L’Europa che verrà (forse)

No, l’Europa così non va. Se non cambia radicalmente va a morire. Occorrono scelte drastiche. E poi pessimismo dichiarato (da alcuni). Sfiducia che il nuovo Parlamento europeo possa imporsi sulle logiche intergovernative. Sfiducia anche sui neo eletti. Sembrerà strano, ma questo è il clima di un affollato incontro organizzato a Roma dal Centro studi europolitica e dal Movimento federalista europeo.

Giornalisti, docenti universitari, ricercatori, addetti ai lavori, più un discreto numero di semplici cultori della materia  hanno discusso intensamente per tre ore sui risultati delle elezioni europee. Il tono generale (con alcune eccezioni) è quello descritto all’inizio: critica, pessimismo, una ragionevole sfiducia, ma anche la determinazione di chi ha le idee ben chiare in testa. Se riteniamo ancora valido il motto reso celebre da Antonio Gramsci “pessimismo dell’intelligenza, ottimismo della volontà”, accanto alla parte analitica dovrebbe sempre esserci anche l’entusiasmo per una parte propositiva che indichi la direzione verso la quale andare. Che, infatti, c’è stata. E non potrebbe essere diversamente visto che gli organizzatori dell’incontro e (quasi) tutti quelli che hanno preso la parola condividono l’obiettivo del federalismo. E allora cos’è che li lascia insoddisfatti?

No, non è il successo elettorale di Salvini. E nemmeno l’affermazione delle liste sovraniste che, comunque, non pregiudica una maggioranza di europeisti nel Parlamento europeo. Non è questo il livello dell’analisi che ha prevalso nella discussione. L’Europa che si è affermata negli ultimi vent’anni ha tradito le aspettative di chi pensava che con il passaggio all’Unione e alla moneta comune la strada verso una dimensione politica era ormai stata imboccata. Invece è dai primi anni 2000 che tutto si è come congelato in attesa di una svolta che ancora non si vede e che non si sa se e come riuscirà a definirsi. In tanti anni nelle istituzioni europee e nelle politiche è cambiato pochissimo e l’euro si è trasformato in una serie di parametri contabili sempre più vuoti di senso perchè lasciati da soli a testimoniare un progetto che aveva ben altre ambizioni. Dando, ovviamente per acquisiti, stabilità nei cambi e tutela dalle bufere finanziarie.

Ancora e sempre gli stati hanno scelto di presidiare i loro interessi bloccando l’evoluzione verso la condivisione delle politiche. Ma l’opinione pubblica ha capito tutt’altro e prendersela con l’Europa è diventato un luogo comune fra i più abusati. Di ciò che accadeva realmente dentro i palazzi dell’Unione ben poco si sapeva o non veniva messo in risalto. Eppure per anni è stato quanto di più simile ad un acceso confronto tra”sovranismi” ci potesse essere tra stati che formalmente erano impegnati a costruire un’integrazione politica. Basti pensare che il dibattito più acceso e la più forte critica che si è sviluppata nell’ultimo decennio si è concentrata sul rigore richiesto nei conti pubblici. Rigore sì. Rigore no. La contabilità dei deficit e dei debiti come  principale se non unico terreno sul quale si misurava il vincolo dell’Unione. Quale messaggio è stato mandato alle opinioni pubbliche? Quali valori, quali fini che identificavano l’Europa nel mondo?

Qualcuno nel dibattito ha osservato che se le istituzioni europee si sono occupate di questioni di minore rilevanza (dalle cozze, alle mozzarelle, alle prese di corrente) trascurandone altre di ben maggiore impatto ciò è stato dovuto non ai “burocrati” di Bruxelles, bensì alle scelte imposte dai governi. Che ancora non si rendono conto che l’ambiente, le piattaforme informatiche e di comunicazione, la ricerca tecnologica, l’energia sono gli ambiti nei quali l’elaborazione di politiche europee non solo è urgente, ma è vitale. Attardarsi in modelli che risalgono a 40 anni fa e che mettono al centro i sussidi per l’agricoltura oppure regolamenti di dettaglio mette a rischio il futuro. L’Europa può riconquistare valore e senso se è capace di porsi come guida di livello continentale. Usa, Cina, India, Russia (e Africa nel futuro?): questi sono gli interlocutori con i quali si deve confrontare non un gioco di equilibri instabili raggiunti, di volta in volta, tra 28 paesi, ma una unione che ha una sua politica, un suo bilancio, una sua struttura di difesa.

Per assurdo bisogna ringraziare i sovranisti. Se in queste elezioni l’afflusso alle urne è stato rilevante lo si deve all’allarme che hanno suscitato. È un fatto che in campagna elettorale si è parlato di Europa per portare a segno un attacco e per reagire ad esso. Il filo conduttore è stato sempre quello dei migranti e dei soldi. E già solo questo rivela la miseria di ciò che è stato fatto dalle forze politiche che si definivano europeiste nel corso degli anni. Dove stavano i temi sui quali l’Europa doveva spiegare senso e finalità della sua esistenza? Perché per anni i governi (e le forze politiche che li guidavano) non hanno trovato di meglio che perpetuare la dimensione intergovernativa nella quale veniva etichettato come “Europa” ciò che era soltanto un accordo tra stati?

Restano enormi lacune nell’informazione delle opinioni pubbliche. E forse da qui si potrebbe ripartire. Bisognerebbe riprendere il lavoro daccapo, ed è probabilmente questa l’opportunità della fase storica che si apre: ricominciare. Per fortuna i sovranisti non molleranno e forse la paura potrà spingere molti ad uscire dalla riposante posizione di chi amministra un patrimonio dato per scontato.

Claudio Lombardi

Il discorso di Draghi a Pisa/1

Pubblichiamo in tre parti il discorso di Mario Draghi, presidente della Bce, in occasione del conferimento della Laurea honoris causa in Economia della Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa il 15 dicembre 2018.

Fra un mese si celebra il ventesimo anniversario della nascita dell’euro.

Sono stati due decenni molto particolari. Nel primo si è esaurito un ciclo finanziario espansivo globale durato trent’anni; il secondo è stato segnato dalla peggiore crisi economica e finanziaria dagli anni ’30. Da entrambi possiamo trarre utili lezioni, per ciò che occorre ancora fare.

L’unione monetaria è stata un successo sotto molti punti di vista. Dobbiamo allo stesso tempo riconoscere che non in tutti paesi sono stati ottenuti i risultati che ci si attendeva, in parte per le politiche nazionali seguite, in parte per l’incompletezza dell’unione monetaria che non ha consentito un’adeguata azione di stabilizzazione ciclica durante la crisi. Occorre ora disegnare i cambiamenti necessari perché l’unione monetaria funzioni a beneficio di tutti i paesi e realizzarli il prima possibile, ma spiegandone l’importanza a tutti i cittadini europei.

PERCHE’ “UN MERCATO E UNA MONETA”

Il mercato unico è visto non di rado come una semplice trasposizione del processo di globalizzazione a cui nel tempo è stata tolta persino la flessibilità dei cambi. Non è così. La globalizzazione ha complessivamente accresciuto il benessere in tutte le economie, soprattutto di quelle emergenti, ma è oggi chiaro che le regole che ne hanno accompagnato la diffusione non sono state sufficienti a impedirne profonde distorsioni. L’apertura dei mercati, senza regole, ha accresciuto la percezione di insicurezza delle persone particolarmente esposte alla più forte concorrenza, ha accentuato in esse il senso di essere state lasciate indietro in un mondo in cui le grandi ricchezze prodotte si concentravano in poche mani. Il mercato interno, invece, sin dall’inizio è stato concepito come un progetto in cui l’obiettivo di cogliere i frutti dell’apertura delle economie era strettamente legato a quello di attutirne i costi per i più deboli, di promuovere la crescita, ma proteggendo i cittadini europei dalle ingiustizie del libero mercato. Questa era senza dubbio anche la visione di Delors, l’architetto del mercato interno.

