Rifiuti zero o gestione dei rifiuti?

Economia circolare, rifiuti zero, decrescita felice, sono queste le soluzioni ai nostri problemi? Sembrerebbe di sì, tutti ormai danno per scontato che queste sono le soluzioni. Ci stanno prendendo in giro, ci stiamo prendendo in giro, vediamo perché.

Stiamo facendo bene o male la raccolta differenziata (vetro, carta, plastica, metalli, umido) e mediamente siamo intorno al 50% con punte del 70%. Siamo, quindi, sulla strada giusta?

Ma neanche per sogno.

Il vetro si mette nei bidoni, si raccoglie poi si fonde. Perfetto. Ma il vetro non è tutto uguale. Le volete voi delle finestre verdi? No? Nemmeno io.

Il vetro di riciclo è tutto mescolato – verde, marrone e bianco – il risultato è un vetro di colore verde sporco, va bene per fare bottiglie e basta, ma la produzione di bottiglie non è infinita e così già adesso i depositi di rottame di vetro traboccano e non lo vuole più nessuno.

La carta si raccoglie, si manda in cartiera e si fa altra carta. Facile? No perché, ovviamente, raccogliamo carta bianca, carta stampata, cartoncino grigio e cartone giallo tutto insieme. La carta riciclata non ha un bell’aspetto, tra grigio e beige ed è pure un po’ assorbente ed è difficile da utilizzare. Conseguenza: i depositi di carta traboccano e i prezzi della carta da macero sono crollati. E così, ogni tanto, i depositi si incendiano o li incendiano.

Plastica. Ci sono tante plastiche diverse. Se volete un’analisi approfondita la trovate nell’articolo già pubblicato qui http://www.civicolab.it/riciclare-la-plastica-illusione-e-realta/. Noi le mescoliamo tutte insieme poi pretendiamo che chi le ricicla le separi. Purtroppo non si può fare. Alcune si possono recuperare (polietilene, polipropilene e PET), ma tutto il resto è difficile utilizzarlo. Ciò significa che, nella gran parte dei casi, serve plastica nuova, non quella di riciclo.

E anche qui ci sono depositi che traboccano e che ogni tanto vanno a fuoco.

Con i metalli siamo messi meglio, mescoliamo anche qui tutto, il ferro e il nichel poi lo attirano le calamite, è facile, con l’acciaio inossidabile invece già il gioco non funziona, poi rimangono rame, zinco, alluminio, bronzo e ottone  che si riescono a separare solo con processi chimico fisici più impegnativi ma è poca cosa.

L’umido, ecco questo è interessante, in molte città del nord Europa attraverso fermentazioni anaerobiche  della frazione umida producono biogas, con quel gas fanno circolare il parco di mezzi pubblici, il resto che rimane o diventa compost o finisce in inceneritori per produrre energia. Noi facciamo solo compost che viene disperso nei campi e basta, da notare anche che nella produzione di compost si sviluppano e vengono immessi nell’atmosfera metano e CO2 entrambi gas serra.

In Svizzera dove sono molto più bravi di noi separano i vetri a seconda del colore e ottengono dei rottami decisamente più commerciabili, separano la carta dal cartone e anche in questo caso si ottiene una carta di maggior valore commerciale e viene separato anche il PET, che è facile da riconoscere, dalle altre plastiche, in modo da ottenere degli scarti più facilmente  vendibili.

Però secondo l’economia circolare bisogna chiudere il cerchio, bisogna chiuderlo tutto, rimane quindi la parte indifferenziata, una montagna di indifferenziata che può oscillare dal 30 al 50 per cento del totale .

Attualmente l’indifferenziata viene inviata in discarica o viene incenerita, ci sono però forti resistenze da parte delle popolazioni contigue alle discariche perché si smetta di inviare la spazzatura in discarica, quindi si dovrà prima o poi procedere all’incenerimento, anche perché le discariche sono tutte piene e non ci sono più molti siti nuovi disponibili.

La soluzione definitiva è lo zero waste? Per ottenerlo bisognerebbe riconvertire tutta l’industria (mondiale) in modo da produrre solo con prodotti riciclabili. Nobile idea, ma: ogni sistema di recupero dei rifiuti produce indifferenziata vuoi per errori, vuoi perché gli oggetti sono assemblaggi di materie diverse.

Il riciclo che è l’atto conclusivo della raccolta differenziata viene bene con oggetti semplici. Appena un oggetto diventa complesso e composto da diversi materiali, fare la raccolta differenziata e soprattutto riciclare diventa impossibile. Basta un semplice esempio: le scarpe. Le scarpe sono fatte con gomma, plastica, cuoio, pelle, sughero, legno, tessuti naturali e sintetici, parti in metallo e tutti incollati insieme tra loro. Come si fa a fare una separazione di questi materiali? Lo stesso vale per gli indumenti, sono composti da: lana, seta, cotone, lino, misto lana, misto seta, acrilici, poliesteri, nylon etc. Come si riciclano?

