Due anni di governo Renzi: più o meno tasse?

Nella confusione delle polemiche politiche bisogna fare riferimento a chi fa delle ricerche basate sui dati per capire qualcosa in più. Ed ecco che a fare un po’ di luce sui risultati delle scelte del governo, perlomeno in materia fiscale, arriva uno studio della Twig (http://www.twig.pro/politica_economica_renzi/) start up nel campo dei centri di ricerca economica. Il dato complessivo fissa in 19,4 miliardi l’alleggerimento fiscale di cui gli italiani beneficiano attualmente. Due leggi di stabilità – 2015 e 2016 – più i vari decreti economici che si sono succeduti in due anni di lavoro sono stati esaminati per valutare la ricaduta complessiva sulle tasche degli italiani nel 2016. Ovvero: paghiamo o no meno tasse quest’anno e di quanto e a beneficio di chi?

tasse impreseAl primo posto ci sono le imprese, poi i lavoratori dipendenti, ma anche consumatori, banche, proprietari di case, professionisti e pensionati. Insomma, la riduzione delle tasse da parte del governo Renzi c’è stata, anche se non tutti hanno goduto degli stessi vantaggi. Secondo lo studio della Twig le imprese hanno avuto un taglio di 13,1 miliardi che discendono dalla legge di stabilità del 2015 (azzeramento dell’Irap sul costo del lavoro e dei contributi sociali per le assunzioni stabili). Con la legge di stabilità 2016 sono arrivati altri tagli di 800 milioni per la decontribuzione sui nuovi assunti e poi altro ancora per l’Imu sui terreni agricoli e sui cosiddetti “imbullonati” (macchinari che pagavano l’Imu).

Il lavoro dipendente ha avuto qualcosa di meno perché i lavoratori dipendenti che guadagnano sotto i 1.500 euro netti di stipendio mensile continuano ad avere diritto al bonus di 80 euro che vale nel 2016 circa 9,5 miliardi euro. Vanno poi aggiunti i 400 milioni della defiscalizzazione dei premi di produttività. (Ovviamente il bonus degli 80 euro viene considerato come una diminuzione di imposte e non come una maggiore spesa come appare formalmente nei documenti di bilancio).

aumento ivaMeno appariscente, anzi decisamente nascosta, c’è poi la questione della eliminazione delle clausole di salvaguardia che, in caso di mancati tagli, avrebbero fatto scattare da quest’anno l’aumento dell’Iva a carico di tutti i consumatori per la bellezza di oltre 20 miliardi (13,5+7 posti dal precedente governo). Eliminati, corrispondono ad una riduzione di tasse anche se nessuno li ha visti perché l’IVA doveva aumentare ed invece è rimasta tale e quale..

Hanno avuto, come è stranoto, molto anche i proprietari di immobili perché è stata abolita la Tasi sulla prima casa. Un taglio di 3,7 miliardi.

Anche le banche hanno avuto un taglio fiscale di 600 milioni (deduzione integrale nell’esercizio in corso delle svalutazioni e delle perdite sui crediti).

Tanto per non dimenticare nessuno ecco i lavoratori autonomi con 500 milioni di alleggerimento del carico fiscale sulle piccole partite Iva dei professionisti, e i pensionati over 75 ai quali è stata elevata la “no tax area” da 7.500 a 8.000.

IMU TasiMa c’è anche chi quest’anno pagherà più tasse per colpa dei provvedimenti del governo Renzi. Sono il gioco d’azzardo e la rendita finanziaria (aliquota elevata dal 20 al 26 per cento secondo una vecchia proposta sostenuta dalla sinistra per tanti anni quando la tassazione era ancora ferma al 12,5%). Infine le misure per contrastare l’evasione fiscale e quelle che arrivano dal rientro dei capitali dall’estero (voluntary disclosure) e dai provvedimenti sull’Iva per la grande distribuzione e per i fornitori dello Stato (reverse charge e split payment). In tutto una dozzina di miliardi.

Ultima nota, la copertura dei 19,4 miliardi di riduzione delle tasse è arrivata in gran parte dalla cosiddetta flessibilità (cioè da nuovo deficit) e in piccolissima parte da tagli alle spese.

