Immigrazione: la fabbrica dell’odio

Le frasi molto chiare pronunciate dall’autista che ha tentato di bruciare vivi 51 ragazzini a Milano  non vanno sottovalutate. Affermare di voler vendicare i morti in mare, di voler punire l’Europa per le politiche sui migranti, tirare in ballo come responsabili Di Maio e Salvini e contemporaneamente mandare un video in Senegal per invitare amici e parenti a restare in Africa rivela che le idee Ousseynou Sy ce le aveva ben chiare quando ha deciso di progettare la strage. Eppure Ousseynou Sy è cittadino italiano dal 2004, qui si era fatto una famiglia, qui aveva un lavoro stabile. Cosa è successo nella sua mente per farlo arrivare a tanto?

Da anni siamo abituati ai toni esasperati, alle polemiche, alle accuse. Sull’immigrazione si svolge uno psicodramma con molti attori. C’è chi accusa i migranti di essere la causa della caduta del tenore di vita, della disoccupazione, della diffusione della droga, degli scippi e delle rapine. Molti altri, però, accusano il nostro governo e indirettamente noi italiani di essere responsabili diretti delle morti in mare, delle morti nel deserto di quelli che partono per attraversare il Mediterraneo, delle torture nelle prigioni libiche. Su tutto si erge una spiegazione storica usata però come arma di lotta politica: l’intero Occidente è colpevole per il sottosviluppo dell’Africa sia ieri con il colonialismo, sia oggi con gli scambi commerciali gestiti dai paesi europei da posizioni di forza. Un’ansia di auto fustigazione che potrebbe avere spiegazioni psicoanalitiche, ma che è deleteria se tradotta in messaggio politico. Soprattutto è in contraddizione con la realtà perché non noi organizziamo la tratta degli esseri umani, non noi li mettiamo in mare su barche destinate ad affondare. Noi siamo quelli che tra polemiche e incertezze li salviamo e li accogliamo. E dunque perché si continua il ridicolo mea culpa che è in atto da anni?

Un simile bombardamento di accuse e recriminazioni che mischia analisi storiche, socio economiche e decisioni politiche determina un accanimento nell’opinione pubblica capace di trasformarsi in atti concreti. Non vediamo che da anni le manifestazioni di intolleranza verso gli immigrati e verso i loro figli si moltiplicano? E pensiamo che gli immigrati che vivono qui non subiscano anche loro il bombardamento mediatico e non avvertano il clima ostile che si crea intorno a loro?

Ci sarebbero anche quelli sensati e ragionevoli che affrontano l’immigrazione come uno degli snodi cruciali della nostra epoca che va gestito con politiche multifattoriali volte sia all’emergenza che all’accoglienza e all’integrazione, nel quadro di una strategia di aiuto agli africani a migliorare le loro condizioni di vita nei paesi di provenienza. Ma chi le ascolta queste persone ragionevoli?

Che sia uno scontro nel quale emergono anche pulsioni razziste è evidente. L’immigrazione in Europa e in Italia in particolare è fatta di sudamericani, cinesi, filippini, bengalesi, albanesi, romeni e tanti altri. Eppure i riflettori si accendono solo sugli africani. Basta leggere i titoli di alcuni quotidiani usciti oggi per avere un campionario di becero razzismo e di stupido appello all’irrazionalità delle folle. I giornalisti che li scrivono dovrebbero vergognarsi perché utilizzano le tragedie non per invitare a ragionare, ma per attizzare l’eccitazione dei loro fans. D’altra parte cosa sta facendo Salvini da anni se non questo?

Non possiamo andare avanti così. Ci vogliono politici che praticano solo la strada della ragionevolezza e dell’impegno per risolvere i problemi senza speculare sui drammi dell’umanità per conquistare voti e potere. E bisognerebbe anche smetterla di indicare noi come responsabili delle morti in mare. Noi italiani, noi europei li abbiamo salvati i migranti a centinaia di migliaia e li abbiamo accolti a milioni. Questa è la verità storica

Claudio Lombardi

Il voto conferma il governo M5S Lega

Anche l’ultima tornata elettorale conferma che la maggioranza degli italiani che vanno a votare sceglie Lega e M5S. Il governo appena formato è dunque in sintonia con il Paese che deve guidare. Chi è convinto che questa maggioranza di governo con il suo contratto, con il suo Presidente del Consiglio privo di autonomia e di una propria forza politica, con la netta e crescente prevalenza di Salvini e della Lega sia una iattura per l’Italia bisogna però che un paio di domande se le faccia: e se avessero ragione loro? E se fossero proprio loro l’espressione dello spirito del tempo presente?

Buona parte dei commenti si concentrano sull’ulteriore sconfitta del Pd. Sì certo erano elezioni locali, ma per quale motivo avrebbe dovuto ricevere voti se in questi mesi che ci separano dal 4 marzo ha passato più tempo ad occuparsi delle diatribe interne che a dialogare con l’opinione pubblica? Dopo che il suo segretario si è dileguato sbarrando, però, la strada ad un qualsiasi cambiamento nell’evidente stallo causato dall’incertezza se far affondare il Pd e fondare un altro partito oppure rilanciarlo, poche sono state le occasioni nelle quali ha fatto sentire la sua voce sui temi che toccano le sorti del Paese. E pure quelle poche segnate dall’incertezza e dalla debolezza di un gruppo dirigente diviso in tanti pezzi diversi e, comunque, in attesa delle decisioni di Renzi. E questo da parte di un partito che ha diretto i governi di un’intera legislatura con risultati positivi in tutti i campi. Basti pensare che nemmeno sono riusciti a rivendicare il drastico calo del numero di migranti sbarcati sulle nostre coste rispetto all’anno scorso grazie al successo delle azioni del ministro Minniti e del Presidente Gentiloni. Per non parlare della crescita di occupati e Pil, della soluzione di tante crisi aziendali, di provvedimenti che hanno dato un sollievo economico a milioni di italiani. Sono bastate le dimissioni di Renzi e il Pd è evaporato. Forse queste dimissioni non dovevano proprio essere date, forse un partito con la responsabilità del Pd doveva continuare la sua battaglia con lo stesso gruppo dirigente dopo una seria analisi critica sulle cause della perdita di voti. Agendo come si è agito si è soltanto dimostrato all’opinione pubblica che il Pd non aveva la forza politica per essere un punto di riferimento nemmeno per i suoi elettori. Un partito in preda al personalismo dei suoi dirigenti impegnati in una interminabile guerra di posizione.

