Stadio della Roma: un film già visto

Un film già visto. Un costruttore, una grande opera privata che senza il consenso dell’amministrazione pubblica non si può fare, un presidente di un’importantissima società di servizi di proprietà comunale messo lì dai suoi protettori politici, altri politici di vario livello presi nella rete di un ricco costruttore. E poi finte consulenze e varie altre mascherature per nascondere finanziamenti e favori. La magistratura intuisce, sospetta e poi agisce. Gli arresti, le intercettazioni sulla stampa eccetera eccetera. Lo scandalo dello stadio della Roma non è che l’ennesimo episodio di una telenovela che dura da decenni.

È clamoroso che l’inchiesta per associazione a delinquere finalizzata alla corruzione tocchi adesso il M5S. L’avvocato Lanzalone, al quale è stata data in premio, come ha affermato Di Maio, la presidenza dell’Acea come se fosse un feudo di proprietà dei 5 stelle, è uomo di fiducia di Casaleggio e di Grillo. Fu inviato a Roma per tappare la falla creata dal caso Marra (il braccio destro della Sindaca Raggi arrestato e rinviato a giudizio per corruzione). La Sindaca anche adesso prova ad uscirne politicamente indenne come già fece al tempo di Marra. È solo uno dei 23 mila dipendenti del Campidoglio disse del suo braccio destro. Me lo hanno imposto, io manco lo conoscevo dice di Lanzalone. Strana idea della responsabilità politica. Una sindaca che non conta nulla che viene manovrata da un faccendiere o che esegue gli ordini di Grillo e Casaleggio.

Questa vicenda è importante perché rivela la nascita di un sistema di potere a 5 stelle. Camuffata dall’arroganza di una propaganda martellante che ha eretto le bandiere della trasparenza e dell’onestà esiste una realtà opaca dove le decisioni che contano vengono prese da pochissime persone e dove cominciano a girare gli affaristi senza scrupoli, gli arrampicatori, i disonesti di domani. Dopo essere nati e cresciuti al grido di “sono tutti uguali, tutti corrotti e se ne devono andare tutti a casa” i pentastellati, appena conquistato il potere, hanno cominciato ad ammorbidirsi. Le loro regole sono state adeguate e, ciò che prima era motivo di feroci attacchi ai politici, adesso se li riguarda, viene giustificato. A metà strada tra una setta e una società privata pensano di essere dei rivoluzionari che stanno compiendo una missione in nome del popolo e dunque si assolvono da molte responsabilità.

Fermo restando che non si possono pronunciare condanne sulla base di un’inchiesta appena avviata e che la magistratura ci ha abituato a “lanci” di processi mediatici finiti poi nel nulla, lo scandalo dello stadio della Roma nella sua “ordinarietà” dice molto di più. Ci racconta di una politica debole che continua ad essere facile preda di affaristi, di traffichini, di professionisti in caccia di consulenze, di dirigenti di uno dei tanti apparati di cui si compone lo Stato e quel mondo di aziende che dalla politica dipende.

La debolezza di quel poco che è rimasto dei partiti e della politica spiega ciò che può apparire incomprensibile. È chiaro che i politici hanno troppo potere (rappresentato contabilmente dalla spesa pubblica) e non sono in grado di gestirlo. Per dirlo con più chiarezza: sono nelle mani delle burocrazie. E sono facile preda di arrampicatori, consiglieri, facilitatori che offrono i loro servizi consapevoli di quanto il politico al quale si rivolgono sia incompetente e oscillante tra lo smarrimento e l’arroganza. Per questo la questione decisiva nascosta allo sguardo dell’opinione pubblica è quella dei posti da spartirsi. Compito dei politici è quello di dire che a loro non interessa la spartizione dei posti mentre i loro fiduciari nell’ombra solo di questo si occupano. Basta guardare al caso Lanzalone. Passare dall’essere uno dei tanti avvocati in cerca di clienti alla presidenza di Acea significa essere proiettati nel mondo di quelli che contano, accaparrarsi retribuzioni al top e conquistare il potere di influenzare o decidere l’attribuzione di incarichi di responsabilità, di posti di lavoro ed anche di orientare le decisioni politiche e amministrative dalle quali possono dipendere le fortune di gente come il costruttore Parnasi.

Questa è la faccia nascosta del potere. E se ai politici è demandata solo la conquista dei voti si capisce che la politica può diventare puro marketing per creare e piazzare i prodotti che più facilmente possono essere venduti sul mercato del consenso. Se la parola stessa partito è stata ricoperta di infamia ed è stata sostituita da movimenti carismatici o da comitati elettorali non sorprende che il potere divenga un terreno di caccia. D’altra parte l’opinione pubblica è manovrabile. Con una campagna pubblicitaria può credere a tutto. Quale era lo slogan della Raggi in campagna elettorale? “Cambieremo tutto”. Una persona ragionevole non lo avrebbe detto perché era fuori dalla realtà, ma lei vinse. E il M5S non ha forse fatto eleggere a cariche istituzionali persone prive di alcuna competenza politica facendo credere che proprio l’incompetenza fosse un requisito fondamentale per accedervi? E chi dirige dietro le quinte sia questi che la cosiddetta democrazia diretta attraverso internet? Niente altro che quel centro di comando opaco che ha inviato a Roma l’avvocato Lanzalone dandogli in premio la presidenza di Acea.

