Immigrazione: la fabbrica dell’odio

Le frasi molto chiare pronunciate dall’autista che ha tentato di bruciare vivi 51 ragazzini a Milano  non vanno sottovalutate. Affermare di voler vendicare i morti in mare, di voler punire l’Europa per le politiche sui migranti, tirare in ballo come responsabili Di Maio e Salvini e contemporaneamente mandare un video in Senegal per invitare amici e parenti a restare in Africa rivela che le idee Ousseynou Sy ce le aveva ben chiare quando ha deciso di progettare la strage. Eppure Ousseynou Sy è cittadino italiano dal 2004, qui si era fatto una famiglia, qui aveva un lavoro stabile. Cosa è successo nella sua mente per farlo arrivare a tanto?

Da anni siamo abituati ai toni esasperati, alle polemiche, alle accuse. Sull’immigrazione si svolge uno psicodramma con molti attori. C’è chi accusa i migranti di essere la causa della caduta del tenore di vita, della disoccupazione, della diffusione della droga, degli scippi e delle rapine. Molti altri, però, accusano il nostro governo e indirettamente noi italiani di essere responsabili diretti delle morti in mare, delle morti nel deserto di quelli che partono per attraversare il Mediterraneo, delle torture nelle prigioni libiche. Su tutto si erge una spiegazione storica usata però come arma di lotta politica: l’intero Occidente è colpevole per il sottosviluppo dell’Africa sia ieri con il colonialismo, sia oggi con gli scambi commerciali gestiti dai paesi europei da posizioni di forza. Un’ansia di auto fustigazione che potrebbe avere spiegazioni psicoanalitiche, ma che è deleteria se tradotta in messaggio politico. Soprattutto è in contraddizione con la realtà perché non noi organizziamo la tratta degli esseri umani, non noi li mettiamo in mare su barche destinate ad affondare. Noi siamo quelli che tra polemiche e incertezze li salviamo e li accogliamo. E dunque perché si continua il ridicolo mea culpa che è in atto da anni?

Un simile bombardamento di accuse e recriminazioni che mischia analisi storiche, socio economiche e decisioni politiche determina un accanimento nell’opinione pubblica capace di trasformarsi in atti concreti. Non vediamo che da anni le manifestazioni di intolleranza verso gli immigrati e verso i loro figli si moltiplicano? E pensiamo che gli immigrati che vivono qui non subiscano anche loro il bombardamento mediatico e non avvertano il clima ostile che si crea intorno a loro?

Ci sarebbero anche quelli sensati e ragionevoli che affrontano l’immigrazione come uno degli snodi cruciali della nostra epoca che va gestito con politiche multifattoriali volte sia all’emergenza che all’accoglienza e all’integrazione, nel quadro di una strategia di aiuto agli africani a migliorare le loro condizioni di vita nei paesi di provenienza. Ma chi le ascolta queste persone ragionevoli?

Che sia uno scontro nel quale emergono anche pulsioni razziste è evidente. L’immigrazione in Europa e in Italia in particolare è fatta di sudamericani, cinesi, filippini, bengalesi, albanesi, romeni e tanti altri. Eppure i riflettori si accendono solo sugli africani. Basta leggere i titoli di alcuni quotidiani usciti oggi per avere un campionario di becero razzismo e di stupido appello all’irrazionalità delle folle. I giornalisti che li scrivono dovrebbero vergognarsi perché utilizzano le tragedie non per invitare a ragionare, ma per attizzare l’eccitazione dei loro fans. D’altra parte cosa sta facendo Salvini da anni se non questo?

Non possiamo andare avanti così. Ci vogliono politici che praticano solo la strada della ragionevolezza e dell’impegno per risolvere i problemi senza speculare sui drammi dell’umanità per conquistare voti e potere. E bisognerebbe anche smetterla di indicare noi come responsabili delle morti in mare. Noi italiani, noi europei li abbiamo salvati i migranti a centinaia di migliaia e li abbiamo accolti a milioni. Questa è la verità storica

Claudio Lombardi

Tra sbarchi e immigrati. La politica dello sfascio

Scrive Francesco Daveri su www.lavoce.info che i dati dell’Onu sugli sbarchi via mare mostrano che gli accordi con la Libia del ministro Minniti hanno prodotto risultati due volte più grandi della chiusura dei porti e della guerra alle Ong del ministro Salvini.

Il calo si è verificato a partire dal 2018 con 115 mila arrivi via mare in Europa contro gli oltre 172 mila del 2017. All’interno del dato complessivo ci sono i 23.371 sbarcati in Italia e gli oltre 57 mila arrivi in Spagna.

Ma cosa ha contato di più: gli accordi voluti da Minniti con le tribù libiche o la chiusura di Salvini? L’analisi dei dati mensili fatta da Daveri porta ad una conclusione: l’effetto Minniti ha portato ad un calo totale di sbarchi pari al 68,9 per cento del totale; l’effetto Salvini ha segnato un 31,1 per cento del totale. Ciò senza considerare che gli effetti delle azioni di Minniti non sono cessati con il cambio di governo, ma sono proseguiti anche sotto la gestione Salvini.

Dunque la durezza di per sé non è risolutiva mentre molto più produttiva è la strada di bloccare le partenze. Su questo dovrebbe concentrarsi il governo. Non da solo, però, ma puntando al coinvolgimento degli altri paesi europei. In sostanza la strategia elaborata già col governo Renzi (Migration compact) e proseguita con Gentiloni è ancora l’unica guida sicura per affrontare un problema complesso come quello della migrazione dall’Africa.

La vicenda dei quarantanove migranti a bordo delle navi al largo di Malta e che sembra essersi risolta oggi sta, però, mettendo in evidenza le ipocrisie del M5S e della Lega che si lamentano perché l’Europa non farebbe la sua parte, ma non fanno nulla per spingerla a cambiare. Nell’ormai mitico contratto di governo è precisato che “È necessario il superamento del Regolamento di Dublino” per ottenere “il ricollocamento obbligatorio e automatico dei richiedenti asilo tra gli stati membri dell’Ue”. Sembrerebbe un impegno preciso, tra l’altro spinto e rafforzato da una riforma del suddetto regolamento approvata dal Parlamento europeo nel novembre 2017 nella quale si proponeva l’abolizione del principio del paese di primo ingresso. All’epoca non c’era ancora il contratto e non c’era il governo e così la Lega si astenne e il M5S votò contro.

