Governo PD M5s un’occasione unica? Sì

Al momento (martedi 3 settembre) le probabilità che si formi un governo PD – M5s sono abbastanza elevate anche se pende l’assurdità del voto sulla piattaforma Rousseau. Un’assurdità perché il M5s non ha una sede decisionale vera e perché arriva alla fine di un percorso che ha coinvolto il Capo dello Stato e un altro partito. Una procedura interna che dovrebbe sostituire primarie, congressi, organismi dirigenti, ma che, invece, appare come il retaggio di una democrazia diretta impossibile da attuare.

Stavolta, però, Grillo ha parlato bene. Ha detto che questo governo è un’occasione unica perché bisogna trasformare il mondo e pensare il futuro dell’Italia. Lo ha detto mentre il personaggio diventato “Capo politico” , Luigi Di Maio, faceva trasparire da ogni atto e da ogni parola la sua ostilità per questa soluzione non condividendo nulla della sollecitazione del fondatore del Movimento. Ma non è questo il punto. Bisogna capire se ha ragione Grillo e perché. Non è cosa da poco comprenderlo. Il rifiuto delle elezioni anticipate (a poco più di un anno dalle precedenti!) e il conseguente avvio della trattativa tra Pd e M5s è un rimedio dettato dalla paura o è qualcosa di più? Se questa fosse la spiegazione allora questo governo non potrebbe durare molto, governerebbe male e l’appuntamento con la probabile vittoria elettorale di Salvini sarebbe solo rimandato.

E, invece, Grillo ha visto giusto: si tratta di un’occasione unica. Occasione non è certezza, ma l’incontro delle due maggiori forze politiche che esprimono o rappresentano la spinta verso una trasformazione dell’Italia senza pensare di isolarla né in Europa né nel contesto internazionale può avere una carica dirompente.

Da molti anni l’Italia è bloccata sui suoi limiti strutturali che sono di natura economica, di cultura civile, di assetto dello Stato, di efficienza di sistema, di rispetto delle regole. La politica non ha avuto la volontà e il coraggio (tranne in alcune fasi del governo Renzi) di affrontare questo livello dei problemi limitandosi a barcamenarsi nella gestione dell’esistente e rincorrendo le emergenze.

Alcuni critici dell’accordo PD- M5s fanno notare che nelle dichiarazioni rese finora dai protagonisti la riduzione del debito e il rispetto dei parametri di bilancio europei non sono comparsi. Giusto. Ma siamo sicuri che questo debba essere l’asse strategico del governo? Se così fosse si tratterebbe del governo di transizione di cui si era parlato all’inizio della crisi. Un governo per fare il bilancio e condurre alle elezioni nei primi mesi del 2020.

Se, invece, ci si mette nell’ottica di ristrutturare l’Italia allora deficit e debito diventano strumenti e non fini. La verità da tutti conosciuta è che il debito pesa se il Pil non cresce e se il Paese è fragile. Se, invece, si trova il modo di imboccare una strada di rinascita che abbia l’ambizione di smontare ciò che non funziona e di ricostruirlo allora il debito non è più una preoccupazione.

Prendiamo la cosiddetta economia verde fatta di tutela dell’ambiente e di uso intelligente dell’energia. Non è una novità. Da anni fa parte della nostra realtà. Chi costruirebbe oggi un palazzo come si faceva negli anni ’50, ’60 e ’70 con una dispersione termica pazzesca, con la fragilità strutturale e magari col riscaldamento a carbone? È diventato normale che sia antisismico, che abbia i doppi vetri, che le pareti siano coibentate e che sul tetto ci siano i pannelli solari. È solo un esempio che si potrebbe estendere ai veicoli a motore, all’emissione di sostanze inquinanti e così via. Dunque l’economia verde e il risparmio energetico già sono praticati, ma occorre estenderli a cominciare dagli edifici pubblici (scuole innanzitutto).

Vogliamo parlare poi della messa in sicurezza del territorio? Da anni si dice che sarebbe il migliore investimento perché costerebbe molto meno dei danni provocati dalle alluvioni, esondazioni, terremoti. Perché non si riesce a procedere?

Gli apparati pubblici sono da ristrutturare profondamente, ma ci vuole volontà politica e coraggio perché molti sono gli interessi in gioco. Finora non è stato fatto.

