L’azzardo nei conti del governo Lega M5S

In attesa della nota di aggiornamento il ministro Tria ha descritto la strategia del governo: più deficit, più crescita e meno debito. Un piano che rinnega gli impegni assunti in precedenza e sottostima il costo per il bilancio delle misure proposte.

Deficit e debito colorati di gialloverde nella Nota di aggiornamento

Come ogni anno, a fine settembre arriva il momento in cui il governo comunica i dati della Nota di aggiornamento del Documento di economia e finanza (Nadef, per gli addetti ai lavori). Il che sarebbe ordinaria amministrazione, se non fosse che tali numeri sono spesso il risultato di trattative dell’ultim’ora, cosicché le cifre diffuse ai media escono in anticipo rispetto alla relazione, cioè senza un testo ufficiale da commentare. E così gli analisti e, più di recente, il grande pubblico della politica e dei social network si esercitano a commentare titoli e interviste più che documenti ufficiali. In definitiva, però, i numeri diffusi finora – soprattutto nell’intervista del ministro Giovanni Tria al Sole-24Ore – consentono di dare una valutazione preliminare dei contenuti della Nadef.

Da quel che si sa, il governo intende mantenere il rapporto deficit-Pil al 2,4 per cento nel 2019-2021. Un deficit al 2,4 sembra un dato in netto rialzo rispetto al deficit tendenziale dello 0,9 per cento previsto per il 2019 (e lo è ancora di più sui dati previsti per gli anni successivi, che lasciamo da parte). Non è proprio così. Come ricordato dal ministro Tria nella sua intervista, lo 0,9 previsto per il 2019 era anche il risultato di una crescita 2019 prevista all’1,4 per cento. Ora però, a causa di un rallentamento in atto nel mondo e in Europa, ma in modo più pronunciato in Italia – la crescita attesa per il 2019 non arriva all’1 per cento (è +0,9, esattamente). Il che di per sé, ricorda Tria, porta il deficit tendenziale previsto all’1,2 per cento del Pil. Se poi si considera che il dato tendenziale incorporava 0,8 punti percentuali (12,4 miliardi) per l’entrata in vigore degli aumenti automatici delle imposte indirette, ecco che si arriva a un andamento tendenziale prima della manovra vicino al 2 per cento. Si potrebbe quindi concludere che il 2,4 per cento previsto dal governo per il 2019 si limita ad aggiungere un modesto +0,4 per cento (6,2 miliardi di euro) ai numeri appena citati.

C’è poi da dire che nelle intenzioni del governo il maggiore deficit ha uno scopo: vuole consentire all’economia italiana di accelerare il passo. Non a caso, il ministro dell’Economia cita una crescita dell’1,6 per il 2019 e dell’1,7 per il 2020. In effetti: con una crescita all’1,6 e un’inflazione di poco superiore all’1 per cento, il rapporto debito-Pil potrebbe scendere di un punto percentuale circa – la differenza negativa tra il 2,4 del deficit e il 3,4 del prodotto della crescita del Pil nominale (pari a 2,6) e il rapporto debito-Pil con cui potrebbe chiudersi il 2018, cioè 1,31. È algebra: 2,4 meno 3,4 fa meno 1. Proprio il numero citato da Tria nella sua intervista.

Davvero – si chiedevano dalla balconata di Palazzo Chigi – l’Europa vuole far partire una procedura di infrazione per disavanzo eccessivo per 0,4 punti di Pil? E davvero vuole farlo in presenza di un impegno a far scendere il rapporto debito-Pil di un punto percentuale l’anno?

L’azzardo nei numeri del governo

Questi numeri sono stati probabilmente condivisi dal ministro Tria con i ministri economici della Commissione. Rimane che – dopo il colloquio con Valdis Dombrovskis e Pierre Moscovici – Tria è ritornato a Roma a “lavorare sul bilancio”. I rilievi mossi dalla Commissione agli orientamenti di bilancio del governo Lega-M5s – per quanto non noti – possono essere di due tipi. Il primo è che ci sono impegni assunti dal governo italiano – cioè, dai precedenti governi italiani, “traditori dell’interesse nazionale” – che vincolano l’Italia a proseguire un cammino fatto di deficit gradualmente in calo e di stabilizzazione tendenza del rapporto debito-Pil. Tale orientamento, dice la Commissione, può essere – ed è già stato più volte – diluito nel tempo. Ma non può essere sovvertito come il governo italiano sembra ora voler fare. I patti devono essere rispettati, prima o poi. La flessibilità – a differenza dei diamanti – non è per sempre: lo si diceva già ai tempi del governo Renzi.

C’è poi anche un secondo rilievo che Europa, mercati e – perché no? – cittadini potrebbero sollevare. Lo sfoggio di apparente moderazione nello sforamento degli impegni implicito nei numeri dell’esecutivo (solo 0,4 punti) è in contrasto con le conquiste sbandierate da vari esponenti della maggioranza e in particolare dai rappresentanti nel governo del M5s.

Se, come ha fatto ad esempio la redazione online del Sole-24Ore, si sommano le varie misure (reddito di cittadinanza, 10 miliardi; aliquota di imposta al 15 per cento per 1,5 milioni di partite Iva, 1,5 miliardi; quota 100 (62 anni + 38 di anzianità) per superare la legge Fornero, 6-8 miliardi; risarcimenti ai truffati dalla banche, 1,5 miliardi) si arriva a più di 20 miliardi che potrebbero essere coperti solo per circa 3 miliardi con la cosiddetta “pace fiscale” (un condono per i contribuenti con pendenze con il Fisco). Il ministro dell’Economia allude anche a una “corposa spending review” di cui però non sono noti i dettagli e che in ogni caso – se attuata – attenuerebbe il carattere espansivo della manovra. Per ora insomma, dal conto mancano almeno 17 miliardi, cioè un punto intero di Pil che dovrebbe essere aggiunto al 2 per cento di deficit tendenziale. Senza contare le altre esigenze di bilancio (come spese indifferibili per vari miliardi di euro) che porterebbero il deficit programmatico del governo certamente oltre il 3 per cento. Di questo si preoccupano Europa, mercati e (alcuni) cittadini: che il governo gialloverde la faccia troppo facile e che invece sotto alle sue cifre ci sia un azzardo non raccontato o mal quantificato.

Francesco Daveri tratto da www.lavoce.info

Che fine ha fatto il decreto dignità?

È un po’ che l’abbiamo perso di vista. Eppure il decreto dignità è l’unico atto di governo prodotto dal M5S in questi mesi. Ce ne parla Mario Seminerio in un articolo pubblicato il 19 settembre su www.phastidio.net

“Oggi sul Sole trovate un’interessante inchiesta, a firma di Giorgio Pogliotti e Claudio Tucci, in cui vi sono numerose evidenze aneddotiche di quello che tutti o quasi sapevano, da subito: il cosiddetto decreto dignità è destinato semplicemente ad aumentare il turnover dei contratti a tempo determinato. Ovviamente, il “quasi” è riferito agli scienziati che hanno fortemente voluto una simile idiozia.