Basta, non basta? Si poteva fare di più? Sì certo, soprattutto sul fronte del recupero dell’evasione fiscale e dei tagli alla spesa pubblica, della lotta agli sprechi e alla corruzione. È ciò di cui si discute quasi ogni giorno, ma intanto è giusto rendersi conto di quel che è stato fatto a dimostrazione che se c’è la volontà qualcosa si può fare

Claudio Lombardi

Riflessioni di fine 2015

Alla fine dell’anno di solito si fanno i bilanci. Spesso si tratta di una convenzione per la quale si cambia un numero e sembra che inizi una storia nuova. E, invece, è sempre la stessa storia che prosegue. A parte le norme e le scadenze legate a date precise non c’è differenza tra 31 dicembre e 1° gennaio come dimostrano i casi eclatanti che attirano l’attenzione in questi giorni. Le riflessioni di fine 2015 devono partire da qui.

inquinamento ariaL’inquinamento è diventata la star delle cronache. Toni accorati e accenti drammatici come se il problema lo scoprissimo soltanto ora. Sapevamo tutto tutti e se ce lo siamo dimenticato (come forse ce lo dimenticheremo non appena tornerà a piovere) almeno dobbiamo avere l’onestà di riconoscerlo. Più di noi, però, dovrebbe dire qualcosa il variegato mondo della politica e degli apparati pubblici che sembra spesso in coda ad osservare stupito e spaurito l’effetto della carenza di cura dei beni comuni. Il “decalogo” di proposte messo a punto dal governo, dai sindaci e dai presidenti di regione in questi giorni non contiene nulla che non fosse possibile decidere prima. Trasporto pubblico e coibentazione degli edifici non è che siano novità clamorose così come il risparmio energetico. Magari se si passasse ai bus elettrici e ai tram in maniera massiccia invece di insistere su quelli a gasolio sarebbe pure meglio. Ricordiamoci sempre, però, che rispetto ad epoche passate abbiamo fatto passi avanti clamorosi. Un tempo non tanto lontano le caldaie andavano a carbone in tutte le città e solo in qualche caso a gasolio. L’amianto era diffuso in tutte le case. I veicoli non rispettavano alcuna norma anti inquinamento. Se ci aggiungiamo che l’industria alimentare ci faceva ingurgitare ogni genere di schifezza abbiamo un quadro indicativo di quanto è cambiato il nostro mondo. Ricordiamocene quando troviamo qualcuno che rimpiange i “bei tempi andati”.

legge di stabilitàIn ogni caso bisogna che lo Stato spenda un po’ di soldi (per il trasporto pubblico per esempio) e che li spendano anche i privati (la sostituzione delle auto imposta dalle norme sulle emissioni grava sulle tasche dei cittadini). Già, i soldi. Averceli. Però è appena stata approvata una legge finanziaria che ne spende un po’ e senza una finalità chiara, diciamo per catturare la simpatia dell’opinione pubblica. Per esempio non pagheremo più la Tasi sulla prima casa. Oppure i 500 euro che i diciottenni riceveranno in regalo dallo Stato da spendere in teatri, cinema, libri e quant’altro. In tempi di vacche magre non era meglio spendere con criterio e soprattutto facendo degli investimenti?

Sempre a proposito di soldi il nostro Presidente della Repubblica ci ricorda nel messaggio di fine d’anno che l’evasione fiscale toglie tante risorse allo Stato e costringe a spremere di più chi paga per tutti. Poiché il tema è all’ordine del giorno da qualche decennio e non si tratta di scoprire il segreto della fusione nucleare è lecito pensare che il potere politico-amministrativo voglia proteggere chi evade un po’ di più o un po’ di meno a seconda dei governi. Altrimenti in 30-40 anni tutto sarebbe stato risolto.

buche RomaAncora soldi e spesa pubblica. C’è un’ampia scelta, ma tocchiamo l’ultimo caso. A Roma una trentina di persone sono state arrestate per aver manipolato gare locali a suon di mazzette. Uno dei tanti fatti “minori” che popolano le cronache italiane. Eppure emblematico.

In poche parole lo stato disastroso delle strade romane è dovuto all’associazione a delinquere tra funzionari comunali e imprenditori che dovevano effettuarne la manutenzione. Nella vicenda sono comparsi anche i casi degli asili nido, delle scuole materne e degli ospedali. Stessi trucchi ormai straconosciuti: corruzione, appalti pilotati, prezzi gonfiati, opere eseguite male. Cioè soldi buttati e sottratti ad usi produttivi.

