Taglio delle tasse o farle pagare a tutti?

Italiani strozzati dalle tasse? Dipende. Vale la pena approfondire perché ci sono molti luoghi comuni che poi diventano certezze nell’opinione pubblica a prescindere dalla loro fondatezza. Ci aiuta un recente intervento di Alberto Brambilla presidente del Centro studi itinerari previdenziali. Brambilla da anni conduce un’opera di contrasto ai luoghi comuni basandosi sui dati. D’altra parte ha di fronte non solo i luoghi comuni, ma anche una voce quasi unanime dei politici che vogliono ridurre le tasse. Intendiamoci, che la pressione fiscale sia elevata è vero, ma deve essere messa in relazione a chi paga e ai servizi che si danno in cambio ai cittadini. Qualcuno vuole forse rinunciare al Servizio sanitario nazionale per pagare meno tasse? Forse nessuno, ma c’è già chi usa quel servizio (e tanti altri) senza contribuire a pagarli. Non solo gli evasori, ma milioni di italiani. Strano, ma vero.

Dunque, dalle elaborazioni effettuate da «Itinerari Previdenziali» su dati del ministero dell’Economia e dell’Agenzia delle Entrate su 60,48 milioni di cittadini residenti a fine 2017, quelli che hanno presentato la dichiarazione dei redditi (i contribuenti dichiaranti) sono stati 41.211.336, ma quelli che versano almeno un euro di Irpef sono 30.672.866. Possiamo dedurre che il 49,29% degli italiani non ha reddito e quindi non paga nulla di Irpef.

Ma un altro dato è più eclatante: i contribuenti delle prime due fasce di reddito (fino a 7.500 lordi l’anno e da 7.500 a 15 mila euro) sono 18.622.308, pari al 45,19% del totale e pagano solo il 2,62% di tutta l’Irpef (2,82% nel 2016). A questi contribuenti corrispondono 27,331 milioni di abitanti i quali, considerando anche le detrazioni, pagano in media circa 157,9 euro l’anno. Tra i 15 mila e i 20 mila euro di reddito lordo annuo dichiarato (17.500 euro la mediana) troviamo 5,8 milioni di contribuenti (pari a 8,5 milioni di abitanti). Per loro l’imposta media annua è di 1.979 euro, che si riduce a 1.348 euro se rapportata agli abitanti. Da notare che queste due prime fasce di reddito pagano un’Irpef insufficiente anche solo per coprire il costo pro capite della spesa sanitaria (1.878 euro). Deduzione ovvia: molti italiani sono già oggi «a carico» di altri concittadini senza rendersene conto.

Aggiungiamo alla sanità gli altri servizi forniti dallo Stato e dagli enti locali di cui pure beneficiano tutti (chi ha redditi bassi in prima fila) e avremo una spesa enorme non coperta da entrate fiscali che, in parte, va a finire nel debito pubblico.

Il gettito Irpef al netto degli 80 euro (di cui beneficiano 11,7 milioni di contribuenti per un costo di 9,5 miliardi) è pari a 164,701 miliardi. Il grosso di questi 164 miliardi è a carico del 12,28% di contribuenti, poco più di 5 milioni di soggetti che dichiarano redditi da 35 mila euro in su e che pagano ben il 57,88% dell’Irpef.

Ricapitolando: 1) I contribuenti con redditi lordi sopra i 100 mila euro (per inciso: il netto di 100 mila euro è pari a circa di 52 mila euro) sono l’1,13%, pari a 467.442 contribuenti, che tuttavia pagano il 19,35% di tutta l’Irpef; 2) tra 200 e 300 mila euro di reddito troviamo lo 0,176%, circa 59 mila contribuenti che pagano il 2,99% dell’Irpef; 3) sopra i 300 mila euro solo lo 0,093% dei contribuenti versanti, circa 38.227 persone che pagano però il 5,93% dell’Irpef.

Sommando a questi contribuenti anche i titolari di redditi lordi superiori a 55 mila euro, otteniamo che il 4,39%, paga il 37,02% dell’Irpef, che diventa il 57,88% considerando anche i redditi sopra i 35 mila euro lordi. Guardando i dati, forse gli «oppressi» a cui ridurre il carico fiscale sarebbero proprio gli appartenenti a questo sparuto 12,28% di popolazione che peraltro non beneficia di nessuna agevolazione (ticket sanitari, trasporti e così via) e spesso, per motivi di lavoro, si paga pure la sanità privata.