Torniamo alla maggioranza di governo. Perché sarebbe espressione dello spirito del tempo? Ma perché nel mondo occidentale sono rinati i nazionalismi e Lega e M5S esprimono quello italiano. L’Europa già oggi è tenuta insieme più dalla paura dei disastri che verrebbero dalla separazione che da un’idea comune. Siamo nella fase nascente di un cambiamento che minaccia di approfondire le differenze tra paesi e di riportarli ad una competizione che parte sempre dal commercio, ma che poi è destinata ad invadere anche altri spazi con sviluppi imprevedibili. Sempre più basata sugli equilibri dei rapporti intergovernativi l’Europa si sta dividendo tra gruppetti di paesi che si riconoscono simili per tendenze politiche e approcci culturali. Il casus belli è l’immigrazione perché è la questione che più rischia di turbare gli equilibri nazionali. Non si tratta solo di quanto costa, ma anche dell’immissione di persone provenienti da culture profondamente diverse da quelle europee. Tensioni e scontri ci sono stati in molti paesi europei nei quali i migranti si sono insediati e hanno dato vita anche alle seconde generazioni. Episodi di terrorismo hanno coinvolto proprio persone nate e cresciute in Europa che si sono ribellate in nome di un’ideologia pseudo religiosa. Bisogna riconoscere che i sogni di un’integrazione rapida guidata dal desiderio di riconoscersi nella stessa nazione sono svaniti.

Se la questione immigrazione è il casus belli le divisioni in Europa hanno una radice economica evidente negli squilibri che le ondate di crisi hanno prodotto tra i vari paesi. È in particolare la moneta unica che ha creato una costante tensione tra sistemi economici, sociali e statali. Chi era abituato ad usare la svalutazione della moneta ha pagato il prezzo non solo dei limiti di bilancio imposti dagli accordi, ma anche della svalutazione interna per mantenersi competitivo. In Italia ciò ha significato assistenza sociale e servizi tagliati, retribuzioni di chi lavora frenate insieme a disoccupazione per la chiusura o la delocalizzazione di aziende. Questi gli effetti più evidenti di fronte ai quali un numero crescente di italiani non ha più accettato le giustificazioni delle forze politiche tradizionali ed ha sostenuto chi invitava chiaramente alla protesta e al cambiamento.

Questo è accaduto e qui ci sono i motivi per la conferma della maggioranza a Lega e M5S. Chi non si è accorto di ciò che stava accadendo e ha comunicato accettazione dei sacrifici, apertura alla competizione economica globale e all’ingresso di tutti i migranti che riuscissero a mettersi in mare per arrivare da noi (le Ong andavano a prendere i migranti davanti alle coste libiche perché un accordo stipulato dal governo italiano lo consentiva), pur avendo lavorato bene al governo, non può sperare adesso di ricevere molti consensi elettorali.

Poiché si tratta innanzitutto del Pd bisogna che questo partito riparta dalla realtà. Un buon metodo è rimettere in piedi una base di militanti ed ascoltarli

Claudio Lombardi

Migration compact, la proposta dell’Italia all’Europa

Il Migration Compact – un nome non proprio beneaugurante, visti i timori e i contrasti sollevati dal più famoso Fiscal Compact – è un testo che contiene molte idee interessanti e in parte innovative.

La proposta italiana sull’immigrazione presentata informalmente al Consiglio Affari Esteri dell’Unione europea è anche un bel segnale di un ritrovato attivismo del nostro paese su alcuni temi cruciali cui oggi l’Unione deve fare fronte.

Il contributo del governo Renzi

barcone migranti Segue altre importanti iniziative del governo Renzi, dal contributo italiano al Rapporto dei Cinque presidenti sul tema della governance economica fino alla più recente proposta del ministro Pier Carlo Padoan sulla strategia di crescita, lavoro e stabilità. Non vi è dubbio che oggi il tema che angustia di più il governo sia quello di una ripresa massiccia dei flussi dalla Libia e dai paesi limitrofi (l’Egitto?).

A marzo di quest’anno, gli sbarchi sulle nostre coste hanno toccato i 9600 arrivi contro i 2283 dello stesso mese del 2015, senza contare le tragedie del mare cui giornalmente assistiamo, da ultima quella di lunedì scorso, al largo della Libia. E il trend sembra non invertire la rotta. È quindi urgente riaffrontare l’intera questione ed è ciò che il nostro non-paper cerca di fare.

I punti del testo italiano

Tre sono gli assunti di base su cui si fonda il Migration Compact.

Il primo è che l’immigrazione non è solo un tema emergenziale ma strutturale, destinato quindi a durare negli anni. Va perciò affrontato con un’ottica di medio-lungo periodo. Esso riguarda in particolare l’Africa. È questa una sottolineatura molto importante, poiché fa comprendere che una volta usciti dall’emergenza provocata dalla guerra civile in Siria, la questione è destinata a concentrarsi quasi unicamente sul fronte africano e non certo su quello mediorientale. In questa prospettiva, più che di rifugiati si ritorna a parlare di immigrati spinti da motivazioni economiche, anche se i conflitti non mancano neppure in Africa.
migranti al lavoroIl secondo aspetto che riguarda l’immigrazione è la sua complessità: essa non si limita ai soli aspetti relativi al diritto di asilo o di ricollocazione, ma anche a questioni attinenti alle politiche di sviluppo e alla sicurezza. È quindi necessario agire sulla base del principio di coerenza, mettendo nello stesso basket le diverse iniziative, gli strumenti e le politiche dell’Ue, indirizzandole verso l’obiettivo centrale di una più efficace gestione dell’immigrazione.
Il terzo assunto è il riconoscimento della forte dimensione esterna della questione.
L’immigrazione è infatti parte sostanziale della politica estera e di sicurezza dell’Unione, poiché solo attraverso l’alleanza con i paesi terzi, di origine e transito dei flussi migratori, sarà possibile arrivare a risultati concreti e di lungo periodo. A tale proposito, si propone un profondo ripensamento dei vecchi accordi Ue/Acp e lo sviluppo di modelli di cooperazione come quello, forse in parte contestabile, con la Turchia o il Piano di Azione uscito dal Vertice della Valletta con l’Unione africana.

L’agile documento presentato dall’Italia propone quindi un Grand Bargain fra Unione europea e paesi terzi africani, e lo fa attraverso una serie di suggerimenti estremamente concreti sia sul versante degli strumenti che delle iniziative legislative da prendere da entrambe le parti.

Nodi problematici

migranti muriEd è proprio qui, come era prevedibile, che cominciano le vere difficoltà. Non vi è dubbio, infatti, che sarà molto difficile ottenere credibili misure di controllo dei confini interni da parte dei vari paesi africani, come pure sarà tutta in salita la strada per aiutarli a costituire degli uffici (delle specie di hot spot) sul loro territorio che riescano a valutare le richieste di emigrare. Come pure sarà una sfida convincere molti di loro a riprendersi gli emigrati che dovessero venire respinti dall’Unione.

Ma in verità i maggiori ostacoli si manifesteranno all’interno dell’Unione. Basta vedere come sono andate finora le proposte della Commissione sulle quote di ricollocazione o le decisioni di diversi governi europei, anche guidati da socialdemocratici come è il caso dell’Austria, di erigere barriere e fili spinati sui confini interni dell’Ue.