È evidente che il sistema più semplice e meno costoso è bruciare tutto e ricavare energia. Dato che nel mondo si bruciano tonnellate di petrolio e di carbone al minuto per produrre energia elettrica, e lo si farà ancora per decine e decine di anni, bruciare al suo posto delle scarpe o degli indumenti non farà alcuna differenza sia in termini di emissioni di CO2 che di ceneri e polveri.

E finora abbiamo parlato solo di rifiuti urbani, poi ci sono i rifiuti industriali, che quantitativamente sono quanto i rifiuti urbani se non di più. Sono i rifiuti speciali e sono di tanti tipi diversi: si va da morchie di lavorazione a oli inquinati, da residui di vernici a sfridi metallici, sfridi plastici a volte mescolati tra loro, residui di prodotti chimici etc… Essendo scarti industriali spesso tutti dello stesso tipo, le aziende ovviamente dove possono recuperare qualcosa già lo fanno, per esempio ridistillando i solventi o riciclando le plastiche pulite e omogenee, quello che rimane è decisamente meno riciclabile dei rifiuti urbani e può solo essere inviato all’incenerimento in impianti speciali.

In conclusione: stiamo facendo la raccolta differenziata, bene, ma dovremmo  farla meglio.

Dobbiamo però convincerci che non tutto è differenziabile e soprattutto riciclabile, l’incenerimento con termovalorizzatori o gassificatori  (  http://www.civicolab.it/rifiuti-ce-anche-la-gassificazione/ ) non è evitabile, la raccolta e il riciclo potrebbero arrivare anche all’80% del totale ma il 20% di trenta milioni di tonnellate che sono i rifiuti che l’Italia produce ogni anno sono sempre  6 milioni di tonnellate di indifferenziata che devono essere smaltiti. Se tutti arrivassimo a questa conclusione, invece di fare la guerra agli inceneritori, lavoreremmo tutti insieme per far sì che gli impianti siano i più sicuri possibile e potremmo dedicarci a trovare processi per riciclare sempre di più quello che oggi finisce in discarica o bruciato.

Pietro Zonca

Il disastro dei rifiuti a Roma

L’incendio all’impianto TMB della Salaria è una metafora del disastro a cui è ridotta la gestione del ciclo dei rifiuti a Roma. Per capire cosa è successo bisogna ricordare che i due grandi impianti di TMB della Salaria e di Roccacencia, entrati a regime con grande ritardo nel 2008, furono realizzati intorno al 2000, con il Piano per l’ambiente 1997 – 2000 (Ministero ambiente – Regione Lazio) che finanziò anche il resto dell’attuale struttura industriale dell’Ama (o quel che ne rimane): due grandi impianti di separazione del multimateriale (Roccacencia e Laurentina), l’impianto di compost verde di Maccarese ed il forno con recupero energetico dei rifiuti ospedalieri di Ponte Malnome. Prima di questi impianti, va ancora ricordato, l’Ama non era una azienda industriale, limitandosi allo spazzamento della città ed al trasporto dei rifiuti nella discarica di Malagrotta.

Contestualmente, mentre in tutta la Regione veniva finanziata ed avviata la raccolta differenziata, nel Lazio vennero chiuse un centinaio di discariche comunali del tutto fuori legge (in cui finiva di tutto) ed autorizzati una serie di impianti di TMB ed i termocombustori di Colleferro e di S.Vittore (Cassino). Si trattò di una imponente opera di infrastrutturazione industriale (che aveva come fine la chiusura di Malagrotta e la sua sostituzione con una discarica di servizio) a cui mancava soltanto la localizzazione del termocombustore pubblico di Roma, ritardato per anni per l’opposizione strumentale ed ideologica della sinistra “estrema” e poi da una demenziale inchiesta della magistratura conclusasi pochi giorni fa con l’assoluzione di tutti gli imputati perché “il fatto non sussiste” (quando lasciai l’Ama nel 2008 era iniziata la costruzione dell’impianto ad opera di un consorzio 33% Ama,33% Acea, 33% Colari). Il tutto fu realizzato, vale la pena di ricordarlo, senza nessun bisogno di commissari o poteri speciali. Bastò una chiara volontà politica ed una assunzione di responsabilità da parte dei decisori politici. Da allora però (siamo arrivati alla Giunte Alemanno, Marino e Raggi a Roma e a quelle Polverini e Zingaretti in Regione) ebbe la meglio il partito dei “ballisti” e degli irresponsabili, incapaci di assumersi responsabilità e specialisti nel rincorrere i particolarismi ed i discorsi da bar. I risultati sono ora sotto gli occhi di tutti.

