Elezioni: il ritorno della destra e della sinistra?

destra e sinistra

Ma veramente l’elettorato sta andando di nuovo verso una polarizzazione fra destra e sinistra? I commenti sui risultati delle elezioni amministrative si sono concentrati sul calo del M5S e solo in seconda battuta hanno messo in risalto l’affermazione dei candidati di centro destra. Eppure sembrava che Forza Italia e la Lega si fossero ormai allontanate, con la seconda all’inseguimento della demagogia, della protesta e del populismo. E, invece, secondo il professor Giovanni Orsina “il centrodestra è vivo perché l’Italia è un Paese di destra e i suoi elettori non se ne sono mai andati”. E, si potrebbe aggiungere, sono sempre in cerca di chi li possa rappresentare.

amministrative 2017Sia nelle elezioni generali del 2013 che nelle elezioni amministrative dell’anno scorso (soprattutto Roma e Torino) c’è stato uno spostamento di voti dalla destra al M5S; niente di strano che in questo primo turno di amministrative si sia verificato il fenomeno opposto con un ritorno alla destra dopo che gli elettori hanno sperimentato la scarsa efficacia del voto di protesta a Grillo.

Ma non è questo il punto. Spesso si parla di elettori di destra e di sinistra come se si trattasse di stock di voti sempre a disposizione dell’uno e dell’altro orientamento e non di persone che decidono se e chi votare in base ad una molteplicità di motivazioni che variano di volta in volta e che si traducono in un mix di elementi ideali, di interesse e di giudizio sui fatti che si forma e si riforma di continuo.

Perché mai un elettore dovrebbe “essere” di sinistra o di destra? Un elettore non può stare dentro un’etichetta che vari aspiranti rappresentanti si contendono. Per esempio cosa vuol dire “essere” di sinistra? Esiste forse una definizione scientifica di cosa sia la sinistra? Evidentemente no. E lo stesso si può dire della destra.

concretezza (2)Esistono invece degli orientamenti culturali che guidano le scelte politiche di varie formazioni, ma è piuttosto difficile che l’elettore si basi soltanto su queste. Ed è fuorviante quando si dimentica la concretezza dei problemi e ci si rifugia negli ideali dentro i quali si tenta di infilare il mondo reale.

Prendiamo un esempio fra i tanti: gli immigrati. È di questi giorni la notizia che si è svolto un incontro a Berlino chiamato G20 per l’Africa. Lo scopo è quello di impostare una strategia di interventi a sostegno dello sviluppo per permettere ai giovani di restare nei loro paesi invece di prendere la strada della migrazione. Corrisponde a ciò che l’anno scorso il governo italiano propose all’Europa attraverso il Migration compact che anticipava questa scelta strategica. Una strategia che si sta già attuando con l’intenso lavoro diplomatico dell’Italia nei confronti delle tribù libiche allo scopo di attivarle per sorvegliare le frontiere sud da dove passa il flusso dei migranti.

Se si volesse definire tutto ciò con parole semplici si potrebbe dire che la cosa più sensata per tutti è aiutare chi cerca una vita migliore a trovarla nel proprio paese. Una tale affermazione, fino a ieri, era considerata di destra eppure è evidentemente di comune buon senso perché nessun paese, a meno che non sia l’ovest degli Stati Uniti all’inizio dell’800, può sopportare il continuo afflusso di migranti che ha avuto l’Italia negli ultimi anni. Bisognava prendere coscienza prima che non esiste altra soluzione alla migrazione dall’Africa senza invischiarsi in astrusi ragionamenti sull’accoglienza a prescindere da qualunque limite.

migration compactDi comune buon senso è anche riconoscere che una massa di persone prive di tutto esercita una pressione nei confronti dei ceti più disagiati perché compete per il lavoro, per i servizi, per gli spazi comuni.

Serve a poco dire che nel 2050 avremo bisogno di un tot di lavoratori in più che la nostra crescita demografica non ci può dare. Lo scopriremo strada facendo da oggi ad allora, ma non è questo un buon motivo per accogliere con gioia l’arrivo di 200mila persone l’anno alle quali letteralmente non sappiamo cosa far fare e dove collocarle.

Tutto ciò è parlare come la destra? Niente affatto. Disconoscere questa realtà non aiuta a cancellarla e non esime i politici dal dare risposte credibili.

Piuttosto bisognerebbe indagare di più sull’affermazione di Orsina secondo il quale “l’Italia è un paese di destra”. Forse si scoprirebbe che è di destra anche perché ha bisogno di risposte concrete che dall’altra parte non arrivano in maniera convincente.

Dunque che torni il bipolarismo destra-sinistra può non significare nulla se non si capisce che la politica non è retorica affermazione di etichette, ma soluzioni per il governo della società. Vince non chi conquista il centro, ma chi è più credibile

Claudio Lombardi

Crisi del lavoro sì ma non per gli immigrati

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La realtà ha molte facce ed è difficile vederle tutte insieme. La realtà è anche mutevole e non procede dal bene al meglio, ma può segnare arretramenti che sconvolgono le vite delle persone. Così sta succedendo da anni nel campo del lavoro per il quale sembra essere scomparsa buona parte delle certezze alle quali erano abituate le generazioni arrivate alla maturità negli anni della crisi. Non esiste forse affermazione che raccoglie più consensi di questa: il lavoro non c’è e se c’è è pagato poco ed è precario. Le statistiche la confermano e i dati sulla fuga all’estero di tanti italiani contenuti nell’ultimo rapporto Migrantes raccontano di una parte, sicuramente coraggiosa e dinamica, delle giovani generazioni che vanno a cercare fuori dall’Italia quella speranza che il nostro Paese non riesce più ad offrire.

cervelli-in-fugaTutto vero, eppure esiste un’altra faccia della realtà, meno visibile e meno considerata sulla quale attira l’attenzione un articolo di Luca Ricolfi (Il Sole 24 Ore del 25 settembre). Ovviamente Ricolfi non disconosce gli effetti della crisi (contrazione del Pil, diminuzione degli occupati totali di un milione di unità), ma punta a far emergere qualcosa che non vediamo chiaramente e cioè che la crisi non è uguale per tutti.

Esiste, infatti, una parte della società italiana che, negli anni della crisi, si  è rafforzata sistematicamente, passo dopo passo. Si tratta degli occupati immigrati che alla fine del 2008 erano circa 1milione e 600 mila e che a distanza di otto anni crescono di 800 mila unità mentre gli italiani perdono 1,2 milioni di posti di lavoro.

