dalla manipolazione. La verità è che è più probabile che il fallimento di questi creerà un nuovo ceppo batterico resistente ad ogni antibiotico, fatto di una regressione ancora più profonda, che condurrà a forme ancor più deleterie di fasciopopulismo e renderà l’Italia un caso unico di regressione civile nel mondo sviluppato.

Il Signore, o chi per esso, aiuti questo disgraziato paese.”

Opere pubbliche: il disastro a 5 stelle

L’inchiesta di Milena Gabanelli e Fabio Savelli pubblicata sul Corriere della Sera del 7 gennaio sulla gestione delle opere pubbliche attuata dal governo Lega M5S è un documento prezioso che andrebbe studiato. La scelta del ministro Toninelli di bloccare i finanziamenti a tutte le grandi opere già in corso per rifare le ormai mitiche analisi costi benefici si sta rivelando una follia senza senso e puramente ideologica che sta portando disoccupazione e crisi aziendali. I 5 stelle sono da sempre ostili alle grandi opere e l’analisi costi benefici è solo il pretesto per attuare un loro obiettivo: bloccare le grandi opere e dirottare i finanziamenti sulle opere di manutenzione del territorio. Inesperti e inconsapevoli non hanno calcolato che bloccare opere già avviate ha un costo enorme e colpisce imprese con decine di migliaia di dipendenti. Non si sono resi conto che passare dalle grandi alle piccole opere non è come cambiare distributore di benzina.

Dopo sei mesi di stop una tra le grandi opere bloccate è stata riavviata. Si tratta del Terzo Valico tra Genova e Milano ormai in avanzato stato di realizzazione. A Toninelli, incurante delle conseguenze sulle imprese appaltatrici, ci sono voluti sei mesi per capire che quell’opera andava completata. Un percorso analogo si sta compiendo anche per il tunnel del Brennero, per la pedemontana veneta, per l’alta velocità Brescia-Padova, per la Torino-Lione. Ovviamente per il governo del cambiamento che le imprese di costruzioni coinvolte siano a rischio fallimento importa ben poco. Loro puntano su quota 100 e sul reddito di cittadinanza, mica sul lavoro.

Nell’inchiesta della Gabanelli sono citati i casi di Astaldi, Grandi Lavori Fincosit di Roma, Tecnis di Catania e, da ultimo, la più grande cooperativa italiana, la Cmc di Ravenna. La società Condotte è finita in amministrazione straordinaria. Quindici delle prime 20 imprese sono in stato pre-fallimentare o in forte stress finanziario perché le entrate previste sono bloccate, mentre le uscite nei confronti dei fornitori che continuano ad accumularsi stanno costringendo molti piccoli imprenditori a chiudere.

Si tratta di aziende il cui lavoro dipende dalle decisioni politiche e già indebolite dai tempi della burocrazia e dalle modalità delle gare, che si svolgono spesso al massimo ribasso. Con queste premesse succede che le scadenze non vengono rispettate e spesso si finisce in tribunale in infiniti contenziosi con enormi richieste di risarcimento alle stazioni appaltanti pubbliche. La sola Anas che di queste è la più grande ha dovuto cancellare nel 2018 quasi 600 milioni di euro di lavori con la conseguenza di dover rispondere alle richieste di risarcimenti da parte delle imprese già esposte con banche e fornitori.

È un fatto che i bandi di gara pubblici siano crollati (meno 67% nell’ultimo anno e mezzo) e che gli iter dei finanziamenti pubblici ci mettono tempi infiniti per arrivare a destinazione.

Le opere incompiute sono 300 e i soldi già stanziati non vengono spesi. Infatti, sembra incredibile, ma di soldi in cassa il nuovo governo ne ha trovati tanti. Ben 150 miliardi tutti disponibili. Sarebbe stato logico incrementare l’utilizzo di questi fondi spingendo per la realizzazione di tutte le opere pubbliche già decise ed avviate. Ed invece è stato fatto il contrario. Il CIPE che è il motore di tutti i procedimenti di spesa si è riunito solo due volte in sei mesi. Piuttosto assurdo per un governo che trova in cassa una montagna di soldi da spendere, progetti già approvati e opere in corso.

Sta di fatto che nel negoziato con la Commissione Ue sono stati sacrificati gli investimenti togliendo un miliardo di finanziamento alle grandi opere per destinarlo come copertura ad altre misure. Facile indovinare che siano i cavalli di battaglia di Lega e M5S: quota 100 e reddito di cittadinanza oltre che l’aliquota del 15% regalata alle partite Iva.

È facile comprendere perché le imprese che lavorano alle grandi opere pubbliche siano tutte in crisi. Se i soldi a disposizione fossero stati spesi potevano portare oltre 400 mila posti di lavoro e salvare dal fallimento tante imprese che non ce l’hanno fatta.

Oltre al blocco o rallentamento delle grandi opere, oltre all’incapacità di spendere soldi già stanziati, oltre alla burocrazia e al codice degli appalti c’è anche il peso dei debiti non saldati dello Stato verso i suoi fornitori. Si tratta di decine di miliardi che pesano sui bilanci delle aziende.

Cosa sta facendo il governo per affrontare questi nodi? Nulla. L’analisi costi benefici è stata finora l’unica risposta. Un pretesto per non decidere e prendere tempo.

Il governo ha vissuto i suoi sei mesi sull’onda degli annunci e delle provocazioni, ma nella sostanza è riuscito solo a varare la legge di bilancio più confusa, pasticciata e inefficace degli ultimi anni. Mentre non riesce a far marciare le opere pubbliche con soldi pronta cassa, si è “impiccato” al deficit per distribuire sussidi d premi elettorali. Invece del lavoro ha scelto l’assistenza

Claudio Lombardi

Dalla manovra al mondo: buon 2019!

Per il nuovo anno cominciano ad arrivare gli auguri. Il primo è stato Putin che li ha inviati con l’Avangard il missile ipersonico che viaggia a 24 mila km l’ora ed è in grado di colpire in tutto il mondo. Putin ha tenuto a sottolineare che è impossibile intercettarlo. Non si sa quale sarà la risposta degli Usa, ma è ovvio che arriverà. Di sicuro sta cominciando una nuova corsa agli armamenti nucleari nel segno dell’accorciamento dei tempi di azione e reazione. Cioè diventa difficile gestire eventuali incidenti senza scatenare una guerra nucleare vera.

