Intervista a Thomas Piketty

Thomas Piketty, economista, è autore di un libro, Capital in the Twenty-First Century, che avuto un enorme successo nel mondo anglosassone. Tratta dell’andamento della disuguaglianza economica nel corso degli ultimi due secoli

sostenibilità della disuguaglianzaD.: La sua ricerca ha mostrato che la disuguaglianza sta crescendo e che senza un’azione del governo è probabile che questa tendenza prosegua. Comunque, è corretto assumere che la disuguaglianza è uno sviluppo fondamentalmente negativo per le sue conseguenze sulla società?

Non c’è problema con la disuguaglianza in sé e per sé. In realtà, fino a un certo punto la disuguaglianza è bella e forse anche utile per quanto concerne l’innovazione e la crescita. Il problema è quando la disuguaglianza diventa così estrema che non risulta più utile per la crescita. Quando la disuguaglianza raggiunge un certo livello, porta spesso alla perpetrazione della disuguaglianza per generazioni e generazioni nonché a una mancanza di mobilità all’interno della società. Inoltre, la disuguaglianza estrema può essere problematica per le istituzioni democratiche, perché potenzialmente può portare a un accesso estremamente disuguale al potere politico, e per la capacità dei cittadini di far sentire la loro voce.

Non c’è una formula matematica che ci dica qual è il livello a cui la disuguaglianza diventa eccessiva. Tutto quello che abbiamo è l’esperienza storica e tutto quello che ho tentato di fare con la mia ricerca è di mettere insieme una vasta quantità di esperienze storiche da più di venti paesi nel corso di due secoli. Da questo lavoro possiamo apprendere solo lezioni imperfette, ma è il meglio che possiamo fare. Una lezione, per esempio, è che il genere di concentrazione estrema della ricchezza che abbiamo sperimentato nella maggior parte dei paesi europei fino alla prima guerra mondiale era eccessivo nel senso che non era utile per la crescita e probabilmente contribuì nell’insieme a ridurre la crescita e la mobilità.

PikettyQuesta situazione fu demolita dalla prima guerra mondiale, dalla Grande depressione e dalla seconda guerra mondiale, nonché dalle politiche di welfare state e di tassazione progressiva che vennero dopo questi shock. Di conseguenza, negli anni cinquanta e sessanta la concentrazione della ricchezza fu molto inferiore rispetto agli anni dieci, ma questo non impedì alla crescita di manifestarsi. Se mai, questo contribuì probabilmente all’inclusione di nuovi gruppi sociali nel processo economico e, quindi, a una crescita più elevata. Dunque, un’importante lezione storica del XX secolo è che non abbiamo bisogno di una disuguaglianza come quella del XIX secolo per generare crescita nel XXI secolo e non dobbiamo, quindi, tornare a quel livello di disuguaglianza in Europa.

D.: Come risponderebbe a coloro che dubitano che esistano prove sufficienti per trarre questo tipo di conclusione?

Questa sarà sempre un’inferenza imperfetta, perché siamo nell’ambito delle scienze sociali e non dovremmo farci illusioni su cosa è possibile. Non possiamo condurre un esperimento controllato lungo il XX secolo o ripetere il secolo come se la prima guerra mondiale e la tassazione progressiva non ci fossero mai state. Tutto quello che abbiamo è la nostra esperienza storica comune, ma penso che sia abbastanza per giungere a un certo numero di conclusioni sufficientemente solide.

peso della disuguaglianzaLa lezione che abbiamo già ricordato – che non abbiamo bisogno del genere di disuguaglianza estrema del XIX secolo per avere la crescita economica – è semplicemente una lezione imperfetta, ma ci sono altre lezioni importanti se si considera, per esempio, la crescita della disuguaglianza negli Stati Uniti nel corso del trentennio passato. Per esempio, è utile pagare ai manager uno stipendio di una decina di milioni di dollari piuttosto che solo di un milione? Nei dati questo non lo trovate cioè la performance eccezionale e l’eccezionale creazione di posti di lavoro nelle imprese che pagano i manager dieci milioni di dollari invece che uno. Negli Stati Uniti nel corso degli ultimi trent’anni quasi il 75% dell’incremento del reddito primario aggregato è andato al vertice della distribuzione. Data la prestazione relativamente mediocre della produttività e un tasso di crescita del PIL pro capite dell’1,5% annuo, il fatto che quasi i tre quarti vadano al vertice della piramide non è certo un buon affare per il resto della popolazione.

