Fare i conti con la realtà: i conti pubblici e l’interesse degli italiani (di Claudio Lombardi)

Il Documento di economia e finanza approvato dal Consiglio dei ministri, con allegato Piano nazionale di riforme, delinea un serio impegno dell’Italia su obiettivi di finanza pubblica. In sintesi si prevede di arrivare al pareggio fra entrate e spese in quattro anni in un quadro nazionale di bassa crescita dell’economia ed europeo di aumento dei tassi d’interesse. Per questo bisogna ragionare e capire cosa ci aspetta.

Fra il 2011 e il 2014 la spesa pubblica al netto degli interessi dovrà scendere di 5,5 punti rispetto al Pil e l’indebitamento netto è previsto in calo di 3,7 punti sempre in percentuale rispetto al Pil. Tradotto in euro significa che il rapporto fra entrate e spese dovrà ridursi di oltre 55 miliardi di euro con una decrescita più pesante che graverà sugli anni 2013 e 2014.

Nel contempo la crescita del Pil è prevista in leggero aumento dal 2011 al 2014 (+1,1%, +1,3%, +1,5%, +1,6%). La previsione è, dunque, che l’economia si svilupperà a ritmi “tranquilli” senza balzi in avanti.

I tassi di interesse sui titoli del debito pubblico (oggi al 120% del Pil), presumibilmente saranno superiori ai livelli attuali data la generale tendenza al rialzo a livello internazionale.

Saranno, quindi, necessarie più manovre di finanza pubblica per riportare i conti nel sentiero previsto. Aumento di entrate ? Riduzione di spese ? Altre alternative non sembrano esserci al momento.

In effetti il piano del Governo dà per scontate due diminuzioni – spesa corrente e spesa per investimenti – e un incremento – spesa per interessi – nel periodo 2011-2014, mentre la pressione fiscale è data in leggera diminuzione, dal 43,1% al 42,5%. Quindi niente aumento di entrate, ma riduzioni di spesa che, dopo i tagli degli anni passati, non saranno uno scherzo e peseranno sugli italiani forse più di quanto è già accaduto finora. Certo, il 2014 è lontano e le cose possono sempre migliorare, ma non si può assolutamente sottovalutare lo sforzo che si richiederà al Paese.

I numeri, però, non dicono tutto. Dietro le cifre ci sono strade diverse. Se c’è un’Italia in decrescita che va avanti con i settori tradizionali che tirano le esportazioni, ma senza sostanziali innovazioni e senza, soprattutto, cogliere l’occasione per fare ordine in casa propria e avviare una nuova fase di sviluppo interno allora non c’è un bel futuro per gli italiani. Per i giovani soprattutto.

La stampa ha riportato alcune dichiarazioni di ministri e di esperti secondo i quali il lavoro ci sarebbe pure, ma i giovani italiani non lo vorrebbero perché troppo faticoso e se lo prenderebbero tutto gli immigrati. Come è noto gli immigrati sono spesso sottopagati anche grazie alla “provvidenziale” legge che, introducendo il reato di clandestinità, li espone a chiunque se ne voglia approfittare dato che non possono far valere alcun diritto. Perché mai ci si stupisce se i giovani italiani, non essendo clandestini, tentano di rifiutare lavori faticosi e sottopagati? Tentano perché è risaputo che tantissimi giovani italiani passano da un precariato all’altro con retribuzioni molto basse. Non che quelle della maggioranza dei lavoratori dipendenti siano alte, anzi. Il basso livello delle retribuzioni è molto diffuso e indica un problema serio per chi ci deve vivere e per l’economia nel suo complesso. Anche perché i servizi pubblici e sociali spesso non aiutano a colmare i vuoti lasciati da stipendi insufficienti.

Facciamo adesso un confronto fra questi dati e queste analisi e la realtà dell’azione di  Governo anche tenendo conto di come viene comunicata all’opinione pubblica perché in questo caso forma e sostanza coincidono.