Nessuno si preso la responsabilità (che è l’onere fondamentale della funzione di governo) di trovare un sito per la nuova discarica di servizio e senza di essa e, senza i termocombustori pianificati tanto a livello regionale che a livello nazionale, a diventare discarica, ormai da anni, è tutta la città. Ma c’è di più e di peggio, in un empito autodistruttivo che dice tutto sulla qualità della nostra politica, si è continuato ad usare i TMB come discariche, sovraccaricandoli fuori di qualsiasi parametro e, udite bene, si è proceduto a grandi passi (questo è merito esclusivo di Zingaretti) a far saltare quello che rimaneva del sistema industriale così faticosamente costruito ( e spero che la Corte dei Conti apra una inchiesta in merito per danno erariale) chiudendo senza lo straccio di un motivo degno di questo nome il Termocombustore (pubblico) di Colleferro ed il forno per gli ospedalieri. In precedenza sono stati mandati fuori uso i due grandi impianti di separazione del multimateriale. Intanto i rifiuti a carissimo prezzo (le bollette per i cittadini dal 2008 sono aumentate del 40%) vengono spediti fuori regione anche per essere separati. Ecco cosa si è combinato a Roma negli ultimi 10 anni. Mi sembra che parli da sè.

Giovanni Hermanin (ex assessore all’ambiente della Regione Lazio)

Rifiuti: c’è anche la gassificazione

Roma è di nuovo piena di rifiuti. Basta vedere le foto che i romani inviano ai giornali e postano sui social. La Capitale non ce la fa a gestire i rifiuti anche se il Comune afferma che la raccolta differenziata ha superato il 40%. D’altra parte i roghi nei depositi di carta e plastica e in discariche di indifferenziata, tutti dolosi, parlano da soli e sembrano diventati la valvola di sfogo del sistema. Quando l’accumulo è troppo grande qualcuno appicca il fuoco e così in un giorno l’aria si appesta di tanti inquinanti quanti non ne potrebbe mai produrre nessun inceneritore.

L’Italia è assediata dai rifiuti e non riesce ad imboccare una strada che la renda autonoma nella loro gestione. La differenziata spesso non ha sbocchi perché i materiali che ne derivano non sono richiesti dal mercato e così il riciclo non si realizza.

L’indifferenziato non ci sta più nelle discariche, ma la termovalorizzazione, unica soluzione logica e razionale, è una via sempre sbarrata dalle false credenze e dai comitati di protesta che, pur composti da minoranze, sembrano sempre in grado di intimorire i politici che non decidono la costruzione di nuovi termovalorizzatori o, come nel caso del Lazio, li chiudono addirittura (Colleferro per decisione della Regione).

Quindi no alle discariche, no agli inceneritori e niente riciclo: sembra un problema senza soluzioni.

E invece le soluzioni ci sono e qui ne presentiamo un’altra, una specie di terza via che potrebbe risolvere il problema in modo pulito ed efficiente: la gassificazione.

Per gassificazione si intende la trasformazione di prodotti contenenti carbonio e idrogeno, come per esempio carbone, catrami di petrolio, biomasse, rifiuti industriali e rifiuti cittadini in un gas chiamato syngas composto da una miscela di CO e H2, ossido di carbonio e idrogeno.

Questo gas non è una novità, non è altro che il cosiddetto gas di città o gas di cokeria, quello che usciva dai nostri fornelli prima dell’arrivo del metano. Questo gas veniva inizialmente prodotto dal carbone (fine ottocento e primi novecento) e successivamente dalle frazioni leggere di petrolio che erano troppo pesanti per diventare GPL e troppo leggere per diventare benzine.

Il processo che porta alla formazione di syngas è una combustione dei prodotti organici (contenenti carbonio) con aria o ossigeno puro utilizzando una quantità di ossigeno, inferiore a quella che servirebbe per una combustione totale, come avviene di solito nei normali inceneritori.

In pratica la combustione parziale porta le sostanze organiche a decomporsi senza arrivare ad anidride carbonica e acqua ma fermandosi ad ossido di carbonio e idrogeno, due gas ancora capaci di bruciare in appositi impianti o essere utilizzati in sistemi di cogenerazione e fornire energia elettrica e calore per il riscaldamento.

Questo processo avviene a temperature molto elevate, maggiori di 800 °C e ciò garantisce la distruzione di composti pericolosi come le diossine, il processo avviene in ambienti chiusi senza pericoli di emissioni in atmosfera. Dopo la gassificazione i gas vengono depurati nelle loro componenti in zolfo e ammoniaca che con la successiva combustione porterebbero alla formazione di anidride solforosa e ossidi di azoto.

