Le pene del QE di Draghi

Povero Draghi. Non sa più che fare. La BCE continua con il suo quantitative easing, il famoso QE, cioè continua a comprare titoli di debito pubblici ed equipollenti. E continua ad abbassare la remunerazione per i depositi delle banche, anzi, poiché si tratta di un tasso negativo, bisogna dire che aumenta il costo che le banche pagano per lasciare i propri fondi in deposito alla BCE che, però, continua generosamente ad elargirli agli istituti di credito. Proprio quel che si dice un circolo vizioso.

abbondanza di capitaliInsomma anche il profano (come è chi scrive) capisce che di soldi in giro ce ne sono veramente tanti, ma che non conviene utilizzarli in altro modo che lasciandoli depositati presso la BCE (e pagando invece di guadagnare) o “investirli” a tassi prossimi allo zero o sotto zero in titoli degli stati europei. Altre possibilità sono quelle di spargerli un po’ per il mondo, ma sempre preferendo titoli di debito che assicurano rendimenti minimi. Poi, ovviamente, ci sono tanti altri modi di tipo speculativo per tentare di far rendere il denaro però, forse, le banche, rimaste un po’ scottate dalle esperienze passate, ci staranno più attente.

Ciò che conta è che di investire soldi nell’economia cioè in attività che producano ricchezza reale e lavoro non se ne parla. Il problema è serio perché chi possiede capitali tende ad utilizzarli per ricavare un utile e se non ritiene di investirli o di prestarli per finanziare attività economiche vuol dire che non conviene.

banche e speculazioneBrutti, sporchi e cattivi quelli che maneggiano i grandi capitali e le banche forse sì, ma sicuramente non fessi. D’altra parte che l’economia reale comporti dei rischi è dimostrato dai circa 200 miliardi di crediti cosiddetti deteriorati o inesigibili che le banche italiane difficilmente riusciranno a recuperare. Tanto che da mesi si sta provando a costituire una bad bank garantita dallo Stato nella quale mettere tutti i crediti dati per persi.

È ovvio criticare le banche perché non erogano tutto il credito di cui ci sarebbe bisogno. Sì, giusto, ma vediamo l’altra faccia della medaglia perché spesso chi prende i soldi in prestito poi non li restituisce e si crea sfiducia e un buco di bilancio da riempire.

Allora non c’è soluzione? Molti esperti dicono di no e anche al profano sembra che siamo arrivati al punto di poterci drogare di soldi senza cambiare la stagnazione dell’economia. Non c’è nulla da fare almeno fino a che si resta nel circolo vizioso BCE che compra titoli pubblici e presta soldi alle banche che poi se li tengono e non si fidano a darli in prestito.

D’altra parte l’obiettivo della BCE è raggiungere un tasso di inflazione prossimo al 2%, ma non è certo quello dello sviluppo economico nè della piena occupazione. Dunque non è alla BCE che si può chiedere altro.

Ci vorrebbe qualcuno che prendesse questi benedetti soldi e li investisse direttamente in opere o attività scelte nel quadro di politiche industriali, della ricerca, della formazione e delle infrastrutture. Insomma ci vorrebbe che gli stati o, meglio, l’Unione europea prendessero loro in mano l’iniziativa e cominciassero a indirizzare i soldi dove servono davvero.

intervento pubblico economiaE allora perché non si fa? Perché hanno creato una banca centrale che non può prestare soldi agli stati. Perché hanno costruito un’Europa che funziona solo per frenare, ma non per promuovere. Perché hanno messo da parte le politiche industriali. Perché hanno pensato che lo sviluppo potesse venire da solo facendo circolare i soldi. Perché si sono fissati sui parametri di bilancio. Perché le classi dirigenti non riescono più a concepire progetti, ma si sono specializzate nella gestione dell’esistente. Perché, a volte, chi dirige gli stati è corrotto o è amico degli speculatori.

Insomma il povero Draghi non ce la può fare da solo e lo ha detto già molte volte. Ma i suoi interlocutori fanno finta di non capire. Che aspettano a muoversi?

