Dissesto idrogeologico a sorpresa

Da quanto tempo si parla di dissesto idrogeologico? Da quanto tempo si dice che bisogna intervenire? Cinque, dieci anni o forse più. Ebbene leggendo alcuni commenti e alcune reazione ai guai combinati dalle piogge in questi giorni sembrerebbe che si tratti di giorni.

C’è chi si attacca al colore dell’allarme, c’è chi se la prende col cambiamento climatico. Ben pochi (o nessuno?) ammettono di avere delle responsabilità.

allagamento LivornoEppure è ormai evidente che la difficoltà di intervenire e di conseguire obiettivi che pure vengono posti è diventato in Italia il problema dei problemi. E quando i problemi sono evidenti da tempo non si può cadere dalle nuvole come se si fosse colti di sorpresa. Le piogge torrenziali arrivano ogni anno. Certo con intensità diverse, ma questo dovrebbe spingere ad affrettare i lavori di messa in sicurezza di canali, argini e quant’altro serve per proteggere il territorio. Si dice che in Italia vi siano 12mila km di canali interrati alcuni dei quali possono “esplodere” ed invadere strade e case. È ciò che è accaduto a Genova nel 2014 e a Livorno pochi giorni fa. Di straripamenti e torrenti di fango che travolgono persone e cose è comunque piena la cronaca da molto tempo. Dunque fare il possibile dovrebbe essere un imperativo.

E, invece, ad ogni disastro quale è la richiesta che arriva in maniera unanime? Finanziamenti per effettuare i lavori di sistemazione del territorio indispensabili e urgenti. È talmente giusta questa richiesta che sembra nessuno ci abbia pensato prima e, anzi, qualcuno, lo abbia impedito.

investimenti pubbliciErrore. I soldi vengono sempre stanziati; sono gli effetti che non si vedono. Di decreti legge contro le calamità naturali di ogni tipo sono pieni gli archivi parlamentari e, più di una volta, stanziamenti colossali (due esempi: terremoti nel Belice e in Irpinia) sono andati dispersi in mille rivoli. Restando a questi ultimi anni sappiamo che nel 2014 fu creata una struttura di missione contro il dissesto idrogeologico presso la Presidenza del consiglio e fu predisposto uno stanziamento di una decina di miliardi di euro da spendere in un decennio.

Ebbene, cosa ci si poteva aspettare in un Paese afflitto da decenni da disastri causati dalla mancanza di interventi di manutenzione di canali, fiumi, fognature ecc? Che quei soldi fossero presi d’assalto da comuni, province e regioni pronti ad utilizzarli sulla base di piani predisposti già da anni e in attesa di finanziamenti.

Altro errore. Soltanto poco più di 100 milioni di euro sono stati impegnati per progetti esecutivi. Motivi: incapacità, insensibilità, difficoltà burocratiche, il nuovo codice degli appalti? Tutto insieme cioè a volte uno, a volte l’altro.

cambiamenti climaticiE allora suscitano un po’ di fastidio le prediche sui cambiamenti climatici (a volte fatte da politici di lungo corso che hanno avuto grandi responsabilità negli anni passati) che ripetono come una litania  la necessità di intervenire a livello globale eccetera eccetera.

Poiché qui si parla dell’Italia bisogna che tutti si impegnino a capire quale è il punto cruciale che impedisce alle decisioni già prese di tradursi in fatti. Continuare a dire che bisogna intervenire, che bisogna fare investimenti, che ci vogliono più soldi mentre non si riesce a spendere i soldi che ci sono diventa sempre più insopportabile.

Ai politici – nazionali, regionali, locali – si chiede concretezza e coraggio. Va di moda dire che devono anche avere una “visione” (pochi anni fa era di moda parlare di “narrazione”). Sarebbe cosa gradita se avessero anche l’idea di come far funzionare una macchina pubblica sempre più impantanata e farraginosa, ancor più appesantita dalla pletora delle autonomie e delle prescrizioni anticorruzione. La vera sfida è quella dell’efficienza e dell’efficacia.