L’obiettivo del mercato unico fu delineato in un momento di debolezza dell’economia europea. Il tasso di crescita dei dodici paesi che in seguito avrebbero formato l’area dell’euro, dopo essersi attestato al 5,3% annuo dal 1960 al 1973, si abbassò al 2,2% all’anno dal 1973 al 1985; similmente, il prodotto potenziale aveva rallentato dal 5% annuo all’inizio degli anni ’70 a circa il 2 all’inizio del decennio successivo.

La risposta dei governi alla bassa crescita fu di aumentare i deficit di bilancio. Dal 1973 al 1985 i disavanzi pubblici furono in media il 3,5% del PIL nei futuri paesi dell’area dell’euro a 12, il 9% in Italia. Negli stessi paesi la disoccupazione salì in media dal 2,6 al 9,2% e dal 5,9 all’8,2% in Italia. Per rilanciare la crescita, l’Europa aveva già a disposizione uno strumento efficace: il mercato unico. Ma una delle ragioni importanti del rallentamento nella crescita del prodotto potenziale era la stagnazione del commercio interno CEE all’inizio degli anni ’70, poiché il mercato comune europeo riguardava essenzialmente prodotti intermedi maturi, la cui crescita iniziava a declinare. Gli scambi dei prodotti di settori innovativi ad alto contenuto di R&S e di lavoro qualificato erano ancora intralciati dalle barriere non tariffarie che ostacolavano i trasferimenti di produttività. Rimuovendo queste barriere, il progetto del mercato unico puntava a rilanciare la crescita e l’occupazione. Ma non si esauriva in ciò, perché mirava anche a garantire una rete di protezione capace di sostenere i costi sociali del cambiamento che ne sarebbe inevitabilmente derivato e creava il terreno politicamente più favorevole per far avanzare il processo di integrazione europea, anch’esso reso più arduo dalla crisi degli anni ’70.

Fu proprio il progetto del mercato interno che consentì all’Europa, a differenza di quello che accadeva su scala globale, di imporre i propri valori al processo di integrazione, di costruire cioè un mercato che fosse, per quanto possibile, libero ma giusto. La regolamentazione dei prodotti poteva essere utilizzata non solo per tutelare i consumatori dai bassi standard qualitativi vigenti in altri paesi e per proteggere i produttori dalla concorrenza sleale, ma anche per porre un freno al dumping sociale ed elevare gli standard delle condizioni di lavoro.

Per questi motivi il mercato interno si accompagnò, a metà degli anni Ottanta, a un rafforzamento delle regole comuni nella CE e dei poteri di controllo giurisdizionale. All’apertura dei mercati si accompagna la protezione della concorrenza leale con la creazione dell’antitrust; gli standard regolamentari divennero più cogenti, ad esempio con l’obbligo dell’indicazione della provenienza geografica per prodotti alimentari specifici. Le clausole di salvaguardia fondamentali del modello sociale europeo furono progressivamente incorporate nella legislazione comunitaria, nelle aree di competenza di quest’ultima.

La Carta dei diritti fondamentali ha impedito una corsa al ribasso dei diritti dei lavoratori. È stata introdotta una specifica legislazione per limitare le pratiche di lavoro scorrette, come è avvenuto ad esempio quest’anno con la revisione della direttiva sui lavoratori distaccati. La legislazione europea tutela le persone a maggior rischio occupazionale, come nel 1997 la direttiva sui lavoratori a tempo parziale e a tempo determinato. Un anno fa le istituzioni europee hanno sottoscritto il pilastro europeo dei diritti sociali, riguardante le pari opportunità e l’accesso al mercato del lavoro, l’equità delle condizioni di lavoro, la protezione sociale e l’inclusione.

La legislazione europea non ha condotto a una completa armonizzazione dei sistemi di protezione sociale nei vari paesi membri, ma il divario in termini di standard qualitativi delle condizioni di lavoro è gradualmente diminuito, anche dopo l’entrata nell’Unione di paesi a più basso reddito pro capite. Nonostante il rallentamento osservato negli ultimi anni, varie ricerche condotte mostrano un processo di convergenza in importanti comparti della spesa sociale in rapporto al PIL relativamente sostenuto a partire dal 1980. Non così in ambito internazionale.

Con il mercato unico che richiedeva una maggiore stabilità dei tassi di cambio di quanto non avvenisse in un’area di libero scambio, si manifestarono peraltro importanti trade-off per la politica economica; lo chiarì Padoa-Schioppa in un suo famoso contributo sul “quartetto inconsistente”: se i paesi europei volevano beneficiare del libero scambio tra di loro, non potevano avere allo stesso tempo mobilità dei capitali, indipendenza della politica monetaria e un tasso di cambio fisso. I vari paesi inizialmente affrontarono questo dilemma cercando sì di mantenere i cambi fissi, ma introducendo i controlli sui movimenti di capitale a breve. Ciò permise di mantenere una certa autonomia nelle politiche monetarie ma, col progredire dell’integrazione finanziaria e con la progressiva abolizione dei controlli sui capitali nel corso degli anni ’80, i cambi fissi divennero insostenibili. Nel sistema monetario europeo, i paesi le cui valute erano legate al marco tedesco dagli accordi di cambio dovevano, di fronte alle tempeste finanziarie internazionali di quegli anni, prendere periodicamente la decisione se mantenere una politica monetaria indipendente e svalutare o mantenere il cambio agganciato al marco e perdere ogni sovranità sulla politica monetaria.

Data la frequenza con cui queste decisioni si presentavano ai policy maker, alcuni paesi persero sia i benefici della stabilità dei cambi, sia la sovranità sulla loro politica monetaria. I costi sociali per questi paesi furono altissimi. Il processo si concluse con la crisi valutaria del 1992-93, quando fu chiaro che i paesi entrati in recessione non avrebbero potuto continuare ad alzare i tassi di interesse per inseguire quelli tedeschi. D’altra parte, una politica di svalutazioni reiterate mal si conciliava con la costruzione del mercato unico.

La situazione veniva ben descritta nelle parole del premio Nobel Robert Mundell, l’artefice della teoria delle aree valutarie ottimali: “Non riuscivo a capire perché dei paesi intenti a formare un mercato unico dovessero subire una nuova barriera al commercio sotto forma di incertezza sull’andamento dei loro tassi di cambio”.

La flessibilità dei tassi di cambio avrebbe indebolito il mercato unico in due modi. In primo luogo avrebbe ridotto l’incentivo delle imprese residenti nel paese che svalutava ad accrescere la produttività, perché avrebbero potuto – sia pur temporaneamente – elevare la competitività senza aumentare il prodotto per addetto. L’Europa sperimentò ripetutamente come questa via fosse tutt’altro che efficace. Dal varo dello SME nel 1979 alla crisi del 1992 la lira venne svalutata 7 volte rispetto al DM (marco tedesco), perdendo cumulativamente circa la metà del suo valore rispetto a questa valuta. Eppure, la crescita media annua della produttività in Italia fu inferiore a quella dei futuri paesi dell’area dell’euro a 12 nello stesso periodo, la crescita del PIL fu pressappoco la stessa di quella dei partner europei e il tasso di disoccupazione aumentò di 1,3 punti percentuali. Al contempo, l’inflazione al consumo toccò cumulativamente il 223% contro il 103% dei futuri paesi dell’area dell’euro a 12.

In secondo luogo, il progetto del mercato unico sarebbe stato a lungo andare compromesso se gli sforzi delle imprese volti ad accrescere la produttività fossero stati vanificati da politiche di “beggar thy neighbour” degli altri paesi attraverso svalutazioni ripetute. L’apertura dei mercati non sarebbe durata.