I responsabili aziendali interpellati, appartenenti ad un vasto spettro di settori, con differente generazione di valore aggiunto e differente incidenza dei rapporti a tempo indeterminato, rispondono secondo un denominatore comune: la sostanziale inapplicabilità delle causali, che di conseguenza spinge a restare sul contratto acausale entro i 12 mesi di durata.

Le imprese hanno attivato una strategia di “riduzione del danno”, portando a scadenza i contratti a termine stipulati con le vecchie disposizioni. Per evitare il contenzioso giudiziario, la scelta è di ridurre a 12 mesi la durata dei nuovi contratti, per l’impossibilità di applicare le rigide causali. Si ricorre maggiormente al turnover, per una durata massima accorciata.

Il tutto si innesta su quella che appare una ormai evidente decelerazione della congiuntura, che quindi porterà a livello aggregato a sfoltire gli organici mediante mancato rinnovo dei tempi determinati, dove col termine “rinnovo” si deve intendere, da qui in avanti, non un nuovo contratto a termine per lo stesso lavoratore bensì per uno differente. Interessante notare che le aziende sondate sono concordi nel parlare di danno anche per loro, oltre che per i precari che resteranno sempre più tali.

Nello specifico, ci sono aziende che operano su commessa e che ritengono di restare sul tempo determinato sulle linee di produzione, ma sono preoccupate per i rischi di contenzioso da causali. Il manager di una multinazionale con sede centrale in Veneto e cinque sedi produttive in Italia, afferma:

«Mi sono sforzato di capire come declinare le causali, ma sinceramente ritengo che sarà praticamente impossibile utilizzare i contratti per un periodo superiore ai dodici mesi. È ragionevole prevedere una perdita di efficienza e maggiori costi derivanti dalla sostituzione del personale perché non è pensabile trasformare tutti i contratti a tempo determinato e somministrati in rapporti a tempo indeterminato. La flessibilità è infatti per noi fondamentale per adattarci alla stagionalità delle esigenze produttive che sono più alte nella prima metà dell’anno»

Appare del tutto evidente che le aziende hanno costi strutturalmente elevati, con o senza stagionalità, e che ove possibile preferiscano stare sul tempo determinato, che costa comunque di meno, complessivamente, essendo privo di oneri di uscita per mancato rinnovo. Per tacere del fatto che sui tempi indeterminati si è aggiunta la maggiore onerosità degli indennizzi per licenziamento illegittimo ma anche della procedura per evitare il contenzioso mediante buonuscita al lavoratore.

Ciò premesso, ci sono però anche aziende che ricorrono genuinamente al tempo determinato per fluttuazioni produttive, e di solito sono quelle che generano più valore aggiunto, quindi in grado di reggere un costo del lavoro maggiore, a tempo indeterminato, che è il portato di profili professionali più qualificati. Ma anche in queste aziende ci sono addetti di linea produttiva, che vanno certamente formati ma sono più fungibili con altri lavoratori che possono essere chiamati da fuori. Prima si prende coscienza di ciò, meglio è.

Se l’obiettivo del decreto dignità era quello di incentivare le trasformazioni a tempo indeterminato, quell’obiettivo rischia di essere completamente mancato. In primo luogo perché, come abbiamo appena letto, il tempo determinato è fisiologico anche nelle imprese “vere”, quelle che producono più valore aggiunto. Non stiamo parlando di imprese marginali, quindi, né di quelle che si occupano dei famigerati “lavoretti”, che comunque per qualcuno è meglio che restino in nero e non regolamentati. Poi, come detto, nulla è stato fatto per agevolare le trasformazioni, in termini di taglio dell’onerosità del contratto a tempo indeterminato, ma quest’ultimo è stato ulteriormente irrigidito di oneri potenziali, sui licenziamenti giudicati illegittimi.

Al netto del nucleo della componente di lavoratori più fluttuante e legata in modo diretto alla congiuntura, le aziende si sono ritrovate con maggiori oneri potenziali, di tipo legale, ed hanno quindi deciso di percorrere la via dei maggiori costi legati all’aumentato turnover. Resta una perdita, ma per le imprese appare una scelta di riduzione del danno.

Serviva agire per ridurre il costo del lavoro, in modo da incentivare le conversioni a tempo indeterminato; quello che si otterrà, invece, sarà un aumento del turnover e delle sofferenze di chi lavora a tempo determinato, quindi sarebbe meglio chiamarlo decreto turnover, anziché dignità. Così vanno le cose, quando si legifera con i piedi o altre parti anatomiche. Cioè come gente che col mondo del lavoro ha assai scarsa dimestichezza. Altrimenti detti, “scappati di casa”.”

Lega e M5S: inesperienza, ignoranza e rischio

Cari italiani abbiamo un problema: chi ci guida non è affidabile. Si può essere di destra, di sinistra, di centro, di niente, ma quando si prende la patente per guidare uno Stato bisogna saperlo fare. Gli italiani hanno dato la patente a Lega e M5S e loro si sono messi al posto di comando. Giustamente. Siamo partiti da poco, ma già si vede che la guida non è esperta. Ad improvvise accelerate seguono strani rallentamenti, si tenta di prendere scorciatoie, si sbanda alla minima curva. Insomma si rischia continuamente l’incidente, la macchina prende velocità e sembra che il governo punti direttamente verso un muro di cemento alto e spesso come quelli contro i quali si fanno i crash test. Lo credono un muro di cartone forse?

Come scrive Paolo Cirino Pomicino in un recente articolo “quando all’inesperienza politica e di governo si aggiungono l’assenza di ideali e di cultura politica la miscela che ne viene fuori è il governo autoritario degli ignoranti”. In effetti a pensarci bene quali ideali muovono Lega e M5S? Per esempio uno potrebbe essere “gli italiani prima di tutto”. E l’altro “onestà”. Basta così poco per guidare la settima potenza industriale nonché Paese fra i più complessi e con i più antichi e ramificati intrecci di cultura del mondo? Sembrerebbe di no. E la cultura politica? Si riconosce alla Lega di saper bene amministrare regioni e città e di averlo fatto anche quando alcuni suoi esponenti hanno assunto incarichi istituzionali a livello nazionale (Maroni al ministero dell’interno). Ma oggi la Lega di Salvini è un’altra cosa rispetto a quella del passato. Si è passati dal federalismo, alla secessione, al nazionalismo. Ma sempre di estremismo si tratta. E i 5 stelle? Quale cultura politica hanno? Dire debole è dire poco perché provengono dalle idee fantasiose di Casaleggio e da quelle satireggianti degli spettacoli di Grillo, più una diffidenza verso il mondo delle competenze specie scientifiche.