Gli esempi potrebbero continuare, ma uno su tutti li esemplifica tutti: i giovani italiani formati dalla nostra scuola che emigrano. Persi dietro ad ogni barca di naufraghi migranti i nostri politici non hanno dato importanza all’emigrazione dei giovani. Possiamo pensare di frenarla solo gestendo la quotidianità o mettendo al centro la questione del debito?

L’invito a pensare il futuro dell’Italia fa accolto. Finora il M5s non ha brillato per capacità politiche, strategiche e di buona amministrazione, ma contiene in sé una carica dirompente che ancora deve trovare la sua strada. Il PD d’altra parte dispone di persone preparate, esperienza e idee, ma non ha l’entusiasmo e la determinazione che sarebbero necessari. Mettere insieme queste due realtà con il pensiero rivolto all’oggi e ai prossimi dieci anni è la cosa giusta da fare.

Lo possono fare PD e M5s? Forse

Claudio Lombardi

Due o tre pensieri sulle elezioni 2018

Un bel rimescolamento di carte queste elezioni 2018. I numeri che contano sono 70, 4,5 e 18,7. La prima cifra è la somma dei voti di M5S e centrodestra; la seconda quelli delle sinistre extra Pd; l’ultimo la percentuale presa dal Pd.

Pur essendo stato dato su programmi diversi non vi è dubbio che quel 70% esprime una protesta contro le politiche che hanno segnato la stabilità italiana che, nel rispetto dei vincoli di bilancio, ha portato a diversi positivi risultati di governo (economia, lavoro, diritti). Sia nella versione Lega che in quella di Forza Italia o di FdI e in quella del M5S il tratto che le accomuna è la spinta a fuoriuscire dalle compatibilità finanziarie con un taglio di tasse e un’espansione della spesa pubblica. La stragrande maggioranza dei votanti ha detto quindi che è stufa di sentirsi dire “non si può fare perché dobbiamo stare nei limiti”. Di fronte alle promesse di un radicale taglio di imposte con la flat tax non è stata tanto a guardare per il sottile se convenisse veramente e a chi, ma ha detto sì. Stessa reazione per il cavallo di battaglia dei 5 stelle, il reddito di cittadinanza. Significativo che il messaggio del taglio è passato nelle zone più sviluppate e quello dell’assistenzialismo in quelle meno sviluppate. Ciò che conta però è il duplice messaggio che è arrivato agli elettori: superiamo i vincoli, torniamo a spendere.

Anche sulla questione migranti la scelta è stata di rottura e le due componenti che si dividono il 70% l’hanno rappresentata. Come ampiamente annunciato dai tanti episodi di protesta l’immigrazione caotica non gestita dai poteri pubblici e l’accoglienza in stile emergenziale con i suoi scandali, i suoi sprechi e soprattutto la sua insensatezza (immigrati parcheggiati a caro prezzo e poi lasciati liberi di vagare alla ricerca di fortuna nel territorio nazionale con l’effetto di ingrossare le file dei lavoratori sfruttati fino al limite dello schiavismo e quelle della microcriminalità) ha prodotto una ribellione di massa. Lo si era detto: gli appelli alla solidarietà hanno un limite superato il quale o si accetta di sopportare un peggioramento della propria vita o ci si ribella. Tanti italiani hanno scelto quest’ultima strada. Ovviamente superfluo ripetere che a sopportare le conseguenze di un’immigrazione disordinata e di una gestione fuori controllo sono state le periferie e le zone popolari già messe sotto pressione per conto loro. C’è da dire che solo con il governo Gentiloni e grazie al ministro Minniti è cambiato qualcosa e questo gli italiani l’hanno ricordato.

C’erano però altre liste che diffondevano un messaggio di ribellione ai vincoli europei e di espansione della spesa pubblica: LeU e Potere al Popolo. Insieme non sono arrivati nemmeno al 5% dei voti. Erano liste chiaramente di sinistra che contestavano il moderatismo del Pd e si presentavano con toni radicali. Niente da fare, gli elettori non le hanno seguite. Alcuni grandi nomi – da Bersani a D’Alema a Grasso – non sono serviti ad attirare maggiori consensi. Sarà la connotazione di sinistra che non convince più con buona pace di quelli che insistono ad indicare la necessità di un’unità delle sinistre come un obiettivo prioritario. Deve essere proprio così perché le due liste coprivano un arco di posizioni molto ampio dal riformismo tranquillo di un Bersani con LeU alla vera e propria rivolta dei centri sociali con Potere al Popolo. Dopo queste elezioni sarà difficile tornare ad invocare l’unità della sinistra. Ormai l’etichetta è corrosa dal tempo e andrebbe ristampata.

