Rifiuti. Differenziata, riciclo, termovalorizzatori

Chi è che butta la plastica in mare?

Ci stanno e ci stiamo colpevolizzando da anni perché ci sono i mari e gli oceani che sono pieni di plastica, è venuta anche Greta a dirci che siamo cattivi.

Ma qual è la reale verità? Chi è il responsabile? Cerchiamo di capirci di più.

Intanto come finisce la plastica in mare? Ci sono due modi: o qualcuno la butta deliberatamente oppure viene lasciata nell’ambiente, sulle strade, nei campi, nei boschi, poi il vento e l’acqua di ruscelli e fiumi la trasportano in mare.

Quindi già un buon sistema di raccolta da parte degli enti locali unito a una maggior coscienza civica delle persone potrebbe ridurre il problema.

Il fatto è che se in Italia, in Francia e nelle altre nazioni europee questo sta già in parte avvenendo dall’altra parte del Mediterraneo non fanno lo stesso per abitudini consolidate, per minor sensibilità al problema e soprattutto perché fanno i conti con problemi un pò più grossi e alla plastica non pensa nessuno.

Da recenti analisi sembrerebbe che la plastica che giunge al mare nel mondo e va a formare quella gigantesca isola galleggiante nell’oceano indiano che ha indignato tutti, proviene principalmente da 5 fiumi, tutti in Asia.

Ma questa plastica è stata utilizzata principalmente da queste nazioni? No.

Fino all’anno scorso i paesi occidentali privi di sistemi di distruzione e/o di recupero dei rifiuti o che non volevano trattare le eccedenze, inviavano i propri rifiuti in Cina e in Indonesia (lo facevano anche le nostre città). Cosa succedesse a questi rifiuti non si sa esattamente, ma il punto fermo è che, da quest’anno, la Cina non accetta più la nostra spazzatura. E prima riceveva 7 milioni di tonnellate di scarti di plastica ogni anno.

E’ una notizia recente che anche la Malesia ha deciso di non prendere più rifiuti occidentali. Ha già spedito indietro 5 container di plastica non riciclabile alla Spagna e ha comunicato che invierà indietro altre 3000 tonnellate in altre nazioni. Tra queste vi sono USA, Giappone, Australia, UK.

È bene sapere che si tratta di rifiuti di bassa qualità, sporchi e non riciclabili che, comunque, adesso verranno inviati in altre parti del mondo, principalmente nel sud est asiatico.

Che fine fanno questi rifiuti? Poiché a riceverli non sono certo paesi all’avanguardia nella costruzione di inceneritori e impianti di riciclaggio è evidente che la via principale di smaltimento sarà nelle discariche. Da queste una parte finirà in mare attraverso i fiumi e un’altra sarà bruciata all’aria aperta per far posto ad altri rifiuti. Senza alcun tipo di filtro è inevitabile l’immissione nell’ambiente di sostanze tossiche quali aldeidi, diossine, composti policiclici aromatici, composti clorurati etc.

Il fatto è che l’aria inquinata da quelle parti non resta lì e arriva, prima o poi, anche da noi. La nostra plastica torna indietro.

Ma se l’esportazione nei paesi più poveri non risolve il problema quali altre soluzioni abbiamo? Il principio è semplice: chi produce rifiuti deve smaltirli. Già, ma come?

Tutti dicono no alle discariche (giustamente), ma molti dicono no anche alla combustione. La soluzione generalmente indicata è quella del riciclo il cui punto di partenza è la raccolta differenziata. Facile? No.

Innanzitutto cosa si ricicla effettivamente? I depositi di vetro traboccano e non lo vuole più nessuno. Così succede anche per la carta (ogni tanto un deposito va a fuoco). Per la plastica è peggio ancora.

La plastica ha dei problemi nel riciclo, ci sono centinaia di plastiche differenti che non sono compatibili tra loro, quelle riciclabili sono tre o quattro tipi soltanto (polietilene, polipropilene, PET e polistirolo), di tutte le altre non si sa cosa farne e sono un buon 30% della raccolta ottenuta dalla differenziata. Inoltre anche nel riciclo viene prodotta una buona quantità di indifferenziato che non si sa come utilizzare.

C’è poi la frazione di indifferenziato urbano che è circa un 40% del totale (se va bene perché si può arrivare anche all’80% in certe zone) e l’indifferenziato industriale con i rifiuti speciali.

Insomma la situazione è complicata. Chi pensa che differenziare sia la soluzione definitiva non sa di cosa parla. Nel nord Europa, però, sembra che abbiano risolto il problema dei loro rifiuti (e anche di una parte dei nostri visto che paghiamo per portarli lì): li bruciano.

Li bruciano e risparmiano, li bruciano e guadagnano.

Guadagnano i soldi che paghiamo noi per mandargli la nostra spazzatura, risparmiano perché invece di comperare petrolio o gas da bruciare per produrre energia elettrica e acqua calda per il riscaldamento, usano i rifiuti. Inoltre dalle ceneri recuperano anche metalli che noi abbiamo buttato via.