Finora, sembra, che i risultati di tre anni di governo consistano nella tenuta dei conti pubblici, nella riforma della scuola e dell’università e nell’arginamento (con la cassa integrazione) delle conseguenze più drammatiche della crisi economica per una parte del lavoro dipendente. Oltre a ciò ci sono state alcune emergenze, come i rifiuti a Napoli o la gestione del post terremoto a L’Aquila, che hanno generato scandali odiosi perché hanno mostrato un’ampia area di corruzione e collusione fra politica, criminalità e affaristi di varie risme; un’area solida e dotata di molte radici che nessuno può giurare si sia ridotta sostanzialmente per effetto dell’azione del Governo. Su questo è stato scritto molto e basta documentarsi per rendersene conto.

Altro non sembra esserci. Ora, su cosa il Governo e la maggioranza che lo sostiene richiamano continuamente l’attenzione degli italiani? Sulla giustizia o, meglio, sui processi a carico di Berlusconi. Siamo giunti alla situazione tragica in cui il capo del Governo, imputato in diversi processi per reati comuni, rivendica il suo “diritto” di far approvare leggi ad personam che lo salvino non tanto da possibili condanne, che evidentemente ritiene probabili, ma dagli stessi processi poiché, a suo giudizio, si sarebbe in presenza di un’azione eversiva della Magistratura.

La tragicità sta tutta nella contrapposizione fra procedimenti giudiziari basati su notizie di reato concrete e verificate nel pieno rispetto di tutte le norme scritte nelle leggi e nella Costituzione, e una valutazione politica, quella di Berlusconi, che egli ritiene dover prevalere su tutto. Formalmente e sostanzialmente l’eversore che proclama una visione opposta a quella scritta nella Costituzione e compie gesti emblematici per sovvertire l’ordinamento costituzionale è il Presidente del Consiglio.

La pretesa di Berlusconi è di poter disporre, per sé e per altri scelti fra gli appartenenti alla classe dirigente, di un diritto personale diverso da quello che si applica alla generalità dei cittadini. Purtroppo per lui ciò implica un cambiamento della forma di Stato oltre che di governo, perché la forma repubblicana democratica non consente di praticare questa strada.

Ovviamente le conseguenze di questa dura lotta contro la legalità da parte di chi rappresenta il vertice del potere esecutivo e cui spetta indirizzare tutta l’attività del Governo sono pesanti e rischiose per la stabilità delle istituzioni e per l’efficacia della loro azione.

Come si fa a conciliare questa impostazione con l’esigenza di una vasta opera di sistemazione dello Stato e degli apparati pubblici, con il rilancio dell’economia e con lo sviluppo sociale che punti ad unire le energie e non a dividere?

Le opinioni sono concordi sulla bassa crescita dell’Italia causata da un’altrettanto bassa produttività non limitata ai processi produttivi, ma estesa all’intero sistema paese.

La via d’uscita? Creare valore con l’utilizzo del capitale sociale e umano di cui è ricca l’Italia. È strano sentir parlare di lavoro che non si trova e poi osservare il degrado in cui versa il nostro patrimonio artistico, monumentale e ambientale. Oppure constatare il regresso in settori di punta nei quali la gran parte dei consumi interni (se non tutti) si soddisfano con prodotti di importazione. O anche veder trascurati settori primari come l’agricoltura e la zootecnia. O ancora osservare le grandi aree urbane afflitte da una mobilità difficile perché mancano le risorse per lo sviluppo del trasporto pubblico. C’è poi la scuola, povera di mezzi e colpita da tagli di risorse e dal disprezzo degli uomini del Governo. C’è l’università alle prese con una riforma che non si capisce come possa realizzarsi tanto è complessa e segnata dall’assenza di risorse.