L’Europa aveva del resto sperimentato con la Politica Agricola Comune quali potessero essere i problemi generati dai cambiamenti nei valori relativi delle valute negli anni ’60. In assenza di una moneta unica, la PAC si basava su prezzi definiti in unità di conto. Nel 1969 la rivalutazione del marco tedesco e la corrispondente svalutazione del franco francese incrinarono la fiducia dei mercati a seguito delle richieste degli agricoltori colpiti di essere compensati per le perdite subite. Il problema fu affrontato introducendo compensazioni monetarie per mitigare gli effetti di improvvise variazioni dei prezzi agricoli a seguito di repentini aggiustamenti delle parità dei cambi. Questa soluzione si rivelò tuttavia di macchinosa realizzazione e incapace di impedire l’emergere di significative distorsioni nella produzione e nel commercio, con l’effetto di avvelenare le relazioni nella Comunità.

In sintesi, una moneta unica rappresentava, per lo meno in linea di principio, un modo per sfuggire ai dilemmi del “quartetto inconsistente”, offrendo ai paesi la possibilità di mantenere stabili i tassi di cambio e quindi di godere dei benefici dell’apertura all’interno del mercato unico, contenendone allo stesso tempo i costi.

Come sappiamo, non tutti i paesi che entrarono nel mercato unico aderirono allo stesso tempo anche all’euro. Alcuni paesi, come la Danimarca, agganciarono le proprie valute alla moneta unica. Per altri il mercato unico rappresentò l’anticamera dell’euro. Altri cinque paesi adottarono l’euro nei primi dieci anni e altri tre nei dieci anni successivi, mentre alcune economie più piccole non l’hanno ad oggi introdotto. Il caso del Regno Unito, l’unica grande economia che scelse di rimanere fuori dall’area dell’euro è particolare, non solo per motivi politici ma anche per ragioni strutturali, come la bassa sensibilità dei prezzi alle variazioni del tasso di cambio in passato.

La lezione europea del voto greco (di Paolo Acunzo)

Europa in bilicoNon sono un esperto di politica interna ellenica, ma è innegabile che il risultato elettorale che ha portato alla formazione del primo governo Tsipras per tanti motivi avrà forti ripercussioni nei precari equilibri comunitari. In primis è stata una campagna elettorale tutta giocata su tematiche europee che toccavano direttamente il popolo greco: austerità, restituzione del debito, fiscal compact, Troika, etc.

La scelta greca su questi temi per forza di cose avrà risvolti anche all’interno della UE. Solo per citare alcuni casi sarà più difficile avere quella unanimità all’interno del Consiglio spesso necessaria per prendere alcune importanti decisioni; nel Board della BCE il bazooka di Draghi ora non dovrà vedersela solo con i falchi del rigorismo teutonico, ma anche con quelli opposti ellenici; finalmente il tentativo lanciato con la candidatura del leader greco alla Presidenza della Commissione europea ha raggiunto il suo obiettivo: trasformare una profonda crisi nazionale in una questione dirimente per decidere il futuro dell’integrazione europea.

Ormai da più parti si dice “ma se è stato possibile in Grecia perche no qui da noi ?”. Incredibilmente ciò da’ credito e speranze a tutto quel variegato mondo “contro questa Europa” a priori che si collochi tradizionalmente a destra o a sinistra. Trasversalità confermata dalla neo maggioranza greca che ha inglobato anche le istanze più smaccatamente euroscettiche e nazionaliste di una piccola forza fuoriuscita dal principale partito del centro destra, al fine di  formare un governo delle piccole intese in grado di rappresentare meglio a Bruxelles l’unità del popolo greco.

alleanze TsiprasUn modello in quanto tale è impossibile che si possa replicare sic et simpliciter ovunque, ma appunto diventa un simbolo che farà da apripista di percorsi politici simili anche in altri paesi, come già sta accadendo in Spagna con Podemos.

Ma la vera domanda a cui è troppo presto dare una risposta verte su quale sarà la lezione imparata dalle cancellerie nordiche e dalle istituzioni di Bruxelles da questo voto. Si continuerà a procedere con un dialogo tra sordi dove si farà finta che niente è cambiato incentivando quello scontro che porta inesorabilmente ad un “prendere o lasciare” il pacchetto così come è ? O si riuscirà a trovare un nuovo metodo extra contabile che ponga l’obiettivo di uno sviluppo dell’integrazione politico-sociale europea prima di quella economica-finanziaria senza Stato ?

Il rischio è alto per l’Unione europea. Dipenderà tutto da come si muoveranno i soggetti in campo. Se riusciranno ad uscire dal loro opposto radicalismo in nome del sommo bene comune europeo al fine di realizzare un equo benessere e lo sviluppo sostenibile per tutti i cittadini.

La Grecia ha fatto la prima mossa e solo il tempo dimostrerà se questa scelta del popolo greco sarà stata un bene o meno per un armonioso rilancio dell’integrazione del continente. Ma ora tocca all’Europa non far finta di niente e dimostrare di aver imparato la lezione, a cominciare dalla realizzazione di un reale New Deal 4 Europe che vada ben oltre la proposta di un piano di sviluppo senza prevederne forme adeguate di risorse proprie per finanziarlo.

Solo profondamente ripensando se stessa secondo il modello federale l’Unione europea sarà in grado di dare quelle risposte sociali per la crescita di tutti i suoi cittadini, senza le quali una deriva euroscettica e nazionalista già si intravede dietro l’angolo. Speriamo che Tsipras, Junker e tutti gli altri protagonisti siano all’altezza delle sfide aperte in questa delicata fase storica dell’integrazione politica europea.

Paolo Acunzo

pacunzo@hotmail.com

L’Europa quotidiana che migliora la vita di molti (di Liliana Ciccarelli)

europa unitaA dodici anni dall’introduzione dell’euro, che segna nel bene e nel male un momento alto di integrazione, viviamo uno stato di delusione collettiva purtroppo legittimato dalla reazione ad una crisi economica che invece di unire ha diviso i Paesi dell’Unione Europea.

Il progetto iniziale di comunità europea era coraggioso, quasi impossibile, eppure era anche l’unica via d’uscita dai disastri della prima e della seconda guerra mondiale. Se, dopo la prima guerra mondiale, l’idea europeista era un “programma” di élite di intellettuali politicamente impegnati, dopo la seconda diventa un obiettivo di politica internazionale concreto per evitare che gli stati europei creassero le condizioni per un nuovo conflitto.

Per Spinelli e per i federalisti europei, l’Europa federata non era solo la fine dello Stato nazione, ma la condizione per la nascita di una nuova democrazia, di un nuovo patto sociale (cfr. Storia e politica dell’Unione Europea, G. Mammarella – P.Cacace, ed. Laterza.). Obiettivo audace e che, a tutt’oggi, è ben lontano dall’essere realizzato.

Oggi l’Europa appare un dato scontato, abbiamo con la moneta unica “l’Europa in tasca”, giriamo senza alcun bisogno di passaporto, abbiamo la possibilità di scegliere direttamente i parlamentari europei che siederanno in un Parlamento con maggiori poteri, il prossimo presidente della Commissione europea sarà anche espressione della maggioranza politica che scaturirà dalle elezioni. Eppure tutto questo non basta a farci sentire davvero cittadini europei perché l’unione europea è rimasta a metà.

generazione erasmusQuelli che, forse, si sentono veramente cittadini europei sono i giovani della cosiddetta “generazione Erasmus”. Gli studenti Erasmus nel 2013 sono stati quasi 250mila in tutta Europa. Dal 2014 al 2020 sono stati stanziati 16 miliardi per 4 milioni di borse e si stima che nel 2020 gli ex Erasmus saranno 7 milioni. É un tassello importante di esperienze concrete di partecipazione attiva dei cittadini e dei giovani alla creazione di uno spazio politico, sociale e culturale dell’Unione Europea.

C’è tuttavia un livello di quotidianità, alla portata di tutti, che dovrebbe riconsegnarci ad una appartenenza alla cittadinanza europea, del quale forse non siamo pienamente consapevoli e che rappresenta uno degli elementi di forza e uno dei pilastri dell’Unione Europea: siamo cittadini consumatori e utenti che operano in un mercato unico utilizzando non solo la stessa moneta, ma godendo delle stesse tutele e garanzie.