Scrive Ricolfi che “queste cifre spiegano molte cose, ad esempio, perché l’opinione pubblica sia così poco convinta dall’ottimismo ufficiale. La ragione è che l’opinione pubblica resta costituita soprattutto da italiani (gli stranieri sono meno del 10%), e gli italiani hanno subito una mazzata che le cifre dell’occupazione globale, inflazionate dall’avanzata degli immigrati, non sono in grado di rilevare”. Infatti per tornare ai livelli del 2008 mancano “solo” 400 mila posti di lavoro, ma tale dato sconta una differenza tra la perdita di 1,2 milioni a totale carico degli italiani e una crescita di 800 mila a favore dei lavoratori immigrati.

migranti-al-lavoroTre sono le ragioni che spiegano tale andamento.

La prima discende dall’incremento della percentuale di stranieri nella popolazione che, di per sé, aumenta la probabilità che questi ottengano un maggior numero di posti di lavoro.

La seconda ragione è “che, durante la crisi, la domanda di lavoro è crollata nelle posizioni ad alta qualificazione (tipicamente ricercate dagli italiani) ed è aumentata sensibilmente in quelle a bassa e bassissima qualificazione (tipicamente accettate dagli stranieri)”.

La terza ragione è quella che deve suscitare una maggiore riflessione perché è più difficile accettarla. Scrive Ricolfi “anche se molto si lamentano della situazione e della mancanza di prospettive, la realtà è che la maggior parte degli italiani hanno raggiunto un livello di benessere sufficiente a renderli alquanto” esigenti nella ricerca di un lavoro. Infatti “in tanti non cercano semplicemente un lavoro, bensì un lavoro adeguato all’opinione che essi si sono fatti di sé stessi, opinione che scuola e università si incaricano di certificare. L’esatto contrario degli stranieri, che sono disposti ad accettare un lavoro anche al di sotto, molto al di sotto, delle qualificazioni acquisite e certificate”.

lavoro-integrazione-migrantiOvviamente questa situazione la si può interpretare coma una pura e semplice contrapposizione tra diritti e sfruttamento. Oppure la si può anche interpretare nel modo che segue: “Gli stranieri immigrati in Italia sono esattamente come noi, solo che vivono in un altro tempo, un tempo che noi abbiamo vissuto negli anni ’50 e ’60, quando il nostro livello di istruzione era più basso e non c’erano genitori e nonni disposti a mantenerci finché trovavamo un lavoro coerente con le nostre aspirazioni”. È duro accettare che sia anche questa la spiegazione del divario tra posti persi e posti guadagnati, eppure appare abbastanza plausibile se solo pensiamo quanto possa essere difficile per chiunque retrocedere rispetto alla famiglia di origine. Certo gli immigrati possono essere ricattabili (meno salario e meno diritti), ma non accadeva così anche negli anni ’50 e ’60 da noi, ma anche all’estero con i milioni di migranti italiani? Anche adesso molti cercano all’estero la risposta alle loro aspirazioni e sappiamo che fuori dall’Italia spesso anche le occupazioni di basso livello sono retribuite meglio che da noi. Ebbene è esattamente ciò che accade agli immigrati quando riescono a trovare un lavoro nel nostro Paese. In Italia il lavoro è pagato poco, ma per loro anche quel poco è importante.

Nell’articolo si ricorda che c’è una responsabilità della scuola perché nel Paese c’è grande bisogno di competenze tecniche e professionali che non vengono fornite da un’istruzione superiore che non le favorisce e che, spesso, vengono ritenute di minor prestigio sociale rispetto al tradizionale percorso liceo-università.

Dando per scontata la crisi ed anche la mancanza di milioni di posti di lavoro per raggiungere uno standard occupazionale adeguato e l’ingiustizia del lavoro mal pagato bisogna dire che la grinta, l’umiltà e la determinazione degli immigrati che si sono bruciati i ponti alle spalle dà a loro una marcia in più proprio come accadeva in Italia negli anni della ricostruzione e del boom economico.

La realtà ha molte facce e bisogna conoscerle per migliorarla

Claudio Lombardi

I fatti di Colonia e i valori da trasmettere

valori di libertà in gabbia

Interessante riflessione dello scrittore algerino Kamel Daoud sui fatti di Capodanno a Colonia pubblicata domenica 10 gennaio da Repubblica. La riproponiamo in sintesi perché con equilibrio e chiarezza tocca i vari aspetti di questa vicenda.

confronto con musulmaniI fatti di Colonia riflettono “l’immagine che gli occidentali hanno dell’Altro, il rifugiato/immigrato: spiritualismo esasperato, terrore, riaffiorare della paura di antiche invasioni e base del binomio barbaro/civilizzato”. … e ciò “ha già riaperto il dibattito sull’opportunità di rispondere alle miserie del mondo accogliendo o asserragliandosi”.
Continua Kamel Daoud “Spiritualismo esasperato? Già. In Occidente l’accoglienza pecca di un eccesso di ingenuità. Del rifugiato vediamo lo stato ma non la cultura. È la vittima sulla quale gli occidentali proiettano pregiudizi, senso del dovere o di colpa. Si scorge in lui il sopravvissuto, dimenticando che è anche vittima di una trappola culturale che deforma il suo rapporto con Dio e con la donna.

In Occidente il rifugiato o l’immigrato potrà salvare il suo corpo ma non patteggerà altrettanto facilmente con la propria cultura, e di ciò ce ne dimentichiamo con sdegno. La cultura è ciò che gli resta di fronte a sradicamento e traumi provocati in lui dalla nuova terra. In alcuni casi il rapporto con la donna  –  fondamentale per la modernità dell’Occidente  –  rimarrà incomprensibile a lungo, e ne negozierà i termini per paura, compromesso o desiderio di conservare la “propria cultura”. Ma tutto ciò può cambiare solo molto lentamente. Le adozioni collettive peccano di ingenuità, limitandosi a risolvere i problemi burocratici e si esplicano attraverso la carità”.

valori occidenteOsserva lo scrittore algerino che il rifugiato non è certo un selvaggio, ma è sicuramente un diverso che ci pone problemi molto più grandi del munirlo di pezzi di carta che giustifichino la sua presenza ed offrirgli un posto dove dormire. “Occorre dare asilo al corpo e convincere l’animo a cambiare. L’Altro proviene da quel vasto universo di dolori e atrocità che è la miseria sessuale nel mondo arabo-musulmano. Accoglierlo non basta a guarirlo. Il rapporto con la donna rappresenta il nodo gordiano nel mondo di Allah. La donna è negata, uccisa, velata, rinchiusa o posseduta. È l’incarnazione di un desiderio necessario, e per questo ritenuta colpevole di un crimine orribile: la vita”.