C’è poi un assetto civico che avrebbe bisogno di una profonda opera di ricostruzione per mettere la grande forza della partecipazione e della condivisione dei cittadini al servizio dell’Italia ponendo fine alla maledizione che vede prevalere da noi il culto del “particolare” contro l’interesse collettivo.

Insomma sarebbero tanti i campi nei quali darsi da fare per far rinascere il nostro Paese. Non farlo, perdere altri anni dietro alle avventure di un multimiliardario palesemente inadatto a governare perché assolutamente disinteressato a tutto ciò che non rientra nel suo interesse personale e contornato da gruppi di affaristi che la pensano come lui, sarebbe un delitto contro l’Italia.

Claudio Lombardi

L’Italia delle finte emergenze: i rifugiati (intervista a padre Giovanni La Manna)

Domanda: quanto sta avvenendo a Lampedusa non è un evento inatteso né una catastrofe. Eppure l’attenzione dell’opinione pubblica è attirata dalla situazione sull’isola ai limiti del collasso. Sembra che l’Italia sia presa d’assalto da chi scappa dal Nord Africa. È così ?

Risposta: quanto sta avvenendo in Libia e in altri paesi del Maghreb costituisce un evento storico di enorme portata che va considerato non solo in relazione al probabile intensificarsi di arrivi di rifugiati verso l’Europa, ma in primo luogo guardando alle enormi potenzialità positive, sul piano economico, sociale e culturale che si aprono, per l’Europa nel suo complesso e per i paesi del Mediterraneo in particolare, a seguito della caduta di quei regimi corrotti e violenti che per decenni hanno dominato l’area.  

L’Europa e l’Italia hanno il dovere di sostenere concretamente l’avvio dei processi di trasformazione democratica in questi paesi e, con senso di responsabilità debbono evitare allarmismi e il possibile diffondersi, nella popolazione italiana ed europea, di sentimenti di paura verso coloro che fuggono dalle violenze in atto. Al contrario, è il momento di realizzare, anche con il concorso delle istituzioni locali e della società civile, iniziative di accoglienza e di solidarietà e l’avvio di programmi di aiuto ai paesi interessati per un ritorno il più rapido possibile alla democrazia.

In particolare è necessario garantire un efficiente sistema di soccorso in mare, anche in acque internazionali, come avvenuto in passato seguendo la migliore tradizione del nostro Paese, evitando tassativamente ogni operazione di contrasto e respingimento in mare degli arrivi, attuata direttamente, con uomini e mezzi italiani, o indirettamente, con appoggi logistici a unità militari e di polizia dei paesi interessati dalla crisi. Una simile ipotesi costituirebbe una scelta foriera di tragedie.

Va naturalmente garantito l’accesso alla procedura ­di asilo, nel rispetto rigoroso del principio di non refoulement. Si preveda inoltre una forma di protezione temporanea per tutti coloro che fuggono dalle aree di crisi. 

Domanda: Ora sembra sia stato raggiunto un accordo per distribuire sul territorio le persone arrivate a Lampedusa. Eppure i rivolgimenti in corso nel Nord Africa durano ormai da mesi e da anni la nostra costa è il punto di arrivo principale per chi scappa dal suo paese. Come mai non ci è pensato prima?

Risposta: La grave crisi del Maghreb sta portando ad una fuga di massa verso l’Italia, in particolare dalla Tunisia. Stanno arrivando migliaia di persone sulle coste italiane, prevalentemente giovani tunisini tra i 16 e i 25 anni. Un vero e proprio esodo che purtroppo ha già mietuto molte vittime.  Siamo davanti a una pagina fondamentale della storia dei paesi mediterranei a noi vicini e l’Italia deve assumersi le proprie responsabilità nei confronti di uno stato limitrofo che sta vivendo una situazione di vera e propria crisi umanitaria.  