Se il Pil è cresciuto e se le esportazioni hanno tirato la volata alla crescita si deve alle capacità imprenditoriali dei privati. La parte pubblica è il vero peso morto che l’Italia si porta appresso. E non è giusto che sia così

Claudio Lombardi

Investimenti vo cercando…

Non c’è articolo di giornale o discorso di politici che non parli della necessità di espandere gli investimenti. Pubblici e privati ovviamente. Il controllo diretto però lo Stato lo ha solo su quelli pubblici. Per gli altri bisogna creare condizioni favorevoli e incentivanti. Quelli pubblici però possono essere trainanti e imprimere uno slancio all’economia oltre che cambiare la situazione infrastrutturale del Paese. Dirlo, però, non significa farlo e ogni tanto bisogna pure ricordare che si tratta di una materia spinosa. Marco Ruffolo alcune settimane fa su Repubblica ha fatto il punto della situazione partendo dall’avvio del governo Renzi. Al suo esordio il nuovo governo trovò “una macchina delle opere pubbliche ridotta più o meno così: progetti portati avanti senza uno straccio di valutazione, zero risorse o quasi per interventi salva-vita come la difesa del suolo e la messa in sicurezza degli edifici, fondi europei non spesi o sprecati in una miriade di micro-interventi affidati alla cieca a Comuni e Regioni, dieci anni di attesa e più per il completamento di infrastrutture di oltre 50 milioni di euro”.

opere pubblicheDopo circa tre anni alcuni cambiamenti si erano realizzati. Una lenta ripresa degli investimenti pubblici in primo luogo, ma, rilevava Ruffolo, le grandi opere di collegamento come l’alta velocità “hanno a disposizione molte più risorse delle opere salva-vita, quelle che dovrebbero prevenire alluvioni, frane, crolli di edifici e incidenti ferroviari”. Avere risorse, però, non significa spenderle. Risale a pochi mesi fa la denuncia dell’Ufficio parlamentare di bilancio sull’assoluta incapacità dei ministeri nella valutazione dei progetti e l’assenza di una seria programmazione nazionale.

Un deficit di capacità storico si potrebbe dire. Prosegue l’analisi di Marco Ruffolo che fissa alcuni punti. Innanzitutto le risorse che adesso ci sono. Infatti “L’Italia ha vinto due battaglie con Bruxelles ottenendo da una parte la fine del patto di stabilità interno che impediva a molti Comuni di investire e dall’altra la possibilità di finanziare in deficit parte degli investimenti già decisi”; inoltre sono cresciute le risorse per le infrastrutture segnando un’inversione di tendenza dopo che “tra il 2008 e il 2015 i soldi per le opere pubbliche sono crollati del 42,6%. Questa volta dunque i soldi ci sono. Come si stanno spendendo e con quali priorità?”
terremotoI terremoti del 2016 hanno costretto a rimettere al centro le opere di messa in sicurezza sia degli edifici che del territorio, ma hanno anche messo a nudo i limiti di un apparato pubblico farraginoso reso ancor più lento dalle norme per prevenire la corruzione.
Nemmeno la constatazione che i danni sono sempre stati di gran lunga superiori ai costi della prevenzione ha cambiato granchè. La questione cruciale è però quella della capacità di valutazione, di decisione e di realizzazione.

L’Ufficio parlamentare di bilancio in suo recente studio afferma che: “I ministeri non dispongono di personale interno con le competenze professionali specialistiche necessarie, e lo stesso si può dire per i Nuclei di valutazione. Non c’è scambio di informazioni all’interno, non sono mai state applicate sanzioni per chi non fa il suo dovere”. Non c’è quindi da stupirsi se i progetti sono fatti male e si impantanano in un crescendo di tempi e di costi. Le competenze per di più sono frammentate con Regioni e Comuni che hanno il potere di rallentare ogni opera e di aprire un contenzioso dopo l’altro. Conclude l’analisi di Marco Ruffolo: “Di fronte a questo affresco di deresponsabilizzazioni, si capisce come in tutti questi anni siano finiti i soldi dei progetti europei: da una parte in maxi-opere che si sono presto impantanate con costi e tempi fuori controllo, dall’altra in migliaia di micro-progetti locali che non rientrano in nessuna strategia nazionale”.