Tutte le colpe della donna si concentrano sul suo corpo perché “Il corpo della donna è il luogo pubblico della cultura: appartiene a tutti, ma non a lei”. “La donna è la posta in gioco, senza volerlo. Sacralità, senza rispetto della propria persona. Onore per tutti, ad eccezione del proprio. Desiderio di tutti, senza un desiderio proprio. Il suo corpo è il luogo in cui tutti si incontrano, escludendola. Il passaggio alla vita che impedisce a lei stessa di vivere”.

sesso e islamSecondo Daoud “È questa libertà che il rifugiato, l’immigrato, desidera ma non accetta. L’Occidente è visto attraverso il corpo della donna: la libertà della donna è vista attraverso la categoria religiosa di ciò che è lecito o della “virtù”. Ed è per questo che “Il corpo della donna non è visto come luogo stesso di libertà, in Occidente un valore fondamentale, ma di degrado. Per questo lo si vuole ridurre a qualcosa da possedere o a una nefandezza da velare”.

Prosegue la riflessione “Colonia è dunque il luogo dei fantasmi. Quelli elaborati dall’estrema destra che evoca le invasioni barbariche e quelli degli aggressori, che vogliono che il corpo sia nudo perché è “pubblico” e non appartiene a nessuno”. Insiste Kamel Daoud in un concetto chiave del suo scritto “non si vuole ancora capire che dare asilo non significa semplicemente distribuire “carte” ma richiede di accettare un contratto sociale con la modernità”.

aggressioni alle donneQui arriva il giudizio più duro sull’immaginario che deriva dalla religione islamica. “Nel mondo di “Allah”, il sesso rappresenta la miseria più grande. Al punto da dare vita a un porno-islamismo a cui i predicatori ricorrono per reclutare i propri “fedeli”, evocando un paradiso che più che a una ricompensa per credenti somiglia a un bordello, tra vergini destinate ai kamikaze, caccia ai corpi nei luoghi pubblici, puritanesimo delle dittature, veli e burka. L’islamismo è un attentato contro il desiderio. E talvolta questo desiderio esplode in Occidente, dove la libertà appare così insolente. Perché “da noi” non esiste via d’uscita se non dopo la morte e il giudizio universale. Ritardo che fa dell’uomo uno zombie, o un kamikaze che sogna di confondere la morte con l’orgasmo, o un frustrato che spera di raggiungere l’Europa per sfuggire alla trappola sociale della propria debolezza”.

La conclusione di Kamel Daoud è che non bisogna chiudere né le porte né gli occhi. Bisogna concepire l’accoglienza come una lunga opera nella quale i rifugiati e gli immigrati “non possono essere ridotti a una minoranza delinquenziale”. La loro presenza “ci pone di fronte al problema dei “valori” da condividere, imporre, difendere e far capire”. Una responsabilità della quale non possiamo non farci carico

http://www.repubblica.it/esteri/2016/01/10/news/colonia_molestie_capodanno_un_articolo_dello_scrittore_algerino_daoud-130973948/

I migranti che finanziano l’Europa

migranti al lavoro

I POLITICI possono dire quello che vogliono. E anche i cittadini qualunque, al bar o in tram. Ma gli economisti non hanno dubbi: le dimensioni del fenomeno sono troppo grandi per liquidarle con gli aneddoti sui due ragazzi di colore fermi a non far niente sul marciapiede o sulla famiglia araba nell’alloggio di edilizia popolare. Sulla base dei grandi numeri, dunque, gli economisti concludono che gli immigrati che si rovesciano a ondate sulle frontiere europee non sono il problema. Sono la soluzione del problema. Bisogna trovare il modo di sistemarli e di integrarli: un compito inedito, immane, per il quale non ci sono soluzioni facili. Ma le centinaia di migliaia di uomini e donne, giovani, fra i 20 e i 40 anni, spesso con figli al seguito, che si affollano sulle barche, sui treni, sui camion dei disperati sono quello di cui l’Europa ha bisogno. Subito.

migranti a MonacoQuando Angela Merkel apre le porte della Germania a 800 mila rifugiati, infatti, non spara troppo alto. Spara basso. Facendo un calcolo a spanne, Leonid Bershidsky, su Bloomberg , calcola che l’Europa avrebbe bisogno di 42 milioni di nuovi europei entro il 2020. Cioè domani. E di oltre 250 milioni di europei in più nel 2060. Chi li fa, tutti questi bambini?
I 42 milioni di europei in più sono, infatti, quelli che servirebbero, subito, per tenere in equilibrio una cosa a cui – nonostante quello che hanno affermato in questi giorni leader politici, come l’ungherese Viktor Orbàn – gli europei qualunque tengono, probabilmente, più che alle loro radici cristiane: il generoso sistema pensionistico. Oggi, in media, dice un rapporto della Ue, in Europa ci sono quattro persone in età lavorativa (15-64 anni) per ogni pensionato. Nel 2050, ce ne saranno solo due. Ancora meno in Germania: quasi 24 milioni di pensionati contro poco più di 41 milioni di adulti. In Spagna: 15 milioni di over 65 a carico di soli 24,4 milioni di lavoratori. In Italia: 20 milioni ad aspettare ogni mese, nel 2050, l’assegno dell’Inps, finanziato dai contributi di meno di 38 milioni di persone in età per lavorare. Le soluzioni non sono molte. O si tagliano le pensioni, o si aumentano i contributi in busta paga o si trova il modo di aumentare il numero di persone che pagano i contributi.

migranti al lavoro campiSarà un paradosso, ma è più facile che, a pagare quei contributi, sia un immigrato, piuttosto che un cittadino italiano. Oggi, la percentuale degli italiani che lavora e porta a casa soldi è pari al 67 per cento della popolazione. Fra chi è venuto qui dall’Asia o dall’Africa, la percentuale è del 72 per cento. Perché ha tolto il posto di lavoro a un italiano? Non parrebbe. Secondo l’Ocse – l’organizzazione che raccoglie i paesi ricchi del mondo – circa il 15 per cento dei posti di lavoro nei settori ad alto sviluppo è stato occupato da un immigrato. In altre parole, dove la concorrenza per il posto è forte, c’è un immigrato ogni 6-7 lavoratori. Nei settori in declino, invece, incontrare un immigrato è quasi due volte più facile: oltre un addetto su quattro non è nato in Italia. Detto più semplicemente, gli immigrati tendono ad occupare i posti di lavoro che chi è nato in Occidente preferisce abbandonare. Su quei lavori, pagano le tasse. Senza gli immigrati, il governo Renzi sarebbe, in questo momento, disperatamente alla caccia di quasi 7 miliardi di euro per tappare i buchi della legge di Stabilità. Gli stranieri hanno pagato, infatti, circa 6,8 miliardi di euro di Irpef nel 2014, su redditi dichiarati per oltre 45 miliardi di euro l’anno. La Fondazione Leone Moressa ha calcolato il rapporto costi-benefici dell’immigrazione è, per l’Italia, largamente positivo: le tasse pagate dagli stranieri (fra fisco e contributi previdenziali) superano i benefici che ricevono dal welfare nazionale per quasi 4 miliardi di euro.