Ma da giugno è operativo il nuovo governo e, in base al contratto, dovrebbe perseguire la stessa riforma votata dal Parlamento Europeo. Lo sta facendo? Ovviamente no.

Abbiamo invece avuto il cosiddetto decreto sicurezza che affronta il problema dei migranti già presenti nel territorio nazionale, regolari e irregolari. Come è noto chi ha la protezione umanitaria la perde e viene escluso dalla rete Sprar oltre a non poter più iscriversi all’anagrafe. Rischiano la stessa sorte anche coloro che vengono privati del contratto di lavoro che giustifica il permesso di soggiorno. In entrambi i casi, invece di dare un’identità e regolarizzare centinaia di migliaia di persone che sarà impossibile rimandare nei paesi di provenienza, li si trasforma in irregolari privi di assistenza e di percorsi di integrazione. Si crea dal nulla un gigantesco problema sociale, di convivenza civile, di sicurezza.

Come si spiega che la riforma del regolamento di Dublino non sia al centro della politica del governo sull’immigrazione? E come si spiega che non vi sia nemmeno l’integrazione di chi già vive qui?

La risposta è una sola: non si vogliono affrontare i problemi dell’immigrazione e dell’integrazione; si vuole che tutto resti aperto in modo da poter generare un clima di emergenza permanente. Se questi problemi fossero risolti, verrebbe meno il principale motore della propaganda sovranista. Tutto deve rimanere sospeso in modo che anche 49 migranti possano diventare un pretesto di eccitazione dell’opinione pubblica.

Ciò che conta per Salvini è avere migranti per strada e farli passare per il pericolo pubblico numero uno. E avere migranti per mare per spaventare gli elettori.

Uno schemino semplice semplice: c’è un problema, lo si usa per farci una campagna elettorale stando all’opposizione. Una volta conquistato il governo, il problema lo si lascia intatto o si cerca di aggravarlo in modo da poter continuare a specularci su. In mezzo ci sono milioni di italiani e di immigrati usati gli uni e gli altri per costruire la scalata al potere assoluto. Salvini e i 5 stelle stanno facendo esattamente questo

Claudio Lombardi

Ius soli: una legge semplice e difficile

Diciamo la verità, in circostanze diverse di ius soli avrebbero parlato gli esperti e al massimo i parlamentari della commissione incaricata di esaminare le modifiche alla legge del 1992 per la concessione della cittadinanza. Oggi, tra scioperi della fame, minacce di togliere la fiducia al governo e una generale agitazione sulla questione sembra che sia nata l’ennesima emergenza sulla quale schierarsi e polemizzare. Sarebbe, perciò, meglio mettere da parte opposte demagogie (rischio di invasione dall’Africa e scelta di civiltà) e provare a vedere le cose nella loro semplicità.

cittadinanza italianaPer chi nasce da genitori stranieri, con le norme vigenti, ci vogliono 18 anni di vita sul suolo italiano per accedere alla cittadinanza. Immaginiamo perciò un bambino che nasce e vive per 18 anni in Italia senza essere cittadino, ma continuando ad essere uno straniero dall’asilo alle soglie dell’università, pur parlando la stessa lingua dei suoi coetanei e condividendo con loro giochi, problemi, interessi. Obiettivamente è un problema e può essere anche un freno all’integrazione di chi comunque è nato e cresciuto qui e della sua famiglia. Di nuovo: obiettivamente per degli stranieri che risiedono in Italia ormai da tanti anni avere un figlio cittadino italiano è un motivo in più per sentirsi parte della comunità nazionale. Non è forse l’integrazione l’obiettivo strategico più importante rivolto agli immigrati? O forse preferiamo che vivano in comunità separate che coltivano l’isolamento e, magari, l’ostilità?

Ancora una volta: obiettivamente conviene a tutti investire sull’integrazione. Sia chiaro: chi si trovi in Italia, specie se con regolare permesso di soggiorno, possiede già molti dei diritti che spettano ai cittadini (fra cui assistenza sanitaria, tutela dell’ordinamento, istruzione). Inoltre può chiedere la cittadinanza italiana dopo dieci anni di permanenza. La proposta di legge conosciuta come ius soli vuole soltanto accorciare i tempi, senza più la necessità di attendere il compimento dei diciotto anni di età, per la concessione della cittadinanza ai figli degli stranieri che vivono regolarmente in Italia da almeno cinque anni (con permesso di soggiorno di lungo periodo).

integrazioneQuesto è un caso. L’altro definito ius culturae comporta la possibilità di chiedere la cittadinanza per i minori entrati in Italia dopo la nascita e prima dei dodici anni di età che abbiano frequentato la scuola per almeno cinque anni completando un ciclo di istruzione o percorsi di istruzione e formazione professionale triennali o quadriennali. Per chi arriva tra i dodici e i diciotto anni sono previsti sei anni di permanenza e il superamento di un ciclo scolastico.

Qui la norma si presta a qualche critica perché i cicli scolastici non sono tutti uguali o, meglio, non hanno tutti lo stesso effetto perché essere bambini e completare il ciclo delle elementari non è equivalente ad essere adolescente e seguire un corso triennale di formazione professionale. Forse un periodo un po’ troppo breve per acquisire la cittadinanza.

In ogni caso è ovvio, come si diceva all’inizio, che le circostanze nelle quali si discute di concessione della cittadinanza sono quelle di questi anni segnati dagli sbarchi dei migranti, dalle guerre nei paesi islamici e dal terrorismo. Ovviamente non tutti gli stranieri che vivono stabilmente in Italia provengono dai paesi islamici e sono di fede musulmana, ma nell’immaginario collettivo a loro è collegata la diffidenza che la proposta di legge sembra suscitare nella maggioranza degli italiani.

immigrati_4Se ne fa interprete Galli della Loggia che ha espresso in diversi interventi sulla stampa le sue obiezioni. Vediamo di che si tratta.

La prima richiama l’attenzione sul fatto che non esiste un diritto naturale alla cittadinanza poiché si tratta di scelte politiche che ogni Stato compie. La seconda si dirige contro l’ipocrisia che vorrebbe considerare le immigrazioni tutte uguali. In particolare la sua preoccupazione riguarda l’immigrazione islamica perché è quella che si riferisce non tanto ad uno o più stati, ma ad una civiltà con la quale “la cultura occidentale ha avuto un aspro contenzioso millenario che ha lasciato da ambo le parti tracce profondissime”. Inoltre, non bisogna far finta di non vedere che alcuni Stati islamici stanno svolgendo “un’insidiosa opera di penetrazione di natura finanziaria nell’ambito economico, e di natura politico-religiosa (apertura di moschee e di «centri culturali») all’interno delle comunità islamiche presenti nella Penisola”.

