Due o tre pensieri sulle elezioni 2018

Un bel rimescolamento di carte queste elezioni 2018. I numeri che contano sono 70, 4,5 e 18,7. La prima cifra è la somma dei voti di M5S e centrodestra; la seconda quelli delle sinistre extra Pd; l’ultimo la percentuale presa dal Pd.

Pur essendo stato dato su programmi diversi non vi è dubbio che quel 70% esprime una protesta contro le politiche che hanno segnato la stabilità italiana che, nel rispetto dei vincoli di bilancio, ha portato a diversi positivi risultati di governo (economia, lavoro, diritti). Sia nella versione Lega che in quella di Forza Italia o di FdI e in quella del M5S il tratto che le accomuna è la spinta a fuoriuscire dalle compatibilità finanziarie con un taglio di tasse e un’espansione della spesa pubblica. La stragrande maggioranza dei votanti ha detto quindi che è stufa di sentirsi dire “non si può fare perché dobbiamo stare nei limiti”. Di fronte alle promesse di un radicale taglio di imposte con la flat tax non è stata tanto a guardare per il sottile se convenisse veramente e a chi, ma ha detto sì. Stessa reazione per il cavallo di battaglia dei 5 stelle, il reddito di cittadinanza. Significativo che il messaggio del taglio è passato nelle zone più sviluppate e quello dell’assistenzialismo in quelle meno sviluppate. Ciò che conta però è il duplice messaggio che è arrivato agli elettori: superiamo i vincoli, torniamo a spendere.

Anche sulla questione migranti la scelta è stata di rottura e le due componenti che si dividono il 70% l’hanno rappresentata. Come ampiamente annunciato dai tanti episodi di protesta l’immigrazione caotica non gestita dai poteri pubblici e l’accoglienza in stile emergenziale con i suoi scandali, i suoi sprechi e soprattutto la sua insensatezza (immigrati parcheggiati a caro prezzo e poi lasciati liberi di vagare alla ricerca di fortuna nel territorio nazionale con l’effetto di ingrossare le file dei lavoratori sfruttati fino al limite dello schiavismo e quelle della microcriminalità) ha prodotto una ribellione di massa. Lo si era detto: gli appelli alla solidarietà hanno un limite superato il quale o si accetta di sopportare un peggioramento della propria vita o ci si ribella. Tanti italiani hanno scelto quest’ultima strada. Ovviamente superfluo ripetere che a sopportare le conseguenze di un’immigrazione disordinata e di una gestione fuori controllo sono state le periferie e le zone popolari già messe sotto pressione per conto loro. C’è da dire che solo con il governo Gentiloni e grazie al ministro Minniti è cambiato qualcosa e questo gli italiani l’hanno ricordato.

C’erano però altre liste che diffondevano un messaggio di ribellione ai vincoli europei e di espansione della spesa pubblica: LeU e Potere al Popolo. Insieme non sono arrivati nemmeno al 5% dei voti. Erano liste chiaramente di sinistra che contestavano il moderatismo del Pd e si presentavano con toni radicali. Niente da fare, gli elettori non le hanno seguite. Alcuni grandi nomi – da Bersani a D’Alema a Grasso – non sono serviti ad attirare maggiori consensi. Sarà la connotazione di sinistra che non convince più con buona pace di quelli che insistono ad indicare la necessità di un’unità delle sinistre come un obiettivo prioritario. Deve essere proprio così perché le due liste coprivano un arco di posizioni molto ampio dal riformismo tranquillo di un Bersani con LeU alla vera e propria rivolta dei centri sociali con Potere al Popolo. Dopo queste elezioni sarà difficile tornare ad invocare l’unità della sinistra. Ormai l’etichetta è corrosa dal tempo e andrebbe ristampata.

Il Pd ha pagato non tanto gli errori di Renzi quanto l’incapacità di completare la costruzione di un partito nuovo che andasse oltre la matrice dalla quale è nato. Si parlò all’epoca di fusione fredda tra gruppi dirigenti ex comunisti, ex socialisti, ex democristiani. L’impressione è che da allora non si sia andati molto più in là. Renzi ha avuto il merito di cercare una strada originale con le sue Leopolde e lo slogan della rottamazione, ma non è stato capace di dare una base analitica e strategica solida al partito. Una cultura politica che ha puntato troppo sull’effervescenza, sul giovanilismo, sull’ottimismo edulcorato, sul decisionismo frettoloso. In definitiva una cultura politica basata più sulle intuizioni, ma di scarso spessore. Quindi un merito di Renzi sì, ma anche la responsabilità di aver strattonato un partito confuso e desideroso di identità, ma ancora immaturo. Troppi traumi in pochi anni. Oltre Renzi urge comunque una riflessione molto ampia che non sia piagnisteo o autocoscienza, ma slancio per capire in che mondo si vive e cosa ci si sta a fare e contatto con la realtà in tutte le sue sfaccettature. Sapendo che la politica non è accettare supinamente ciò che ci si trova davanti, ma capacità di immaginare il futuro costruendolo giorno per giorno.

Ora si tratta di capire cosa faranno i partiti perché i risultati non permettono nessuna maggioranza già definita. Non è cosa che si chiarirà in pochi giorni. Difficile pensare all’alleanza stabile di Pd e M5S anche se parrebbe l’unica via d’uscita da una situazione bloccata. Il Pd oggi non se lo può permettere e non lo può permettere un minimo di ragionevolezza. I rispettivi programmi sono alternativi e non conciliabili. Il Pd deve pensare ad altro. Deve risolvere la sua crisi, chiarirsi le idee, ridefinire la linea politica, radicarsi di più nella società. L’unica strada oggi è quella di un governo istituzionale di durata limitata; potrebbe servire a far decantare la situazione e a far emergere proprio quella convergenza programmatica tra forze diverse sulla quale impiantare un governo di legislatura. Quali forze? Lo si vedrà strada facendo. Di fatto il voto di protesta si è concentrato sul M5S e sulla Lega, dunque…. Se ci si riesce, bene; sennò si torna a votare. Un percorso difficile, ma ci si può provare

Claudio Lombardi

Campagna elettorale e segni dei tempi

C’è qualcosa che unisce le promesse esagerate di questa campagna elettorale, la recrudescenza di gruppi neofascisti, l’esasperazione che si percepisce nei toni e nelle argomentazioni con le quali molti persone descrivono la situazione del Paese, gli episodi di violenze nelle scuole da parte di studenti e genitori contro gli insegnanti, l’isteria di massa nei confronti della presenza di immigrati.

Non è facile definire cosa sia, ma si ha come l’impressione che sia saltato il collegamento con la realtà e insieme il senso del limite. L’aggressività si scatena con poco, la ricerca di scorciatoie e semplificazioni la alimenta.

