Politica e figli (di Daniela Gambino)

politica e cittadiniNon ho figli e sono egocentrica. Parlerò di come ho scoperto io la politica, ok? Se non vi va leggete altro.

Diciamo che io non ho avuto, sin da subito, una coscienza politica. La mia è una famiglia profondamente di sinistra che potrebbe essere usata come parametro con padre operaio – almeno per un pezzo, prima dei mutui – secondo la teoria marxista con prole multiforme, ben 4 prole e un prolo, che però della sinistra non sapeva niente. Ovvero, un tempo lontani parenti avevano lottato per le terre in ridente paesino nei pressi di Palermo, e forse e dico forse, gli era stata richiesta la tessera del partito comunista.

Ma la politica, a casa mia, non era un bene contemplato: qualcuno chiedeva voti, di rado devo ammettere; dai quartieri una voce prometteva e contava con non so quale metodo chi e dove aveva votato per lui nel segreto dell’urna. Non ho mai capito come funzionava il calcolo, ma si raccontava lo facessero.

litigiosità politicaFin da subito, insomma, mi sono abituata all’idea che ti sgamavano, che la politica era insidiosa persino in questi termini, che la matematica non è un’opinione e si risale al chi e al come. Ma la politica per me erano i volantini nelle buche delle lettere. Fu uno svolazzare di santini dal cielo, una mattina che mi trovavo in spiaggia, una folata di tesserine rosa che dicevano metti qui una x, sputate direttamente senza paracadute dalla pancia di un biplano a insozzare il candore della sabbia. Erano le strade invase dai manifesti, con frasi troppo rassicuranti per essere vere e un’ossessiva ripetizione del verbo cambiare. Erano facce che sembravano impastate col pongo, quello che ci dava la maestra alle elementari, e messe in cima a colletti bianchi e cravatte.

Un mio compagno di classe mi confidò scioccato che la madre, una volta, vedendo comparire non so chi, non solo aveva inveito verso di lui , ma simulato uno sputo bello forte, puh, in quella direzione. Ve lo dico perché, se avete figli, magari li traumatizzate.

Alle elementari ho scoperto di essere nata lo stesso giorno di Sandro Pertini e, una volta, alle medie, fui l’unica a rispondere alla domanda “chi è il presidente del consiglio?”, allora era Fanfani. Oggi non accadrebbe più, credo, di essere l’unica.

discesa in campo berlusconiPer me, Berlusconi, ha rivelato al mondo di più che le tette scoperte delle donne di Drive in: per contrasto ha mostrato alla sinistra, una serie di ideali di condivisione. Per me la sua discesa in campo è stata una specie di epifania. Ho saputo di Berlinguer, perché avevo bisogno di sapere che c’era qualcuno e qualcosa oltre e prima di Berlusconi, qualcuno con l’aria emaciata, che non avesse preso tanto sole, trascorso abbastanza ore dal dentista da assicurarsi un sorriso perfetto. Qualcuno che non facesse ripetere di continuo alla gente, al bar, o dal barbiere, le frasi: Si è fatto da solo, E’ ricco e non ci fregherà i soldi, Puoi dire quello che vuoi, ma è simpatico, fa ridere.

Analizziamo velocemente: la prima frase rivela l’uso continuato e consolidato delle appartenenze familiari e delle conventicole e spintarelle, la seconda l’idea discriminante che chi è povero prova l’impulso di rubare, la terza che alla gente piacciono le barzellette sceme. Ma lui nell’ambito non era un precursore, c’era già stato Andreotti, con il suo codazzo di aficionados che ridevano delle sue battute e le riportavano come Il potere logora chi non ce l’ha, altra frase che rivela l’intima convinzione – lui come Berlusconi – di essere invidiato e di essere osteggiato non per una politica spavalda e spregiudicata, ma perché si vorrebbe essere al loro posto.