Non si tratta tanto del livello culturale delle singole persone (che pure è importante come è ovvio), ma della “non conoscenza dell’arte del governare” e di gestire l’amministrazione pubblica. Per esempio cambiare la collocazione internazionale dell’Italia a colpi di provocazioni o sfruttando qualche centinaio di migranti raccolti in mare significa non porsi il problema degli sbocchi di queste scelte. Forse che allearsi con l’Ungheria in nome della chiusura delle frontiere può essere il futuro dell’Italia? No certo specialmente se si fa finta di ignorare che le potenze mondiali – Usa, Cina e Russia – puntano tutte sulla disgregazione dell’Europa per non averla come rivale. L’Europa è un gigante economico, ma un microbo politico perché è divisa e in crisi. Chiaro che faccia gola pensare di farla a pezzi e stabilire delle zone di influenza economica, finanziaria ed energetica. È un rischio avvertito da Salvini e Di Maio? No, anzi loro stanno favorendo questo disegno. È un rischio di cui si preoccupano gli italiani? Ma nemmeno per idea. D’altra parte sono stati oggetto di un bombardamento mediatico per odiare l’Europa e la politica durato molti anni. Se tale ignoranza non vi fosse nessun penserebbe mai di menzionare la possibilità di ricevere una garanzia russa sul debito pubblico dell’Italia come ha fatto il ministro Savona di recente. Sarebbe presa come la battuta di un comico talmente è paradossale. E invece ci hanno pensato davvero. Cioè dovremmo rompere con Francia e Germania e quindi demolire l’asse portante dell’Unione europea per cadere in braccio a Putin o ai Paesi di Visegrad? Solo dei folli potrebbero pensarlo. Eppure se ne parla come di una scelta possibile e seria.

Stessa situazione sul terreno dell’economia e del lavoro che ricade nella competenza del giovane Di Maio. Che si tratti della caduta del ponte Morandi o della vicenda Ilva l’approccio è sempre quello dei proclami stizzosi e categorici che prescindono dalla realtà e sostituiscono il deficit di idee e di capacità con l’altezzosità del comando. Sembra che chi sta al governo possa reinventare il mondo che lo circonda in forza del suo potere. Con una faciloneria che impressiona il giovane Di Maio affronta questioni di enorme portata come se si trattasse di una bega paesana.

Ciò che si capisce dai primi mesi di governo Lega M5S è che non c’è alcuna idea di come rilanciare lo sviluppo superando i mali strutturali dell’Italia. Ma si capisce benissimo che i suoi capi sono disposti a rischiare tutto per una generica rivalsa contro le burocrazie d’Europa e contro gli stati più forti. Provocazioni e ripicche invece di mettersi a costruire seriamente una nuova via per il nostro Paese insieme con i suoi partner europei. Salvini e Di Maio preferiscono averli come avversari.

Si era immaginato che il Piano B sarebbe rimasto un gioco di fantasia di alcuni professori. Invece più si va avanti più si intravede che il piano di uscita dall’euro e di rottura con l’Europa è qualcosa di concreto. Il muro contro cui andremo a sbattere si avvicina

Claudio Lombardi

Dove ci portano M5S e Lega?

Tempi difficili per l’Italia. Tra un ponte che crolla e un governo di apprendisti eccitati dal potere, tra una fuga degli investitori esteri e lo spread che aumenta c’è poco da stare allegri. Se un anno fa sembrava un vanto aver raggiunto una discreta stabilità e il segno + sul Pil oggi ci troviamo in una situazione completamente diversa in attesa che l’autunno ci porti le prove più difficili. Lega e M5S sembrano non rendersi conto dei pericoli che corriamo di scivolare indietro. Anzi, alcuni autorevoli esponenti come gli economisti della Lega Borghi e Bagnai sembrano dei generali che si fregano le mani pregustando la battaglia. Il piano B per l’uscita dall’euro si avvicina. In realtà lo hanno anche annunciato che forse saranno gli altri a buttarci fuori. O lo faranno i fatti. Basta imboccare una certa strada e il resto verrà da sé.

Ogni giorno porta il suo passettino verso il marasma tra un Salvini che si atteggia a duce del popolo italiano unica fonte di diritto superiore alle altre autorità dello Stato e alle leggi e un Di Maio che gioca con le nazionalizzazioni e con la sorte dell’Ilva. Proclamano senza pensare a cosa dicono, ebbri del consenso ricevuto da un elettorato in vena di sfoghi che ha scambiato il governo nazionale e gli intrecci europei per un gioco di ripicche, come se si trattasse di una bega familiare o di condominio. Non sarebbe la prima volta che il consenso premia i più ignoranti, spregiudicati, fanfaroni. Il popolo è un’entità astratta composta da milioni di teste ben poche delle quali sono in grado di rendersi conto delle implicazioni delle proprie scelte. È sempre così in democrazia: l’incompetente deve indicare quale competente sceglie. A volte si è fortunati, a volte no. I regimi più infami hanno sempre ricevuto il consenso popolare che è rimasto anche quando si è arrivati alla guerra e alla distruzione totale.

Speriamo di non arrivare a tanto e cerchiamo di mantenere lucidità di pensiero e la capacità di comprendere e distinguere. Stando con i piedi per terra perché la vita reale non è un videogioco.

Il crollo del Ponte Morandi ha scoperchiato una realtà che conosciamo bene. C’è l’incuria, c’è il peso delle burocrazie, c’è l’avidità, c’è lo sfruttamento dei beni pubblici, ma, soprattutto, c’è uno Stato che non riesce a svolgere la sua funzione. Non riusciva a gestire in maniera efficiente le aziende prima quando mezza Italia era sotto il controllo pubblico e non è riuscito a regolare i suoi rapporti con i gestori privati poi. Chi proclama con leggerezza “nazionalizziamo” non conosce la storia dell’intervento pubblico nell’economia e non vede la realtà di oggi. Atac e Ama sono due aziende romane di proprietà del comune di Roma che gestiscono da decenni due servizi essenziali per una città: trasporti e rifiuti. Ebbene entrambe sono state distrutte dalla mala gestione, dal clientelismo, dalla corruzione, dalle ruberie, dagli interessi di persone e gruppi (sindacati inclusi). Entrambe sono costate e costano cifre enormi ai cittadini e rendono un servizio pessimo. Perché? La causa principale è la totale dipendenza dalla politica cioè da chi rappresenta gli elettori. La stessa cosa accadeva con le partecipazioni statali dalla fine degli anni ’60 alla privatizzazione degli anni ’90. Questi sono fatti non opinioni. Eppure il M5S sembra arrivare dalla luna e candidamente ripropone ciò che ha fallito nel passato (e fallisce nel presente). Non avendo né capacità di governo né idee forti si aggrappa al controllo e al comando come unici strumenti della politica. Sono ingenui e sprovveduti, pensano che sia sufficiente mettere nei posti chiave persone da loro dirette per ottenere i risultati a cui aspirano. È l’altra faccia del complottismo: se la situazione esistente nasce da complotti per fregare gli onesti basta sconfiggerli e automaticamente le cose cambieranno in meglio. Il loro pensiero esclude la complessità e gli intrecci intorno ai quali si dipanano decisioni e governo di istituzioni ed apparati.