Ma perché la Russia gioca questa carta? Nano economico e finto gigante militare la Russia di Putin è riuscita a diventare un protagonista in Medio Oriente, ma non ha la possibilità di ricreare l’area di influenza che aveva l’Urss. Dunque dove vuole andare? Non lo si capirebbe se non si guardasse alla Cina che è il vero avversario globale degli Usa. Sembra che si stia formando un’area euroasiatica unita dall’avversione alla superpotenza leader dell’Occidente e ostile al consolidamento di un’Europa che sia anche un’entità politica e militare. Già, perché se l’Europa da gigante economico lo diventa anche sul piano politico e militare restando alleata con gli Usa per la Cina diventa impossibile prevalere.

Ciò fa capire il perché del sostegno russo alle forze disgregatrici dell’Unione Europea (sostegno esibito e attuato in tutti i modi possibili che però non suscita scandalo nella nostra opinione pubblica), ma aiuta anche ad inquadrare la figura di Trump. Al di là del potere di ricatto che Putin detiene sul presidente Usa (si è letto di riciclaggio di denaro della malavita russa in operazioni immobiliari negli Stati Uniti) l’intervento massiccio attraverso i social a favore dell’elezione di Trump e per screditare Hillary Clinton si spiega in un solo modo: Trump è un nazionalista che spinge per un ridimensionamento della leadership mondiale degli Usa. “America first” è un passo indietro che non può non piacere a chi punta alla competizione con gli Usa su scala globale.

È abbastanza realistico che la disgregazione dell’ Occidente sia l’obiettivo strategico che si pongono nei prossimo decenni le potenze emergenti. La competizione si svolge su tutti i piani e sostenere forze politiche che spingono per il nazionalismo rientra perfettamente in questo schema.

Di fatto l’Unione Europea è la preda più ambita e l’avversario più facile da battere. Economie ricche e mancanza di una unione politica comune insieme ai postumi di una lunga crisi che ha lasciato un profondo scontento nelle opinioni pubbliche nonché crepe nell’alleanza con gli Usa sono gli ingredienti che descrivono la debolezza dell’Europa.

Questo è il contesto nel quale crescono le forze cosiddette sovraniste. In Italia hanno conquistato il governo e godono del sostegno della maggioranza degli italiani. Lega e M5S fino a prima delle elezioni facevano della loro avversione alle regole europee e all’euro il tratto distintivo della loro identità. Oggi che sono al comando hanno molto attenuato il loro antieuropeismo, ma solo perché pensano che nelle prossime elezioni europee loro e i loro alleati conquisteranno una valanga di consensi. La loro cultura resta quella della chiusura territoriale e sociale. Sia Lega che M5S hanno l’orizzonte dei territori e dei gruppi sociali nei quali si è consolidata la loro esperienza politica. Vorrebbero essere nazionalisti, ma non ci riescono. Nessuno dei due ha un’idea per lo sviluppo dell’Italia come realtà unitaria. Al contrario, il loro governo e la manovra di bilancio che hanno approvato rappresenta la somma di due metà ed è priva di una sintesi nazionale unitaria. I 5 stelle portano in dote al Sud il cosiddetto reddito di cittadinanza; la Lega porta al Nord quota 100. Due misure assistenzialistiche sbagliate e dannose in un mare di commi (oltre 1150) dell’unico articolo della legge di bilancio. Come ha affermato l’Ufficio Parlamentare di Bilancio si tratta di una manovra recessiva che porterà un aumento della pressione fiscale e una decrescita del Pil. E si tratta di una manovra che sancisce la divisione tra due Italie: quella del lavoro e produttiva e quella che chiede assistenza. E’ una divisione innanzitutto territoriale che divide il Centro- Nord dal Sud ed è una divisione tra gruppi sociali. Da un lato c’è chi riesce a trovare un proprio spazio per affermarsi nel lavoro e dall’altro chi non ha più speranze e punta solo sul lavoro nero e sui sussidi pubblici. La manovra non porta nessun cambiamento, ma distribuirà risorse non prodotte bensì prese in prestito. E’ la rassegnazione e il tirare a campare tradotti in legge.

Approvata in aperta violazione delle norme costituzionali e delle procedure parlamentari la manovra non darà alcuna spinta all’economia che l’anno prossimo non crescerà, non porterà nuova occupazione, metterà in crisi le finanze pubbliche aumentando il debito e lascerà per il 2020 l’eredità di un buco di bilancio di decine di miliardi.

E gli italiani che dicono? Sono divisi tra fiducia nelle promesse simile a quella che hanno i passeggeri di un aereo verso i piloti (“mica vorranno farci schiantare?”) e sfiducia che non trova ancora riferimenti politici nelle opposizioni. Molti si identificano con Salvini che recita benissimo la parte dell’uomo comune che vive la sua vita dalla colazione del mattino fino alla buonanotte dicendo sempre quello che pensa in un tripudio di spontaneismo furbo e accattivante. Pochi si domandano se il politico di vertice messo alla guida di una nazione complessa come l’Italia debba esibire i vizi e le debolezze dell’uomo comune. È la stessa inconsapevolezza che porta gli elettori a decidere questioni cruciali come la Brexit con la leggerezza e superficialità che mettono nella gestione del loro tempo libero.

Gli elettori vanno sempre educati al ragionamento, informati e formati, perché la democrazia che si basa sull’ignoranza e sull’irresponsabilità apre sempre le porte alla sua fine. Ma il ragionamento da solo non basta mai quando si tratta di motivare milioni di persone. Bisogna che siano affascinate da spiegazioni e visioni convincenti. Anche solo l’appello agli interessi individuali non basta. Reddito di cittadinanza e quota 100 hanno innanzitutto parlato agli elettori spiegando loro di essere stati vittime di un’ingiustizia e poi li hanno convinti. È una lezione da imparare per il maggior partito di opposizione, il Pd.

Claudio Lombardi

Il discorso di Emma Bonino sulla manovra

Pubblichiamo il discorso pronunciato nell’aula del Senato da Emma Bonino nella discussione della legge di bilancio 2019.

Signor Presidente, confesso che prendo la parola in quest’Aula con grandissimo disagio; con il disagio di chi, per cultura, per tradizione, per pratica, ha fatto del rispetto delle istituzioni il punto cardine della sua attività politica. Prendo la parola con disagio, perché a me pare che oggi compiate, in questi giorni già così cupi, un ulteriore grave attacco, il più grave nella storia della nostra Repubblica, alla democrazia rappresentativa, alla Costituzione e all’ordinamento liberale così come, seppure imperfetto, lo abbiamo conosciuto in questi anni.