A un certo punto, sai che c’è? Volevo qualcuno che non mi facesse ridere, anzi, uno bello serio, con cui ricompormi un pochino e non sbracare del tutto. Per un po’ ho creduto agli slogan di sinistra compreso Un altro mondo è possibile, poi, con i proclami, ho chiuso. Spero che si renda più vivibile questo mondo qua, invece di sostituirlo con uno più nuovo, come si fa coi motori.

valore della politicaMa non è di questo che volevo parlare, ma soprattutto del mio universo politico di bambina. Del tempo  impiegato a capire il significato della frase il personale è politico, di quanto sarebbe stato utile che qualcuno me lo avesse spiegato prima. Di quanto sarebbe stato necessario spiegare cosa succedeva e del fatto che mi sembrava che la politica fosse programmaticamente distante e oscura e che Berlusconi, con la sua esposizione mediatica, abbia reso noto, anche ai meno avvezzi, la differenza tra chi detiene il potere economico e chi quello culturale, mostrandoci il suo sogno di far coincidere le due cose. In parte, insisto, solo in parte, avverato.

Crescendo mi sono abituata a vedere i diversi orientamenti politici avversi come due tifoserie di curve opposte. Nessuno che sconfina nel campo dell’altro, nemmeno su discussioni comuni come i diritti umani. Sei un essere vivente a destra così come a sinistra, o no? O c’è un loro e un noi? E se la politica deve combattere le differenze che fa, nella pratica, le amplifica?

La politica, da spiegare adesso a un bambino, con tutti i tagli e la mancanza di welfare per precari, disoccupati, donne, anziani e minori, è una specie di nemico sordo – se non ci sono asili, se i tuoi genitori sono costretti a lavorare in nero e per pochi euro, se tua madre è una single e non sa a chi affidarti quando deve fare gli straordinari – la politica non c’è e non ti rappresenta, i bambini sono buoni da mostrare nei family day, poi come li fai e li mantieni sono fatti tuoi.

Dalla politica, manca la polis, per dirla tutta, sembra un sistema feudale, di quello studiato sui sussidiari, con tasse ai poveri, la polis, quella che ti insegnavano nell’ora di educazione civica. A proposito la fanno ancora a scuola, questa materia, oppure è fra quelle tagliate?

Daniela Gambino tratto da www.xpolitix.com

Internet non sarà mai la democrazia (di Mauro Ravarino)

La rete non è neutrale. Un algoritmo non risolve le ingiustizie. Il web ottimismo fa comodo ai forti. Un algoritmo salverà il mondo? Internet è libertà, rivoluzione e democrazia? La rete spazzerà via criminalità e corruzione politica? Aprirà i palazzi del potere come una scatoletta di tonno? Secondo Evgeny Morozov sono ingenuità. È da alcuni anni che il giovane (1984) sociologo e giornalista bielorusso ribalta i più assodati luoghi comuni del cyber-ottimismo, minando il mito che Internet sia di per sé una forza per il cambiamento sociale, che elevi l’istruzione, salvi l’economia o rovesci un dittatore.rete di persone

Con L’ingenuità della Rete (Codice Edizioni) ha smontato l’idea che una rivoluzione sia stata fatta o possa essere fatta su Twitter, visto che, tra l’altro, governi per nulla democratici hanno usato piattaforme digitali piegandole ai loro fini. Ora, nel recentissimo To Save Everything, Click Here (appena uscito in Usa e non ancora disponibile in Italia), Morozov attacca la follia del «soluzionismo tecnologico», l’ideologia che nella Silicon Valley ha il suo motore più propulsivo e che ritiene che ogni situazione sociale complessa possa essere risolta con il giusto algoritmo. Basta trovarlo.