Dalla combustione di questi gas si ottiene calore che può essere convertito in energia elettrica, e come sottoprodotti si ottengono solo acqua e CO2. Se si portano tutti i prodotti alla formazione di solo idrogeno è possibile inoltre utilizzare questo in celle a combustibile per la generazione diretta di energia elettrica.

Da un impianto di gassificazione si ottengono delle ceneri inerti che trattengono tutte le componenti minerali e metalliche, ceneri che a seconda della temperatura di esercizio possono risultare vetrificate. Le ceneri poi possono essere inviate o al recupero dei metalli o a uno stoccaggio in discarica dopo eventuale inertizzazione o utilizzate come materiali inerti da costruzione.

Come si vede il processo supera sia i problemi relativi alla discarica sia quelli relativi all’incenerimento. Quelli della discarica perché i volumi finali da smaltire sono enormemente inferiori e non danno problemi di rilascio di sostanze tossiche per dilavamento, quelle dell’incenerimento perché non ci sono emissioni di polveri e di eventuali incombusti tossici.

Esistono in Italia degli impianti di gassificazione ma sono impianti industriali utilizzati per il trattamento di frazioni di petrolio in raffinerie. Sono gli impianti di Falconara, Priolo Gargallo e Sarroch (CA); producono energia elettrica, ceduta alla rete nazionale, e vapor d’acqua e idrogeno a uso interno della raffineria stessa.
In Europa esistono anche impianti che trattano biomasse e sono largamente diffusi in India piccoli impianti che producono l’energia elettrica per pompare l’acqua e per l’illuminazione stradale.

Qual è quindi il problema? Perché non ci sono impianti di gassificazione per la distruzione dei rifiuti in Italia?

Fondamentalmente i problemi principali sono due: costano molto più di un inceneritore e hanno una gestione più complessa; suscitano le solite resistenze “popolar/ecologiste” come già accade per gli inceneritori.

Ovviamente l’ostilità “popolar/ecologista” ricorre alle argomentazioni ben conosciute sul rischio di emissioni tossiche e cancerogene. Inoltre vengono visti come concorrenti degli impianti di riciclo perché in grado di utilizzare gli stessi materiali.

Inesattezze, luoghi comuni, miti. Soprattutto incapacità di vedere la realtà.

Il processo di gassificazione è chiuso, quindi non ci sono emissioni dirette.

Se avessimo una raccolta differenziata all’80% la considereremmo un successo. Giusto, ma anche in questo caso rimarrebbe sempre una frazione di indifferenziata da eliminare. La gassificazione risolve il problema.

Dal punto di vista energetico il processo di gassificazione è meno efficiente di un incenerimento tout court ma presenta il vantaggio di produrre un gas con un elevato valore tecnologico che può essere utilizzato per molteplici scopi.

Il processo di gassificazione, quindi, non reca alcun danno all’ambiente, ma con il gas che produce porta ad un risparmio di combustibili fossili che si sarebbero dovuti bruciare al suo posto. Allo stesso tempo rappresenta una geniale chiusura del ciclo dei rifiuti. Proprio quello che manca e che sempre più la raccolta differenziata non riesce a garantire.

Pietro Zonca

L’Italia soffocata dai rifiuti

In questi giorni alle porte di Milano è bruciato l’ennesimo deposito di plastica da riciclare. Non certo un evento eccezionale. In totale, negli ultimi tre anni, sono bruciati quasi 300 siti di stoccaggio di rifiuti.

Questi incendi sono un sintomo; un sintomo del blocco del sistema rifiuti a cui sta andando incontro l’Italia. Il sole 24 Ore fa una analisi della situazione con questo articolo: https://www.ilsole24ore.com/art/impresa-e-territori/2018-10-15/raccolta-rifiuti-l-italia-sommersa-la-paralisi-totale-174019.shtml?uuid=AEa0DKNG dal quale prendono spunto le considerazioni che seguono.

Innanzitutto gli incendi. La maggior parte sono dolosi e ci sono anche le prove, trovate in seguito a delle intercettazioni. Il trattamento di rifiuti differenziati è stato lasciato in carico ad aziende private, alcune legate anche alla criminalità organizzata, che spesso per liberare i depositi li incendiano, con il risultato di produrre fumi tossici e diossine migliaia di volte più concentrati di quelli che avrebbe prodotto un qualsiasi inceneritore a norma.

Il problema non è certo l’affidamento a privati di una parte del ciclo dei rifiuti. Il problema è la debolezza dei controlli e la fragilità dell’intero sistema di gestione dei rifiuti a partire dalla filiera di recupero che oggi è interrotta.