Il Pd ha pagato non tanto gli errori di Renzi quanto l’incapacità di completare la costruzione di un partito nuovo che andasse oltre la matrice dalla quale è nato. Si parlò all’epoca di fusione fredda tra gruppi dirigenti ex comunisti, ex socialisti, ex democristiani. L’impressione è che da allora non si sia andati molto più in là. Renzi ha avuto il merito di cercare una strada originale con le sue Leopolde e lo slogan della rottamazione, ma non è stato capace di dare una base analitica e strategica solida al partito. Una cultura politica che ha puntato troppo sull’effervescenza, sul giovanilismo, sull’ottimismo edulcorato, sul decisionismo frettoloso. In definitiva una cultura politica basata più sulle intuizioni, ma di scarso spessore. Quindi un merito di Renzi sì, ma anche la responsabilità di aver strattonato un partito confuso e desideroso di identità, ma ancora immaturo. Troppi traumi in pochi anni. Oltre Renzi urge comunque una riflessione molto ampia che non sia piagnisteo o autocoscienza, ma slancio per capire in che mondo si vive e cosa ci si sta a fare e contatto con la realtà in tutte le sue sfaccettature. Sapendo che la politica non è accettare supinamente ciò che ci si trova davanti, ma capacità di immaginare il futuro costruendolo giorno per giorno.

Ora si tratta di capire cosa faranno i partiti perché i risultati non permettono nessuna maggioranza già definita. Non è cosa che si chiarirà in pochi giorni. Difficile pensare all’alleanza stabile di Pd e M5S anche se parrebbe l’unica via d’uscita da una situazione bloccata. Il Pd oggi non se lo può permettere e non lo può permettere un minimo di ragionevolezza. I rispettivi programmi sono alternativi e non conciliabili. Il Pd deve pensare ad altro. Deve risolvere la sua crisi, chiarirsi le idee, ridefinire la linea politica, radicarsi di più nella società. L’unica strada oggi è quella di un governo istituzionale di durata limitata; potrebbe servire a far decantare la situazione e a far emergere proprio quella convergenza programmatica tra forze diverse sulla quale impiantare un governo di legislatura. Quali forze? Lo si vedrà strada facendo. Di fatto il voto di protesta si è concentrato sul M5S e sulla Lega, dunque…. Se ci si riesce, bene; sennò si torna a votare. Un percorso difficile, ma ci si può provare

Claudio Lombardi

La soluzione ovvia: un governo di transizione (di Claudio Lombardi)

Dopo una settimana di consultazioni Bersani rimette il mandato al Presidente della Repubblica. Che succederà? La cosa più logica è che l’incarico sia dato ad una personalità terza che proverà a formare un governo di transizione dopo il quale ci saranno nuove elezioni. Lo si sapeva da prima che sarebbe andata così.bersani napolitano

Ha fatto bene Bersani ad andare fino in fondo, ma la scelta di puntare sull’alleanza col M5S aveva già ricevuto una chiara e ripetuta risposta negativa. Andare fino in fondo ha dato a tutti la possibilità di prendere coscienza delle conseguenze della propria decisione senza trincerarsi dietro incomprensioni e fraintendimenti e ha dato a noi spettatori la possibilità di conoscere le “profonde” motivazioni di ognuno dei protagonisti.

Nel frattempo la crisi economica e finanziaria si aggrava, provvedimenti urgentissimi vengono rinviati e il governo Monti si disgrega. Nato per fronteggiare un’emergenza e formato a seguito dell’incapacità dei partiti di imboccare una via diversa ha esaurito da tempo la sua funzione e sopravvive a sé stesso e alle evoluzioni politiche del suo leader. Come un componente meccanico progettato per durare fino a un certo punto, aveva un senso per un certo periodo di tempo superato il quale non ha potuto far altro che decadere. Diciamo che è durato il doppio di quello che era lecito attendersi. E diciamo grazie per questo al sistema dei partiti abituato a galleggiare sui problemi sempre rinviati e mai risolti.