Questo il M5S che rappresenta la punta più avanzata del cambiamento in peggio che sta sconvolgendo la nostra democrazia. Dunque che si può fare? Creare una politica che educhi il cittadino alla partecipazione, potenziare l’informazione e la formazione perché l’ignoranza è il brodo di cultura della separazione tra potere e consenso e l’incubatore dei fanatismi e dei regimi autoritari, abituare le persone ad essere protagonisti in grado di conoscere, valutare, giudicare. E costruire dei partiti che non siano solo delle macchine di potere o dei comitati elettorali. Sì ci vogliono i partiti. Organizzazioni di massa, articolate, diffuse, adatte a questi tempi nuovi nelle quali ognuno possa diventare un promotore di politica. Non i leader: i partiti

Claudio Lombardi

La rendita e la collusione politica economia burocrazia

Appare intuitivo, oltre che dimostrato dalla storia, che quanto più si amplia l’area d’intervento del governo e dell’amministrazione e si accresce la dimensione delle risorse intermediate dal sistema pubblico, tanto più aumenta la tendenza delle imprese a ricercare opportunità di guadagno tramite rapporti collusivi con coloro che detengono il potere di emanare norme o erogare risorse monetarie. E, come ci ha fatto osservare Mancur Olson più di trent’anni fa, tale processo è ulteriormente intensificato dalla presenza diffusa e consolidata di gruppi d’interessi particolari, impegnati a conquistare quote crescenti di reddito piuttosto che ad accrescerne l’ammontare. Il risultato sarà una riduzione progressiva della produttività totale dei fattori e, quindi, della capacità di produrre reddito ossia un progressivo restringimento del prodotto sociale. Che è esattamente ciò che si osserva, da qualche decennio, nel contesto italiano. La balcanizzazione e il generale indebolimento della rappresentanza hanno giocato un ruolo decisivo.

Tipicamente, il sistema prevede l’interazione, spesso, ma non necessariamente, condizionata da comportamenti collusivi, fra tre soggetti: il politico, cui fa capo il controllo sulle risorse pubbliche, la banca, che ne è, per così dire, il braccio armato, e l’impresa, che deve assicurare il flusso di favori economici che chiude il cerchio. Un’altra versione del modello prevede solo un rapporto di scambio fra legislatore e impresa, avente a oggetto l’emanazione di norme capaci di costituire posizioni di vantaggio a favore dell’impresa, generalmente tramite limitazioni della concorrenza.

Naturalmente, ci sono tanti modi per essere o mettersi in condizione di ricavare una rendita vendendo una risorsa resa artificialmente scarsa a un prezzo che può essere fissato arbitrariamente oppure amministrando l’accesso a una risorsa di cui si ha la disponibilità esclusiva. Ma il caso che qui ci interessa maggiormente è quello che origina da un intervento dell’operatore pubblico, attraverso norme e regolamenti ad hoc, concessioni, ecc. Lo stato e i suoi funzionari, il governo, i partiti e gli uomini politici, i sindacati e i loro esponenti sono i principali complici, spesso i promotori e i difensori del sistema delle rendite. Le imprese, a loro volta, insieme con determinati gruppi di lavoratori o anche singoli attori, sono i principali beneficiari del sistema delle rendite e, quindi, non solo lo subiscono, più spesso lo accettano, talora lo cercano, addirittura lo avallano.

intreccio politica inefficienteÈ qui, in questo intreccio perverso fra potere politico ed economia che inevitabilmente si annida la malapianta della corruzione. Rendita e corruzione vanno di pari passo, anche se fra l’una e l’altra non sussiste alcun nesso causale. L’una è il brodo di cultura della seconda; la seconda si alimenta della prima. Tutt’e due affondano le loro radici nella dimensione esorbitante dell’intervento pubblico nell’economia, nel ruolo crescente che, dai tempi lontani dell’unità nazionale, lo stato ha avuto nel finanziamento della produzione, nella distribuzione del reddito e, in generale, nell’intermediazione delle risorse. Un corollario di questa endiadi è il clientelismo ossia il fenomeno sociale che descrive il modo in cui ci si relaziona all’interno di un sistema in cui vige la rendita e domina la corruzione. In cambio della partecipazione, generalmente modesta, alla distribuzione della rendita, gruppi di cittadini si acconciano a rinunciare alla loro indipendenza e autonomia politica, cedendo il consenso agli amministratori delle rendite. Il sistema democratico ne risulta pesantemente indebolito, se non compromesso.

È importante comprendere il carattere sistemico di questi fenomeni e i nessi che li legano inscindibilmente, perché questo ci dice che la lotta per cancellarli non è solo questione di qualche norma in più o più severa, ma esige l’impegno per un cambiamento di sistema, che investa il modus operandi dei principali attori economici, politici, sociali. Ciò implica un intervento radicale sulla macchina dello stato, sui modi in cui viene esercitata l’azione di governo, sia a livello centrale che locale, passando per una drastica riduzione del ruolo d’intermediazione dei politici e degli amministratori e per un sostanziale ricambio e ridimensionamento della dirigenza, troppo compromessa con il sistema di potere che gestisce le rendite e che pratica la corruzione per essere oggetto di riforma.

Lapo Berti (terzo di tre articoli) tratto da www.lib21.org

Via Marino per spartirsi Roma?

Almeno un merito “Mafia Capitale” lo sta avendo. Tutto il marciume del “mondo di mezzo” dove le differenze si cancellano e ci si incontra sulla spartizione dei soldi e dei beni pubblici, pur se già conosciuto o intuito, sembra acquistare il senso nuovo di una minaccia alla nostra stabilità. La politica in mano alle bande e ai gruppi di saccheggiatori ci fa paura perché ci cala in un mondo di incertezze e di arbitrio nel quale una massa di sudditi soggiace alle prepotenze dei più forti.

corruzione a RomaUn articolo di Stella e Rizzo sul Corriere della Sera ce ne fornisce una dimostrazione concreta riprendendo la vecchia questione del patrimonio del comune di Roma. Stimato in 42mila immobili, dei quali 17mila non si sa in mano a chi siano e 24mila dati in affitto a prezzi ridicoli (di 7.066 si sa che rendono un mensile di 7,7 euro). Nello stesso tempo il comune di Roma prende in affitto a prezzi esorbitanti locali da alcuni “fortunati” privati che mai avrebbero pensato di ricavare somme del tutto fuori mercato dalle loro proprietà.