Mediamente in Italia si differenzia circa il 50% dei rifiuti, ma raccolta non significa riciclo. Può anche andare bene la prima, ma non funzionare il secondo. Ed è proprio il riciclo che chiude il cerchio perché con i materiali raccolti si producono nuovi manufatti.

Però i depositi sono stracolmi di montagne di vetro che nessuno vuole, di immense quantità di carta che le cartiere rifiutano e i prezzi del rottame di vetro e della carta da macero sono pure crollati rendendo problematico continuare a trattarli.

Per la plastica il problema è anche peggiore. Per il recupero di una parte di essa sono necessari dei trattamenti molto costosi e sofisticati, quello che si recupera non è di elevata qualità e la parte che rimane (e non è poca cosa) è composta da un miscuglio inutilizzabile.

Fondamentalmente il problema è che non ci sono utilizzi per questi materiali, non esiste un mercato in grado di assorbire questi prodotti, per questo la filiera è interrotta e i magazzini si riempiono.

Così i cittadini si impegnano diligentemente nella separazione tutti i giorni. Gli indici che rappresentano i risultati di questo impegno sembra che indichino un risultato già raggiunto e, invece, indicano solo il primo passo di una strada lunga e tormentata che non è detto si concluda con il recupero. Anzi il ciclo di differenziazione contribuisce ad aumentare la frazione indifferenziata. E che destino può avere se non la discarica o il termovalorizzatore? Con le attuali conoscenze non ci sono alternative: o l’una o l’altro.

Le discariche sono piene e non ci sono nuovi siti disponibili, inoltre la legge europea prevede che non si possa mettere direttamente in discarica l’indifferenziato e per superare il problema si ricorre a un trattamento: il TMB, trattamento meccanico biologico che essenzialmente è un separatore di ciò che poi può essere incenerito o mandato in discarica.

In ogni caso sia discariche che inceneritori sono un problema perché non sono mai accettati dalle comunità locali. In ogni caso i costi di trattamento stanno diventando sempre più pesanti e spesso si traducono solo in spese per l’invio dei rifiuti in altre città o addirittura in altre nazioni.

Dove vengono semplicemente inceneriti e contribuiscono alla produzione di energia elettrica e teleriscaldamento facendo risparmiare centinaia di tonnellate di petrolio.

A Milano 15 anni fa è iniziata la raccolta differenziata porta a porta, raccolta che oggi fa di Milano la metropoli più avanzata ed efficiente d’Europa. È stata dotata di un sistema impiantistico per il compostaggio per la parte umida, ma soprattutto oltre al riciclo c’è il recupero energetico con l’impianto di Silla-Figino che usa la spazzatura come combustibile per riscaldare interi quartieri al posto delle vecchie caldaie condominiali a gasolio. E oggi Milano non ha bisogno di discariche.

Roma e Napoli hanno fatto scelte diverse. Napoli invia ogni settimana 3000 tonnellate di rifiuti in Spagna e Portogallo. Roma ha costruito decine di impianti di trattamento TMB ma non riesce a trovare un’azienda che poi smaltisca il materiale trattato. Nonostante questo il presidente della regione Lazio Zingaretti ha deciso di rinunciare all’inceneritore di Colleferro con l’intenzione di «individuare in quel sito un impianto moderno che trattando e rimettendo nel sistema i materiali provenienti dai Tmb abbassi la quantità di conferimento”. Nel frattempo ha firmato una proroga fino alla fine dell’anno per inviare i rifiuti di Roma all’Aquila.

Insomma anche quelli che non vogliono gli inceneritori alla fine usano quelli degli altri. Pagando.

Comunque in Italia ci sono 41 inceneritori di dimensioni medio piccole, su 31-32 milioni di tonnellate di rifiuti prodotte ogni anno questi inceneritori riescono a trattarne solo 5. E il resto? Sembra evidente che il danno all’ambiente (e alle tasche dei cittadini) provenga dalla scarsità degli inceneritori.

Il fatto è che le resistenze delle popolazioni locali sono forti. Il tamtam mediatico diffonde allarmismi e scatena procedimenti giudiziari per danni all’ambiente con processi che finiscono nel nulla, ma producono parcelle sontuose per legioni di avvocati e manipoli di consulenti.

Anche per altri tipi di impianti di trattamento, quindi non di incenerimento, ci sono reazioni e chiusure, Il consiglio comunale di Brindisi si è espresso con un no deciso alla trasformazione di una vecchia centrale a carbone in un impianto di compostaggio.

Ci sono resistenze anche ad utilizzare i rifiuti nei cementifici in sostituzione di una parte del Pet coke, un carbone ottenuto dalle frazioni pesanti del petrolio, sostituzione che tra l’altro fa scendere le emissioni in ciminiera.