Certo il coraggio di prendere il toro per le corna non fa parte della cultura di governo italiana fondata sulle mediazioni fra gruppi di potere o di interesse, sul rinvio e sull’irresponsabilità. Per esempio ci sono volute le bordate di una ribellione popolare di massa per smuovere i partiti dalla difesa ad oltranza del truffaldino sistema di finanziamento di cui godevano, messo in piedi da tutte le forze politiche in spregio al referendum che ne aveva sancito l’abolizione.

politici stupitiBloccati e incapaci di decidere non hanno potuto far altro che invocare un governo di tecnici che ha fatto quello che ha potuto senza sapere dove andare cioè senza nessun progetto e capacità di guidare il Paese. Praticamente la politica si è chiamata fuori per un anno. E che anno! L’affermazione elettorale del M5S è stato il logico sbocco di questa rinuncia alla guida politica del governo.

Non ci venissero a raccontare frottole: hanno agito così per incapacità e per interesse. Con il Pdl molto più colpevole del Pd. Il primo da sempre concentrato sugli interessi personali del fondatore e pagatore sommo Silvio Berlusconi inseguito dalla Magistratura per reati comuni e vertice di un sistema affaristico e “criccarolo” che ha dilapidato risorse enormi. Il secondo incapace di cancellare il marchio verticistico della sua nascita decisa a tavolino da gruppi dirigenti senza alcuna voglia di mettersi in discussione e di rinunciare alle proprie carriere.

E così oggi ci troviamo in una pericolosa situazione di stallo nella quale tutti, in realtà, stanno pensando molto più ai voti che prenderanno alle prossime elezioni che alla situazione che hanno di fronte. Tutti, M5S compreso, che, da ultimo arrivato, ha subito assunto metodi e atteggiamenti da consumato politicante che dice e non dice, non rischia, lascia intendere, aggredisce per nascondere la sua impreparazione, rinvia.

grillo vaffaDice Grillo: il Parlamento faccia le leggi, del governo si può fare  a meno. Che grandissima e ignobile stupidaggine! Grillo fa finta di non sapere che il governo gestisce tutta la macchina dello Stato e che corrisponde ad una maggioranza politica a cui spetta indicare gli obiettivi da perseguire. Fa finta perché a lui interessa che la situazione si aggravi in modo da presentarsi alle prossime elezioni come il salvatore della patria. In pratica sulla pelle nostra fa i suoi giochi politici: ecco il nuovo che avanza!

Purtroppo per noi cittadini un governo ci vuole e pure subito perché nessuna nazione può rimanere senza governo e il Parlamento senza il governo è un cieco che vaga nel buio, un corpo senza braccia e gambe. Ma a Grillo questo non interessa. A noi cittadini sì e molto.

Tutta questa vicenda ci deve far riflettere sull’importanza della buona politica e della partecipazione dei cittadini. Quest’ultima è cosa ben diversa dello stare davanti ad un Pc a mettere post su un blog carico di pubblicità di un tizio che vorrebbe guidare la rivoluzione col suo socio e con uno STAFF segreto che manovra le leve di internet. Questa è una parodia della partecipazione.

È grande la responsabilità dei partiti e anche del mondo dell’associazionismo che da anni sanno benissimo che bisognava allargare il coinvolgimento dei cittadini in tutte le forme possibili, ma da anni fanno finta di non capire e si trincerano dietro apparati e gruppi dirigenti che si perpetuano per cooptazione molto preoccupati di tenere a bada le spinte alla partecipazione invece di suscitarle e di guidarle.

La questione del potere politico è così diventata la questione centrale e siamo tutti appesi alle decisioni di un Presidente della Repubblica che nel nostro ordinamento non dovrebbe nemmeno avere un ruolo così incisivo, ma che è costretto a fare il supplente di forze politiche confuse e irresolute.

A questo punto e sapendo di dover comunque andare a nuove elezioni (speriamo non prima di sei mesi) bisogna formare un governo. Abbiamo perso una settimana di tempo per capire che il M5S dice no, non perdiamone ancora per scoprire che ci vuole un governo di transizione non tecnico, ma con un programma politico limitato. Niente patti politici fra partiti. Solo uno scopo da raggiungere: arrivare in piedi alle prossime elezioni.