Claudio Lombardi

Legge di stabilità: luci e ombre

legge di stabilitàIl senso di questa legge finanziaria o di stabilità (la stramberia dei nomi inventati per impressionare!) è piuttosto chiaro ed è ricordato in tutti i commenti. La riduzione del costo del lavoro perseguita in vari modi (abbassamento dell’Irap, eliminazione dei contributi per i nuovi contratti a tempo indeterminato ecc) sta al primo posto. La conferma della riduzione Irpef per i redditi medi (i famosi 80 euro) sta al secondo. Vengono poi gli stanziamenti per l’assunzione dei precari nella scuola, il miliardo e mezzo per il sussidio di disoccupazione, la conferma degli ecobonus e ristrutturazioni edilizie, un nuovo regime forfettario per le partite IVA, credito di imposta per le spese in ricerca, sostegni alle famiglie per i figli.

Circa le coperture il dato più rilevante è il deficit di 11,5 miliardi di euro che si ottiene rinviando di due anni il pareggio di bilancio richiesto dal fiscal compact, ma senza uscire dal parametro del 3%. L’altro riguarda i tagli di spesa nelle pubbliche amministrazioni, dai ministeri ai comuni. Inoltre si rilancia la lotta all’evasione fiscale e si colpisce il gioco con nuove tasse. Nel complesso, tra entrate e spese, il coraggio il governo ce lo ha messo e tante misure annunciate vanno bene certo meglio di quello che ci si aspettava considerando le esperienze degli ultimi governi tutti “lacrime e sangue”.

luci e ombre manovraLe critiche si sono subito appuntate sui tagli di spesa a Regioni e Comuni che, si dice, si dovrebbero tradurre inevitabilmente in tagli ai servizi per i cittadini con il corollario di un aumento dell’imposizione fiscale regionale e comunale. Sicuramente sarà così. E’ stato sempre così da quando le manovre finanziarie hanno tagliato la spesa pubblica. D’altra parte sono anni che si proclama l’esigenza di una revisione della spesa che elimini gli sprechi e l’inefficienza e ancora lo si proclama, ma non lo si fa. Qualcuno ricorderà come nel passato il finanziamento della politica in generale e i fondi regionali a disposizione dei partiti in particolare crescevano sempre e mai venivano tagliati. I servizi, invece, venivano tagliati. Con molta costernazione da parte dei politici, ma venivano tagliati. Non si ricorda alcuna protesta dei rappresentanti dei partiti, allora (anche di sinistra), contro l’ingiustizia che veniva compiuta ai danni dei cittadini.

Invece della spending review nelle Regioni abbiamo avuto gli scandali che hanno riempito le cronache politiche e giudiziarie negli ultimi dieci anni.

Ecco, quando si parla di tagli di spesa, non è il caso di indignarsi tirando in ballo i servizi per i cittadini se prima non ci si sgola, non si urla per stroncare la spesa in sprechi, ruberie e privilegi. E’ una questione di credibilità. Circa i servizi l’annoso problema è quello della qualità che non si ha senza soldi, ma certo non può stare insieme a gestioni clientelari e inefficienti.

incentivi lavoro manovraDetto ciò la critica vera alla manovra del governo sta nella fiducia che viene riposta negli imprenditori i quali ricaveranno un sicuro guadagno dal taglio dei contributi sul lavoro. Come lo useranno questo guadagno? Per espandere la produzione? Non vi è alcuna certezza che ciò accadrà. Certo non potranno assumere personale se non sapranno come produrre e a chi vendere. Questo è il punto. D’altra parte non si parla proprio di un maggiore contributo fiscale da parte dei redditi e dei patrimoni più elevati che è cosa ben diversa dalla tassazione dei profitti delle imprese. Dopo anni di aumento vertiginoso delle disuguaglianze si pone il problema di una redistribuzione del carico fiscale. O vogliamo pensare che continuino a pagare sempre gli stessi?