In Italia non si arriva al 10% di sostituzione mentre in Germania sono a circa l’80%.

Nel frattempo gli incendi di rifiuti inquinano più di tutti gli inceneritori messi insieme e una semplice notte di Capodanno a Napoli produce più diossina di tutti gli inceneritori italiani in un anno.

In conclusione i depositi si stanno riempiendo, molti sono stati già chiusi, non c’è richiesta per plastica, vetro, carta riciclati, questi accumuli di materiali si fanno ogni giorno più pericolosi, la legislazione rende sempre più difficile la gestione e la distruzione dei rifiuti e l’atteggiamento nimby ( not in my back yard cioè non nel mio giardino) della popolazione che si oppone sistematicamente ad ogni nuovo impianto contribuisce a rendere irrisolvibile il problema tra scontri e polemiche, costi enormi, inefficienza e degrado

Pietro Zonca

Una riforma riformista per i servizi pubblici locali ( di Maurizio Chiarini)

Articolo un pò lungo, ma vale la pena conoscere questo punto di vista.

riforma servizi pubblici localiDa oltre vent’anni assistiamo nel nostro paese al tentativo di avviare una riforma dei servizi pubblici locali che sia in grado di risolvere i cronici problemi che il settore presenta. Non c’è governo, di centrodestra o di centrosinistra, che non abbia annunciato tale riforma come una delle riforme essenziali per il rilancio del paese.

Tutti i tentativi sono, però, clamorosamente naufragati ed oggi assistiamo ad un assetto del settore profondamente inadeguato alle esigenze del benessere collettivo, e ben lontano dal costruire un punto di sostegno al percorso di sviluppo del sistema industriale italiano. Va sottolineato, infatti, che settori come quello idrico, quello energetico e quello della raccolta e trattamento dei rifiuti non solo sono fondamentali per migliorare il benessere delle collettività, ma sono anche essenziali per consentire una crescita delle “prestazioni” del paese dal punto di vista degli investimenti, della capacità competitiva con gli altri paesi e per favorire lo sviluppo delle attività produttive.

I principali ostacoli alle realizzazione di una seria riforma sono stati da un lato l’approccio strumentalmente demagogico che in questi ultimi tempi ha caratterizzato la generalità delle forze politiche e il conseguente diffondersi a livello generale di una cultura antindustriale e dall’altro il permanere di piccoli interessi di bottega di una classe politica tuttora ancorata ad un idea di potere ormai largamente superata dall’evoluzione delle moderne società occidentali.

Il livello di arretratezza e di ritardo di questi servizi è una palla al piede straordinaria per il nostro sistema industriale e, conseguentemente, è una delle cause non secondarie che hanno determinato la caduta di capacità competitiva delle imprese.

aziende servizi localiFa piacere che il commissario Cottarelli abbia recentemente messo sotto l’occhio della pubblica opinione le palesi storture del sistema di gestione dei servizi pubblici locali, evidenziando la straordinaria numerosità delle aziende di gestione, la loro cronica inefficienza, l’elevato numero delle aziende a capitale interamente pubblico che presentano gestioni strutturalmente in perdita. Per evidenziare lo stato di arretratezza del settore rispetto alla media europea sono sufficienti alcuni dati.

Nel settore del trattamento dei rifiuti siamo ai primi posti in Europa per uso delle discariche, notoriamente il sistema più inquinante in assoluto, e siamo agli ultimi posti sia per la raccolta differenziata sia per l’uso dei moderni impianti di termovalorizzazione dei rifiuti. L’uso dei moderni termovalorizzatori, accanto alla raccolta differenziata è la prassi comune in tutti i paesi europei. La assoluta innocuità delle loro emissioni è un fatto assodato sia sul piano degli studi epidemiologici che delle ricerche sul campo.

E’ talmente vero tutto ciò che nelle grandi città europee questi impianti di enormi dimensioni vengono localizzati nei centri delle aree urbane; Parigi, Vienna, Copenaghen sono alcuni degli esempi più clamorosi. Da noi la demagogia imperante ha fatto sì che si considerino questi impianti come mostri dannosi per la salute e portatori di tumori collettivi. Ma allora o i danesi, i francesi, gli olandesi e gli austriaci sono pazzi incoscienti, oppure la facile demagogia da noi prevale sulla serietà di analisi. Purtroppo non ricordo nessuna forza politica che abbia avuto il coraggio di affrontare il tema con un approccio riformista che racconti alla gente come stanno realmente le cose. A Napoli, per esempio si è dato per parzialmente risolto il problema dei rifiuti solo grazie al funzionamento dell’inceneritore di Acerra e agli inceneritori tedeschi ed olandesi che trattano i rifiuti di quella città a costi assai elevati, dopo tutti i proclami dell’attuale sindaco su irrealistiche e fantasiose percentuali di raccolta differenziata mai raggiunte.

