Se la spesa pubblica è intoccabile

All’indomani delle elezioni europee, Matteo Salvini ha dichiarato che in Italia la ricchezza c’è, ma «ferma nei conti correnti e nel risparmio privato», anticipando di volerla usare in maniera diversa rispetto a quanto fatto finora.

Che il programma di questo governo o anche solo quello della Lega costi molto è noto. La sola riforma fiscale come concepita dalla Lega non ha coperture certe provenienti da un risparmio di spesa. Se la spesa pubblica è una variabile indipendente, le uniche due variabili dipendenti diventano il deficit o la pressione fiscale.

Non a caso, il politico uscito vincitore dalle elezioni europee di domenica le ha subito evocate entrambe. Prima, quando ha rilanciato le sue politiche contro le regole fiscali dell’Unione, minacciando di infrangere i vincoli al deficit e, dunque, al debito pubblico. Purtroppo, questa strategia può forse andare bene in campagna elettorale, ma è assai più complicata da mettere in pratica. In questa prospettiva, Salvini incontrerà sulla sua strada tre ostacoli, tutti molto meno malleabili della Commissione europea.

Il primo ostacolo sono i mercati: per raccogliere le risorse necessarie a colmare la differenza tra il gettito delle tasse e il totale delle spese, il Governo dovrà chiedere dei capitali in prestito. La storia dello spread degli ultimi mesi, e financo degli ultimi giorni, ci dice quanto poco i risparmiatori si fidino delle promesse italiane. Dunque, per acquistare titoli del nostro debito pubblico chiedono tassi di interesse crescenti, che potrebbero superare i livelli di guardia qualora diventasse esplicita la decisione di ignorare gli impegni presi. È appena il caso di ricordare che una tale politica dissennata, anche ammesso che sia sostenibile, ha una vittima chiara: i contribuenti di domani.

Il secondo ostacolo è l’euro. Sia la Lega, sia il Movimento 5 stelle, sia i più autorevoli rappresentanti del Governo hanno sempre negato di puntare all’Ital-exit. Eppure, sia l’indisponibilità a tagliare la spesa, sia la continua riproposizione di strumenti quali i minibot, sono chiaramente incompatibili con la permanenza nell’euro. L’abbandono della moneta unica sarebbe una catastrofe economica senza precedenti per il nostro paese, ed è davvero incredibile che essa possa essere anche solo ipotizzata quale un costo accettabile pur di non sfiorare neppure uno dei circa 870 miliardi di euro che le amministrazioni pubbliche spenderanno nel 2019 (895 nel 2020, secondo le previsioni).

Il terzo ostacolo sono i contribuenti di oggi, nella loro duplice veste di cittadini e di pagatori di tasse. Un elevato costo del debito pubblico si traduce abbastanza rapidamente in un maggior costo del credito. E a questo punto Salvini ha evocato la seconda variabile: ben presto sarà chiaro, ancor più di quanto già non lo sia, che i propositi bellicosi dell’esecutivo hanno un prezzo in termini di tassi di interessi sui nuovi mutui di famiglie e imprese. Le quali potrebbero essere chiamate precipitosamente a mettere mano ai loro risparmi, persino nei conti correnti, per risanare le finanze pubbliche. Quando Salvini dice che bisogna mobilitare il risparmio privato degli italiani, sta utilizzando la locuzione del politichese per esprimere il concetto di imposta patrimoniale.

Una strategia di ‘austerity’, direbbe Salvini se a proporla non fosse stato proprio lui, quell’austerity’ additata proprio dalla Lega, insieme all’alleato pentastellato, come la concausa dei mali italiani, insieme alla ‘burocrazia europea’.

Gli italiani si lamentano giustamente dell’eccessiva pressione fiscale. Bisognerebbe quindi iniziare a capire per quale ragione chi governa deve continuamente metterli tra l’incudine del maggior deficit e il martello della maggior pressione fiscale, senza che sia mai considerata, nemmeno per sbaglio, la possibilità di diminuire la spesa.