Claudio Lombardi

Gli indicatori per misurare il sistema Italia

Per chi volesse rendersi conto di come sta messo il sistema Italia ci sono degli indicatori che non compaiono sulle prime pagine dei notiziari perché sono poco comprensibili e non scatenano passioni e faziosità eppure contano molto. Di uno di questi scrive Federico Fubini in un recente articolo pubblicato sul Corriere della Sera. Si tratta del Target 2 che rappresenta i saldi del sistema di transazioni fra banche centrali nell’area euro. In pratica fotografa tutti i pagamenti (di tipo commerciale o finanziario) fra chi vive in un certo Paese dell’area euro e chi risiede negli altri. In pratica questo indicatore registra l’appetibilità di un paese ovvero la sua vulnerabilità attraverso i flussi di denaro.

spesa pubblicaScrive Fubini riguardo alla condizione del nostro Paese: “l’Italia, è in disavanzo: i capitali in uscita dai confini sono più di quelli in entrata; viceversa per la Germania gli afflussi sono superiori ai deflussi”. Tuttavia “ancora nei primi mesi del 2011 l’Italia si trovava in equilibrio o in leggero surplus in Target 2; poi è esplosa la crisi di fiducia, gli investitori esteri hanno iniziato a disfarsi di qualunque titolo italiano e il saldo è piombato in rosso fino a un record di meno 289 miliardi di euro nell’agosto del 2012….. Da allora il deficit dell’Italia è migliorato gradualmente fino a un saldo, sempre negativo ma meno pesante, di 130 miliardi di deficit del luglio 2014”.

Da allora stranamente la risalita del saldo non prosegue e “dal luglio 2014 in poi, il deficit dell’Italia nel sistema dei pagamenti europeo riprende a peggiorare. La caduta diventa sempre più intensa, fino ad accelerare quest’estate e poi in settembre. In poco più di un anno si registrano deflussi netti di capitali dal Paese per 105 miliardi di euro (da meno 130 di luglio 2014 a meno 235 miliardi agli ultimi dati)”. E tutto questo nonostante la ripresa economica che si sta avviando.

fondi europeiCerto ci sono anche spiegazioni tecniche e congiunturali perché il QE della BCE con i massicci acquisti di titoli riempie di fondi il Tesoro e le banche italiane che non hanno bisogno di rifornirsi di denaro sul mercato e lo rimborsano peggiorando il saldo. Inoltre con la ripresa aumentano gli acquisti di prodotti stranieri con conseguente trasferimento di denaro all’estero. Eppure un peggioramento di queste dimensioni riguarda solo l’Italia.

La ragione di fondo di questa situazione per Fubini è chiarissima: “pochissimi dall’estero stanno investendo per produrre in Italia, moltissimi dall’Italia preferiscono puntare il loro denaro per fare qualcosa all’estero. Sotto la superficie di una ripresa ciclica, la debolezza profonda del Paese resta intatta. Dal 2007 al 2014 gli investimenti produttivi sono crollati del 33% — meno 126 miliardi in termini reali — e non stanno ancora ritornando”. E ancora “rispetto ai livelli di inizio secolo (e di inizio dell’euro) gli investimenti nel Paese viaggiano 20 o 30 punti sotto ai livelli degli altri Paesi europei…..Non è un caso se la produttività in Italia mostri i risultati peggiori, ma proprio questa incapacità di creare valore a causa dei ritardi tecnologici, burocratici, giudiziari o dell’istruzione tiene lontani nuovi investimenti. Diventa una spirale perversa”.

investimenti produttiviSpirale perversa anche per un altro indicatore ben più conosciuto, ma, forse, sottovalutato dall’opinione pubblica. Si tratta dell’impiego dei fondi strutturali europei. L’ultimo appello per quelli relativi al periodo 2007-2013 finisce quest’anno, ovvero se non vengono spesi, si perdono. Ebbene risulta che ben 8,8 miliardi siano ancora da spendere. Ma come, tutti piangono miseria e invocano finanziamenti e poi si buttano miliardi di euro? Ebbene sì. E dove sono i ritardi più forti? Nei programmi regionali di Campania, Calabria e Sicilia e nel programma nazionale trasporti.

Ma guarda un po’, proprio la parte del Paese che avrebbe più bisogno di investimenti non sa spendere i miliardi che vengono messi a disposizione dall’Europa. Quella stessa Europa contro cui si scagliano leghisti e berlusconiani dimentichi che il disastro risale all’inizio della programmazione dei fondi Ue 2007-2013 che fu approvata con ritardi gravissimi dal governo Berlusconi. Ma si sa, ignoranza e smemoratezza degli italiani fanno la fortuna di demagoghi e opportunisti. Il problema però va oltre una specifica maggioranza di governo e tocca la cronica incapacità di spesa delle amministrazioni e degli enti che hanno accesso ai fondi. Evidentemente tutti sanno spendere se possono farlo al di fuori di programmi e di rendiconti rigorosi.