Claudio Lombardi

Un governo di convergenze parallele (di Claudio Lombardi)

Continuano gli appelli per la formazione di un governo. Il principale destinatario è il M5S, ma quello a cui si chiede un segno di discontinuità sostanziale è, invece, il PD. Come ormai sanno tutti era il vincitore predestinato che non ce l’ha fatta perchè una parte dei suoi voti sono andati proprio al M5S. Bisogna riconoscere che il PD ha reagito con una certa prontezza alla “botta” chiedendo a Grillo il sostegno per formare un governo sulla base di un programma ristretto, ma più incisivo di quello che era stato presentato in campagna elettorale.
direzioni diverse8 Punti e Bersani che si candida a guidare il governo, questa la proposta del PD. Il M5S non ci sta e continua a rifiutare ogni approccio. Ha le sue ragioni dato che la campagna elettorale era rivolta innanzitutto contro i partiti ed è difficile adesso capovolgere questa linea. Gli appelli crescono e il dibattito fra gli eletti del Movimento pure facendo intravedere qualche possibilità.
Non è detto, tuttavia, che sarà Bersani quello che riuscirà ad ottenere la fiducia di una maggioranza con il M5S; potrebbe essere una personalità che non rappresenta un partito, ma una corrente di idee e di movimento, per esempio Rodotà o un altro purchè non espresso da un partito. A quel punto il voto convergente non sarebbe un’alleanza politica tra M5S e PD, ma una convergenza parallela secondo l’espressione inventata da Aldo Moro negli anni ’60.
Chiaramente il programma di un governo autonomo dai partiti dovrebbe essere concordato con tutti quelli disposti a votare la fiducia e qui si aprirebbero spazi ben più ampi per il M5S rispetto a quelli offerti adesso dal PD con i suoi 8 punti.
Questa potrebbe essere la strada più probabile che metterebbe d’accordo diverse esigenze e che darebbe risposta contemporaneamente agli appelli, all’esigenza di avere un governo e alle ostilità del M5S.
Alcuni segnali fanno pensare che la riesumazione delle convergenze parallele potrebbe essere la chiave per sbloccare la situazione.
C’è però qualcosa da chiedere all’opinione pubblica e ai commentatori: di essere giusti con il PD. Si assiste, infatti ad una forte reattività nei confronti di questo partito qualunque cosa faccia o dica. Lo testimonia un articolo veramente cattivo di Luca Ricolfi su La Stampa di venerdi 8 marzo. Ricolfi attacca il PD perchè gli 8 punti non sarebbero veramente innovativi, ma lo fa utilizzando parole e toni esagerati e pretestuosi. Non si capisce, infatti, cosa si voglia dal PD in una situazione nella quale gli altri protagonisti non sembrano affatto preoccupati delle sorti del Paese.sgridata
Il PDL è stretto attorno a un Berlusconi che ricorre a tutti i trucchi per fuggire dai processi e, come al solito, è pronto a fare e dire follie per difendere il suo “diritto” di commettere reati in santa pace. Il PDL si rivela una volta di più un partito padronale privo di senso dello stato e di senso dell’etica nonchè di dignità.
Del M5S si è detto e si può aggiungere solo che sembra faticare a rendersi conto di essersi caricato di responsabilità vere. Il programma è quello che è e certamente non mostra una visione organica degli obiettivi di un possibile governo.
Siccome il PD è di fronte ad un cambiamento molto serio sarebbe il caso di spingerlo verso questo cambiamento e non di bastonarlo continuamente per farlo ricascare in basso. Da una caduta del PD gli italiani non trarrebbero alcun vantaggio ora che c’è la possibilità di far lavorare il Parlamento per combattere la crisi con meno malavitosi e più persone oneste.

Claudio Lombardi

Sussurri e grida: il duplice conservatorismo (di Claudio Lombardi)

Perché il M5S non indice un bel referendum online per decidere se appoggiare un governo che attui gli otto punti del programma del PD? Questa è la domanda semplice semplice che fa oggi Curzio Maltese su Repubblica. Già è strano che questa domanda debba essere fatta perché da un movimento che fa della regola “uno vale uno” il suo cardine e che evoca un luminoso avvenire di democrazia digitale non ci si aspetterebbe nient’altro che la coerente applicazione della più ampia e permanente consultazione di tutti su tutte le decisioni.m5s 2

La domanda su come funzioni realmente il M5S e sul perché ci sia una clamorosa contraddizione fra ciò che si vuole far credere di essere (la liberazione del cittadino da ogni sudditanza ai partiti) e la verità dei comportamenti (l’assoluta sudditanza a Grillo e Casaleggio e allo staff da questi diretto) ne porta con sé anche altre.