Idea Eurobond

Il documento italiano, da questo punto di vista, cerca di indicare una serie di strumenti innovativi che portino ad un consistente aumento delle risorse a disposizione. A parte il riordino degli strumenti finanziari esistenti per la politica di vicinato e per le associazioni, la novità principale della proposta consiste in due tipi di bond europei: uno destinato ad agire da moltiplicatore per investimenti direttamente in Africa (EU-Africa bond); l’altro per l’aiuto da destinare ai paesi membri dell’Unione europea nella gestione dell’immigrazione.

accoglienza migrantiCome vi era da aspettarsi, appena è giunto alle orecchie tedesche il termine “bond” – debito collettivo dell’Ue – si sono immediatamente eretti i cavalli di frisia del governo, o almeno di alcuni suoi rappresentanti, volti a scoraggiare idee di questo tipo. In effetti il progetto di emettere bond europei troverà resistenze di tutti i tipi anche perché alla fine la decisone dovrà essere unanime a 28, e non solo per i paesi della zona euro.

Tuttavia, da qualche parte bisognerà pure cominciare e la proposta italiana ha l’indubbio merito di smuovere le acque torbide che soffocano una vera presa di coscienza del tema dell’immigrazione. Gli stessi tedeschi hanno controproposto una tassa sulla benzina, non si sa con quale fondamento. Ma in ogni caso, qualcosa si muove.

Mancano le alleanze

La proposta va quindi portata avanti con determinazione. Ma con chi? Qui, a nostro parere, si palesa invece la debolezza dell’iniziativa: non essere stata concordata a priori con alcuni nostri partner europei, a cominciare dai paesi del sud Europa, ma anche con alcuni fra i più aperti del nord dell’Unione. Magari valeva la pena tentare un primo approccio con la stessa Germania.
Insomma è mancato da parte italiana lo sforzo di creare a priori un fronte di paesi a sostegno della nostra proposta. Un Coalition building è la precondizione necessaria al successo delle proposte. Altrimenti il rischio è di lanciare una buona idea che poi, venendo solo da noi, rischia di essere tacciata di nascondere un conflitto di interessi. L’unico segnale buono fino ad oggi è la benevola attenzione dimostrata dalla Commissione. Ma, come ci dimostra l’esperienza recente, essa non è da sola sufficiente.

Gianni Bonvicini tratto da http://www.affarinternazionali.it

Immigrati: la strategia della distrazione (di Sergio Bontempelli)

immigrati sfruttatiLa campagna anti-immigrati della Lega sembra fatta apposta per racimolare voti. Non sarà che, con la scusa di “difendere gli italiani”, ci stanno prendendo in giro? Forse siamo ammalati di “dietrologia”, ma quello della Lega Nord ci sembra un giochino troppo facile. Che funziona, grosso modo, in tre tappe.

Nella prima si lancia l’esca: si fanno dichiarazioni roboanti contro Cécile Kyenge, si sparano slogan improbabili sull’invasione degli immigrati, si ribadisce che gli “italiani sono bianchi” e che la “Ministra nera” deve “tornare in Africa”.

Nella seconda tappa ci si siede in poltrona e si aspettano le reazioni: ci sarà sempre chi (giustamente, sia chiaro) stigmatizza la “xenofobia”, chi rievoca con angoscia le leggi razziali, chi richiama tutti al doveroso rispetto delle istituzioni…

Nella terza tappa non si fa altro che incassare il risultato. Gli “antirazzisti” hanno recitato la parte dei difensori dello status quo: parlano di “tolleranza”, ma lo fanno a pancia piena, ignorando le “sofferenze del popolo”. All’inverso, i “cattivi” – gli xenofobi, i razzisti – sono quelli che “dicono le cose come stanno”, pane al pane vino al vino: sì, se la prendono con gli immigrati, ma perché “difendono gli italiani”, stanno dalla parte della gente comune. E la gente comune non ne può più dell’arroganza dei politici, del lavoro che non c’è, della crisi che avanza, delle tasse, della burocrazia e naturalmente degli immigrati…

Giochi di prestigio

ruberie LegaMa davvero la Lega Nord difende “gli interessi degli italiani” (o dei padani, a seconda dei casi)? Fate caso alle date. Siamo nel mese di gennaio. A maggio si terranno le elezioni europee, e dunque ci troviamo già, di fatto, in campagna elettorale. Nel dicembre 2013, appena un mese fa, la Procura di Milano aveva rinviato a giudizio una decina di dirigenti della Lega Nord per truffa aggravata ai danni dello Stato (cioè dei contribuenti).

Vediamo rapidamente le accuse. Rosi Mauro, ex senatrice del Carroccio, è indagata per appropriazione indebita di 99.731,50 euro. Renzo e Riccardo Bossi, i due figli del Senatur, avrebbero usato a fini personali più di 300 mila euro di fondi pubblici (provenienti dai cosiddetti “rimborsi elettorali”): in particolare, il famoso “Trota” avrebbe speso circa 77 mila euro per comprarsi la laurea in Albania. Per l’ex tesoriere del Carroccio Francesco Belsito si parla di almeno due milioni di appropriazione indebita di fondi pubblici.

Certo, si tratta di accuse che dovranno essere dimostrate in Tribunale. Ma lo scandalo è finito sulle prime pagine di tutti i giornali e ha fatto il giro del web: l’immagine pubblica del Carroccio ne è uscita a pezzi, tanto che una parte dell’elettorato leghista ha preferito votare per i Cinque Stelle. A pensar male si fa peccato, d’accordo, ma il rinnovato attivismo della Lega fa proprio pensar male. O no?

I precedenti: Sarkozy in Francia…

deviazione attenzioneDel resto, il giochetto di scatenare una campagna anti-immigrati per deviare l’attenzione dell’opinione pubblica non è affatto nuovo. Se ne conoscono illustri precedenti.
Nell’Estate 2010, Nicolas Sarkozy viene travolto dallo “scandalo Bettencourt”: secondo le accuse lanciate da due quotidiani transalpini nel mese di giugno, Liliane Bettencourt – ricca ereditiera del gruppo L’Oreal – avrebbe finanziato al nero la campagna elettorale del presidente francese: il Ministro del Lavoro Eric Woerth, in particolare, è accusato di aver preso soldi in contanti per finanziare l’Ump, il partito di Sarkozy.

Travolto dalle polemiche, il Presidente pensa bene di scatenare una virulenta campagna contro i rom: già alla fine dell’Estate viene predisposto il piano di “rimpatri volontari” per i rom in condizione irregolare, e il 20 agosto, dall’aeroporto di Lione, parte il primo volo per Bucarest, carico di “zingari indesiderabili”.

Ne scaturisce una polemica internazionale: a stigmatizzare il razzismo sarkozista intervengono persino l’Ue e il Vaticano. Intanto, però, nessuno parla più dello scandalo Bettencourt. Per Sarkozy obiettivo raggiunto: l’uomo dell’Eliseo, agli occhi degli elettori, non è più il politico che ha intascato tangenti, ma il coraggioso difensore dei francesi contro l’invasione dei rom. Facile, no?

… e Veltroni in Italia

doppiezza politiciSia chiaro: la “strategia della distrazione” non è un’esclusiva delle destre. Anzi.
Facciamo un piccolo passo indietro. Siamo nel 2007, e a Palazzo Chigi siede il secondo governo Prodi. È un esecutivo che non gode di grandi simpatie popolari, per varie ragioni. Anzitutto, perché la coalizione che lo sostiene è molto debole, e dunque incapace di azioni incisive. Grazie alla legge elettorale rimasta in vigore fino ad oggi (il “porcellum”), dalle urne è uscito un risultato a dir poco bizzarro: mentre alla Camera il centro-sinistra gode di un ampio sostegno parlamentare, al Senato la maggioranza è tale per appena 10 voti, gran parte dei quali provenienti dai senatori a vita.