Quel patrimonio e quei soldi spesi sono i nostri soldi e vengono messi a disposizione di chiunque abbia un minimo di potere per prenderseli in un giro di complicità tra burocrazie, politici e affaristi e la gestione del patrimonio è la prova concreta di quel patto.

omertà politici RomaOra, che esista da tempo chi occupa posti nelle istituzioni e nelle amministrazioni solo per rubare e per farsi gli affari suoi è cosa nota. Ciò che colpisce però è il “silenzio degli innocenti” cioè di quella parte che dovrebbe essere onesta perché non coinvolta negli scandali, ma che è talmente debole e disorientata da sembrare collusa e che ha tollerato e tollera qualunque scorreria dei predoni senza reagire. Di fatto, se non fosse per la magistratura, dall’interno del sistema politico e degli apparati amministrativi non sarebbe partita nessuna denuncia e tutto sarebbe rimasto coperto dall’omertà.

Prendiamo il caso del Pd romano. Come scrive in un suo articolo un conoscitore di cose romane, Aldo Pirone: “Non c’è uno straccio di riflessione critica e autocritica sui meccanismi politici e culturali che hanno consentito, nel corso di più di due decenni, lo svilupparsi di “cellule” tumorali che hanno portato la sinistra romana fuoriuscita, in tutti i sensi, dal PCI alla disfatta morale prima ancora che politica”.

Perché è potuto accadere? Ecco in tre punti una sintesi delle spiegazioni che da’ Aldo Pirone:

  1. a) perdita di autonomia del partito rispetto alle istituzioni;
  2. b) commistione fra l’eletto e i potentati economici attraverso i finanziamenti elettorali con conseguente perdita di ogni autonomia della politica;
  3. c) personalizzazione della politica con la formazione di correnti e cordate personali finanziate dai potentati economici.

politica e soldiLa conseguenza è stata la trasformazione delle organizzazioni di base del partito in strumenti di potere personale o in luoghi privi di peso politico. Una trasformazione con due caratteri peculiari: la politica da usare per sé e per i propri sostenitori e i soldi diventati mezzo e fine delle azioni messe in campo tramite i poteri pubblici.

Forse che tutto ciò ha riguardato il solo Pd? Ovviamente no e stranamente all’accanimento mediatico nei confronti del Pd corrisponde una singolare sottoesposizione dei comportamenti degli altri e delle destre in particolare. Tanto che l’ex sindaco Alemanno indagato per mafia perché durante il suo mandato è dilagata “Mafia Capitale” si permette di intimare a Marino di dimettersi per il bene della città.

speculazione edilizia RomaIl fatto è che il governo di Roma è stato ristretto in un modello – il modello Roma – che si è realizzato attraverso un intreccio tra poteri economici, politici, amministrativi e corporativi che ha messo sotto controllo le amministrazioni locali e ha gestito le scelte politiche e amministrative nell’interesse di pochi.

È impossibile che i politici non si fossero accorti di niente. Molto più realistico è pensare che qualcuno ne traesse un profitto e tanti altri lo ritenessero un prezzo da pagare ad una politica moderna.

Per questo l’indagine di Fabrizio Barca sui circoli romani del Pd rischia di apparire fuorviante. Cosa si vuol far pensare, che basti chiudere i circoli degenerati e riavviare il tesseramento per eliminare il vecchio sistema clientelare e corrotto? Fosse così facile non ci sarebbe nemmeno stata “Mafia Capitale” e tutto si ridurrebbe ad alcuni pacchetti di tessere false da cancellare. Purtroppo le cose sono molto più complicate e qualcuno dovrebbe pensare a ripulire la macchina amministrativa da quelli che l’hanno piegata agli interessi di bande e cricche varie. Chi avrà il coraggio, per esempio, di esaminare il lavoro dei dirigenti del comune?

pulizia nel comune RomaPer una pulizia a fondo ci vuole forza politica e coesione. Per questo lascia veramente perplessi la sfiducia di Renzi al sindaco Marino. Che senso ha in questa situazione non si capisce. A Roma gli interessi in gioco sono molto più grandi di quelli di cui era portatrice Mafia Capitale. L’ostilità di cui è stato circondato Marino fin dal suo insediamento significa che gli interessi minacciati dal sindaco “marziano” o inconsapevole o ingenuo hanno puntato da subito sulla sua caduta.

Si può pensare allora che l’ostacolo al buon governo sia Marino? Casomai è vero il contrario, Marino non garantisce poteri e interessi abituati a trattare la città come il loro bancomat. Spingere alle dimissioni Marino è paradossale. Tanto da far sorgere il sospetto che su Roma si stia tentando di ricreare un nuovo modello depurato dai suoi elementi più impresentabili per dare spazio ad un patto di moderna spartizione tecnocratica.

No non può finire così e Roma merita di più

Claudio Lombardi

Una verifica di legalità per i dirigenti dello Stato

il blog di claudio lombardiNoi potevamo non saperlo, ma i politici lo sapevano benissimo e hanno taciuto. Ce n’è abbastanza per chiedere che tutti i dirigenti dello Stato siano sottoposti a una verifica di legalità e di affidabilità. Abbiamo scoperto solo in occasione dell’arresto che Ercole Incalza da molti anni al vertice del ministero delle infrastrutture (ex lavori pubblici) aveva collezionato ben 14 procedimenti giudiziari dai quali si era salvato anche grazie al taglio della prescrizione voluto dal governo Berlusconi. Abbiamo saputo che nel 2004 al marito della figlia di Incalza erano stati pagati i 2/3 terzi del prezzo (sembra ben un milione di euro) di  un appartamento di lusso dal costruttore Anemone, lo stesso che aveva pagato la famosa casa del ministro Scaiola. (Ovviamente se un tizio versa un milione di euro a favore della figlia di Incalza è lecito immaginare che abbia ricevuto in cambio favori per un valore di molto superiore).