Immigrati. Non c’è dubbio alcuno che l’arrivo in massa e in pochi anni degli immigrati sia stato un acceleratore di contraddizioni e di problemi formidabile che ha pesato quasi soltanto sui ceti popolari. Gli immigrati regolari perché hanno fatto concorrenza al ribasso per i posti di lavoro meno qualificati. Quelli irregolari perché ospitati per periodi lunghissimi in centri di permanenza fatiscenti, ma costosi per le casse dello Stato. Oppure dispersi sul territorio a caccia di soldi e finiti nella piccola delinquenza e nello spaccio di droghe.

È anche vero, però, che spesso ne basta qualche decina per scatenare la collera degli abitanti di un paese, di una borgata, di un quartiere. Immediatamente questi vengono accusati per ogni disagio, per ogni disfunzione anche se preesistenti alla loro presenza. La propria frustrazione personale trova in loro una spiegazione e una valvola di sfogo. Spesso sono i giovani delle zone più popolari a ribellarsi. Sospesi tra una formazione insufficiente e un lavoro dequalificato e poco retribuito, ma spinti verso modelli di consumo superiori alle loro possibilità e privi di strumenti culturali per comprendere la realtà che li circonda individuano negli immigrati una spiegazione semplice ai loro problemi.

Nelle scuole si è diffuso un clima di intimidazione nei confronti degli insegnanti. La presenza invadente dei genitori – eredità degenerata di un’antica stagione di partecipazione – si è troppe volte tradotta nel fiancheggiamento di studenti insofferenti alla disciplina e all’impegno nello studio. Un residuo culturale delle lotte studentesche del passato ha fatto passare il messaggio che lo studente sia portatore di una soggettività superiore a quella che la scuola può consentire nell’ambito delle sue regole di funzionamento. D’altra parte il rito delle occupazioni si manifesta ormai come una grottesca finzione utile solo a slatentizzare le pulsioni anarcoidi degli adolescenti. Di qui all’aggressione fisica dei docenti il passo è stato breve e gli episodi si ripetono con preoccupante frequenza. Bisognerebbe ristabilire una gerarchia nelle scuole ripristinando la distinzione dei ruoli. Gerarchia non come ossequio ad un formalismo fine a se stesso, ma come rispetto della funzione che ognuno ha per il funzionamento del più importante e delicato servizio pubblico del Paese. E gerarchia come espressione del rispetto delle regole che dovrebbe essere la base di ogni educazione alla vita. Certo, bisognerebbe anche ricreare una selezione degli insegnanti migliori mettendo fine alla giostra dei precari entrati nella scuola spesso nessuna verifica le capacità. Nella scuola si è ormai creato un groviglio che soltanto un governo forte può provare a districare. L’aggressività verso i docenti è un segnale di debolezza della scuola che non va sottovalutato.

La presenza di gruppi neofascisti non è certo una novità di questi tempi. Dalla fine della guerra c’è sempre stata e i fascisti sono stati protagonisti della stagione del terrorismo e delle stragi. Oggi rispolverano il loro volto sociale predicando nelle zone degradate e popolari una palingenesi basata sul nazionalismo e sull’espulsione degli elementi estranei alla comunità e mettendo in atto una pratica di appoggio all’illegalità e di conquista fisica del territorio.

Finora non hanno trovato una risposta repressiva all’altezza della sfida che lanciano alla democrazia. Come è spesso accaduto i violenti usano la libertà per tentare di prendere il sopravvento sugli altri. C’è un problema di educazione che dovrebbe partire dalle scuole, c’è un problema di degrado che è tanto sociale quanto individuale e culturale che rende disponibili molte persone alle scorciatoie violente proposte dai neofascisti, ma c’è anche un problema di mettere dei limiti alla forzatura dei valori e delle regole. In Italia la libertà è stata conquistata con una lotta armata combattuta durante una guerra mondiale scatenata dal nazismo e dal fascismo. Fascismo e antifascismo pari non  sono e non bisognerebbe mai dimenticarselo. Il fascismo deve essere represso perché è inaccettabile che si tenti di farlo rinascere. Ci vuole la battaglia culturale, ci vuole il rifiuto popolare e ci vuole la sacrosanta repressione. Senza timidezze.

Infine le promesse elettorali. Se i partiti pensano di conquistare il consenso con promesse che sono fuori dalla realtà stanno truffando i cittadini perché delle due l’una: o vengono mantenute e si scassano i conti dello Stato aprendo la strada a scenari di rottura con l’Eurozona che per l’Italia sarebbero davvero tragici; oppure le promesse serviranno solo ad acquistare il voto degli elettori e saranno abbandonate subito dopo.

La questione di fondo allora è solo una ed è discriminante: dire la verità e prendere impegni che siano credibili. La prima verità è che l’Italia non aderisce all’euro e non sta in Europa per fare un favore alla finanza mondiale, alla Germania o alle banche. L’Italia deve stare in Europa e nell’euro perché se sta da sola affonda in un debito pubblico impazzito e in una competizione europea e mondiale senza protezioni e senza regole. Chi crede a Salvini e ai neofascisti, ma anche al M5S (che adesso ha nascosto l’idea di spingere verso l’uscita dall’euro, ma la tiene sempre di riserva), fa del male a se stesso e al Paese.

Molti italiani descrivono la situazione nazionale come se fossimo ridotti allo stremo. Non vogliono vedere i passi avanti che sono stati fatti in ogni campo sociale, economico e dei diritti civili. Se questo serve come presa di coscienza collettiva per fare di più e meglio è un bene.  Ma deve essere accompagnato dall’impegno individuale e dall’assunzione di responsabilità. Se, invece, serve come giustificazione per continuare a fare il proprio comodo allora è la manifestazione del tipico individualismo anarcoide che è uno dei pesi che gravano sul sistema Italia. Purtroppo ci sono forze politiche come il M5S e la Lega che hanno suscitato la rabbia ottenendo quest’ultimo risultato. È difficile pensare che in tal modo riusciranno a governare bene il Paese.

In queste elezioni ci giochiamo molto perché dopo anni di crisi abbiamo raggiunto una discreta stabilità, l’economia è in netta ripresa, salari e stipendi ricominciano a crescere. L’unica proposta sensata è continuare così. Meglio un leggero e costante progresso che un salto in alto e una rovinosa caduta guidata da avventurieri e incompetenti

Claudio Lombardi

Ancora sugli immigrati

Decisamente gli immigrati sono al centro di questa campagna elettorale. Che siano il problema numero 1 dell’Italia è falso. Per fortuna o per sfortuna i problemi numero 1 non ci mancano e nessuno fra questi ha a che fare con l’immigrazione. Ciò che conta, però, è la percezione di una parte dell’opinione pubblica che valuta “a pelle” il peso delle varie questioni sulla sua vita quotidiana. Nelle periferie delle grandi città o dovunque vi sia una discreta presenza di immigrati pochi avvertono come un problema l’inefficienza degli apparati pubblici, lo spreco di risorse, i limiti dell’economia, le carenze nei servizi pubblici e nelle infrastrutture. Si tratta di questioni che sfuggono al controllo e anche alla comprensione del cittadino medio che è portato più ad accettarli come dati di fatto, mentre, invece, considera gli immigrati un intralcio e un peso che gli si para davanti in carne e ossa.