Ma c’è un ma. Siamo così sicuri che quasi 36 milioni di abitanti vivano con redditi inferiori ai 20 mila euro lordi l’anno? Qualcuno sì e molti no e la spiegazione è il sommerso. Qui Brambilla introduce la proposta del contrasto di interessi tra chi compra la prestazione e chi la fornisce permettendo alla prima categoria di dedurre ogni tipo di spesa. Questo «contrasto di interessi» può aumentare la richiesta di scontrini e fatture e, quindi, portare anche ad un aumento del gettito, favorendo al contempo la famiglia che beneficia di una deduzione importante (pari a una 14° mensilità) mentre l’enorme schiera di evasori o elusori dovrà pagare tasse e contributi con grave sollievo di artigiani e lavoratori autonomi onesti e che pagano le tasse.

La conclusione ovvia è che la vera riduzione della pressione fiscale ci sarà quando tutti contribuiranno. Fino ad allora la parola d’ordine del taglio delle tasse sarà una maschera per non affrontare il peso più grande che grava sull’Italia e su una parte degli italiani: l’evasione fiscale.

Claudio Lombardi

Perché la flat tax è sbagliata (1)

  • Flat tax e tagli delle imposte sui redditi più alti

In tutti i paesi progrediti il sistema fiscale è guidato da criteri di progressività, ovvero le imposte pagate crescono al crescere del reddito e più in generale dalla capacità contributiva. Nei paesi occidentali la progressività delle imposte è garantita da aliquote crescenti sul reddito delle persone fisiche. Le altre due principali imposte, l’imposta sui redditi delle società e dove esiste l’imposta sul valore aggiunto non hanno invece un sistema di aliquote che crescono al crescere della base imponibile. Quando si parla di flat tax, ovvero di imposta piatta, si fa riferimento all’imposta sui redditi delle persone fisiche con una sola aliquota. Oggi tale imposta è adottata quasi esclusivamente da paesi postcomunisti, alcuni dei quali ricchi di risorse naturali e da piccolissimi paesi, in gran parte paradisi fiscali. Il più grande dei paesi del flat club è la Russia.

Il primo a parlare imposta piatta fu Milton Friedman, in estrema sintesi l’economista americano sosteneva la necessità di ridurre in modo consistente le imposte sui redditi più elevati, tagliare i servizi pubblici e introdurre un’imposta negativa (una sorta di reddito di cittadinanza) per i meno abbienti. L’idea di fondo che ispira il taglio delle imposte sui redditi più elevati è il trickle down, ovvero che più soldi per i più abbienti portano ad investimenti, maggior occupazione e maggior benessere per tutti.

L’economia non è una disciplina scientifica e i suoi modelli risultano meno affidabili di quelli della fisica. Non è nemmeno una disciplina filosofica in cui è possibile dividere con un coltello il bene dal male. L’economia è una disciplina empirica, lo studio delle evidenze ci aiuta a capire cosa in passato ha funzionato e cosa tra ciò che ha funzionato potrebbe funzionare oggi. Tutte le evidenze ci portano alla conclusione che la flat tax non funziona

  • Esperienze simili alla flat tax

Nel dopoguerra l’aliquota più elevata sui redditi delle persone fisiche raggiungeva il 95% negli Stati Uniti ed il 75% in molti paesi europei. Dagli anni sessanta ad oggi si è assistito ad un drastico taglio delle aliquote sui redditi più elevati. Oggi l’aliquota più elevata è pari al 37% negli Stati Uniti (sopra i 500.000 dollari), al 50% circa in Gran Bretagna e Germania (nel secondo caso incluso contributo di solidarietà), al 45% in Francia e Spagna al 43% in Italia.

Reagan stimolò l’economia con significativi tagli fiscali a cui furono abbinati tagli della spesa sociale per oltre 20 miliardi di dollari. Gli effetti sui conti pubblici furono negativi in parte per l’aumento delle spese militari, in parte perché le previsioni sugli stimoli dell’economia figli della riduzione della pressione fiscale si rivelarono errate. Durante le presidenze di Reagan e Bush senior il deficit del governo federale restò sempre tra il 4 ed il 7%, era attorno al 2-3% con Carter, Clinton riportò il bilancio federale in pari nel 2000.