La stessa ingenuità, ma intrisa di cattiveria, muove Salvini. Va avanti a testate, a provocazioni, in un clima rissaiolo ed eccitato tra una diretta Facebook e un comizio. La sua impronta di governo non si vede. Dovrebbe gestire il ministero dell’interno e, come vice presidente del Consiglio, contribuire ad indirizzare la politica del governo. Lo fa? Ovviamente no. Se si depurano i suoi interventi dalle provocazioni e dalle sparate non resta nulla di rilevante. Un abisso lo separa dal suo predecessore Minniti senza il quale non ci sarebbe stata la riduzione dell’80% degli sbarchi e, soprattutto, non ci sarebbe stato l’impegno nella strategia europea in Africa che il governo italiano sembra aver abbandonato.

Intanto i ministri economici consapevoli dei rischi che corre l’Italia chiedono all’Europa di aiutarci a fare ciò che vogliono i padroni del governo. Candidamente ci si aspetta sostegno dalla Bce ben sapendo che l’acquisto dei titoli pubblici sta finendo. Ingenuamente si pretende di alzare l’asticella del deficit e del debito come se fosse un regalo della Commissione Europea. Chi pagherà più interessi saremo noi italiani non Bruxelles. E chi si troverà a fare i conti con un debito in crescita saremo sempre noi e i nostri figli.

Intanto, silenziosamente, c’è chi toglie i suoi soldi dall’Italia. Già un’asta di Bot è andata deserta a luglio e per uno Stato che si vive di prestiti (intorno ai 400 miliardi l’anno) è un segnale molto serio.

Dove ci stanno portando il M5S e la Lega forti di un consenso incontrastato tra gli italiani? All’orizzonte si vedono solo guai, rischi e problemi. Della stabilità e della fiducia riconquistata negli ultimi anni non vi è più traccia. Se una strategia c’è e se atti e parole hanno un senso è quella di rompere con l’euro e l’Europa. Prima o poi ci accorgeremo di non essere solo spettatori di un’esibizione di bulli apprendisti governanti, ma protagonisti delle conseguenze dei loro errori

Claudio Lombardi

Quattro passi nel delirio agostano nazionalista-socialista

Il mese di agosto è, per tradizione, quello in cui le forze politiche sparano più idiozie del solito, oltre che quello in cui i giornali devono saturare la foliazione di luoghi ancor più comuni del solito. Quest’anno la situazione è simile ma differente. Perché abbiamo un esecutivo che danza sull’orlo di un vulcano attivo, perché si è già innescata una copiosa fuga di capitali dall’Italia, perché le iniziative legislative sono qualcosa di demenziale, ad essere gentili, e perché le dichiarazioni alla stampa hanno frequenza direttamente proporzionale al tasso di stupidità delle medesime.

Prendete la rassegna stampa di oggi. In essa scoprite che la maggioranza starebbe raggiungendo una convergenza su un controllo pubblico integrale di Alitalia, senza partner industriale, cioè senza vettore estero nell’azionariato, e per questo compito sarebbero stati individuati Ferrovie dello StatoCassa Depositi e Prestitie la sua controllata Poste italiane. Almeno, questo è quanto scrive oggi Nicola Lillo su La Stampa.

Come ho già commentato giorni addietro, la partecipazione di CDP in un’azienda decotta non è un vero ostacolo: basta gemmare da CDP una finanziaria ad hoc, che come tale non è soggetta ai vincoli di investire in soggetto “viable“, cioè economicamente vitale, come dicono gli anglosassoni. Oppure si può creare una newco, che come tale non ha una storia di perdite cumulate ma solo un meraviglioso business plan da guardare con gli occhiali da sole.

Se davvero l’orientamento governativo è questo, prepariamoci ad un bagno di sangue, visto che obiettivo dei nostri nazionalisti socialisti è quello di mantenere gli attuali livelli di occupazione. Meravigliosa la frase pronunciata stamane a Radio24 da Luigi Di Maio: “Alitalia deve essere un’azienda che ci consenta di gestire i flussi turistici del futuro con una regia politica”. Chissà che gli è accaduto, da bambino.

Altro tema estivo che ha protagonista il piccolo nordcoreano Di Maio è il tormentone Ilva, in cui si chiede ad Arcelor Mittal di prendersi in carico tutti i livelli occupazionali correnti, e nel frattempo si invoca l’Avvocatura dello Stato per valutare l’annullamento in autotutela della gara che ha assegnato la società siderurgica. Quando si dice dare certezza ad un negoziato… Soprattutto considerando che Di Maio pare non voler tenere in carico al pubblico gli esuberi precedentemente identificati. Forse, in luogo di 3.500, è preferibile avere 14 mila persone in carico al pubblico, chissà.

Ancora una volta, l’Italia si pone come la grande benefattrice d’Europa: non solo il rischio dissesto sul Btp è in crescita, ed il rialzo dei rendimenti sui nostri titoli pubblici innesca un movimento di “flight to quality” che porta ad acquisti sugli altri titoli di stato europei, iniettando in tali paesi uno stimolo espansivo rigorosamente Made in Italy. Nel caso di Ilva, se l’impianto dovesse chiudere, avremmo tagliato una robusta quantità di eccesso di capacità produttiva europea e globale nell’acciaio, con conseguente sostegno ai prezzi ed agli utili dei produttori rimasti. L’Italia, per parte sua, dovrebbe importare acciaio e potrebbe quindi spianare il suo surplus commerciale, come nei desideri del prestigioso economista che guida pro tempore gli Affari europei nel nostro esecutivo. Perché, come sapete, c’è questa corrente di pensiero secondo cui un avanzo commerciale è tutta domanda interna distrutta, signora mia.

Ma forse le cose non andranno così: forse Arcelor Mittal si ritirerà, e verrà sostituita da un gruppo di investitori solo tricolori: che ne dite di Ferrovie, CDP, Poste?

Sempre dalla rassegna stampa di oggi, si legge anche che la maggioranza starebbe convergendo verso “quota 100” nelle pensioni finanziando la manovra con la famosa “pace fiscale” cara a Matteo Salvini. Almeno, questo è quanto si legge oggi sul Messaggero, a firma di Marco Conti. In pratica, si dovrebbe pagare a saldo e stralcio il 25% del dovuto, sia su cartelle esattoriali sino a centomila euro che su liti in corso. Che poi, è esattamente il contrario di quanto suggerito dal ministro dell’Economia, Giovanni Tria, che nei giorni scorsi ipotizzava semplicemente rateizzazioni del dovuto, non scontato. Il gettito stimato da questo saldo e stralcio, una dozzina di miliardi in due anni, servirebbe a finanziare la quota 100 nelle pensioni. Se vi chiedete come sia possibile finanziare con misure una tantum una maggiore spesa corrente permanente, sono con voi.