Bisogna dunque ammettere che il problema immigrati esiste. La loro presenza si impone a chi conduce la vita normale di un italiano a medio e basso reddito che usa i trasporti pubblici, che vive in zone popolari, che è in graduatoria per l’assegnazione di un appartamento di proprietà pubblica, che teme un furto in casa o uno scippo per strada, che vede gli spacciatori agire indisturbati nel suo quartiere, che è in lista di attesa per prestazioni sanitarie. Si impone anche a chi vive da anni la concorrenza al ribasso nel mercato dei lavori di bassa qualificazione. E poi in un’epoca di contrazione delle risorse destinate ai servizi pubblici e all’assistenza e di crisi economica tutto viene, ovviamente, amplificato.

L’immigrazione in Italia ha una lunga storia. Forse molti ricordano l’epoca dei lavavetri polacchi che all’inizio degli anni ‘80 erano una presenza diffusa per le strade delle più grandi città italiane. Poi arrivarono gli albanesi con gli incredibili episodi degli sbarchi da 20 e 27 mila persone nell’estate del 1991 in Puglia (gestiti malissimo dal governo italiano, ma molto bene dai pugliesi). Poi fu la volta dei romeni, dei sudamericani, dei filippini, dei cinesi e di tanti altri. Da subito albanesi e romeni di distinsero nel mondo della criminalità e della prostituzione per la capacità organizzativa e la ferocia di cui diedero prova. Si disse allora che l’Italia era una meta preferita per la debolezza delle sue forze di polizia, del suo ordinamento giudiziario e la mitezza delle pene. Purtroppo era vero ed è vero anche oggi. Il controllo del territorio da parte dello Stato non c’è. Lo spaccio minore non viene di fatto più colpito (è caduto l’obbligo di arresto in flagranza degli spacciatori) e invade le piazze e gli spazi pubblici delle periferie e delle zone più frequentate. I furti in appartamento non sono perseguiti. Gli scippi non sono puniti (ci sono dei veri campioni con decine di denunce che continuano ad agire indisturbati). Tutti reati nei quali prevale la presenza degli immigrati. Inutile far finta di nulla di fronte alla realtà.

Il problema esplode, però, con gli sbarchi dei migranti provenienti dal nord Africa. Tra loro pochi in fuga dalla guerra e molti in cerca di una vita migliore o, semplicemente, di occasioni di guadagno.

I dati parlano chiaro. Dal 2002 al 2017 sono sbarcate sulle coste italiane oltre 913.000 persone, ma quasi 625.000 solo dal 2014 al 2017. Una pressione che ha coinciso con la chiusura delle frontiere che ha impedito, come avvenuto nel periodo precedente, una ridistribuzione “naturale” di migranti in altri Paesi europei. L’Italia non era preparata a tale afflusso. Non lo era per le norme che disciplinano l’immigrazione, non lo era per le strutture di accoglienza costose, inefficienti e persino fonte di traffici malavitosi, non lo era per i tempi di esame delle richieste di asilo. Di fatto centinaia di migliaia di persone che non avevano la possibilità legale di cercarsi un lavoro sono finite in strada a viveri di lavori malpagati, di espedienti, di delinquenza.

L’esasperazione di una parte degli italiani dunque è comprensibile. Sarebbe bene che le forze politiche che si presentano alle elezioni partano da qui. Il governo italiano ha imboccato la strada giusta puntando a limitare le partenze attraverso accordi con le tribù libiche e con alcuni Paesi africani. Non è possibile lavorare per mettere ordine nella gestione delle persone che sono già qui se non si bloccano gli sbarchi. Bisogna abolire il reato di clandestinità (che è una sbruffonata inutile e dannosa) e avviare un censimento di chiunque si trovi sul territorio italiano concedendo visti provvisori per la ricerca di un lavoro legandoli anche alla frequenza di corsi di italiano e di formazione professionale. Solo chi sfugge a questi obblighi o non accetta il permesso di soggiorno temporaneo dovrebbe essere rimpatriato (se esistono accordi col Paese di origine). Nello stesso tempo bisognerebbe realizzare una verifica di tutte le cooperative che hanno in gestione l’accoglienza per chiudere con la vergogna di chi specula sulla pelle dei migranti. Infine bisogna fare un grande investimento sulle forze di polizia perchè riprendano il controllo del territorio. Servono a poco i gipponi dell’esercito nelle piazze centrali. Servono decine di pattuglie in più nei quartieri popolari e nelle periferie. Serve che i reati siano perseguiti e non ignorati.

Invece di chiedere il voto facendo credere ad impossibili magie chi si candida a governare l’Italia dovrà fare sul serio partendo dal lavoro del governo Gentiloni

Claudio Lombardi

Ragioniamo sugli immigrati

Lasciamo perdere l’invasato che si mette a sparare in mezzo alla strada. Lasciamo perdere pure quelli che lo rappresentano come un eroico guerriero. Questi sono casi estremi. Anche nella normalità, tuttavia, quando si parla di immigrati è facile cedere alle semplificazioni dimenticando la realtà. Il filippino che da anni fa il badante ad anziani italiani più o meno malati è immigrato. La signora che fa le pulizie a casa da tanto tempo e che ha la lista di attesa di quelli che la richiedono è immigrata. Il pizzaiolo che sembra un giocoliere con le sue pizze rotanti è un immigrato. Il cinese nel cui negozio andiamo a cercare l’oggetto introvabile altrove è immigrato. E così il cuoco, il giardiniere, il cameriere, l’operaio, il muratore, il piccolo imprenditore. Tutti immigrati che fanno parte della nostra vita quotidiana e dei quali non sapremmo fare a meno. E che non fanno notizia perché loro non sono un problema, anzi, ce ne risolvono tanti a noi italiani.