È di questi giorni la pubblicazione dei dati sui guadagni dei 100 manager più pagati in Italia. In questo elenco i milioni corrono come l’acqua nei torrenti genovesi. Tutti soldi prodotti da quell’organizzazione sociale che è l’impresa. Si dirà: ma sono privati e fanno quel che vogliono dei loro soldi. Sì e no, e poi “loro, di chi”? Ma non è questo il punto. Se l’aliquota massima è del 43% da 75mila euro l’anno all’infinito, se il pensionato con casa di proprietà paga come l’immobiliarista si crea un’ingiustizia che porta ad uno spreco di risorse che è antieconomico. Perché? Perché chi ha redditi “normali” alimenterà il mercato interno; chi li ha giganteschi no.

scommessa del governoMa nessun governo in Europa si pone il problema di una redistribuzione del carico fiscale (tranne, forse, Hollande): perché dovrebbe farlo Renzi?

Altro punto politico di importanza cruciale: il rinvio del pareggio di bilancio. Tanto criticato e accusato di essere una stupidaggine colossale (guarda un po’, votata da tutti i partiti due anni fa) adesso il governo si mette sulla scia della Francia e forza i vincoli europei. Da questa forzatura può passare l’inizio di una svolta che sarà più facile se la scommessa del governo sarà vincente. Il guaio è che è una scommessa tutta nelle mani degli imprenditori e dei milioni di italiani che godranno del taglio dell’Irpef e delle altre riduzioni fiscali. Ma questi ultimi potranno solo spendere i loro soldi sul mercato non certo creare posti di lavoro e, come già detto, le imprese assumeranno se ci sarà uno sbocco per i loro prodotti che dipende da tanti fattori.

Il governo ne controlla diversi, primi fra tutti, la politica industriale e i lavori pubblici. A giudicare dal decreto “Sblocca Italia” in discussione in Parlamento, invece, sembra che punti, come sempre si è fatto, su alcune grandi opere e sul rilancio dell’edilizia privata. E il suolo che frana? E i torrenti che esondano? E le scuole che cadono a pezzi? E i trasporti nelle città e per i pendolari? Sostituiamo tutto con un’autostrada e con un centro commerciale e magari con una sventagliata di palazzi che resteranno invenduti? Se questo vuole il governo, da questa scelta verranno cocenti delusioni

Claudio Lombardi

Due casi esemplari sui problemi dell’Italia

crisi sistema ItaliaNo, non è l’art 18 il problema. È, piuttosto, un dettaglio che ha senso in un quadro generale. Sì bisogna proprio dire che i problemi, quelli veri, sono ben altri.

Per elencarli tutti sono più adatti i libri e i dossier, ma alcune “perle” spuntano qua e là nelle cronache. Prendiamo il caso dei fondi europei.

L’Italia ha bisogno di soldi? L’Europa ci obbliga ad uno stupido rigore che ci impedisce di spendere quanto sarebbe necessario? Sì e ancora sì. Tutto chiaro? No.

Chi spende e come spende? Se prendiamo il caso dei fondi che l’Europa mette a disposizione del nostro paese la richiesta di poter spendere di più appare infondata e non credibile perché da anni l’Italia non riesce nemmeno ad utilizzare i finanziamenti europei. Certo non servono per pagare stipendi e pensioni, ma per fare quegli investimenti di cui tutti invocano l’estrema necessità.