Internet come entità unica a sé stante non esiste, Internet è cosa umana, avverte Morozov, che cita il termine sempre tra virgolette, invitando a esercitare una vivace critica nei confronti di quello che definisce Internet-centrismo, un atteggiamento generalizzato a interpretare ogni aspetto della vita sociale e politica, ancor più i cambiamenti, sotto la lente distorta di internet. Non è che la tecnologia non funzioni, anzi funziona bene, non dipende dall’inevitabile ma dalle scelte di individui precisi, università, governi e aziende. Nel mirino di Morozov, in contrasto con gli innumerevoli ritratti agiografici, era già finito il fondatore della Apple (Contro Steve Jobs), genio del marketing, capace di trasformare una normale azienda produttrice di computer nell’oggetto di una vera e propria venerazione.

Per analizzare i limiti degli approcci tecnocratici ai problemi sociali, Morozov attinge agli studi di comunicazione e di filosofia politica e ricostruisce le interpretazioni del mito dominante di Internet, attraverso opere chiave della storia, sociologia e antropologia della scienza e della tecnologia (John Dewey, Walter Lippman, Bruno Latour). Nato a Salihorsk, nell’allora repubblica sovietica di Bielorussia, da una famiglia di minatori, Morozov ha studiato all’Università Americana della Bulgaria a Blagoevgrad. Prima di emigrare negli Stati Uniti, ha lavorato a Transitions Online, Ong con sede a Praga che, attraverso internet, si occupa della diffusione dell’informazione nei Paesi dell’Est Europa. È proprio in quegli anni che ha maturato la sua posizione critica nei confronti dell’idolatria del mezzo internet. In Russia come in Cina – racconta – gli spazi di intrattenimento online sono studiati apposta per spostare l’attenzione dei giovani dall’impegno e dalla partecipazione civile.rete e realtà

Morozov svolge attività di ricerca all’Università di Stanford e scrive regolarmente su New Republic e Foreign Policy. Stile brillante e corrosivo si è spesso scagliato contro i massimi esponenti del cyber-utopismo, destrutturando la retorica digitale, Clay Shirky e Jeff Jarvis: «Gli intellettuali di internet – scrisse, recensendo il libro di quest’ultimo – non riescono a vedere a un palmo dal loro Ipad. E in quegli Ipad vedono solo delle “piattaforme”, e non dei prodotti assemblati in dubbie condizioni di lavoro in qualche fabbrica asiatica per generare entusiasmo nei loro fortunati possessori».

Il web è utile, non esclusivo né neutrale (non lo sono, ovviamente, né Facebook, né Google, né Wikipedia), la rete è uno strumento eccezionale ma bisogna conoscerla per non rimanerne intrappolati; i social network possono aiutare a spodestare un dittatore, non a costruire una rivoluzione, perché per garantire forme efficaci di cambiamento sociale è necessario rimanere calati nella realtà. È ora venuto il momento, secondo Morozov, di cominciare ad affrontare l’utilizzo proprio di questa tecnologia e abbandonare il miraggio che i nostri problemi più complessi possano essere risolti con un semplice clic del mouse.

L’illusione dell’educazione online rivolta ai ragazzi rimane tale se prescinde il contatto umano, anche la lotta al crimine, affidata agli algoritmi. Spesso si pensa che, a proposito di sistemi politici, se questi sono distanti dai cittadini o corrotti, basti costruire reti alternative più intelligenti o efficienti. Morozov è scettico anche su Liquid Feedback (utilizzato dal Partito Pirata tedesco), quando una piattaforma non viene impiegata per utili focus group, ma come strumento per far politica. Il combattivo Evgeny è recentemente intervenuto, in un’intervista a Repubblica, sul successo del Movimento 5 Stelle di Beppe Grillo, dovuto secondo lo studioso più a problemi strutturali della politica e dell’economia italiana che non alle trasformazioni rivoluzionarie suscitate da Internet: «Molte delle piattaforme online usate per l’impegno politico funzionano più o meno come scatole nere che nessuno può aprire e scrutare. La gente ha l’illusione di partecipare al processo politico senza avere mai la piena certezza che le proprie azioni contino. Non è esattamente un buon modello per la ridefinizione della politica».