Ai partiti si rinfaccia che siano composti da persone che vivono di politica e che siano retti da apparati. E gli apparati esprimono una naturale propensione alla conservazione e alla chiusura verso chi sta fuori.

D’altra parte esiste anche una, forse altrettanto naturale, propensione di buona parte dei popoli a prendere come riferimento figure carismatiche. Partendo da aspettative deluse, passando per la fiducia in alcune persone assunte come guida, si arriva a porle su un gradino più alto e a considerare ogni critica come una minaccia. Da qui al fanatismo il passo è breve.

Anche questo porta ad una conservazione perché ostacola una più ampia crescita di coscienza critica e lo sviluppo di un dialogo democratico senza ostacoli o minacce. Intendiamoci, si tratta di una parte che agisce così, ma è una parte che, di solito, è molto determinata e aggressiva perché, appunto, è mossa non da ragionamenti, bensì dalla fede in qualcosa che appare indiscutibile.fans

L’urlo grillino del “tutti a casa” è esattamente il rifiuto di ragionare e l’espressione di una fiducia irrazionale in una virtù suprema dei cittadini che si condensa nell’urlo liberatorio e che viene contraddetta da subito con l’autoritarismo della gestione del movimento. L’invocazione di Grillo dei calci nel sedere per gli eletti che non seguono le direttive del M5S mentre queste direttive non vengono fuori da discussioni democratiche, ma vengono enunciate da due capi investiti dall’acclamazione del “popolo” grillino si traduce nell’intolleranza per una partecipazione fondata sulle regole universali della democrazia. Sicuramente chi ha votato M5S e chi ci sta dentro o chi è stato eletto non corrisponde in tutto a questa descrizione, ma è questo OGGI l’aspetto prevalente.

Diverso il caso del consenso a Berlusconi. Anche qui si parte da aspettative deluse, ma si arriva ad abbracciare una ideologia di liberazione da ogni sudditanza alle regole in favore di una più concreta sudditanza alle personalità che occupano i posti di potere. Da questi discendono favori, concessioni e soluzioni ai problemi personali in forza dei quali si acquisiscono vantaggi sugli altri. Per questo l’adesione è innanzitutto all’ideologia del “facciamo come ci pare” e per questo la persona che la incarna da venti anni è libero di fare lui per primo quel che gli pare e non si accetta che nessun’altra autorità gli ponga dei limiti. Tutto diverso dal M5S, ma anche in questo caso si esprime una fiducia acritica nel capo carismatico che blocca ogni evoluzione. E all’inizio anche il berlusconismo si manifestò come un urlo liberatorio.

L’effetto del duplice conservatorismo è quindi una duplice intolleranza all’invasione di una partecipazione organizzata e responsabile fondata sulla crescita di una solida cultura democratica.cooperazione

La vera partecipazione dei cittadini è un’altra cosa e non può svolgersi se non nell’assoluto rispetto di regole e principi di libertà e di democrazia. Ciò significa in primo luogo responsabilità, trasparenza e assenza di fanatismo. Significa anche rispetto delle istituzioni e ricerca di un circolarità fra queste e i cittadini organizzati. Un esempio semplice è quello del bilancio partecipato strumento conosciuto e praticato da molti anni in diversi comuni, ma che non ha avuto alcun successo. Ci sono altri esempi di strumenti di partecipazione molto efficaci, ma che suscitano poco entusiasmo e hanno poco seguito e nei quali i partiti progressisti per primi non hanno creduto (ecco il conservatorismo degli apparati!) preferendo la comoda via degli accordi di vertice che porta alla formazione di burocrazie e di gruppi di potere che sfruttano la politica. Da qui dovrebbe partire una riflessione seria e la ricerca di nuove strade per uscire da una crisi che è innanzitutto crisi del governo della collettività cioè crisi della politica alla quale ancora nessuno è riuscito a dare una risposta convincente.

Claudio Lombardi