Tratto da http://www.brunoleoni.it/

Il regresso dell’IMU (di Roberta Carlini)

Intervenendo d’urgenza sulla tassa sulla casa, il governo Letta fa un triplice errore: spostando risorse dai più poveri ai più ricchi, dai più giovani ai più vecchi, dalle periferie al centro. Senza con questo aiutare l’economia. A chi giova?

IMU caseCostosa, inutile e dannosa. La prima manovra economica del governo Letta-Alfano, oltre a consegnare un plateale successo politico a Silvio Berlusconi – che vede la sua bandierina elettorale trasformata in decreto legge, il primo del neonato esecutivo – si colloca al di fuori di qualsiasi logica economica e al centro di un disegno redistributivo preciso: di censo (dai più poveri ai più ricchi), generazionale (dai più giovani ai più vecchi), territoriale (dalla periferia al centro).

Gli effetti redistributivi

Non è ancora chiara la sorte finale dell’Imu, visto che quella di giugno è solo una “sospensione”. Una parte della coalizione che sostiene il governo chiede che a regime l’Imu sparisca del tutto, e anzi che sia restituita anche quella pagata nel 2012; un’altra parte che sia tolta solo sulle prime case. Per comodità, ragioniamo sulla seconda opzione, che costerebbe alle casse pubbliche 4 miliardi di minori entrate. La vulgata vuole che, poiché sono moltissimi gli italiani proprietari di case, ci guadagnino quasi tutti. Ma andiamo a vedere i numeri. Secondo un rapporto sugli Immobili in Italia delle Agenzie del Territorio e delle Entrate, dei 41,5 milioni di contribuenti italiani, il 59% (26,4 milioni) è proprietario di un immobile. Il che già esclude dal beneficio dei tagli all’Imu più del 40% dei contribuenti italiani: non hanno immobili, dunque sono presumibilmente nella fascia più povera della popolazione. Tra coloro che hanno un immobile come prima casa, poi, non tutti sono tenuti al pagamento dell’Imu, poiché per le fasce più basse di reddito le detrazioni azzerano l’imposta: considerando anche questi ultimi, si viene a scoprire che circa la metà delle famiglie italiane non paga l’Imu (vuoi perché non ha la casa, vuoi perché le detrazioni annullano del tutto l’imposta).

Tra coloro che invece sono tenuti a pagarla, com’è invece la distribuzione del reddito? Secondo i calcoli fatti dagli economisti Bordignon, Pellegrino e Turati, al primo decile della distribuzione ci sono solo il 26,4% di famiglie con Imu “positiva” (cioè tenute al pagamento dell’imposta), e tale percentuale cresce al crescere del reddito fino ad arrivare al 78,7% dell’ultimo decile. Di fatto, più della metà del gettito Imu prima casa viene dai tre scalini più alti della scala della distribuzione, insomma, da coloro che guadagnano di più. (Massimo Bordignon, Simone Pellegrino e Gilberto Turati, “Effetto Imu”, lavoce.info. Si veda anche Bordigon, “Se la felicità è tagliare l’Imu“). Una abolizione pura e semplice dell’Imu prima casa potrebbe sì alleviare il peso fiscale su una parte di famiglie non benestanti, ma di certo avvantaggerebbe in modo più che proporzionale quelle più ricche.

L’effetto redistributivo generazionale è ancora più preoccupante, e smentisce clamorosamente le buone intenzioni dichiarate (o propagandate) in proposito dal governo del relativamente giovane Letta. Come già si era notato qui, sono proprietari di case solo 837.158 contribuenti nella fascia d’età tra i 21 e i 30 anni: costoro sono solo il 3,5% dei proprietari, pur essendo l’11% della popolazione. Dopo i 30, la quota dei proprietari di case sale, ovviamente, con l’età. Dunque, un trasferimento di risorse pubbliche ai proprietari di case può essere giustificato con mille altri motivi, ma non certo con l’argomento pro-giovani; risolvendosi invece in un netto trasferimento di risorse da tutta la collettività ai suoi membri più anziani.disparità

Infine, la distribuzione centro/periferia. Quando a giugno mancheranno i primi due miliardi dell’Imu di quest’anno, saranno i comuni a entrare in crisi. Dopo anni di propaganda federalista, con decisione centralista viene abolito il più importante tributo locale. Non sarebbe stato meglio lasciare ai comuni libertà di scelta sul da farsi?

