I migranti che finanziano l’Europa

I POLITICI possono dire quello che vogliono. E anche i cittadini qualunque, al bar o in tram. Ma gli economisti non hanno dubbi: le dimensioni del fenomeno sono troppo grandi per liquidarle con gli aneddoti sui due ragazzi di colore fermi a non far niente sul marciapiede o sulla famiglia araba nell’alloggio di edilizia popolare. Sulla base dei grandi numeri, dunque, gli economisti concludono che gli immigrati che si rovesciano a ondate sulle frontiere europee non sono il problema. Sono la soluzione del problema. Bisogna trovare il modo di sistemarli e di integrarli: un compito inedito, immane, per il quale non ci sono soluzioni facili. Ma le centinaia di migliaia di uomini e donne, giovani, fra i 20 e i 40 anni, spesso con figli al seguito, che si affollano sulle barche, sui treni, sui camion dei disperati sono quello di cui l’Europa ha bisogno. Subito.

migranti a MonacoQuando Angela Merkel apre le porte della Germania a 800 mila rifugiati, infatti, non spara troppo alto. Spara basso. Facendo un calcolo a spanne, Leonid Bershidsky, su Bloomberg , calcola che l’Europa avrebbe bisogno di 42 milioni di nuovi europei entro il 2020. Cioè domani. E di oltre 250 milioni di europei in più nel 2060. Chi li fa, tutti questi bambini?
I 42 milioni di europei in più sono, infatti, quelli che servirebbero, subito, per tenere in equilibrio una cosa a cui – nonostante quello che hanno affermato in questi giorni leader politici, come l’ungherese Viktor Orbàn – gli europei qualunque tengono, probabilmente, più che alle loro radici cristiane: il generoso sistema pensionistico. Oggi, in media, dice un rapporto della Ue, in Europa ci sono quattro persone in età lavorativa (15-64 anni) per ogni pensionato. Nel 2050, ce ne saranno solo due. Ancora meno in Germania: quasi 24 milioni di pensionati contro poco più di 41 milioni di adulti. In Spagna: 15 milioni di over 65 a carico di soli 24,4 milioni di lavoratori. In Italia: 20 milioni ad aspettare ogni mese, nel 2050, l’assegno dell’Inps, finanziato dai contributi di meno di 38 milioni di persone in età per lavorare. Le soluzioni non sono molte. O si tagliano le pensioni, o si aumentano i contributi in busta paga o si trova il modo di aumentare il numero di persone che pagano i contributi.

migranti al lavoro campiSarà un paradosso, ma è più facile che, a pagare quei contributi, sia un immigrato, piuttosto che un cittadino italiano. Oggi, la percentuale degli italiani che lavora e porta a casa soldi è pari al 67 per cento della popolazione. Fra chi è venuto qui dall’Asia o dall’Africa, la percentuale è del 72 per cento. Perché ha tolto il posto di lavoro a un italiano? Non parrebbe. Secondo l’Ocse – l’organizzazione che raccoglie i paesi ricchi del mondo – circa il 15 per cento dei posti di lavoro nei settori ad alto sviluppo è stato occupato da un immigrato. In altre parole, dove la concorrenza per il posto è forte, c’è un immigrato ogni 6-7 lavoratori. Nei settori in declino, invece, incontrare un immigrato è quasi due volte più facile: oltre un addetto su quattro non è nato in Italia. Detto più semplicemente, gli immigrati tendono ad occupare i posti di lavoro che chi è nato in Occidente preferisce abbandonare. Su quei lavori, pagano le tasse. Senza gli immigrati, il governo Renzi sarebbe, in questo momento, disperatamente alla caccia di quasi 7 miliardi di euro per tappare i buchi della legge di Stabilità. Gli stranieri hanno pagato, infatti, circa 6,8 miliardi di euro di Irpef nel 2014, su redditi dichiarati per oltre 45 miliardi di euro l’anno. La Fondazione Leone Moressa ha calcolato il rapporto costi-benefici dell’immigrazione è, per l’Italia, largamente positivo: le tasse pagate dagli stranieri (fra fisco e contributi previdenziali) superano i benefici che ricevono dal welfare nazionale per quasi 4 miliardi di euro.

integrazione immigratiPiù o meno, è quanto dicono i dati degli altri paesi europei. L’immigrazione deve essere inserita nella colonna dei più: in media, l’apporto netto all’economia, da parte di chi è giunto in Europa in questi anni, vale, secondo i calcoli dell’Ocse, lo 0,3 per cento del Pil, il prodotto interno lordo, ovvero la ricchezza creata in un anno nel paese. Se si tolgono le pensioni pagate agli stranieri residenti, l’apporto positivo supera lo 0,5 per cento del Pil. Era vero quando, negli anni scorsi, l’immigrazione era frutto di movimenti all’interno dell’Europa. Ed è vero anche oggi, che hanno assunto preminenza i flussi extraeuropei.

Il contributo degli immigrati all’economia è superiore a quanto essi ricevono a titolo di prestazioni sociali o di spesa pubblica” riassume Jean-Cristophe Dumont che guida il dipartimento dell’Ocse che si occupa specificamente di immigrazione e che ha studiato gli ultimi dati. La realtà si è incaricata di sgonfiare molte polemiche degli ultimi anni, a cominciare da quella sull’idraulico polacco che, sull’onda dell’allargamento dell’Unione, nel 2004, sarebbe stato pronto a sbarcare nei paesi della Ue a togliere lavoro ai suoi colleghi. L’Ocse ha studiato da vicino il caso dell’Inghilterra dove, negli anni immediatamente successivi al 2004, sono arrivati, in effetti, un milione di immigrati dai paesi est europei, Polonia in testa. Ma, secondo Dumont, queste centinaia di migliaia di immigrati “non hanno né aumentato il tasso di disoccupazione, né abbassato il livello medio dei salari”.
invecchiamento popolazioneDifficile che un idraulico siriano, oggi, cambi quello che non ha cambiato, ieri, l’idraulico polacco. Piuttosto, ciò che colpisce, nelle cifre sull’immigrazione, è la loro esiguità. L’impressione di un’Europa scossa e sommersa da uno tsunami migratorio è frutto di un’allucinazione. In tutto, gli immigrati oggi presenti in Europa sono pari al 7 per cento della popolazione. Gli arrivi incidono positivamente sull’economia, ma per non più di qualche decimale. Il fisco ci guadagna: uno straniero in Lombardia dichiara più di un italiano in Calabria. Ma l’Irpef complessiva degli immigrati non arriva al 5 per cento del totale delle relative entrate.

Anche le spese, nonostante le polemiche, sono ridotte. In media, nei paesi ricchi dell’Ocse, gli immigrati assorbono il 2 per cento dei fondi per l’assistenza sociale, l’1,3 per cento dei sussidi di disoccupazione, lo 0,8 per cento delle pensioni. L’Italia è in linea. Anzi sulle pensioni (pochi gli immigrati che, nel nostro paese, ci sono arrivati) la spesa per gli stranieri è dello 0,2 per cento.
Piano a dire, dunque, che la Merkel è stata accecata dalla generosità. Gli 800 mila rifugiati che è pronta ad accogliere sono meno del milione di polacchi che ha assorbito l’Inghilterra di Blair e non creeranno, probabilmente, più sconquassi.

Maurizio Ricci da La Repubblica dell’8 settembre 2015

http://www.repubblica.it/economia/2015/09/08/news/lavorano_e_fanno_figli_cosi_i_migranti_finanziano_l_europa-122423704/?ref=HREC1-2

L’eterno ritornello sugli immigrati

Quello dei migranti è un problema serio che ha origini antiche perché l’umanità non è mai stata ferma in un posto, ma diventa oggi un’emergenza perché ci sono guerre che dieci anni fa non c’erano.