Sappiamo ora che Incalza – si ricordi altissimo dirigente dello Stato con poteri decisionali nell’affidamento delle opere pubbliche – è stato pagato per consulenze affidategli da una società di proprietà del costruttore Perotti che, a sua volta, da Incalza riceveva la direzione dei lavori di tutte le maggiori opere pubbliche negli ultimi anni. È lecito pensare che Incalza fosse a libro paga di Perotti che si sdebitava per i favori ricevuti che a lui dovevano fruttare molto.

Da questi pochi elementi, come italiani abituati a vedere opere pubbliche che non finiscono mai e che vengono pagate il doppio o il triplo del prezzo di partenza, non possiamo non farci venire il dubbio che ai vertici delle amministrazioni pubbliche ci siano spesso dei corrotti in combutta con affaristi e con politici che li coprono.

A questo punto un governo serio che vuole cambiare verso dovrebbe sottoporre tutti i dirigenti dello Stato a verifica dei requisiti di onorabilità e di affidabilità. Chi ha o ha avuto dei procedimenti penali per reati connessi al suo ruolo non può rimanere al suo posto. Semplice no? Renzi ce l’ha il coraggio di prendere questa decisione? Il tempo delle battute è finito

Scandalo opere pubbliche: Renzi è ora di cambiare verso

scadalo opere pubbliche“Dopo che hai dato la sponsorizzazione per Nencini lo abbiamo fatto viceministro. Ora parlagli e digli che non rompa i coglioni. E, comunque, complimenti, sei sempre più coperto..”

Così parlò il ministro Lupi in una telefonata con Ercole Incalza ora arrestato, ma per tanti anni incontrastato crocevia di tutte le grandi opere pubbliche. Basterebbe questa telefonata di cui dobbiamo dire grazie alle “sante” intercettazioni per cancellare Lupi dal panorama politico italiano per sempre con le sue dimissioni o cacciandolo dal governo. Il suo linguaggio è quello di un gangster che si rivolge ad un capobanda al di sopra di lui o, se volete, di un mafioso che parla con altro mafioso. Il che in Italia non sarebbe nemmeno poi tanto strano.

Non ci sono scuse e i fatti sono talmente chiari che nessuna via d’uscita è consentita. Lupi deve essere mandato via dal Governo. La fiducia è cosa diversa da una condanna penale e la fiducia Lupi non la merita più. È ridicolo che Renzi si arrampichi sugli specchi dicendo che il suo governo ha messo da parte Incalza. Messo da parte? Dopo il pensionamento ha avuto un contratto di consulenza con una norma scritta apposta per lui. Di cosa ha da vantarsi Renzi? È purtroppo ridicolo e patetico anche avanzare come dimostrazione della buona volontà del governo tirare in ballo la legge anticorruzione e la nomina di Cantone a capo dell’Autorità anticorruzione. Quante leggi sono state beffate e quante brave persone raggirate da un sistema di potere che tiene in pugno lo Stato? E poi non si tratta di quella legge che non si riesce a far approvare in Parlamento? Perché Renzi non ci mette sopra un bel voto di fiducia?

corruzione burocrazia politicaÈ anche superfluo parlare delle accuse della magistratura tanto siamo diventati esperti dei meccanismi con i quali si fanno lievitare i costi delle opere pubbliche e della corruzione che ci gira intorno. Nel caso di Incalza, come già è stato per tante altre inchieste (ricordiamo quella su Bertolaso, Balducci, Anemone?), ad essere sotto accusa sono le persone che comandano realmente nelle pubbliche amministrazioni, sono le persone che scrivono le leggi, i regolamenti, le circolari, che firmano gli ordini di pagamento, che dispongono del potere di spesa. I politici appaiono fantocci nelle loro mani, imbelli e, tutto sommato, indifesi.

cambiare verso nei fattiL’ultima cosa a cui ci si può appellare in questo ennesimo caso di corruzione organizzata ai vertici dello Stato è la prudenza. “Dobbiamo valutare, verifichiamo, aspettiamo, fino a sentenza definitiva nessuno è colpevole” ecc ecc.. No chi pronuncia queste frasi o non si rende conto che siamo in Italia o è imbelle o è complice. Quando si tratta di scelte politiche le decisioni devono essere rapide e chiare. Chi con linguaggio felpato cerca di scansare i problemi è parte del problema.

L’Italia e gli italiani hanno già pagato e stanno pagando ogni giorno il prezzo della corruzione. Di tasca loro e con le difficoltà di vivere e lavorare in questo paese. Pagano con i soldi delle tasse fra le più alte al mondo per servizi e amministrazioni pubbliche inefficienti e pagano con un’economia inquinata dalla corruzione e dalle mafie che del sistema di potere corrotto fanno parte.

È ora veramente di cambiare verso, non a chiacchiere, ma dimostrando di saperlo fare. Se Renzi non dimostrerà di saperlo e volerlo fare, se tenterà di coprire il sistema di potere della buropolitica gli italiani non lo voteranno più. Non ci sono più le ideologie e non ci sono leader intramontabili. Il consenso bisogna guadagnarselo

Claudio Lombardi

Renzi e le resistenze al cambiamento

sistema di potere ItaliaRenzi sa benissimo che le resistenze al cambiamento sono tante e vengono da molte parti. Sa anche che questo è un problema di sistema e non la fissazione di qualche retrogrado fermo al passato. Di fronte all’opinione pubblica però si vede quasi soltanto uno scontro aspro con la Cgil. Ma fosse solo l’ostinazione di qualche sindacato a bloccare l’Italia tutto sarebbe molto più semplice e tireremmo un sospiro di sollievo.