Per Galli della Loggia è necessario evitare nel modo più assoluto che, complice il prevedibile aumento dell’immigrazione africana e non solo, domani possa sorgere la tentazione di un partito islamico”. Di qui discendono altre condizioni che l’autore porrebbe alla concessione della cittadinanza (obbligo di abbandonare la cittadinanza precedente; conoscenza della lingua italiana in entrambi i genitori del giovane candidato; obbligo di accertamenti sull’ambiente familiare ad opera dei servizi sociali).

Sarebbe un errore considerare pretestuose le osservazioni di Galli della Loggia. Forse la proposta di legge in discussione pecca di idealismo e dovrebbe essere meglio redatta. Poiché c’è una forte spinta per la sua approvazione è probabile che alcune modifiche potrebbero persino ampliare il numero dei favorevoli, ma siamo al termine della legislatura ed ogni partito ormai ragiona solo in termini di conquista dei voti e ha bisogno di bandiere da sventolare.

Claudio Lombardi

Migranti: l’Italia si è fregata da sola

Migranti. Più si va avanti e più i nodi vengono al pettine. Ovviamente nessuno può fermare le migrazioni, ma i tempi e i modi vanno governati e devono tenere conto delle società verso le quali si muovono i migranti che non possono essere solo destinatarie passive di qualcosa sul quale nessuno può intervenire. Di questo si tratta e non di una disputa di principio sul diritto degli esseri umani a spostarsi sul pianeta che, come tale, non esiste. A meno che non si riconosca un’autorità sovrannaturale cui spetta governare il mondo. Oppure a meno che ciò non avvenga nel quadro di una politica di gestione dell’accoglienza. Di questo si tratta.migrazioni umane L’Italia non può permettersi di accogliere ogni anno 200mila persone, questo ormai è chiaro. Eppure gli arrivi non si fermano. Come mai? Sicuramente con le migliori intenzioni e cioè a patto che ci fosse una ridistribuzione di migranti e che la spesa per l’accoglienza fosse scorporata dal deficit il governo italiano ha accettato che le missioni di salvataggio e pattugliamento nel Mediterraneo facessero capo al nostro Paese e che gli sbarchi si concentrassero nei nostri porti. Non si capisce se l’accordo contemplasse il ruolo delle Ong le cui navi, come è noto, si sono spinte fino davanti alla costa libica e, secondo ipotesi avanzate dai magistrati che stanno indagando in proposito, anche oltre la linea delle acque territoriali e, con modalità tali, da far pensare ad un coordinamento con i trafficanti (trasponder spenti, segnalazioni luminose, telefonate). Ciò ha portato ad uno stravolgimento delle finalità della missione Triton che non era principalmente quello di raccogliere i migranti in mare e, meno che mai, a poche miglia dalla costa libica. Triton doveva servire innanzitutto per sorvegliare le frontiere e per dare la caccia agli scafisti. Le Ong si sono assunte un ruolo e si sono prese uno spazio che non dovevano avere perché la decisione su quanti immigrati accogliere spetta ai governi e non ad organizzazioni umanitarie di varia provenienza non tutte trasparenti circa i finanziamenti e le finalità.

missione tritonLa sensazione è che l’Italia sia stata oggetto di decisioni prese da altri stati per tutelare i propri interessi nazionali e dispiace che i governi Letta, Renzi e anche Gentiloni non si siano innanzitutto assunte le responsabilità di una condotta che ha portato il Paese ad una situazione critica.

Spagna, Francia, Germania, Austria e paesi dell’est hanno messo in sicurezza le proprie frontiere con misure severe e decidendo di pagare la Turchia a suon di miliardi di euro perché assorbisse la massa dei migranti sul suo territorio. Nel Mediterraneo, invece, si è gettato sulle spalle dell’Italia la gestione di un flusso di migranti ad di fuori di qualsiasi previsione e di qualunque controllo.

Il guaio fatto nel 2011 con il rovesciamento del regime di Gheddafi adesso lo paga l’Italia e viene meno ogni solidarietà europea.

Che i migranti non siano solo un problema umanitario dovrebbe essere chiaro a tutti e la litania dell’”accogliamoli tutti” o della ridistribuzione comune per comune ha fatto il suo tempo. Renzi sui migrantiHa giustamente detto Renzi che non esiste un dovere morale di accogliere tutti perché l’accoglienza ha un senso se si riferisce a numeri limitati di persone per le quali si può pensare ad un’integrazione vera. Magari se lo avesse detto quando era Presidente del Consiglio sarebbe stato meglio invece di comunicare con la retorica del buonismo e dell’ottimismo e assumere impegni inadeguati alle nostre possibilità. Quando la migrazione diventa un fenomeno di massa destabilizza equilibri sociali, economici e umani di una comunità. L’idea di ripartirli comune per comune inoltre è una pia illusione perché ignora che si tratta di sistemare persone prive di tutto, che vanno mantenute per molto tempo e senza che abbiano nulla da fare. Soprattutto ignora che in gran parte dei casi si tratta di persone che non vogliono rimanere in Italia e, meno che mai, andare a popolare borghi sperduti sulle nostre montagne.

Quelli che arrivano sono in gran parte giovani attratti dal miraggio delle ricchezze con le quali l’Occidente si rappresenta nel mondo. La fuga dalla guerra in Siria ha permesso l’esplosione della retorica umanitaria e ha coperto un fenomeno di tipo ben diverso peraltro in atto da molti anni e che ha portato in Europa milioni di persone che non sono attratte dalla nostra cultura, dalla libertà, dalla democrazia. Ignorare le vere motivazioni di chi arriva fin qui è una forma di idealismo insensato buono per una predica, religiosa o laica, ma inutile per gestire uno Stato. Anzi dalla divaricazione tra motivazione economica e attaccamento alle proprie radici culturali derivano tante delle tensioni di un’integrazione non voluta dagli stessi immigrati.

Tutto ciò premesso si può dire che l’Italia si è fregata da sola? Sì, si può dire e bisogna che lo si riconosca e che si assumano decisioni drastiche in tempi brevi. Adesso il governo si sta muovendo bene e, sembra, con le idee chiare. Speriamo che non si faccia prendere in giro da assicurazioni e promesse. L’esplosione demografica in Africa che è prevista nei prossimi trent’anni non ammette sottovalutazioni

Claudio Lombardi

Elezioni: il ritorno della destra e della sinistra?