Ebbene, dei 28 miliardi di euro stanziati da Bruxelles per l’Italia, per il periodo 2007-2013 per la realizzazione degli obiettivi di occupazione, competitività ed eliminazione del divario sociale, sono stati spesi appena la metà. SPESI LA META’ cioè 14 miliardi e 390 milioni di euro non sono stati finora neanche impegnati e saranno persi se non saranno utilizzati entro il 31 dicembre 2015. E non solo, perché c’è anche il rischio che saranno riviste (cioè abbassate) le stime delle somme necessarie all’Italia per le manovre strutturali fondamentali quali appunto investimenti, occupazione, infrastrutture per il periodo 2014-2020.

utilizzo fondi europeiDunque le regioni meridionali, alle quali sono destinate la maggior parte di quei fondi, non hanno saputo spenderli. Eppure specialmente al Sud c’è fame di lavoro e di investimenti e non passa giorno che non si invochi l’intervento pubblico. Ma per fare che se poi quando i soldi ci sono non si riesce a spenderli o li si spende nei mille rivoli del clientelismo?

Cosa è questo se non il fallimento di un intero sistema che sceglie i dirigenti che amministrano e i politici che governano con meccanismi di selezione nei quali il nepotismo e la corruzione si rivelano sempre presenti e vincenti? E questi sarebbero quelli ai quali consegnare una maggiore capacità di spesa in deficit e il potere di aumentare il debito pubblico? Ma se con il debito che ci troviamo non hanno nemmeno pagato i fornitori delle pubbliche amministrazioni che devono ancora ricevere decine di miliardi dallo Stato!

Si potrebbe dire che loro, questa classe dirigente fatta di migliaia di eletti e di migliaia di dirigenti e manager di aziende pubbliche, loro sono il problema. Sbagliato: il problema sono anche i cittadini. Dal Rapporto sull’evasione fiscale presentato in questi giorni emerge il dato incredibile (ma vero) che l’evasione fiscale ha sottratto alle casse dello Stato nel 2013, 91 miliardi di euro. Una montagna di soldi con i quali, nonostante le ruberie e gli sprechi della spesa pubblica, sarebbe azzerato il deficit e avanzerebbe anche qualcosa da investire.

no evasioneOra, che l’evasione fiscale sia un peso intollerabile che costringe da decenni lo Stato ad indebitarsi è cosa ovvia. Che i governi di ogni parte politica abbiano proclamato di voler lottare contro questa sottrazione di risorse è risaputo. Ebbene siamo ancora qui a meravigliarci di quanto pesi sul bilancio pubblico. Nessuno chiede miracoli anche perché l’evasione fiscale è una cosa complicata, radicata e diffusa ad una miriade di casi particolari (anche molto piccoli). Ma, insomma, dopo tanti anni di proclami sulla lotta all’evasione, quei 91 miliardi sono troppi.

Due esempi che forse non fanno nemmeno più notizia tanto appartengono al modo di essere del “modello” italiano. Ci rendiamo tutti conto che questi sono ostacoli veri allo sviluppo, non simboli e dovremmo anche renderci conto che o li rimuoviamo o non ci salverà nemmeno la flessibilità che stiamo chiedendo all’Europa. E non ci salveremmo nemmeno se avessimo la lira perché il mondo è cambiato e lo sviluppo buono per noi non è più quello che ha funzionato negli anni ’50 e ‘60 quando bastava una svalutazione per rimediare ad un momento critico. Forse è arrivato il tempo di non sperare più sulla fortuna

Claudio Lombardi

Miti illusioni realtà

ritorno alla liraTorniamo alla lira, la svalutiamo come vogliamo e diventiamo competitivi sui mercati così si creerà più lavoro.