Come scrive Lionello Mancini sul Sole 24 Ore: “le ultime mazzette romane raccontano l’Italia dell’economia deteriore, quella avida di denaro pubblico, indifferente al benessere dei cittadini, ostile al mercato. Non è tutta l’Italia, ovviamente, ma quella parte difficile da quantificare che a Roma compra i funzionari infedeli e in Calabria, anziché dialogare con lo Stato, si genuflette preventivamente al boss locale per evitare guai e contrattempi, in cambio del solito 3% sul lavoro da eseguire. Dopodiché, proprio come i fragili asfalti capitolini, anche lì le pareti delle gallerie e i pilastri risultano al limite della sicurezza, i paesi scivolano su enormi frane, nell’alveo delle fiumare sorgono case e interi villaggi turistici. È l’Italia corrotta e scorretta, matrigna distratta dei braccianti che collassano nei campi per 2 euro all’ora, come dei dipendenti comunali che scansano il dovere mentre sui social network imprecano contro lo Stato inefficiente e sprecone”.

Italia malataE dai soldi passiamo a valutazioni complessive sul sistema paese. Ne scrive Federico Fubini sul Corriere della Sera a proposito dei report sull’Italia che circolano nelle istituzioni europee.

Una nazione con la più bassa quota di laureati fra le trenta democrazie industriali, che ne spinge uno ogni dieci a emigrare (anche) perché il costo di aprire un’impresa è fra i più alti al mondo, non ha più molto tempo. Per evitare un lungo declino nel ventunesimo secolo, le serviranno un approccio radicale e molti anni. Quest’Italia che ormai da un quindicennio sta perdendo contatto con i migliori standard produttivi dell’Occidente non può aspettare: il cambio di rotta è «urgente» proprio perché girare questa nave sarà un’operazione lenta.

…..è da metà degli anni ‘90 che il reddito per abitante in Italia perde terreno rispetto alle altre economie europee. Un problema specifico spiega questo ritardo: in Italia la «produttività totale dei fattori» è in calo (in media dello 0,3% l’anno) dalla fine del secolo scorso. È un caso praticamente unico, mentre cresce quasi ovunque nel resto d’Europa e ancora di più negli Stati Uniti (vedi grafico). Questo è l’indicatore che riassume la ricchezza che si crea in un’ora di attività produttiva, una volta sommati tutti i fattori che vi contribuiscono: l’organizzazione e le regole del lavoro, le competenze, gli investimenti e la tecnologia, la burocrazia, l’apertura del mercato, le infrastrutture o le forniture energetiche. La «produttività totale dei fattori», più del debito o della crescita, è il termometro del sistema. E in Italia, caso quasi unico, va giù da 15 anni”.

rimboccarsi le manicheSe pensiamo che il rimedio a tutto ciò sia la crescita del Pil dello 0,8% o che un governo possa in un paio d’anni fare il miracolo ci stiamo prendendo in giro. Quindi è inutile gongolare per le difficoltà del governo Renzi perché saranno le stesse che dovrà affrontare qualunque altro governo. Bisognerebbe rimboccarsi le maniche e lavorare per un paio di decenni almeno sotto la guida di classi dirigenti illuminate e unite dal desiderio di risollevarsi dal baratro a prescindere dalle rispettive collocazioni politiche. E bisognerebbe che la maggior parte delle componenti della società condividesse questo sforzo. Altrimenti prepariamoci a fare bilanci di fine anno sempre più desolati contentandoci di crescere un pochettino al rimorchio degli altri vivendo comunque peggio

Claudio Lombardi

Un colpo al cerchio e un colpo alla botte

Renzi ha furia di portare a casa risultati. Fregatura o no? Non si sa, ma intanto la pressione c’è. Non tutto è chiaro in quello che propone, anzi, ma spesso si ha la sensazione che parta d’istinto un freno non appena la discussione minacci di arrivare ad una decisione concreta.