Ma veramente l’elettorato sta andando di nuovo verso una polarizzazione fra destra e sinistra? I commenti sui risultati delle elezioni amministrative si sono concentrati sul calo del M5S e solo in seconda battuta hanno messo in risalto l’affermazione dei candidati di centro destra. Eppure sembrava che Forza Italia e la Lega si fossero ormai allontanate, con la seconda all’inseguimento della demagogia, della protesta e del populismo. E, invece, secondo il professor Giovanni Orsina “il centrodestra è vivo perché l’Italia è un Paese di destra e i suoi elettori non se ne sono mai andati”. E, si potrebbe aggiungere, sono sempre in cerca di chi li possa rappresentare.

amministrative 2017Sia nelle elezioni generali del 2013 che nelle elezioni amministrative dell’anno scorso (soprattutto Roma e Torino) c’è stato uno spostamento di voti dalla destra al M5S; niente di strano che in questo primo turno di amministrative si sia verificato il fenomeno opposto con un ritorno alla destra dopo che gli elettori hanno sperimentato la scarsa efficacia del voto di protesta a Grillo.

Ma non è questo il punto. Spesso si parla di elettori di destra e di sinistra come se si trattasse di stock di voti sempre a disposizione dell’uno e dell’altro orientamento e non di persone che decidono se e chi votare in base ad una molteplicità di motivazioni che variano di volta in volta e che si traducono in un mix di elementi ideali, di interesse e di giudizio sui fatti che si forma e si riforma di continuo.

Perché mai un elettore dovrebbe “essere” di sinistra o di destra? Un elettore non può stare dentro un’etichetta che vari aspiranti rappresentanti si contendono. Per esempio cosa vuol dire “essere” di sinistra? Esiste forse una definizione scientifica di cosa sia la sinistra? Evidentemente no. E lo stesso si può dire della destra.

concretezza (2)Esistono invece degli orientamenti culturali che guidano le scelte politiche di varie formazioni, ma è piuttosto difficile che l’elettore si basi soltanto su queste. Ed è fuorviante quando si dimentica la concretezza dei problemi e ci si rifugia negli ideali dentro i quali si tenta di infilare il mondo reale.

Prendiamo un esempio fra i tanti: gli immigrati. È di questi giorni la notizia che si è svolto un incontro a Berlino chiamato G20 per l’Africa. Lo scopo è quello di impostare una strategia di interventi a sostegno dello sviluppo per permettere ai giovani di restare nei loro paesi invece di prendere la strada della migrazione. Corrisponde a ciò che l’anno scorso il governo italiano propose all’Europa attraverso il Migration compact che anticipava questa scelta strategica. Una strategia che si sta già attuando con l’intenso lavoro diplomatico dell’Italia nei confronti delle tribù libiche allo scopo di attivarle per sorvegliare le frontiere sud da dove passa il flusso dei migranti.

Se si volesse definire tutto ciò con parole semplici si potrebbe dire che la cosa più sensata per tutti è aiutare chi cerca una vita migliore a trovarla nel proprio paese. Una tale affermazione, fino a ieri, era considerata di destra eppure è evidentemente di comune buon senso perché nessun paese, a meno che non sia l’ovest degli Stati Uniti all’inizio dell’800, può sopportare il continuo afflusso di migranti che ha avuto l’Italia negli ultimi anni. Bisognava prendere coscienza prima che non esiste altra soluzione alla migrazione dall’Africa senza invischiarsi in astrusi ragionamenti sull’accoglienza a prescindere da qualunque limite.

migration compactDi comune buon senso è anche riconoscere che una massa di persone prive di tutto esercita una pressione nei confronti dei ceti più disagiati perché compete per il lavoro, per i servizi, per gli spazi comuni.

Serve a poco dire che nel 2050 avremo bisogno di un tot di lavoratori in più che la nostra crescita demografica non ci può dare. Lo scopriremo strada facendo da oggi ad allora, ma non è questo un buon motivo per accogliere con gioia l’arrivo di 200mila persone l’anno alle quali letteralmente non sappiamo cosa far fare e dove collocarle.

Tutto ciò è parlare come la destra? Niente affatto. Disconoscere questa realtà non aiuta a cancellarla e non esime i politici dal dare risposte credibili.

Piuttosto bisognerebbe indagare di più sull’affermazione di Orsina secondo il quale “l’Italia è un paese di destra”. Forse si scoprirebbe che è di destra anche perché ha bisogno di risposte concrete che dall’altra parte non arrivano in maniera convincente.

Dunque che torni il bipolarismo destra-sinistra può non significare nulla se non si capisce che la politica non è retorica affermazione di etichette, ma soluzioni per il governo della società. Vince non chi conquista il centro, ma chi è più credibile

Claudio Lombardi

Migranti: il coraggio della verità

Per dire la verità sui migranti che arrivano via mare bisogna avere coraggio. Innanzitutto i numeri: 3,6 miliardi spesi nel 2016, 4,3 previsti nel 2017. E poi 170.000 persone arrivate nel 2014, 153.000 nel 2015, 181.000 nel 2016 e circa 37.000 sbarcate finora nel 2017. Su queste due serie di dati bisogna fermare l’attenzione.

immigrati 6In questi dati è descritta la situazione che lega le mani all’Italia e la condanna a subire le conseguenze di tutta la migrazione che passa dal Mediterraneo verso l’Europa. La “legge del mare” impone di salvare i naufraghi e portarli nel porto sicuro più vicino. Guarda caso i porti siciliani (che non sono i più vicini) sono quelli nei quali vengono trasporati tutti i migranti. D’altra parte gli accordi di Dublino stabiliscono che il paese di approdo è quello che deve farsene carico. Così l’Italia rimane incastrata da regole pensate per casi eccezionali e sporadici di naufragio o per migrazioni di entità molto più limitata di quelle attuali.

Di fatto oggi i numeri dei migranti li decidono i trafficanti e l’Italia accoglie tutti quelli che vengono sbarcati nei nostri porti. Viviamo così in un’emergenza continua imposta dalle decisioni che vengono prese dalle bande libiche. In questa situazione organizzare un’accoglienza che punti all’integrazione diventa molto difficile se non impossibile.