D’altra parte l’intera Europa ha una crescita demografica ferma e in prospettiva ci saranno meno giovani lavoratori a produrre Pil, tasse e contributi per pagare pensioni, assistenza e servizi.

L’Italia invecchia più di altri paesi e già oggi, nonostante la disoccupazione, ci sono milioni di posti di lavoro occupati da immigrati cui non possiamo rinunciare. C’è qualche giovane italiano che vuol fare il badante? O che vuole allevare i maiali? Difficile ed ecco che ci pensano quelli che vengono qui per lavorare.

Un paese serio avrebbe una classe dirigente che immagina e progetta il futuro riuscendo a dare un senso strategico all’emergenza. Qui succede che negli anni passati abbiamo avuto la famigerata legge Bossi – Fini che prendeva in giro gli italiani facendo finta che i datori di lavoro andassero a scegliersi i lavoratori nelle Filippine o in Bangladesh. Una finzione ignobile che gettava sulle spalle degli italiani l’assoluta incapacità dei politici.

Oggi i successori di quegli incapaci sbraitano contro l’immigrazione esibendo la stessa cecità e lo stesso disinteresse per il futuro dell’Italia. Quelle facce toste dei leghisti vanno in Tv a dire che sono ben accetti i migranti che lavorano e pagano le tasse. E chissà come si arriva a lavorare e a pagare le tasse se loro vogliono ributtarli a mare? Forse immaginano che si paracadutino direttamente sulle fabbrichette e sui campi coltivati col contratto di lavoro in mano? Pura idiozia.

Il problema è che sono questi ottusi incompetenti a guidare le danze del dibattito pubblico. L’emergenza migranti è una cosa seria e ci vorrebbe gente seria a parlarne e a gestirla. Invece ci facciamo prendere per il naso da quelli lì. Comunque bisogna insistere con l’Europa perché tanto comunque una parte dei migranti riesce ad uscire dall’Italia e far finta che non sia così è solo un contentino che altri governi danno alle loro opinioni pubbliche

L’abbandono delle periferie: lettera di un abitante di Tor Sapienza

rivolta tor sapienzaAbito a Tor Sapienza, in quel viale Giorgio Morandi che nei giorni scorsi è finito (finalmente…) all’attenzione della stampa nazionale. Gruppi di destra estrema hanno trovato la strada spalancata per infiltrarsi in una legittima e giustificata protesta, facendola diventare una violenza terribile ed ingiustificata .

La presenza di un Centro di accoglienza nel quartiere, con i suoi ospiti a volte “invadenti”, è stata la miccia che ha acceso l’esplosivo, ma non il vero fatto scatenante. Questa zona, come quasi tutte le altre della periferia della Capitale, paga un progressivo abbandono. A metà anni ’80 sono venuto ad abitare qui, socio di una cooperativa di abitazione che stava costruendo in un quartiere nuovo, fatto essenzialmente di case Iacp e di enti. Fino alla fine degli anni ’90 le cose sono andate abbastanza bene: periferia, certo; quartiere popolare, certo; ma tutto sommato dignitoso. Poi l’abbandono è diventato il tratto dominante della politica in questo quartiere.

campo rom via di saloneUna decina di anni fa venne insediato un gigantesco campo nomadi. Non ero contro a priori, ritenevo che un campo regolato, vigilato e dotato di servizi fosse una possibilità e un’occasione. Mi sbagliavo. Dopo alcuni anni è saltato tutto: sporcizia a non finire, bande che girano su automobili e camion scassatissimi, i cassonetti della spazzatura sempre (sempre!) svuotati sui marciapiedi per frugarci dentro, gente che vomita e defeca in quello che una volta era un parco e il suddetto campo che sembra un pezzo di quarto o quinto mondo calato nella Capitale: senza vigilanza, senza servizi, circondato da immondizia che brucia generando fumi tossici di ogni tipo.

In un grande complesso di case popolari di fronte al mio condominio c’era una struttura commerciale di negozi e spazi a disposizione della cittadinanza. C’erano il calzolaio, il barbiere, bar, biblioteca ecc…. Dopo la fuga dei commercianti la struttura è stata occupata da extracomunitari che vivono in condizioni igieniche inimmaginabili, senza allacci, senza bagni, con rudimentali cucine all’aperto e immondizia ovunque. I viali intorno alle nostre abitazioni sono occupati da prostitute a tutte le ore, in un ignobile mercato della carne attivo 24 ore su 24.

tor sapienza protesteLa presenza di un Centro di accoglienza all’interno di quello che una volta era un palazzo per uffici non è certo il maggiore dei problemi, ma la classica goccia che ha fatto traboccare il vaso. Come dire: prima quelli, poi quegli altri, adesso basta. E noi che risiediamo qui abbiamo pagato 25 anni di mutuo.

La sinistra in cui da sempre milito, che governa e ha a lungo governato questa città, ha abbandonato le periferie e i cittadini che vi risiedono a favore di operazioni-spot tipo la (falsa) pedonalizzazione dei Fori Imperiali o l’apertura di un pezzo della linea metro C, ma fino alle 18,30. In campagna elettorale Ignazio Marino, il mio sindaco, giustamente diceva: “Non segnalatemi solo problemi, suggeritemi anche soluzioni”. Bene, eccone alcune possibili da subito: verificare bollo e assicurazione di tutti i mezzi, anche all’interno dei campi nomadi e, se in difetto, sequestrarli; controllare cosa fanno i bambini nei campi nomadi, se vanno a scuola o no, se sono obbligati ad elemosinare e se così affidarli a strutture protette; liberare tutti gli immobili di proprietà pubblica dagli occupanti abusivi; riconsegnare alla fruizione collettiva spazi pubblici come i parchi giochi per bambini, allontanando chi ne fa un uso “improprio”.

In attesa di soluzioni vere, di quelle scelte difficili che solo la politica che sa guardare lontano sa fare, questi potrebbero essere gesti importanti. Sappiamo che la fiducia dei cittadini si nutre anche di questi. Prima che sia troppo tardi

(Tratto da una lettera a Michele Serra pubblicata sul Venerdì del 28 novembre 2014)

Gli sfruttatori di immigrati un freno all’economia

Fra le tante scemenze cui ci abituato la Lega – passata senza vergogna dai privilegi della politica romana e regionale, all’assalto ai posti di sottogoverno, alle ruberie della famiglia Bossi e dei suoi eletti – quella dell’inseguimento del ministro Kyenge è, forse, la più stupida.

Se non fossero così ottusi si accorgerebbero che senza immigrati l’economia italiana (servizi alla persona compresi) starebbe molto peggio di come sta.

I leghisti più che fare gli interessi degli abitanti delle regioni del nord fanno solo casino che può servire per raggranellare qualche voto rabbioso, ma non serve a niente per i problemi della gente.

Per capirlo non bisogna nemmeno essere molto intelligenti o fini intellettuali: basta guardarsi intorno o pensare che tutte le/i badanti e colf, tutti gli operai, tutti gli agricoltori, tutti gli addetti alla zootecnia, tutti i cuochi, camerieri, fruttivendoli, benzinai, tutti i piccoli imprenditori immigrati sparissero all’improvviso per intuire che fanno già parte dell’economia e della società.

Il problema serio invece è quello dello sfruttamento degli immigrati da parte degli italiani perchè influisce sul mercato del lavoro, sui livelli retributivi e favorisce la criminalità organizzata. Vogliamo dare una spinta all’economia? Combattiamo lo sfruttamento di tutta la manodopera italiana e degli immigrati e avremo un rilancio della domanda di beni essenziali quelli che fanno lavorare le imprese e l’agricoltura.

CIE: basta discutere, vanno chiusi

cie prigionieriL’ennesima protesta estrema messa in atto ieri da 8 migranti detenuti nel Cie di Ponte Galeria è su tutte le prime pagine dei quotidiani. Le centinaia di visite svolte da associazioni, parlamentari e operatori degli organi di informazione hanno ormai portato alla luce molto bene la disumanità di strutture che limitano la libertà personale di persone che non hanno commesso alcun reato.