Ancora, la “lotta allo spread”: ieri, in una intervista ad Amedeo La Mattina su La Stampa, il sottosegretario leghista alle Infrastrutture, Armando Siri, è tornato ad ipotizzare il patriottico riacquisto del debito pubblico italiano in mano agli stranieri, precisando meglio il suo pensiero:

«Il problema del debito pubblico deve essere ridimensionato perché a 2.200 miliardi di debito pubblico corrispondono 5.000 miliardi di risparmio privato. Il problema è costituito dai titoli di Stato che sono nelle mani di soggetti stranieri. Noi dovremmo essere in grado di incentivare le famiglie ed i risparmiatori in titoli di stato, offrendo loro sgravi fiscali.

Io con un gruppo di esperti stiamo lavorando a una proposta dettagliata che verrà presentata ai presidenti delle commissioni bilancio e finanza della Camera e del Senato e al ministro dell’Economia: la creazione di uno strumento individuale di risparmio che va in questa direzione. Se la maggior parte del debito pubblico fosse nelle mani dei italiani non ci sarebbe più il problema dello spread»

Ecco, giusto: creiamo i Pir del debito pubblico italiano, abbiamo già l’acronimo: Siri, strumento individuale di risparmio italiano. Qualcuno però avverta il leghista che la manovra è infattibile, perché lo stesso beneficio fiscale andrebbe esteso anche a titoli Ocse. Di tutte le altre criticità, diciamo così, di questa meravigliosa idea del signor Siri, giornalista pubblicista senza laurea, ho già scritto qui.

Che dire di questo fil rouge nel delirio, quindi? Che la speranza è che si tratti di amplificazione giornalistica agostana di sussurri etilici orecchiati in malo modo. Perché, se così non fosse, credo che avremo nell’ordine il declassamento a spazzatura del debito pubblico italiano, tra il 31 agosto ed inizio settembre, un violento attacco speculativo al debito pubblico che nessun buyback “segreto” del Tesoro potrebbe contenere, ed il rapido avvitamento del paese nel caos.

Mario Seminerio tratto da www.phastidio.net

Il governo della paura

La paura è una reazione naturale di fronte ad una situazione di pericolo. Lo è anche verso ciò che non si conosce, non si capisce o si pensa di non poter controllare. Chi ha un ruolo di guida, però, dovrebbe dominare la paura e trasformarla in lucida analisi della realtà e in azioni razionali. Proprio quello che Lega e 5 Stelle non fanno. Il governo della paura non è una trovata propagandistica, ma una definizione che corrisponde alla realtà.

Salvini per anni si è fatto conoscere per la sua aggressività, per la volgarità, per la superficialità rozza con la quale ha affrontato qualsiasi problema politico e sociale. Le sue maniere rudi parlavano ad un elettorato che vi si rispecchiava. Invece di mostrarsi in grado di gestire la complessità Salvini raccontava agli italiani che le questioni si dovevano affrontare con le maniere forti. Ora che la Lega è accreditata di un’enorme crescita di consensi si capisce che molti italiani confidano sul serio in una politica manesca e ignorante. Sicuramente sono stati delusi dalle esperienze passate. Tuttavia il paradosso è che ognuno lo fa dal suo punto di vista convinto che il suo riferimento politico – Salvini – lo faccia suo, ma ignorando che in realtà l’atteggiamento da bullo nasconde un’indeterminatezza di scelte che prima o poi verrà fuori. La Lega presalviniana ha dato una discreta prova nel governo di comuni e regioni, ma giungere con Salvini a dominare la politica nazionale sembra decisamente andare oltre le sue possibilità.

Per questo motivo l’esasperazione dei toni che ha caratterizzato questi due mesi del Salvini egemone sul governo è pericolosa: eccita gli animi della gente e crea il terreno favorevole a violenti, idioti e disagiati mentali per uscire allo scoperto e compiere le azioni che corrispondono al loro livello intellettuale (maltrattare una persona di colore, fare il tiro al bersaglio su un operaio, insultare, aggredire); nello stesso tempo crea problemi all’Italia sul piano internazionale. Al suo attivo Salvini vanta un paio di navi dirottate in porti spagnoli, ma il Consiglio Europeo di un mese fa ha dato uno schiaffo in faccia all’Italia.

Considerazioni analoghe si possono fare per il M5S. In questo caso non ci sono le esibizioni manesche, ma una rabbia ben coltivata da anni di campagne scandalistiche e diffamatorie. Anch’esse hanno proposto soluzioni semplici a problemi complessi, ma puntando sul sospetto e sull’utopia. Sospetto verso tutti quelli indicati come casta di parassiti sulle spalle del popolo. Utopia che è possibile realizzare a condizione di espellere dalla vita pubblica tutta la gente che c’era prima dell’avvento dei 5 stelle.

Come osserva Marco Ruffolo in un recente articolo su Repubblica dietro la concreta azione di governo del M5S sembra esserci l’idea semplificatrice di un potere che automaticamente consente di raggiungere i risultati desiderati purchè sia eliminato tutto ciò che si frappone tra governo e popolo (lobbies, partiti, mercati ecc).

Ciò significa che il successo dell’azione di governo dipende più dal grado di volontà politica nel fare le cose che dalla capacità di superare difficoltà strutturali, di sporcarsi le mani nella dura amministrazione. Con questa impostazione le proposte fondamentali che il M5S ha messo nel suo programma assumono quasi un potere taumaturgico. Reddito di cittadinanza, abolizione dei vecchi vitalizi (quelli nuovi sono stati aboliti nel 2012), taglio delle “pensioni d’oro”, vincoli ai contratti a termine, ripudio degli accordi sul libero scambio commerciale, blocco della vendita di Alitalia, rimessa in discussione della gara per l’Ilva e della Tav. Tutte scorciatoie presentate come risolutive, ma tutte poggiate su un forte incremento di spesa pubblica corrente che si traduce in un rinnovato intervento dello Stato che offre assistenzialismo invece di politiche di sviluppo.

Una semplificazione di vecchia data per i 5 stelle che naturalmente si è scontrata con i vincoli di bilancio europei. Messa da parte per ora l’idea grillina di indire un referendum per l’uscita dall’euro (ma riproposta da Beppe Grillo) Di Maio si barcamena tra minacce e annunci solenni che si traducono nella conquista di posti in cariche di nomina governativa.

Il governo del cambiamento lo sta sicuramente realizzando con la spartizione di ogni genere di poltrona piazzando gente di fiducia negli incarichi di responsabilità senza fare mistero di aspettarsi da tutti collaborazione per la realizzazione del programma di governo senza più distinzione di ruoli e di funzioni.