Vedete, che il Parlamento sia umiliato, esautorato, ridotto all’irrilevanza, anzi – consentitemi – quasi alla farsa, non è un trofeo di cui andare orgogliosi, non è un vulnus all’opposizione, ma è una ferita grave a tutti, al Paese, alla democrazia. Vedete, perché dico che è quasi una farsa? Kafka a noi francamente farebbe un baffo. Alla Camera avete preteso, con la fiducia, la votazione su una manovra farlocca che tutti sapevamo non esistere (lo leggevano ogni mattina). Qui pretendete, allo stesso modo, una votazione con la fiducia su un oggetto misterioso che nessuno ha avuto la possibilità, oltre che il dovere, di esaminare. Il presidente Conte ieri ci ha dato alcune cifre, ma mi pare che più che altro da molti vengano dati i numeri e dare i numeri non è sinonimo di partire dalle cifre: è dare i numeri. Questi ottantatre giorni e quelli precedenti non solo sono stati inutili, ma sono stati dannosi in termini politici, di credibilità del nostro Paese e in termini economici per gli italiani, le italiane e le famiglie di questo Paese. I costi politici non li recupererà più nessuno e il tutto in questi mesi è stato accompagnato da esternazioni giornaliere dei due vice, Salvini in particolare, irrispettose, da bullo di periferia, volgari quando non direttamente insultanti verso chiunque.

Se un magistrato osa dire che a indagini aperte sarebbe bene non twittare, gli si risponde che è stanco e che vada in pensione. Se un alto funzionario prova a dire che i numeri sono una cosa e le cifre macroeconomiche sono altro, gli si risponde in modo sprezzante che si faccia eleggere e poi parli perché «noi siamo eletti da 60 milioni italiani», e non è vero, perché sono tanti ma non sono 60. E comunque, con 60 meno uno e sono contenta, per lo meno, di capire quali sono le nostre differenze di fondo sulla gestione politica e liberale di un Paese come si deve. E vogliamo continuare su «Tanti nemici tanto onore» oppure «Tireremo dritto», oppure «Cacceremo 500.000 clandestini», frasi con cui ci avete rintronati per mesi di campagna elettorale? Salvo che tra una birreria e una bocciofila, a un certo punto il Ministro dell’interno ha avuto persino il tempo di passare al Ministero e qualcuno gli ha suggerito che non era possibile – glielo dicevamo da mesi – e ha dovuto ammettere che in effetti ci vorrebbero ottant’anni. E dopo tanto fracasso dannoso e controproducente e tanta volgarità, tanto disprezzo per le istituzioni nazionali e non, una penosa e silenziosa retromarcia, per nostra fortuna e per fortuna dell’intero Paese.

A chiunque abbia potuto evitare che il vagone Italia precipitasse nel burrone, va il nostro apprezzamento e quello dell’intero Paese. Eravamo vicini al burrone e io, che non apprezzo per cultura il «Tanto peggio tanto meglio», devo anche dire che non precipitare nel burrone è un valore per tutti e anche per questo Paese. Nel merito, molto è stato detto. Colleghi, è veramente bizzarro, per non dire di peggio, che un Governo così sovranista, il Governo del «prima gli italiani», poi si faccia dettare la manovra, dettaglio per dettaglio, dalle istituzioni europee, e per fortuna. Così è stato fino a ieri sera, all’altra notte, a domenica o quando diavolo era. È una bella scoppola! Capisco le assenze di Salvini e di Di Maio ieri: uno impegnato in famiglia e poi in birreria, e l’altro sicuramente in grandi attività. Ma, dopo tutte le limature per ben 10 miliardi – alla faccia delle limature – questa rimane una manovra spendacciona in spese correnti, una manovra elettorale che non affronta affatto i problemi reali di questo Paese. Un doppio sfregio: uno sfregio istituzionale e uno sfregio per il rilancio del Paese. Per onorare quello che rimane di questa democrazia parlamentare, sono seriamente tentata di non partecipare al voto; non mi capita mai.

Voi che non capite il senso delle istituzioni, non avete idea di quanto è grave… Non capite quanto è grave la decisione che sto per prendere, perché voi le istituzioni non le rispettate.

Non capite quanto è grave la decisione che devo assumere, per quanto attaccamento ho alla democrazia aperta, alla democrazia liberale; quella democrazia che mi sembra il modo meno peggiore di governare un Paese. Voi passate addosso alle istituzioni come rulli compressori. Vedete, serviranno anche a voi un bel giorno. Serviranno anche a voi. Ne ho visti altri passare e andare, ma quello che resta sono esattamente gli equilibri di potere tra i vari ruoli. Qui non c’è neanche più la differenza tra l’esecutivo e il giudiziario o tra l’esecutivo e il legislativo. Non c’è più. E non c’è neanche il rispetto per le agenzie indipendenti: chi non è d’accordo, se ne vada o si faccia eleggere

Ho finito il mio tempo, ma non ho finito il mio impegno a difesa della democrazia e dell’Europa per come la conosciamo

La retromarcia del governo M5S Lega

Se gli italiani fossero tutti consapevoli della situazione del loro Paese dovrebbero arrabbiarsi con il governo M5S Lega. Rivisto adesso il film degli ultimi mesi sembra la brutta copia di una sceneggiata di una compagnia teatrale raffazzonata. Di Maio e compagni sul balcone che esultano per il deficit al 2,4%, la dichiarazione di voler “abolire la povertà”, Salvini che si esibisce nella parodia del fascista del terzo millennio (“me ne frego”, “tireremo dritto”, “chi si ferma è perduto”, “aspetto la letterina di Babbo Natale”). E poi le minacce di crisi di governo, la rivendicazione della sovranità assoluta in regime di moneta unica con altri 18 stati, lo sbeffeggiamento dei “burocrati” europei che sarebbero destinati a sparire dalla scena, l’attesa magica delle elezioni di maggio 2019 per avere una maggioranza di nazionalisti al vertice dell’Europa.

Tutta questa buffonata si è dissolta non appena la Commissione Europea ha detto che le regole si rispettano. Salvini e Di Maio hanno sbattuto il muso sulla dura realtà: i tanto deprecati “burocrati” europei hanno dietro i governi nessuno dei quali, a cominciare dai nazionalisti dell’Ungheria e dell’Austria, ha aperto il sia pur minimo spiraglio a favore dell’Italia.

Nel frattempo è arrivato il flop dell’asta dei Btp della settimana scorsa con la quale si dovevano raccogliere soldi innanzitutto tra i risparmiatori italiani. Ebbene il dato complessivo è che si è arrivati a 2-2,5 miliardi di euro contro un’aspettativa di circa 9 miliardi. I risparmiatori italiani che dovrebbero rispecchiare un consenso del 60% nei confronti del governo, non si sono fidati e non hanno comprato la loro quota di titoli pubblici.