integrazione immigratiPiù o meno, è quanto dicono i dati degli altri paesi europei. L’immigrazione deve essere inserita nella colonna dei più: in media, l’apporto netto all’economia, da parte di chi è giunto in Europa in questi anni, vale, secondo i calcoli dell’Ocse, lo 0,3 per cento del Pil, il prodotto interno lordo, ovvero la ricchezza creata in un anno nel paese. Se si tolgono le pensioni pagate agli stranieri residenti, l’apporto positivo supera lo 0,5 per cento del Pil. Era vero quando, negli anni scorsi, l’immigrazione era frutto di movimenti all’interno dell’Europa. Ed è vero anche oggi, che hanno assunto preminenza i flussi extraeuropei.

Il contributo degli immigrati all’economia è superiore a quanto essi ricevono a titolo di prestazioni sociali o di spesa pubblica” riassume Jean-Cristophe Dumont che guida il dipartimento dell’Ocse che si occupa specificamente di immigrazione e che ha studiato gli ultimi dati. La realtà si è incaricata di sgonfiare molte polemiche degli ultimi anni, a cominciare da quella sull’idraulico polacco che, sull’onda dell’allargamento dell’Unione, nel 2004, sarebbe stato pronto a sbarcare nei paesi della Ue a togliere lavoro ai suoi colleghi. L’Ocse ha studiato da vicino il caso dell’Inghilterra dove, negli anni immediatamente successivi al 2004, sono arrivati, in effetti, un milione di immigrati dai paesi est europei, Polonia in testa. Ma, secondo Dumont, queste centinaia di migliaia di immigrati “non hanno né aumentato il tasso di disoccupazione, né abbassato il livello medio dei salari”.
invecchiamento popolazioneDifficile che un idraulico siriano, oggi, cambi quello che non ha cambiato, ieri, l’idraulico polacco. Piuttosto, ciò che colpisce, nelle cifre sull’immigrazione, è la loro esiguità. L’impressione di un’Europa scossa e sommersa da uno tsunami migratorio è frutto di un’allucinazione. In tutto, gli immigrati oggi presenti in Europa sono pari al 7 per cento della popolazione. Gli arrivi incidono positivamente sull’economia, ma per non più di qualche decimale. Il fisco ci guadagna: uno straniero in Lombardia dichiara più di un italiano in Calabria. Ma l’Irpef complessiva degli immigrati non arriva al 5 per cento del totale delle relative entrate.

Anche le spese, nonostante le polemiche, sono ridotte. In media, nei paesi ricchi dell’Ocse, gli immigrati assorbono il 2 per cento dei fondi per l’assistenza sociale, l’1,3 per cento dei sussidi di disoccupazione, lo 0,8 per cento delle pensioni. L’Italia è in linea. Anzi sulle pensioni (pochi gli immigrati che, nel nostro paese, ci sono arrivati) la spesa per gli stranieri è dello 0,2 per cento.
Piano a dire, dunque, che la Merkel è stata accecata dalla generosità. Gli 800 mila rifugiati che è pronta ad accogliere sono meno del milione di polacchi che ha assorbito l’Inghilterra di Blair e non creeranno, probabilmente, più sconquassi.

Maurizio Ricci da La Repubblica dell’8 settembre 2015

http://www.repubblica.it/economia/2015/09/08/news/lavorano_e_fanno_figli_cosi_i_migranti_finanziano_l_europa-122423704/?ref=HREC1-2

L’eterno ritornello sugli immigrati

aiutare i poveri

Quello dei migranti è un problema serio che ha origini antiche perché l’umanità non è mai stata ferma in un posto, ma diventa oggi un’emergenza perché ci sono guerre che dieci anni fa non c’erano.

D’altra parte l’intera Europa ha una crescita demografica ferma e in prospettiva ci saranno meno giovani lavoratori a produrre Pil, tasse e contributi per pagare pensioni, assistenza e servizi.

L’Italia invecchia più di altri paesi e già oggi, nonostante la disoccupazione, ci sono milioni di posti di lavoro occupati da immigrati cui non possiamo rinunciare. C’è qualche giovane italiano che vuol fare il badante? O che vuole allevare i maiali? Difficile ed ecco che ci pensano quelli che vengono qui per lavorare.

Un paese serio avrebbe una classe dirigente che immagina e progetta il futuro riuscendo a dare un senso strategico all’emergenza. Qui succede che negli anni passati abbiamo avuto la famigerata legge Bossi – Fini che prendeva in giro gli italiani facendo finta che i datori di lavoro andassero a scegliersi i lavoratori nelle Filippine o in Bangladesh. Una finzione ignobile che gettava sulle spalle degli italiani l’assoluta incapacità dei politici.

Oggi i successori di quegli incapaci sbraitano contro l’immigrazione esibendo la stessa cecità e lo stesso disinteresse per il futuro dell’Italia. Quelle facce toste dei leghisti vanno in Tv a dire che sono ben accetti i migranti che lavorano e pagano le tasse. E chissà come si arriva a lavorare e a pagare le tasse se loro vogliono ributtarli a mare? Forse immaginano che si paracadutino direttamente sulle fabbrichette e sui campi coltivati col contratto di lavoro in mano? Pura idiozia.

Il problema è che sono questi ottusi incompetenti a guidare le danze del dibattito pubblico. L’emergenza migranti è una cosa seria e ci vorrebbe gente seria a parlarne e a gestirla. Invece ci facciamo prendere per il naso da quelli lì. Comunque bisogna insistere con l’Europa perché tanto comunque una parte dei migranti riesce ad uscire dall’Italia e far finta che non sia così è solo un contentino che altri governi danno alle loro opinioni pubbliche

L’abbandono delle periferie: lettera di un abitante di Tor Sapienza

rivolta tor sapienzaAbito a Tor Sapienza, in quel viale Giorgio Morandi che nei giorni scorsi è finito (finalmente…) all’attenzione della stampa nazionale. Gruppi di destra estrema hanno trovato la strada spalancata per infiltrarsi in una legittima e giustificata protesta, facendola diventare una violenza terribile ed ingiustificata .