D’altronde, le scelte dell’esecutivo scontentano un po’ tutti. L’indulto, approvato l’anno prima, ha mandato su tutte le furie l’elettorato “giustizialista”, mentre l’opinione pubblica pacifista è rimasta delusa dal rifinanziamento delle missioni militari all’estero. Di crisi economica non si parla ancora, ma dall’altra parte dell’Oceano è già scoppiata la bolla dei mutui subprime, e il futuro si presenta tutt’altro che roseo. Insomma, il centro-sinistra teme di perdere le elezioni, e cerca qualcosa per recuperare consensi.

rom campo sostaQuel “qualcosa” lo trova il Sindaco di Roma, Walter Veltroni. Il 31 ottobre 2007, alla stazione di Tor di Quinto, una donna – Giovanna Reggiani – viene seviziata e uccisa. L’omicida è un giovane romeno, Romulus Mailat. Il primo cittadino della Capitale convoca d’urgenza una conferenza stampa: la colpa, dice, è dell’eccessiva immigrazione romena, favorita dall’ingresso di Bucarest nell’Unione Europea e dalla conseguente apertura delle frontiere. Sollecitato da Veltroni, il Consiglio dei Ministri si riunisce d’urgenza e vara un “pacchetto sicurezza” che agevola le procedure di espulsione dei cittadini comunitari.

Da quel momento, l’attenzione dell’opinione pubblica si concentra sui romeni, e in particolare sui rom: in tutte le Prefetture vengono convocati d’urgenza i Comitati per l’Ordine e la Sicurezza, si raccolgono compulsivamente dati sulle presenze romene, si predispongono espulsioni e sgomberi. Anche in questo caso, il gioco è fatto: invece di discutere dell’incipiente crisi economica, o delle insufficienti politiche del lavoro, tutti parlano di “pericolo zingaro” e di “emergenza romeni”…

Zingaropoli a Milano: la sconfitta della “strategia della distrazione”

attenzione opinione pubblicaBisogna anche dire che la “strategia della distrazione” non funziona sempre. C’è un caso clamoroso in cui non ha funzionato, e può essere interessante vedere perché.
Siamo a maggio del 2011. Milano è in piena campagna elettorale in vista del ballottaggio per le amministrative. La Sindaca uscente, Letizia Moratti, è in difficoltà, rischia di perdere e ha bisogno di risalire la china. Anche in questo caso, il centro-destra mette in atto la “strategia della distrazione”: e dunque il candidato rivale, Giuliano Pisapia, viene accusato di voler riempire la città di moschee e campi nomadi (la “zingaropoli islamica”: ricordate?).

Un gruppo di burloni scrive via twitter alla Moratti: «il quartiere Sucate dice no alla moschea in Via Giandomenico Puppa». Naturalmente non esiste nessun quartiere “Sucate”, né tantomeno nessuna via intitolata a “Giandomenico Puppa”. Ma lo staff della Moratti ci casca, e risponde: «nessuna tolleranza per le moschee abusive». Lo scambio di battute fa il giro della rete, e si diffonde in modo virale: nascono blog sarcastici che descrivono il paradiso di Sucate, «bellissimo quartiere pieno di rom, centri sociali e moschee», si diffondono battute e barzellette, e i social network sono letteralmente sommersi dal tormentone. La “strategia della distrazione” è stata messa in ridicolo. E alla fine, Letizia Moratti perde lo scranno a Palazzo Marino.

Rispondere “a tono”

ragionare con chiarezzaIntendiamoci. È probabile che non tutti gli elettori milanesi abbiano maturato convinzioni antirazziste. Può darsi che molti sostenitori di Pisapia nutrano sentimenti di diffidenza nei confronti di rom, immigrati e minoranze religiose. È possibile che tanti cittadini esultino ancora nel sentire le notizie sugli sgomberi nei “campi nomadi”. Non siamo di fronte cioè a un’improvvisa “conversione” dell’elettorato.

Più semplicemente, la gente ha capito che la “tolleranza zero” è, spesso, un imbroglio, una strategia per deviare l’attenzione. Chi agita lo spettro dell’invasione degli immigrati è, di solito, assai poco interessato ai flussi migratori o alla “difesa degli italiani”, e molto più attento al proprio tornaconto elettorale.

Se questo è vero, forse (forse) bisognerebbe rispondere a tono. Di fronte alla campagna della Lega, è certo necessario stigmatizzare il razzismo: ma probabilmente si dovrebbe anche cambiare registro. La Lega vuole che si parli di immigrazione per recuperare terreno elettorale. E invece è necessario che si parli proprio della Lega Nord, delle inchieste che la riguardano, e delle accuse gravissime – tutte da verificare, ovviamente – che l’hanno investita: corruzione, uso spregiudicato di fondi pubblici, appropriazione indebita di risorse provenienti dalle tasche dei cittadini.

Questi sarebbero i “difensori degli italiani” (o dei padani)? Ma fateci il piacere…

Sergio Bontempelli da www.corrieredellemigrazioni.it

L’Italia, l’Europa e la disperazione dei migranti (di Salvatore Sinagra)

mediterraneoAncora una volta, di fronte ad una catastrofe umanitaria, il governo  e buona parte del popolo italiano invocano “più Europa”, richiesta moralmente legittima ma che deve essere circostanziata.  La questione del nostro posizionamento in Europa, dei nostri diritti e dei nostri doveri non può che essere affrontata alla luce delle scelte politiche e del diritto comunitario ed internazionale che ci sono oggi.

L’Unione Europea, nonostante il Trattato di Lisbona avesse l’ambizione di superare le vecchie strutture, è riconducibile a tre macroaree: politica economica, politica estera, politica della giustizia e affari interni. Nelle ultime due aree non esiste una politica comune dell’Unione Europea, esiste solo un blando coordinamento delle politiche nazionali. Poiché la materia dell’immigrazione è riconducibile agli esteri e agli affari interni, è determinata dal Consiglio dei ministri, ovvero dai rappresentanti dei governi degli Stati membri e  le istituzioni comunitarie, Parlamento e Commissione,  hanno limitatissimi poteri e pochi margini per andare oltre lo status quo.

schengen areaL’area Schengen, che solo parzialmente si sovrappone all’Unione Europea (vi prendono parte quattro paesi che non aderiscono all’UE, e non vi prendono parte Gran Bretagna, Irlanda e alcuni paesi dell’Europa Orientale) fino al 2004-2005 era semplicemente una zona in cui erano stati aboliti i controlli sistematici alle frontiere con alcune finalità dichiarate tra cui la lotta all’immigrazione clandestina, al terrorismo, al traffico di esseri umani, di armi e di droga. Tutti i paesi dell’area Schengen sono obbligati ad adottare i medesimi standard di controllo alle frontiere esterne dell’Unione. Inizialmente non fu posto il problema dei costi della “frontiera di Schengen” che sarebbero gravati solo su alcuni Stati; la prospettiva era quella che comunque i paesi bagnati dal Mediterraneo e al confine orientale dell’Unione avrebbero sostenuto comunque costi di “pattugliamento”.