Innanzitutto il sindacato non è un feticcio, ha poteri divini, ha forza se gliela danno i suoi iscritti e se l’opinione pubblica avverte che le sue ragioni non sono proprio campate per aria. Il miglior modo per sconfiggere le resistenze di un sindacato è di mettere in atto politiche migliori di quelle che il sindacato chiede dimostrando con i fatti chi ha ragione e chi no. Semplice e chiaro, no?

Purtroppo qui non si tratta di una disputa teorica tra approcci e soluzioni diverse, ma di questioni che coinvolgono la vita reale delle persone. Quando in molti perdono il lavoro e sanno che QUI e ORA non ci sono alternative per loro, bisogna dare risposte concrete. Riforme capaci di produrre effetti nel medio lungo periodo, come il Jobs act,  possono rassicurare chi verrà, non chi c’è.

E va bene, nessuno ha la bacchetta magica. Ma bisogna stare attenti quando si propaganda un luminoso futuro lasciando intendere che avere successo è solo una questione di volontà come si è, in parte, fatto alla Leopolda. Bisogna stare attenti perché il mondo non è fatto solo di vincenti, ma anche dei tanti che non ce l’hanno fatta e che non ce la possono fare perché la loro volontà non basta. Renzi avrebbe il dovere di parlare anche a loro come parla agli imprenditori.

cambiamento per l'ItaliaPerò, se di resistenze al cambiamento si vuole parlare seriamente bisogna cominciare da quel sistema della mediazione corporativa sul quale l’Italia è cresciuta. Centro del sistema è il controllo e l’uso delle risorse pubbliche e intorno a questo si sono formati blocchi sociali e di potere fortissimi in cima ai quali stavano (stanno) le burocrazie, la politica, settori dell’imprenditoria e delle professioni e del mondo del lavoro autonomo. E i sindacati? Hanno conquistato la loro posizione e hanno fatto di tutto per mantenerla, ma insomma non sono mai stati loro a tenere in mano il bastone del comando. La dissipazione di risorse che c’è stata nei decenni passati ha impoverito e distorto il sistema e i valori su cui poggia. Qualcuno ci ha guadagnato una pensione di invalidità, qualcun altro una baby pensione e altri tanti bei soldi pubblici con i quali si sono arricchiti. Oltre a tutti quelli che hanno avuto licenza di evadere. Milioni di voti. Imprenditori? Sì, ma vogliamo parlare dei finanziamenti a pioggia o della Cassa per il Mezzogiorno? Manager? Sì, ma vogliamo ripercorrere la degenerazione delle aziende pubbliche? Gli esempi sono innumerevoli.

Per questo è lecito dire che pensare che il cuore delle resistenze al cambiamento stia nella difesa del posto di lavoro, del contratto a tempo indeterminato e di tutti i piccoli benefici a questo collegati è vedere una parte del problema facendo finta che sia il tutto. Così come puntare tutto sul rendere più conveniente e più facile il lavoro dipendente abbassando il costo del lavoro è solo una parte della soluzione.

È tutto il resto che è molto più difficile. Basterebbe solo che Renzi lo ammettesse e passasse dalle parole ai fatti con tutti quelli che si oppongono al cambiamento. (Sì, vabbè, ma poi di quale cambiamento si tratta?)

Claudio Lombardi

Genova e dintorni: ci stupiamo, e poi ?

C’è qualcosa che non quadra:

  1. Ci stupiamo che la politica si dimentichi che Genova vive sotto la minaccia del fango.
  2. Ci stupiamo che le burocrazie e le magistrature se la prendano comoda e si occupino di cavilli mentre c’è un’emergenza in corso e la gente è esposta al pericolo.
  3. Forse non ci stupiamo, ma un pensierino lo facciamo sugli organi di informazione che dimenticano presto le tragedie e passano a temi più freschi da proporre all’opinione pubblica.
  4. Dovremmo stupirci che i cittadini accettino tutto ciò pur essendo in prima linea vittime sacrificali della lenta vischiosità che hanno tutte le decisioni che passano per la macchina politica-amministrativa-giudiziaria.
  5. Dovremmo stupirci che non ci siano movimenti di protesta capaci di sturare le orecchie e mettere di fronte alle loro responsabilità chi se le scorda continuamente.
  6.  Dovremmo stupirci, ma siamo rassegnati e abituati a questo sistema di governo nel quale non esistono certezze e non esiste fiducia possibile perché viene continuamente tradita.

Purtroppo i temi di cui si discute spesso sono i meno rilevanti riforma del Senato e articolo 18 compresi. Poi bastano pochi giorni di pioggia a distruggere la vita delle persone e allora ci ricordiamo che nessuno ha pensato a portare a termine ciò che era stato promesso dopo altri morti e altre distruzioni. Per qualche giorno notizie in prima pagina e scandalo. Poi tutto torna come prima.

Bisognerebbe riflettere sulla facilità con la quale tutti noi ci distraiamo e corriamo dietro a bandiere e a simboli. Bisognerebbe riflettere…..

Governare gli italiani non è impossibile: è inutile. Vero o falso?

sistema di governo ItaliaGovernare gli italiani non è impossibile, è inutile”. Il dramma di Genova riporta alla mente questa lapidaria sentenza attribuita a un personaggio che governò con la dittatura e che portò l’Italia alla rovina. In un ventennio egli, forse, non riuscì a dimostrare l’inutilità del governo,  ma certamente dimostrò la pericolosità e l’inettitudine della classe dirigente italiana di allora.