Che stranezza. Ai tempi dei sacrifici non si restava troppo a discutere e tagli e aumenti di imposte fioccavano senza troppe resistenze compreso il pasticcio sulle pensioni. Sulla trasformazione del Senato si fanno appelli estremi come se ci fossero i carri armati davanti al Parlamento, ma in fin dei conti sempre un sistema parlamentare resta con una sola camera eletta direttamente come si è detto tante volte a partire dagli anni ’60. Comunque 7-8 mesi di discussione possono cambiare molto.

Invece la legge elettorale resta in alto mare e qui si ha la netta sensazione che il freno sia voluto come d’altra parte è sempre stato negli ultimi anni. Fino a che resta la legge elettorale stravolta dalla Corte Costituzionale i parlamentari stanno tranquilli che non si voterà. E la furia di Renzi che fine ha fatto?

Lavoro. Qui non ci vuole un genio per capire che la chiave della riforma è di nuovo la precarietà. Tre anni di rinnovi a tempo determinato a licenziamento libero sono quanto di meglio i datori di lavoro potessero aspettarsi. Ma il punto non è costringerli per forza ad assumere a tempo indeterminato, ma, come si è detto tante volte, rendere il contratto a tempo determinato o precario più costoso e scoraggiare i furbi. Anche creando un reddito minimo che faccia concorrenza a certi salari da fame.

Soprattutto bisogna trovare qualcosa su cui lavorare però. E qui ci sarebbe solo l’imbarazzo della scelta almeno in alcuni settori. Li vogliamo più turisti oppure no? La vogliamo proteggere Pompei dall’incuria e dai gruppi paramafiosi che la sfruttano o no? Vogliamo sistemare il territorio o aspettiamo le frane e le alluvioni per stanziare i soldi per gli sfollati? Per non parlare delle nuove imprese e dei contesti territoriali in cui si trovano ad operare. O della fibra ottica che manca persino al nord est. O delle strade intasate che quello che deve portare i suoi prodotti all’estero paga sempre di più.

Insomma c’è molto da fare, meglio armarsi di pazienza e di coraggio

Governo: due passi avanti o mezzo indietro?

Sembra strano, ma il succo dell’Italicum sta tutto in quel piccolo ballottaggio che dovrebbe portare ad un solo vincitore delle elezioni. Ma come, anni e anni di polemiche, discussioni, convegni (che però danno lavoro a tante persone…), saggi, studi e, infine, la bomba della sentenza della Corte Costituzionale e poi questa è la riforma elettorale? Pare di sì. A Berlusconi piacendo ovviamente che è tornato ad essere la variabile indipendente della politica italiana (indipendente perché tutti devono tenere conto delle sue giravolte). Una riforma meglio di niente non certo il massimo cui si poteva aspirare.

Nel frattempo il governo ha trovato addirittura venti miliardi da spendere in riduzioni fiscali. Sempre benvenute, sia chiaro, ma siamo poi così sicuri che si traducano in un rilancio dell’economia? Avere più soldi da spendere per chi guadagna poco è una cosa buona e necessaria e, quindi, è giusto farla.

Se, però, ci affidiamo a 80 euro al mese in più in tasca non andiamo lontani. Meglio sarebbe lanciare un piano di opere pubbliche e infrastrutturali a tappeto. Ma non si farà perché il ritorno in termini di immagine non equivale a 80 euro in più a milioni di persone. Ci saranno, è vero, i lavori per la messa in sicurezza delle scuole. Meglio di niente sono di sicuro.

Possiamo dire due passi avanti o mezzo indietro?

La questione fiscale: promemoria per il governo

pressione fiscaleOgni tanto bisogna ripeterlo: diritti e doveri sono il modo di inquadrare il rapporto tra individuo e collettività; la fiscalità generale è lo strumento principale con il quale i doveri rendono possibili i diritti in modo strutturale perché forniscono le risorse per attuarli.

Il problema di fondo che si ripropone da decenni è una sproporzione degli oneri tra cittadini: il MEF (Ministero Economia e Finanze) ci dice che gli imprenditori, i liberi professionisti e gli autonomi concorrono con un misero 5% dell’intero gettito IRPEF pur possedendo, più o meno, il 75% dell’intero reddito nazionale. Il contrario avviene per i lavoratori dipendenti e pensionati: 95% del gettito IRPEF e 25% del reddito nazionale.