malati di internetNon basta, dunque, un clic di mouse. Rischiamo di diventare sonnambuli in una dittatura dei dati, in cui gli algoritmi sono imperscrutabili «scatole nere». L’ambizione di Google, grazie all’accumulo di dati, è quella, non solo, di interpretare ma di prevenire le domande a fini commerciali e fare così concorrenza ad Amazon. La serendipità, la sensazione che si prova quando si scopre una cosa non cercata e imprevista, mentre se ne sta cercando un’altra, sarà esponenziale.

Che fare, allora? Reintrodurre, per esempio, una forma di attrito – in antitesi alla frictionless sharing (la condivisione in automatico di gusti e preferenze) promossa dal fondatore di Facebook Mark Zuckerberg – e sostenere il pensiero critico e l’impegno civico. Morozov va oltre all’idea che nessuna tecnologia potrà mai raggiungere la perfezione, affermando che «cercare la perfezione nelle cose umane è un’idea pessima».

Mauro Ravarino da www.linkiesta.it

L’indignazione dei cittadini serve, ma per costruire (di Martina Monti)

Pubblichiamo uno degli interventi all’incontro organizzato dal gruppo VotiamoliVia a Napoli sulla condizione delle donne al Sud

Io ho iniziato a fare politica all’età di 18 anni (quindi all’incirca 6 anni fa) non perché i miei genitori lo facessero a loro volta, infatti fui io a portare interesse politico in famiglia, ma per un motivo molto semplice: con l’acquisizione del diritto di voto non volevo mettere una croce su un simbolo a caso o su un simbolo consigliato dalla mia famiglia, volevo capire e scegliere con la mia testa.

Mi rattristò molto constatare il fatto che questo senso civico era nato solo in pochi miei compagni di classe e non in chiunque avesse maturato il diritto di voto.
Comunque, approfondendo il tema della politica e i programmi di partito decisi di mettermi in gioco, poiché da sempre penso che la politica sia qualcosa che deve ringiovanire, ma non nel senso anagrafico del termine e non solo come slogan elettorale, credo che ringiovanire sia semplicemente adattarsi al mutare dei tempi.

Non vedo, nel panorama politico attuale, grande capacità di adattarsi ai mutamenti sociali, vedo un rinnovamento di facciata o a parole. Paradossalmente nel 1948 i nostri Padri Costituenti scrissero una Carta Costituzionale decisamente più all’avanguardia rispetto agli ideali che oggi permeano i programmi politici di gran parte dei partiti moderni.

Così scelsi il partito che mi convinceva di più e decisi di mettere tutta me stessa nell’obiettivo di portare avanti i miei ideali e quelli che io consideravo e tuttora considero VALORI. Ma valori veri, non quelli che finiscono abusivamente negli slogan della peggior politica italiana. Per valori veri non intendo dire che i miei siano i valori assoluti o quelli per forza giusti, ma quei valori che caratterizzano in maniera positiva il mio agire nella società e che costituiscono i miei obiettivi per una società più liberale e più democratica.
Nel partito in cui stavo divenni rappresentante nazionale dei giovani in Europa e in quel modo scoprii l’abissale differenza tra la nostra politica e la politica di molti paesi dell’UE soprattutto nordici. A ripensarci siamo davvero solo noi a non voler mai esplicitare gli ideali a partire dai simboli e dai nomi dei partiti: in Europa ci sono i Liberali, i Democratici, i Centristi, i Cattolici, i Conservatori, mentre da noi ci sono Rose nel pugno, Asinelli, Margherite, alleanze di dubbio orientamento, fiamme, leghe e chi più ne ha più ne metta. Certo che un’alleanza tra i Cattolici e i Liberali in Europa potrebbe far venire i brividi a chiunque, mentre qui in Italia con la storia dei simboletti e delle figure retoriche si cerca di indorare la pillola improvvisando le alleanze più strampalate.
Partiamo dal fatto che non ho più tessere poiché ho avuto problemi con il mio partito e così adesso io mi trovo nella situazione di molti cittadini italiani. Chi votare? Ancora questo non mi è dato saperlo, ma ci sono due cose che più di tutte mi preoccupano: le primarie all’interno del centro-sinistra e il grillismo.