Il punto è che le visite, le denunce, le dichiarazioni, i rapporti delle organizzazioni antirazziste non si contano più, ma il sistema di detenzione amministrativa è ancora in piedi e nulla è cambiato. L’indignazione che cosparge le pagine dei quotidiani e che straripa dalle dichiarazioni dei parlamentari che visitano le strutture scompare quando si tratta di tradurre in scelte politiche conseguenti l’analisi di quanto avviene.

cie immigratiI migranti questo lo hanno capito. Per questo scelgono sempre più spesso forme di protesta disperate: gli atti di autolesionismo come quello scelto dai 15 migranti che dal 21 dicembre si sono cuciti la bocca a Ponte Galeria, i danneggiamenti alle strutture come quelli che più volte sono stati realizzati a Gradisca e a Lampedusa, le proteste sui tetti come quella di Bari. Oppure: i casi di suicidio come quello avvenuto nel Cara di Mineo qualche giorno fa e di cui si è parlato pochissimo. Sì perchè non sono solo i Cie a dover essere chiusi: è l’intero sistema di quelli che il Ministero dell’interno e la stampa si ostinano a definire “centri di accoglienza” ma che dell’accoglienza non hanno niente che va smantellato, CARA, CDA e CPSA compresi.

La politica ha tutte le informazioni necessarie per assumersi le sue responsabilità ma non lo fa.

clandestinità immigratiIl 9 dicembre alla Camera sono state discusse diverse mozioni presentate da Pd, Scelta Civica, Sel, PDL e M5S in materia di detenzione amministrativa. La Camera ha approvato una mozione di compromesso che sebbene nella premessa sottolinei la disumanità, l’inefficacia e l’inefficienza del sistema dei Cie e dei Cara si chiude con un dispositivo (la parte che chiede un impegno al Governo) molto debole e continua di fatto a legittimarne l’esistenza.

Il sistema dei Cie, come ha efficacemente evidenziato MEDU in un comunicato diffuso il 9 dicembre, è già imploso. Solo sei dei tredici CIE presenti sono attualmente in funzione; non solo, ma queste sei strutture sono operative al 50%. Il fallimento del sistema di detenzione è sotto gli occhi di tutti, persino degli operatori delle forze dell’ordine.

Eppure. Eppure quando si tratta di agire politicamente di conseguenza, la “timidezza” prevale.

lasciateci entrareIeri il Ministro dell’Interno Alfano è stato invitato a riferire in Parlamento sui trattamenti inumani e degradanti che un servizio del Tg2, grazie alla denuncia coraggiosa di un migrante “ospite” nel CPSA di Lampedusa, ha portato alla luce. Come spesso avviene, il “caso” sotto i riflettori della stampa nazionale e internazionale, ha partorito un topolino: è stato rescisso il contratto con l’ente gestore del CPSA di Lampedusa; la Legacoop, cui aderiva la cooperativa Lampedusa accoglienza ha aperto un’inchiesta interna; si procederà, sembra, ad affidare la gestione del CPSA alla Croce Rossa. Si fa finta di fare qualcosa per rassicurare l’Europa ed evitare le procedure di infrazione annunciate, ma in realtà tutto torna come prima.

C’è appello della campagna LasciateCIEntrare ( http://lasciatecientrare.it )

Decine di associazioni, avvocati, giornalisti l’hanno elaborato dopo anni di monitoraggio sistematico, di denunce, di proteste. Chiede alla politica di rinunciare alla retorica e di agire: un sistema che non assolve le funzioni affidategli dal legislatore (solo il 46,2% delle persone detenute nei Cie tra il 1998 e il 2012 sono state effettivamente rimpatriate) è un sistema inutilmente disumano.

Dunque non c’è più niente da scoprire, ne sappiamo abbastanza. Basta discutere, queste moderne strutture di concentramento devono essere chiuse.

Di www.antirazzismo@lunaria.org

Integrazione e cittadinanza: parliamone con i protagonisti

Tanto rumore e mille polemiche intorno al tema dell’integrazione. Dopo gli insulti e le minacce, arriva anche la prima richiesta di dimissioni per il neo ministro all’Integrazione Cecile Kyenge. Magdi Allam dice: “Ha giurato il falso sulla Costituzione perché alla prima conferenza stampa dopo la sua nomina, ha detto di non sentirsi completamente italiana”. Borghezio, a seguito di petizione popolare si auto-sospende dal Parlamento europeo e i giornali parlano di fatti di cronaca. Da ultimo l’assassinio di cittadini milanesi per mano di Kabobo, legando l’episodio alla provenienza geografica e al rischio per la sicurezza in Italia e non ad altro.

immigrati in ItaliaAbbiamo deciso di dare la parola ai protagonisti e abbiamo intervistato Abdou, senegalese, 33 anni.

Ciao Abdou, grazie per averci concesso un po’ del tuo tempo, da quanto tempo sei in Italia?

Ciao, grazie a voi per questa opportunità. Sono in Italia dal dicembre 2004.

Cosa ti ha spinto a lasciare il tuo Paese e come mai hai scelto l’Italia come destinazione?

L’Italia non l’ho scelta io. Appena ho finito il servizio militare vi era un progetto di emigrazione messo a punto dalla mia famiglia. Mio fratello era già in Italia da diversi anni, lavorava in fabbrica a Rimini e guadagnava poco più di 1000 euro al mese. Era una prospettiva economica eccezionale. Mi avrebbe dato la possibilità di vivere bene e sostenere la mia numerosissima famiglia in Senegal. L’Italia, poi, è la patria del calcio, io ne sono appassionato e da quello che vedevo in televisione l’Italia poteva darmi la possibilità di sognare e guardare oltre la sopravvivenza quotidiana.

E’ stato difficile raggiungere l’Italia?

Si. Avere un visto per raggiungere l’Italia è difficile laggiù in Senegal. C’è un mercato illegale. Ma non voglio dire altro su questo. Comunque ho avuto un visto di due mesi e sono partito per l’Olanda. Il volo faceva scalo a Milano Malpensa. Sono uscito dall’ aeroporto e adesso eccomi qui.

Appena sei arrivato in Italia cosa hai pensato?

Mi sembrava di essere arrivato da un altro Pianeta. Tutto era diverso: le persone, le stagioni, l’odore della terra. Mio fratello mi aveva detto che alla scadenza dei due mesi del visto sarei stato clandestino, salvo la possibilità di una sanatoria (il termine ho capito dopo cos’era) o un contratto di lavoro: mi sono chiesto, allora, come faccio a trovarmi un lavoro? Non conosco la lingua, non so neanche cosa sia il mondo del lavoro. Mio fratello viveva con altri senegalesi, appena sono arrivato a Rimini, entrando a casa sua ho tirato un sospiro di sollievo. Mi sono sentito a casa: nei giorni successivi ho girato la città. Mi sono sentito perso: non conoscevo nessuno, la mia famiglia, i miei amici, la “boutique” dove compravo praticamente tutto, il the, il caffè Touba (caffè tipico senegalese). La cosa peggiore che ho avvertito è stata la sensazione di essere ignorato. Sono arrivato a dicembre, nevicava. Io non avevo mai visto la neve prima,  ho chiesto a mio fratello: “Che ore sono?” Mi ha risposto: “Le 5”. E io: “Le cinque del mattino?” Mi ha risposto: “No, della sera”. Ma fuori era già buio. Quello che mi è entrato immediatamente nel cuore è stato il paesaggio intorno a me. Il Senegal è una pianura con qualche piccola collinetta, spostandosi verso l’interno e andando verso il deserto. L’Italia per me è un paradiso naturale.