I 5 stelle non sono cambiati. Vivono il mercato cioè la concorrenza e gli scambi commerciali come il regno delle multinazionali sede di tutti i mali. La loro visione del mondo è sempre improntata al complottismo, molto consolatorio per quelli che non vogliono o non sanno comprendere la realtà con tutte le approssimazioni, le ingiustizie e i compromessi che caratterizzano la storia dell’umanità. Un complottismo che rivela una grande paura del mondo. I 5 stelle al governo stanno fermi su posizioni difensive e punitive dando l’impressione di un grande attivismo.

Soltanto con questa mentalità immatura e rozza, si può comprendere un ministro del lavoro e vice Presidente del Consiglio che denuncia un complotto per una relazione tecnica (tecnica appunto ed obbligatoria) ad un disegno di legge del governo. Di Maio ci mette di suo un’abilità teatrale nel recitare la parte dell’irreprensibile che sorride, ma può anche minacciare. Come ha fatto al congresso della Coldiretti a proposito del Ceta annunciando la cacciata dei funzionari governativi che conducono la trattativa (per dovere di ufficio) e l’immediato voto contrario del M5S per rigettare l’Accordo. Poi è intervenuta la Lega (e la Confindustria e le categorie produttive) i toni sono calati e la questione è stata accantonata. Anche perché il Ceta non arriverà in Parlamento tanto presto. Ma Di Maio ha fatto la sua recita da bravo interprete di idee elaborate da altri

Claudio Lombardi

La politica degli interessi individuali

Consapevoli di violare una regola (la riproduzione è riservata) ripubblichiamo un editoriale di Mario Calabresi direttore di Repubblica che sintetizza con efficacia, lucidità e semplicità il passaggio storico che stiamo vivendo che vede nel governo Salvini – Di Maio la sua manifestazione più evidente, ma che ha ben altro spessore.

“Non possiamo considerare quello di oggi come un giorno normale. Lo scambio della campanella tra Gentiloni e Conte non è stato ordinario. Lo spazio simbolico del passaggio di consegne è stato occupato dai due uomini che hanno in mano il potere in Italia: Matteo Salvini e Luigi Di Maio.

Non può essere un giorno normale quello in cui il più reazionario e incendiario dei nostri politici entra al Viminale. Ministro dell’Interno per la gioia e con gli applausi di Marine Le Pen e Viktor Orbán.

Esattamente un anno fa scrivemmo che Lega e Cinque Stelle avevano cominciato a parlarsi e che la prospettiva di larghe intese populiste non era da escludere. Dissero che eravamo visionari e in malafede. “Sono culturalmente e geneticamente diversi da noi: il M5S non parla di ruspe, il M5S non fa campagne criptofasciste, il M5S non crede che la soluzione ad ogni problema sia aggredire gli ultimi”. Così parlava l’attuale presidente della Camera. Ora brindano con chi sul portone di Palazzo Chigi annuncia la prima missione: aumentare le espulsioni degli immigrati.

Il giorno delle soluzioni facili e veloci è arrivato. Le reazioni sono deboli, il Paese è sfinito e vive con un senso di sollievo il solo fatto che ci sia un governo. Molti si sono già adattati, altri si stanno facendo due conti, ci sono poi i curiosi e quelli che sperano. Chi spera in un reddito perché è disoccupato, pensionati che contano su un aumento della minima, chi non ha fatto vaccinare i figli e aspetta la fine dell’obbligo, chi sta facendo i conti su quanti soldi avrà in più con il taglio delle tasse, chi scommette che le grandi opere saranno bloccate o smontata la riforma della scuola, chi sogna di andare prima in pensione, chi spera di non vedere più immigrati per strada. La somma delle promesse ha acceso una quantità di speranze individuali che non ha paragoni. Ognuno ha la sua partita e guarda solo a quella. È la politica moderna, fatta di interessi individuali e abbandono di speranze collettive.

Godranno di una luna di miele, ma l’impasto di inesperienza, improvvisazione e arroganza non tarderà ad emergere. Allacciate le cinture.”

Governo Conte o nuova Italia?

Ora che il governo Conte sta partendo bisogna prendere un po’ di distacco e cercare di capire cosa è successo in Italia. Certo, dopo tre mesi di travaglio, quasi non ci credeva più nessuno e per questo lo choc (sia positivo che negativo) c’è è inutile negarlo ed è pari a quello che ci fu nel 1994 quando si impose al centro della scena politica Silvio Berlusconi. Come allora si tratta di un passaggio epocale. Come allora è stato preparato da molti anni di cambiamenti nel substrato culturale che orienta gli umori e le reazioni dell’opinione pubblica. Come allora questa incubazione ha dato forza e slancio all’offerta politica che oggi si è tradotta nella coalizione gialloverde. Ovviamente, a differenza del 1994, il governo Conte non si basa sul carisma e sulla popolarità del suo Presidente. Non ci sarebbe nemmeno bisogno di dirlo tanto è evidente, ma è giusto farlo perché, in realtà la novità (una rivoluzione culturale? ) che rappresentava Berlusconi allora oggi viene incarnata da due partiti fino a poco tempo fa poco credibili come leader di una svolta epocale. E invece è proprio quello che stanno facendo Lega e M5S camminando sulle loro gambe e senza avere le spalle coperte da “fratelli maggiori” che garantiscano per loro (come accadde con i governi Berlusconi). La loro affermazione non deriva dal lavoro di un’agenzia pubblicitaria come fu con la Forza Italia delle origini. Lo stesso Movimento Cinque Stelle, pur essendo una creatura saldamente stretta nel controllo della coppia Grillo-Casaleggio che l’hanno pensata e costruita con un lento avvicinamento alla politica durato anni, è arrivato alle elezioni del 2013 e, ancor più a quelle del 2018, con un forte radicamento nell’opinione pubblica e nel territorio. Per la Lega è anche superfluo ricordare che ormai è il più vecchio partito rimasto sulla scena della politica essendo nato nel 1989. La mutazione genetica voluta e guidata da Salvini lo ha definitivamente trasformato in partito nazionalista abbandonando l’antica vocazione separatista che risale all’inizio degli anni ’80 (Liga Veneta e Lega Lombarda).

Perché di svolta epocale si tratta e perché non durerà poco? In realtà Lega e M5S hanno un tratto in comune che li rende molto forti. Hanno intercettato il profondo bisogno della maggior parte degli italiani di liberarsi dai vincoli del realismo che li vorrebbe sempre sottomessi all’idealismo delle compatibilità. Globalizzazione, regole di mercato, parametri europei di finanza pubblica questi sono i limiti che non solo gli italiani, ma una parte crescente dei popoli avverte come imposizioni ingiuste. Da Brexit all’elezione di Trump ai governi nazionalisti dell’est Europa ormai la tendenza è chiara.