A chiedere o garantire tutela per 3 milioni di pendolari italiani non è il nostro Governo di turno, ma la Commissione Europea che pochi giorni fa ha deferito l’Italia alla Corte di Giustizia europea per non aver recepito la normativa comunitaria in materia di diritti dei passeggeri nel trasporto ferroviario (parità di accesso al trasporto per evitare discriminazioni, diritto di avere informazioni in tutte le fasi del viaggio, diritto al rimborso del prezzo del biglietto in caso di soppressione o ritardi prolungati, diritto a un servizio di trasporto alternativo in caso di ritardi prolungati o soppressione del servizio, diritto a un livello minimo di assistenza nelle stazioni e a bordo dei treni). Insomma tutte cose concrete, non chiacchiere.

diritti consumatoreE ancora, è grazie al recepimento della direttiva europea sui consumatori che, a partire dal prossimo 14 giugno, entrerà in vigore il nuovo codice del consumo con importanti migliorie per il consumatore (in caso di servizi o beni non richiesti sarà possibile non pagare la prestazione e in caso di acquisti a distanza passano da 10 a 14 i giorni per esercitare il diritto di recesso). I nuovi diritti dei consumatori riguardano anche la consegna del bene in quanto in caso di merce danneggiata risponderà direttamente il venditore.

Dal 2015 inoltre, sempre in attuazione di direttive comunitarie, saranno ulteriormente agevolate le procedure di risoluzione delle controversie per i consumatori con l’intento di evitare cause giudiziarie lunghe e costose.

Il Parlamento europeo inoltre, attraverso l’ordine di protezione europeo, interviene anche in tema di protezione delle vittime di reati. Il Parlamento ha approvato nuove norme, in vigore dal 2015, volte ad assicurare che chiunque goda di protezione in un paese dell’UE ottenga una protezione simile se si trasferisce in un altro paese dell’Unione (oggi la protezione cessa alle frontiere). La copertura di tali tutele riguarderà tutte le vittime di reati tra cui molestie, rapimento, stalking e tentato omicidio, oltre alla violenza di genere.

E ancora in tema di salute la Direttiva 2011/24/Ue ha definito regole chiare per facilitare l’accesso a servizi sanitari sicuri e di elevata qualità nell’Unione Europea, assicurando la mobilità dei pazienti che cercano servizi sanitari in un altro Stato Membro.

L’Europa quindi non chiede solo rigore, ma si occupa anche di tutela dei diritti.

È bene sapere che al momento sono pendenti 114 procedure di infrazione nei confronti dell’Italia per mancato recepimento di direttive comunitarie che riguardano settori più disparati con notevole impatto sulla vita quotidiana (consultabili http://eurinfra.politichecomunitarie.it/ElencoAreaLibera.aspx).

Gli esempi di quanto l’Europa incida nel nostro quotidiano potrebbero essere davvero molti altri eppure l’Europa rischia di restare sempre e “solo” quella del mercato unico o quella del rigore ottuso. Prima di dire Europa sì o Europa no bisogna sapere bene di cosa veramente si parla e non farsi abbagliare da slogan che trasformano una crisi di guida politica europea in un male assoluto. A sfasciare si fa presto, a costruire no, ci vuole tempo e intelligenza e molti cercano soluzioni semplici, drastiche  e immediate. La migliore garanzia per disastri sicuri

Liliana Ciccarelli

L’Europa che vorremmo (di Angelo Ariemma)

europa unitaAncora riflessioni sull’Europa. Lo spunto viene da due libri, che da punti di vista diversi, arrivano alla stessa conclusione: occorre dare vita a una Federazione europea. Il monito, già lanciato da Altiero Spinelli ed Ernesto Rossi nel 1941 con Il Manifesto di Ventotene, diventa oggi ancora più attuale.

L’UE si è costruita secondo la strategia, promossa da Jean Monnet, dei piccoli passi, che ha mietuto successi, ma anche molte crisi, ogni qual volta i revanscismi nazionalisti si sono frapposti alla costruzione di una unità politica dell’Europa. Ricordiamo solo l’opposizione di De Gaulle alla Comunità di Difesa, o il naufragio della proposta di Costituzione promossa da Spinelli nel 1984, approvata dal Parlamento europeo, ma respinta dai Governi nazionali, in favore del misero “Atto unico” del 1987.

globalizzazioneOra la crisi economica ripropone la questione. Di fronte alla globalizzazione gli Stati nazionali sono impreparati ad affrontare una economia che non guarda più alle frontiere. La grande intuizione del Manifesto di Ventotene fu proprio quella di dichiarare la fine della funzione storica degli Stati-nazione. Adesso i nodi vengono al pettine. Dopo la diarchia franco-tedesca, ora assistiamo a un confronto-scontro tra una Merkel disposta a cedere un po’ di sovranità pur di mantenere salda la barra del rigore economico e un Hollande che propende maggiormente alla solidarietà, ma non vuole cedere nulla della propria sovranità nazionale. Mentre gli altri stati si vedono imporre norme e regole dettate altrove. Per dare nuovo slancio all’Europa, al suo modello socio-politico, la sola strada percorribile è quella della Federazione, che si dia istituzioni democraticamente elette e controllabili a livello europeo.

Vediamo ora come questi due libri affrontano il tema.

lavoratori GermaniaBeck (U. Beck, Europa tedesca, Roma-Bari, Laterza, 2013) punta il dito sullo scarto che si è creato tra le istituzioni europee, ferme a un chiuso rigore economico, e la vita degli individui che tale rigore subiscono, come ingiusta mannaia che cade dall’alto. Scarto che favorisce la Germania e il suo senso di corretta prassi economica. Scarto che rischia di far deflagrare l’euro e l’UE stessa. In fondo, l’analisi di Beck parte dalla stessa consapevolezza che ha mosso Spinelli: lì fu la guerra, qui è la crisi economica: “il ramo finanziario globale non può più essere regolato a livello nazionale” (p.31); devono quindi cambiare le categorie del politico: “Si tratta di eventi letteralmente mondiali, che permettono di constatare l’interconnessione sempre più stretta degli spazi d’azione e di vita e che non possono più essere colti con gli strumenti e le categorie di pensiero e azione dello Stato nazionale” (p.22).

frontiereLaddove lo Stato, di fronte alla crisi, si chiude in sè, nella vecchia logica di amico-nemico, ora, nella dinamica del rischio, occorre invece aprirsi all’altro, comprenderne le ragioni, e darsi reciproca solidarietà. Invece la forza economica di una Germania che vuole imporre la sua ricetta agli altri, rischia di far naufragare l’intero progetto europeo, trascinando nel baratro la stessa economia tedesca, che da sola non potrebbe reggere la globalizzazione. Ecco quindi lo scatto che si impone agli uomini europei: non solo elaborare una nuova struttura istituzionale; non solo vivere i tanti vantaggi dell’UE (viaggiare, studiare, lavorare, in Europa) come acquisiti e superflui, ma rendersi conto che sono la nostra vita, che non si può tornare indietro, ai nazionalismi e ai facili populismi, e solamente con più Europa si avrà più libertà, più sicurezza sociale, più democrazia; “abbiamo allora bisogno di una campagna di alfabetizzazione cosmopolitica per l’Europa” (p.76-77), di un nuovo contratto sociale, che dal basso faccia nascere la Federazione europea, dotata di un potere democraticamente eletto, e di un proprio bilancio, che le istituzioni europee possano gestire per il bene comune.

stati uniti d'europaNell’altro libro (E. Fazi-G. Pittella, Breve storia del futuro degli Stati Uniti d’Europa, Roma, Fazi, 2013), lo stesso titolo impone una riflessione sulla costruzione di una vera Federazione europea. Gli autori ritengono che la crisi parta dalla messa in mora degli accordi di Bretton Woods da parte dell’amministrazione Nixon negli anni ’70, quando fu abolita la parità aurea del dollaro. Il venir meno di quell’accordo ha privato gli Stati del controllo sulla finanza, che via via, attraverso l’apertura dei mercati e la globalizzazione, si è mostrata libera da ogni vincolo, fino all’attuale deflagrazione, che rende la speculazione finanziaria padrona dei destini delle nazioni e dei cittadini.