Bene. Grazie di questo apprezzamento Abdou. Cosa pensi della cultura che hai incrociato? E degli italiani?immigrati

Siamo diversi, profondamente diversi. Ho capito quanto è pesante la cultura, le tradizioni, la società nella formazione di una persona. Penso, sinceramente, che in Italia ci sia tanta ignoranza: è come se, molte delle persone che ho incontrato di nazionalità italiana, pensassero al fatto che oltre il confine italiano non ci fosse nulla. Forse è un problema dei piccoli comuni: ho vissuto per 8 anni in diversi paesi della Romagna: Rimini, Cattolica, Tavullia e avevo l’impressione che per loro fuori delle loro case non ci fosse nulla. Adesso vivo da pochi mesi a Roma e mi sembra diversa.

Un’altra cosa che mi ha colpito molto degli italiani è la facilità di bestemmiare: appena l’ho sentito la prima volta ho pensato che arrivasse un diluvio universale, quello che nella Bibbia si chiama Apocalisse, una punizione divina insomma.

Sono molto credente, mi spaventava questa mancanza di rispetto. Esiste però un’Italia molto buona, accogliente, con la quale ti senti alla pari e per la quale il colore della pelle davvero non esiste. Quella gente, insomma, che ti parla guardandoti negli occhi, curiosa di conoscerti, che riconosce in te un cervello, un cuore e sangue dello stesso colore. Questa gente, in Italia, è minoritaria, ma per l’importanza che ha supera di gran lunga la parte peggiore. Persone della parte migliore ne ho conosciute e con una di loro mi ci sono anche fidanzato.

Qual’è la cosa peggiore che hai vissuto in Italia?

Il colore della pelle e la clandestinità: è durata 6 anni. Era assurdo per me non poter neanche uscire a comprare le sigarette. Era assurdo pensare di essere nell’obiettivo della polizia senza aver commesso nessun reato. Volevo trovarmi un lavoro, avere i famosi “documenti” ma in ogni posto in cui andavo mi chiedevano il permesso di soggiorno o mi proponevano di lavorare a nero (così ho fatto per diversi anni negli alberghi a Rimini per la stagione balneare, 12 ore di lavoro al giorno, ma dovevo assolutamente avere una paga: sapevo quello che avevo lasciato in Senegal e non potevo deluderli).

Una volta mi hanno beccato nel centro di Rimini, a gennaio 2005, mi hanno chiesto i documenti e portato in caserma. Io non conoscevo neanche l’italiano, ma i carabinieri sono stati capaci di parlarmi in francese. Ero da appena due mesi in Italia. Avevo una busta di plastica piena di borse da vendere che mio fratello aveva comprato per me: non ero un venditore, non lo sapevo fare, non ero capace e le vendite erano state nulle. Ero già rattristato dal crollo di un sogno: un lavoro sicuro come operaio in fabbrica.immigrati e integrazione

In caserma i carabinieri sono stati anche gentili, mi hanno offerto qualcosa da mangiare. Abbiamo parlato della morte del motorista Fabrizio Meoni. Dopo una notte in cella, mi hanno dato un foglio di via e mi hanno detto che entro una settimana avrei dovuto lasciare l’Italia. Sono andato a casa, mio fratello mi ha detto che era normale, tutti gli immigrati ne avevano uno e che potevo buttarlo via. Ho vissuto mesi, fino all’arrivo dei documenti nel 2009, col timore che mi fermassero e scoprissero di questo foglio: avevo letto sul sito www.stranierinitalia.it che potevano arrestarmi e riportarmi a casa in manette.

Segui la politica in Italia? Cosa ne pensi?E della nomina del ministro Kyenge?

A dire il vero seguo più la politica italiana che quella senegalese. Quello che posso dire con certezza è che una cosa comune a tutti i politici è la corruzione: in Senegal, gli aiuti inviati dai Paesi occidentali, finiscono direttamente nelle loro tasche. Nel mio quartiere, i vestiti occidentali erano venduti al mercatino dell’usato. Mai nessuno mi ha regalato qualcosa.

Dell’Italia penso che i giovani non si ribellino abbastanza e neanche concretamente. Solo loro possono cambiare il paese. Nel 2012 in Senegal è stato eletto un presidente molto giovane, dopo 20 anni di governo di quello uscente. Per farlo si sono mobilitati i giovani, ci sono state molte proteste e scontri con la polizia. L’esito delle elezioni è stata una festa per tutti. La politica italiana parla sempre delle stesse cose e questo vuol dire che non risolve mai niente. Parla sempre di Berlusconi, anche quando non è capo del governo. Berlusconi andrà via, ma l’Italia e i suoi cittadini resteranno. E allora? Ho simpatia per Grillo perchè è una persona nuova, dice cose vere secondo me, ma mi sembra troppo comico per fare politica. Urla sempre e non ha mai parlato degli immigrati….cecile kyenge

La nomina della Kyenge mi sembra un po’ una presa in giro: troppe polemiche. L’integrazione sta nella cultura degli italiani, non nel simbolo di una ministra nera. Sono contento però, perchè a parlare di integrazione sarà chi ha vissuto l’immigrazione.

Adesso che fai in Italia? Quali sono i tuoi progetti per il futuro?

Adesso cerco lavoro. L’anno scorso, dopo aver finito la stagione a Rimini non sono più riuscito a trovarne uno. Sono un po’ spaventato perchè sento tanti italiani, anche nelle trasmissioni televisive che perdono il lavoro, famiglie intere che vivono con meno di 1.000 euro al mese e mi chiedo, se per gli italiani è così, figuriamoci per gli immigrati. Stavo pensando di andare in Germania, alcuni miei amici che sono la mi dicono che è più facile trovare lavoro però nel frattempo ho conosciuto una persona e ci siamo innamorati. Mi sono trasferito a Roma e spero di trovarmi un lavoro e costruire il mio futuro con lei. Mi piacerebbe avere una famiglia e anche una vita italo-senegalese: portare nel mio Paese qualcosa di quello che manca. Lì non c’è crisi,  è un Paese povero, ma è un cantiere aperto. In Occidente c’è già tutto, lì ancora è tutto da costruire. Spero di mettere su una piccola impresa, vorrei coltivare arance in Senegal, comprare casa in Italia e nel mio Paese, dove porterò i figli che nasceranno qui perchè anche quelle sono le loro origini… Speriamo che non imparino le bestemmie…

(Intervista a cura di Angela Masi)

Ius soli: un problema serio vuole soluzioni intelligenti (di Angela Masi)

Il dibattito sulla cittadinanza, tornato in auge con l’affidamento del Ministero per l’integrazione all’onorevole Kyenge, sembra concentrato su questioni ideologiche che non hanno più alcuna utilità né concretezza (ammesso e non concesso che mai l’abbiano avuta).kyenge

Quello che contano sono le proposte concrete e l’analisi delle stesse.

Il 21 marzo 2013 (molto prima del governo Letta) viene depositata alla Camera una proposta di legge in tema di cittadinanza firmata dalla neo-eletta e futuro ministro Kyenge insieme a Bersani, Chaouki e Speranza, del PD. Le successive vicende politiche hanno poi visto la nascita del governo Letta, senza che tra le forze politiche coinvolte potesse essere discussa la questione e senza quindi alcun accordo di programma al proposito.

Il testo proposto ad inizio legislatura ha molti elementi in comune con i progetti che l’hanno preceduta in passato, tra i quali la proposta Turco-Violante del 2001, il disegno di legge del ministro Amato del 2006, per arrivare alla proposta bi-partisan Sarubbi-Granata durante la scorsa legislatura. In tutti questi casi vengono proposte, seppur con sfumature diverse, innovazioni che introducono nella legge vigente elementi di ius soli, ovvero mirano a permettere l’acquisizione facilitata della cittadinanza italiana per chi è nato in Italia da genitori stranieri.