Ci sarà sempre un dibattito complicato e veemente. La ricerca nel campo delle scienze sociali non trasformerà il conflitto politico intorno al problema della disuguaglianza con una qualche forma di certezza matematica, ma possiamo almeno avere un dibattito più informato utilizzando l’evidenza storica dei diversi paesi. In definitiva, questo è ciò a cui mira la mia ricerca.

D.: Quali politiche specifiche si possono usare per evitare di tornare a quei livelli estremi di disuguaglianza che lei ha discusso?

trasparenza finanziariaC’è un gran numero di politiche che si possono usare in combinazione per regolare la disuguaglianza. Storicamente, il meccanismo principale per ridurre la disuguaglianza è stata la diffusione della conoscenza, delle capacità e dell’istruzione. Questa è la forza più potente per ridurre le disuguaglianze fra i paesi: ed è quello che abbiamo oggi, con i paesi emergenti che raggiungono i paesi più ricchi in termini di livelli di produttività. Talora essa può operare anche all’interno dei paesi, se abbiamo istituzioni sociali e educative sufficientemente inclusive che consentono a vasti settori della popolazione di accedere alle capacità giuste e ai posti di lavoro giusti.

Comunque, per quanto l’istruzione sia enormemente importante, talvolta da sola non è sufficiente. Per evitare che i gruppi con i redditi più elevati e quelli con la ricchezza più elevata si separino, di fatto, dal resto della distribuzione e crescano molto più velocemente del resto della società, abbiamo bisogno anche di una tassazione progressiva del reddito e di una tassazione progressiva della ricchezza – sia della ricchezza ereditata che di quella annuale. Altrimenti, non c’è un meccanismo naturale per evitare che si produca di nuovo quel genere di concentrazione estrema del reddito e della ricchezza cui abbiamo assistito in passato.

Soprattutto, ciò di cui abbiamo bisogno è la trasparenza finanziaria. Abbiamo bisogno di monitorare in maniera più efficace la dinamica di tutti i diversi gruppi di reddito e di ricchezza in modo da poter adattare le nostre politiche e i livelli di tassazione a ciò che osserviamo nella realtà. La mancanza di trasparenza è attualmente la massima minaccia – un giorno potremmo ritrovarci in una società molto più disuguale di quanto pensavamo.

Tratto da LSE/EUROPP (trad. a cura della Redazione di lib21.org)

Abbattere la disuguaglianza: cominciamo con un tetto alle retribuzioni dei top manager (di Lapo Berti)

Nell’anno 2010 il rapporto tra il compenso percepito da un lavoratore dipendente e un amministratore delegato è stato di uno a ottantasei nel settore del credito (con picchi oltre le cento volte) e di uno a centodieci nell’economia nel suo complesso. Non siamo ai livelli massimi dell’economia mondiale, dove la retribuzione di un top manager può essere 900 volte quella di un lavoratore medio, ma ce n’è abbastanza perché anche qui suoni un campanello d’allarme.

Il 15 marzo scorso le segreterie nazionali delle associazioni del credito hanno inviato al Presidente del consiglio, al Governatore della Banca d’Italia e al Presidente dell’ABI una lettera in cui chiedono che venga posto un limite al divario fra le retribuzioni dei manager del settore bancario e quelle dei semplici dipendenti. Nella lettera, tale limite di “sostenibilità” della disuguaglianza è fissato a 20 volte.

A parte la misura con cui l’attuale governo ha posto il limite di 300.000 alle retribuzione percepite dai manager della Pubblica amministrazione, è la prima volta, per quanto ne so, che si affronta direttamente il problema dell’abnorme disuguaglianza fra i redditi percepiti dai manager delle grandi imprese e quelli dei comuni lavoratori.

Un divario, anche consistente, fra le retribuzioni di queste due categorie c’è sempre stato, naturalmente, ma è solo negli ultimi decenni dominati dalla versione neo-liberale della parola d’ordine “Arricchitevi!”, che esso ha raggiunto il livello di guardia, segnalando che nei nostri sistemi economici c’è qualcosa che non va. Un sistema che produce al proprio interno queste intollerabili, e ingiustificate, differenze di reddito e, quindi, di ricchezza fra coloro che ne fanno parte e che contribuiscono variamente al suo mantenimento, alla fine è destinato a implodere di fronte all’incapacità di mantenere un ordine sociale degno di questo nome. Tutte le statistiche mostrano, infatti, una stretta correlazione fra il livello di disuguaglianza che domina in un certo paese e i problemi sociali che esso si trova ad affrontare: dal basso livello di fiducia alle malattie mentali, dalle aspettative di vita e la mortalità infantile all’obesità, dagli omicidi al numero dei detenuti, dalla riuscita scolastica alla mobilità sociale.