Questi indicatori significano che l’Italia è un paese inadeguato che ha al suo interno dei meccanismi distruttivi che ne bloccano lo sviluppo. Se non ci rendiamo conto di questo potremo ululare alla luna e imprecare contro il mondo intero, ma inutilmente

Claudio Lombardi

Gli eletti hanno un solo dovere: governare (di Claudio Lombardi)

Art. 67 della Costituzione: “Ogni membro del Parlamento rappresenta la Nazione ed esercita le sue funzioni senza vincolo di mandato.”cittadino arrabbiato

La crisi economica e finanziaria incalza e ogni giorno che passa può essere un giorno perso o un giorno guadagnato. Dipende dalle azioni di chi governa. Gli avvenimenti del mondo nel quale siamo immersi come i pesci nell’acqua e dal quale non ci possiamo distaccare ci avvertono sui rischi che corriamo. Non è in pericolo la nostra vita, ma la sua qualità e i piccoli passi indietro che abbiamo fatto finora possono diventare più pesanti. Non viviamo su un altro pianeta, ma in una rete di interdipendenze nella quale gli errori si pagano. E noi stiamo pagando da anni per tanti errori commessi dalle nostre classi dirigenti, ma finora abbiamo ammortizzato bene le conseguenze grazie ai nostri risparmi e al nostro lavoro. L’errore più grande che si può commettere ora però è restare senza un governo che compia quegli atti indispensabili e possibili che servono adesso.

Le cose da fare subito non sono molte, diciamo 3 o 4, ma le deve fare un governo legittimo sostenuto dal Parlamento. Lasciamo perdere adesso le grandi strategie, i percorsi che richiedono anni e anni, le trasformazioni epocali. Qui c’è da pagare i debiti verso le imprese, c’è da consentire ai comuni di spendere i soldi in cassa per opere pubbliche già fatte o da fare, c’è da votare uno scostamento dal pareggio di bilancio previsto dalla legge in caso di ciclo economico negativo e per il quale occorre la maggioranza assoluta del Parlamento e c’è da sostenere in Europa questi provvedimenti pretendendo anche che la spesa per investimenti sia lasciata fuori dal calcolo del deficit. Ma non investimenti in grandi opere che si possono rimandare, investimenti in tante piccole opere di sistemazione del territorio e di strutture pubbliche essenziali come le scuole. Bisogna poi continuare la revisione della spesa perché ci sono settori come la sanità dove lo spreco continua e i servizi vengono tagliati.cittadino nella crisi

Per ora basta questo. Chi lo fa? Spogliamoci da ogni veste di militanza, lasciamo perdere le tifoserie. Da cittadini rivolgiamoci alle nostre istituzioni rappresentative e ricordiamo agli eletti che rappresentano la Nazione senza vincoli di mandato. Chi è stato eletto ha non la facoltà, ma il dovere di governare. Tutti hanno questo dovere perchè non si va in Parlamento per difendere o per fare l’interesse del proprio partito. L’art 67 della Costituzione dice questo e se non lo si rispetta allora il Parlamento rischia di diventare una palestra dove agiscono squadre contrapposte e agiscono nel loro interesse non per quello degli italiani. Bisogna dire che questo non si può fare perché le istituzioni sono del popolo, non degli eletti.

Quindi Bersani trarrà la sue conclusioni e lo stesso farà il Capo dello Stato. Quali che siano un governo si dovrà formare, un qualunque governo che abbia quel programma descritto sopra e che riflette ciò che le forze sociali chiedono a gran voce. Votato da chi? Anche da tutti. Per dare respiro all’Italia. Poi si faranno i bilanci e se i partiti vorranno contarsi si andrà a nuove elezioni. Ma dopo che tutti gli eletti abbiano fatto il loro dovere quello che giustifica l’esistenza di un Parlamento e di un governo.

Claudio Lombardi

Un punto di vista civico sulla riforma del lavoro (di Claudio Lombardi)

Esiste la possibilità di un punto di vista civico sulla riforma del lavoro?