La presenza di un Centro di accoglienza nel quartiere, con i suoi ospiti a volte “invadenti”, è stata la miccia che ha acceso l’esplosivo, ma non il vero fatto scatenante. Questa zona, come quasi tutte le altre della periferia della Capitale, paga un progressivo abbandono. A metà anni ’80 sono venuto ad abitare qui, socio di una cooperativa di abitazione che stava costruendo in un quartiere nuovo, fatto essenzialmente di case Iacp e di enti. Fino alla fine degli anni ’90 le cose sono andate abbastanza bene: periferia, certo; quartiere popolare, certo; ma tutto sommato dignitoso. Poi l’abbandono è diventato il tratto dominante della politica in questo quartiere.

campo rom via di saloneUna decina di anni fa venne insediato un gigantesco campo nomadi. Non ero contro a priori, ritenevo che un campo regolato, vigilato e dotato di servizi fosse una possibilità e un’occasione. Mi sbagliavo. Dopo alcuni anni è saltato tutto: sporcizia a non finire, bande che girano su automobili e camion scassatissimi, i cassonetti della spazzatura sempre (sempre!) svuotati sui marciapiedi per frugarci dentro, gente che vomita e defeca in quello che una volta era un parco e il suddetto campo che sembra un pezzo di quarto o quinto mondo calato nella Capitale: senza vigilanza, senza servizi, circondato da immondizia che brucia generando fumi tossici di ogni tipo.

In un grande complesso di case popolari di fronte al mio condominio c’era una struttura commerciale di negozi e spazi a disposizione della cittadinanza. C’erano il calzolaio, il barbiere, bar, biblioteca ecc…. Dopo la fuga dei commercianti la struttura è stata occupata da extracomunitari che vivono in condizioni igieniche inimmaginabili, senza allacci, senza bagni, con rudimentali cucine all’aperto e immondizia ovunque. I viali intorno alle nostre abitazioni sono occupati da prostitute a tutte le ore, in un ignobile mercato della carne attivo 24 ore su 24.

tor sapienza protesteLa presenza di un Centro di accoglienza all’interno di quello che una volta era un palazzo per uffici non è certo il maggiore dei problemi, ma la classica goccia che ha fatto traboccare il vaso. Come dire: prima quelli, poi quegli altri, adesso basta. E noi che risiediamo qui abbiamo pagato 25 anni di mutuo.

La sinistra in cui da sempre milito, che governa e ha a lungo governato questa città, ha abbandonato le periferie e i cittadini che vi risiedono a favore di operazioni-spot tipo la (falsa) pedonalizzazione dei Fori Imperiali o l’apertura di un pezzo della linea metro C, ma fino alle 18,30. In campagna elettorale Ignazio Marino, il mio sindaco, giustamente diceva: “Non segnalatemi solo problemi, suggeritemi anche soluzioni”. Bene, eccone alcune possibili da subito: verificare bollo e assicurazione di tutti i mezzi, anche all’interno dei campi nomadi e, se in difetto, sequestrarli; controllare cosa fanno i bambini nei campi nomadi, se vanno a scuola o no, se sono obbligati ad elemosinare e se così affidarli a strutture protette; liberare tutti gli immobili di proprietà pubblica dagli occupanti abusivi; riconsegnare alla fruizione collettiva spazi pubblici come i parchi giochi per bambini, allontanando chi ne fa un uso “improprio”.

In attesa di soluzioni vere, di quelle scelte difficili che solo la politica che sa guardare lontano sa fare, questi potrebbero essere gesti importanti. Sappiamo che la fiducia dei cittadini si nutre anche di questi. Prima che sia troppo tardi

(Tratto da una lettera a Michele Serra pubblicata sul Venerdì del 28 novembre 2014)

Gli sfruttatori di immigrati un freno all’economia

Fra le tante scemenze cui ci abituato la Lega – passata senza vergogna dai privilegi della politica romana e regionale, all’assalto ai posti di sottogoverno, alle ruberie della famiglia Bossi e dei suoi eletti – quella dell’inseguimento del ministro Kyenge è, forse, la più stupida.

Se non fossero così ottusi si accorgerebbero che senza immigrati l’economia italiana (servizi alla persona compresi) starebbe molto peggio di come sta.

I leghisti più che fare gli interessi degli abitanti delle regioni del nord fanno solo casino che può servire per raggranellare qualche voto rabbioso, ma non serve a niente per i problemi della gente.

Per capirlo non bisogna nemmeno essere molto intelligenti o fini intellettuali: basta guardarsi intorno o pensare che tutte le/i badanti e colf, tutti gli operai, tutti gli agricoltori, tutti gli addetti alla zootecnia, tutti i cuochi, camerieri, fruttivendoli, benzinai, tutti i piccoli imprenditori immigrati sparissero all’improvviso per intuire che fanno già parte dell’economia e della società.

Il problema serio invece è quello dello sfruttamento degli immigrati da parte degli italiani perchè influisce sul mercato del lavoro, sui livelli retributivi e favorisce la criminalità organizzata. Vogliamo dare una spinta all’economia? Combattiamo lo sfruttamento di tutta la manodopera italiana e degli immigrati e avremo un rilancio della domanda di beni essenziali quelli che fanno lavorare le imprese e l’agricoltura.

CIE: basta discutere, vanno chiusi

cie prigionieriL’ennesima protesta estrema messa in atto ieri da 8 migranti detenuti nel Cie di Ponte Galeria è su tutte le prime pagine dei quotidiani. Le centinaia di visite svolte da associazioni, parlamentari e operatori degli organi di informazione hanno ormai portato alla luce molto bene la disumanità di strutture che limitano la libertà personale di persone che non hanno commesso alcun reato.

Il punto è che le visite, le denunce, le dichiarazioni, i rapporti delle organizzazioni antirazziste non si contano più, ma il sistema di detenzione amministrativa è ancora in piedi e nulla è cambiato. L’indignazione che cosparge le pagine dei quotidiani e che straripa dalle dichiarazioni dei parlamentari che visitano le strutture scompare quando si tratta di tradurre in scelte politiche conseguenti l’analisi di quanto avviene.

cie immigratiI migranti questo lo hanno capito. Per questo scelgono sempre più spesso forme di protesta disperate: gli atti di autolesionismo come quello scelto dai 15 migranti che dal 21 dicembre si sono cuciti la bocca a Ponte Galeria, i danneggiamenti alle strutture come quelli che più volte sono stati realizzati a Gradisca e a Lampedusa, le proteste sui tetti come quella di Bari. Oppure: i casi di suicidio come quello avvenuto nel Cara di Mineo qualche giorno fa e di cui si è parlato pochissimo. Sì perchè non sono solo i Cie a dover essere chiusi: è l’intero sistema di quelli che il Ministero dell’interno e la stampa si ostinano a definire “centri di accoglienza” ma che dell’accoglienza non hanno niente che va smantellato, CARA, CDA e CPSA compresi.