L’ipotesi della ministra Kyenge è il doppio ius soli  che raccoglie suggerimenti sia dal sistema francese che da quello tedesco. Si prevede l’acquisizione della cittadinanza per i figli nati in Italia da uno straniero a sua volta nato in Italia e qui residente legalmente. Oppure per i figli nati in Italia da stranieri legalmente residenti da almeno cinque anni Nessuna paura quindi che le gestanti africane vengano a partorire in Italia.immigrati

Ulteriori corsie di ingresso sono previste per chi, nato in Italia o immigrato in Italia da bambino, abbia frequentato un certo numero di anni di scuola in Italia.
Si tratta quindi certamente non di un’applicazione dello ius soli puro e incondizionato tale da incoraggiare un “turismo” organizzato a questo fine.

E’ importante tuttavia capire come si inserirebbe una nuova legislazione con un orientamento a un regime misto nel contesto europeo. Storicamente, mentre nel Regno Unito e in Irlanda era originariamente applicato lo ius soli, il resto dell’Europa viene da una tradizione di ius sanguinis, per motivi legati sia alla tradizione giuridica del diritto civile che all’esperienza prevalente di emigrazione.

Non si tratta, però, di una questione puramente giuridica. L’ultimo rapporto ISTAT e il rapporto dell’Arci Migrantes dicono che i minori residenti in Italia, nati da genitori stranieri, sono circa un milione. Di questi, circa 650 mila hanno visto la luce nelle strutture del servizio sanitario nazionale. Tutto lascia prevedere che i dati, alla fine dell’anno in corso, risulteranno aumentati con un incremento che, ormai da diverso tempo, si attesta attorno all’1,5 – 2% annuo. Un milione di giovani italiani che studieranno e, speriamo, lavoreranno qui sono una ricchezza, non un problema.

In Italia, la legge sulla cittadinanza (Legge 5 febbraio 1992, n.91) ha più di vent’anni ed è basata sullo ius sanguinis, per cui, lo status giuridico dei bambini, figli di immigrati, cui capita di nascere in Italia è inestricabilmente legato alla condizione dei genitori e, in ogni caso, non hanno diritto alla cittadinanza prima del raggiungimento della maggiore età.

I loro padri ottengono la cittadinanza compiuti dieci anni di residenza legale, se percepiscono un reddito dichiarato che garantisca l’autosufficienza (condizione quasi impossibile se consideriamo il numero degli stranieri che lavorano a nero e quelli che non raggiungono quella soglia di reddito).

La legge prevede che la procedura attraverso la quale ottenere la concessione, deve durare 730 giorni, cioè due anni. In realtà, gli anni che trascorrono non sono meno di quattro.balotelli e madre

Il calciatore Balotelli è un esempio di questa procedura e nonostante sia nato in Italia, abbia frequentato scuole italiane e cresciuto calcisticamente nelle squadre giovanili della sua città, non ha potuto giocare in nazionale, in quanto non cittadino italiano, fino ad oltre 19 anni di età. E consideriamo che per un personaggio pubblico e ben retribuito i tempi burocratici si sono contratti di molto…

Il “beneficio” della cittadinanza italiana spetta di diritto anche a chi nasce in Italia da genitori ignoti o apolidi; oppure il figlio di genitori ignoti trovato sul territorio italiano di cui non si trova nessun’altra cittadinanza. O ancora: lo straniero che risiede da tre anni o che è nato in Italia, del quale si riescono a rintracciare antenati diretti di nazionalità italiana. Infine: il ragazzo già diciottenne adottato da cittadini italiani, che però risiede in Italia da almeno 5 anni.

Possiamo concludere, dunque, che al di là della questione italiana sul riconoscimento della cittadinanza per ius soli, tutti i Paesi europei dovrebbero avviare una riflessione sull’argomento poiché tale modalità di riconoscimento della cittadinanza vige solo in Francia dal 1515. Vero è che la Francia ha una lunga storia di colonizzazione e di immigrazione ma altrettanto vero è che la società contemporanea ci ha sottoposti ad una serie di cambiamenti economici e culturali tali per cui la presenza di cittadini extra-comunitari in tutta Europa non può più essere regolata da una legislazione appartenente ad altri tempi.

immigratiUn’altra questione importante è quella dei diritti derivanti dal riconoscimento dello status di cittadino: diritti civili, diritti politici, diritti sociali.

Perché un cittadino, nato in Italia, cresciuto nello stesso Paese, che ha frequentato le nostre scuole non deve, per esempio, avere diritto di accesso ai concorsi pubblici?

Perché non deve poter eleggere i propri rappresentanti istituzionali? Perché non deve avere diritto ai meccanismi di protezione sociale quali, per esempio, la pensione dopo il lavoro pur pagando le tasse nel nostro Paese e pur versando i contributi utili a sostenere il sistema pensionistico dei nostri padri italiani?

Non c’è un po’ di contraddizione nel riconoscere il diritto di voto ad un argentino, per esempio, che ha genitori italiani, ma che in Italia non ha mai messo piede e non ad un cittadino extra-comunitario italiano a tutti gli effetti, tranne che formalmente?

E’ vero, essere cittadini di un Paese attribuisce diritti importanti, quelli cui sopra abbiamo accennato ma non è affatto vero che riconoscerli ad un numero maggiore di persone favorisce il rischio di perderli…. La crisi che stiamo vivendo in Italia e in altri paesi europei dimostra chiaramente che tale rischio non c’entra niente né con gli immigrati né con lo ius soli.

Angela Masi

I Cie (Centri di identificazione ed espulsione): uno degli “sprechi da segnalare”

Il presidente del Consiglio Monti invita i cittadini italiani a segnalare via web gli sprechi che potrebbero essere eliminati. Insieme al taglio della spesa per gli F35 e alla cancellazione della parata militare del 2 giugno, suggeriamo un altro capitolo di bilancio della spesa pubblica che potrebbe essere utilmente tagliato per finanziare invece le politiche di welfare e di inclusione sociale. Si tratta degli stanziamenti previsti per i Centri di identificazione ed espulsione (CIE).

Nel pieno di una crisi economica che non ha precedenti nel secondo dopoguerra, la legge di bilancio 2012 ha previsto un aumento delle risorse destinate alla attivazione, alla locazione e alla gestione dei centri di identificazione e espulsione per stranieri irregolari.

I 103 milioni di euro stanziati nelle previsioni assestate per il 2011 sono diventati più di 174 nel 2012 (cap.2351) e oltre 216 per il 2013 e per il 2014. Del resto il prolungamento del periodo massimo di trattenimento dei migranti in queste strutture da 6 a 18 (diciotto) mesi introdotto dalla legge 129/2011 ha aumentato ulteriormente i costi medi della detenzione.

Quello che solo in pochi ricordano è che i Cie (come prima i CPTA) non rispondono assolutamente alla funzione che è stata loro affidata dal legislatore. Meno della metà delle persone in essi trattenute viene effettivamente espulsa. L’inefficienza di queste strutture è dunque una motivazione che va ad aggiungersi a quella (ben più rilevante dal nostro punto di vista) della loro disumanità per sollecitare una loro chiusura.

Segnaliamo dunque al Governo che il sistema dei Cie rappresenta uno “degli sprechi da eliminare al più presto” e proponiamo di utilizzare le risorse per essi stanziate in modo migliore. Qualche suggerimento?

Chiusura dei CIE. La chiusura dei Centri di Identificazione e Espulsione; con i 174 milioni previsti nella legge di bilancio per il 2012 per l’attivazione, la locazione e la gestione di nuovi CIE si potrebbe finanziare un programma nazionale di inclusione sociale.

Corsi pubblici e gratuiti di insegnamento della lingua italiana La conoscenza della lingua facilita sicuramente l’inserimento nella società italiana. L’introduzione del cosiddetto “accordo di integrazione” impone l’apprendimento della lingua italiana ai neo-arrivati entro due anni senza stanziare neppure un euro, scaricandone l’onere sui cittadini stranieri e sulle organizzazioni di volontariato. Sì al finanziamento di corsi di lingua pubblici e gratuiti (30 milioni di euro) per migliorare le opportunità di inserimento sociale e di partecipazione alla vita pubblica. No all’accordo di integrazione.