Bisogna ricordarlo perché degli imprenditori si parla spesso come di vittime della crisi ed è sicuramente, in parte, vero, ma se non si riequilibra il carico fiscale continueranno ad essere vittime non di una generica crisi bensì di un impoverimento dei ceti che vivono di redditi fissi e che sopportano gran parte delle entrate fiscali con conseguenze a catena sul mercato interno e sulle finanze pubbliche. Ipocrita poi dire che bisogna tagliare i servizi pubblici o l’assistenza sociale.

equità fiscaleIl modo per sistemare questa sperequazione ci sarebbe e consiste nella sempiterna lotta all’evasione e all’elusione fiscale. Un libro pubblicato di recente (Livadiotti, Ladri, Bompiani editore) illustra la cruda realtà di un sistema calibrato per non contrastare l’evasione che rimane un fenomeno di grande portata per precise scelte politiche e, in particolare, di una parte politica ben precisa: il centro destra.

Ovviamente è anche giusto dire che il fisco non può essere cieco e ottuso e deve rispettare il cittadino senza soffocarlo. Ma le due cose vanno insieme perché il principio “pagare tutti, pagare meno” è sacrosanto e bisognerebbe aggiungere “chiedere con equità e intelligenza” perché non c’è peggiore istigazione alla violazione di una norma stupida messa lì da burocrati concentrati sugli adempimenti formali e non sugli effetti e sui risultati.

Bisogna, quindi, che chi sta al governo abbia il coraggio di non farsi guidare dalle burocrazie ministeriali, ma ne prenda la guida dettando gli obiettivi da raggiungere e dialogando con le organizzazioni sociali per recepire sollecitazioni e proposte. Ma, prima ancora, deve decidere di abbandonare definitivamente il “partito” dell’evasione fiscale. Renzi in Parlamento ha assunto anche questo impegno vedremo se lo farà veramente.

Governo Renzi primo atto

Se il governo si giudicasse dal discorso programmatico del Presidente del Consiglio bisognerebbe dire che la novità c’è ed è forte perché nelle sedi istituzionali la forma è anche sempre sostanza. Il linguaggio nuovo, diretto, informale di Renzi; il rivendicare una sua responsabilità personale; l’insistenza sulle scadenze immediate; l’impressione generale di schiettezza. Tutti  elementi di un modo di presentarsi agli italiani che non appare solo immagine, bensì tentativo serio e determinato di recuperare il fossato che si è scavato tra società e politica.

Renzi si presenta come uomo nuovo che parla la lingua dei cittadini e che incalza i politici che siedono nelle istituzioni sfidandoli ad uscir fuori dalle diplomazie e dalle prudenze rituali per misurarsi sul terreno che Renzi stesso sceglierà di volta in volta per loro.

I commentatori, politici e di opinione, sollevano molte critiche alla ricerca dell’errore (manca questo, manca quello, la mano in tasca, la battuta) forse non rendendosi conto che quel discorso è rivolto agli italiani più che a loro perché Renzi sa che gli italiani saranno i veri giudici del suo lavoro.

Decenni di discorsi rituali, retorici e astratti messi a raffronto con l’esperienza concreta hanno diffuso un sano scetticismo verso gli impegni altisonanti e vacui. Quelli di Renzi, invece, appaiono schietti così come lo è la rivendicazione dell’errore e del fallimento come esito possibile del suo governo. Basta riflettere un po’ per capire che vale molto più questa impostazione di qualunque serie di cifre e di dati che avrebbero potuto infarcire il discorso programmatico.

D’altra parte ciò non ha impedito a Renzi di assumere impegni precisi e piuttosto vincolanti (il pagamento dei debiti con le imprese, la lotta alle burocrazie) su cui inevitabilmente sarà giudicato. Certo, non impegni di  tipo rivoluzionario di sinistra che nell’Italia di oggi nessun governo potrebbe assumere.

Tutto sommato un impianto programmatico nel quale e verso il quale ci saranno tantissimi spazi di iniziativa per chi avrà la volontà di costruire la futura alternativa. Purchè si renda conto che non potrà che partire dal basso costruendo una democrazia partecipata fondata sull’attivismo civico e su una nuova cultura civile

Governo: solo un frizzante stilnovo ? (di Claudio Lombardi)

renzi frizzante stilnovoDi ogni governo che inizia il suo cammino si può giudicare il modo in cui si è giunti alla decisione di formarlo, il modo in cui sono state condotte le trattative per decidere programma e incarichi, le dichiarazioni programmatiche con cui si presenta al Parlamento.