Certo, si possono anche distribuire i migranti in ciascuno degli ottomila comuni italiani, ma il problema non cambia e c’è da dubitare che molti siano arrivati fin qui per ripopolare borghi sperduti sugli Appennini. Una vera integrazione richiede tempi lunghi e numeri limitati.

accoglienza migrantiL’Italia paga la propria debolezza che si è tradotta nell’incapacità di far mettere all’ordine del giorno dell’Europa l’emergenza migranti come un problema di tutti. Noi oggi paghiamo una quota per gli accordi con la Turchia, ma gli arrivi dal Mediterraneo restano sempre a nostro carico. La strategia giusta era quella del Migration compact presentato dal governo Renzi all’Europa. Ma può funzionare nel lungo periodo (già, ma che fine ha fatto?). A breve occorrono altre risposte: cambiare gli accordi di Dublino per distribuire i migranti che arrivano via mare in tutta l’Europa; frenare le partenze dalla Libia; selezionare i richiedenti asilo e aiutare gli altri a trovare in Africa una diversa destinazione.

La novità di queste settimane è aver appreso che la maggior parte dei salvataggi si fanno davanti alle coste libiche. I notiziari ci raccontavano di salvataggi nel canale di Sicilia e noi immaginavamo le imbarcazioni che affondano avvicinandosi alle nostre coste. Invece la polemica sulle ONG ha messo in luce una situazione nuova che finora era rimasta in ombra. È evidente che, gommone migrantiormai, vengono messe in mare imbarcazioni adatte a galleggiare per poche ore confidando nell’intervento immediato delle navi di soccorso. In alcuni casi, si è visto in vari filmati delle stesse ONG, i gommoni vengono addirittura scortati dai trafficanti per essere riportati al punto di partenza e riutilizzati. Come è ovvio le ONG nulla possono fare contro gli scafisti. Le dichiarazioni del procuratore Zuccaro e, prima ancora, la denuncia del direttore di Frontex hanno ipotizzato una collusione tra scafisti e alcune ONG. Ma su questo le polemiche senza indagini e prove non hanno senso.

Questi sono i punti di partenza, ma a questi non può seguire la fatalistica accettazione di tutto ciò che accade. Predicare l’accoglienza totale senza limiti è comprensibile come slancio umanitario o religioso, ma impraticabile. Eppure è ciò che sta avvenendo di fatto senza che sia stato deciso nè dal governo nè dal Parlamento.

migranti in attesaChe gli arrivi dei migranti siano diventati un fattore di instabilità nel nostro Paese è abbastanza evidente. Inutile opporre che di fronte a 60 milioni di abitanti 150-200mila persone in più l’anno non sono un problema perché queste persone devono essere assistite cioè mantenute perché non hanno nulla e nulla hanno da fare qui da noi se non cercare l’occasione di guadagnare ciò che serve per una vita migliore. E come funziona questa ricerca? Per alcuni che riescono a trovare lavori regolari ce ne sono tanti altri che si prestano ad ogni genere di sfruttamento e alla delinquenza di piccolo cabotaggio.

immigrati sfruttatiCome è noto la grande maggioranza non ha diritto allo status di profugo, ma tutti gli annunci che minacciano il rimpatrio per chi non ha diritto di restare sono ipocrite bugie per non dire la verità e cioè che tutti resteranno qui. Molti un lavoro lo trovano, ma a quali condizioni? La presenza degli immigrati è stata una manna per i datori di lavoro italiani (e stranieri) perché sono disposti ad accettare retribuzioni molto più basse di quelle normali e senza nessuna tutela. È un fenomeno talmente diffuso che è ridicolo quando i politici assicurano che nessuno toglierà il lavoro agli italiani. Di fatto si è creato un mercato dei lavori disagiati e svantaggiati, malpagati e rischiosi che gli italiani rifiutano, ma che gli immigrati accettano.

Bisogna avere il coraggio di dire le verità che tutti possono constatare nella loro vita quotidiana. La situazione attuale nella quale ai problemi concreti si risponde con esortazioni morali produce solo intolleranza. Certo, chi vive ai piani alti della società può anche non accorgersene e cullarsi nei propri principi ideali, ma chi vive più in basso il problema lo vede e lo vive

Claudio Lombardi

Il colpo di Stato in Turchia e il problema Islam

L’Islam sta diventando una minaccia per la pace nel mondo? Inutile girarci intorno. È questo l’interrogativo che incomincia a diffondersi e che è esorcizzato dai tanti che si ostinano a negare alla radice il problema .

laicità turcaIl bluff del colpo di Stato in Turchia ha ridicolizzato le forze armate da sempre garanti della laicità dello Stato turco, ha modificato la costituzione materiale cui seguirà, inevitabilmente e dopo una vasta epurazione negli apparati pubblici, una modifica di quella formale che sancirà l’islamizzazione della società e del potere. Dentro la Nato, alle porte dell’Europa, con 80 milioni di abitanti, un esercito strapotente, un’economia forte e florida una Turchia trasformata in uno Stato autoritario islamico non è certo una bella notizia. Un anticipo di ciò che significherà lo abbiamo già avuto con la stagione delle cosiddette primavere arabe dietro alle quali si è sviluppato un disegno di ridefinizione degli equilibri di potere e geopolitici nel Medio Oriente che ha nella distruzione dei regimi moderati e laici il suo passaggio obbligato. La Turchia, membro della Nato ed ex candidata ad entrare nella Unione Europea, ha già dato un suo contributo tentando di realizzare un disegno di espansione egemonica e territoriale per il quale, in combutta con l’Arabia Saudita, ha sostenuto in ogni modo l’Is puntando alla conquista di una parte della Siria.

Il quadro generale è quello di una lotta in corso da molti anni tra sciiti e sunniti nella quale l’Occidente ha avuto una parte, prima con la guerra tra Iran e Iraq, poi col sostegno alla guerriglia contro l’Urss in Afghanistan e, infine, con le sciagurate guerre che hanno distrutto due regimi autoritari, ma laici e stabili in Iraq e in Libia. Da qui ha preso le mosse una guerra fondata sul terrorismo che ha colpito soprattutto il continente africano e l’Asia. Usa ed Europa ne sono rimasti colpiti in misura comunque marginale.

islamizzazioneA questa si è affiancata una crescente islamizzazione di popolazioni e stati che nei decenni passati avevano acquisito un minimo di identità nazionale laica spesso allontanandosi e scontrandosi con l’identità religiosa. Il nazionalismo arabo, il socialismo arabo (partito Ba’th), il panarabismo sono ricordi di epoche lontane ormai scomparse. La Turchia laica nata nel 1922 rischia di diventare anch’essa un ricordo. Ora ogni fazione in lotta, ogni gruppo che aspira a prendere il comando, ogni leadership che vuole il riconoscimento popolare si richiama all’identità religiosa come sua unica fonte di legittimità. Un popolo osannante un capo che impugna la religione (come sta accadendo in Turchia con Erdogan vittorioso sui golpisti) non ha nulla a che vedere con la democrazia. Uniche eccezioni la dittatura militare in Egitto e regimi più o meno democratici in Tunisia e in Algeria.