Per quanto riguarda le nuove leve della sinistra, la mia riflessione è semplice: al di là dello slogan ‘’rottamiamo’’ che davvero non tollero, poiché trovo che il cambiamento e il rinnovamento debbano essere graduali e non debbano prescindere da una buona e necessaria parte di esperienza, trovo impossibile che una persona di sinistra come me, in caso il Sindaco della culla del rinascimento vincesse le primarie, possa votare un elemento palesemente di destra. Per non parlare del fatto che disapprovo la smania di potere che porta un Sindaco a candidarsi alle primarie per diventare potenziale Premier mettendo in secondo piano l’importanza di chi gli ha dato il proprio voto per guidare una Città.


Il grillismo mi preoccupa per altri motivi, ovvero per la smania di smontare senza avere grandi idee per risistemare le cose. Non che le idee siano sbagliate, anzi, molte le condivido, non condivido l’atteggiamento arrogante e sanguigno di voler scardinare un sistema senza offrire un’alternativa sobria e applicabile. L’entusiasmo che muove il movimento 5 stelle è apprezzabile, ma saprebbero muoversi all’interno delle istituzioni senza sembrare elefanti in una cristalleria? Questo sinceramente è un interrogativo che mi pongo e che finora ha avuto una risposta non molto edificante.

Quello che serve è che la gente si indigni, ma in maniera positiva, non distruttiva, che decida di mettersi in gioco anche all’interno dei partiti o dei movimenti o anche delle associazioni in modo che la propria idea influisca davvero a livello politico. Starne fuori e criticare è facile, ma stare nelle istituzioni e promuovere cambiamenti graduali e intelligenti è davvero ciò che serve. Il fervore rivoluzionario è positivo ma bisogna sforzarsi di capire quale sia la via migliore per incidere davvero sul cambiamento che tutti noi stiamo spasmodicamente cercando.

Per quanto riguarda la mia esperienza di Assessore posso solo dire che c’è bisogno di un concreto cambiamento di prospettive e di metodologie di fare politica. In un momento di estreme ristrettezze economiche c’è sempre più bisogno di stare davvero al fianco dei cittadini per far loro comprendere che la politica deve esserci, deve fare i LORO interessi.
Trattando di Sicurezza urbana mi rendo conto che la maggior parte del problema, almeno qui da noi, sta nel concetto di percezione. La sicurezza non è solo quella oggettiva che si basa sui dati statistici legati ai reati, ma è anche ciò che tu senti quando cammini per strada o quando torni a casa. Se non ti senti a tuo agio o senti di essere in pericolo questo significa che c’è bisogno di intervenire, talvolta solo a parole spiegando fenomeni che spesso non vengono compresi (ad esempio quando due nigeriani parlano tra loro e sembra che stiano litigando quando invece nel loro paese hanno la particolarità di parlare a voce molto alta e può sembrare che siano aggressivi), talvolta invece con interventi strutturali come un impianto di videosorveglianza. Ma per capire davvero cosa sente il cittadino non si può restare in ufficio o parlare unicamente con le Autorità di Pubblica Sicurezza, l’unico modo per capire è girare la città, stare con le persone a prescindere dal loro colore politico e comprendere quale sia la radice del problema per intervenire. Stando dietro una scrivania si perde la parte migliore della politica, ed io sinceramente preferisco essere un ‘’Assessore stradale’’.