La politica ha tutte le informazioni necessarie per assumersi le sue responsabilità ma non lo fa.

clandestinità immigratiIl 9 dicembre alla Camera sono state discusse diverse mozioni presentate da Pd, Scelta Civica, Sel, PDL e M5S in materia di detenzione amministrativa. La Camera ha approvato una mozione di compromesso che sebbene nella premessa sottolinei la disumanità, l’inefficacia e l’inefficienza del sistema dei Cie e dei Cara si chiude con un dispositivo (la parte che chiede un impegno al Governo) molto debole e continua di fatto a legittimarne l’esistenza.

Il sistema dei Cie, come ha efficacemente evidenziato MEDU in un comunicato diffuso il 9 dicembre, è già imploso. Solo sei dei tredici CIE presenti sono attualmente in funzione; non solo, ma queste sei strutture sono operative al 50%. Il fallimento del sistema di detenzione è sotto gli occhi di tutti, persino degli operatori delle forze dell’ordine.

Eppure. Eppure quando si tratta di agire politicamente di conseguenza, la “timidezza” prevale.

lasciateci entrareIeri il Ministro dell’Interno Alfano è stato invitato a riferire in Parlamento sui trattamenti inumani e degradanti che un servizio del Tg2, grazie alla denuncia coraggiosa di un migrante “ospite” nel CPSA di Lampedusa, ha portato alla luce. Come spesso avviene, il “caso” sotto i riflettori della stampa nazionale e internazionale, ha partorito un topolino: è stato rescisso il contratto con l’ente gestore del CPSA di Lampedusa; la Legacoop, cui aderiva la cooperativa Lampedusa accoglienza ha aperto un’inchiesta interna; si procederà, sembra, ad affidare la gestione del CPSA alla Croce Rossa. Si fa finta di fare qualcosa per rassicurare l’Europa ed evitare le procedure di infrazione annunciate, ma in realtà tutto torna come prima.

C’è appello della campagna LasciateCIEntrare ( http://lasciatecientrare.it )

Decine di associazioni, avvocati, giornalisti l’hanno elaborato dopo anni di monitoraggio sistematico, di denunce, di proteste. Chiede alla politica di rinunciare alla retorica e di agire: un sistema che non assolve le funzioni affidategli dal legislatore (solo il 46,2% delle persone detenute nei Cie tra il 1998 e il 2012 sono state effettivamente rimpatriate) è un sistema inutilmente disumano.

Dunque non c’è più niente da scoprire, ne sappiamo abbastanza. Basta discutere, queste moderne strutture di concentramento devono essere chiuse.

Di www.antirazzismo@lunaria.org

Integrazione e cittadinanza: parliamone con i protagonisti

Tanto rumore e mille polemiche intorno al tema dell’integrazione. Dopo gli insulti e le minacce, arriva anche la prima richiesta di dimissioni per il neo ministro all’Integrazione Cecile Kyenge. Magdi Allam dice: “Ha giurato il falso sulla Costituzione perché alla prima conferenza stampa dopo la sua nomina, ha detto di non sentirsi completamente italiana”. Borghezio, a seguito di petizione popolare si auto-sospende dal Parlamento europeo e i giornali parlano di fatti di cronaca. Da ultimo l’assassinio di cittadini milanesi per mano di Kabobo, legando l’episodio alla provenienza geografica e al rischio per la sicurezza in Italia e non ad altro.

immigrati in ItaliaAbbiamo deciso di dare la parola ai protagonisti e abbiamo intervistato Abdou, senegalese, 33 anni.

Ciao Abdou, grazie per averci concesso un po’ del tuo tempo, da quanto tempo sei in Italia?

Ciao, grazie a voi per questa opportunità. Sono in Italia dal dicembre 2004.

Cosa ti ha spinto a lasciare il tuo Paese e come mai hai scelto l’Italia come destinazione?

L’Italia non l’ho scelta io. Appena ho finito il servizio militare vi era un progetto di emigrazione messo a punto dalla mia famiglia. Mio fratello era già in Italia da diversi anni, lavorava in fabbrica a Rimini e guadagnava poco più di 1000 euro al mese. Era una prospettiva economica eccezionale. Mi avrebbe dato la possibilità di vivere bene e sostenere la mia numerosissima famiglia in Senegal. L’Italia, poi, è la patria del calcio, io ne sono appassionato e da quello che vedevo in televisione l’Italia poteva darmi la possibilità di sognare e guardare oltre la sopravvivenza quotidiana.

E’ stato difficile raggiungere l’Italia?

Si. Avere un visto per raggiungere l’Italia è difficile laggiù in Senegal. C’è un mercato illegale. Ma non voglio dire altro su questo. Comunque ho avuto un visto di due mesi e sono partito per l’Olanda. Il volo faceva scalo a Milano Malpensa. Sono uscito dall’ aeroporto e adesso eccomi qui.

Appena sei arrivato in Italia cosa hai pensato?

Mi sembrava di essere arrivato da un altro Pianeta. Tutto era diverso: le persone, le stagioni, l’odore della terra. Mio fratello mi aveva detto che alla scadenza dei due mesi del visto sarei stato clandestino, salvo la possibilità di una sanatoria (il termine ho capito dopo cos’era) o un contratto di lavoro: mi sono chiesto, allora, come faccio a trovarmi un lavoro? Non conosco la lingua, non so neanche cosa sia il mondo del lavoro. Mio fratello viveva con altri senegalesi, appena sono arrivato a Rimini, entrando a casa sua ho tirato un sospiro di sollievo. Mi sono sentito a casa: nei giorni successivi ho girato la città. Mi sono sentito perso: non conoscevo nessuno, la mia famiglia, i miei amici, la “boutique” dove compravo praticamente tutto, il the, il caffè Touba (caffè tipico senegalese). La cosa peggiore che ho avvertito è stata la sensazione di essere ignorato. Sono arrivato a dicembre, nevicava. Io non avevo mai visto la neve prima,  ho chiesto a mio fratello: “Che ore sono?” Mi ha risposto: “Le 5”. E io: “Le cinque del mattino?” Mi ha risposto: “No, della sera”. Ma fuori era già buio. Quello che mi è entrato immediatamente nel cuore è stato il paesaggio intorno a me. Il Senegal è una pianura con qualche piccola collinetta, spostandosi verso l’interno e andando verso il deserto. L’Italia per me è un paradiso naturale.