Queste ultime si conosceranno lunedì e, quindi, per serietà il giudizio andrà dato dopo averle ascoltate e valutate. Ogni governo nasce per governare e il programma sul quale ottiene la fiducia del Parlamento è l’atto fondamentale su cui misurarne la validità. Per importanza va oltre gli altri fattori sopra indicati e conta meno dell’esperienza reale del governo governante cioè della verifica della fattibilità delle sue proposte (oltre che della loro verità).

Ma, oggi, giorno del giuramento ci si può limitare ad esprimere un’opinione solo sulle modalità con le quali si è giunti alla sua formazione. Ebbene, da questo punto di vista, il giudizio non può essere né positivo né negativo. La squadra di governo costituisce sicuramente una novità per il numero di donne e per l’età media a cominciare da quella del Presidente del Consiglio. Non c’è dubbio che si tratti di due elementi positivi perché, comunque, innovativi rispetto alla tradizione italiana. Sulla validità dei membri del governo poco si può dire perché ciò che conta è la prova che daranno delle loro capacità nel lavoro concreto e non il curriculum in base al quale sono stati scelti.

trattative per il governoDa mettere nella parte del negativo c’è il modo in cui si è giunti ad imporre il cambio del governo e le trattative con le quali si è giunti a formarne un altro. Sul primo punto molto è stato scritto ed è inutile ripetere che sarebbe stato più opportuno rinviare a nuove elezioni la nascita di un nuovo governo. Adesso bisogna solo aggiungere che quando si pretende, come hanno fatto Renzi e la maggioranza del PD, che un governo si dimetta e che se ne formi un altro bisogna poi dimostrare con i fatti che ce ne fosse assoluto bisogno e che si tratti effettivamente di una novità degna della forzatura che è stata fatta.

Ebbene, dai primi atti, sembra che entrambi questi requisiti non siano stati soddisfatti. La novità dei volti nuovi e giovani, la novità della presenza femminile, la novità dell’immagine del Presidente del Consiglio non bastano. La maggioranza non è cambiata e non sono cambiate le modalità (abbastanza scontate) delle trattative per gli incarichi.

PD e larghe inteseNella parte del negativo, in verità per il solo PD, c’è anche l’aver consolidato il percorso che ha trasformato la proposta elettorale di un anno fa (alleanza con Sel, l’Italia bene comune) in qualcosa di opposto passando attraverso un governo di necessità che, ora si capisce, essere stato di necessità in base ad un progetto politico non detto, ma implicito. La prima manifestazione fu il sabotaggio della candidatura di Prodi a Presidente della Repubblica e da allora il progetto di una larga intesa tra centro destra e centro sinistra è stato perseguito con determinazione fino ad ipotizzare di portarci a termine la legislatura.

Un problema per il PD certamente che ancora non ha deciso cosa è e cosa vuole, ma un problema anche per l’Italia visti i risultati deludenti del governo Letta che è stata la seconda prova (dopo Monti) di una maggioranza fra indirizzi politici che dovrebbero essere opposti, ma che, forse, sono, alla fin fine, uniti da un istinto di conservazione e da una mancanza di coraggio molto forti. Da lunedì vedremo se il governo Renzi riuscirà a cambiare verso o se dovremo contentarci di un frizzante “stilnovo”.

Claudio Lombardi

Timeo Verdini et dona ferentes (di Roberto Angeli)

accordo Renzi BerlusconiPare che Renzi stia per partorire. Un travaglio un po’ più lungo ed agitato del previsto, con pentacontrazioni fastidiose e qualche voglia pruriginosa sopita, ma che comunque dovrebbe arrivare in porto a breve.

Si potrebbero muovere legittime critiche, di metodo e di merito, al nascente Esecutivo ed al suo Leader. Alcune molto ben fondate. Ma almeno una cosa va detta……alea iacta est! Finalmente va al macero la finta fratellanza caina, quella delle frasi rassicuranti e dei coltelli nella schiena, e si dismette il facile alibi del “se ci fossi stato io…” consegnando le chiavi di casa al nuovo Premier. Il redde rationem è alle porte e potremo seguire il risultato in diretta stando attaccati alla radiolina.