L’euro ha rappresentato il tentativo di porre rimedio alla caduta di Bretton Woods, a cui necessariamente avrebbe dovuto far seguito una graduale maggior integrazione economica e politica dell’UE. Purtroppo la miopia dei governanti succedutisi ai di Maastricht, e il mito dell’ideologia liberista, a cui tali governanti si sono piegati, ha ostacolato il percorso sulla strada dell’integrazione europea.

crisi EuropaLa crisi economica, causata appunto dall’esplodere di una bolla speculativa, ha rimesso all’ordine del giorno la questione di tale integrazione, che superi le reciproche diffidenze fra gli Stati, i quali, presi singolarmente, non avrebbero possibilità di scampo di fronte alla globalizzazione incontrollata.

Gli autori non sono avari di suggerimenti e propongono l’istituzione di Eurobond, di una fiscalità europea, dell’unione bancaria, di un bilancio autonomo dell’UE; a cui deve far seguito una democratizzazione del livello decisionale, con un Parlamento europeo che sia responsabile delle decisioni europee e controlli una Commissione eletta dal popolo europeo. Hic Rodus, hic salta: il tempo è ora; tra meno di un anno si voterà per il Parlamento europeo, e questo Parlamento dovrà avere una funzione costituente della Federazione europea, magari ristretta a quegli Stati che vorranno starci, lasciando per ora fuori chi, come la Gran Bretagna, vuol restarsene isolato. Solamente un’Europa unita e forte potrà tentare di imporre un nuovo accordo internazionale, tipo Bretton Woods, che faccia da argine alla speculazione finanziaria: “La battaglia tra mercati e democrazia sarà quindi decisiva per il futuro degli Stati Uniti d’Europa. Solo sottraendosi al ricatto dei mercati finanziari, si potrà creare un’Europa indipendente. Anzi sarà proprio attraverso questo confronto che prenderà forma quello spazio politico transnazionale europeo auspicato da tutti gli europeisti. Per sconfiggere i mercati finanziari c’è bisogno di una democrazia forte che possa appoggiarsi sull’unica istituzione direttamente legittimata dai cittadini europei, il Parlamento europeo. Le prossime elezioni del 2014 saranno decisive perché consentiranno al Parlamento europeo di assumere di fatto un ruolo costituente” (p.184-185).

futuro EuropaPurtroppo non possiamo non constatare come oggi non solo la globalizzazione ha ristretto gli spazi, ma anche i tempi sono notevolmente accorciati. Così, sia le elezioni italiane, sia quelle tedesche, hanno mostrato il loro volto antieuropeista, mentre tutta la discussione politico-mediatica torna a occuparsi delle tematiche nazionali e a parlare di Europa solo in termini negativi, abbagliando l’opinione pubblica nel suo vacuo e deleterio localismo, che non fa che dare sempre più peso a una speculazione finanziaria sempre più incontrollata.

Ma “l’Europa non cade dal cielo”, come diceva Altiero Spinelli; a allora siamo qui, nel nostro piccolo, nani sulle spalle di un gigante, a portare avanti la sua battaglia, quella battaglia per la quale ha voluto spendere l’intera sua esistenza.

Angelo Ariemma tratto da www.lib21.org

W la Libertà, W l’Europa: avanti per un’Europa federale (di Salvatore Sinagra)

giovani europeiInizi di luglio, Reggio Emilia, al Politicamp di Civati – W LA LIBERTA’ – , si parla di Europa. E se ne parla in modo diverso da come se ne parla nel dibattito politico corrente. In Italia, purtroppo, il dibattito sull’Europa è stato banalizzato e la politica nazionale prende sotto gamba le elezioni europee, che sono percepite come sondaggi e come strumenti di attribuzione di quote millesimali all’interno degli schieramenti. Oggi come non mai un dibattito di qualità sull’Europa è importante, perché la prossima primavera, dai risultati elettorali potranno discenderanno importanti conseguenze tra cui una nuova composizione e un nuovo presidente della Commissione europea.

Al Politicamp, si è sfuggiti al rischio di svolgere un dibattito oscillante tra qualche posizione euroscettica in platea e tanta ironia sui risultati portati a casa dal governo Letta. Invece, è emersa la presenza, forte e determinata, di quella che sovente chiamiamo forza federalista.

politicampLe tematiche dell’integrazione europea sono state presidiate autorevolmente da Fabrizio Barca, da due rappresentanti del circolo PD di Bruxelles e da diversi militanti federalisti e delle organizzazioni europee delle forze progressiste e così sono emerse idee forti e anche abbastanza circostanziate.

Ad esempio si è chiesto a tutti di mettere da parte l’idea di Europa Matrigna senza cuore ai comandi della Signora Merkel, affermando che è possibile creare un’Europa alternativa a quella decisa nei vertici politici e burocratici. Un’altra Europa unita rispetto a quella delle destre. Molti federalisti, inoltre, hanno urlato la convinzione secondo cui non si esce dalla crisi con meno Europa, ma con più Europa e con un’Europa completamente diversa: un’Europa federale.

stati uniti d'europaGli interventi federalisti sono stati in gran parte di ragazzi e ragazze, che oggi, nonostante il DataGate, credono  che tutti coloro che vogliono un mondo migliore trovino ancora una sponda in chi sta al vertice della Casa Bianca. Gli Stati Uniti d’Europa potrebbero davvero essere una svolta per il mondo intero. Gli Stati Uniti d’Europa potrebbero dare impulso alla riforma del Consiglio di Sicurezza dell’ONU e farci avvicinare ad un sistema capace di dare risposte alle piazze ormai caldissime di mezzo mondo, ad un sistema in cui le guerre diventino sempre più rare e gli interventi militari limitati a quelli chiesti o autorizzati dal Consiglio di Sicurezza dell’ONU.

Chiaramente tutto questo sarà possibile solo con una vera Unione Politica, con una  UE che non sia più solo identificata con una moneta di un’area di libera circolazione di persone, mezzi e capitali, ma diventi  la più grande arena politica del mondo, dove la destra e la sinistra si confrontino, sulla base delle “visioni d’Europa” (e del mondo) per i prossimi trent’anni.

Discutendo delle prossime elezioni europee è emerso il timore di un’ennesima campagna banale e disinformata, così come dubbi  sulla composizione della prossima Commissione europea che ha le sue belle responsabilità sulla lentezza nella costruzione dell’Europa integrata. Certo nessuno si è augurato un terzo mandato Barroso. È auspicabile che siano altri a guidare la prossima Commissione; le personalità non mancano come il presidente del Parlamento Europeo Martin Schulz o come quello dell’indiscusso leader dell’Alleanza dei liberali e democratici Guy Verhofstadt.

giovani europeiL’Europa politica passa sicuramente per le riforme, tuttavia prima di invocare modifiche dei trattati, nuove strutture istituzionali ed una costituente europea, che pure sono necessari, occorre iniziare a parlare di Europa a tutti i livelli politici: nei circoli dei partiti, negli organi delle suddivisioni territoriali dello Stato, nei parlamenti nazionali. Occorre strutturare partiti europei, con programmi europei e leader europei.

L’Europa o sarà buona politica o non avrà futuro, e la buona politica non si può limitare  a considerazioni su quanta moneta debba stampare la BCE  e su cosa debba farci.