Il dramma di Genova – annunciato, previsto, certo – porta sul palcoscenico della storia e della cronaca tutti i personaggi che hanno fatto grande e difficilmente risolvibile la crisi italiana. La politica in primo luogo, lestissima a costruire percorsi di privilegio per il mondo che le ruota attorno e che è la prima base del suo potere. Mille casi esemplari: dal finanziamento esagerato a disposizione di ogni capriccio degli eletti alle spese inutili a favore di clienti e supporters (che solo a furor di popolo è stato ridimensionato sennò, fosse stato per i politici, continuava come prima); dalle truffe degli appalti pubblici che partono da 100 in tot anni per approdare con la complicità di tutti a 1.000 in tot anni moltiplicati per 3 o per 4, agli enti inutili e alle cariche che nessuna spending review riuscirà mai a toccare (oggi ricordava un giornalista l’esistenza del commissario al terremoto dell’Irpinia, anno 1980, ancora in carica al modico prezzo di 100mila euro annui).

intreccio burocrazia politicaLa burocrazia che alimenta sé stessa nel più assoluto disinteresse dei risultati dell’azione amministrativa e che scrive le normative da far approvare nelle assemblee elettive o da far emanare dai politici che rivestono cariche di governo quasi mai in grado di capire ciò che approvano.

Le magistrature, specie quelle amministrative, che conobbero nel passato innumerevoli privilegi (arbitrati, doppi e tripli stipendi) e che, intrise di una cultura giuridica formalistica, si avviluppano in sempre più complicati giri di codicilli ben al riparo, quando le cose si mettono male, di norme complicate e mal scritte (non è colpa mia, io applico le norme…).

Gli italiani, suddivisi in una miriade di interessi particolari che, per prassi e cultura, vengono sempre anteposti all’interesse generale.

Il dramma di Genova ci ricorda che non è la mancanza di soldi a rovinarci, ma l’incapacità di indirizzarli a finalità utili alla collettività. Se non vogliamo fermarci al caso particolare guardiamo all’Europa bloccata da un rigorismo ottuso nel culto del pareggio di bilancio, un totem assurdo e fuori dal mondo. Ma con che faccia eleviamo grida di dolore per non poter spendere tutto ciò che ci è necessario quando i finanziamenti europei a noi destinati restano in buona parte inutilizzati per nostra incapacità di spenderli?

utilizzo fondi europeiNon è una novità, ma una notizia ormai stagionata, che rischiamo di perdere – oggi, tra poco, non in un lontano futuro – una quindicina di miliardi di euro di fondi europei per infrastrutture, sviluppo e coesione. Cos’è, abbiamo perso la proverbiale creatività italiana e non sappiamo che farne (a parte la truffa della finta formazione professionale)? E il nostro territorio che frana? E le scuole che cadono in pezzi? È noto che la Spagna con i fondi europei ha rimodernato mezzo paese quindi si può fare. Perché noi no?

Dispiace che i problemi di un sistema bloccato e ormai dannoso non siano il centro delle lotte di quella che si definisce sinistra. Per anni incapace di uscire dalla coazione a ripetere “abbasso Berlusconi” e adesso imprigionata nella sempiterna difesa di qualcosa. Mai pronta a prendere l’iniziativa per costruire un sistema di governo diverso. Diverso anche a costo di pestare i piedi a gruppi di propri sostenitori o ad interessi consolidati in quel vasto mondo collegato alla politica nel quale tutti hanno costruito proprie zone di influenza.

Pconfusione sinistra urtroppo il discorso va esteso anche a buona parte di quella che si definisce cittadinanza attiva raccolta in comitati, associazioni e movimenti la cui mobilitazione scatta ad ogni proposta e ad ogni progetto contro il quale la risposta immediata è di bloccare tutto perché qualunque cambiamento viene visto come l’espressione di una qualche forma di speculazione. Molte volte è la verità, ma altre è solo la resistenza a conservare ciò che esiste e che non deve essere toccato.

Ciò che occorre è una nuova politica e nuove forme di rappresentanza di interessi sociali. Le precondizioni per farlo ci sarebbero pure se si formasse una volontà collettiva e organizzata intorno ad un programma di cambiamento. Per ora bisogna contentarsi dei proclami e delle azioni di Renzi che cominciano a mostrare molte crepe e lati oscuri facendo intravedere i corposi interessi e i limiti culturali che li condizionano

Claudio Lombardi

Manager e dirigenti pubblici: la sinistra dei silenzi (di Claudio Lombardi)

retribuzioni dirigenti pubbliciL’inchiesta del Sole 24 ore sulle retribuzioni dei docenti delle scuole di alta formazione della pubblica amministrazione pubblicata mercoledì 26 marzo e il fondo di Fabrizio Forquet che l’accompagna meritano una riflessione attenta.

Attenzione qui non si parla di costi della politica, di ruberie, di cene sgraffignate (e tanto altro) da miserabili nascosti sotto bandiere di partito. Non si parla di becero clientelismo né di appalti né di truffe. Qui si parla della “crema” dei dirigenti dello Stato, di quegli alti funzionari, consiglieri di Stato, magistrati, docenti e quant’altro rappresenta il nucleo direttivo degli apparati pubblici, istituzionali e amministrativi.