Con l’accesso di alcuni paesi dell’Europa Orientale a Schengen è stata istituita Frontex, un’agenzia che ha il solo fine di coordinare i pattugliamenti delle frontiere esterne dell’Unione ed ha un budget di circa 70 milioni l’anno di cui metà vengono spesi nel Mediterraneo. Frontex non ha nessun ruolo per la prima accoglienza dei profughi né riguardo alle richieste di asilo. Di fatto, Schengen è un confine comune senza una politica dell’immigrazione comune.

richiedenti asiloNon esiste nemmeno una vera e propria politica comune dell’asilo, poiché gli accordi di Dublino II che disciplinano a  livello europeo il diritto di asilo, hanno la principale finalità di dirimere le controversie tra gli Stati dell’Unione su chi debba prendere in considerazione le richieste di asilo dei migranti. In realtà l’articolo 17 della convenzione da’ la possibilità, ad oggi non utilizzata, di modificare lo stesso accordo ed istituire un regime di asilo europeo.

La direttiva 55 del 2001 istituisce il regime della protezione temporanea, ovvero il Consiglio europeo, su proposta della Commissione può accertare l’afflusso massiccio di sfollati e decretare misure a favore di uno o più Stati membri che non possono fronteggiare da soli l’emergenza. I singoli Stati membri vareranno provvedimenti straordinari a favore dei migranti finanziati, in tutto o in parte, dal Fondo europeo dei migranti.

schengen area1Le polemiche scatenate da esponenti della Lega Nord e del Popolo delle Libertà che imputano all’Europa una “limitazione della sovranità nazionale” in materia di immigrazione sono ridicole e paradossali, poiché, come già detto, non esiste una politica europea dell’immigrazione cioè il singolo Stato membro non ha alcun vincolo nella determinazione  del numero dei migranti che hanno diritto di entrare nel paese, dei requisiti per ottenere il permesso di soggiorno e di molte regole per l’accesso al lavoro degli extracomunitari. Sono gli Stati membri che definiscono cos’è l’immigrato irregolare, che gli stessi Stati sono liberi di espellere. L’Unione Europea, quindi, non impone niente e il problema è proprio l’assenza delle politiche comuni per l’immigrazione e i richiedenti asilo. Casomai è proprio l’aggravante introdotta in Italia con il reato di clandestinità che suscita un dubbio di legittimità anche nell’ordinamento europeo perché va oltre la semplice espulsione.

aiuto migrantiC’è poi la questione della richiesta avanzata nel 2010 (inizio della primavera araba) da Roberto Maroni e Angelino Alfano di ripartire quote di immigrati tra diversi paesi europei. Ebbene si tratta di una richiesta paradossale: primo è incompatibile con l’attuale diritto comunitario che, prevede, invece, la possibilità, in casi eccezionali, di finanziamenti per interventi gestiti dai singoli stati sul loro territorio; secondo, appare difficile per l’Italia invocare la “solidarietà europea” dal momento che tale solidarietà non è stata chiesta da paesi come la Francia e la Germania che ogni anno concedono l’asilo a molti più richiedenti di quanto faccia l’Italia; terzo, la solidarietà che da destra si chiede all’Europa è stata più volte rifiutata dai presidenti leghisti di Piemonte e Veneto.

Inutile e fuorviante, quindi, rigettare sull’Europa una responsabilità in materia di immigrazione che ad oggi non può avere. Probabilmente per distogliere l’attenzione dalla politica italiana sui migranti e dall’ipocrita legge Bossi-Fini si cerca di confondere i discorsi. Però, visto che si vuole tirare in ballo l’Europa, ricordiamoci che tra qualche mese ci saranno le elezioni del Parlamento europeo. Quella sarà l’occasione per chiedere alle forze politiche un impegno serio anche per una politica comune sull’immigrazione. E vedremo chi lo farà.

Salvatore Sinagra

Migranti: il “capolavoro” della Bossi – Fini

Il rilascio del permesso di soggiorno è subordinato all’ottenimento di un contratto di soggiorno, con il quale il datore di lavoro italiano si impegna a garantire al lavoratore straniero un alloggio e il pagamento delle spese di viaggio per il rientro nel Paese di provenienza. Si tratta chiaramente di una mistificazione: il legislatore presuppone che il datore di lavoro assuma il lavoratore straniero senza neanche conoscerlo, dal momento che dovrebbe trovarsi nel Paese di origine, non avendo ancora ottenuto il permesso di soggiorno.

La pratica dimostra che nella maggior parte dei casi il datore di lavoro assume l’immigrato, magari clandestino o in possesso di un visto turistico, in modo informale, per poi formalizzare l’assunzione in un momento successivo attraverso la chiamata nominativa, facendo ‘apparire’ lo straniero in Italia al momento opportuno.

Paradossalmente, la norma posta a contrastare l’immigrazione clandestina, alimenta di fatto il mercato della forza lavoro non tutelata e a basso costo, dal momento che solo nella clandestinità un lavoratore straniero può procacciarsi un impiego e, di conseguenza, la legalità.

Ecco il capolavoro di ipocrisia di politici che se ne fregano di risolvere i problemi e gettano sulle spalle degli altri le loro responsabilità

Papa Francesco, la religiosità e l’integrazione: intervista ad Omar

papa francesco lampedusaLa visita del Papa a Lampedusa ha suscitato in tutti gli ambienti – quello della politica, quello delle istituzioni e finanche quelli cattolici – qualche polemica.

Noi, abbiamo deciso di ascoltare il punto di vista di Omar che in Italia è arrivato clandestino e che rispetto al significato della visita del Santo Padre a Lampedusa ha qualcosa da raccontarci. Un punto di vista il suo certo non molto lontano da quello di tanti ospiti del centro di accoglienza di Lampedusa che, in quei giorni la stampa e le televisioni hanno sfruttato mediaticamente.

Ciao Omar, grazie sin da ora del contributo che darai alla nostra riflessione. Il Papa a Lampedusa. Pensieri, parole, opinioni?