Facile no? Basta crederci e se poi va male si può sempre trovare qualche speculatore cui dare la colpa. Chi ci crede fa finta di poter tornare agli anni ’60 quando la Cina d’Europa era qui in Italia e milioni di lavoratori producevano merci ad alta componente di lavoro con salari di fame e senza diritti. Oggi quelle produzioni sono tutte spostate ad oriente con costi di produzione ed economie di scala inarrivabili per noi. Tornare ad una nuova lira per poi svalutarla significherebbe una drastica riduzione dei salari dei lavoratori e dei risparmi di decine di milioni di italiani. Ma si recupererebbe in poco tempo? Falso perchè i prodotti importati costerebbero di più e così il credito sui mercati internazionali e, quindi, quello interno.
Ma nel passato stavamo meglio e abbiamo avuto periodi di boom economico e poi potremmo sempre stampare tutta la moneta che vogliamo. Vero, ma la nostra moneta sarebbe carta straccia se non fosse sostenuta da una forte economia. L’Italia del boom economico stava in un mondo diverso che non esiste più. L’Italia di oggi ha un calo di produttività che dura da vent’anni, ha perso interi settori nei quali era all’avanguardia dalla meccanica alla chimica. Come si presenterebbe nella competizione internazionale? Vogliamo scatenare una guerra commerciale contro la Cina, l’India e l’intero Oriente? La verità è che senza Unione europea Francia, Spagna, Germania ecc ecc sarebbero i primi nostri acerrimi concorrenti. Se l’Europa è mal gestita va cambiata la gestione non distrutta l’Europa.

lavoro precarioIl lavoro è un diritto tutelato dalla Costituzione

Basta leggere la Costituzione per capire che il riconoscimento del diritto al lavoro si traduce in promozione delle condizioni che rendano effettivo il diritto cioè in politiche pubbliche che favoriscano l’occupazione. Ma non sta scritto da nessuna parte che lo stato possa imporre ai privati di dare lavoro. L’interminabile discussione sui contratti di lavoro rischia, infatti, di nascondere la semplice verità che nessuna legge può obbligare qualcuno a dare lavoro nè a mantenere un rapporto di lavoro che non serve più. Sarebbe meglio, quindi, spostare il discorso sulle condizioni per creare lavoro e per tutelare i lavoratori magari abbandonando l’idea che i contributi pubblici possano fare miracoli. Decenni di uso del denaro pubblico distorto dai favoritismi e guidato dalle pressioni corporative dovrebbero essere sufficienti. Per tanti anni un fiume di denaro pubblico è andato a sostenere attività impreditoriali che, forse, non se lo meritavano ed ha aiutato a mantenere in attività imprese che dovevano essere chiuse. Insomma la ricchezza era privata e i debiti pubblici. Oggi tutto ciò non deve più essere possibile e la creazione di un sussidio di disoccupazione generale che sostituisca alcuni degli attuali ammortizzatori sociali (che nascondono la realtà di aziende finite) è la cosa più sensata che si possa fare. Lo sarebbe anche chiudere la storia dei finanziamenti pubblici alle imprese hanno senso se aiutano le start up e non se tengono in vita aziende in fin di vita o per scopi politici. I 4 miliardi buttati per mantenere italiana Alitalia dovrebbero pur insegnare qualcosa…..

Ha senso intervenire sui contratti a tempo determinato per renderli più costosi di quelli stabili semplicemente perchè l’incertezza e la temporaneità si devono pagare. Ma finchè si discute solo di contratti non si va lontano. Ciò che si può fare di più va oltre e sta in primo luogo nel creare le condizioni che rendano più facile offrire lavoro eliminando innanzitutto quelle inefficienze di sistema che penalizzano l’Italia nel confronto internazionale (giustizia civile, infrastrutture, servizi, burocrazia, criminalità organizzata). D’altra parte basta girare un pò in Europa per rendersi conto del divario che c’è tra noi ed altri e che è fatto innanzitutto di un approccio culturale diverso che chiama in causa milioni di cittadini e non solo chi sta al vertice.
Far finta che non sia così significa cullarsi in un’ulteriore illusione e nel mito che i responsabili del declino siano sempre altri e non anche noi stessi.

spesa pubblicaBasta aumentare la spesa pubblica e l’economia andrà meglio.