 Molto c’è da fare ad ogni livello: prima di tutto garantire l’accoglienza e il rispetto dei diritti dei migranti che in queste ore continuano ad arrivare sulle nostre coste. Gli strumenti giuridici per la loro tutela esistono: il Centro Astalli chiede che venga applicata da parte del governo la Direttiva comunitaria 2001/55/CE relativa alla concessione della protezione temporanea in caso di afflusso massiccio di sfollati ed alla cooperazione in ambito comunitario, recepita dall’Italia con il decreto legislativo n. 85 del 2003.

Accogliere i migranti dalla Tunisia e dalla Libia è l’ennesima sfida di civiltà che il nostro paese si trova ad affrontare: l’Italia si impegni a che tutto si svolga nel rispetto dei diritti e della dignità di queste persone. 

Domanda: sull’intera questione immigrati continuano a confrontarsi due versioni opposte: una afferma che nei prossimi decenni l’Italia ha bisogno di molti di loro per mandare avanti l’economia e i servizi; l’altra li vede come una minaccia da respingere con ogni mezzo. Dove sta la verità e cosa è giusto fare?

Risposta: il fenomeno migratorio appare strutturale: gli stranieri tendono ormai alla stabilità, nonostante politiche di integrazione a volte carenti, e si inseriscono in quegli spazi del mercato del lavoro rifiutati dagli italiani. Ma purtroppo una parte dei cittadini non la pensa così e nutre un senso di paura per l’arrivo degli immigrati, considerandoli la principale fonte di insicurezza, non tanto dal punto di vista dell’ordine pubblico, ma da quello della sicurezza sociale.

Nella loro percezione gli stranieri aumenterebbero la disoccupazione, nonostante in realtà siano impiegati in mansioni indispensabili dalla comunità, rifiutate dagli autoctoni.
Uno dei fattori che incide sui timori dei cittadini riguarda i flussi irregolari, tra l’altro presentati dai media, esagerando di molto la realtà, come un fenomeno continuo e inarrestabile.

Quote d’ingresso inadeguate, carenze nei meccanismi di incontro tra domanda e offerta di lavoro, lavoro nero e precario che vengono percepiti come un ulteriore indebolimento del lavoro regolare sono argomenti all´ordine del giorno. Per non parlare poi di come tv e giornali mostrano l’arrivo dei clandestini e le espulsioni come sta avvenendo in queste ore in Italia. Infatti, nel nostro Paese, spesso, i media ingigantiscono le paure degli italiani presentando gli stranieri come una minaccia all’ordine pubblico. In realtà solo lo 0,3% degli stranieri regolarmente residenti in Italia è colpevole di reati. Una percentuale minore di quella degli italiani.

Sarebbe quindi forse il caso di regolarizzare e inserire con maggiore flessibilità gli immigrati nei paesi europei con politiche di integrazione adeguate affinché il numero di irregolari diminuisca e con esso anche le nostre insicurezze.

Giovanni La Manna responsabile del Centro Astalli

Il Centro Astalli e l’impegno per gli immigrati e i rifugiati politici: intervista a Giovanni La Manna (2a parte)

seconda parte dell’intervista a Padre Giovanni La Manna responsabile del Centro Astalli

Sicurezza ed immigrati sembrano un binomio obbligato nella comunicazione e nelle dichiarazioni di tanti esponenti politici. Ma si tratta di vera sicurezza e di vero ordine? E poi c’è la questione dei confini: quanti e quali sono quelli del mondo che pensiamo ci appartenga ?

 In questo momento nel mondo, soprattutto nel cosiddetto mondo sviluppato, la paura è diventata uno strumento politico e questo non ci aiuta, ci chiude. Abbiamo già paura prima di uscire in strada, abbiamo tante paure già dentro di noi.

Questa è la radice del nostro bisogno di creare frontiere: a volte sono necessarie per difenderci, per essere consci della nostra identità, ma più spesso sono motivate dalla nostra ignoranza. Non sappiamo come si vive altrove e allora ci convinciamo che la nostra maniera di vivere, la nostra cultura, sia il centro del mondo.