Si tratta di persone che sono molto più di semplici sussurratori dei politici e che hanno in mano il potere reale di scrivere le norme di ogni tipo che fanno funzionare la macchina pubblica e seguirne l’attuazione. Si tratta di persone che hanno le chiavi dei bilanci pubblici, che sanno dove stanno i soldi e sanno azionare i meccanismi con i quali li si può prendere e utilizzare. Sono persone che chiudono il cerchio che collega alta amministrazione, organismi di controllo e giurisdizionali, università e centri di ricerca. Insomma sono il potere pubblico realizzato nei suoi molteplici volti. Sono dietro ai politici che rivestono cariche istituzionali, ma sono loro la mente e il braccio che ne guida l’azione e che può concretizzarne i desiderata.

saccheggio risorse statoEbbene cosa ci dice di questo mondo l’inchiesta e il commento del Sole 24 ore? Forquet parla di “abusi insopportabili” e di “vergogna nazionale” a proposito delle scuole di alta formazione per le quali il giudizio è drastico: “è stato ed è ancora, un vero e proprio saccheggio di risorse pubbliche, perpetrato nell’arroganza del potere e nell’opacità del sistema”. Forquet osserva, parlando delle retribuzioni dei dipendenti pubblici, che i dati analizzati dal Sole rivelano “una realtà di privilegi e incongruenze che va al di là dei casi singoli coinvolgendo interi comparti e intere categorie della pubblica amministrazione”.

Bene, anzi, male, ma che c’entra la sinistra citata nel titolo qui sopra? C’entra perché di questi meccanismi di potere la sinistra politica in tutte le sue declinazioni ha sempre approfittato scambiando per sua affermazione o, meglio, per espansione della sua area di influenza le carriere personali di manager e funzionari. In questo travisamento è il punto.

alleanza burocrazia politicaInfatti, per decenni la vicinanza ad una forza politica è stato un viatico indispensabile per fare carriera in uno dei mondi che dipendevano dalle scelte della politica. In questi giorni si parla delle prossime nomine in enti e aziende a partecipazione pubblica (si dice circa 500 addirittura!) alcune delle quali assicurano retribuzioni da milioni di euro e attirano l’attenzione, ma sono, però, solo la punta di un iceberg fatto di migliaia di posizioni con le quali si accede a guadagni elevati e potere. Non c’è alcun bisogno di fare nomi perché è noto a tutti che i partiti della sinistra non hanno mai contestato il sistema di potere che garantiva non solo l’enorme afflusso di denaro pubblico ai partiti nelle forme più diverse che abbiamo imparato a conoscere dalle cronache giudiziarie, ma anche la presenza di “aree di influenza” nelle aziende e nelle amministrazioni pubbliche attraverso l’attribuzione di incarichi, nomine e carriere personali più o meno “agevolate”. La sostanza è quella ormai riconoscibile dal nome dell’ex presidente dell’INPS Mastrapasqua: incarichi plurimi, compensi sempre molto elevati, guadagni extra da consulenze, studi e ricerche commissionabili da settori degli apparati e delle istituzioni pubblici. Il tutto in cambio dell’appoggio ad una forza politica e mascherato dall’oggettività di un ipotetico mercato che avrebbe imposto retribuzioni elevate per selezionare i migliori. Capolavoro di ipocrisia perché l’unica selezione che ha sempre funzionato è stata la scelta politica o, meglio, partitica se non addirittura di corrente.

scandali politici e sinistraÈ una constatazione dolente, ma va detto che tutti gli scandali che sono scoppiati non sono mai stati fatti scoppiare da una denuncia della sinistra (in tutte le sue declinazioni partitiche e sindacali). Grandi resistenze sono state fatte sul finanziamento dei partiti quando ormai era chiaro che era una variabile impazzita del sistema e il saccheggio delle risorse pubbliche di cui parla Forquet è stato realizzato anche da chi, avendo la piena copertura politica a 360 gradi, ha avuto il potere di scrivere le norme a lui più favorevoli e di decidere l’entità dei suoi guadagni. Si è arrivati all’assurdo che una stessa persona poteva percepire una lauta pensione pubblica, una retribuzione da consigliere di Stato, un’indennità da dirigente della pubblica amministrazione e un’altra retribuzione per la sua attività di docente nelle proporzioni indicate nell’articolo del Sole (fino a 300mila euro l’anno). Era una situazione giuridicamente protetta che nessun politico di sinistra ha mai osato mettere in discussione.

Ovviamente qui non si intende sminuire i meriti e le competenze professionali di tanti dirigenti dello Stato e magistrati amministrativi; non si tratta di questo anche se tanti mediocri hanno approfittato degli ascensori sociali e di carriera garantiti dalla politica. Il punto è che tutto ciò ha scassato le finanze pubbliche sia direttamente sia indirettamente attraverso la fitta rete di relazioni personali che hanno legato mondi diversi (politica, burocrazia, apparati, affari) uniti dalla spartizione delle risorse pubbliche.

Oggi Renzi dichiara di voler intaccare questo sistema di potere. Fa rabbia che alcune critiche provengano da chi ha esibito per decenni posizioni di “sinistra” contentandosi di far sventolare le bandiere rosse ed esibire i pugni chiusi mentre non muoveva un dito contro il dilagare dei furbi divoratori di incarichi e retribuzioni all’assalto dei soldi pubblici

Claudio Lombardi

Corruzione: come mai l’Italia sta peggio? (di Michele Polo)

Leggi ad personam, burocrazia, meccanismi di reclutamento della classe dirigente e l’enorme peso della criminalità organizzata hanno reso il nostro paese la patria della tangente e della corruzione.  Ma il fenomeno è difficile da quantificare.