Sul tema immigrazione ci sarebbero tante, troppe cose da dire. Uno degli obiettivi fondamentali per me dovrebbe essere quello di garantire la parità di diritti ai servizi e alla partecipazione alla vita pubblica per coloro che vivono stabilmente in Italia. Noi a Ravenna stiamo valorizzando molto la partecipazione degli stranieri nelle istituzioni poiché troviamo che dar voce ai rappresentanti degli immigrati nelle istituzioni sia dare il quadro reale dei mutamenti della società. A febbraio avremo l’elezione di due consiglieri aggiunti in Consiglio Comunale provenienti dal mondo degli immigrati Extra UE che potranno intervenire nel dibattito politico istituzionale ed avremo l’elezione dei Consigli Territoriali (in sostituzione alle Circoscrizioni che sono state abolite), dove gli immigrati residenti sul territorio comunale avranno diritto di voto attivo e passivo.

Il cambiamento si può ottenere, basta avere pazienza e perseveranza. La cosa che spero venga superata il prima possibile è il pregiudizio che si ha verso i giovani. Quando si chiede una politica nuova si parla di giovani, ma alcuni considerano giovani quelli di 35 anni e bambini quelli della mia età (cioè 24 anni). Questo è assolutamente controproducente, io spero che un giorno si arrivi al punto di valutare competenze e contenuti a prescindere dall’età. Non bisogna per forza puntare su una fascia d’età, mi piacerebbe che si valorizzasse chi dimostra di essere ONESTO a prescindere dai dati anagrafici. Quando si valorizzeranno i contenuti senza badare all’immagine, probabilmente avremo molto più margine di crescita collettiva.

Martina Monti – assessore alla sicurezza e all’immigrazione nel comune di Ravenna

Non avere paura di impegnarsi: intervista a Francesca Lagatta

Francesca Lagatta, 27 anni calabrese autrice della lettera aperta a Monti (pubblicata qui http://www.civicolab.it/?p=2437) impegnata nelle lotte sociali nell’alto tirreno cosentino

D. Quali sono le motivazioni del tuo impegno sociale e cosa pensi della politica?

R. Il mio impegno sociale nasce dall’esigenza che ho avvertito fortemente di dare una mano a chi ne ha bisogno. Da questa spinta sono arrivata anche all’impegno politico. La scintilla è stata una reazione a quella che considero una brutta pagina della politica calabrese: la riconversione dell’ospedale della mia città, Praia a mare. Ho pensato che non era giusto perché la salute dovrebbe essere tutelata ad ogni costo. L’ospedale di Praia era rimasto in vita per 41 anni salvando migliaia di vite e senza mai casi eclatanti di malasanità. Interessandomene ho anche scoperto che era l’unico ospedale della zona di Cosenza ad avere i conti in attivo. Da poco è stata decisa la sua trasformazione in Casa della salute con conseguenze gravissime sulla popolazione. Al momento abbiamo solo 2 ambulanze per un bacino di utenza di 62mila persone in un raggio di 70 km e una sola di queste è medicalizzata mentre l’altra può solo fare il trasporto.

Ecco io penso che la politica non possa compiere azioni che danneggiano i cittadini. La politica è il mezzo attraverso cui si arriva ad avere dei risultati, non il fine. Chi usa la politica come fine compie un’azione senza senso per il benessere della collettività anzi, lo danneggia con le conseguenze che, purtroppo, vediamo tutti i giorni.

D. Tu hai scritto una lettera aperta a Monti che rappresenta un grido di dolore dei giovani calabresi e un appello alle istituzioni e alla classe dirigente del Paese.

R. La lettera a Monti è arrivata in un momento di rabbia estrema nella quale ho avvertito che le situazioni di disagio delle quali tutti i giorni vengo a conoscenza svolgendo l’attività dell’associazione che presiedo non sono casi individuali bensì la manifestazione di un disagio collettivo. Ho provato una grande rabbia e un desiderio di ribellarmi, di fare qualcosa contro quella che sento come una grande ingiustizia. Per questo ho scritto quella lettera, prima di tutto volevo parlare ai calabresi e mostrare che reagire si può.