Innanzitutto ci tengo a precisare che sono musulmano e che quindi non ho nessun interesse di natura religiosa nell’affermare che, visti i gesti e ascoltate le parole del Papa, sono veramente felice che i cattolici lo abbiano eletto come capo della loro chiesa e mi auguro che sappiano sfruttarne le potenzialità. Mi chiedi del Papa a Lampedusa? Sinceramente mi sembra anche inutile parlarne: non è un fatto politico, come la televisione ci ha fatto credere in quei giorni. E’ un fatto spirituale. Il Papa rappresenta tutti i cristiani cattolici non solo quelli italiani ed europei. La religione cattolica è diffusa in tutto il Mondo e il Papa li rappresenta tutti. Poiché Papa Francesco ha sin dall’inizio dichiarato di stare al fianco degli ultimi è ovvio che non può non passare per posti come Lampedusa. Che la politica, abbia provato una certa invidia perché magari non ci ha pensato prima quello non è un problema né del Papa, né degli immigrati.papa francesco lampedusa

Senti Omar, ma da cosa pensi siano scaturite le polemiche legate all’evento?

chiusura mentaleCredo sinceramente che, nonostante la nomina della Ministra Kyenge (sulla quale avrei qualcosa da dire) e nonostante ci siano realtà consolidate da decenni, l’Italia non è un Paese multiculturale e pronto all’accoglienza e all’integrazione. Lo dico non perché sono immigrato e perché ho sentito sulla pelle (letteralmente) lo sguardo incuriosito della gente per strada ma perché abito in Italia da 12 anni e ho imparato a conoscere gli italiani. Ho come l’impressione che vivano in un micro-cosmo, viaggino poco, girino poco il Mondo e siano convinti che tutto si esaurisca nei confini nazionali. Allo stesso modo considerano che il Papa è a Roma  e quindi il mondo della cristianità si esaurisce qui. Il Papa a Lampedusa è il Papa in visita dei deboli, dei poveri, dei disperati non è la visita a Lampedusa per entrare nelle polemiche sull’immigrazione, sulla clandestinità e così via. Piuttosto che suscitare polemiche il viaggio avrebbe dovuto suscitare delle riflessioni profonde, per esempio: forse il Papa sceglie Lampedusa perché rappresenta uno degli esempi peggiori in Europa?

Prima, parlando del Papa mi hai detto che avresti qualcosa da dire sulla Ministra Kyenge. E’ legato a questo evento?

integrazioneCredo che per la stampa, la televisione e i media italiani nulla accada a caso. Fossi amico di Cécile le direi di dimettersi immediatamente per diverse ragioni: la prima è che un Paese che vuole l’integrazione non lo fa strumentalizzando la nomina della Ministra negra al governo. Lo fa e basta, con un ministro di qualsiasi nazionalità perché l’integrazione riguarda tutti: non solo negri, ma anche arabi, cinesi, americani, australiani, gli omosessuali e i diseredati. Poi, rappresentare l’immigrazione solo e soltanto come ricerca di “un posto al sole” scappando dalla fame non è corretto. Non so se riesco a spiegarmi. Nominare il Ministro Kyenge, della quale tutti conosciamo la storia e il grande impegno è come dire agli italiani: integriamo la loro subalternità. Non è così. Gli insulti di Calderoli, Borghezio e altri violano la dignità dell’Africa e ignorano anni di storia del colonialismo. Probabilmente qualcuno dovrebbe cominciare ad interrogarsi sul debito che l’Europa ha nei confronti dell’Africa….. Scusami ma su questo argomento mi scaldo un po’. Aspettiamo le scelte politiche della Kyenge a questo punto, perché sinora mi sembra che abbia avuto diversi alibi per non occuparsene.

Ok Omar. Torniamo al Papa, qual è il segreto del suo successo secondo te?

Credo che sia un grande comunicatore e abbia intuito il bisogno di rinnovamento che non è solo della Chiesa come istituzione, ma anche dei fedeli.

cordialità di papa francesco Fino a prima di Papa Francesco, il Vaticano era un’istituzione distante non del tutto aderente ai principi di amore, carità, solidarietà presenti nei testi sacri. Lo so perché il Vangelo l’ho letto. Noi musulmani crediamo in Cristo come profeta e ne riconosciamo la grandezza, voi cattolici, purtroppo non riconoscete Maometto…. Questione di punti di vista!

Tornando al Papa è una persona umile. E’ molto più vicino, negli atteggiamenti ad un parroco ecco perché tutti si sentono rassicurati dalla sua presenza e dalle sue parole. Ha scelto l’umiltà; lo ha fatto attraverso gesti importanti: dal rifiuto dell’appartamento papale e delle auto di lusso al no alla croce d’oro, fino alle prese di posizione sullo IOR e sui dirigenti del Vaticano… Insomma, speriamo vada avanti così, continui a bacchettare la politica, il potere, la corruzione e l’ostentazione della ricchezza e i falsi miti mandando un messaggio chiaro ai suoi fedeli. Lo dico perché il cambiamento della politica passa soprattutto attraverso il rinnovamento delle coscienze e ogni religione deve fare la sua parte….. E ovviamente lo dico perché l’Europa e l’occidente tutto ne hanno bisogno, non solo l’Italia.

(intervista a cura di Angela Masi)

Un’altra agenda: quella dell’immigrazione

Diminuzione delle tasse e abbattimento del debito pubblico, sono i temi maggiormente evocati dal dibattito elettorale attualmente in corso. Ignorate, del tutto o quasi, molte delle agende avanzate dalle organizzazioni della società civile in materia di lavoro, ambiente, welfare, pace e cooperazione internazionale.

Tra queste, quella sull’immigrazione: non si va molto oltre l’annuncio, da parte delle forze politiche di sinistra, della immediata approvazione di una legge di riforma sulla cittadinanza nel caso di un loro successo elettorale. Il che, intendiamoci bene, non sarebbe certo cosa da poco: se ne parla da più o meno quindici anni, se finalmente si arrivasse a riconoscere che chi nasce qui è cittadino italiano, avremmo una riforma meno ambiziosa di quella auspicata, ma migliaia di ragazzi e ragazze vedrebbero finalmente diminuire la distanza esistente tra la legge che li definisce stranieri (almeno sino ai 18 anni) e la loro storia di vita personale.

Detto questo, resta da vedere se la nuova maggioranza e il nuovo governo vorranno finalmente mettere mano anche all’intera disciplina sull’ immigrazione e sull’asilo.

Ce ne sarebbe infatti molto bisogno. Dal 2002 in poi, anno in cui venne approvata la legge Bossi-Fini, le norme che sono intervenute a modificare il testo unico 286/98 (alcune delle quali per fortuna dichiarate incostituzionali) hanno avuto un’unica impronta: quella di rendere più difficile l’ingresso e il soggiorno regolare in Italia nonché di ostacolare i ricongiungimenti familiari. Poco è stato fatto a sostegno di un inserimento sociale, economico e culturale dei cittadini stranieri nella società italiana, mentre numerosi provvedimenti (di rango normativo e amministrativo) hanno tentato di compromettere il loro accesso alle prestazioni sociali. Tutto ciò mentre il sistema di detenzione amministrativa istituito con la legge 40/98 ha mostrato tutti i suoi limiti, dando luogo a gravi violazioni dei diritti umani dei migranti che sono ospitati nei CIE.

Ce ne sarebbe bisogno anche se venisse effettivamente dimostrato che la crisi economica in corso sta spingendo molti cittadini stranieri a lasciare il nostro paese: proprio a causa delle caratteristiche globali della crisi, infatti, molti immigrati pur perdendo il lavoro e non trovandone uno nuovo (regolare) sceglieranno di rimanere e, probabilmente, molti continueranno ad arrivare.

Si pone allora il problema di una riforma complessiva di un Testo Unico ormai datato, che per altro è stato applicato prevalentemente solo nella sua prima parte, quella dedicata alla disciplina dell’ingresso, del soggiorno e del contrasto all’immigrazione irregolare e molto poco nella sua parte relativa alle politiche di inclusione sociale.