Non-senso economico

Inoltre, i due effetti redistributivi – quello regressivo a sfavore dei più poveri, e quello dalle periferie al centro – si mostrano amplificati se passiamo alla seconda parte di tutti questi ragionamenti: come sarà sostituito il gettito Imu, visto che il governo si è impegnato a tenere invariati i saldi di bilancio e dunque a non finanziare riduzioni delle imposte con nuovo deficit? Qualche sindaco ha già annunciato che saranno aumentate le addizionali Irpef locali – dunque, l’imposizione si sposterebbe dalla casa al lavoro. In alternativa, i comuni saranno obbligati a tagliare le loro spese, per lo più legate a funzioni sociali e di assistenza, quelle che vanno a beneficio delle fasce più deboli della popolazione: che si troveranno a dover pagare di più per ticket, o contributi a tariffe come quelle degli asili nido, o trasporti, o tante altre spese legate alle funzioni dei comuni. A queste obiezioni si replica che potrebbe essere il governo centrale, con qualche marchingegno, a mettere risorse proprie sulla riduzione dell’Imu: ma anche in questo caso vanno valutati gli effetti redistributivi derivanti dalla scelta di impiegare le poche risorse disponibili in una riduzione dell’imposta sugli immobili invece che – per fare solo qualche esempio – in un piano per il lavoro dei giovani, o nella riduzione delle imposte sui redditi più bassi, o altro.

giovane e crisiCome ha scritto Mario Pianta, con i 4 miliardi del gettito dell’Imu sulla prima casa si possono azzerare le imposte sui redditi per tutti coloro che guadagnano meno di 15.000 euro l’anno. E ci sono molte ragioni per “tassare le case, non il lavoro” (v. intervista a Gilberto Muraro, su Il Bo). Misure nettamente rivolte ai più poveri, oppure al sostegno alle assunzioni dei più giovani, avrebbero inoltre un effetto sull’economia maggiore, sostenendo la domanda interna: cosa che la riduzione o cancellazione dell’Imu fa in misura assai minore. Molti tra i sostenitori della riduzione o abolizione dell’Imu, dicono che in questo modo si avrebbe una spinta alla ripresa economica attraverso il rilancio dell’edilizia (è quel che scrive per esempio Luca Ricolfi su La Stampa del 5 maggio 2013, nell’articolo “Parliamo di tasse senza ideologie”): ignorando però (o fingendo di ignorare) il fatto che le compravendite di case nuove sono ferme non per colpa dell’Imu ma perché le banche non danno più mutui, e che già sul mercato ci sono milioni di metri cubi costruiti e invenduti. Né si può pensare che un forte incentivo all’economia possa arrivare attraverso l’effetto della maggiore liquidità che una parte delle famiglie avrà a giugno: a meno di non immaginare che tutti i proprietari di case corrano a spendere i soldi risparmiati sull’Imu acquistando immediatamente beni, ovviamente italiani.

Roberta Carlini da www.sbilanciamoci.info

Manovre Monti: adesso un decreto sulla partecipazione dei cittadini (di Alessio Terzi)

L’azione del governo Monti lascia il campo aperto a numerose perplessità. Il sospetto che a pagare siano i “soliti noti” resta ampiamente diffuso. Noi, per esempio, continuiamo a pensare che un saggio uso della tassazione dei grandi patrimoni avrebbe sostenuto il contrasto all’evasione fiscale e avrebbe ridotto il carico e l’odiosità dell’Imu. Non è destituito di fondamento nemmeno il sospetto che sia in corso una sorta di sospensione della democrazia, a causa della invadenza di mercati finanziari sostanzialmente irresponsabili, e delle pretese di una “Europa” incarnata da poche persone. Varie esternazioni, quanto meno indelicate, dello stesso premier e di altri membri del governo alimentano il sospetto di una percezione elitaria dei problemi che affliggono i cittadini.