La frontiera indica l’affermazione di noi stessi, con le nostre paure e i nostri dubbi; la barriera invece è la negazione dell’altro, del diverso da noi.

Le frontiere sono inevitabili, sebbene la maggioranza di esse siano artificiali. Basta guardare la mappa dell’Africa: le frontiere naturali sono curve, montagne, fiumi, mentre in Africa i confini sono linee rette, tracciate in un ufficio. Ma questo non è che un simbolo di ciò che facciamo tutto il tempo: non solo le frontiere tra gli Stati, ma anche quelle fra gli uomini sono fittizie. Siamo noi che prestiamo attenzione al colore della pelle, al tipo di naso, alla statura. Fra gli esseri umani non ci sono frontiere, tutti abbiamo gli stessi problemi e ansie, le stesse difficoltà a comunicare. Dovremmo sempre riconoscere nell’altro le nostre stesse paure, il bisogno di affetto, di camminare insieme.

Le frontiere hanno una tendenza a crescere. Dobbiamo al contrario cercare un’appartenenza personale sempre più ampia, fino a sentirci parte del mondo intero. Oggi tende a succedere il contrario.

Io credo che quella delle frontiere sia una questione che dobbiamo affrontare molto realisticamente. Ne abbiamo bisogno, però dobbiamo sforzarci di mantenerle flessibili, fluide, sempre aperte a ricevere gli altri.

Cosa vuol dire la dimensione spirituale al di là di un credo religioso ? può una persona coltivare questa dimensione e non compiere azioni positive verso la collettività?

 Credo di aver già risposto in parte a questa domanda raccontando delle esperienze dei volontari del Centro Astalli. Si tratta di un esercito di persone di buona volontà spinte dalle motivazioni più disparate: religiose, etiche, sociali, personali.

Il Centro Astalli, pur nascendo all’interno della Compagnia di Gesù, ha sempre ritenuto una ricchezza la presenza di uomini e donne di buona volontà che svolgono il loro servizio in favore dei rifugiati con umiltà e generosità, indipendentemente dal loro credo. Sono individui che coltivano la loro dimensione spirituale e lo fanno nei comportamenti e nelle azioni. Posso dire che chi non è spinto da un sentimento o da un anelito di solidarietà umana non riesce a fare servizio presso i poveri. Quindi dall’esperienza del Centro Astalli posso dire che chi coltiva la sua anima educandola al bene non può non sentire il richiamo ad un impegno nei confronti della collettività.

 Politica è un termine che fa parte della nostra vita quotidiana, ma spesso lo identifichiamo con i giochi di potere o le manovre dei partiti. Può, invece, essere anche un’attività umana spirituale ?

 Mi avvalgo ancora una volta dell’uso della citazione per rispondere a questa interessante domanda. Lo faccio anche perché mi sembra fondamentale in questo determinato periodo storico avere dei punti di riferimento concettuali ed etici saldi e che siano baluardo contro un pericoloso relativismo etico che impera e che porta impoverimento e divisioni nella società.

Chi ha responsabilità politiche e amministrative abbia sommamente a cuore alcune virtù, come il disinteresse personale, la lealtà nei rapporti umani, il rispetto della dignità degli altri, il senso della giustizia, il rifiuto della menzogna e della calunnia come strumento di lotta contro gli avversari, e magari anche contro chi si definisce impropriamente amico, la fortezza per non cedere al ricatto del potente, la carità per assumere come proprie le necessità del prossimo, con chiara predilezione per gli ultimi”, (Educare alla legalità, Commissione ecclesiale Giustizia e Pace, par. 16).

Da ciò si evince che a mio avviso la politica debba essere un’attività umana e anche spirituale. Per ottenere ciò a me pare urgente un cambio di rotta.