Da ieri i due capetti del governo M5S Lega hanno cambiato atteggiamento e adesso si dicono disposti a far calare un po’ il deficit e a rinviare reddito di cittadinanza e quota 100 per dare più spazio agli investimenti. Sì certo continuano a dire che tutto resterà come prima, ma è solo l’ennesima presa in giro per i gonzi che ci credono.

Bisognerebbe applaudire a quest’opera buffa che è diventato il governo del cambiamento. Erano pronti alla crociata contro l’Europa, cianciavano addirittura di 60 milioni di italiani disposti a ribellarsi alla Commissione Europea e adesso fanno marcia indietro su tutta la linea. Come mai?

Primo non valgono niente come leader e come statisti. Salvini ha avuto buon gioco ad esibirsi con la sua sbruffonaggine, ma la Lega ha dimostrato capacità di governo nei territori, non a livello nazionale dove sta mostrando una confusione di idee pari all’arroganza del suo capo. Se ne sono accorti società civile, artigiani e industriali del nord che sono già scesi in piazza a protestare e che nelle prossime settimane hanno organizzato diverse manifestazioni a Milano, Torino e in Veneto. Non era mai accaduto prima d’ora. Perché lo fanno?

Perché lo spread cioè gli interessi che paghiamo sul debito è costantemente sopra 300 punti rispetto a quello di riferimento della Germania e questo significa un analogo incremento degli interessi sul credito e un riflesso anche sui mutui che penalizza fortemente le imprese. Perché nella manovra del governo non ci sono interventi a favore di chi crea lavoro, ma anzi un aggravio fiscale per le piccole imprese. Perché la produzione si sta fermando e il governo pensa di prendere in giro tutti favoleggiando di un aumento del Pil completamente inventato. Perché finora i soli annunci del governo sono costati all’Italia 100 miliardi di euro tra maggiore spesa per interessi e diminuzione del valore della ricchezza finanziaria delle famiglie (dati Banca d’Italia). Perché dietro l’angolo c’è il rischio di un default dello Stato.

Quando? Tra pochi mesi quando il Tesoro dovrà vendere decine e decine di miliardi di titoli di Stato per finanziare la spesa corrente (stipendi, pensioni, servizi, assistenza, sanità) e c’è il rischio che la sfiducia nei confronti dell’Italia faccia ripetere il flop dei Btp di pochi giorni fa. La differenza è che siccome l’Italia campa a debito se non riesce a trovare i finanziamenti fallisce. Passi per i 7-9 miliardi di giovedì scorso, ma 40-50 miliardi che vengono a mancare sarebbero un colpo micidiale.

Ecco dove può finire la favola della sovranità declamata in chiave isolazionista dai capetti del governo. L’Italia contro tutti che esiste solo nella loro fantasia malata di ambizione e di avventurismo. E, statene certi, l’unica salvezza per noi può venire da una rinnovata solidarietà europea e dal rafforzamento dei legami con gli stati più forti che ne stanno preparando una riforma storica.

Macron e Merkel hanno indicato nella creazione di un esercito europeo e nell’istituzione di un bilancio dell’eurozona con la formazione di un fondo per gli investimenti nei paesi che ne fanno parte (ma che rispettino le regole) i due traguardi più importanti per il prossimo anno. C’è da dubitare che Lega e M5S comprendano il significato del cambio di passo che Francia e Germania stanno imprimendo al governo dell’Europa. E pensano che l’Italia ne possa star fuori? Sarebbe un crimine contro gli italiani, un atto di autolesionismo che pagheremmo a caro prezzo.

Ma l’Italia è al tappeto soprattutto perché sono venuti al pettine i nodi di un sistema di governo che ha generato un debito gigantesco ormai insostenibile. Nel debito ci sono decenni di politiche clientelari, di problemi lasciati a decantare, di assistenzialismo malato, di sostegno a un capitalismo arretrato. Piano piano anche gli elettori leghisti e penta stellati cominciano a capire che nessuna sovranità è possibile con quel debito e che la panzana di un ritorno alla lira metterebbe la pietra tombale sullo sviluppo dell’Italia per molti anni. Il nostro Paese fuori dall’euro e dall’Europa non avrebbe scampo.

Sarebbe pure ora di mettere fine alla sceneggiata del peggior governo della storia repubblicana, un’accozzaglia di esibizionisti, bulli, ignoranti, incapaci, cialtroni. Bisogna tornare a votare sperando che gli italiani capiscano la lezione e scelgano persone serie alle quali consegnare il potere

Claudio Lombardi

Come riscriverei la manovra

Articolo di Mario Seminerio tratto da www.phastidio.net

Visto che in questo paese ogni occasione è opportuna per organizzare giochi di società ed ingannare il tempo in attesa del dissesto, oggi vorrei dedicarmi ad una “riscrittura” della manovra del nostro confuso governo pro tempore, anche per rispondere alle stucchevoli obiezioni di chi non mi legge né ascolta su base regolare ma trova modo (da anni) di uscirsene con la solita frasetta scema del tipo “fai troppe critiche, proponi qualcosa, invece”. E quindi, giochiamo.

Vediamo come rettificare le misure principali di una legge di bilancio fatta di spesa corrente con coperture una tantum, al punto che persino Moody’s ha fatto confusione (forse), oppure ha dato prova di ottimismo, pensando davvero che l’intervento sulle pensioni alla fine non andrà oltre il 2019.

Se obiettivo è quello di svecchiare gli organici, decisamente meglio prevedere dei fondi aziendali o settoriali per gestire gli “scivoli” alla pensione, sulla falsariga di quello esistente nel credito, e alimentarli con contributi datoriali e dei lavoratori, con eventuale residuale integrazione pubblica. Presentare il ritorno delle pensioni di anzianità nel paese più vecchio del mondo come misura per spingere l’inesistente staffetta generazionale, o addirittura per “rendere le aziende più competitive”, indica solo il micidiale mix di ignoranza e malafede dei proponenti. Per i seniores in azienda si potrebbe pensare a forme di part-time con protezione della contribuzione piena, comunque.

Misure come l’Ape sociale dovrebbero restare, essendo una sorta di “salvaguardia” implicita all’impianto della legge Fornero.

In luogo di reintrodurre la Cigs per cessazione, che alla fine tutela il posto di lavoro (morto) e non il lavoratore, servirebbe potenziare la Naspi.

