Torre Maura e la rabbia delle periferie

No, non si è trattato di una rivolta popolare. A Torre Maura è stata organizzata un’aggressione contro un gruppo di 70 Rom ospitati per un progetto di integrazione, trainata da Casa Pound e Forza Nuova con l’appoggio di alcuni abitanti del quartiere. Lo schema è quello già collaudato di altre proteste che ci sono state nelle periferie romane: lo spunto è il degrado dei luoghi e il rancore di chi ci abita che viene trasformato in rabbia verso chi riceve assistenza e accoglienza e viene visto come un concorrente e un ladro. Il tutto serve per diffondere sfiducia ed alimentare l’attesa di un cambiamento radicale all’insegna della chiusura verso tutto ciò che proviene dall’esterno. Nessun obiettivo concreto che migliori le condizioni di vita degli abitanti del luogo, ma solo il rifiuto sospinto dalla paura.

Descrive molto bene la situazione Carlo Bonini su Repubblica: “Duecentocinquantamila naufraghi alla deriva, tredici chilometri a est del Campidoglio. Quattordici da Montecitorio e dal Viminale”. Il grido di rabbia e di dolore dei naufraghi è riassunto nell’invettiva lanciata “dall’umanità tatuata, in tuta e sneakers: “Annatevene affanculo tutti, zingari, negri e pure la Raggi. Razzismo ‘sto cazzo. Vie’ a vive qua co’ noi, va”.

E continua uno dei protagonisti delle proteste: “Io nun so’ de sinistra né de destra. Me so solo rotto er cazzo de sto’ schifo. Io i zingari li conosco. E nun c’è gnente da fa’. So’ zingari. È la natura loro, rubano”.

Evidentemente fa rabbia che le istituzioni pubbliche si occupino di gruppi di immigrati o di Rom mentre la zona è lasciata in uno stato di degrado che sembra senza rimedio. La gente non capisce perché per alcuni si fa qualcosa e si trovano i soldi, mentre le esigenze di tutti gli altri vengono ignorate per anni e anni. Che si tratti delle buche, dei trasporti pubblici, delle case popolari che cadono a pezzi o di un tubo di fogna da riparare.

E poi c’è la cronica inadeguatezza dei servizi che suona come una beffa in tempi di prediche sulla necessità di fare figli. Scrive Bonini che “sono mille i bambini tra 0 e 6 anni in lista d’attesa per un posto nelle scuole dell’infanzia e dell’obbligo che non hanno un posto dove andare che non sia la strada o una casa popolare dove, in un caso su due, il capo famiglia è in galera o ai domiciliari”.

Il presidente del Municipio VI al quale fa capo Torre Maura dice: “Quando ero ancora un attivista ce la prendevamo con il Pd accusandoli di tutto. Devo riconoscere oggi che qui è come svuotare il mare con un secchiello. Faccio prima a dire quali problemi non ho. Perché è uno solo. Il traffico della Movida. Per il resto, abbiamo tutto. Spaccio? Ce l’ho. Prostituzione? Eccoci. Rifiuti? Non ne parliamo. Disoccupazione e abbandono scolastico? Primi a Roma”.

E così mentre tutto appare lontano e immobile non si protesta contro l’incapacità di affrontare i problemi del territorio o perché le amministrazioni pubbliche facciano il loro dovere. Le periferie romane che in un lontano passato sono state teatro di epiche lotte politiche e sociali per il diritto ad abitare, per l’acqua, le strade, le scuole, le fogne oggi riescono a ribellarsi solo contro gli ultimi degli ultimi.

Ma sui Rom qualche parola va detta. Che vivono quasi sempre in condizioni terribili lo sappiamo. Nessuno, però, sa o si accorge che molti di loro sono perfettamente integrati con una casa, un lavoro, una vita normale condotta in case normali non certo in camper, in roulotte o in baracche.

Il fatto che ci siano riusciti smentisce che appartengano ad una etnia nomade per scelta o per cultura e smentisce altresì che i Rom rifiutino il lavoro o abbiano il culto dei furti o dello sfruttamento delle donne e dei bambini. In realtà il degrado degli esseri umani deriva dalla loro condizione di vita. Basta privare qualcuno di mezzi di sussistenza, di istruzione, di condizioni minime di servizi e di igiene, di una casa nella quale abitare, di un lavoro e lasciarlo in queste condizioni per anni per indurre a comportamenti antisociali e delinquenziali.

Se non è possibile coltivare la speranza e l’orizzonte quotidiano è quello della lotta per la pura sopravvivenza si possono raggiungere punte estreme di degrado.

Occorre dunque ragionare e cercare di farlo anche con quelli che hanno perso la fiducia e mostrano solo rabbia. La soluzione sta nella politica e si articola in: istruzione, sanità, assistenza sociale, casa e lavoro. E tutto si riassume in una sola parola: integrazione.

E se i cittadini delle periferie si mobilitassero per chiedere alle amministrazioni pubbliche – municipio, comune, regione, stato – di risolvere i problemi sarebbe molto più conveniente per loro

Claudio Lombardi

La pentola a pressione della rabbia sociale

frammentazione socialeCi sono posti dove si vive male. Perché sono trascurati, emarginati, un po’ abbandonati. Che si chiamino Tor Sapienza o Scampia o con qualunque altro nome è la stessa cosa.

Ci sono persone che vivono male. Perché sono trascurate, emarginate, un po’ abbandonate. In più, le persone hanno bisogno di ascolto e di aiuto.