Bisogna augurarsi che da qui alle elezioni europee della prossima primavera ci siano tante altre iniziative di confronto come quella di Reggio Emilia, in cui ci si parli non solo tra addetti ai lavori, ma si ascolti la voce dei cittadini. I partiti devono ancora prendere coscienza che per avere più Europa occorre più politica e per avere più politica occorre una sana competizione tra diverse visioni d’Europa. Indietro non si torna, pensare di separarsi dall’Europa è un non senso geografico, culturale e politico. Non separarsi, però, non significa accettare tutto. Per questo serve la consapevolezza e la partecipazione dei cittadini.

Salvatore Sinagra

La grande crisi: tante diagnosi, poche ricette (di Salvatore Sinagra)

Nel 2008, a seguito del credit crunch il mondo intero o, almeno, il mondo progredito, è caduto nella più grande crisi che sia registrata dopo il ’29. Particolarmente gravi sono state le conseguenze nei paesi mediterranei dell’Unione Europea, Italia compresa, le cui economie erano già caratterizzate da squilibri di diversa tipologia e diversa intensità.

crisi2La crisi, nonostante le dichiarazioni rassicuranti di taluni politici (Berlusconi e Tremonti per primi) e nonostante il qualunquismo di molti, si è subito fatta sentire anche in Italia e ancor più dura è stata negli altri paesi mediterranei, Portogallo, Spagna, Grecia e Cipro. Paesi colpiti dalla crisi, ma non con gli stessi problemi di finanza pubblica ossia di debito dello stato e di deficit di bilancio.

A parte la Grecia, paese nella sostanza in default perché i debiti non sono stati pagati e si è dovuti ricorrere all’hair cut ossia al taglio di parte dei debiti, le situazioni di Italia, Portogallo e Spagna sono qualitativamente simili, e solo quantitativamente diverse. Il dato di fatto è che si tratta di paesi che si sono impegnati con la famigerata troika ad una veloce correzione dei conti che ha comportato drastici tagli alla spesa ed un contestuale aumento della pressione fiscale. Attenzione, però, a non ritenere che, senza i vincoli esterni, i paesi mediterranei oggi non avrebbero gran parte dei loro problemi. È un fatto che Spagna, Portogallo e Italia sono schiacciati tra l’incudine della necessità di rispondere ai mercati finanziari avvicinandosi velocemente al pareggio di bilancio e il martello dell’economia reale, che necessiterebbe di misure di stimolo quali investimenti pubblici ed il taglio delle tasse.

L’Italia ha, comunque una posizione particolare. Il suo problema è, come noto, l’elevatissimo debito pubblico, superiore al 100% del prodotto interno lordo dalla fine degli anni ottanta in poi e sempre in crescita con poche e brevi parentesi di diminuzione durante i governi di centro sinistra.

Di ricette abbozzate ne abbiamo lette e sentite molte, di soluzioni complete e credibili poche. Politici, economisti e giornalisti, solitamente grandi produttori di idee paiono brancolare nel buio.

E’ innegabile che non sia facile pensare a fermare la crescita del debito o, perlomeno, a mantenerlo stabile e impegnarsi sulla crescita dell’economia. In merito solo qualche riflessione.

Io partirei da due punti fermi: il primo è la necessità di azioni sinergiche tra l’Unione Europea ed i suoi membri; il secondo che paesi come l’Italia, che hanno accumulato enormi debiti nel corso degli anni, non possono pensare di ridurre i debiti solo a colpi di avanzi primari.cooperazione1

Quando immagino una gestione congiunta e coordinata della crisi da parte di Stati ed Unione non posso fare altro che pensare ad un’evoluzione federale dell’Unione ed ad una mutualizzazione di almeno una parte del debito pubblico. Penso ad almeno dieci o quindici paesi dell’area euro che convergono, nell’arco di alcuni anni, su un modello economico comune e che in politica estera parlano con una voce sola. Nel breve periodo sarebbe auspicabile che alla luce del fatto che gli Stati devono accollarsi l’austerità, l’Unione si faccia carico della crescita, e che con un budget accresciuto, finanzi investimenti per la crescita e un vero e proprio piano per l’inclusione sociale.

Chiaramente anche gli Stati devono fare la loro parte, cominciando con una vera e propria operazione di efficienza nel settore pubblico, ovvero impegnarsi per tagliare le spese senza pregiudicare la qualità dei servizi. L’esempio di tanti paesi del nord Europa dimostra che ciò è possibile.

Sarebbe, inoltre, opportuno che in paesi come l’Italia si pensasse ad interventi straordinari, miranti alla riduzione del debito pubblico, senza gravare (troppo) sul prodotto interno lordo e sulla crescita. Una patrimoniale una tantum, una riduzione delle riserve auree ed una vendita dei beni pubblici non necessari potrebbero essere le soluzioni per raggiungere questo obiettivo.

Infine pare ovvio che i paesi mediterranei, ma l’Italia in particolare, debbano condurre una lotta senza precedenti all’evasione fiscale ed alla corruzione; pare talmente ovvio che non si comprende bene per quale motivo si sia ancora così indietro su tali fronti. La lotta all’evasione fiscale ed alla corruzione non sono ricette per uscire dalla crisi, ma un prerequisito minimo ed essenziale per la tenuta di qualsiasi sistema economico e sociale.

Salvatore Sinagra

L’Italia sul crinale (di Claudio Lombardi)

Gli avvenimenti di questi giorni ci dicono che siamo sul crinale. Possiamo andare avanti e imboccare la via d’uscita giusta per la ricostruzione dell’Italia o possiamo precipitare senza più freni nella crisi.

Italia bilicoI dati nudi e crudi parlano di un’economia che va male, di un popolo che sta arretrando verso condizioni di vita che erano state superate nel passato, di uno stato inefficiente e colonizzato da gruppi di potere e da affaristi che, nonostante l’azione della magistratura, hanno avuto il tempo di fare danni gravi. Le condizioni del Paese sono ben rappresentate dalle strade della capitale che, ad ogni pioggia, si sgretolano per l’incuria di anni, per una manutenzione sbagliata, per l’assenza di chi dovrebbe amministrare la città e invece la lascia andare in malora.

Non si tratta solo di errori contingenti però, dei politici e dell’amministrazione, si tratta del risultato di un indirizzo di governo che ha intrecciato i pubblici poteri con gli interessi privati di singoli, di gruppi, di partiti. E intanto le casse comunali sono vuote, mentre ancora si pagano gli effetti delle diverse “parentopoli” che hanno costellato gli anni di Alemanno con le quali si sono inzeppate di assunzioni clientelari le aziende dei servizi pubblici locali.

La capitale è la rappresentazione della condizione dell’Italia. Siamo sul crinale tra un arretramento ancora più profondo e devastante per la vita delle persone e un rilancio della voglia e della capacità di trovare strade nuove per l’Italia che produce e che esporta prodotti, stili di consumo e modelli di vita di qualità.

La genesi del declino parte da lontano e il berlusconismo è stato ed è il culmine del regime clientelare e spartitorio che ha dominato fin dalla nascita della Repubblica e che ha soffocato, sotto la guida delle classi dirigenti, la formazione di una cultura civile evoluta. L’arte di arrangiarsi è stata adattata ad ogni aspetto della vita nazionale e lo Stato ha rappresentato la preda da spolpare e uno scomodo impiccio da aggirare. Ormai, però, i soldi sono finiti e i tempi della crescita del debito pubblico per coprire le spese folli del sistema di potere e delle politiche pubbliche piegate alle clientele e ai gruppi sociali ed economici più forti non torneranno più. In un mondo globalizzato non torneranno più nemmeno le svalutazioni della lira inutili per crescere, ma essenziali per coprire con i bassi costi le arretratezze dell’economia.

Oggi dalla crisi non si esce senza l’Europa e senza un radicale cambiamento delle politiche e delle stesse istituzioni europee. Anche qui siamo sul crinale tra il restare in un sistema continentale integrato che può diventare una federazione di stati ed essere costretti ad uscirne e andare da soli al confronto con un mondo nel quale ormai sono in tanti a poterci superare.