Sono tutti rilievi importanti che inducono a sospendere il giudizio complessivo. Ciononostante è doveroso rilevare che, per ora, il baratro “greco” è stato allontanato, che l’Italia ha ripreso il suo posto nella scena internazionale e che, dopo anni di provvedimenti caotici e raffazzonati, si intravede nell’azione di governo un’ipotesi di percorso che potrebbe anche portare da qualche parte.

Con il decreto “Salva Italia” sono stati messi in sicurezza i conti pubblici. Con il decreto “Cresci Italia” si sta tentando, sia pure con omissioni non irrilevanti, di ridurre il peso delle rendite che ingessano il paese. Il pacchetto delle norme sulla semplificazione potrebbe migliorare la vita dei cittadini e delle imprese. L’avvio del confronto sul lavoro fa prevedere duri conflitti ma, stando alle dichiarazioni di tutti i soggetti, potrebbe comunque favorire una riduzione del tasso di precarietà e un miglioramento degli ammortizzatori sociali: Un connotato interessante dell’azione di questo governo è quello di puntare ai risultati aggiustando e modificando puntualmente le disposizioni in atto, senza ricorrere a leggi bandiera utili soltanto per produrre nuove complicazioni. A lato delle riforme sono state presi provvedimenti per la mobilitazione degli investimenti già stanziati, per liquidare, sia pure parzialmente, i crediti in sofferenza delle imprese e, sembra, per sostenere la lotta all’evasione.

Tutti allegri e contenti? Certamente no! L’insieme delle misure, secondo il governo, dovrebbe garantire una sostanziale compensazione fra sacrifici e vantaggi per i cittadini e favorire la ripresa della crescita. Anche Federconsumatori stima che, per una famiglia media, il carico fiscale aggiuntivo potrebbe essere quasi integralmente compensato dalle riduzione del costo dei servizi liberalizzati. Il problema è che il primo è certo e immediato e le seconde sono ipotetiche e dilazionate nel tempo mentre la crescita resta, per ora, un’ipotesi di scuola.

La tenuta del governo, inoltre, potrebbe non essere scontata a causa di numerose difficoltà. Man mano che si riduce lo spread, cresce la tentazione dei partiti di riprendere in mano la situazione. Le reazioni delle corporazioni possono mettere in discussioni parti importanti dei diversi decreti. Superata, se così si può dire, la fase economica, il governo sarà costretto ad impegnarsi su temi di alta densità politica come il campo minato della riforma della giustizia o l’adeguamento della protezione civile. La stessa attuazione dei provvedimenti assunti, con una burocrazia allenata a svuotare di contenuto qualsiasi cambiamento, richiederà interventi attenti e non facili. La traduzione pratica dei consistenti tagli al fondo sanitario può facilmente diventare una fonte di feroci conflitti.

In periodi “normali” si potrebbe mettere in conto la possibilità di un fallimento e di un ricorso alle urne.

Nella situazione attuale ciò sarebbe causa di enormi pericoli e noi crediamo che, per la sua stessa origine, questo governo debba assumersi la responsabilità di fare tutto il possibile per portare a compimento un’azione di “rimessa in moto” del Paese. Perché ciò sia possibile, è necessario rimuovere un equivoco che potrebbe vanificare qualunque azione. E’ vero che, per sbloccare varie situazioni, è necessario entrare in conflitto con vari interessi organizzati – evitando possibilmente la delirante pretesa di misurare la qualità di un intervento sulla base della quantità del dissenso provocato – ma questo non può comportare la rinuncia alla costruzione del “consenso attivo”. Nessuna riforma può funzionare se resta imposta dall’alto e attuata soltanto con misure coercitive. E’ necessario che i cittadini facciano proprie le strategie e le animino positivamente e creativamente. Diversamente il “sistema paese” resta fermo.

“No taxation without representation” dichiaravano i coloni americani. Per applicare oggi questo sacrosanto principio si dovrebbero compensare i sacrifici imposti con un maggiore spazio per i cittadini nella vita pubblica. Sarebbe una vera innovazione, una testimonianza inequivoca dell’intenzione di promuovere veramente l’equità tanto invocata e, probabilmente, anche un modo per controbilanciare efficacemente le spinte corporative. Si potrebbe, in sostanza, pensare ad un decreto sulla partecipazione che potrebbe essere prodotto, secondo lo stile del governo, con un’intelligente interpretazione e aggiustamento delle norme esistenti. Non è questa la sede per una definizione compiuta di un progetto tanto impegnativo e tanto innovativo. E’ possibile però tratteggiare alcuni connotati essenziali di una simile “manovra civica”.