Però il buon Matteo si trova a non poter giocare la partita – per scelta o necessità – sul suo campo. Il tempo gli era nemico ed i margini ristretti. La gioca sull’unico campo che al momento è a disposizione, quello con le righe tirate da Alfano, e un po’ di regole dettate da Mr. B., sperando di poter comunque imporre il suo gioco. Non la condizione ideale per chi auspicava – ripetendolo più volte ad alta voce – di entrare a Palazzo Chigi con un fresco raccolto di voti. Ci entrerà guidando la sua auto, e standoci pure un po’ stretto considerando la quantità di convertiti dell’ultima ora che sono saliti sulla Smart del vincitore (anche i motti si adeguano ai tempi). Ma tant’è….chi in politica non ha mai voltato la rotta scagli la prima pietra.

equilibrio precario PDQualche compromesso, qualche posto da assegnare, ed i piddini troveranno la loro ennesima unità, rigorosamente temporanea: è la logica politica del Panta rei, che da Eraclito arriva dritta fino in via del Nazareno.

Ma dovrà fare i conti bene Matteo, perché Alfano si farà pagare il suo appoggio parlamentare. In primo luogo imponendo un perimetro politico ben chiaro: nessun governo di centrosinistra (senza trattino) ma la riproposizione pedissequa della formula che fu di Letta. Per un partito (l’NCD) che contemporaneamente deve ricavarsi uno spazio nel centro-destra e che però non può rompere prematuramente con la Casa Madre, con la quale è sempre bene tenere aperto un dialogo in vista di una probabile collaborazione elettorale, divenire il sostegno passivo di un governo chiaramente orientato a sinistra sarebbe imperdonabile. Ed infatti non accadrà.

L’altra posta, ben più ardua da ottenere, sarà la richiesta di una limatura alle soglie della legge elettorale che al momento rendono complessa qualunque collocazione per il neonato partito (sia come membro di una coalizione di centrodestra sia come perno di un polo centrista).
accordo di governoMa qui il margine di manovra si fa minimo poiché Verdini ha un mandato molto netto: nessuna revisione dell’accordo sulle riforme istituzionali, dove FI crede di aver ceduto anche troppo. E’ su questa linea Maginot che si giocherà la tenuta di una partita giocata su due tavoli. Da una parte gli alfaniani con le loro richieste che condizionano la nascita del governo, dall’altra gli arcoriani che tengono duro attorno ad una riforma elettorale che gli concede parecchi atout.

Nel mezzo il Governo e Renzi, che si gioca molto (per lui e per noi) senza poter schierare le truppe come avrebbe desiderato. Ma l’attesa fino al compimento della road map delle riforme lo avrebbe tenuto in standby troppo a lungo, e nessuna euforia dura all’infinito, nessuna messianica attesa supera un tempo dato, nessuna onda ti tiene in alto per sempre. Il Nostro avrebbe rischiato di rimanere ai margini dell’azione, ed ugualmente logorato da un possibile fallimento del governo cui era azionista di maggioranza. Così armato dall’ottimismo della volontà – e noi abbarbicati all’ottimismo della disperazione – il segretario del PD rompe gli indugi e si getta nella mischia. Per aspera ad astra? Speriamolo tutti, che ce n’è di bisogno.

dubbio di RenziMa rimane un piccolo dubbio che lentamente affiora in superficie (a pensare male si fa peccato, lo so….), come se un nuovo Laocoonte me lo sussurrasse. Cosa porta in dono Verdini? Sarà un vero aiuto? Uno scambio dall’utilità vicendevole, quello in cui si combinano riforme istituzionali e governo di legislatura in uno sposalizio per il bene del paese? Forse che questo sacramento invece di essere suggellato dal “finchè legislatura non ci separi” non abbia già il timer acceso tarato sui tempi di FI? E non sarà che, con le regole elettorali di cui sopra, Berlusconi si è già assicurato l’alleanza con Alfano (ed altri ancora), ed entrambi sono pronti a staccare la spina non appena sarà il momento propizio?

Marciare divisi per colpire uniti? Già, una vecchia storia..

Roberto Angeli