Non basta la ricchezza in sé a risolvere o ad attenuare i problemi sociali. Occorre anche che sia distribuita in maniera sufficientemente egualitaria. E’ quanto ci mostrano le statistiche che mettono costantemente in cima alle classifiche dei paesi che meglio affrontano i problemi sociali quelli che non solo hanno elevati livelli di reddito e di ricchezza, ma li distribuiscono in maniera egualitaria fra le diverse categorie di cittadini. Il drappello dei paesi virtuosi comprende, in ordine, il Giappone, la Finlandia, la Norvegia, la Svezia, la Danimarca, il Belgio, l’Austria, la Germania. Non cercate l’Italia fra questi, perché essa tende a stare con quelli meno virtuosi, in cui la distribuzione del reddito è più disuguale, il Portogallo, gli Stati Uniti, la Grecia, la Nuova Zelanda.

Se ne ricava una morale semplice da enunciare, ma difficile da mettere in pratica, specialmente nei paesi, come il nostro, in cui una politica debole e alla disperata ricerca di consenso non può permettersi scelte drastiche in termini di tassazione. Se si vuole uscire dalla crisi, da questa crisi, e incamminarsi verso un ordine economico e sociale protetto dagli eccessi cui abbiamo assistito, occorre dedicare molta attenzione alla distribuzione del reddito e della ricchezza. La riduzione della disuguaglianza è il modo più efficace e immediato per migliorare la qualità della vita di tutti noi e anche la qualità dell’ambiente sociale in cui viviamo.

Fissare un tetto massimo al divario fra le retribuzioni dei top manager e quelli della media dei lavoratori può essere un primo passo, può essere un segnale, un modo forte di attirare l’attenzione su di un problema che sta dissestando gli equilibri sociali, oltre che ponendo in questione l’efficacia dell’ordinamento democratico delle nostre società. Ma non può essere la soluzione definitiva. Prima di tutto perché non si può affidare alla contrattazione fra parti sociali la fissazione di condizioni e parametri che hanno a che vedere con il bene comune e ne definiscono i contenuti. Una contrattazione fra parti sociali, per quanto animata dalle migliori intenzioni, è sempre esposta al rischio di scambi politici che, per quanto legittimi in ambito sindacale, non lo sono quando si devono fissare le regole che governano una comunità nel suo insieme. Occorre, quindi, aprire una stagione di riflessione collettiva e di dibattito pubblico in cui porre il problema di un nuovo modello economico e sociale e di un nuovo patto sociale che consenta di affrontarlo.

L’iniziativa delle associazioni italiane del credito è, comunque, da salutare con favore e da sostenere con forza, perché pone sul tavolo un problema di fronte al quale nessuna forza politica che aspiri a guidare l’uscita dalla crisi che stiamo attraversando potrà sottrarsi o evitare prese di posizione chiare ed esplicite. Da questa crisi di sistema si esce stabilmente soltanto se riesce a indirizzare l’economia capitalistica entro un sistema di regole che definisca, in primo luogo, i limiti, anche di rango costituzionale, che vanno posti all’esercizio del potere economico in mani private. Il potere economico deve essere strutturalmente separato dagli altri poteri che governano la società e posto in condizione di non interferire con il loro equilibrato esercizio. Il primo passo in questa direzione sta nell’evitare che gli uomini che si trovano a gestire il potere economico privato e pubblico lo sfruttino a fini personali, per creare disuguaglianze che la società non è in grado di tollerare, perché minano le basi della coesione fra gli individui. Il secondo passo, ancora di là da venire, sarà quello di regolare le dimensioni delle imprese economiche in modo da porle in equilibrio con le capacità di governo nazionali e sovranazionali. Non è più tollerabile, infatti, che formazioni economiche private possano accumulare un potere di condizionamento economico e, quindi, anche politico, capace di fronteggiare e, talora, di sovvertire le decisioni dei governi. Sono questi, crediamo, i primi punti nell’agenda politica del nuovo millennio.

Lapo Berti da www.lib21.org