Nella sua declinazione italiana questa rivolta contro quelle che appaiono come imposizioni degli establishment assume i connotati della difesa degli interessi concreti di tutti coloro che si ritengono penalizzati dal “sistema”. Cosa unisce un giovane disoccupato del Sud al rider del nord che consegna le pizze a domicilio all’artigiano lombardo o al piccolo imprenditore del centro-nord? Tutti sentono che è arrivato il momento di difendere i propri interessi e non vogliono più un governo che presenti loro delle compatibilità o dei vincoli senza offrire alternative concrete. Purtroppo l’accumulo dei problemi ai quali non è stata data risposta ha creato la base rancorosa che poi è esplosa di fronte ad alcuni spettacoli indecorosi offerti dal mondo della politica allargato a tutti coloro che da questa hanno ricevuto avallo e copertura. Da Tangentopoli in poi. Tutti quelli che sono stati identificati come “vecchia politica” sono stati bollati con il marchio d’infamia di complici o collusi con chi non ha pagato il prezzo delle crisi che si sono susseguite nel corso degli anni riuscendo sempre a far apparire inevitabile che a pagarlo fossero gli altri.

La spinta che ha portato ai risultati elettorali e al governo Conte non si esaurirà facilmente. A meno che non accada qualche catastrofe che mostri l’avventurismo di un programma velleitario che ignora la realtà. Anche da sinistra si è detto in questi giorni che non si possono presentare lo spread o i mercati come i giudici supremi ai quali piegare le scelte di un popolo. Giusto, ma non di questo si tratta. Gli elettori che hanno voluto questa svolta epocale si rifiutano di riconoscere che l’Italia vive a debito dovendo mantenere una massa di titoli venduti sui mercati che vanno rinnovati non appena vengono a scadenza perché non possono essere riassorbiti dal bilancio dello Stato. Se ciò accadesse, ovvero se non ci fosse bisogno di mantenere lo stock di debito (peraltro in crescita), allora sarebbe una situazione diversa. Molti lo dicono da anni che un debito gigantesco è un condizionamento pesante alla libertà di azione di qualunque governo e che ridurlo progressivamente, in assoluto e in rapporto al Pil, sarebbe la più grande liberazione che gli italiani dovrebbero augurarsi.   In queste condizioni invece si moltiplicano le spinte e i progetti per liberarsi del debito rompendo con l’euro e magari anche facendo default. Il famoso piano B elaborato dal prof Savona e coerente con le campagne antieuro della Lega e del M5S esiste e spiega come si ridurrebbe il debito grazie alla svalutazione (almeno il 30% iniziale) e al taglio imposto ai creditori esteri.

Il taglio, però, colpirebbe anche stipendi, salari, pensioni, risparmi di tutti gli italiani. Gli elettori che si ribellano ai vincoli dell’establishment e che invocano la rottura con l’Europa lo hanno capito?

Purtroppo a questo appuntamento si è arrivati tardi e male. Bisognava pensarci prima e prevenire. La Germania ha imposto negli anni più difficili un rigore inutile quando, invece, sarebbe stato più utile allargare i deficit pubblici per spingere i consumi e l’economia. Il Fiscal Compact da noi inserito in Costituzione nel 2012 sta lì a testimoniarlo. D’altra parte la classe dirigente italiana (politici, intellettuali, alte burocrazie, imprese, sindacati, media) non ha avuto il coraggio di mettere mano ai limiti strutturali del “modello Italia”, a tutti quei fattori cioè che hanno fatto arretrare per molti anni il nostro Paese e che erano mascherati negli anni della lira dalle svalutazioni per mantenere la competitività. Dovremmo finalmente renderci conto che il problema non è l’Europa o l’euro, ma siamo noi e che non possiamo pensare che gli altri – la Germania, l’Europa, la finanza internazionale – ci sostengano perché noi dobbiamo mantenere tutti i nostri problemi insoluti.

Il programma o contratto di governo Lega-M5S non fa altro che aggirare la questione fingendo che un po’ di decisionismo e di intransigenza possa sostituire un piano di sviluppo e di ristrutturazione dell’Italia. Reddito di cittadinanza e taglio fiscale a favore dei redditi più alti facendo esplodere il deficit e il debito. Questa è la sostanza. La svolta epocale c’è stata e non finirà presto, ma il governo Conte ha già imboccato la strada che lo porta sul ciglio del burrone

Claudio Lombardi

Di Maio e Salvini: i bulli che volevano sconvolgere l’Italia

L’Italia ha certo molti problemi, ma ce n’è uno che viene prima di tutti gli altri: mentre noi pensavamo ad altro si è riempita di bulletti da strapazzo e di fascistelli, che sono talmente ignoranti da non rendersene conto, gente senza arte né parte, che, nel vuoto lasciato colpevolmente dai partiti, bussano alla vostra porta, direttamente, o attraverso le televisioni e il web, con grande schiamazzo, cercando di vendervi la luna, o il Colosseo, dicendo che lo fanno nell’interesse vostro. Vi stanno imbrogliando: vi chiedono il voto puntando sulla vostra buona fede, sul vostro ‘non poterne più’, vogliono entrare dentro le stanze del potere per fare i loro comodi e dare un senso alla loro vita. Se ne fregano di voi.

Per questo vi promettono di tutto: ad esempio, nel loro contratto (con tanto di firma autenticata!) Salvini e Di Maio prevedevano contemporaneamente di far pagare meno tasse ai ricchi e ai benestanti (è questa la flat tax), e un sussidio per tutti chiamato reddito di cittadinanza in sostituzione di un lavoro. Chi ha un po’ di buon senso sa che queste due cose non possono stare insieme. Perchè ve lo propongono? Perchè sono ignoranti e non sanno nulla? Forse. In realtà io credo che siano soprattutto degli imbroglioni, che vi trattano come se foste degli sciocchi creduloni. Era molto più simpatico Totò quando provava a vendere i monumenti di Roma, che almeno non aveva nessuna intenzione di governare, ma solo di farci sorridere.

Ora schiamazzano nelle strade, nelle piazze, sui media, minacciano quelli che la pensano diversamente (come i fascisti di una volta; a quando l’olio di ricino, e le botte agli angoli delle strade?), Di Maio minaccia il Presidente della Repubblica, Salvini lo insulta; ai loro occhi ha il torto di non aver obbedito agli ordini di chi ha ricevuto ben il 37% dei voti degli elettori!

Perchè non hanno fatto un governo, partendo da quel programmino che aveva fatto ridere mezzo mondo? Avevano la possibilità di farlo, magari mettendo Giorgetti, l’amico di Salvini che da sempre si occupa di conti pubblici, al posto di quel Savona che volevano ad ogni costo, come una sorta di capitan Fracassa dei nostri rapporti con il resto del mondo (come se non dovessimo convivere con il resto del mondo, e con l’Europa in particolare)? Perchè non l’hanno fatto? La smettano di raccontare balle agli italiani gridando che i cosiddetti poteri forti non volevano farglielo fare. Non l’hanno fatto perchè avrebbero governato con una maggioranza striminzita e non avrebbero combinato nulla, come i Cinquestelle a Roma, che fanno fare continuamente figuracce nel mondo alla Capitale, ormai da tempo al posto di Calcutta nel giudizio dei più. Non avrebbero combinato nulla, perchè solo questo sanno fare: schiamazzare, insultare, minacciare, tenere aperta una continua campagna elettorale per farci morire stremati.