Di certo pochi oggi proporrebbero di introdurre un’aliquota marginale del 95% sui redditi sopra 75.000 euro o 100.000 euro, tuttavia oggi molte istituzioni internazionali hanno rivisto le loro posizioni in merito ai tagli fiscali per i più abbienti. L’OCSE afferma che paesi molto indebitati non possono pensare di rilanciare il PIL a colpi di riduzioni della pressione fiscale a debito e suggerisce di spostare il carico fiscale dai redditi ad altri presupposti d’imposta quali il patrimonio ed i consumi. Il Fondo Monetario Internazionale che a partire dagli anni ottanta sostenne l’idea di tagliare le detrazioni per abbassare le aliquote d’imposta ha negli ultimi anni suggerito una maggiore attenzione alle disuguaglianze e con il Fiscal Monitor dell’ottobre 2017 ha affermato che occorre tassare di più i redditi più elevati. Il FMI arriva in ritardo di diversi anni rispetto alla Commissione Europea che almeno dal 2013 sostiene che paesi molto indebitati non possono rilanciare la crescita con scriteriati tagli della pressione fiscale.

  • Il laboratorio dell’Europa dell’est

Dal 1989 al 2007 molti paesi dell’Europa orientale crebbero a tassi molto elevati che spesso raggiungevano le due cifre, mentre i paesi occidentali festeggiavano quando ottenevano una crescita del 3%; in quegli anni l’ovest e l’est del vecchio continente vivevano in due “ere geologiche” diverse; gli anni che vanno dalla caduta del muro a Lehman Brothers per l’Europa orientale equivalgono ai trent’anni successivi alla fine della seconda guerra mondiale per l’Italia e la Francia. I tassi di crescita dei 15 -18 anni post 1989 dei paesi dell’est oggi non sono replicabili né in Europa orientale né in Europa occidentale. Per molti paesi dell’Europa orientale dopo Lehman Brothers il tasso di crescita annuale massimo si è abbassato di 3 o 4 punti percentuali e la flessione sta continuando. Per i paesi che nel primo decennio del millennio avevano raggiunto e superato tassi di crescita del 10% oggi Bloomberg stima una crescita tra il 2 ed il 4%.

Nei paesi dell’Europa dell’est il modello sociale europeo non esiste e le disuguaglianze sono elevatissime. Elemento colpevolmente omesso nel dibattito è che la dilaniata Ucraina, la Repubblica Ceca, l’Albania e la Slovacchia hanno abbandonato la flat tax e sono ritornate alla tassazione progressiva. Tutte le previsioni ci dicono che nei prossimi 5 anni la Slovacchia avrà tassi di crescita più alti dei paesi del flat club. La Russia, con la sua flat tax al 13% nei prossimi anni dovrebbe crescere al 2%, un disastro per un paese emergente.

I teorici della flat tax affermano che la sua introduzione nella federazione russa fece crescere il gettito, ma in realtà la crescita delle entrate fiscali di Mosca fu legata alla crescita del prezzo delle materie prime. La Russia fa il bilancio di previsione in funzione del prezzo del petrolio, che dall’introduzione dell’imposta piatta al 2008 passò da poco più di 20 a 140 dollari al barile. Oggi con un prezzo di 60 dollari al barile lo Stato è stato costretto a tagliare moltissimi servizi. Secondo Carlo Cottarelli, già commissario per la spending review, l’unico caso in cui la flat tax ha comportato un aumento del gettito fiscale è quello della Bulgaria.

  • Le riduzioni delle imposte sui redditi elevati in Europa Occidentale

In Germania il socialdemocratico Schröder nei primi anni duemila tagliò le imposte alle persone fisiche riducendo di 15 punti percentuali le imposte al ceto medio e di pochi punti quelle sui redditi più elevati. Gli stessi padri del pacchetto di riforme varato dai tedeschi all’inizio del nuovo millennio si resero presto conto che i tagli alle imposte stimolarono i consumi meno del previsto. I tagli delle imposte ai milionari furono il primo elemento di agenda 2010 rottamato. La grossa coalizione 2009-2013 portò di fatto l’aliquota sui redditi oltre i 250.000 euro poco sopra il 50%. La Gran Bretagna assai aggressiva sul fronte tasse alle imprese con un’aliquota sulle società del 21% con la crisi ha portato l’aliquota più elevata sui redditi delle persone fisiche al 50%. Quindi sia la locomotiva tedesca che la liberista Gran Bretagna prelevano ben più del nostro 43% sui redditi di diverse centinaia di migliaia di euro.