Il problema sono gli immigrati che sono arrivati in maniera caotica e che abbiamo fatto finta di accogliere per anni ben sapendo (e sperando) che si sarebbero sparpagliati per l’Europa. Invece, a un certo punto, gli altri stati si sono ricordati che esisteva un accordo che costringeva l’Italia ad identificarli e farli rimanere nel suo territorio. E hanno chiuso le frontiere. Così ci siamo dovuti accorgere che non solo non si erano tutti sparpagliati per l’Europa nel corso degli anni, ma che lo avevano fatto in massa in Italia nell’attesa di un improbabile status di rifugiato. Per anni sono continuati gli sbarchi e per anni si sono accumulate persone che cercavano di sopravvivere con gli espedienti a disposizione dei disperati: sfruttamento al limite dello schiavismo, spaccio, furti, prostituzione, elemosine. Più o meno la scelta è questa. I più fortunati un lavoro decente lo hanno conquistato facendo felici i datori di lavoro che hanno scoperto di poter pagare la metà di quanto sarebbe stato giusto.

E poi ci sono stati quelli che con gli immigrati ci hanno guadagnato tappando i buchi di un’accoglienza travestita da emergenza. Il tutto nella cornice di una legge del governo Berlusconi (Bossi-Fini anno 2002) che si lavava le mani facendo finta che l’immigrato fosse scelto direttamente dal datore di lavoro italiano nel suo paese di origine e da lì portato qui con regolare contratto di lavoro al quale seguiva il permesso di soggiorno. Quanti hanno dovuto fare carte false per aggirare una legge così stupida?

La ciliegina sulla torta arrivò quando il governo italiano accettò di fare dell’Italia il punto di accoglienza dell’Europa (missioni Triton e Sophia). Le ong di tutti i colori diedero così vita ad una svolta: i barconi non dovevano più arrivare nei pressi delle coste italiane, ma le persone erano raccolte direttamente davanti alle coste libiche da gommoni usa e getta a volte anche senza motore e a volte con l’aiuto di segnalazioni dai trafficanti ai soccorritori per indirizzare meglio le ricerche. Mentre l’Italia apriva i suoi porti, la Germania fece l’esperienza del milione di rifugiati in un anno; fu soddisfatta e provocò un accordo europeo con la Turchia perché i migranti fossero bloccati sul suo territorio. A pagamento.

Intanto in Italia si arrivò a superare i 10 mila sbarcati a settimana fino a che il governo Gentiloni non decise di compiere un’altra svolta: niente più navi delle ong, niente più raccolta davanti alla Libia, brutto muso con l’Europa per la ridistribuzione dei rifugiati, nuova politica di accordi in Libia e con vari paesi africani per bloccare e scoraggiare le partenze.

Questa l’estrema sintesi della vicenda. Adesso che gli sbarchi sono drasticamente diminuiti (e speriamo che non si torni al caos) c’è da fare i conti con quelli che vivono qui e specialmente con chi non ha un permesso di soggiorno e, quindi, non può lavorare regolarmente. Questi, calcolati in circa 500 mila, sono il problema che ha fatto parlare di bomba sociale. In realtà le tensioni non sono dovute solo a queste persone che cercano di intascare soldi per vivere, ma anche a quelli che lavorano. Di solito guadagnano poco e così competono per i servizi con gli italiani a basso reddito e spingono verso il basso le retribuzioni. Il problema c’è, inutile nasconderlo, ma non si risolve nulla con le sparate propagandistiche e nemmeno con l’evocazione di nobili principi etici. Ci vuole la politica cioè capire quali sono gli obiettivi, la strategia e come attuarli. La gestione degli immigrati dovrà essere una priorità per tutti i partiti e dovrà necessariamente tendere all’integrazione. Anche il problema della delinquenza dovrà essere una priorità, ma non riguarda solo gli immigrati. Lo Stato dovrà riprendere il controllo del territorio, potenziare le forze di polizia e il sistema carcerario, migliorare l’efficienza della giustizia. E poi intervenire (come si è iniziato a fare) per diminuire il disagio sociale. Niente di semplice ovviamente, come sempre nelle vicende umane

Claudio Lombardi

Elezioni: il ritorno della destra e della sinistra?

Ma veramente l’elettorato sta andando di nuovo verso una polarizzazione fra destra e sinistra? I commenti sui risultati delle elezioni amministrative si sono concentrati sul calo del M5S e solo in seconda battuta hanno messo in risalto l’affermazione dei candidati di centro destra. Eppure sembrava che Forza Italia e la Lega si fossero ormai allontanate, con la seconda all’inseguimento della demagogia, della protesta e del populismo. E, invece, secondo il professor Giovanni Orsina “il centrodestra è vivo perché l’Italia è un Paese di destra e i suoi elettori non se ne sono mai andati”. E, si potrebbe aggiungere, sono sempre in cerca di chi li possa rappresentare.

amministrative 2017Sia nelle elezioni generali del 2013 che nelle elezioni amministrative dell’anno scorso (soprattutto Roma e Torino) c’è stato uno spostamento di voti dalla destra al M5S; niente di strano che in questo primo turno di amministrative si sia verificato il fenomeno opposto con un ritorno alla destra dopo che gli elettori hanno sperimentato la scarsa efficacia del voto di protesta a Grillo.

Ma non è questo il punto. Spesso si parla di elettori di destra e di sinistra come se si trattasse di stock di voti sempre a disposizione dell’uno e dell’altro orientamento e non di persone che decidono se e chi votare in base ad una molteplicità di motivazioni che variano di volta in volta e che si traducono in un mix di elementi ideali, di interesse e di giudizio sui fatti che si forma e si riforma di continuo.

Perché mai un elettore dovrebbe “essere” di sinistra o di destra? Un elettore non può stare dentro un’etichetta che vari aspiranti rappresentanti si contendono. Per esempio cosa vuol dire “essere” di sinistra? Esiste forse una definizione scientifica di cosa sia la sinistra? Evidentemente no. E lo stesso si può dire della destra.

concretezza (2)Esistono invece degli orientamenti culturali che guidano le scelte politiche di varie formazioni, ma è piuttosto difficile che l’elettore si basi soltanto su queste. Ed è fuorviante quando si dimentica la concretezza dei problemi e ci si rifugia negli ideali dentro i quali si tenta di infilare il mondo reale.

Prendiamo un esempio fra i tanti: gli immigrati. È di questi giorni la notizia che si è svolto un incontro a Berlino chiamato G20 per l’Africa. Lo scopo è quello di impostare una strategia di interventi a sostegno dello sviluppo per permettere ai giovani di restare nei loro paesi invece di prendere la strada della migrazione. Corrisponde a ciò che l’anno scorso il governo italiano propose all’Europa attraverso il Migration compact che anticipava questa scelta strategica. Una strategia che si sta già attuando con l’intenso lavoro diplomatico dell’Italia nei confronti delle tribù libiche allo scopo di attivarle per sorvegliare le frontiere sud da dove passa il flusso dei migranti.