Oggi essere giovane è difficile ed essere giovane calabrese lo è ancora di più. Lottiamo ogni giorno contro l’ignoranza, contro l’omertà, contro la malavita e la crisi esaspera questi contrasti. Il messaggio che mando tutti i giorni ai miei concittadini è di non arrendersi e di non rassegnarsi a che le cose vadano così, perché possono cambiare a partire dal nostro impegno personale.

Cosa vuol dire cercare lavoro in Calabria  lo sanno bene i giovani calabresi, ma è un’esperienza che condividiamo con tutti i giovani. Il lavoro una volta era un mezzo per arrivare al benessere, oggi cercare lavoro è come giocare al lotto e il benessere appare molto lontano. Casomai l’obiettivo è la sopravvivenza il che significa, tra l’altro, continuare a farsi aiutare dalle famiglie e non pensare al futuro. Sappiamo dalle cronache che la ricerca del lavoro (e il lavoro che si perde) produce frustrazione e disperazione e rischia di diventare una piaga sociale con effetti negativi sulla vita delle persone.

D. E la politica in Calabria come risponde ?

R. La politica in Calabria è completamente sorda. Ci hanno tolto gli ospedali, ci vogliono far rimanere ignoranti, ci vogliono isolare. Fino a qualche anno fa spostarsi da Praia era più facile perché c’erano molti più treni, per esempio. Adesso non è più così e anche lo stato delle strade si può riassumere in un nome solo: Salerno-Reggio Calabria, l’eterna incompiuta. Sembra che l’Alto tirreno cosentino sia stato abbandonato e non faccia più parte nemmeno della Calabria. E i cittadini, purtroppo, non sembrano rendersene conto né capire che possono agire per il cambiamento.

Invece il modo ci sarebbe. Se i cittadini avessero dei punti di riferimento nei quali riconoscersi, qualcuno in grado di indicare obiettivi e di chiamarli all’impegno politico sarebbe un grande passo avanti. Questo c’è, ma in misura ancora insufficiente e così è ancora molto diffusa la rassegnazione e anche la paura. In realtà la presenza della ‘ndrangheta che si è impadronita di posizioni di potere anche nella politica si sente, ma io dico sempre a chi mi segue una frase: “l’uomo si nutre di cibo la mafia di omertà” perché fino a che rimarremo in silenzio faremo sempre il loro gioco. Basterebbe che ci ribellassimo tutti e che dimostrassimo di essere un popolo unito e le cose comincerebbero a cambiare da subito.

Ovviamente ribellarsi individualmente è difficile, bisogna organizzarsi nel sociale e in politica. In Calabria non mancano le associazioni, ma raramente sono associazioni che vogliono occuparsi di politica. Io, invece, penso che se ognuno si considera da solo non si possono affrontare i problemi della collettività. Io sono partita da un moto di rabbia personale, ma poi mi sono rivolta agli altri per agire insieme perché stare ognuno per conto suo e in silenzio fa solo il gioco della malapolitica e delle mafie.

D. Hai paura, non temi di rimanere isolata?

R. Assolutamente no, non ho paura e l’isolamento è il prezzo da pagare (e lo sto pagando), ma il mio è un messaggio di speranza perché si può fare molto per cambiare a partire da noi stessi. Io dico spesso agli altri: prendete esempio da me, reagire si può e si può non avere paura.

Per cambiare politica si deve partire dalle persone e spingere ad un cambiamento di mentalità e di cultura. È un lavoro lungo che non si fa in un giorno, ma da qualche parte si deve pur cominciare. Se ognuno di noi facesse un poco ogni giorno insieme potremmo fare tanto.

(Intervista del 25 maggio 2012)