Falso, la spesa pubblica può creare sviluppo su grandi progetti come l’elettrificazione, le autostrade, i collegamenti ferroviari oppure indirettamente attraverso i servizi che hanno effetti di sistema (istruzione, sanità, welfare), ma pensare che la distribuzione di soldi a pioggia possa aumentare la ricchezza è un tragico equivoco che nasconde clientelismo, sprechi, corruzione, puri e semplici interessi corporativi. Per capirlo basta aprire i giornali che ogni settimana ci mostrano un caso di cattivo uso del potere e della spesa pubblica. Pensiamo che si possa tornare a ripetere il passato senza cambiare nulla? Non si può e chi lo pensa sta imboccando un vicolo cieco. Meglio capirlo prima che dopo

 

Claudio Lombardi

Quali investimenti? Piccole opere o Grandi opere?

grandi operePolitici, Media, Confindustria, Ance, Unione Europea, sono tutti d’accordo su due miti.
1. Non investiamo abbastanza: “se solo avessimo più risorse per investire nei cantieri avremmo risolti i problemi della crescita”; “sono investimenti talmente strategici che non vanno conteggiati nel deficit del paese”.

2. Il vero sviluppo economico si fa con le grandi infrastrutture: “Certo va bene anche qualche piccola opera, ma per modernizzare il paese, per renderci competitivi servono le grandi opere, la TAV, l’alta velocità e cosi via.”

Sulle infrastrutture vi è un consenso bulgaro. Naturalmente si tratta di un falso mito, forse uno dei più sbagliati e più pericolosi della politica economica italiana. Le spese in conto capitale dell’Italia, in gran parte infrastrutture, sono state pari a 600 miliardi di euro (ai prezzi di oggi) nell’ultimo decennio. Circa un terzo del debito pubblico. Non abbiamo speso abbastanza? L’Italia ha speso in questo primo decennio tra il 2001 ed il 2010, mediamente 4,1% del PIL all’anno (circa 60 miliardi a prezzi correnti), verso 2,9% all’anno della Germania, 3,2% della GB, e 3,8% della media UE, compresi i paesi che hanno fatto massicci programmi di investimenti infrastrutturali quali la Spagna, e tutti paesi dell’Europa dell’est.

piccole opereUn punto di PIL in più rispetto alla Germania vuol dire 16 miliardi circa l’anno di extra spesa. Con questo importo si potrebbe dimezzare l’IRAP. Oppure introdurre il reddito di cittadinanza. La domanda quindi è se dobbiamo spendere di più o invece se non dobbiamo spendere meglio? Una recente ricerca del McKinsey Global Institute (“Infrastructure productivity: how to save 1 Trillion a year”) evidenziava che, su scala globale, è possibile risparmiare il 40 per cento della spesa infrastrutturale, ottenendo gli stessi risultati in termini di efficacia delle infrastrutture. In pratica secondo la McKinsey in media nel mondo, si spreca quasi la metà della spesa. E in Italia?
In Italia, una parte importante degli investimenti è destinato al finanziamento e alla manutenzione delle infrastrutture soprattutto di trasporto e comunicazione. Una ricerca della Banca d’Italia, nel periodo 2000-08, mostra che gli investimenti annui in trasporto e comunicazione in Italia erano pari a quasi 3% del PIL, mentre in Francia erano 1,7%. In proporzione alle dimensione delle reti ferroviarie e autostradali (circa 40,000 km in Francia e circa 23,000 in Italia) il costo italiano è 3 volte quello francese e più del doppio di quello tedesco.

decisioni e pagamenti pubbliciIl costo al chilometro della TAV è stato stimato 3 o 4 volte quello francese e spagnolo. Quali sono i motivi dei nostri costi esorbitanti?

Pesano la corruzione e la conformazione più montagnosa del nostro paese, ma pesa soprattutto il fatto che specie per le grandi opere, i costi sono sostenuti dal governo centrale, ma molte delle decisioni sono prese dalle amministrazioni locali. Questi non hanno nessun incentivo a risparmiare sapendo che esiste un pagatore di ultima istanza, cioè lo stato centrale.