Il terrorismo è la modalità principale con cui viene condotta la guerra dell’Is sia in Medio Oriente che in Africa e in Asia. L’Is è un marchio tenuto insieme dalle conquiste territoriali che gli è stato permesso di compiere, dalla potenza legante di internet e dal disegno strategico (il Califfato) che intende realizzare. Disegno strategico di unificazione dei popoli islamici sotto un unico regime governato dalla sharia che ha come suoi nemici principali i governi in carica nei paesi islamici e l’Occidente con cui si alleano e fanno affari. Il terrorismo in Europa è funzionale a questo disegno e uno dei suoi scopi principali è aumentare la presa sui milioni di musulmani che vivono in Occidente sia per trarne altri combattenti sia per logorarne il rapporto con le società occidentali. Quest’ultimo è il problema che ci tocca più da vicino e merita qualche considerazione più ampia.

terrorismo islamistaAbbiamo visto che i terroristi spesso nati e cresciuti in un paese europeo non sono mai musulmani esemplari (così come già fu per gli attentatori dell’11 settembre del resto) bensì giovani che vivono, nel bene e nel male, la vita che si può vivere in un qualunque paese occidentale. Sono, però, al pari dei tanti che sono partiti per combattere nelle file dell’Is in Siria e in Iraq, persone alla ricerca di un’identità. E la trovano facendosi saltare in aria o facendo strage di innocenti. Si può anche dire che siano dei disturbati mentali, ma lo sono in nome di una religione, inseriti in una rete mondiale, con un’assistenza logistica, con finanziamenti, con canali per trovare armi ed esplosivi, con finalità strategiche che li rendono un problema ben diverso da quello di un comune delinquente o teppista da stadio.

E qui veniamo al problema Islam. Sarebbe, infatti, lecito aspettarsi che i terroristi in Europa siano non solo isolati, ma smascherati e denunciati innanzitutto dalle comunità nelle quali vivono e che si riconoscono nella medesima fede religiosa. Finora non è accaduto e i quartieri a maggioranza musulmana in Francia e in Belgio sono stati l’acqua nella quale questi pesci hanno nuotato indisturbati. Perché è potuto accadere?

Islam nel mondoL’Islam così come si presenta a noi tra la fine del XX e l’inizio del XXI secolo è una realtà non assimilabile a quella di una qualsiasi altra religione. È, insieme, credo religioso, regola di vita, fondamento di stati, ideologia politica, collegamento tra moltitudini di persone per ogni altro aspetto lontane ed estranee. L’Islam è una religione senza un’autorità riconosciuta che ne aggiorni i contenuti e, per questo, si presta ai più svariati usi da parte di gruppi che si appigliano a questo o a quel passaggio dell’unico testo che ne stabilisca i precetti: il Corano. L’Islam si pone al di sopra di ogni autorità civile; nega la distinzione tra religione e Stato; costituisce l’identità unica e totalizzante delle comunità dei credenti. L’Islam è una religione militante che tende a non riconoscere l’autonomia dell’individuo e detta regole di vita e di comportamento vincolanti. Regole desunte dai versetti del Corano che, nella loro inevitabile secolare rigidità, non riescono a conciliarsi con il progresso dell’umanità e danno luogo a comportamenti  inaccettabili specialmente sul versante dei rapporti tra uomini e donne e nei confronti delle libertà politiche e civili.

L’Islam è tutto questo, ma è anche scelta individuale ed è vero che nessuna responsabilità si può addebitare a chi professa la religione. Il problema, infatti, non è di considerare i musulmani colpevoli di qualcosa, ma di conquistarli ad accettare e condividere il sistema di valori e le regole che ci siamo dati dopo secoli di guerre culminate in due guerre mondiali con decine di milioni di morti. Non c’è massacro che ci possa stupire ed è per questo che siamo legittimati a combattere perché nessuno minacci la nostra pace.

integrazione religiosaPer questo, oggi, qui in Europa, la nostra principale battaglia è quella culturale per integrare le persone di fede musulmana convincendole a sentirsi parte di una comunità nazionale e a riconoscere lo Stato laico come superiore ad ogni autorità religiosa. Occorre togliere l’acqua ai pesci del terrorismo.

Ma c’è un altro problema perchè bisogna guardare lontano. La prospettiva di un partito islamico nei paesi europei immaginata da Houellebecq nel suo libro “Sottomissione” non è poi così assurda come si potrebbe immaginare e dipende solo dal numero di coloro che potrebbero sostenerlo. E, come sappiamo tutti, questo numero è in continua crescita con i migranti e con le seconde generazioni. Tuttavia si tratta di un evento che non è assolutamente auspicabile. Ciò che sta accadendo in Turchia ci deve mettere in guardia che la conquista culturale viene sempre per prima dell’uso della forza

Claudio Lombardi

Scontro di civiltà o integrazione?

C’è qualcosa che lega la rivolta delle banlieue di Parigi del 2005, al massacro di Charlie Hebdo, alle stragi di novembre 2014, ai fatti di Colonia? Un solo legame: l’esistenza di enclave sociali e culturali che vivono coltivando il loro isolamento e la loro ostilità verso la società della quale fanno parte. Si parla ovviamente di quelle periferie che in molti commenti sono viste come il luogo di tutti i mali. Periferie urbane, ma anche periferie esistenziali, sociali, culturali, ideologiche.rivolta delle banlieue Nelle periferie nascono le ribellioni, i comportamenti antisociali, il degrado dei rapporti umani che si possono presentare come manifestazioni individuali o che possono tradursi in azioni collettive se trovano un elemento unificante. Qualcuno già lo conosciamo, dal mondo ultras ai neonazisti, ma si tratta di fenomeni circoscritti. La novità di questi anni è che alla cosiddetta rabbia delle periferie ora si offre la possibilità di esprimersi anche attraverso una religione che porta con sè un’ideologia, un nemico, una identità, una strategia. L’islamismo fondamentalista sta lavorando per questo.