Se si volesse definire tutto ciò con parole semplici si potrebbe dire che la cosa più sensata per tutti è aiutare chi cerca una vita migliore a trovarla nel proprio paese. Una tale affermazione, fino a ieri, era considerata di destra eppure è evidentemente di comune buon senso perché nessun paese, a meno che non sia l’ovest degli Stati Uniti all’inizio dell’800, può sopportare il continuo afflusso di migranti che ha avuto l’Italia negli ultimi anni. Bisognava prendere coscienza prima che non esiste altra soluzione alla migrazione dall’Africa senza invischiarsi in astrusi ragionamenti sull’accoglienza a prescindere da qualunque limite.

migration compactDi comune buon senso è anche riconoscere che una massa di persone prive di tutto esercita una pressione nei confronti dei ceti più disagiati perché compete per il lavoro, per i servizi, per gli spazi comuni.

Serve a poco dire che nel 2050 avremo bisogno di un tot di lavoratori in più che la nostra crescita demografica non ci può dare. Lo scopriremo strada facendo da oggi ad allora, ma non è questo un buon motivo per accogliere con gioia l’arrivo di 200mila persone l’anno alle quali letteralmente non sappiamo cosa far fare e dove collocarle.

Tutto ciò è parlare come la destra? Niente affatto. Disconoscere questa realtà non aiuta a cancellarla e non esime i politici dal dare risposte credibili.

Piuttosto bisognerebbe indagare di più sull’affermazione di Orsina secondo il quale “l’Italia è un paese di destra”. Forse si scoprirebbe che è di destra anche perché ha bisogno di risposte concrete che dall’altra parte non arrivano in maniera convincente.

Dunque che torni il bipolarismo destra-sinistra può non significare nulla se non si capisce che la politica non è retorica affermazione di etichette, ma soluzioni per il governo della società. Vince non chi conquista il centro, ma chi è più credibile

Claudio Lombardi

Crisi del lavoro sì ma non per gli immigrati

La realtà ha molte facce ed è difficile vederle tutte insieme. La realtà è anche mutevole e non procede dal bene al meglio, ma può segnare arretramenti che sconvolgono le vite delle persone. Così sta succedendo da anni nel campo del lavoro per il quale sembra essere scomparsa buona parte delle certezze alle quali erano abituate le generazioni arrivate alla maturità negli anni della crisi. Non esiste forse affermazione che raccoglie più consensi di questa: il lavoro non c’è e se c’è è pagato poco ed è precario. Le statistiche la confermano e i dati sulla fuga all’estero di tanti italiani contenuti nell’ultimo rapporto Migrantes raccontano di una parte, sicuramente coraggiosa e dinamica, delle giovani generazioni che vanno a cercare fuori dall’Italia quella speranza che il nostro Paese non riesce più ad offrire.

cervelli-in-fugaTutto vero, eppure esiste un’altra faccia della realtà, meno visibile e meno considerata sulla quale attira l’attenzione un articolo di Luca Ricolfi (Il Sole 24 Ore del 25 settembre). Ovviamente Ricolfi non disconosce gli effetti della crisi (contrazione del Pil, diminuzione degli occupati totali di un milione di unità), ma punta a far emergere qualcosa che non vediamo chiaramente e cioè che la crisi non è uguale per tutti.

Esiste, infatti, una parte della società italiana che, negli anni della crisi, si  è rafforzata sistematicamente, passo dopo passo. Si tratta degli occupati immigrati che alla fine del 2008 erano circa 1milione e 600 mila e che a distanza di otto anni crescono di 800 mila unità mentre gli italiani perdono 1,2 milioni di posti di lavoro.

Scrive Ricolfi che “queste cifre spiegano molte cose, ad esempio, perché l’opinione pubblica sia così poco convinta dall’ottimismo ufficiale. La ragione è che l’opinione pubblica resta costituita soprattutto da italiani (gli stranieri sono meno del 10%), e gli italiani hanno subito una mazzata che le cifre dell’occupazione globale, inflazionate dall’avanzata degli immigrati, non sono in grado di rilevare”. Infatti per tornare ai livelli del 2008 mancano “solo” 400 mila posti di lavoro, ma tale dato sconta una differenza tra la perdita di 1,2 milioni a totale carico degli italiani e una crescita di 800 mila a favore dei lavoratori immigrati.

migranti-al-lavoroTre sono le ragioni che spiegano tale andamento.

La prima discende dall’incremento della percentuale di stranieri nella popolazione che, di per sé, aumenta la probabilità che questi ottengano un maggior numero di posti di lavoro.

La seconda ragione è “che, durante la crisi, la domanda di lavoro è crollata nelle posizioni ad alta qualificazione (tipicamente ricercate dagli italiani) ed è aumentata sensibilmente in quelle a bassa e bassissima qualificazione (tipicamente accettate dagli stranieri)”.

La terza ragione è quella che deve suscitare una maggiore riflessione perché è più difficile accettarla. Scrive Ricolfi “anche se molto si lamentano della situazione e della mancanza di prospettive, la realtà è che la maggior parte degli italiani hanno raggiunto un livello di benessere sufficiente a renderli alquanto” esigenti nella ricerca di un lavoro. Infatti “in tanti non cercano semplicemente un lavoro, bensì un lavoro adeguato all’opinione che essi si sono fatti di sé stessi, opinione che scuola e università si incaricano di certificare. L’esatto contrario degli stranieri, che sono disposti ad accettare un lavoro anche al di sotto, molto al di sotto, delle qualificazioni acquisite e certificate”.

lavoro-integrazione-migrantiOvviamente questa situazione la si può interpretare coma una pura e semplice contrapposizione tra diritti e sfruttamento. Oppure la si può anche interpretare nel modo che segue: “Gli stranieri immigrati in Italia sono esattamente come noi, solo che vivono in un altro tempo, un tempo che noi abbiamo vissuto negli anni ’50 e ’60, quando il nostro livello di istruzione era più basso e non c’erano genitori e nonni disposti a mantenerci finché trovavamo un lavoro coerente con le nostre aspirazioni”. È duro accettare che sia anche questa la spiegazione del divario tra posti persi e posti guadagnati, eppure appare abbastanza plausibile se solo pensiamo quanto possa essere difficile per chiunque retrocedere rispetto alla famiglia di origine. Certo gli immigrati possono essere ricattabili (meno salario e meno diritti), ma non accadeva così anche negli anni ’50 e ’60 da noi, ma anche all’estero con i milioni di migranti italiani? Anche adesso molti cercano all’estero la risposta alle loro aspirazioni e sappiamo che fuori dall’Italia spesso anche le occupazioni di basso livello sono retribuite meglio che da noi. Ebbene è esattamente ciò che accade agli immigrati quando riescono a trovare un lavoro nel nostro Paese. In Italia il lavoro è pagato poco, ma per loro anche quel poco è importante.