inceneritore ViennaAncora più eclatante è il caso del settore idrico. Lo stato delle reti e degli impianti è sotto gli occhi di tutti: perdite di rete tra il 35 e il 40%, il 30% della popolazione non allacciata a impianti di depurazione e quasi il15% non allacciata a sistemi fognari. Insomma, uno stato del sistema idrico italiano più vicino al Terzo mondo che al resto dell’Europa. Ebbene cosa si fa per affrontare questo problema drammatico, per salvaguardare il bene comune acqua e la salute della popolazione? Si fa un bel referendum sull’acqua pubblica e contro la remunerazione dei capitali investiti per finanziare gli investimenti di cui il settore ha cronico bisogno! Una vera follia finalizzata a contrastare gli investimenti privati nel settore favoleggiando di risorse pubbliche da detenere e investimenti del tutto inesistenti. Tutto questo contro la “logica del profitto” con un approccio demagogico degno di miglior causa.

Nessuna forza politica ha avuto il coraggio di raccontare alla gente che le tariffe del servizio idrico in Italia sono le più basse d’ Europa (dopo di noi solo la Romania) e che sono quattro cinque volte inferiori alle tariffe che pagano i cittadini danesi, tedeschi e francesi, dove però le perdite di rete oscillano tra il 7 e il 15%, e sono completamente allacciati a moderni impianti di depurazione. Questo ovviamente perché le tariffe più alte hanno consentito, a quei paesi, di fare gli investimenti necessari per adeguare il servizio idrico.

In questo straordinario processo di disinformazione si sono distinti alcuni dei più autorevoli quotidiani nazionali che hanno a più riprese gridato allo scandalo a fronte di denunciati aumenti delle tariffe dell’acqua senza mai una volta evidenziare che dai noi un metro cubo d’acqua costa circa un euro e mezzo contro i quattro euro della Francia e i sei euro della Danimarca.

incentivi fotovoltaicoInfine non meno “esemplare” è il caso del settore energetico in cui le scelte demagogiche dei vari governi hanno portato al risultato che il costo dell’energia nel nostro paese è di circa il 25/30% superiore alla media europea, con un danno evidente non solo per i cittadini, ma soprattutto per le imprese che devono competere sui mercati partendo con una fondamentale componente di costo più elevata rispetto al resto delle imprese europee.

Anche in questo caso un approccio ideologico ha fatto sì che in anni assai recenti si sia iperincentivata la realizzazione di impianti fotovoltaici (oltre 100 miliardi di euro) tanto che oggi l’Italia è il secondo paese in Europa per energia prodotta da fotovoltaico. Peccato che il costo di quegli incentivi sia a carico delle tariffe dell’energia elettrica (la famosa componente “A 3” che vediamo in bolletta) pagata da tutti i cittadini e, soprattutto dalle imprese.

Si aggiunga che una così rilevante componente di energia viene prodotta solo di giorno e quanto splende il sole, rendendo indispensabile il ruolo delle centrali a turbo gas per compensare la domanda di notte e in caso di mal tempo, ma rendendo al contempo tali centrali del tutto sottoutilizzate e fonte di perdita certa per i gestori, perché non possono operare con continuità a pieno regime.

scelte riformiste serviziQuesti gli effetti devastanti della demagogia imperante, ai quali vanno sommate le resistenze corporative e le rendite di posizione dei potentati locali, che impediscono il superamento di modelli gestionali basati su una polverizzazione degli enti gestori, fonte di inefficienza e di sprechi evidenti di risorse.

Il dibattito che ha tenuto impegnata la gran parte delle forze politiche sulla prevalenza del modello a totale partecipazione pubblica delle aziende di gestione dei servizi pubblici locali fa parte di una cultura risalente al dibattito di inizio Novecento più che a un moderno approccio finalizzato alla individuazione di gestori efficienti in grado di realizzare performances adeguate ai modelli europei.

I risultati stanno a dimostrare che adeguate dimensioni dei gestori, in grado di realizzare sufficiente massa critica, sono condizioni imprescindibili.

Superare ogni approccio ideologico e le resistenze corporative sono le uniche condizioni per rilanciare un settore così strategico. Ci vuole, da parte del governo, coraggio, determinazione e la messa in pratica di una politica autenticamente riformista. Meno annunci rivoluzionari e più fatti riformisti.