In Italia la spesa è di scarsa qualità. Non solo per la bassa produttività e i costi alti (per esempio nelle grandi infrastrutture), ma anche per le scelte dei progetti spesso guidate dagli interessi dei costruttori o dei destinatari dei vari sussidi e non dagli interesse dei cittadini. Siamo sicuri che la TAV Bari-Napoli, che costa alcuni miliardi e riduce il tempo di attraversamento merci di 40 minuti, sia davvero utile? Una mozzarella o un divano hanno davvero bisogno di arrivare quaranta minuti prima?

operai stradali“Tutto vero ma non si può negare che la spesa per infrastrutture generi dei posti di lavoro e rimetta in moto l’economia!” Questa l’obiezione del partito unico delle grandi opere. Falso. La componente di costo del lavoro nella spesa per una grande opera tipica è di circa il 25 per cento. Cioè solo un euro ogni quattro spesi va a pagare lo stipendio di un lavoratore. Il resto va in energia, macchinari, commissioni bancarie, studi di ingegneria, profitti del costruttore.
“Va bene, ma non consideri le ricadute economiche indirette della nuova autostrada a causa del minor tempo di percorrenza, più affari, più ricavi, più crescita. Se solo considerassi le esternalità positive, vedresti che le opere sono necessarie!” Questo il refrain del partito unico delle grandi opere. Falso. Le poche ricerche effettuate dimostrano che il profilo economico di un’opera è tanto migliore quanto più piccola è l’opera stessa. Infatti:

a) la ricaduta occupazionale delle piccole opere è intorno al 50 per cento, più del doppio delle grandi opere,

b) le opere con il miglior rapporto beneficio/costi sono quelle che riducono la congestione del traffico, un problema che colpisce soprattutto i centri urbani e richiede piccoli interventi sugli snodi,

c) le analisi del governo inglese, considerate rappresentative anche per altri paesi europei mostrano che le opere che costano più di un miliardo hanno un ritorno molto più basso.
La situazione è quindi chiara. In Italia non abbiamo un problema di quantità di spesa in infrastrutture ma di qualità della stessa. Cosa fare?

compartecipazione spesa opere pubbliche1. Introdurre la Co-partecipazione al finanziamento delle amministrazioni locali che beneficiano degli investimenti per evitare il fenomeno “tanto paga Roma” (es. modello già esistente in California)

2. Mettere in competizione proposte di investimento alternative (al livello nazionale, regionale o locale) valutate sulla base dei rapporti costi benefici in un processo trasparente. Una commissione di esperti “terzi” nazionali ed internazionali fornisce un parere indipendente sui costi, rischi vantaggi e svantaggi delle diverse proposte e le alternative sono dibattute pubblicamente attraverso una discussione in Rete.

3. Combattere la “lievitazione” dei costi attraverso due interventi:

  • Si contrattano solo lotti funzionali di grandi opere (cioè che hanno di per sè qualche utilità funzionale per gli utenti), e non lotti costruttivi.
  • Si contratta “a corpo”, cioè senza variazioni in corso d’opera. Questo vuol dire appaltare i lavori sulla base di un progetto esecutivo (ciò richiederà cambiamenti normativi).

4. Ridurre drasticamente gli investimenti in grandi opere e puntare su opere di piccola-media taglia quali interventi sulla viabilità per decongestionare il traffico nei punti critici all’interno o nelle vicinanze dei centri urbani, interventi di valorizzazione dei centri urbani, interventi di recupero ambientale e di messa in sicurezza di edifici in aree critiche, come scuole e ospedali.
In sintesi, si possono ridurre le spese di almeno dieci miliardi l’anno ed ottenere al tempo stesso risultati migliori puntando sulle piccole opere ed introducendo misure di razionalità economica e trasparenza nella scelta di quali opere finanziare. Perché non si fa?

Grandi opere muovono grandi interessi. Piccole opere, piccoli interessi. La prossima volta che un uomo politico si presenta alla lavagna con una lista di opere faraoniche che richiederanno decine o centinaia di miliardi e lavori per decenni riflettete prima di votarlo.

Tratto da www.officinedemocratiche.it