L’estremismo di stampo religioso non è qualcosa che ci portano i nuovi arrivati in fuga dagli sconvolgimenti del Medio Oriente o dalla povertà dell’Africa, ma piuttosto nasce da quelli che già risiedono in Europa e che trovano nell’ideologia del fondamentalismo un loro punto di riferimento, collegamenti internazionali, finanziamenti e supporti operativi.

fondamentalismo islamicoNon si tratta certo di un fenomeno di massa, ma bisogna farci i conti perché si rivolge ai milioni di persone che condividono la stessa matrice culturale e religiosa e che magari covano i più diversi risentimenti nei confronti del paese nel quale vivono. È il popolo delle periferie nelle quali gli estremisti trovano l’ambiente giusto per fare proseliti, formare dei gruppi, organizzarsi, rifugiarsi. Ambiente giusto non certo perché gli abitanti vogliano proteggerli, ma perché c’è un’oggettiva comunanza di valori, di fede religiosa, di una visione della società degli uomini e delle donne che li rende non estranei alla massa dei musulmani che pure non condividono le loro scelte politiche e di vita. Questa comunanza accorcia le distanze fra le persone anche quando si rifanno a gruppi organizzati nei territori di origine o interpretazioni diverse dei testi sacri all’Islam. Il senso di estraneità agli stili di vita occidentali rischia di avere maggior peso di tante divisioni specie quando non si fa abbastanza per superare le distanze e le incomprensioni.

Se poi il popolo delle periferie viene alimentato da nuovi massicci arrivi di migranti gli equilibri già instabili rischiano di diventare veramente precari. Chi arriva in Italia, in Germania e negli altri paesi europei o fugge dalla guerra o è spinto dalla ricerca di migliori condizioni di vita. Non conosce e forse non approva il nostro modo di vivere e i nostri valori, conosce i suoi e tende anche a difenderli perché è tutto ciò che gli resta della vita che ha lasciato.

migranti fugaDi fronte a questa realtà cosa dobbiamo fare? Già offrire un’accoglienza di base a centinaia di migliaia di persone non è facile. Porsi il problema dell’integrazione culturale sembra qualcosa di superfluo. Tanto più che l’integrazione già tentata non ha funzionato granché nemmeno per quelli che vivono in Europa da anni e in tanti casi nemmeno per quelli che qui sono nati. I fatti di Colonia purtroppo ci dicono questo.

Se un migliaio di persone ha creduto di potersi organizzare per dare la caccia e derubare tutte le donne che capitavano a tiro nel luogo più importante e più sorvegliato della città evidentemente non ci si trova di fronte ad una “normale” aggressione sessuale (poco intelligentemente evocata da numerosi commentatori e, ahimè, commentatrici), ma a qualcosa di ben più grave. O volevano organizzare un’azione di guerriglia urbana contro la popolazione per impaurirla o sentivano di essere in diritto di fare quello che hanno fatto. Nel primo caso si tratterebbe di un’azione con finalità di terrorismo; nel secondo mostrerebbe l’assoluta estraneità degli aggressori ai codici di comportamento e ai valori che sono a base della convivenza civile degli europei.

confronto con musulmaniPoiché con i musulmani dobbiamo convivere in pace, perché noi abbiamo bisogno di loro e loro di noi e poiché non vogliamo respingere i migranti che scappano dal Medio Oriente, dal Nordafrica e dall’Africa (casomai si tratta di creare corridoi umanitari per farli arrivare in sicurezza e per scaglionare gli arrivi in attesa che nei paesi di origine cessino le cause della fuga) dobbiamo porci il problema di fare qualcosa perché l’integrazione culturale ci sia.

Ma quale integrazione? La soluzione più semplice è lasciare che ogni comunità preservi le sue specificità culturali e si organizzi come meglio crede. In questo modo ogni etnia, ogni comunità tenderebbe a riservarsi quartieri o aree nelle quali applicare i propri principi e dalle quali escludere gli altri. È un po’ ciò che è già avvenuto in Francia, ma anche a Roma, Milano e in altre città italiane. La soluzione più difficile è quella di imporre un minimo comun denominatore fatto di pochi principi e valori da considerarsi irrinunciabili e per questo non negoziabili. Per quanto difficile questa è l’unica strada per non tornare indietro. rispetto della donnaSappiamo tutti benissimo che i risultati raggiunti sulla laicità dello Stato, sulla parità di genere a cominciare da quella tra uomini e donne, sul rispetto delle libertà della persona non sono definitivi e vengono continuamente minacciati. Sarebbe paradossale, però, dover fare dei passi indietro con l’assimilazione di milioni di persone provenienti da culture diverse da quella che identifichiamo come occidentale. Nonostante i tentativi dei terroristi islamici non è in atto uno scontro di civiltà. Riconoscere i valori fondanti del modello delle società e delle democrazie occidentali, farli conoscere, praticarli aiuterebbe noi stessi a riscoprirli e a capire che quelli sono beni comuni a cui non possiamo rinunciare e che dobbiamo estendere a quelli che accogliamo. Per questo ci vogliono chiarezza e fermezza. Conviene a loro perché hanno tutto da guadagnare e conviene a noi perché non possiamo perdere nulla delle nostre conquiste

Claudio Lombardi

Fatti di Colonia: ci vuole chiarezza

Criminalizzare intere categorie di persone (i rifugiati, gli immigrati, i mussulmani) per quanto accaduto la notte di Capodanno, come fanno alcune forze politiche, è indecente.

Ma altrettanto indecente è il sistematico tentativo di minimizzare l’accaduto, forse nel vano tentativo di non allarmare ulteriormente l’opinione pubblica, ma ottenendo nei fatti l’esatto opposto.

aggressioni di ColoniaCi ha tentato, all’inizio, il capo della polizia della città tedesca (poi rimosso), la cui reticenza ha impedito alla notizia di emergere sui media per quasi una settimana. Poi il testimone è stato preso dalle autorità politiche che, pur riconoscendo e stigmatizzando la gravità delle aggressioni subite da centinaia di donne  in oltre dieci città europee (più di 500 solo a Colonia), hanno sostenuto per un certo tempo l’inverosimile tesi che le aggressioni non sarebbero state organizzate. Solo dieci giorni dopo i fatti il Ministro della Giustizia tedesco ha affermato, in contrasto alla posizione fin lì dominante. “ non credo non ci sia stato un accordo o che la cosa non sia stata preparata”.