Bene. Grazie di questo apprezzamento Abdou. Cosa pensi della cultura che hai incrociato? E degli italiani?immigrati

Siamo diversi, profondamente diversi. Ho capito quanto è pesante la cultura, le tradizioni, la società nella formazione di una persona. Penso, sinceramente, che in Italia ci sia tanta ignoranza: è come se, molte delle persone che ho incontrato di nazionalità italiana, pensassero al fatto che oltre il confine italiano non ci fosse nulla. Forse è un problema dei piccoli comuni: ho vissuto per 8 anni in diversi paesi della Romagna: Rimini, Cattolica, Tavullia e avevo l’impressione che per loro fuori delle loro case non ci fosse nulla. Adesso vivo da pochi mesi a Roma e mi sembra diversa.

Un’altra cosa che mi ha colpito molto degli italiani è la facilità di bestemmiare: appena l’ho sentito la prima volta ho pensato che arrivasse un diluvio universale, quello che nella Bibbia si chiama Apocalisse, una punizione divina insomma.

Sono molto credente, mi spaventava questa mancanza di rispetto. Esiste però un’Italia molto buona, accogliente, con la quale ti senti alla pari e per la quale il colore della pelle davvero non esiste. Quella gente, insomma, che ti parla guardandoti negli occhi, curiosa di conoscerti, che riconosce in te un cervello, un cuore e sangue dello stesso colore. Questa gente, in Italia, è minoritaria, ma per l’importanza che ha supera di gran lunga la parte peggiore. Persone della parte migliore ne ho conosciute e con una di loro mi ci sono anche fidanzato.

Qual’è la cosa peggiore che hai vissuto in Italia?

Il colore della pelle e la clandestinità: è durata 6 anni. Era assurdo per me non poter neanche uscire a comprare le sigarette. Era assurdo pensare di essere nell’obiettivo della polizia senza aver commesso nessun reato. Volevo trovarmi un lavoro, avere i famosi “documenti” ma in ogni posto in cui andavo mi chiedevano il permesso di soggiorno o mi proponevano di lavorare a nero (così ho fatto per diversi anni negli alberghi a Rimini per la stagione balneare, 12 ore di lavoro al giorno, ma dovevo assolutamente avere una paga: sapevo quello che avevo lasciato in Senegal e non potevo deluderli).

Una volta mi hanno beccato nel centro di Rimini, a gennaio 2005, mi hanno chiesto i documenti e portato in caserma. Io non conoscevo neanche l’italiano, ma i carabinieri sono stati capaci di parlarmi in francese. Ero da appena due mesi in Italia. Avevo una busta di plastica piena di borse da vendere che mio fratello aveva comprato per me: non ero un venditore, non lo sapevo fare, non ero capace e le vendite erano state nulle. Ero già rattristato dal crollo di un sogno: un lavoro sicuro come operaio in fabbrica.immigrati e integrazione

In caserma i carabinieri sono stati anche gentili, mi hanno offerto qualcosa da mangiare. Abbiamo parlato della morte del motorista Fabrizio Meoni. Dopo una notte in cella, mi hanno dato un foglio di via e mi hanno detto che entro una settimana avrei dovuto lasciare l’Italia. Sono andato a casa, mio fratello mi ha detto che era normale, tutti gli immigrati ne avevano uno e che potevo buttarlo via. Ho vissuto mesi, fino all’arrivo dei documenti nel 2009, col timore che mi fermassero e scoprissero di questo foglio: avevo letto sul sito www.stranierinitalia.it che potevano arrestarmi e riportarmi a casa in manette.

Segui la politica in Italia? Cosa ne pensi?E della nomina del ministro Kyenge?

A dire il vero seguo più la politica italiana che quella senegalese. Quello che posso dire con certezza è che una cosa comune a tutti i politici è la corruzione: in Senegal, gli aiuti inviati dai Paesi occidentali, finiscono direttamente nelle loro tasche. Nel mio quartiere, i vestiti occidentali erano venduti al mercatino dell’usato. Mai nessuno mi ha regalato qualcosa.

Dell’Italia penso che i giovani non si ribellino abbastanza e neanche concretamente. Solo loro possono cambiare il paese. Nel 2012 in Senegal è stato eletto un presidente molto giovane, dopo 20 anni di governo di quello uscente. Per farlo si sono mobilitati i giovani, ci sono state molte proteste e scontri con la polizia. L’esito delle elezioni è stata una festa per tutti. La politica italiana parla sempre delle stesse cose e questo vuol dire che non risolve mai niente. Parla sempre di Berlusconi, anche quando non è capo del governo. Berlusconi andrà via, ma l’Italia e i suoi cittadini resteranno. E allora? Ho simpatia per Grillo perchè è una persona nuova, dice cose vere secondo me, ma mi sembra troppo comico per fare politica. Urla sempre e non ha mai parlato degli immigrati….cecile kyenge

La nomina della Kyenge mi sembra un po’ una presa in giro: troppe polemiche. L’integrazione sta nella cultura degli italiani, non nel simbolo di una ministra nera. Sono contento però, perchè a parlare di integrazione sarà chi ha vissuto l’immigrazione.

Adesso che fai in Italia? Quali sono i tuoi progetti per il futuro?

Adesso cerco lavoro. L’anno scorso, dopo aver finito la stagione a Rimini non sono più riuscito a trovarne uno. Sono un po’ spaventato perchè sento tanti italiani, anche nelle trasmissioni televisive che perdono il lavoro, famiglie intere che vivono con meno di 1.000 euro al mese e mi chiedo, se per gli italiani è così, figuriamoci per gli immigrati. Stavo pensando di andare in Germania, alcuni miei amici che sono la mi dicono che è più facile trovare lavoro però nel frattempo ho conosciuto una persona e ci siamo innamorati. Mi sono trasferito a Roma e spero di trovarmi un lavoro e costruire il mio futuro con lei. Mi piacerebbe avere una famiglia e anche una vita italo-senegalese: portare nel mio Paese qualcosa di quello che manca. Lì non c’è crisi,  è un Paese povero, ma è un cantiere aperto. In Occidente c’è già tutto, lì ancora è tutto da costruire. Spero di mettere su una piccola impresa, vorrei coltivare arance in Senegal, comprare casa in Italia e nel mio Paese, dove porterò i figli che nasceranno qui perchè anche quelle sono le loro origini… Speriamo che non imparino le bestemmie…

(Intervista a cura di Angela Masi)

Ius soli: un problema serio vuole soluzioni intelligenti (di Angela Masi)

Il dibattito sulla cittadinanza, tornato in auge con l’affidamento del Ministero per l’integrazione all’onorevole Kyenge, sembra concentrato su questioni ideologiche che non hanno più alcuna utilità né concretezza (ammesso e non concesso che mai l’abbiano avuta).kyenge

Quello che contano sono le proposte concrete e l’analisi delle stesse.