I parlamentari del PDL davanti al Tribunale di Milano manifestano contro i magistrati che applicano le leggi rivendicando un trattamento “politico” e cioè l’immunità per Silvio Berlusconi su cui da anni pendono accuse gravissime per chiunque, ma silvio coppolainammissibili per un leader politico. In qualunque paese di democrazia occidentale Berlusconi sarebbe già fuori dalla vita politica per indegnità morale, i suoi processi si sarebbero da tempo conclusi ed egli starebbe probabilmente scontando le pene previste per i reati che ha commesso. In Italia, invece, siamo sul crinale tra affermazione della legalità e trionfo della politica malavitosa. Ci hanno provato per anni a far pendere la bilancia verso le cricche di potere, con ogni mezzo e disponendo di enormi risorse fra cui il controllo delle istituzioni e dell’informazione televisiva. Il controllo, la conquista dello stato: questa la posta in gioco, non l’arbitrio del capo delle cricche di fare il comodo suo circondato da giovani prostitute. Ed è una posta che interessa alcune migliaia di persone piazzate negli snodi del potere, e di quella finanza e quella imprenditoria che da molto tempo prosperano sulla spartizione delle risorse pubbliche. Altro che rivoluzione liberale, altro che mercato: Berlusconi è stato ed è il punto di riferimento di un mondo che opera a cavallo tra esteriorità formale e illegalità sostanziale e nel quale l’unica libertà riconosciuta e garantita a chi ci sta dentro è quella di fare quel che gli pare a spese della società intera.

Di voglia di cambiamento ce n’è tanta in giro e ancora non trova la strada giusta per esprimersi, né i gruppi dirigenti che sappiano comprenderla e indirizzarla. Siamo anche qui sul crinale fra una ventata di partecipazione che travolga posizioni incrostate dal tempo e dalle convenienze di carriere personali e un regresso nella rabbia cieca che vorrebbe travolgere tutto e che non sa dove andare e cosa costruire.

Il M5S è la grande novità delle elezioni, ma non sembra rendersi conto che l’autoreferenzialità di un movimento non strutturato e privo di responsabilità adesso deve cedere il posto ad un progetto di costruzione di un’Italia nuova. Fanno gli scontrosi e i dispettosi invece di dire “questo vogliamo e chi ci sta ci dia le garanzie di serietà e di trasparenza che sono necessarie e poi sperimentiamo una via nuova senza legarci a nessun patto che non sia quello con gli italiani”.in bilico

Ma questa è la prova di fronte alla quale sta pure il Pd anche lui in bilico e in grande, grandissima difficoltà a capire le caratteristiche nuove di una situazione che non aveva percepito o non aveva voluto vedere immerso com’era in un’opposizione stanca e ripetitiva nella quale venivano evitate sistematicamente le scelte forti e decise.

Siamo sul crinale ed esposti in molti punti. Si deve marciare con prudenza se non vogliamo precipitare, ma con passo deciso e con scioltezza: troppa lentezza, troppa incertezza irrigidiscono, il cammino diventa difficile e si rischia di scivolare giù.

Claudio Lombardi

E se non bastasse regolamentare la finanza? (di Salvatore Sinagra)

Da qualche tempo a Bruxelles non si fa altro che parlare di regolamentazione della finanza, si parla di vigilanza europea del settore bancario (la così detta Unione Bancaria), di segregazione dell’attività di banca di deposito dall’attività di speculazione, si parla Tobin tax, si spera si torni presto a parlare di agenzie di rating; tutti provvedimenti che se ben fatti potrebbero dare un grande contributo e probabilmente anche se varati con qualche aspetto da limare potrebbero dare un segnale ai mercati, eppure bisogna chiedersi se basta regolare la finanza per guarire un’economia malata.

Dice l’ecologista ed ex leader del maggio francese Cohn Bendit la crisi attuale è economica, finanziaria ed ecologica, dice l’economista liberista Zingales non tutta la finanza è marcia e non tutta l’industria è sana, però General Motors che non è una banca a lungo è stata una delle imprese peggio gestite al mondo. La considerazione che non solo la finanza, ma tutta l’economia necessita di nuove regole unisce quindi esponenti di primissimo rilievo del mondo politico e accademico anche se con posizioni politiche distanti e inconciliabili.

E’ tempo di chiedersi se l’Unione Europea possa ancora tollerare (o meglio se è stato giusto tollerare) fabbriche che inquinano come l’Ilva, governi dell’Europa mediterranea come di qualche paese dell’est che hanno deciso di convivere con la corruzione e con la criminalità o il fenomeno delle morti bianche.

Forse non solo nel mondo della finanza è opportuno ritornare a chiamare gli imbroglioni con il loro nome e non furbi. Inoltre le riforme necessarie non si limitano alla repressione dei reati.

Forse l’Unione Europea ha sbagliato a non spingere verso l’armonizzazione delle imposte dirette e a non condannare senza se e senza ma sia i singoli, sia le istituzioni che hanno tollerato l’evasione fiscale, il risultato è stato una profonda distorsione del mercato interno. Si è cercato di impedire difformità sulle accise sull’alcool di mezzo punto percentuale  e si sono tollerate differenze di venti punti sull’imposta sul reddito delle società, che di certo caratterizza un sistema fiscale più di un’accisa. Questo avevo concluso cinque anni fa, quando nessuno pensava alla Grecia e allo spread e stavo scrivendo la mia tesi di laurea sui sistemi  dei paesi dell’Europa orientale; a questo ho ripensato quando ho letto dei tanti greci che stanno portando le loro imprese in Bulgaria, ove gli utili sono tassati al 12%.

Mi colpisce poi il fatto che si parla molto di Tobin tax, ma a nessuno sia venuto in mente di ragionare sulle ampie esenzioni che godono in taluni stati membri le plusvalenze su titoli, partecipazioni e immobili e sul trattamento forse troppo favorevole dei redditi di capitale.

Il vero tema è che le imposte dirette incidono notevolmente sulle politiche redistributive e sociali degli stati membri, e fissare il numero degli scaglioni dell’imposta sui redditi delle persone fisiche è una scelta molto più politica dell’aliquota Iva, però se si vuole un mercato unico equo e competitivo i governi devono accettare di condividere anche le leve puramente politiche. Devono capire che l’economia non è solo finanza e che l’Europa non è solo economia.

Salvatore Sinagra

Europeizzare la politica – stralci da un discorso di Giorgio Napolitano

“Il punto cruciale è che in un continente interconnesso come non mai – dall’economia al diritto – la politica è rimasta nazionale. Ed è questo un fattore fondamentale di crisi della costruzione europea, e nello stesso tempo di crisi della politica……

Le vicende convulse che per effetto della crisi si stanno da un biennio succedendo nell’Eurozona spingono con inaudita forza oggettiva in una direzione ineludibile : quella di un’integrazione sempre più stretta e comprensiva tra gli stati unitisi prima nella Comunità e poi nell’Unione. Sono infatti insorti e divenuti evidenti limiti e contraddizioni superabili solo attraverso un pieno e coerente compimento politico del progetto europeo nato sessanta anni orsono.

Questa direzione di marcia, questo balzo in avanti incontra ostacoli e resistenze molto forti : ma sta crescendo la coscienza di come sarebbe catastrofica per l’Europa la scelta opposta, un tornare indietro, un regredire dal cammino compiuto nel corso di un sessantennio.

Quel che voglio dire, in estrema sintesi, è che sono esplosi i problemi lasciati nello sfondo e non affrontati dopo la nascita dell’Euro ……………. Il trasferimento alle istituzioni comunitarie delle sovranità nazionali in quel settore cruciale, e alla neo-istituita Banca Centrale Europea della gestione effettiva della politica monetaria, avrebbe dovuto essere rapidamente coronato da passi decisi sulla via della definizione e della rigorosa osservanza di regole e discipline condivise in materia di politiche di bilancio; e sulla via di un efficace governo dell’economia, per garantire avvicinamento e convergenza – anziché squilibri crescenti – tra i processi di sviluppo dei paesi della zona Euro.