Soluzioni abitative dignitose per i rom. Lo scandalo degli sgomberi forzosi dei campi rom in completa assenza di soluzioni abitative alternative deve essere fermato. 50 milioni di euro potrebbero essere destinati alla predisposizione, anche grazie all’auto-recupero, di abitazioni dignitose che consentano ai rom di abbandonare i campi.

Un Sistema nazionale di protezione contro il razzismo. La preoccupante diffusione di atti, comportamenti e violenze razziste nonché di forme di razzismo istituzionale rendfigli immigratie urgente l’istituzione di un Osservatorio Nazionale contro il Razzismo indipendente dal Governo. Serve rafforzare le azioni di prevenzione, di denuncia ma anche di tutela delle vittime di razzismo. Si può fare subito destinando alla creazione di una rete di sportelli legali anti-discriminazione diffusi in tutti i Comuni capoluogo, alla tutela legale e alla promozione di campagne di sensibilizzazione contro il razzismo 20 milioni di euro.

Soldi per l’inserimento scolastico di bambini e giovani di origine straniera. Sono già più di 709.000 gli alunni e gli studenti di origine straniera che frequentano le scuole italiane. Il nostro sistema scolastico non è preparato. 54 milioni di euro potrebbero essere utilizzati per promuovere iniziative di formazione per gli insegnanti, riorganizzare l’accoglienza e l’inserimento scolastico dei ragazzi di origine straniera, predisporre strumenti di supporto agli insegnanti.

Borse di studio per giovani di origine straniera. 10 milioni di euro consentirebbero di offrire borse di studio di 1000 euro a 10000 giovani di origine straniera interessati ad accedere all’università o a frequentare master universitari favorendo un loro inserimento qualificato nel mercato del lavoro.

Spazi interculturali e risorse per i giovani “figli dell’immigrazione”. 10 milioni di euro potrebbero supportare l’auto-organizzazione dei giovani di origine straniera interessati a promuovere iniziative sociali e culturali auto-gestite.

Da www.cronachediordinariorazzismo.org

Nuovi italiani: un futuro di tanti colori (di Elio Rosati)

In un contesto di crisi generale dal punto di vista economico, politico, culturale, dove i riferimenti del novecento sono scomparsi e i nuovi faticano ancora a definirsi, quale è il ruolo della cittadinanza? Gli approcci al tema sono diversi e tutti meritevoli di attenzione. Ma qui, forse, è più utile avviare il ragionamento rimanendo sulla questione che per noi è centrale e che è proprio la cittadinanza.

Nella sua forma storica e nella sua evoluzione la cittadinanza nasce per definire, delimitare, riconoscere chi è parte di un dato contesto culturale, civico, sociale, economico, politico e chi ne è fuori. Far parte significa concretamente poter godere dei diritti, delle agevolazioni, dei servizi che uno Stato eroga. Chi non ne fa parte è escluso da questi benefici. È esattamente questa la situazione di chi chiamiamo immigrato nella sua cruda semplicità.

Fino, possiamo dire, alla caduta del Muro di Berlino (1989) il tema dell’immigrazione qui da noi era ancora marginale. Caduto il Muro si avvia nel nostro Paese un flusso ininterrotto di persone provenienti inizialmente dall’Albania e poi da un po’ tutti i paesi dell’Est. Negli anni 90 si avvia anche un flusso dal Sud del mondo, dal continente africano e dai teatri delle tante guerre regionali che si sono succedute negli ultimi decenni.

La cosa strana è che l’esportazione della guerra in contesti regionali distanti da casa nostra è risultata politicamente più sopportabile e giustificabile di fronte alla nostra opinione pubblica mentre, invece, non sono state accettate le conseguenze più ovvie delle guerre: la fuga delle popolazioni civili alla ricerca di migliori condizioni di vita.

Le guerre, si sa, producono rifugiati. E i rifugiati, i poveri cercano condizioni migliori dove “morire”. Le condizioni migliori sono rappresentate anche dal nostro Paese che, spesso, è stato anche quello più facilmente raggiungibile, una specie di porta d’ingresso in Occidente. Praticamente la nuova America per milioni di persone.

Logicamente il frutto avvelenato del comportamento delle politiche che prevedono l’uso della guerra una volta che ti piomba in casa deve essere prima minimizzato, nascosto, disconosciuto. Poi, a causa anche di fenomeni delinquenziali che esistono in qualsiasi società umana, il fenomeno viene rubricato come problema di ordine pubblico. A questo punto alcune forze politiche iniziano a cavalcare le insicurezze della popolazione. Per avere degli esempi non è nemmeno necessario risalire ai primordi della Lega, basta ricordare la campagna elettorale tutta centrata sulla sicurezza del sindaco di Roma Gianni Alemanno.

Oggi sono ormai passati oltre venti anni dai primi sbarchi sulle coste pugliesi. Ma il tema della cittadinanza continua, in modo carsico, a spuntare e ad essere utilizzato come arma per delimitare, definire, riconoscere diritti a caio o a dire a tizio che è fuori da questi diritti. La questione sul punto ora è ius soli o ius sanguinis per i bimbi nati in Italia da genitori stranieri.

Al di là dei formalismi giuridici, che hanno comunque una loro rilevanza, quello che però appare ancora carente è una riflessione che parta dalle persone in carne e ossa. Dal mio punto di vista la questione è semplice e complessa allo stesso tempo. Semplice perché le vie da seguire sono due: proseguire nella impostazione classica riconoscendo diritti di cittadinanza solo a chi ha entrambi i genitori (o almeno uno) italiani; oppure aprire il recinto, abbatterlo, renderlo includente per tutte le persone che lo richiedono. Già perché il punto è proprio qui: chi richiede di diventare cittadino italiano lo deve poter fare e in tempi certi ottenere la cittadinanza sottoponendosi a obblighi e prescrizioni per la corretta vita civile quali pagare le tasse, riconoscere le leggi della Repubblica italiana, far parte della società italiana in modo produttivo. Difficile? Sembra un’impresa titanica. Salvo poi dimenticarci i dati economici che ci dicono che gli immigrati pagano le pensioni dei nostri nonni (gli immigrati versano 7 miliardi di contributi all’Inps, e hanno 993 mila figli minorenni), contribuiscono alla crescita del paese, aprono canali di comunicazione con altri mondi, i loro paesi di origine. Non parlo di chi nasce in Italia, frequenta le scuole e cresce come tutti gli altri bambini immerso nella cultura del nostro Paese assorbendola dai mille canali della vita sociale. Non ne parlo perché è ovvio che questi dovrebbero essere italiani fin dalla nascita.

Passiamo, invece, alle note stonate. Ovvero per fare un cittadino non basta il “sangue”. Chi nasce italiano da italiani magari non paga le tasse, ruba, spreca i beni comuni. Questo “cittadino” non perde il diritto di cittadinanza che ha acquisito per nascita senza alcun merito (parola che va molto di moda). Questo cittadino non fa parte anche lui di una casta, magari più indefinita, meno visibile, meno arrogante del gioielliere che dichiara 15.000 euro annui o del ricco professionista capace di evadere migliaia di euro annui? Allora la medaglia bisognerebbe coniarla da tutte e due le parti. Da un lato la possibilità di accedere al diritto di cittadinanza, dall’altro la possibilità di perderla. Sinceramente sarebbe divertente vedere cosa potrebbe accadere. Chiaramente questa è solo una provocazione utile a mostrare un punto di vista diverso a chi tratta con arroganza e disprezzo gli immigrati, ma si guarda bene dal fare il suo dovere di cittadino o dall’apprezzare chi lo fa pur non essendolo.