Ne parlano i sindacati, ne parlano i partiti, protagonista è il Governo. E i cittadini? Risposta ovvia: i lavoratori sono cittadini e sono i sindacati a rappresentarli insieme ai partiti. Replica (forse meno ovvia): tutti i cittadini in una Repubblica fondata sul lavoro dovrebbero essere interessati alla disciplina del lavoro e non tutti sono per forza rappresentati dai sindacati o si riconoscono in un partito. Su tutti, però, agiscono le norme di legge quelle che il Parlamento comunque approva sia che si presentino come decreto-legge, sia come legge delega, sia come disegno di legge. Quindi ricordiamoci che, finchè non ci sarà una legge approvata definitivamente, ci si trova di fronte a proposte o progetti e non a pacchetti “prendere o lasciare”.

I toni in questi giorni, dopo la presentazione della proposta di riforma da parte del Governo, si sono fatti molto accesi; qualcuno ha parlato di “massacro dei diritti dei lavoratori”, la CGIL promette una lotta dura per contrastare il cammino della riforma, altri immaginano un ingresso massiccio di investitori esteri grazie allo “sblocco” del mercato del lavoro. Ci sono pure quelli (per fortuna) che hanno usato toni più pacati mettendo in luce le parti positive e innovative rispetto alla situazione attuale e quelle più critiche che avrebbero bisogno di modifiche migliorative.

Ma torniamo al punto di vista del cittadino. Di cosa si avverte il bisogno? Sicuramente di strumenti e interventi per le due fasi critiche del percorso lavorativo: la ricerca del lavoro in giovane età e il sostegno negli anni che precedono la pensione ( nel caso in cui si dovesse perdere il lavoro). In entrambe le situazioni occorre un intervento pubblico che aiuti concretamente con erogazioni di denaro, che assista e che predisponga la cornice normativa entro la quale la ricerca del lavoro si svolge e si conclude con la stipula di un contratto o con la sua rescissione.

Nel caso del giovane che cerca lavoro oggi non vi è nulla che aiuti e sostenga ovvero non c’è alcuna forma di sostegno perché inizi a formarsi un reddito autonomo. Come è noto le famiglie suppliscono a questa mancanza (come avviene, d’altronde, anche per l’assistenza agli anziani). Non vi è nemmeno una cornice normativa adeguata che indirizzi e supporti lo svolgimento del rapporto di lavoro. Tanto è vero che i lavori precari dei tipi più svariati e in buona parte anche “in nero” e, comunque, sempre sottopagati, sono quelli più diffusi fra i giovani.

Di cosa hanno bisogno allora i cittadini che vogliono iniziare a lavorare? Hanno bisogno di indennità di sostegno cioè di un reddito minimo di avvio al lavoro, di servizi per l’impiego e ispettivi, di norme che fissino le tipologie contrattuali con modalità precise che scoraggino i raggiri, le truffe e i ricatti.

Tutto ciò c’è nella proposta del Governo? In parte, solo in parte. Manca un disegno complessivo che affronti questa fase della vita delle persone. Alcuni interventi sono previsti (misure per scoraggiare i rapporti precari), ma mancano misure di sostegno e le “famose” politiche attive del lavoro delle quali molto si è parlato. È prevista una mini indennità di disoccupazione che si attiva con requisiti ridotti rispetto a quella “piena”, ma comunque si rivolge a chi ha già avuto un lavoro.

Quindi appuntiamoci le modifiche necessarie con al primo posto un salario sociale o indennità per i giovani.  Costa? Sì certo. Dobbiamo abituarci che per alcune politiche bisogna spendere, per altre no.

Nel caso del lavoratore che si avvia al pensionamento aumentano i rischi di licenziamenti mirati ad una sostituzione con personale più giovane e anche meno costoso. In questo caso occorre innanzitutto una norma che scoraggi il datore di lavoro rendendo difficile e oneroso il licenziamento e occorrono forme di sostegno per il lavoratore nel caso in cui il licenziamento si verifichi lo stesso. L’art. 18 serve a fronteggiare la prima eventualità ed il Governo lo vuole modificare;  nel secondo dovrebbe intervenire l’indennità di disoccupazione (ASPI) più un Fondo di solidarietà per i lavoratori anziani finanziato dalle imprese proprio per accompagnare i lavoratori alla pensione in caso di licenziamento. Oggi l’art. 18 garantisce una copertura piena solo a chi lavora in aziende con più di 15 dipendenti e le casse integrazioni sono ben tre e possono durare diversi anni, ma non si applicano a tutti i lavoratori.