Quanto al reddito di cittadinanza, la mia proposta è di irrobustire invece il reddito di inclusione e non fare casini col mercato del lavoro, perché qui finiremo a disincentivare l’offerta ed incentivare il nero. Il Rei è misura del tutto tardiva e quantitativamente insufficiente dei governi Pd della scorsa legislatura ma non per questo va buttata nello sciacquone. Il reddito di cittadinanza, per come è costruito e per gli importi in gioco, sarà solo una devastante rendita parassitaria travestita da ibrido tra mercato del lavoro e politiche sociali. In pratica, sarà la forma terminale del voto di scambio.

Serve poi “riqualificare” gli 80 euro di Renzi, dieci miliardi che ingessano ogni anno il bilancio dello Stato. In che modo? Due opzioni: creare l’equivalente di un EITC, cioè tax credit rimborsabile (quindi a beneficio anche degli incapienti) per aiutare i working poor, quindi mantenendo la misura legata alla presenza di lavoro. Oppure usare quei fondi per ridisegnare la curva Irpef, smorzandone la pendenza attraverso azione sulle detrazioni.

Sarebbe poi utile introdurre anche in Italia la fiscalità in base al nucleo familiare, per evolvere verso il quoziente in modo da non disincentivare l’offerta di lavoro del secondo percettore di reddito della famiglia.

Servirebbe poi prevedere altre risorse per la riduzione strutturale del cuneo fiscale, dopo che anche la scorsa legislatura è stata sprecata preferendo la via alternativa di decontribuzioni a termine o generazionali, che di conseguenza hanno favorito distorsioni del mercato del lavoro e mantenuto il tempo determinato come forma contrattuale elettiva per il datore di lavoro. Quando i costi dell’indeterminato sono elevati, così come l’incertezza (domestica ed esterna), mi pare evidente che le imprese non si fiondino ad assumere in via permanente. Ma qui purtroppo serve fare i conti con la scarsità di risorse fiscali disponibili. Di certo, se dovessi andare in guerra contro la Commissione Ue e gli altri governi europei per un ampio sforamento dei conti pubblici, lo farei per misure di questo tipo, non per demenziali misure clientelari.

In sintesi, e dopo alcune proposte certamente non esaustive: servono soldi, e tanti. Questi interventi sono il correttivo minimo ad una manovra da scappati di casa che sta mettendo il cappio attorno al collo del paese. Innegabile che nella scorsa legislatura sono state sprecate molte risorse e, se la memoria non mi inganna, ne ho scritto e parlato ad nauseam, con buona pace della memoria selettiva (e della malafede) di quanti mi chiedono conto ora. Le risorse costano, perché per definizione sono scarse, nel mondo reale. Quindi, se proprio devo cercare di lottare per prendermi margini, meglio farlo per misure differenti dalla pura spesa corrente. A proposito: ma dove sono tutti questi investimenti?

Il problema dell’Italia è la frattura nord sud

Nel periodico dibattersi tra limiti e possibilità che si verifica ad ogni scadenza di bilancio si smarrisce la nozione di quello che c’è sotto, di quelle costanti cioè che pesano sull’Italia e che ne costituiscono il vero grande problema che mai come adesso è la frattura nord sud.

Spesso si affronta la realtà interpretandola in modo distorto e falsificandola per sostituirla con una illusoria. Per esempio si dice che l’Italia non cresce per colpa dell’euro perché mancano sia un debito comune che trasferimenti monetari dai paesi più ricchi del nord Europa verso quelli del sud. Oppure che il problema è la mancanza di una vera banca centrale che finanzi direttamente lo Stato come se questa fosse la normalità. In realtà ciò non accade nemmeno negli Usa dove la Fed è svincolata da qualsiasi ingerenza governativa e non ha nessun obbligo di acquistare i titoli del Tesoro.

Eppure la Bce si è comportata come quel prestatore di ultima istanza di cui tanto si lamenta l’assenza. Dal 2011 ad oggi ha rastrellato titoli pubblici mettendo in circolazione migliaia di miliardi di euro. Per quelli che rivendicano una banca centrale non basta perché vorrebbero che si stampasse moneta su ordine di un solo governo, quello italiano. Esattamente la distorsione della realtà per metterla al servizio di un’illusione. Anche se esistesse la possibilità di stampare moneta senza limiti si tratterebbe di una pura illusione, di una moneta finta che farebbe scivolare l’Italia nel caos.

Lo stesso accade anche sul primo punto e cioè il peso dell’euro sulla crescita economica. I dati raccontano che il nord Italia ha un ritmo di crescita e tassi di occupazione al livello di quelli della Germania. La crisi lì è stata superata e l’euro non ha portato nessuna penalizzazione anzi ha aperto le porte di un’integrazione fra economie.

Il sud, invece, è molto più indietro. La frattura nord sud è quella che divide l’Italia e la rende fragile. Colpa dell’euro? Non pare proprio visto che tutto risale molto indietro nel tempo, addirittura alla fondazione dell’Italia come stato unitario.

E’, quindi, più probabile che sia l’Italia il problema del meridione e non l’euro. Eppure il sud è stato destinatario di cospicui trasferimenti monetari a più riprese nel corso dei decenni. Che non siano stati risolutivi per lo sviluppo e che, in definitiva, non abbiano fatto molto bene al sud lo dimostra la situazione attuale. Certo, ci sono stati anni di crescita, ma questa era drogata dai trasferimenti monetari e non ha portato ad una reale capacità dell’economia meridionale di sostenersi da sola ossia di essere competitiva con il resto dell’Italia e con il mondo.

I trasferimenti monetari possono influenzare la competitività di un’area economica coltivando il capitale umano cioè con l’istruzione oppure migliorando le infrastrutture o garantendo la sicurezza di un territorio. Ma non possono sostituire lo sviluppo.

Eppure non si rinuncia a falsificare la realtà raccontando di una povertà che è stata portata dall’euro. La verità invece è che nel sud non ci sono le condizioni per avere un’economia a livello di quella del nord e puntare tutto sui trasferimenti monetari serve solo a perpetuare questa condizione.

Cosa differenzia l’economia del nord da quella del sud? Essenzialmente l’apertura. Esattamente il contrario dell’orientamento che sta prevalendo nel governo nazionale e nell’opinione pubblica: la chiusura all’euro, all’Europa, agli immigrati. Il senso della svolta impressa alla politica italiana è questo: tornare alla chiusura ignorando che il progresso dell’Italia è stato costruito proprio sull’apertura.