I luoghi sono fatti dalle persone, innanzitutto. Poi, ma solo poi, anche i luoghi fanno le persone. Ci sono quartieri popolari di periferia con una pessima reputazione, ma se li vedi non sono poi così terribili: palazzi non tanto alti e ben distanziati, strade spaziose, aree verdi. Eppure incutono timore e vengono bollati con il marchio di quartieri dormitorio degradati. Purtroppo sono le persone che li fanno così, che li vivono così. Bisogna avere il coraggio di dirlo. Così come bisogna avere il coraggio di andare oltre la lamentazione che affida sempre a qualcosa di strutturale che dipende dal potere la soluzione di tutti i problemi. Già dire che un quartiere è un dormitorio predispone alla lamentazione chi ci vive perché si sente svantaggiato in partenza e giustificato se lo maltratta.

Bisogna avere il coraggio di andare oltre i luoghi comuni.

Prendiamo le occupazioni di case. Ora che se ne parla in televisione si “scopre” l’illegalità che c’è nel mondo delle case popolari. A Milano. Qualcuno parla di guerra tra i poveri. Stupisce lo stupore. Questa guerra tra poveri c’è sempre stata, fin da quando le case passavano da una mano all’altra con l’accompagnamento di qualche milione di lire. Non c’erano, allora, Rom e migranti, ma italiani che sapevano come saltare le graduatorie. C’era chi aspettava per dieci anni l’assegnazione della casa e chi ce l’aveva subito. Non l’abbiamo sempre saputo che la prima arte degli italiani è quella di arrangiarsi?

peso dell'illegalitàNo, qui non si tratta di una guerra tra poveri, ma di una catena di illegalità che viene da lontano e che ha marchiato la cultura civile di generazioni di persone. Qui c’è la vera assenza dei poteri pubblici che tradiscono la loro funzione. Sappiamo fin troppo bene che l’esempio viene dall’alto. Ma anche da un poco più in basso. Scandagliando più a fondo possiamo trovare l’ordinaria illegalità che raramente si trasforma in scandalo, non si conosce, non si vede, ma è quella che risolve i problemi e aiuta a superare norme astruse e inique scritte in ossequio a burocrazie autoreferenziali e sottoscritte da politici disinteressati o ignoranti. Norme fatte apposta per essere aggirate con la furbizia e con l’inganno. Il formalismo, il bel compitino dei laureati in discipline giuridiche e umanistiche desiderosi di fare carriera elevandosi al rango di unici depositari di una tecnica ostile al cittadino.

uffici pubblici Così siamo cresciuti e oggi stupisce entrare in un ufficio che funziona (ce ne sono sempre più). Ma l’equilibrio è delicato per la gente che sta ai piani bassi della società. Fino a che, bene o male, le cose funzionano, si regge. Quando mancano i soldi e le immondizie restano per strada, le buche non si tappano, l’illuminazione pubblica manca, il lavoro non c’è nemmeno con i favori e le raccomandazioni allora l’equilibrio salta. Ed  è subito rabbia e sfiducia. Senza vie di mezzo, verso tutti quelli che lavorano nelle istituzioni innanzitutto anche se sono brave persone. (Anzi, di più se sono brave persone che si oppongono alle scorciatoie dell’illegalità). E verso quelli che ricevono un po’ di assistenza e che non appartengono al nostro mondo. Cosa dice la Lega? I Rom e i migranti ricevono uno stipendio, alloggi, luce e gas gratis e agli italiani niente. Falso, ovviamente, ma la gente con qualcuno deve sfogare la sua rabbia e quale bersaglio migliore di chi è più debole? Si può urlare e non si rischia nulla, dopotutto. Ma i Rom vivono in condizioni che abbrutirebbero chiunque. Una politica di integrazione forse costerebbe di meno di quella dei campi organizzati e permetterebbe di mettere un limite agli insediamenti intorno alla città che finiscono per gravare solo sulle zone periferiche.

reati immigratiL’assenza dei poteri pubblici sta anche nella somma ipocrisia di lavarsene le mani lasciando che sia la gente a sbrigarsela da sola. Per anni abbiamo “risolto“ il problema dei migranti con il reato di clandestinità rifiutandoci di vedere cosa stava succedendo dall’altra parte del Mediterraneo. Quando le guerre civili nei paesi arabi hanno ingigantito la spinta dei migranti ci siamo trovati soli, senza una politica degna di questo nome. Ne abbiamo salvati tanti con Mare Nostrum, ma per farne che? Per parcheggiarli nei centri di accoglienza creando degli incubatori di tensione e di violenza. Che hanno dato l’immagine di un assalto al nostro paese e agli italiani. E così il reato commesso da un immigrato ha sempre pesato di più di quello di un “indigeno”. Per certi reati commessi da italiani si parla di ragazzate, se si tratta di immigrati si trasformano in una sfida intollerabile agli italiani.

I reati commessi dagli immigrati valgono di più e, soprattutto, forniscono alla gente dei colpevoli contro cui scagliarsi. Perché la gente vuole dei colpevoli, vuole sapere che c’è una spiegazione al male e che c’è un modo per liberarsene. Nella guerra a un nemico la gente, per un momento, si riconosce e si ritrova come comunità. Se riuscissero a sentirsi comunità anche “per” qualcosa sarebbe un bel guadagno per tutti

Claudio Lombardi