(a cura di C.Lombardi)

Il Centro Astalli e l’impegno per gli immigrati e i rifugiati politici: intervista a Giovanni La Manna (1a parte)

Intervista a Padre Giovanni La Manna responsabile del Centro Astalli.

Una prima domanda non può che riguardare il Centro Astalli e le sue attività, non solo per descriverle, ma per capirne il senso. Cosa fa il Centro Astalli e perchè?

 Il Centro Astalli è il Servizio dei Gesuiti per i Rifugiati, che dal 1981 incontra ogni anno circa 18.000 richiedenti asilo e rifugiati, persone costrette da guerre e dittature, violenze e persecuzioni a lasciare il loro paese per cercare rifugio in Italia. Arrivati qui dopo viaggi al limite della realtà, iniziano un altro calvario fatto di vuoto legislativo, di pregiudizi, di diffidenza e di umiliazioni difficili da sopportare per chiunque.

Diamo assistenza a giovani uomini e donne, genitori con bambini, donne in gravidanza, persone molto spesso vittime di torture che giungono in un paese che non li accoglie, che li chiama tutti indistintamente clandestini che impiega moltissime risorse per rimandarli indietro.

Quello che noi cerchiamo di fare è aiutarli nel loro inserimento sociale nel nostro paese, offrendo loro servizi di prima e seconda accoglienza (mensa, ambulatorio, centri d’accoglienza, scuola d’italiano, assistenza socio-legale…).

Cerchiamo inoltre, attraverso una serie di progetti culturali sull’asilo politico, di far conoscere alle nuove generazioni di italiani chi sono i rifugiati, la loro storia e i motivi che li hanno portati fino in Italia. Lo facciamo attraverso una serie di azioni e di materiali didattici ma soprattutto attraverso l’incontro tra rifugiati e studenti delle scuole medie superiori di quindici città italiane. In questo modo ogni anno incontriamo migliaia di ragazzi che spesso per la prima volta in vita loro ascoltano dalla viva voce di un testimone cosa significhi vivere la dura esperienza dell’esilio.
Questo il racconto per cenni del lavoro quotidiano di circa 400 persone tra operatori e volontari; mi pare possa far capire chiaramente la scelta che ogni giorno il Centro Astalli compie accogliendo i rifugiati.

 Il dire e il fare. Sono due termini entro i quali si svolge gran parte delle attività umane. Civicolab si interessa di attivismo civico e auspica una politica che parta dal basso e che rappresenti la sintesi (non la somma) di tante posizioni individuali alla ricerca di ciò che accomuna. A noi interessa lo spazio pubblico e il modo in cui, attraverso l’impegno personale, lo abita la persona. Ecco l’interrogativo: c’è lo Stato e ci sono i suoi apparati, perché le persone dovrebbero agire in prima persona ? Perché, quindi, al Centro Astalli non si limitano a dire e non lasciano fare a chi ha il compito istituzionale  di farlo ?

 MI piace rispondere a questa domanda partendo dalle affermazioni di alcuni volontari del Centro Astalli pronunciate durante un’intervista. Dalla loro esperienza di servizio c’è molto da imparare.
Ogni mercoledì da sette anni Rita distribuisce pasti a richiedenti asilo e rifugiati della mensa e mentre impiatta con piglio deciso afferma “io sono contraria al volontariato”. Alla richiesta di spiegazione continua “il cibo è un diritto e lo Stato dovrebbe garantirlo a tutti, il volontariato in una società è soltanto un ripiego, una risposta spesso non adeguata ai bisogni delle persone”.
“Non basta criticare, indignarsi davanti alla televisione senza far nulla, di chi  sa solo criticare è pieno il mondo. Ciò che manca è gente di buona volontà che si dia da fare per cambiare le cose. Ecco, venire al Centro Astalli è il mio modo di mostrare un’altra faccia del Paese  a chi arriva da lontano in cerca di una vita migliore” , spiega Antonietta, anche lei volontaria storica del Centro Astalli.
Ogni martedì Ornella, Giancamillo e Margherita sono al loro posto per ascoltare le richieste di lavoro e di alloggio di richiedenti asilo e rifugiati. “I rifugiati che vengono qui non hanno nessun diritto, sono soli. Renderci disponibili ogni settimana ad ascoltarli significa mostrar loro quel rispetto che altrove purtroppo non c’è”.