Ma ciò comportava il superamento di riluttanze e rigidità manifestatesi ad esempio nel confronto svoltosi, tra il 2002 e il 2003, in seno alla Convenzione incaricata di elaborare un progetto di Trattato costituzionale.

Quelle chiusure, ribadite nel Trattato di Lisbona sottoscritto il 13 dicembre 2007, hanno fatto sì che l’Unione europea si trovasse poco dopo impreparata a fare i conti con l’impatto della crisi finanziaria globale.

Non si è andati finora al di là di un disegno di Unione di bilancio e di Unione bancaria ; e decidendo come si è deciso, si è dato in molti casi alle opinioni pubbliche il senso di costrizioni da subire con sacrificio di procedure democratiche, e in assenza di ogni possibilità di coinvolgimento e partecipazione dei cittadini, di consapevole riscontro nell’opinione pubblica più larga.

Il profondo disorientamento che ne è scaturito, il diffondersi – anche attraverso movimenti politico-elettorali di stampo populista – di posizioni di rigetto dell’Euro e dell’integrazione europea, il radicarsi – tra gli investitori e gli operatori di mercato su scala globale – della sfiducia nella sostenibilità della moneta unica e della stessa Unione, possono superarsi perseguendo decisamente, e non solo a parole, la prospettiva di una Unione politica europea di natura federale.

E questa prospettiva deve nascere da un ampio moto di partecipazione e da un processo di trasformazione della politica.

Si sollevano ora polemicamente, da qualche parte, riserve e contrarietà su ulteriori cessioni di sovranità nazionale a favore dell’Unione, come se il processo di integrazione non fosse stato basato fin dalla sua nascita sul principio – vedi art. 11 della Costituzione italiana – di una libera autolimitazione della propria sovranità da parte degli Stati nazionali.

La necessità di delegare funzioni sempre più significative, già proprie della sovranità nazionale, alle istituzioni dell’Unione succedute a quelle della Comunità, si è fatta cogente e ineludibile ; il vero problema è quello della democraticità del processo di formazione delle decisioni dell’Unione.

L’asse del potere di decisione si è spostato, dalle istituzioni comunitarie sovranazionali – Commissione e Parlamento – verso i capi di governo, verso il Consiglio europeo e il suo nucleo più forte. Ne ha sofferto anche il ruolo dei Parlamenti nazionali. Ma quale può essere la risposta, la via d’uscita?

Il passaggio, per la democrazia, dalla dimensione nazionale a una dimensione sovranazionale, costituisce una prova ardua, come già lo fu il passaggio dalle piccole città-Stato agli Stati nazionali. Sul piano istituzionale e politico, l’Unione federale si nutrirebbe di solidarietà, di sussidiarietà – in una corretta, non subdola accezione del termine – di confronto e cooperazione tra istituzioni sovranazionali, nazionali, regionali e locali, fatto salvo il potere decisionale supremo riservato alle istanze europee nella definizione e nell’attuazione dell’interesse comune.

In questo quadro, una particolare importanza assumerebbe, per il suo potenziale democratico, la componente parlamentare, comprendente insieme il Parlamento europeo e i Parlamenti nazionali, che senza sovrapporsi nell’esercizio delle loro distinte funzioni, condividerebbero l’esercizio del potere costituente nell’Unione, concorrerebbero a garantire il rapporto tra elettori ed eletti nel vasto territorio europeo, e collaborerebbero in molteplici campi e modi concreti.

E tuttavia non finisce qui, e cioè sul terreno della possibile e necessaria ulteriore evoluzione istituzionale, il discorso di un’Europa democratica. Quella che manca è una dialettica politica finalmente europea, con le sue sedi, le sue forme di espressione, le sue forze protagoniste.

La politica è rimasta frammentata, chiusa in sempre più asfittici ambiti nazionali, è stata sempre meno capace di guidare le decisioni europee e anche solo di raccontarle.

Si è continuato a far politica in chiave nazionale, secondo visuali sempre più ristrette, ed elettoralistiche di parte, rinunciando a una funzione promotrice di riflessione e di dibattito, anche – si sarebbe detto una volta – pedagogica. E ciò è stato fattore tra i più gravi di ripiegamento, immeschinimento, perdita di autorità della politica e dei suoi attori principali, i partiti. Questi hanno certamente, e non solo in Italia, pagato il prezzo, da un lato, di un pesante impoverimento ideale, e dall’altro di arroccamenti burocratici, di un infiacchimento della loro vita democratica, di un chiudersi in logiche di mera gestione del potere e di uno scivolare verso forme di degenerazione morale.

Si possono e debbono, oggi, apprestare rimedi a questi mali, a queste patologie, e perciò si lavora e si dovrà lavorare – con successo, mi auguro – qui da noi, alla regolamentazione in senso democratico dei partiti secondo l’articolo 49 della Costituzione, alla revisione del sistema di finanziamento dell’attività politica, al rafforzamento delle normative anti-corruzione. Di ciò abbiamo senza dubbio bisogno.

Nessuna nuova o più vitale democrazia potrà nascere dalla demonizzazione dei partiti, nel deserto dei partiti. Quel che è indispensabile, non solo in Italia ma in Europa, è che si rinnovino.

A tale rinnovamento possono certamente contribuire nuove forme di comunicazione e di partecipazione politica, se vi si fa ricorso in modo responsabile e trasparente. Né si può restringere l’attenzione ai partiti già in campo, quali si sono definiti storicamente o più di recente ridefiniti, ignorando nuovi movimenti capaci di raccogliere anche sul terreno elettorale delusioni e aspirazioni specie delle più giovani generazioni.

La questione cruciale, decisiva è che in Europa la politica, i suoi attori e le sue guide, i partiti e le leadership, riacquistino quel più alto senso della missione che ne ha fatto in precedenti periodi storici la forza e la grandezza.

Un senso della missione comune che può solo essere la missione di unire l’Europa, di farla vivere e pesare nel mondo nuovo di oggi e di domani.

I partiti debbono impegnarsi – non da soli, certo, ma in prima linea – in una vera e propria controffensiva europeista. E possono farlo solo europeizzandosi. Abbiamo bisogno di partiti realmente europei, ovvero sintonizzati e organizzati su scala europea.

Rischiano, al contrario, la marginalizzazione e l’irrilevanza gruppi e movimenti politici che in qualsiasi paese dell’Unione si rinchiudano in una logica esclusivamente protestataria, preoccupati soltanto di “chiamarsi fuori” dall’assunzione di comuni responsabilità europee.

Ed è precisamente in questo senso che vanno alcune proposte, realizzabili senza dover neppure modificare i Trattati vigenti, ma valorizzando tutte le potenzialità in essi contenute. Come l’adozione, già in vista delle elezioni del Parlamento europeo nel 2014, di una “procedura elettorale uniforme” che consenta lo scambio di candidature e la presentazione di capilista unici tra paese e paese da parte dei grandi partiti europei. O come l’identificazione tra la figura del presidente del Consiglio europeo e il presidente della Commissione europea, affidandone in prospettiva la scelta – tra diversi candidati designati al livello europeo dai maggiori schieramenti – agli stessi elettori che votano direttamente (ormai dal 1979) per il Parlamento di Strasburgo.

C’è urgente bisogno di quella che ho chiamato una “controffensiva europeista”. E come si può concepirla e condurla al successo senza un’ampia partecipazione di forze giovani, oggi distanti dalla politica in Italia e non solo in Italia ? Cercate, giovani, ogni varco per far sentire e valere le vostre ragioni, le vostre esigenze e per esprimere – ciascuno secondo le sue libere scelte – idee ricostruttive e rinnovatrici sulla politica”

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