fondamentalismo islamicoSe ci domandiamo il perché di tale reticenza, possiamo trovarlo nel fatto che dietro alla spiegazione ora emergente (un’azione organizzata attraverso i social network e poi diventata virale all’interno di una o più comunità) , potrebbe esservene  un’altra assai più preoccupante e cioè l’avvio di un nuovo fronte nella guerra dichiarata dall’Islam radicale contro l’occidente, che si avvarrebbe – secondo la teorizzazione fatta oltre dieci anni fa da uno degli ideologi più estremisti – di tre armi: quella demografica, per l’espansione crescente della componente mussulmana della popolazione europea (nel 2050 la maggioranza degli svedesi apparterrà a questa comunità), ora spinta anche dalla politica  della Merkel; quella terroristica che, con i fatti di Parigi ha fatto un salto di qualità e quella psicologica, iniziata con gli sgozzamenti in diretta TV. Il fatto preoccupante è che, pur essendo le aggressioni di Colonia assai meno gravi di quelle cruente di Parigi, potrebbero inscriversi nel filone della guerra psicologica mirante a instillare incertezza e paura in strati diffusi della popolazione.

multiculturalismoC’è da augurarsi che l’ipotesi fatta non sia confermata e che si sia trattato soltanto di una specie di gigantesco “rave party” finito male.  Ma quello che è certo è che non bisogna più indulgere, in omaggio ad un risibile “politically correct”, nell’autocensura per non “mancare di rispetto” ad una o più comunità straniere. Se si insistesse in questo demenziale atteggiamento, quello che può essere stato solo un grave incidente, potrebbe diventare lo stimolo per nuove e magari più pericolose provocazioni.

Il nocciolo del problema, come ha ben detto Ernesto Galli della Loggia in un editoriale sul Corriere della Sera è che, accertato il totale fallimento del multiculturalismo, cioè della convivenza in uno stesso Stato di più comunità fra loro  separate (che ha portato ad esempio in Gran Bretagna a diffusi comportamenti illegali: infibulazione, poligamia, tribunali islamici, tollerati dalla autorità), non resta che l’integrazione degli stranieri, il che però comporta, da parte loro, di accettare i valori fondanti delle nazioni che li accolgono e di rinunciare, pertanto, ad alcuni dei propri. Senza questa rinuncia l’integrazione non esiste.

Il problema è che molte comunità straniere, provenienti da Paesi in cui religione e Stato coincidono, non sono intenzionate a mettere in discussione i propri valori, perché li ritengono non  negoziabili. E’ questo il tema che le Istituzioni e l’opinione pubblica europea dovrebbero affrontare a viso aperto e senza infingimenti. Altrimenti saranno guai.

 

Roberto Barabino tratto da http://www.civicum.blogspot.it/

Migranti

Grande tensione tra Italia e Francia perché a Ventimiglia sono bloccati 650 migranti che vogliono andare dall’altra parte. Il ministro dell’interno francese dichiara che dall’inizio dell’anno ben 8mila persone sono passate dall’Italia alla Francia e 6mila sono state rispedite qui da noi. Bé sì, in effetti sono i numeri di una vera e propria invasione …

Il problema comunque è serio perché dall’inizio dell’anno ne sono sbarcati sulle nostre coste oltre 50mila buona parte dei quali non vuole restare in Italia. Infatti, finora, li abbiamo lasciati andare sperando che passassero i confini. D’altra parte l’Italia non è la meta più ambita.

Comunque non arrivano solo qui da noi. Francia e Germania possono vantare numeri anche più alti dei nostri. Dunque il problema è più comune di quanto sembri. Lasciamo perdere le statistiche dei richiedenti asilo perchè fotografano solo un pezzo della realtà; i migranti per motivi economici sono la maggior parte degli arrivi e, in teoria, non possono vantare alcun diritto a restare. Ma tanti restano, iniziano a lavorare ed entrano a far parte delle nostre società. Li vediamo tutti i giorni e sappiamo che avremo bisogno di molti di loro per i prossimi decenni. Quanti? Ecco un dato che sarebbe interessante conoscere perché si potrebbe anche pensare di costruirci sopra una politica cioè un progetto invece di lasciare al caso la selezione dei fortunati che riescono a farcela.

migranti italianiNo così non va. Possiamo impedire alla gente di fuggire dalle guerre e dalla miseria? No, non ci è mai riuscito nessuno. Possiamo certamente aiutarli a casa loro, ma sappiamo che è molto difficile perché qualunque intervento deve fare i conti con situazioni locali degradate dove non si può nemmeno parlare di una vera e propria autorità statale oltre che con guerre e regimi banditeschi.

Possiamo accogliere milioni di persone? Sì certo perché milioni di immigrati già vivono in Europa, la natalità degli europei è zero o sotto zero e non potremo diventare società di vecchi pensionati nel prossimo futuro. Il problema di questo nostro tempo è che arrivano in tanti in poco tempo e noi facciamo finta di non volerli perché nell’immediato costituiscono un gran bel problema di ordine pubblico.

Il problema vero è l’emergenza. Bisogna sforzarsi di non fare confusione e distinguere: emergenza, accoglienza, permanenza, integrazione.

barcone migrantiSull’emergenza sembra che le nostre autorità caschino sempre dalle nuvole e che ogni arrivo le colga di sorpresa. Colpa dell’ipocrisia delle forze politiche che non si sono volute prendere responsabilità ammettendo che il problema esiste e che non può essere scansato bensì governato.

L’emergenza e la prima accoglienza sono problemi nostri, ma è giusto che l’Europa ci aiuti; la permanenza e l’integrazione sono di tutti nel senso che ai migranti, una volta accolti, bisogna permettere di spostarsi nell’Unione Europea. D’altra parte sono qui per lavorare e ciò che conta è che riescano a trovare un lavoro. Dopodiché perché non prendere atto che di loro c’è bisogno?

aiutare i poveriCasomai il problema è farli uscire dall’ombra cioè impedire che il loro sfruttamento tolga spazio al lavoro degli europei. Troppo facile fare concorrenza quando un immigrato classificato clandestino viene pagato la metà e non può nemmeno protestare sennò lo cacciano.

In definitiva ciò che occorre è un mix di interventi perché non c’è una sola soluzione. Accordi con i paesi di origine, accordi con le tribù libiche, salvataggi, intervento dell’ONU, accoglienza, integrazione. Fare tutto e farlo insieme perché il problema è comune a tutti i paesi europei. Ciò che non deve accadere è farsi prendere dal panico perché nessuno ci sta dando l’assalto e sarebbe più saggio avere paura delle tante mafie che succhiano il sangue alle nostre economie e corrompono le nostre democrazie

Claudio Lombardi

1 2