Ma lasciamo perdere le provocazioni. Ciò che conta è che bisogna stare dalla parte del futuro. E il futuro è fatto di tanti colori.

Elio Rosati

Il mercato del lavoro come la cruna di un ago (di Rossella Aprea)

Lavorare oggi è diventato difficile come passare attraverso la cruna di un ago. La situazione è cambiata, soprattutto, negli ultimi 5-6 anni. Una improvvisa e considerevole riduzione delle opportunità nel mercato del lavoro ha determinato un significativo aumento di coloro che cercano lavoro e un netto innalzamento dell’ età media degli aspiranti precari. Tante le ragioni: la crisi delle imprese, la sofferenza del mercato, il distacco tra la formazione universitaria e il mondo del lavoro, l’inserimento degli immigrati. Parla, raccontandoci la sua esperienza diretta, un impiegato di un Centro Orientamento Lavoro, che dal suo osservatorio particolare ci rivela le numerose ombre che oscurano il mercato del lavoro oggi in Italia.

“Ho iniziato a lavorare al C.O.L.”, mi dice G.R., “attraverso un tirocinio gratuito di 15 mesi. Successivamente mi è stato garantito un primo contratto di collaborazione coordinata e continuativa a 600 euro al mese e poi, alla fine, siccome eravamo tanti nella medesima condizione, l’Amministrazione per la quale lavoro ha bandito un concorso e così ho avuto un contratto a tempo determinato. Oggi posso dire che, innanzitutto, ho avuto la possibilità di rimanere un anno e mezzo circa in attesa perché avevo delle condizioni economiche che me lo consentivano e un’età – 29 anni – in cui non avvertivo ancora l’urgenza di un impiego stabile. Tra l’altro parliamo di anni (2000-2002), in cui c’erano infinitamente più possibilità rispetto ad oggi, anche se già all’epoca si parlava di generazione falciata e bagno di sangue. Eppure niente a che vedere con la situazione attuale. Di fatto oggi, se la mia Amministrazione avesse diverse decine di impiegati a tempo determinato da collocare stabilmente, anche se queste garantissero il mantenimento e l’efficienza del servizio, non potrebbe più farlo, non lo farebbe più. Troppo oneroso economicamente. Poi, tieni presente,che oggi se hai avuto un contratto a tempo determinato, hai già un potere contrattuale, se sei un precario, non hai alcuna tutela. In effetti tra contratto a tempo determinato e contratto a tempo indeterminato, oggi cambia poco o niente, perché svolgi lo stesso tipo di lavoro, hai tutele analoghe, vieni remunerato in maniera simile. Cambia solo la natura del contratto ed il fatto che esiste una scadenza e la necessità del rinnovo. Ma solo quello, il resto è sostanzialmente lo stesso. Però, prima i contratti a tempo determinato venivano quasi automaticamente rinnovati, oggi non c’è più questa tacita garanzia.”

Gli domando, a suo avviso, quali sono gli elementi che ha osservato e che hanno profondamente mutato la situazione. Mi risponde in modo pacato, ma senza alcuna incertezza.

“Basterebbe osservare solo questo, che oggi a noi si rivolgono persone, anche quarantenni, che chiedono con insistenza non “un lavoro”, ma almeno “un tirocinio” pagato. Questo per garantirsi anche solo 500 euro al mese per un breve periodo di tempo, pur con la consapevolezza che quell’esperienza non gli offrirà probabilmente alcuna prospettiva futura di impiego. Queste situazioni non sarebbero mai esistite, non si sarebbero mai verificate appena cinque, sei anni fa. C’è stato un peggioramento improvviso, netto, una caduta verticale per tante ragioni, una su tutte di natura macro-economica, rappresentata dalla chiusura di molte imprese. Fino a pochi anni fa erano molte le persone che vivevano nel precariato, ma vivevano. Adesso il lavoro precario è un miraggio, è la meta. C’è stato un radicale mutamento della situazione. Il dato di fatto più impressionante, poi, è sicuramente l’innalzamento dell’età, nel senso che sono i quarantenni ad aspirare al lavoro precario. Negli ultimi anni e in questo momento, in particolare, è evidente lo stato di sofferenza del mercato, che ha determinato un calo della domanda, soprattutto, di lavoratori qualificati.”

Mentre G.R. parla, cerco di ragionare come un giovane che deve scegliere di intraprendere degli studi o una formazione che gli possa offrire delle prospettive per il futuro, così gli domando senza mezzi termini, a suo avviso, su cosa converrebbe puntare, su quali professioni o mestieri.

La formazione che consiglierei a chiunque è senza dubbio quella per esercitare le professioni contabili. Un bravo ragioniere a vent’anni, ancora oggi, ha buone chance di trovare lavoro, prima era matematicamente certo. I diplomati in ragioneria o i laureati in economia e commercio, che però hanno deciso di disinteressarsi di macroeconomia e di marketing e che si sono dedicati alla gestione, hanno molte possibilità di impiego, perché le aziende hanno un bisogno spaventoso di persone che si occupino di contabilità sia normale che fiscale, diventata complicata da seguire. In questo senso il lavoro c’è, soprattutto se queste persone sanno usare i software di contabilità. Ci sono delle professioni non completamente in crisi, come la professione di architetto, ad esempio, anche se costoro sono costretti, però, a mandare giù a tempo indeterminato delle condizioni di lavoro da free lance. Quello che ti ricatta oggi è il mercato. Anche gli informatici che fino a 10 anni fa avevano delle ottime prospettive di occupazione, oggi hanno serie difficoltà. Nell’ambito della grafica web, con l’ingresso sul mercato di software che hanno permesso a tutti di usare l’html senza conoscerlo, la richiesta di personale qualificato è calata notevolmente. Parte della professione, infatti, è stata bruciata dai software stessi. Nell’ambito della programmazione, la situazione è un po’ diversa, qualcuno ancora resiste, però le aziende che si occupano di produzione software fanno sempre più spesso gare al ribasso, e quindi le paghe si sono molto ridimensionate. Si tratta di un mondo in cui non c’è più molta speranza, oltre ad essere durissimo (sia per coloro che fanno programmazione, sia per i sistemisti). Si tratta di un mondo sottoposto ad una rapida obsolescenza in cui ogni 3, 4 anni bisogna riprendere i libri e studiare i manuali prevalentemente in lingua inglese e con condizioni contrattuali di gran lunga inferiori a quelle di una decina di anni fa. Da lasciar perdere, purtroppo, anche le attività nell’ambito dei settori culturali. In passato, io pensavo, ingenuamente, che il settore delle biblioteche, in cui cercava impiego mia moglie, offriva delle chance, visto che solo a Roma ce ne sono circa 350 tra pubbliche e private. Purtroppo, la maggioranza sono pubbliche e per entrare nelle strutture pubbliche bisogna partecipare ai concorsi e i concorsi non vengono banditi da anni. Nel privato la situazione è ancora più critica, perché le strutture culturali di questo tipo sono poche, strapiene e prese d’assalto.”

Inevitabilmente mi viene in mente la frase dell’ex Ministro, Tremonti “con la cultura non si mangia”, o almeno oggi non si riesce più a mangiare. Mi sembra una realtà drammatica per un Paese che dovrebbe e potrebbe vivere “di cultura”. Quanto abbiamo dissipato! Una naturale vocazione alla cultura, all’arte, al turismo fatta a brandelli, al punto tale da non offrire più alcuna chance a chi si volesse dedicare alle professioni ad essa collegate. Intanto, G.R. prosegue inesorabile nella sua analisi.