La memoria consiglierebbe di evitare errori fatti in passato.

Una riforma complessiva del Testo unico richiede mediazioni parlamentari complicate e, dunque, tempi lunghi, ma, per iniziare, si potrebbero intanto abrogare alcune norme: ad esempio quelle che hanno introdotto il reato di soggiorno e immigrazione illegale, le tasse sul soggiorno e sulla richiesta di cittadinanza, il raddoppio del periodo di residenza necessario per acquisire la cittadinanza in caso di matrimonio, il prolungamento dei tempi di trattenimento nei Cie fino a 18 mesi.

Una riforma più complessiva dovrebbe invece intervenire in modo organico.

Il Manifesto per riformare la legislazione sull’immigrazione pubblicato dall’Asgi (Associazione per gli Studi Giuridici sull’Immigrazione) qualche settimana fa, di cui più sotto pubblichiamo la sintesi ma di cui consigliamo la lettura integrale, contiene indicazioni molto utili in tal senso.

Per quanto ci riguarda, consideriamo prioritari i seguenti aspetti:

a) L’introduzione di meccanismi di regolarizzazione ordinaria dei migranti che possano dimostrare il loro inserimento economico e sociale;

b) l’ampliamento dei canali di ingresso regolare anche per la ricerca di lavoro;

c) la revisione del sistema delle espulsioni in modo da trasformarle in strumento di ultima istanza;

d) la chiusura dei Centri di Identificazione ed Espulsione;

e) il ripristino di un fondo strutturale destinato a finanziare gli interventi di inclusione sociale dei migranti, i processi di partecipazione e le occasioni di socializzazione, con uno sguardo particolarmente attento ai “figli dell’immigrazione”.

f) Una riforma della normativa penale contro le discriminazioni e il razzismo per renderla maggiormente incisiva con particolarmente riferimento alla propaganda razzista, anche perpetrata dai partiti o dai loro esponenti.

Ci auguriamo che il futuro Parlamento sia interessato a prenderli in considerazione. Nel frattempo sarebbe utile aprire nel movimento antirazzista una discussione e un confronto collettivo su questi temi.

Da www.cronachediordinariorazzismo.org

L’Economist dossier Italia: meritocrazia e apertura al mondo

Un anno fa, a giugno del 2011, l’Economist pubblicò un dossier sulla situazione italiana che fece scalpore per il giudizio su Berlusconi identificato come “l’uomo che ha fottuto un intero paese”. In realtà l’analisi era molto più ricca e approfondita. Qui se ne ripropone una sintesi, divisa in quattro parti, utile a comprendere un punto di vista esterno e non coinvolto nelle polemiche politiche nostrane.

La meritocrazia non esiste

Il governo trasferisce denaro dai giovani agli anziani, spendendo in pensioni il 14 per cento del Pil, una percentuale più alta di qualsiasi altro paese dell’Ocse. La situazione demografica del paese dovrebbe costituire un grande vantaggio per i ragazzi che, grazie a un tasso di fecondità di 1,4 figli per donna, stanno diventando una rarità. Ma invece di avere più potere contrattuale, sono bloccati dalla gerontocrazia.

Le società che invecchiano devono trovare qualcosa per tenere occupati i lavoratori anziani, ma lasciargli tutti i posti migliori non è una soluzione. Davanti alla prospettiva di dover aspettare fino all’età dei loro nonni per fare carriera, molti dei cervelli più brillanti d’Italia se ne vanno. Forse l’indicatore più sconvolgente della situazione economica è che l’Italia è il primo esportatore di laureati tra i paesi ricchi europei, un fenomeno di solito più comune nei paesi più poveri.

Molti laureati italiani se ne vanno per sfuggire al sistema delle raccomandazioni, o delle conoscenze (spesso di tipo familiare), che regola il mercato del lavoro. È un sistema usato in tutti i paesi, ma l’Italia è diversa per due motivi: le raccomandazioni sono onnipresenti e raramente vengono messe in discussione. Si potrebbe essere tentati di attribuire questa preferenza per le conoscenze personali piuttosto che per le qualifiche professionali al “familismo amorale”, come lo chiamò il sociologo statunitense Edward Banfield. Con le Basi morali di una società arretrata, un libro sulla povertà in Italia meridionale pubblicato nel 1958 ma ancora oggi molto discusso, Banfield sostenne che in Italia i legami familiari sono così stretti da impedire alle persone di unirsi per agire a vantaggio della comunità.

Rispetto ad altri paesi ricchi, l’Italia ha una buona scuola elementare, una scuola secondaria discreta (anche se molto variabile) e pessime università (con una manciata di splendide eccezioni). Per legge, le lauree hanno tutte lo stesso valore, indipendentemente dalle università che le hanno conferite, perciò i potenziali datori di lavoro devono tirare a indovinare quali sono gli studenti migliori.

Il regime delle raccomandazioni imperversa ovunque. Il mercato dei posti di lavoro accademici nelle università pubbliche è profondamente corrotto. È nato un gran numero di corsi di laurea che sembrano progettati unicamente per creare cattedre. I candidati a una cattedra partecipano a concorsi che in realtà non sono né pubblici né competitivi ma fatti solo per dare maggiore credibilità a decisioni che sono già state prese. Un modo per migliorare la situazione potrebbe essere privatizzare alcune università pubbliche, ma questo non è possibile in un paese dove tutte le proposte di riforma, anche di modesta portata, provocano molte proteste. Un’altra possibilità sarebbe rendere più competitive le università pubbliche, ma per il momento, neanche una delle università italiane è tra le prime cento delle due principali classifiche internazionali sull’istruzione superiore.

C’è bisogno di aprirsi al mondo

In questi anni l’Italia è entrata sempre più in contatto con il resto del mondo: indirettamente, con la globalizzazione e, direttamente, attraverso l’immigrazione.

Nei primi anni novanta e nella prima metà dell’ultimo decennio alcuni settori dell’economia erano già stati colpiti duramente dalla concorrenza dei mercati esteri. L’industria tessile e gli altri settori a basso impiego di tecnologia si erano dimostrati molto vulnerabili.

Questo quadro, in ogni caso, è già cambiato. Secondo uno studio della Banca d’Italia, anche prima dell’inizio della crisi finanziaria circa la metà delle aziende con almeno venti impiegati era in ristrutturazione, e il settore manifatturiero aveva riguadagnato la competitività perduta all’inizio del decennio. Un numero impressionante di medie imprese si è trasformato in multinazionali tascabili, come le chiamano gli italiani. Nel 2008 in Italia c’erano 21mila imprese di questo tipo, attive in 150 paesi.

Le aziende italiane più competitive hanno saputo trarre vantaggio dalla globalizzazione. Però l’espansione verso l’estero è stata considerata spesso come la causa della perdita di posti di lavoro e secondo molti imprenditori mandare avanti un’azienda in Italia è un compito così difficile che vorrebbero trasferire l’intera catena produttiva all’estero.