In primo luogo bisogna liberarsi da una visione “decoubertiniana” di una partecipazione da “anime belle” e disinteressate. In tempi di crisi non possiamo permetterci lussi di questo genere. Bisogna avere il coraggio di intervenire su nodi strategici e di permettere all’azione civica di incidere effettivamente.

In secondo luogo, occorre mettere a punto una visione più aggiornata e non riduttiva dei processi partecipativi. Si ha infatti l’impressione che in molti casi si continui a pensare a forme più o meno attente di consultazione, ignorando, peraltro gli stessi sviluppi della democrazia deliberativa. Poca attenzione, con lodevoli eccezioni, alle dinamiche di empowerment degli individui e delle comunità in un amplissimo insieme di ambiti (dalla valutazione delle tecnologie mediche al governo del territorio)- Praticamente ignorato il fatto elementare che i cittadini agiscono sempre più spesso per “autonoma iniziativa” come ricorda l’art. 118 della Costituzione.

E’ necessario, infine, ricordare che la cittadinanza attiva è una grande riserva di energia sociale ma anche di know how e di tecnologie. La (purtroppo poca) letteratura disponibile lo dimostra inequivocabilmente. Quindi deve essere considerata e trattata come una risorsa e non come un fenomeno da disciplinare.

A partire da queste considerazioni è abbastanza facile individuare alcuni ambiti concreti di intervento.

L’emergenza neve/gelo di questi giorni ha confermato che la protezione civile ha bisogno di due grandi pilastri: la mobilitazione consapevole delle comunità e una competente guida unitaria. Bisogna rimediare ai guasti di una decennale gestione verticistica riprendendo i dettami della legge 225/92, con la formazione dei piani comunali e con l’aiuto di un volontariato che ha già dato ampia prova di sé sul campo.

Nel caso dei servizi sanitari e sociali esiste già una nutrita serie di esperienze capaci di coniugare partecipazione, salvaguardia delle comunità e appropriatezza dei servizi sul territorio con consistenti risparmi. L’aggiornamento (e l’ampliamento all’ambito sanitario) dei piani di zona previsti dalla legge 328/2000 potrebbe favorire la diffusione delle soluzioni e favorire una evoluzione non punitiva del welfare.

Il peso della corruzione, secondo la Corte dei Conti, ammonta a 60 miliardi ed è sempre più insopportabile per la stragrande maggioranza dei cittadini. La trasparenza è un presupposto indispensabile per qualunque azione di contrasto. Una intelligente e casta revisione della legge 150 dovrebbe favorire l’intervento dei cittadini nella formazione e nella verifica dei piani per la trasparenza (che dovrebbero essere estesi anche agli appalti) per promuovere un salto di qualità.

In una prospettiva di liberalizzazione, il controllo civico sui servizi previsto dal comma 461 – finora sostanzialmente inapplicato – potrebbe avere una funzione decisiva. Serve un’azione di impulso e, come ha sostenuto Claudio Lombardi in Civicolab, un’apertura all’intervento, ora escluso, dei comitati locali. Ciò potrebbe favorire il superamento delle resistenze, mantenere alla comunità locali un controllo effettivo sui servizi che le riguardano e sostenere concretamente anche l’azione delle Authorities.

Si potrebbe continuare ma questi pochi spunti dovrebbero essere sufficienti a confermare che un decreto “Partecipaitalia” avrebbe le qualità necessarie per entrare in un programma strategico di governo, per dare un serio contributo alla modernizzazione del paese e per favorire la ricostruzione di un clima di fiducia fra cittadini e istituzioni. L’apertura di una seria consultazione pubblica a questo proposito, da parte del governo, sarebbe già un grande segnale.

Alessio Terzi Presidente di Cittadinanzattiva