Nell’articolo si ricorda che c’è una responsabilità della scuola perché nel Paese c’è grande bisogno di competenze tecniche e professionali che non vengono fornite da un’istruzione superiore che non le favorisce e che, spesso, vengono ritenute di minor prestigio sociale rispetto al tradizionale percorso liceo-università.

Dando per scontata la crisi ed anche la mancanza di milioni di posti di lavoro per raggiungere uno standard occupazionale adeguato e l’ingiustizia del lavoro mal pagato bisogna dire che la grinta, l’umiltà e la determinazione degli immigrati che si sono bruciati i ponti alle spalle dà a loro una marcia in più proprio come accadeva in Italia negli anni della ricostruzione e del boom economico.

La realtà ha molte facce e bisogna conoscerle per migliorarla

Claudio Lombardi

I fatti di Colonia e i valori da trasmettere

Interessante riflessione dello scrittore algerino Kamel Daoud sui fatti di Capodanno a Colonia pubblicata domenica 10 gennaio da Repubblica. La riproponiamo in sintesi perché con equilibrio e chiarezza tocca i vari aspetti di questa vicenda.

confronto con musulmaniI fatti di Colonia riflettono “l’immagine che gli occidentali hanno dell’Altro, il rifugiato/immigrato: spiritualismo esasperato, terrore, riaffiorare della paura di antiche invasioni e base del binomio barbaro/civilizzato”. … e ciò “ha già riaperto il dibattito sull’opportunità di rispondere alle miserie del mondo accogliendo o asserragliandosi”.
Continua Kamel Daoud “Spiritualismo esasperato? Già. In Occidente l’accoglienza pecca di un eccesso di ingenuità. Del rifugiato vediamo lo stato ma non la cultura. È la vittima sulla quale gli occidentali proiettano pregiudizi, senso del dovere o di colpa. Si scorge in lui il sopravvissuto, dimenticando che è anche vittima di una trappola culturale che deforma il suo rapporto con Dio e con la donna.

In Occidente il rifugiato o l’immigrato potrà salvare il suo corpo ma non patteggerà altrettanto facilmente con la propria cultura, e di ciò ce ne dimentichiamo con sdegno. La cultura è ciò che gli resta di fronte a sradicamento e traumi provocati in lui dalla nuova terra. In alcuni casi il rapporto con la donna  –  fondamentale per la modernità dell’Occidente  –  rimarrà incomprensibile a lungo, e ne negozierà i termini per paura, compromesso o desiderio di conservare la “propria cultura”. Ma tutto ciò può cambiare solo molto lentamente. Le adozioni collettive peccano di ingenuità, limitandosi a risolvere i problemi burocratici e si esplicano attraverso la carità”.

valori occidenteOsserva lo scrittore algerino che il rifugiato non è certo un selvaggio, ma è sicuramente un diverso che ci pone problemi molto più grandi del munirlo di pezzi di carta che giustifichino la sua presenza ed offrirgli un posto dove dormire. “Occorre dare asilo al corpo e convincere l’animo a cambiare. L’Altro proviene da quel vasto universo di dolori e atrocità che è la miseria sessuale nel mondo arabo-musulmano. Accoglierlo non basta a guarirlo. Il rapporto con la donna rappresenta il nodo gordiano nel mondo di Allah. La donna è negata, uccisa, velata, rinchiusa o posseduta. È l’incarnazione di un desiderio necessario, e per questo ritenuta colpevole di un crimine orribile: la vita”.

Tutte le colpe della donna si concentrano sul suo corpo perché “Il corpo della donna è il luogo pubblico della cultura: appartiene a tutti, ma non a lei”. “La donna è la posta in gioco, senza volerlo. Sacralità, senza rispetto della propria persona. Onore per tutti, ad eccezione del proprio. Desiderio di tutti, senza un desiderio proprio. Il suo corpo è il luogo in cui tutti si incontrano, escludendola. Il passaggio alla vita che impedisce a lei stessa di vivere”.

sesso e islamSecondo Daoud “È questa libertà che il rifugiato, l’immigrato, desidera ma non accetta. L’Occidente è visto attraverso il corpo della donna: la libertà della donna è vista attraverso la categoria religiosa di ciò che è lecito o della “virtù”. Ed è per questo che “Il corpo della donna non è visto come luogo stesso di libertà, in Occidente un valore fondamentale, ma di degrado. Per questo lo si vuole ridurre a qualcosa da possedere o a una nefandezza da velare”.

Prosegue la riflessione “Colonia è dunque il luogo dei fantasmi. Quelli elaborati dall’estrema destra che evoca le invasioni barbariche e quelli degli aggressori, che vogliono che il corpo sia nudo perché è “pubblico” e non appartiene a nessuno”. Insiste Kamel Daoud in un concetto chiave del suo scritto “non si vuole ancora capire che dare asilo non significa semplicemente distribuire “carte” ma richiede di accettare un contratto sociale con la modernità”.

aggressioni alle donneQui arriva il giudizio più duro sull’immaginario che deriva dalla religione islamica. “Nel mondo di “Allah”, il sesso rappresenta la miseria più grande. Al punto da dare vita a un porno-islamismo a cui i predicatori ricorrono per reclutare i propri “fedeli”, evocando un paradiso che più che a una ricompensa per credenti somiglia a un bordello, tra vergini destinate ai kamikaze, caccia ai corpi nei luoghi pubblici, puritanesimo delle dittature, veli e burka. L’islamismo è un attentato contro il desiderio. E talvolta questo desiderio esplode in Occidente, dove la libertà appare così insolente. Perché “da noi” non esiste via d’uscita se non dopo la morte e il giudizio universale. Ritardo che fa dell’uomo uno zombie, o un kamikaze che sogna di confondere la morte con l’orgasmo, o un frustrato che spera di raggiungere l’Europa per sfuggire alla trappola sociale della propria debolezza”.