Il secondo modo in cui il mondo ha disturbato l’Italia negli ultimi vent’anni è stato più diretto: le flotte di barconi carichi di migranti in cerca di lavoro. Le tragedie dei barconi hanno distolto l’attenzione da un altro importante cambiamento degli ultimi anni: l’assimilazione in gran parte pacifica di tantissimi immigrati, sia clandestini sia regolari. La percentuale di residenti in Italia nati all’estero è passata dallo 0,8 per cento del 1990 al 7 per cento del 2010. Integrare i migranti in quella che un tempo era una società etnicamente uniforme non è stato facile, ma è andata meglio del previsto. Una parte del merito va riconosciuto alla chiesa cattolica, che ha avuto un ruolo fondamentale, aiutando nel processo di integrazione anche gli immigrati arrivati illegalmente.

In ogni caso l’Italia non può permettersi di guardare al colore della pelle della sua futura forza lavoro. Senza l’immigrazione, nel 2009 la popolazione italiana sarebbe calata di 75mila abitanti. I migranti sono ancora più necessari se si considera che l’occupazione femminile è molto bassa. E così i lavoratori immigrati riempiono i buchi lasciati dalla decrescita della popolazione italiana. (fine terza parte)

Testamento biologico e civil card. Sembra l’Olanda, è Cinecittà (di Marco Sarti)

Pubblichiamo questo articolo tratto dal sito www.linkiesta.it perché parla di come le cose possano cambiare nel concreto con decisioni che creano o rinsaldano i rapporti sociali aumentando così il tasso di cittadinanza. Non peserà come il tasso di interesse sul debito, ma è un elemento strutturale fondamentale per una società.

Per sapere come sarà l’Italia del futuro basta fare una passeggiata a Cinecittà. Decimo municipio, periferia sud della Capitale. Tra l’Appia e la Tuscolana da almeno due anni i cittadini romani possono depositare negli uffici pubblici il proprio testamento biologico. Le unioni di fatto? Qui sono una realtà da tempo. E i figli degli immigrati sono considerati italiani a tutti gli effetti. Non hanno ancora la cittadinanza, certo. Ma ricevono all’anagrafe un riconoscimento ufficiale della propria “italianità”.

Si chiama Civil Card. È l’ultima iniziativa del presidente Sandro Medici. Giornalista, alla guida del municipio dal 2001. Eletto prima nelle liste di Rifondazione comunista, poi da indipendente in quelle di Sel. «Un progetto nato per ragioni che si intuiscono facilmente» racconta al telefono. «Nella Capitale, specie in periferia, la popolazione immigrata è numerosa. Spesso si tratta di ragazzini assolutamente romani, parlano in dialetto e tifano Totti». Nati nella Città Eterna, ma non ancora cittadini italiani. Un diritto che si acquisisce solo al compimento del diciottesimo anno di età. E anche allora non è finita. Il diritto scade in tempi brevissimi. «Hanno dodici mesi di tempo per presentare la domanda – continua Medici – A diciannove anni la cittadinanza non te la danno più. Una perfida astuzia del razzismo nostrano». Al decimo municipio hanno trovato una soluzione. «In parte simbolica – spiega il presidente – ma non solo». Lunedì scorso sono state distribuite le nuove Civil Card. Documenti ufficiali che attestano la nascita e la residenza italiana (i primi a ricevere il documento sono stati una ventina di ragazzi, quasi tutti figli di immigrati africani e sudamericani). «Una certificazione assolutamente autentica e indiscutibile che li aiuterà al momento di richiedere la cittadinanza».

Una scelta di civiltà. Niente altro. «Pensi che da noi l’incidenza della popolazione immigrata è anche più bassa della media cittadina. Siamo attorno all’8,5 per cento» spiega Medici. La novità delle Civil Card è stata salutata con favore anche da Giorgio Napolitano. Lunedì scorso, mentre il presidente del municipio consegnava i documenti nella sala rossa del municipio, è arrivata una lettera di ringraziamento dal Quirinale. «Una bellissima sorpresa». Insieme al plauso della Presidenza della Repubblica anche quello del ministro Anna Maria Cancellieri, oltre a numerosi attestati di stima di consiglieri e rappresentanti politici. «Il sindaco Alemanno no. Ha fatto finta di niente, come accade spesso» racconta Medici.

Da un paio d’anni a Cinecittà e dintorni si può anche sottoscrivere il testamento biologico. «In assenza di una legge è possibile presentare una dichiarazione di intenti che, certificata da un notaio, assume validità giuridica a tutti gli effetti. È una procedura che di solito viene utilizzata per questioni patrimoniali». Qui l’intuizione del presidente. «Le amministrazioni comunali hanno un servizio che si chiama “atto notorio sostitutivo”. Un sistema che permette di conservare e legittimare le dichiarazioni dei cittadini, pensato per le fasce più povere della popolazione». Utilizzando l’atto notorio sostitutivo i cittadini romani – non solo quelli del X municipio – possono portare in circoscrizione il proprio testamento biologico. «Autentichiamo le volontà dei residenti al costo di 34 centesimi di euro». Il valore del bollo comunale. In cambio si ottiene un documento con validità di legge. E non si tratta solo di un’iniziativa simbolica. «Oggi conserviamo oltre mille dichiarazioni – ricorda Medici – È già successo diverse volte che il soggetto fiduciario di qualche testamento biologico venisse a richiedere il documento per presentarlo in ospedale».

E poi c’è il capitolo unioni di fatto. «Abbiamo un registro dove ci si può iscrivere. Al momento questa resta l’iniziativa più simbolica, una battaglia politica». Finora hanno usufruito del servizio una sessantina di coppie. Eterosessuali e omosessuali. Fascia tricolore, ogni volta Sandro Medici presenzia la cerimonia. «E alla fine regaliamo una rosa ai due nuovi iscritti». Una procedura quasi inedita in Italia. Che ha mandato un po’ in confusione alcuni cittadini, specie i più anziani. «Qualche tempo fa è venuta una donna di una certa età, dicendomi che voleva iscriversi nel registro delle unioni di fatto insieme a un signore con cui stava per andare a convivere. In confidenza mi ha spiegato: “In realtà quello non mi piace così tanto, ma almeno risparmiamo sulle spese”».

Cittadinanza ai figli degli immigrati, testamento biologico, unioni di fatto. Mentre la politica si interroga, nel decimo municipio di Roma sono già realtà. «A pensarci bene non è neppure un fatto così singolare – spiega Medici – Fa parte della cultura politica del nostro Paese. Quasi sempre sono gli enti locali a sperimentare per primi anticipazioni e suggestioni di cultura civile». Una dinamica che evidenzia anche l’estraneità della politica, nelle sue espressioni più alte, dalle priorità del Paese. «Questo è evidente – continua Medici – la rappresentanza politica ormai non rappresenta proprio niente. Prendiamo il tema della cittadinanza ai figli degli immigrati. Una recente statistica ha dimostrato che oltre il 70 per cento degli italiani sono d’accordo. Eppure manca ancora una legge. Le nostre iniziative dimostrano che al di là di migliaia di chiacchiere e dispute filosofiche le cose si possono fare, davvero».

Marco Sarti tratto da www.linkiesta.it

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