Il 21 marzo 2013 (molto prima del governo Letta) viene depositata alla Camera una proposta di legge in tema di cittadinanza firmata dalla neo-eletta e futuro ministro Kyenge insieme a Bersani, Chaouki e Speranza, del PD. Le successive vicende politiche hanno poi visto la nascita del governo Letta, senza che tra le forze politiche coinvolte potesse essere discussa la questione e senza quindi alcun accordo di programma al proposito.

Il testo proposto ad inizio legislatura ha molti elementi in comune con i progetti che l’hanno preceduta in passato, tra i quali la proposta Turco-Violante del 2001, il disegno di legge del ministro Amato del 2006, per arrivare alla proposta bi-partisan Sarubbi-Granata durante la scorsa legislatura. In tutti questi casi vengono proposte, seppur con sfumature diverse, innovazioni che introducono nella legge vigente elementi di ius soli, ovvero mirano a permettere l’acquisizione facilitata della cittadinanza italiana per chi è nato in Italia da genitori stranieri.

L’ipotesi della ministra Kyenge è il doppio ius soli  che raccoglie suggerimenti sia dal sistema francese che da quello tedesco. Si prevede l’acquisizione della cittadinanza per i figli nati in Italia da uno straniero a sua volta nato in Italia e qui residente legalmente. Oppure per i figli nati in Italia da stranieri legalmente residenti da almeno cinque anni Nessuna paura quindi che le gestanti africane vengano a partorire in Italia.immigrati

Ulteriori corsie di ingresso sono previste per chi, nato in Italia o immigrato in Italia da bambino, abbia frequentato un certo numero di anni di scuola in Italia.
Si tratta quindi certamente non di un’applicazione dello ius soli puro e incondizionato tale da incoraggiare un “turismo” organizzato a questo fine.

E’ importante tuttavia capire come si inserirebbe una nuova legislazione con un orientamento a un regime misto nel contesto europeo. Storicamente, mentre nel Regno Unito e in Irlanda era originariamente applicato lo ius soli, il resto dell’Europa viene da una tradizione di ius sanguinis, per motivi legati sia alla tradizione giuridica del diritto civile che all’esperienza prevalente di emigrazione.

Non si tratta, però, di una questione puramente giuridica. L’ultimo rapporto ISTAT e il rapporto dell’Arci Migrantes dicono che i minori residenti in Italia, nati da genitori stranieri, sono circa un milione. Di questi, circa 650 mila hanno visto la luce nelle strutture del servizio sanitario nazionale. Tutto lascia prevedere che i dati, alla fine dell’anno in corso, risulteranno aumentati con un incremento che, ormai da diverso tempo, si attesta attorno all’1,5 – 2% annuo. Un milione di giovani italiani che studieranno e, speriamo, lavoreranno qui sono una ricchezza, non un problema.

In Italia, la legge sulla cittadinanza (Legge 5 febbraio 1992, n.91) ha più di vent’anni ed è basata sullo ius sanguinis, per cui, lo status giuridico dei bambini, figli di immigrati, cui capita di nascere in Italia è inestricabilmente legato alla condizione dei genitori e, in ogni caso, non hanno diritto alla cittadinanza prima del raggiungimento della maggiore età.

I loro padri ottengono la cittadinanza compiuti dieci anni di residenza legale, se percepiscono un reddito dichiarato che garantisca l’autosufficienza (condizione quasi impossibile se consideriamo il numero degli stranieri che lavorano a nero e quelli che non raggiungono quella soglia di reddito).

La legge prevede che la procedura attraverso la quale ottenere la concessione, deve durare 730 giorni, cioè due anni. In realtà, gli anni che trascorrono non sono meno di quattro.balotelli e madre

Il calciatore Balotelli è un esempio di questa procedura e nonostante sia nato in Italia, abbia frequentato scuole italiane e cresciuto calcisticamente nelle squadre giovanili della sua città, non ha potuto giocare in nazionale, in quanto non cittadino italiano, fino ad oltre 19 anni di età. E consideriamo che per un personaggio pubblico e ben retribuito i tempi burocratici si sono contratti di molto…

Il “beneficio” della cittadinanza italiana spetta di diritto anche a chi nasce in Italia da genitori ignoti o apolidi; oppure il figlio di genitori ignoti trovato sul territorio italiano di cui non si trova nessun’altra cittadinanza. O ancora: lo straniero che risiede da tre anni o che è nato in Italia, del quale si riescono a rintracciare antenati diretti di nazionalità italiana. Infine: il ragazzo già diciottenne adottato da cittadini italiani, che però risiede in Italia da almeno 5 anni.

Possiamo concludere, dunque, che al di là della questione italiana sul riconoscimento della cittadinanza per ius soli, tutti i Paesi europei dovrebbero avviare una riflessione sull’argomento poiché tale modalità di riconoscimento della cittadinanza vige solo in Francia dal 1515. Vero è che la Francia ha una lunga storia di colonizzazione e di immigrazione ma altrettanto vero è che la società contemporanea ci ha sottoposti ad una serie di cambiamenti economici e culturali tali per cui la presenza di cittadini extra-comunitari in tutta Europa non può più essere regolata da una legislazione appartenente ad altri tempi.

immigratiUn’altra questione importante è quella dei diritti derivanti dal riconoscimento dello status di cittadino: diritti civili, diritti politici, diritti sociali.

Perché un cittadino, nato in Italia, cresciuto nello stesso Paese, che ha frequentato le nostre scuole non deve, per esempio, avere diritto di accesso ai concorsi pubblici?

Perché non deve poter eleggere i propri rappresentanti istituzionali? Perché non deve avere diritto ai meccanismi di protezione sociale quali, per esempio, la pensione dopo il lavoro pur pagando le tasse nel nostro Paese e pur versando i contributi utili a sostenere il sistema pensionistico dei nostri padri italiani?

Non c’è un po’ di contraddizione nel riconoscere il diritto di voto ad un argentino, per esempio, che ha genitori italiani, ma che in Italia non ha mai messo piede e non ad un cittadino extra-comunitario italiano a tutti gli effetti, tranne che formalmente?

E’ vero, essere cittadini di un Paese attribuisce diritti importanti, quelli cui sopra abbiamo accennato ma non è affatto vero che riconoscerli ad un numero maggiore di persone favorisce il rischio di perderli…. La crisi che stiamo vivendo in Italia e in altri paesi europei dimostra chiaramente che tale rischio non c’entra niente né con gli immigrati né con lo ius soli.

Angela Masi

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