Quanto ci costa quello che stanno facendo? Molti miliardi in termini economici, ma molto, molto di più in termini di vivibilità delle città e dei borghi di questa bella Italia che abbiamo ereditato dai nostri padri e dalle nostre madri e dovremmo lasciare ai nostri figli migliore di come l’abbiamo ereditata. Sbugiardiamoli. E poi cacciamoli di casa. Basta, vi era stata data una possibilità, la nostra è una Scuola dove non si rimandano a settembre i bulli, ma si bocciano senza riguardo prima che facciano altri danni.

Lanfranco Scalvenzi

Il bluff di Salvini e Di Maio

Ripubblichiamo un articolo di Mario Seminerio tratto dal suo blog Phastidio.net

Quando ieri mattina ho scritto questo post, a metà tra la satira e l’ucronia, avevo espresso l’auspicio che il capo dello Stato accogliesse tutti i nomi della squadra di governo gialloverde, incluso quello per l’Economia, perché ritengo che solo la realtà possa occuparsi degli italiani. Così non è andata, Mattarella ha esercitato le proprie prerogative costituzionali, in quello che tutti sappiamo era, è e sarà un gigantesco gioco a somma negativa per questo disgraziato paese. E ora?

L’idea di Matteo Salvini, con a ruota gli inconsapevoli grillini, era semplice e geniale, nella sua coerenza: presentare una lista della spesa di costo stratosferico, finanziarla a deficit con creazione di circolazione monetaria parallela, vedere se la Bce accettava il diktat di comprarsi a piè di lista il nuovo debito italiano. In alternativa, decreto legge d’urgenza notturno, blocco della circolazione dei capitali, forze dell’ordine, esercito e qualche corpo paramilitare costituito alla bisogna per le strade. Questo a voler credere ad un Salvini disposto e deciso ad arrivare alle estreme conseguenze.

In alternativa, che poi è quello che è accaduto, Salvini poteva presentarsi come difensore della democrazia popolare, e condurre una nuova campagna elettorale all’attacco, per drenare non solo porzioni di elettorati di Forza Italia ma anche del M5S, che è il vero sconfitto di tutte queste manovre. Unica criticità, ora Salvini ed i suoi dovranno prendere da subito chiara posizione pro o contro l’uscita dalla moneta unica, e quanto  più risulteranno credibili, tanto più ci saranno reazioni dolorose sui mercati che porranno il capo leghista davanti alla scelta se proseguire o fermarsi prima, e quindi capitolare.

Giunti sin qui, proviamo ad analizzare persone, paesi e circostanze che hanno costruito questo psicodramma o che con esso possono avere attinenza.

Paolo Savona – Il vero deus ex machina nero della pièce teatrale. Ridicolo lo stupore di quanti si sono detti sconcertati per i veti a quello che, a loro giudizio, sarebbe solo una pregiata, stagionata e rassicurante riserva della Repubblica. Mai, e sottolineo mai, sottovalutare l’ego ed il mondo psichico di un economista, soprattutto di quelli in là con gli anni. A volte possono finire a convincersi di essere dei veri demiurghi, in grado di plasmare la realtà ai propri voleri (alcuni di loro lo fanno ampiamente anche da giovani). Nel caso di Savona, queste caratteristiche ci sono tutte, da molti anni, incluso il passo marziale (da “figlio di militare”) ai giardinetti di Villa Borghese ed i piani per destituire nottetempo tutti i dipendenti dello Stato resisi colpevoli di intelligenza col nemico nazi-europeo. Massima coerenza con la tesi leghista della inutilità di un referendum consultivo sull’euro, tanto caro invece agli sprovveduti grillini.

Alleanze europee – Quello di Savona, che nel marziale e reticente comunicato di ieri pomeriggio era soprattutto preoccupato di non spoilerare il suo editore e le sue memorie, mai è stato un piano A, ma sempre e solo uno scoperto piano B. In Europa, infatti, non c’è proprio nessuno in grado di schierarsi con questa Italia e queste richieste. Neppure Emmanuel Macron, che per rendersi credibile agli occhi di Berlino ed estrarre concessioni sta tentando di attuare riforme dal lato dell’offerta e non stimoli dal lato della domanda, che invece sono l’unico menù che gli italiani vogliono leggere, in ogni schieramento. Né alleato di questa Italia potrebbe essere il nuovo Shangri-la della nostra destra geneticamente mutata, il Gruppo di Visegrad, ormai esteso sino al Brennero. Ieri il cancelliere austriaco Sebastian Kurz ha espresso chiara e netta preoccupazione che il suo paese possa finire a pagare il conto del nuovo debito italiano. Sono “alleati”, che volete farci?

Euro e lepenismo – Un’altra leggenda metropolitana che sarebbe tempo di smontare è quella secondo cui Marine Le Pen sarebbe stata battuta dallo charme energetico di Emmanuel Macron e dai suoi simbolismi ibridi tra Marsigliese e Inno alla Gioia. No: Marine Le Pen è stata in primo luogo sconfitta dalla paura dei francesi di perdere i propri risparmi, denominati in euro. Tutto è cominciato col balbettio della Le Pen su improbabili doppie circolazioni franco-euro, ritorno allo Sme e consimili idiozie. Il problema, o meglio la tragedia, è che i francesi a maggioranza hanno capito l’antifona, votando col portafoglio. Dubito che gli italiani possano fare lo stesso, stante la loro abissale ignoranza. Meglio, molto meglio, sentire le farneticazioni di qualche giovanotto senza arte né parte, che delira di complotto delle agenzie di rating contro la Patria. Ecco la differenza, esiziale, tra noi e la Francia. Una crassa, incoercibile ignoranza.

Che c’è di nuovo, quindi? Forse, il fatto che ormai il genio è uscito dalla bottiglia, ed il premio al rischio Italia è qui per restare. Se Mattarella avesse dato via libera al governo Savona (con prestanome Conte), in poche settimane o giorni saremmo arrivati al redde rationem con la realtà. Ma forse l’esito non è tutto da gettare: da oggi in avanti, non ci sarà più modo di chiedere fantascientifiche modifiche ai trattati europei né fingere di voler attuare costosi programmi di spesa tacendo delle inesistenti coperture. Unica via, la messa alla prova del tessuto economico e sociale italiano di fronte ad aumenti del costo del debito ed alla fuga di investitori internazionali ma anche domestici (inclusa la base elettorale leghista di imprenditori del Nord), che voterebbero col portafoglio e con i piedi (per lo spallonaggio) o con tastiera e mouse per esprimere il proprio giudizio sul programma elettorale. Lì serve arrivare, lì arriveremo.

Mario Seminerio tratto da www.phastidio.net

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