E l’inquinamento? Poi muoiono di cancro per l’inquinamento prodotto dagli inceneritori? No siamo noi in Italia ad avere le zone più inquinate d’Europa, i loro inceneritori sono puliti, usano le migliori tecnologie di depurazione. Vengono costruiti addirittura vicino alle grandi città.

Quindi che fare? Differenziare sempre, recuperare e riciclare il possibile e bruciare il resto. Con tutte le possibili garanzie di salubrità, ma questa è l’unica soluzione. Poi scienza e tecnologia progrediranno e non sappiamo cos’altro si potrà fare nel futuro. Ma oggi bisogna fare così

Pietro Zonca

Il rapporto di Goletta Verde e il modello Italia (di Claudio Lombardi)

goletta verdeIl Rapporto di Goletta Verde curato da Legambiente appena pubblicato certifica un fallimento, quello del modello italiano di gestione della società e del territorio. 130 punti inquinati (uno ogni 57 km di costa), cattiva depurazione, estrazioni petrolifere, abusivismo, consumo di suolo costiero, danni prodotti dalle grandi navi e inquinamento da attività militari. Questo l’elenco che inchioda le classi dirigenti a responsabilità enormi, ma che non scagiona certo tanti cittadini colpevoli di passività se non di vera e propria condivisione degli abusi.

In primo piano c’è la maladepurazione. 130 punti inquinati da scarichi fognari non depurati su un totale di 263 prelievi dicono che l’Italia si gioca i suoi 7400 chilometri di costa che sono un patrimonio inestimabile per assecondare l’incapacità di governare di chi avrebbe il compito di tutelare il territorio e l’ambiente. A nulla sono valse le leggi (la prima sulla depurazione risale a 37 anni fa) e il semplice buon senso di fronte alla rapacità ottusa di chi pensa solo al suo tornaconto immediato.

inquinamento mareL’Italia è un paese che dovrebbe vivere del mare che la circonda. Pesca e turismo sono settori economici importanti, ma non descrivono abbastanza il valore del mare per chi è abituato alla sua presenza che si intreccia alla vita delle persone. Non di solo mare si tratta, però: la maggior parte dei campioni sono stati prelevati alle foci di fiumi, torrenti, canali, fiumare, fossi così abbiamo la certezza che anche buona parte dei corsi d’acqua interni sono compromessi e che sono usati come vere e proprie fogne a cielo aperto. Alla mala depurazione si aggiunge l’assenza di depurazione; secondo il Rapporto ben il 25% degli italiani scaricherebbe direttamente nei corsi d’acqua e poi in mare. Scarichi dei bagni, delle cucine, ma anche delle attività industriali.

Italia dal satelliteSi può fare qualcosa? Sì, si possono costruire fogne e depuratori, ma secondo il Rapporto le regioni del Mezzogiorno rischiano anche di perdere ben 1,7 miliardi di fondi per opere di adeguamento del sistema di depurazione. Bel colpo per regioni che fanno dell’invocazione dei soldi pubblici un ritornello costante dei loro rappresentanti istituzionali. Oltre alla perdita si aggiungerebbe anche una possibile e salatissima multa per la procedura di infrazione che ha portato alla condanna dell’Italia per il mancato rispetto della direttiva europea sul servizio di depurazione e fognatura. Insomma un capolavoro di incapacità che lascia stupiti.

Il bello anzi, il brutto è che molti dei tratti inquinati o sono dichiarati balneabili dalle “autorità” o sono comunque frequentati dai cittadini che evidentemente ritengono normale immergersi in acque sporcate dalle fogne. Il solito pasticcio italiano di competenze che blocca le iniziative, spreca risorse e diffonde l’immobilismo.

difesa ambienteSecondo Stefano Ciafani vicepresidente di Legambiente “I killer dei nostri mari hanno un identikit ben preciso…. Un assalto all’ecosistema marino e fluviale senza precedenti che va dall’assente o cattiva depurazione, alla scellerata scelta energetica nazionale di puntare ancora sul petrolio o alla mai paga industria del calcestruzzo illegale e non”

L’abusivismo edilizio, vera specialità italica, contribuisce all’aggressione all’ecosistema marino e fluviale sia perché gli scarichi finiscono lì dentro in coerenza con l’illegalità che lo caratterizza sia perché usa il suolo senza alcun criterio paesaggistico e urbanistico.

Completano il quadro dell’abuso le grandi navi che muovono interessi economici forti in grado di coprire insensatezze come le “passeggiate” nella Laguna di Venezia o gli sfioramenti delle isole uno dei quali ha portato al naufragio della Costa Concordia.

Il quadro desolante è di classi dirigenti che non lavorano per il bene del Paese, ma sfruttano e mal governano potendo godere di un consenso ideologico di tanti italiani ai quali non interessa nulla di ciò che accade all’ambiente nel quale loro stessi vivono. Ancora una volta la mancanza di una cultura civile unificante e il culto degli interessi particolari si traducono in un modello di governo della società, del territorio e dello Stato che indica la profonda arretratezza dell’Italia rispetto ai più civili paesi europei.

Claudio Lombardi