Maurizio Chiarini tratto da www.ilcampodelleidee.it

Un grande referendum mediatico sugli inceneritori? Meglio parlare di sistema integrato (di Claudio Passiatore)

Le visioni manichee, quelle che non prevedono sfumature, non facilitano mai la comprensione. E quando l’argomento è ostico (ammettendo che quello dei rifiuti lo sia), parte il valzer delle semplificazioni. Tre le ultime in ordine di tempo ci sono quelle che stanno alimentando una sorta di grande “referendum mediatico” tra favorevoli e contrari agli inceneritori, un quesito che di per sé non avrebbe niente di male se fosse posto in modo corretto (e supportato da informazioni esaustive).

L’elemento scatenante nel dare origine a una sorta di “bipolarismo” sul singolo tema degli inceneritori – o comunque uno dei fattori che mediaticamente ha più influito negli ultimi giorni nell’imporre sui media una direzione al dibattito – è stato, oltre alle consuete vicende napoletane e dei rifiuti spediti in Olanda, la posizione del neoletto sindaco di Parma Federico Pizzarotti, strenuo oppositore dei termovalorizzatori.

La posizione del grillino è chiara, niente da dire. Quella che non è chiara è la sua strategia. Perché dire no, o dire si, è già qualcosa, ma non basta. Il sindaco del Movimento 5 stelle dovrà infatti spiegare meglio di quanto non abbia fatto nel suo programma (dove ha citato come esempio virtuoso un impianto di produzione di Cdr, tra l’altro chiuso!) qual è la sua idea per gestire i rifiuti del suo comune, e non solo. Ma questi sono solo “particolari” di una visione (manichea, appunto) che ha sdoganato e imposto il messaggio che si può essere contrari, o anche favorevoli, agli inceneritori. Contrari o favorevoli, a prescindere dal contesto, dalle normative, dalla funzione degli impianti etc… L’effetto sui media è stato devastante.

Stamani il Corriere della Sera titola: “Quanto ci costa esportare i rifiuti nell’Italia senza inceneritori. Napoli li invia in Olanda”,  mettendo sul piatto l’aspetto economico, aspetto importante, ma non certo l’unico da tenere in considerazione quando l’orizzonte è quello di una gestione sostenibile. Perché il “quanto ci costa” non è riferito al peso ambientale e all’energia grigia prodotta per spedire le navi in Olanda. Ma un titolo è un titolo, è necessaria una sintesi, e allora andiamo al corpo del pezzo di Sergio Rizzo dove, purtroppo, sono evidenti ancora una volta le conseguenze delle semplificazioni (non solo quelle di Pizzarotti).

Con l’obiettivo di sostenere e fomentare uno pseudo-dibattito tra favorevoli e contrari e di stigmatizzare le contrapposizioni, Rizzo sostiene che “il Parlamento europeo ha approvato recentemente un rapporto sulla politica ambientale comunitaria che prefigura il divieto di incenerimento”. L’informazione, oltre a non essere corretta, vuole rappresentare un punto a sfavore del partito del “si”. Nell’ultima parte del pezzo, però, ce n’è anche per i contrari: “I danesi hanno 31 inceneritori, come gli svedesi. Trentuno per sette milioni di abitanti, mentre l’Italia ne ha 49 per 60 milioni di persone.

In Germania sono 70, ma distruggono quattro volte il quantitativo che si brucia da noi. La Francia ne ha 130″. Ebbene, in base a queste scarne informazioni, il lettore è posto di fronte a una scelta che nelle realtà non esiste, o almeno non esiste nei termini in cui è sviluppata. Non solo. Questo genere di semplificazione, come detto, genera solo confusione.

Per affrontare il tema rifiuti, e magari gestire meglio di quanto fatto fino ad oggi tutte le criticità (i risultati del caso e della crisi di Malagrotta sono un monito), un grande referendum sui termovalorizzatori non serve a niente e a nessuno. Ciò che è utile, invece, è ricordare che il ciclo integrato prevede una gerarchia dei interventi (riduzione, recupero di materia, recupero di energia), che tutti gli anelli della catena sono necessari, che nel nostro Paese la metà dei rifiuti finisce in discarica (al sud anche di più della metà). E ancora: che gli impianti sono necessari (tutti, dalla selezione al recupero di materia compreso il compostaggio al recupero energetico), e che per dare un senso alla raccolta differenziata deve essere sviluppata un’industria del riciclo, che differenziare i rifiuti come atto in sé non è sufficiente, che la prima azione per ottenere la sostenibilità è l’efficienza dei processi produttivi in grado di ridurre gli scarti (che ci sono sempre), etc … E’ ripartendo da questa impostazione, e evitando di alimentare la formazioni dei partiti del “no” e del “si”, che si smetterà di parlare solo degli inceneritori e si tornerà (si inizierà?) a affrontare tutte le criticità che hanno portato l’Italia a essere uno dei Paesi europei con il più alto numeri di infrazioni per il mancato rispetto delle direttive Ue sui rifiuti.

Claudio Passiatore da www.greenreport.it