La conclusione di Kamel Daoud è che non bisogna chiudere né le porte né gli occhi. Bisogna concepire l’accoglienza come una lunga opera nella quale i rifugiati e gli immigrati “non possono essere ridotti a una minoranza delinquenziale”. La loro presenza “ci pone di fronte al problema dei “valori” da condividere, imporre, difendere e far capire”. Una responsabilità della quale non possiamo non farci carico

http://www.repubblica.it/esteri/2016/01/10/news/colonia_molestie_capodanno_un_articolo_dello_scrittore_algerino_daoud-130973948/

I migranti che finanziano l’Europa

I POLITICI possono dire quello che vogliono. E anche i cittadini qualunque, al bar o in tram. Ma gli economisti non hanno dubbi: le dimensioni del fenomeno sono troppo grandi per liquidarle con gli aneddoti sui due ragazzi di colore fermi a non far niente sul marciapiede o sulla famiglia araba nell’alloggio di edilizia popolare. Sulla base dei grandi numeri, dunque, gli economisti concludono che gli immigrati che si rovesciano a ondate sulle frontiere europee non sono il problema. Sono la soluzione del problema. Bisogna trovare il modo di sistemarli e di integrarli: un compito inedito, immane, per il quale non ci sono soluzioni facili. Ma le centinaia di migliaia di uomini e donne, giovani, fra i 20 e i 40 anni, spesso con figli al seguito, che si affollano sulle barche, sui treni, sui camion dei disperati sono quello di cui l’Europa ha bisogno. Subito.

migranti a MonacoQuando Angela Merkel apre le porte della Germania a 800 mila rifugiati, infatti, non spara troppo alto. Spara basso. Facendo un calcolo a spanne, Leonid Bershidsky, su Bloomberg , calcola che l’Europa avrebbe bisogno di 42 milioni di nuovi europei entro il 2020. Cioè domani. E di oltre 250 milioni di europei in più nel 2060. Chi li fa, tutti questi bambini?
I 42 milioni di europei in più sono, infatti, quelli che servirebbero, subito, per tenere in equilibrio una cosa a cui – nonostante quello che hanno affermato in questi giorni leader politici, come l’ungherese Viktor Orbàn – gli europei qualunque tengono, probabilmente, più che alle loro radici cristiane: il generoso sistema pensionistico. Oggi, in media, dice un rapporto della Ue, in Europa ci sono quattro persone in età lavorativa (15-64 anni) per ogni pensionato. Nel 2050, ce ne saranno solo due. Ancora meno in Germania: quasi 24 milioni di pensionati contro poco più di 41 milioni di adulti. In Spagna: 15 milioni di over 65 a carico di soli 24,4 milioni di lavoratori. In Italia: 20 milioni ad aspettare ogni mese, nel 2050, l’assegno dell’Inps, finanziato dai contributi di meno di 38 milioni di persone in età per lavorare. Le soluzioni non sono molte. O si tagliano le pensioni, o si aumentano i contributi in busta paga o si trova il modo di aumentare il numero di persone che pagano i contributi.

migranti al lavoro campiSarà un paradosso, ma è più facile che, a pagare quei contributi, sia un immigrato, piuttosto che un cittadino italiano. Oggi, la percentuale degli italiani che lavora e porta a casa soldi è pari al 67 per cento della popolazione. Fra chi è venuto qui dall’Asia o dall’Africa, la percentuale è del 72 per cento. Perché ha tolto il posto di lavoro a un italiano? Non parrebbe. Secondo l’Ocse – l’organizzazione che raccoglie i paesi ricchi del mondo – circa il 15 per cento dei posti di lavoro nei settori ad alto sviluppo è stato occupato da un immigrato. In altre parole, dove la concorrenza per il posto è forte, c’è un immigrato ogni 6-7 lavoratori. Nei settori in declino, invece, incontrare un immigrato è quasi due volte più facile: oltre un addetto su quattro non è nato in Italia. Detto più semplicemente, gli immigrati tendono ad occupare i posti di lavoro che chi è nato in Occidente preferisce abbandonare. Su quei lavori, pagano le tasse. Senza gli immigrati, il governo Renzi sarebbe, in questo momento, disperatamente alla caccia di quasi 7 miliardi di euro per tappare i buchi della legge di Stabilità. Gli stranieri hanno pagato, infatti, circa 6,8 miliardi di euro di Irpef nel 2014, su redditi dichiarati per oltre 45 miliardi di euro l’anno. La Fondazione Leone Moressa ha calcolato il rapporto costi-benefici dell’immigrazione è, per l’Italia, largamente positivo: le tasse pagate dagli stranieri (fra fisco e contributi previdenziali) superano i benefici che ricevono dal welfare nazionale per quasi 4 miliardi di euro.

integrazione immigratiPiù o meno, è quanto dicono i dati degli altri paesi europei. L’immigrazione deve essere inserita nella colonna dei più: in media, l’apporto netto all’economia, da parte di chi è giunto in Europa in questi anni, vale, secondo i calcoli dell’Ocse, lo 0,3 per cento del Pil, il prodotto interno lordo, ovvero la ricchezza creata in un anno nel paese. Se si tolgono le pensioni pagate agli stranieri residenti, l’apporto positivo supera lo 0,5 per cento del Pil. Era vero quando, negli anni scorsi, l’immigrazione era frutto di movimenti all’interno dell’Europa. Ed è vero anche oggi, che hanno assunto preminenza i flussi extraeuropei.

Il contributo degli immigrati all’economia è superiore a quanto essi ricevono a titolo di prestazioni sociali o di spesa pubblica” riassume Jean-Cristophe Dumont che guida il dipartimento dell’Ocse che si occupa specificamente di immigrazione e che ha studiato gli ultimi dati. La realtà si è incaricata di sgonfiare molte polemiche degli ultimi anni, a cominciare da quella sull’idraulico polacco che, sull’onda dell’allargamento dell’Unione, nel 2004, sarebbe stato pronto a sbarcare nei paesi della Ue a togliere lavoro ai suoi colleghi. L’Ocse ha studiato da vicino il caso dell’Inghilterra dove, negli anni immediatamente successivi al 2004, sono arrivati, in effetti, un milione di immigrati dai paesi est europei, Polonia in testa. Ma, secondo Dumont, queste centinaia di migliaia di immigrati “non hanno né aumentato il tasso di disoccupazione, né abbassato il livello medio dei salari”.
invecchiamento popolazioneDifficile che un idraulico siriano, oggi, cambi quello che non ha cambiato, ieri, l’idraulico polacco. Piuttosto, ciò che colpisce, nelle cifre sull’immigrazione, è la loro esiguità. L’impressione di un’Europa scossa e sommersa da uno tsunami migratorio è frutto di un’allucinazione. In tutto, gli immigrati oggi presenti in Europa sono pari al 7 per cento della popolazione. Gli arrivi incidono positivamente sull’economia, ma per non più di qualche decimale. Il fisco ci guadagna: uno straniero in Lombardia dichiara più di un italiano in Calabria. Ma l’Irpef complessiva degli immigrati non arriva al 5 per cento del totale delle relative entrate.

Anche le spese, nonostante le polemiche, sono ridotte. In media, nei paesi ricchi dell’Ocse, gli immigrati assorbono il 2 per cento dei fondi per l’assistenza sociale, l’1,3 per cento dei sussidi di disoccupazione, lo 0,8 per cento delle pensioni. L’Italia è in linea. Anzi sulle pensioni (pochi gli immigrati che, nel nostro paese, ci sono arrivati) la spesa per gli stranieri è dello 0,2 per cento.
Piano a dire, dunque, che la Merkel è stata accecata dalla generosità. Gli 800 mila rifugiati che è pronta ad accogliere sono meno del milione di polacchi che ha assorbito l’Inghilterra di Blair e non creeranno, probabilmente, più sconquassi.