Se l’Italia rifiuta di crescere, si rinchiude su se stessa e pensa di vivere amministrando il suo patrimonio tornando a quella lira che dovrebbe garantire disponibilità illimitata di denaro con il quale pagare ogni tipo di scelta politica e di richiesta sociale è destinata a sbattere contro la realtà.

Lega e M5S hanno portato al governo la frattura nord sud che rende l’Italia un Paese dimezzato e tentano di comprare il consenso delle due metà col debito. Non vogliono superare la frattura, la vogliono approfondire. Molto presto faranno il passo successivo: l’uscita dall’euro. Certo non lo dicono esplicitamente, ma è stato al centro della loro proposta politica fino a ieri. Per ora stanno preparando il terreno che dovrebbe renderlo inevitabile. Se questo disegno dovesse attuarsi il colpo all’Italia e agli italiani sarebbe terribile, ma la macchina della falsificazione è lanciatissima. Fabbrica nemici contro i quali scagliare la rabbia popolare (accuratamente coltivata in anni di opposizione) e illusioni sul magnifico futuro che ci attende. E l’opinione pubblica, affamata di illusioni, si lascia guidare verso il disastro

Claudio Lombardi

Manovra di bilancio e realtà

La manovra di bilancio impostata dal governo rivendica con orgoglio il diritto dell’Italia a scegliere la sua strada senza essere legata ai decimali del rapporto deficit/Pil. Salvini ha esibito il suo “me ne frego” (di Bruxelles) condiviso anche da Di Maio seppure in maniera più felpata come se i problemi veri potessero venire da lì. Piano piano fra gli italiani si sta facendo strada il timore che Lega e M5S vogliano davvero fare sul serio e giocare la scommessa dell’Italia troppo grande per fallire. Oppure creare l’incidente che possa giustificare il ritorno ad una moneta nazionale con la scusa di mettersi al riparo dalla speculazione finanziaria. Probabilmente entrambe le ipotesi sono vere e convivono in una coalizione i cui componenti fino a prima delle elezioni avevano fatto dell’ostilità verso l’euro la loro bandiera. E oggi? Oggi, al massimo, dicono che l’abbandono dell’euro non è nel contratto di governo oppure che è confinato nel reparto delle misure di emergenza. Insomma abbiamo capito che una possibilità c’è che nel corso del prossimo anno si attui il colpo di mano e si torni alla lira. Prima, però, si deve votare a maggio per il Parlamento europeo. Salvini e Di Maio sono certi che dalle elezioni uscirà una maggioranza di sovranisti che favorirà i loro piani. In che modo? Forse nell’unico modo possibile: provare a mantenere l’euro lasciando libertà di indebitamento ai singoli paesi. Oppure concordandone la fine.

Pure illusioni perché non è l’euro il problema dell’Italia e, meno che mai, l’Unione Europea. Lo si vede bene in questi giorni. Ancor prima di qualunque ultimatum o procedura di infrazione lo spread ha superato quota 300, ossia chi ci presta i soldi vuole più interessi da noi che non da Germania, Francia, Spagna, Portogallo ecc ecc. E li vuole a prescindere, per pura sfiducia nella stabilità italiana. Speculazione? No, semplice buonsenso. Chiunque lo farebbe, a meno che non voglia essere un benefattore.

In realtà i problemi dell’Italia affondano nel passato. Inutile prendersela con la Germania che piegherebbe l’Europa ai suoi interessi. In anni lontani dall’euro il semplice confronto dei tassi di inflazione tra Italia e Germania dimostra che tra i due paesi le diversità sono strutturali. Vediamo la serie storica 1973 – 1985.

Italia: 10,8 / 19,1 / 17 / 16,8 / 17 / 12,1 / 14,8 / 21,2 / 17,8 / 16,5 / 14,7 / 10,8 / 9,2

Germania: 7/ 7/ 5,9 / 4,3 / 3,7 / 2,7 / 4,1 / 5,4 / 6,3 / 5,3 / 3,3 / 2,4 / 2,2

Cosa suggeriscono questi dati? Instabilità contro stabilità. Instabilità che si ripercuote sul deficit, sul debito, sul valore della moneta. E sottostante una competizione economica che si gioca sul ribasso dei prezzi ottenuto con la svalutazione della lira. Salari e stipendi dietro ad arrancare per recuperare un po’ del valore perduto. E questa l’Italia a cui Salvini e Di Maio vogliono tornare quando fantasticano di recuperare sovranità? Sì, purtroppo è questa. Loro, però, sono convinti di poterla fare diversa, con la stessa flessibilità, ma senza le sue tare ereditarie. Ma veramente ci credono?

Non si direbbe a giudicare dal programma di politica economica descritto nella Nota di aggiornamento al Def 2018. Si prevede di aumentare il deficit per fare più spesa assistenziale e per mandare in pensione un po’ prima 400 mila persone. Non si punta sugli investimenti, ma come si potrebbe? L’Italia è il Paese nel quale giacciono 150 miliardi di stanziamenti già decisi per opere pubbliche che non si riesce a realizzare. Vogliamo aggiungerne altri? E per farci che? Li mettiamo come decorazione sui documenti? Una manovra di bilancio in deficit basata sulla spesa assistenziale che dovrebbe aumentare il Pil con cifre che appaiono palesemente inventate.

Persino sulla ricostruzione del ponte di Genova questo governo è riuscito a fare un pasticcio colossale. Per inseguire la smania esibizionista dei 5 stelle si sono anteposti i proclami e gli annunci al ragionamento e ci si è impiccati ai propri capricci. Dal giorno successivo al crollo, per farsi belli con gli elettori, Di Maio e Toninelli hanno proclamato la colpevolezza della società Autostrade e la sua esclusione dalla ricostruzione. Lo hanno scritto nel decreto per Genova senza considerare che la concessione è ancora operante e che Autostrade aveva e ha il dovere di ricostruire il ponte, ma che, se estromessa per decisione politica, non è detto che abbia il dovere di rimborsare lo Stato. Perlomeno fino a che un’apposita procedura amministrativa e giudiziaria non lo stabilisca. E così lo Stato metterà i soldi e inizierà una battaglia legale per farseli restituire da Autostrade. Un capolavoro di stupidità, con Genova strozzata e divisa.