La ricchezza dell’incontro, la voglia di mettersi in gioco sono sempre state  tra le motivazioni principali che spingono i volontari a fare servizio al Centro Astalli.
Ultimamente però sembra esserci una spinta ulteriore all’impegno in prima persona. C’è una sorta di preoccupazione sociale che occupa i pensieri dei volontari: l’indignazione per un diffuso clima di intolleranza e xenofobia, la violazione sistematica dei diritti dei migranti in un paese in cui si riconoscono sempre meno, li sprona a rimboccarsi le maniche, a darsi da fare in prima persona per dimostrare che c’è dell’altro.

Sono loro la faccia benevola e accogliente di un Paese che nei confronti dei rifugiati spesso mostra il suo lato peggiore.

Il volontariato da scelta individuale sembra aver assunto una dimensione sociale che si contrappone a logiche individualistiche che paiono dominare il nostro vivere comune.
Nell’era dei cosiddetti non luoghi il volontariato occupa uno spazio concreto, definisce un luogo e lo rende casa, riempie di significato parole come servizio, solidarietà e gratuità.

Quindi alla base dell’impegno volontario ci sono motivazioni “politiche” ovvero che riguardano il modo in cui agisce una comunità di cui si fa parte ed altre che rispondono a scelte personali ?

 I dibattiti pubblici sull’immigrazione sembrano caratterizzati da un elemento ricorrente: nella maggior parte dei casi, nessuno degli interlocutori ha relazioni e rapporti con immigrati. Gli argomenti portati da una parte e dall’altra, li si condivida o meno, sono quindi nel migliore dei casi troppo astratti: sembrano volare sopra le teste degli interessati, senza nessuna attinenza con la vita reale. Molte energie vengono spese per dibattere questioni marginali, di valenza meramente ideologica, mentre sui problemi che impattano concretamente sull’esistenza di molti regna un silenzio pressoché totale.

I volontari del Centro Astalli, e tutti gli altri volontari che scelgono di spendere tempo ed energie in servizi dedicati esclusivamente o prevalentemente a stranieri,  sono certamente consapevoli di agire in un contesto politico e culturale che ormai vede con qualche riserva il loro impegno. Perché “privilegiare” i cittadini immigrati in attività di sostegno sociale, in un momento in cui la povertà interessa un numero crescente di nostri concittadini? Perché scegliere questo settore di intervento invece di tanti altri (dalla tutela e valorizzazione dei Beni artistici e culturali all’ecologia) che pure necessitano di presenza e azione concreta? In queste domande, pur legittime, si leggono i segni di un clima di  crescente sospetto verso lo straniero che, se incoraggiato, non potrà che alimentare la causa principale degli errori politici che già si commettono nella gestione del fenomeno immigrazione: la reciproca estraneità tra italiani e immigrati, ovvero l’anticamera del conflitto sociale.

L’esperienza del volontariato è una delle poche, importanti, occasioni di relazione tra persone, italiane e straniere, che vivono nello stesso territorio. Ciascun volontario ha le proprie motivazioni, squisitamente personali. Ma tutti hanno in comune un’esperienza: aver incontrato e conosciuto un rifugiato o un immigrato, essersi messo per un momento nei suoi panni.  La dimensione dello “stare insieme”, anche per un periodo molto breve, di solito porta all’urgenza di fare qualcosa. In prima persona, mettendoci del proprio, senza secondi fini. In quello spirito di servizio che troppo spesso manca alla politica.

(a cura di C.Lombardi)

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