Maurizio Ricci da La Repubblica dell’8 settembre 2015

http://www.repubblica.it/economia/2015/09/08/news/lavorano_e_fanno_figli_cosi_i_migranti_finanziano_l_europa-122423704/?ref=HREC1-2

L’eterno ritornello sugli immigrati

Quello dei migranti è un problema serio che ha origini antiche perché l’umanità non è mai stata ferma in un posto, ma diventa oggi un’emergenza perché ci sono guerre che dieci anni fa non c’erano.

D’altra parte l’intera Europa ha una crescita demografica ferma e in prospettiva ci saranno meno giovani lavoratori a produrre Pil, tasse e contributi per pagare pensioni, assistenza e servizi.

L’Italia invecchia più di altri paesi e già oggi, nonostante la disoccupazione, ci sono milioni di posti di lavoro occupati da immigrati cui non possiamo rinunciare. C’è qualche giovane italiano che vuol fare il badante? O che vuole allevare i maiali? Difficile ed ecco che ci pensano quelli che vengono qui per lavorare.

Un paese serio avrebbe una classe dirigente che immagina e progetta il futuro riuscendo a dare un senso strategico all’emergenza. Qui succede che negli anni passati abbiamo avuto la famigerata legge Bossi – Fini che prendeva in giro gli italiani facendo finta che i datori di lavoro andassero a scegliersi i lavoratori nelle Filippine o in Bangladesh. Una finzione ignobile che gettava sulle spalle degli italiani l’assoluta incapacità dei politici.

Oggi i successori di quegli incapaci sbraitano contro l’immigrazione esibendo la stessa cecità e lo stesso disinteresse per il futuro dell’Italia. Quelle facce toste dei leghisti vanno in Tv a dire che sono ben accetti i migranti che lavorano e pagano le tasse. E chissà come si arriva a lavorare e a pagare le tasse se loro vogliono ributtarli a mare? Forse immaginano che si paracadutino direttamente sulle fabbrichette e sui campi coltivati col contratto di lavoro in mano? Pura idiozia.

Il problema è che sono questi ottusi incompetenti a guidare le danze del dibattito pubblico. L’emergenza migranti è una cosa seria e ci vorrebbe gente seria a parlarne e a gestirla. Invece ci facciamo prendere per il naso da quelli lì. Comunque bisogna insistere con l’Europa perché tanto comunque una parte dei migranti riesce ad uscire dall’Italia e far finta che non sia così è solo un contentino che altri governi danno alle loro opinioni pubbliche

L’abbandono delle periferie: lettera di un abitante di Tor Sapienza

rivolta tor sapienzaAbito a Tor Sapienza, in quel viale Giorgio Morandi che nei giorni scorsi è finito (finalmente…) all’attenzione della stampa nazionale. Gruppi di destra estrema hanno trovato la strada spalancata per infiltrarsi in una legittima e giustificata protesta, facendola diventare una violenza terribile ed ingiustificata .

La presenza di un Centro di accoglienza nel quartiere, con i suoi ospiti a volte “invadenti”, è stata la miccia che ha acceso l’esplosivo, ma non il vero fatto scatenante. Questa zona, come quasi tutte le altre della periferia della Capitale, paga un progressivo abbandono. A metà anni ’80 sono venuto ad abitare qui, socio di una cooperativa di abitazione che stava costruendo in un quartiere nuovo, fatto essenzialmente di case Iacp e di enti. Fino alla fine degli anni ’90 le cose sono andate abbastanza bene: periferia, certo; quartiere popolare, certo; ma tutto sommato dignitoso. Poi l’abbandono è diventato il tratto dominante della politica in questo quartiere.

campo rom via di saloneUna decina di anni fa venne insediato un gigantesco campo nomadi. Non ero contro a priori, ritenevo che un campo regolato, vigilato e dotato di servizi fosse una possibilità e un’occasione. Mi sbagliavo. Dopo alcuni anni è saltato tutto: sporcizia a non finire, bande che girano su automobili e camion scassatissimi, i cassonetti della spazzatura sempre (sempre!) svuotati sui marciapiedi per frugarci dentro, gente che vomita e defeca in quello che una volta era un parco e il suddetto campo che sembra un pezzo di quarto o quinto mondo calato nella Capitale: senza vigilanza, senza servizi, circondato da immondizia che brucia generando fumi tossici di ogni tipo.

In un grande complesso di case popolari di fronte al mio condominio c’era una struttura commerciale di negozi e spazi a disposizione della cittadinanza. C’erano il calzolaio, il barbiere, bar, biblioteca ecc…. Dopo la fuga dei commercianti la struttura è stata occupata da extracomunitari che vivono in condizioni igieniche inimmaginabili, senza allacci, senza bagni, con rudimentali cucine all’aperto e immondizia ovunque. I viali intorno alle nostre abitazioni sono occupati da prostitute a tutte le ore, in un ignobile mercato della carne attivo 24 ore su 24.

tor sapienza protesteLa presenza di un Centro di accoglienza all’interno di quello che una volta era un palazzo per uffici non è certo il maggiore dei problemi, ma la classica goccia che ha fatto traboccare il vaso. Come dire: prima quelli, poi quegli altri, adesso basta. E noi che risiediamo qui abbiamo pagato 25 anni di mutuo.

La sinistra in cui da sempre milito, che governa e ha a lungo governato questa città, ha abbandonato le periferie e i cittadini che vi risiedono a favore di operazioni-spot tipo la (falsa) pedonalizzazione dei Fori Imperiali o l’apertura di un pezzo della linea metro C, ma fino alle 18,30. In campagna elettorale Ignazio Marino, il mio sindaco, giustamente diceva: “Non segnalatemi solo problemi, suggeritemi anche soluzioni”. Bene, eccone alcune possibili da subito: verificare bollo e assicurazione di tutti i mezzi, anche all’interno dei campi nomadi e, se in difetto, sequestrarli; controllare cosa fanno i bambini nei campi nomadi, se vanno a scuola o no, se sono obbligati ad elemosinare e se così affidarli a strutture protette; liberare tutti gli immobili di proprietà pubblica dagli occupanti abusivi; riconsegnare alla fruizione collettiva spazi pubblici come i parchi giochi per bambini, allontanando chi ne fa un uso “improprio”.

In attesa di soluzioni vere, di quelle scelte difficili che solo la politica che sa guardare lontano sa fare, questi potrebbero essere gesti importanti. Sappiamo che la fiducia dei cittadini si nutre anche di questi. Prima che sia troppo tardi

(Tratto da una lettera a Michele Serra pubblicata sul Venerdì del 28 novembre 2014)

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