Anche per le pensioni e il reddito di cittadinanza prevalgono i dubbi. La pretesa di rilanciare l’economia distribuendo soldi a pioggia ai pensionati e ai disoccupati è puerile. Potrebbe funzionare dopo una guerra, ma con l’ottava economia del mondo che significa puntare ad aumentare la spesa degli italiani con un assegno di povertà? Quale economia si pensa di rilanciare in questo modo? E poi in un Paese nel quale evasione fiscale e contributiva e lavoro nero sono una piaga storica si pensa di attribuire uno stipendiuccio a milioni di persone per non far niente? Il minimo che può accadere è che aumenti il lavoro nero e che lo Stato paghi per sempre. Basti pensare all’idiozia delle tre proposte di lavoro (congruo) che dovrebbero essere rifiutate per perdere il sussidio. Si tratterebbe di almeno 15 milioni di proposte di lavoro. Chi le dovrebbe fare? I centri per l’impiego? E da dove dovrebbero arrivare 15 milioni di proposte? Ma veramente si pensa che le aziende che assumono prenderebbero i primi di ipotetiche liste? In un mercato del lavoro che è sempre più segmentato, specializzato e con esigenze contingenti da soddisfare.

Ciò detto è chiaro che l’Eurozona non può limitarsi a difendere i parametri di bilancio. Il centro del confronto da parte di chi ha cervello deve essere questo: uscire da una rigidità su regole che non significano più niente. O l’Europa diventa un motore di sviluppo e si dota di politiche, risorse e strumenti anche economici o stavolta si rischia davvero il ritorno ad una semplice unione doganale. E allora ognuno per sé

Claudio Lombardi

L’azzardo nei conti del governo Lega M5S

In attesa della nota di aggiornamento il ministro Tria ha descritto la strategia del governo: più deficit, più crescita e meno debito. Un piano che rinnega gli impegni assunti in precedenza e sottostima il costo per il bilancio delle misure proposte.

Deficit e debito colorati di gialloverde nella Nota di aggiornamento

Come ogni anno, a fine settembre arriva il momento in cui il governo comunica i dati della Nota di aggiornamento del Documento di economia e finanza (Nadef, per gli addetti ai lavori). Il che sarebbe ordinaria amministrazione, se non fosse che tali numeri sono spesso il risultato di trattative dell’ultim’ora, cosicché le cifre diffuse ai media escono in anticipo rispetto alla relazione, cioè senza un testo ufficiale da commentare. E così gli analisti e, più di recente, il grande pubblico della politica e dei social network si esercitano a commentare titoli e interviste più che documenti ufficiali. In definitiva, però, i numeri diffusi finora – soprattutto nell’intervista del ministro Giovanni Tria al Sole-24Ore – consentono di dare una valutazione preliminare dei contenuti della Nadef.

Da quel che si sa, il governo intende mantenere il rapporto deficit-Pil al 2,4 per cento nel 2019-2021. Un deficit al 2,4 sembra un dato in netto rialzo rispetto al deficit tendenziale dello 0,9 per cento previsto per il 2019 (e lo è ancora di più sui dati previsti per gli anni successivi, che lasciamo da parte). Non è proprio così. Come ricordato dal ministro Tria nella sua intervista, lo 0,9 previsto per il 2019 era anche il risultato di una crescita 2019 prevista all’1,4 per cento. Ora però, a causa di un rallentamento in atto nel mondo e in Europa, ma in modo più pronunciato in Italia – la crescita attesa per il 2019 non arriva all’1 per cento (è +0,9, esattamente). Il che di per sé, ricorda Tria, porta il deficit tendenziale previsto all’1,2 per cento del Pil. Se poi si considera che il dato tendenziale incorporava 0,8 punti percentuali (12,4 miliardi) per l’entrata in vigore degli aumenti automatici delle imposte indirette, ecco che si arriva a un andamento tendenziale prima della manovra vicino al 2 per cento. Si potrebbe quindi concludere che il 2,4 per cento previsto dal governo per il 2019 si limita ad aggiungere un modesto +0,4 per cento (6,2 miliardi di euro) ai numeri appena citati.

C’è poi da dire che nelle intenzioni del governo il maggiore deficit ha uno scopo: vuole consentire all’economia italiana di accelerare il passo. Non a caso, il ministro dell’Economia cita una crescita dell’1,6 per il 2019 e dell’1,7 per il 2020. In effetti: con una crescita all’1,6 e un’inflazione di poco superiore all’1 per cento, il rapporto debito-Pil potrebbe scendere di un punto percentuale circa – la differenza negativa tra il 2,4 del deficit e il 3,4 del prodotto della crescita del Pil nominale (pari a 2,6) e il rapporto debito-Pil con cui potrebbe chiudersi il 2018, cioè 1,31. È algebra: 2,4 meno 3,4 fa meno 1. Proprio il numero citato da Tria nella sua intervista.

Davvero – si chiedevano dalla balconata di Palazzo Chigi – l’Europa vuole far partire una procedura di infrazione per disavanzo eccessivo per 0,4 punti di Pil? E davvero vuole farlo in presenza di un impegno a far scendere il rapporto debito-Pil di un punto percentuale l’anno?

L’azzardo nei numeri del governo

Questi numeri sono stati probabilmente condivisi dal ministro Tria con i ministri economici della Commissione. Rimane che – dopo il colloquio con Valdis Dombrovskis e Pierre Moscovici – Tria è ritornato a Roma a “lavorare sul bilancio”. I rilievi mossi dalla Commissione agli orientamenti di bilancio del governo Lega-M5s – per quanto non noti – possono essere di due tipi. Il primo è che ci sono impegni assunti dal governo italiano – cioè, dai precedenti governi italiani, “traditori dell’interesse nazionale” – che vincolano l’Italia a proseguire un cammino fatto di deficit gradualmente in calo e di stabilizzazione tendenza del rapporto debito-Pil. Tale orientamento, dice la Commissione, può essere – ed è già stato più volte – diluito nel tempo. Ma non può essere sovvertito come il governo italiano sembra ora voler fare. I patti devono essere rispettati, prima o poi. La flessibilità – a differenza dei diamanti – non è per sempre: lo si diceva già ai tempi del governo Renzi.

C’è poi anche un secondo rilievo che Europa, mercati e – perché no? – cittadini potrebbero sollevare. Lo sfoggio di apparente moderazione nello sforamento degli impegni implicito nei numeri dell’esecutivo (solo 0,4 punti) è in contrasto con le conquiste sbandierate da vari esponenti della maggioranza e in particolare dai rappresentanti nel governo del M5s.