La proposta del Governo, invece, intende estendere la disciplina dei licenziamenti a tutti i lavoratori e la stessa cosa vuole fare con la Cassa integrazione ordinaria e con l’Assicurazione Sociale per l’Impiego (ASPI).

Tuttavia, la modifica dell’art. 18 rende più facili i licenziamenti per motivi economici che darebbero diritto solo ad un’indennità (se riconosciuti illegittimi, attenzione!), ma non al reintegro che, invece, rimane per i licenziamenti discriminatori e per quelli disciplinari (qui a discrezione del magistrato). È facile dedurre che rendere più facili i licenziamenti andrebbe a colpire innanzitutto i lavoratori più anziani, e sarebbe uno strumento in più per un datore di lavoro che volesse liberarsi di un dipendente sapendo che al massimo pagherà una somma di denaro.

Un punto di vista civico non può prescindere dalla dignità delle persone e dalla necessità di un reddito adeguato per assicurarla (articoli 4 e 36 della Costituzione). Bisogna ricordare che quei due articoli della Costituzione pongono obiettivi politici che la Repubblica deve perseguire e introducono diritti per i lavoratori che, quindi, non possono essere lasciati soli. Questo è il motivo per cui il licenziamento deve rientrare in determinate forme giuridiche e non può essere assolutamente libero.

Un punto di vista civico deve anche rilevare che la coesione sociale è un valore di primaria importanza (e una condizione di sviluppo economico) e che l’intervento pubblico deve mettere particolare cura nel sostegno ai lavoratori che perdono il lavoro sia con la quantità e la durata di Cassa integrazione e Aspi, sia con politiche del lavoro che si traducano in servizi per l’impiego e in politiche (industriali, ambientali, dei servizi ecc) di sviluppo del Paese.

Segniamo anche questi punti che potranno essere modificati e migliorati  nell’esame parlamentare possibilmente in un clima disteso privo di esasperazioni ideologiche inutili e dannose da qualunque parte provengano.

In ogni caso la dimensione della riforma non si misura solo sulle norme proposte, ma chiama in causa tutti gli aspetti del programma del Governo che possono incidere sull’andamento dell’economia e dell’occupazione. In realtà il vero completamento della riforma si avrà solo se cresceranno le occasioni di lavoro di buona qualità e ben retribuito e se ciò conseguirà ad un percorso di formazione che deve avere la sua base nella scuola e nelle università. Per questo investire in istruzione e formazione significa investire per lo sviluppo futuro. Anche la cura dell’ambiente e del territorio non è un capitolo da inserire nei programmi di governo ed elettorali per ossequio allo spirito dei tempi, ma è un altro investimento per lo sviluppo dell’economia. La cultura, poi, per l’Italia dovrebbe essere un settore ad elevata intensità di lavoro e di investimenti perché è congeniale alla storia e al patrimonio nazionale e perché può generare sviluppo forse, ben più del settore automobilistico (per dirne uno che ci preoccupa tanto) o di quello edilizio per il quale non c’è più territorio disponibile.

Soprattutto un punto di vista civico deve assumere l’intervento dello Stato e la gestione delle sue risorse come beni comuni dei quali discutere fra cittadini e non riservati a tecnici e addetti ai lavori. Bisogna superare l’ossessione della spesa pubblica perché gli obiettivi di cui si è parlato non si perseguono a costo zero, ma possono sicuramente arricchire il Paese ben più di quanto costano.

Per superare quell’ossessione ci vogliono tre condizioni: 1. Se ne deve convincere l’Europa perché le politiche di sviluppo funzionano a quel livello e sono più efficaci se integrate e perché i vincoli alle finanze pubbliche sono diventati il principale ostacolo allo sviluppo; 2. Bisogna rinnovare la politica, la rappresentanza e le forme che fanno vivere la democrazia perché la corruzione, l’assalto ai soldi pubblici e l’incapacità dei gruppi dirigenti manderebbero a monte qualunque progetto di crescita; 3. Ci vuole una nuova cultura civile perché i cittadini devono mettersi nelle condizioni di elaborare la loro capacità di governo elevandosi al di sopra degli interessi di categoria e cercando di avere una visione politica e programmatica in quanto cittadini. Ciò farebbe bene allo Stato e a tutte le associazioni che si impegnano nell’attività politica.

Le tre condizioni vanno insieme, ma la terza è quella su cui lavorare di più perché è la base sulla quale fondare la rinascita dell’Italia.

Claudio Lombardi