60 MILIARDI: UNA STIMA GROSSOLANA

corruzione ItaliaL’Italia genera la metà del giro d’affari della corruzione in Europa, con un costo per la collettività di 60 miliardi di euro l’anno. Questi i titoli sui giornali e telegiornali che sintetizzano il primo Rapporto dell’Unione Europea sulla corruzione, a firma del Commissario agli Affari Interni Cecilia Malmstrom. In questa notizia una grossa confusione e un triste dato di verità. La confusione sta nella cifra e nella quota italiana. Il dato di 60 miliardi di euro l’anno nasce da una grossolana stima, figlia di un curioso passaparola: nel 2004 stime mondiali indicano nel 3-4 per cento del Pil il costo della corruzione, percentuale che, applicata al Pil italiano, genera quella cifra. Chi per primo fa questo calcolo abborracciato ottiene la cifra di 60 miliardi di euro. Un numero che poi viene passato di rapporto in rapporto, ogni volta precisando che è una stima approssimativa, ma continuando nella sua fortunata carriera di unico numero disponibile. Non comparabile, tra l’altro, con il dato europeo di 120 miliardi di euro, dal cui confronto emerge infine il nostro triste primato di detentori della metà del fenomeno comunitario. Questo pasticcio segnala la bassa qualità dell’informazione, e la difficoltà di quantificare un fenomeno che, in quanto illegale, per sua natura è di difficile stima.
primato corruzioneMa la triste verità, su cui è bene impostare una riflessione, sta nel primato italiano, certificato anno per anno da altre, e più solide indagini quali quelle di Transparency International , che ci colloca stabilmente al di fuori della cerchia dei principali partner comunitari e in imbarazzante contiguità con paesi da cui ci vorremmo sentire lontani per costumi, civiltà e grado di sviluppo. Conviene quindi cogliere i titoli a caratteri cubitali per porsi la vera domanda: perché in Italia il fenomeno della corruzione assume dimensioni e un perimetro ben più ampio che in altri paesi sviluppati?

Tre sono i fattori che hanno caratterizzato la situazione italiana degli ultimi decenni.

LEGGI DEBOLI E AD PERSONAM

Una debole legislazione e azione di contrasto, determinata da una serie di riforme, le molte leggi ad personam, che sono nate per addomesticare processi di cui era ed è imputato Silvio Berlusconi, ma che hanno, scientemente o meno, ridotto fortemente le sanzioni attese da chi si rende protagonista di un atto di corruzione. Depenalizzazione del falso in bilancio, accorciamento dei tempi di prescrizione, assenza di una fattispecie di autoriciclaggio rendono spuntate le armi della magistratura e deboli le aspettative di sanzione per i corrotti. Ogni tangente pagata richiede una provvista in nero per generare le somme da versare, e quindi una contabilità infedele. E ogni tangente raccolta viene poi reinvestita dal corrotto. Se il falso in bilancio non blocca il primo passaggio e il reato di autoriciclaggio non sanziona il secondo, il meccanismo corruttivo risulta ben oliato. E non è certamente scoraggiato dalla remota possibilità che una indagine della magistratura riesca a concludersi nei diversi gradi di giudizio prima della tagliola della prescrizione.  La recente riforma Severino, pur avendo introdotto alcune innovazioni importanti, non ha intaccato questi fattori, richiedendo quindi ulteriori e più incisive riforme.

CLASSE DIRIGENTE E BUROCRAZIA

Rear-Admiral Sir Horatio NelsonIl secondo fattore, figlio della sostanziale immunità dei corrotti e della crisi dei partiti tradizionali, sta nella profonda modifica dei meccanismi di reclutamento dei ceti dirigenti delle organizzazioni politiche: se la raccolta di tangenti e mazzette, l’addomesticamento delle gare d’appalto, la disinvolta gestione delle pratiche amministrative possono essere fatte senza sostanziale pericolo di un intervento sanzionatorio, la politica, a partire dalla dimensione locale, diviene una professione che garantisce entrate cospicue per i più disinvolti e disponibili alle pratiche corruttive. In grado di raccogliere risorse e appoggi, e di finanziare una carriera politica di successo. Una contaminazione che non può che allargarsi al ceto della burocrazia amministrativa, senza la quale il politico corrotto avrebbe difficoltà a prosperare. Il racconto, obiettivamente raccapricciante, del ceto politico campano cresciuto nelle amministrazioni locali dell’area di Napoli sotto l’ombrello di Nicola Cosentino, la incredibile carriera di Batman Fiorito, campione di preferenze nella laziale Anagni, i molti scandali della regione Lombardia, raccontano una storia nazionale che ha in comune la politica come professione attraverso cui costruire una rete di favori, tangenti e malversazioni.

LA CRIMINALITÀ ORGANIZZATA

mafia camorraMa il terzo fattore che distingue il nostro paese dagli altri partner europei, e che spiega come mai il fenomeno, certamente non assente in Germania, Francia o Inghilterra, assuma tuttavia da noi una dimensione ben più ampia e sistemica, risiede a mio avviso nella presenza massiccia delle organizzazione criminali nel nostro territorio. Nelle attività di riciclaggio e reinvestimento dei proventi criminali nel campo legale, le cosche trovano un naturale sbocco in quei settori e quei rapporti economici nei quali sono in grado di sfruttare al meglio le proprie caratteristiche: controllo del territorio e dei voti, grande liquidità, manipolazione dei meccanismi di decisione pubblica e della concorrenza. Molti dei settori dove il reinvestimento avviene, dall’edilizia e dagli investimenti immobiliari alle forniture sanitarie, dalla gestione dei rifiuti alle attività commerciali all’ingrosso e al dettaglio, alle attività di ristorazione e pubblici esercizi, sono attività fortemente intermediate dalle pubbliche amministrazioni, nelle quali le cosche sono in grado di far valere la propria influenza per immettere nel circuito legale l’enorme massa di liquidità che deriva dai traffici illeciti.  Questo fattore aumenta fortemente l’offerta di tangenti, incontrando e facendo crescere la domanda di tangenti che il nuovo ceto politico e amministrativo, forte di una sostanziale immunità, richiede per addomesticare le decisioni pubbliche a svantaggio dei cittadini. Che, alla fine, sono quelli che subiscono i costi della corruzione, nella forma di costi abnormi per la realizzazione di opere pubbliche, di forniture gonfiate, di scarsa qualità dei servizi erogati.

Michele Polo tratto da www.lavoce.info

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