Se, come ha fatto ad esempio la redazione online del Sole-24Ore, si sommano le varie misure (reddito di cittadinanza, 10 miliardi; aliquota di imposta al 15 per cento per 1,5 milioni di partite Iva, 1,5 miliardi; quota 100 (62 anni + 38 di anzianità) per superare la legge Fornero, 6-8 miliardi; risarcimenti ai truffati dalla banche, 1,5 miliardi) si arriva a più di 20 miliardi che potrebbero essere coperti solo per circa 3 miliardi con la cosiddetta “pace fiscale” (un condono per i contribuenti con pendenze con il Fisco). Il ministro dell’Economia allude anche a una “corposa spending review” di cui però non sono noti i dettagli e che in ogni caso – se attuata – attenuerebbe il carattere espansivo della manovra. Per ora insomma, dal conto mancano almeno 17 miliardi, cioè un punto intero di Pil che dovrebbe essere aggiunto al 2 per cento di deficit tendenziale. Senza contare le altre esigenze di bilancio (come spese indifferibili per vari miliardi di euro) che porterebbero il deficit programmatico del governo certamente oltre il 3 per cento. Di questo si preoccupano Europa, mercati e (alcuni) cittadini: che il governo gialloverde la faccia troppo facile e che invece sotto alle sue cifre ci sia un azzardo non raccontato o mal quantificato.

Francesco Daveri tratto da www.lavoce.info

Che fine ha fatto il decreto dignità?

È un po’ che l’abbiamo perso di vista. Eppure il decreto dignità è l’unico atto di governo prodotto dal M5S in questi mesi. Ce ne parla Mario Seminerio in un articolo pubblicato il 19 settembre su www.phastidio.net

“Oggi sul Sole trovate un’interessante inchiesta, a firma di Giorgio Pogliotti e Claudio Tucci, in cui vi sono numerose evidenze aneddotiche di quello che tutti o quasi sapevano, da subito: il cosiddetto decreto dignità è destinato semplicemente ad aumentare il turnover dei contratti a tempo determinato. Ovviamente, il “quasi” è riferito agli scienziati che hanno fortemente voluto una simile idiozia.

I responsabili aziendali interpellati, appartenenti ad un vasto spettro di settori, con differente generazione di valore aggiunto e differente incidenza dei rapporti a tempo indeterminato, rispondono secondo un denominatore comune: la sostanziale inapplicabilità delle causali, che di conseguenza spinge a restare sul contratto acausale entro i 12 mesi di durata.

Le imprese hanno attivato una strategia di “riduzione del danno”, portando a scadenza i contratti a termine stipulati con le vecchie disposizioni. Per evitare il contenzioso giudiziario, la scelta è di ridurre a 12 mesi la durata dei nuovi contratti, per l’impossibilità di applicare le rigide causali. Si ricorre maggiormente al turnover, per una durata massima accorciata.

Il tutto si innesta su quella che appare una ormai evidente decelerazione della congiuntura, che quindi porterà a livello aggregato a sfoltire gli organici mediante mancato rinnovo dei tempi determinati, dove col termine “rinnovo” si deve intendere, da qui in avanti, non un nuovo contratto a termine per lo stesso lavoratore bensì per uno differente. Interessante notare che le aziende sondate sono concordi nel parlare di danno anche per loro, oltre che per i precari che resteranno sempre più tali.

Nello specifico, ci sono aziende che operano su commessa e che ritengono di restare sul tempo determinato sulle linee di produzione, ma sono preoccupate per i rischi di contenzioso da causali. Il manager di una multinazionale con sede centrale in Veneto e cinque sedi produttive in Italia, afferma:

«Mi sono sforzato di capire come declinare le causali, ma sinceramente ritengo che sarà praticamente impossibile utilizzare i contratti per un periodo superiore ai dodici mesi. È ragionevole prevedere una perdita di efficienza e maggiori costi derivanti dalla sostituzione del personale perché non è pensabile trasformare tutti i contratti a tempo determinato e somministrati in rapporti a tempo indeterminato. La flessibilità è infatti per noi fondamentale per adattarci alla stagionalità delle esigenze produttive che sono più alte nella prima metà dell’anno»

Appare del tutto evidente che le aziende hanno costi strutturalmente elevati, con o senza stagionalità, e che ove possibile preferiscano stare sul tempo determinato, che costa comunque di meno, complessivamente, essendo privo di oneri di uscita per mancato rinnovo. Per tacere del fatto che sui tempi indeterminati si è aggiunta la maggiore onerosità degli indennizzi per licenziamento illegittimo ma anche della procedura per evitare il contenzioso mediante buonuscita al lavoratore.

Ciò premesso, ci sono però anche aziende che ricorrono genuinamente al tempo determinato per fluttuazioni produttive, e di solito sono quelle che generano più valore aggiunto, quindi in grado di reggere un costo del lavoro maggiore, a tempo indeterminato, che è il portato di profili professionali più qualificati. Ma anche in queste aziende ci sono addetti di linea produttiva, che vanno certamente formati ma sono più fungibili con altri lavoratori che possono essere chiamati da fuori. Prima si prende coscienza di ciò, meglio è.

Se l’obiettivo del decreto dignità era quello di incentivare le trasformazioni a tempo indeterminato, quell’obiettivo rischia di essere completamente mancato. In primo luogo perché, come abbiamo appena letto, il tempo determinato è fisiologico anche nelle imprese “vere”, quelle che producono più valore aggiunto. Non stiamo parlando di imprese marginali, quindi, né di quelle che si occupano dei famigerati “lavoretti”, che comunque per qualcuno è meglio che restino in nero e non regolamentati. Poi, come detto, nulla è stato fatto per agevolare le trasformazioni, in termini di taglio dell’onerosità del contratto a tempo indeterminato, ma quest’ultimo è stato ulteriormente irrigidito di oneri potenziali, sui licenziamenti giudicati illegittimi.

Al netto del nucleo della componente di lavoratori più fluttuante e legata in modo diretto alla congiuntura, le aziende si sono ritrovate con maggiori oneri potenziali, di tipo legale, ed hanno quindi deciso di percorrere la via dei maggiori costi legati all’aumentato turnover. Resta una perdita, ma per le imprese appare una scelta di riduzione del danno.

Serviva agire per ridurre il costo del lavoro, in modo da incentivare le conversioni a tempo indeterminato; quello che si otterrà, invece, sarà un aumento del turnover e delle sofferenze di chi lavora a tempo determinato, quindi sarebbe meglio chiamarlo decreto turnover, anziché dignità. Così vanno le cose, quando si legifera con i piedi o altre parti anatomiche. Cioè come gente che col mondo del lavoro ha assai scarsa dimestichezza. Altrimenti detti, “scappati di casa”.”

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