“Un’altra cosa che non ha aiutato per niente i giovani, o quelli più o meno giovani, è lo scollamento tra università e mondo del lavoro. Le università negli ultimi anni hanno promosso moltissimi corsi di laurea, che sulla carta avrebbero dovuto offrire delle prospettive, ma che in realtà non ne avevano, rendendo la separazione dal mercato del lavoro ancora più netta. Oggi si trova lavoro per conoscenza, ma non sempre i raccomandati sono incapaci, spesso sono bravi, ma se non fossero segnalati, non andrebbero da nessuna parte, come capita a molti altri, che non riescono ad emergere. Oltre al problema dell’Università, aggiungici tutta una serie di speculazioni sulle possibilità di impiego. Ti faccio un esempio, molti ragazzi, soprattutto stranieri, hanno conseguito una sorta di diploma come installatori di pannelli fotovoltaici, con la speranza di impiegarsi in un settore in espansione. Purtroppo, sono stati venduti quasi più corsi che pannelli fotovoltaici, e non ci sono prospettive per loro. Come faccio a spiegarglielo quando con aria sorpresa e avvilita, mi chiedono come mai non riescono a trovare lavoro? Tu capisci che il vero business è stato organizzare quei corsi. Un’altra macroscopica beffa è stata rappresentata dai master in Risorse umane in voga 5/6 anni fa. Corsi costosissimi, più o meno intensi, con una frequenza richiesta che oscillava dai 5 giorni a settimana al weekend, per un settore lavorativo che qualsiasi analisi di mercato seria avrebbe indicato come saturo. Sono state create spesso aspettative su professioni che di fatto non avevano prospettive.”

Da quello che mi dice, comincio ad avere la sensazione che oggi c’è troppa offerta di lavoro qualificato. E lui mi conferma.

“In effetti si è creato un collo di bottiglia, una strettoia. Non più le professioni, ma meglio i mestieri, dunque. Purtroppo, c’è una differenza sostanziale, che chi ha una formazione qualificata e volesse proporsi per un lavoro meno qualificato non verrebbe preso in considerazione lo stesso“.

Mentre lui continua a parlare mi viene in mente la risposta che anch’io qualche volta ho ricevuto all’invio del curriculum. “Mi dispiace ma è troppo qualificata”.

“Se tu e mia moglie, faccio un esempio, voleste andare a fare le segretarie non vi prenderebbero. Troppo qualificate, e questo cosa vuol dire? Che pensano che alla prima occasione utile, li salutereste e non hanno intenzione di rischiare. Li capisco, anch’io se stessi dall’altra parte, mi farei due conti. Lo capisci da te che una persona che ha fatto un percorso di studi per cui ha speso 15 anni della propria vita, se fa la segretaria è evidentemente per ripiego. Oggi anche per fare lavori di segreteria si cominciano a preferire gli stranieri, perché se hanno un medesimo livello culturale, una laurea, la conoscenza di un paio di lingue straniere (che è più facile trovare negli stranieri che negli italiani) ti danno maggiori garanzie degli Italiani. La ragazza rumena è molto più vincolata, meno protetta, più disponibile ad accettare condizioni scomode di un’italiana. Alcuni tipi di lavoro, però, oggi, sono preclusi agli italiani, ad esempio i lavori di giardinaggio. Nessuno impiegherebbe più un italiano, ma un pakistano. Questo perché i datori di lavoro si sono talmente abituati ad una sperequazione, che preferiscono avere l’immigrato di 36/40 anni che deve mandare i soldi alla propria famiglia, piuttosto che un italiano con maggiori pretese, esigenze ed eventuali tutele.”

Comincio a domandarmi se siano gli italiani a non voler più fare certi mestieri o se, pur volendoli fare, non possono.

“Non è che oggi non vogliono, è che si è innescato un meccanismo e quando si parla del mercato del lavoro non si possono fare generalizzazioni. Faccio un esempio: consideriamo la raccolta del latte, se i sikh da domani scioperassero, nessuno mungerebbe più le mucche, perché l’attività di mungitura nel centro-nord è gestita dai sikh. Non dico nemmeno indiani, ma sikh, cioè una particolare etnia, che si è ricavata una nicchia nel mercato del lavoro, legata alla floricoltura e alla mungitura. Questa situazione, va detto, è sicuramente iniziata perché molti italiani hanno cominciato a rifiutarsi di svolgere questi lavori. L’idea di alzarsi alle quattro del mattino con il freddo e andare nelle stalle per mungere le mucche, non era entusiasmante. Eppure se, oggi, per necessità un italiano si presentasse per fare questo tipo di lavoro, non sarebbe preso in considerazione, perché fuori da quel circuito, che è fatto e gestito dai sikh.

In effetti si sono innescati dei meccanismi che si sono autoalimentati, e non si può più tornare indietro. Fare il lavoro umile per un italiano, sarebbe difficile.

Ci sono meccanismi “mafiosi” legittimi, cioè la comunità sikh italiana, che si è appropriata di due, tre comparti lavorativi, non te li concede più, ed è naturale che sia così. Sarebbe bastato guardare a quello che era successo nei Paesi con economie molto più avanzate delle nostre, per sapere in anticipo cosa sarebbe successo, senza scoprirlo adesso. Infatti, è quasi impossibile a New York trovare un tassista newyorchese, perché i tassisti lì sono o indiani o messicani. La ristorazione di qualità nell’East cost americana è tutta italiana perché 50/60 anni fa, gli italiani sono entrati in quei ristoranti e in quell’attività, come lavapiatti e poi, hanno occupato quasi “militarmente” le cucine. L’italiano veniva pagato meno. Con il passare del tempo quegli italiani con i loro risparmi sono riusciti a comprarsi il ristorante dove avevano cominciato a lavorare come lavapiatti. Mutatis mutandis, la stessa cosa sta accadendo in Italia. Per esempio, cominciano a comparire benzinai, gestori di pompe di benzina ceylonesi. Anche loro hanno cominciato in silenzio 10/15 anni fa, lavorando alle pompe di benzina di notte, per rimediare qualche mancia. Poi hanno conosciuto il benzinaio e quando questi è andato in pensione, non sapendo a chi lasciare la sua attività, avrà trovato giusto lasciarla a quel ragazzo bangla, che metteva la benzina e che era già conosciuto nel quartiere. Tutto questo è normale e giusto. Non c’è da stupirsi. Certo, come hanno fatto vedere le Jene in una loro trasmissione, se un italiano tentasse di notte di andare al self-service sotto casa per guadagnarsi quei dieci euro di mance, mettendo la benzina agli automobilisti, avrebbe serie difficoltà a non essere minacciato da chi svolge già prima di lui quell’attività. Questi sono diventati comparti occupazionali preclusi agli italiani.”

Si è fatto tardi, presi dalla vivace conversazione, non ci siamo resi conto di aver superato quasi l’ora di cena, interrompiamo così bruscamente la nostra chiacchierata, ma le considerazioni di G.R. sono state sufficienti a farmi capire, che è dalla scuola che bisogna ripartire per modificare le prospettive di lavoro. La formazione non può prescindere totalmente dalle considerazioni sulle reali condizioni del mercato del lavoro, pena la creazione di eserciti di disoccupati o precari a vita. Va, inoltre, senza dubbio rilanciata l’economia, favorita la crescita del Paese, in modo che nuove o vecchie opportunità di impiego si creino o si riaprano. Va ricordata e recuperata la vocazione culturale dell’Italia, in modo da incrementare le possibilità di lavoro in un settore che dovrebbe essere per noi sempre e solo in attivo. Va considerato, per concludere, che stiamo diventando un Paese multietnico in cui non credo che una separazione etnica dei comparti lavorativi sia da auspicarsi, anche se oggi sicuramente da comprendere e giustificare, ma la vera integrazione tra italiani e altre popolazioni dovrebbe tradursi nelle medesime opportunità per tutti di svolgere il lavoro che si preferisce – intellettuale o un mestiere – a cui venga riconosciuta medesima dignità. A chi piacerebbe una società basata su tristi e vergognose separazioni in caste?

Rossella Aprea da www.lib21.org

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