Salvatore Sinagra

(primo di due articoli)

Chi paga i conti pubblici? Il fisco e noi

Si avvicina la legge di bilancio, il Pil non cresce e i soldi mancano. Si conferma che la questione fiscale è la questione vitale. Non è una rima baciata, bensì il primo pezzo del patto che tiene insieme una comunità: da chi si prende o, anche, chi paga i conti pubblici. Poi c’è anche il secondo pezzo: per cosa e come si spende. Ma restiamo al primo e parliamo di fisco. Scriveva Vincenzo Visco in un articolo sul Sole 24 Ore di qualche mese fa: “oggi l’Irpef è formalmente un’imposta con cinque scaglioni ed aliquote, ma in realtà, se si tiene conto dell’effetto delle detrazioni decrescenti, le aliquote effettive risultano sostanzialmente tre: 27,5% fino a 15.000 euro; 31,5% fino a 28.000 euro; 42-43% oltre 28.000 euro. Fino al 2013 le aliquote effettive erano solo due: 30% fino a 28.000 euro e 41% oltre”.

irpefPensando all’entità dei redditi degli italiani è piuttosto evidente che le aliquote più che progressive sono proporzionali ovvero crescono un po’ all’aumentare dell’imponibile, ma si fermano quasi subito su una fascia media. In altre parole somigliano molto ad un’imposta piatta.

Osserva Visco che “non è sempre stato così. Fino agli anni ’80 del secolo scorso, infatti, l’Irpef come tutte le imposte sul reddito dei principali paesi era caratterizzata da un elevato numero di piccoli scaglioni (32) e altrettante aliquote che andavano da un minimo del 10% ad un massimo del 72% (in altri paesi l’aliquota massima poteva superare l’80 o il 90%), con una escursione di ben 62 punti rispetto ai 20 dell’imposta attuale”.

Dunque dopo gli anni ’80 più che semplificate le aliquote vengono ridotte fortemente sui redditi più alti alzando nel contempo l’aliquota base. Praticamente una rivoluzione che modifica in maniera sostanziale la prima parte del patto sociale – chi paga – per favorire molto i contribuenti ad alto reddito.

ceti-mediChi ci rimette? Le classi medie, quelle sulle quali si svolge la progressività residua delle aliquote. Non sarà mica che la pressione fiscale grava soprattutto su di loro?

Osserva Visco che “i due modelli rispondono sostanzialmente a due diverse visioni socio-politiche: l’imposta tradizionale postula un interesse particolare e quindi un’alleanza per i ceti inferiori e i ceti medi secondo il tradizionale modello socialdemocratico, mentre l’imposta piatta sottintende un’alleanza tra ricchi e poveri, e non a caso è stata ed è la soluzione preferita dalle destre in tutto il mondo”.

In Italia però non ci si può limitare a queste considerazioni perché c’è un problema in più: che non tutti pagano le imposte o le pagano solo in parte.

Scrive Alberto Brambilla sul Corriere della Sera che “dalle dichiarazioni dei redditi 2015 ai fini Irpef degli italiani emergono dati preoccupanti per la sostenibilità della spesa pubblica e del nostro welfare. Su 60,79 milioni di abitanti quelli che presentano una dichiarazione dei redditi sono 40,7 milioni, ma solo 30,72 milioni spesa-pubblicadichiarano almeno un euro di reddito. Il 46% dichiara solo il 5,1% di tutta l’Irpef pagando in media 305 euro l’anno; solo per garantire la sanità a questi 28 milioni di connazionali gli altri cittadini devono sborsare ben 43,3 miliardi. Il successivo 15%, altri 9 milioni, paga il 9% dell’intero ammontare Irpef, per una imposta media di 1.665 euro l’anno; per questi servono altri 1,7 miliardi per la sola sanità”. Cioè se sommiamo quelli che non dichiarano e quelli che dichiarano poco abbiamo qualche decina di milioni di persone che sono a quasi totale carico dei contribuenti che pagano tutto il dovuto.

E chi sono questi benefattori? Sul totale di Irpef versata, 167 miliardi, i lavoratori dipendenti ne pagano ben 99 cioè il 60% . Sarebbero la metà dei contribuenti, ma pagano più della metà. Anche quelli che guadagnano tanto non sfuggono e i 19mila soggetti con redditi oltre i 300 mila euro pagano, essendo lo 0,09% dei contribuenti, più tasse del 36,5% dei contribuenti con redditi fino a 15.000 € (il 5,26% contro il 3,41%)”. Lo stesso accade per quelli che stanno oltre i 100 mila euro (sono l’1,17% e versano il 17,5% dell’Irpef). E infine “tra i 20 e i 55 mila euro troviamo il 43,2% dei lavoratori dipendenti che versano il 55% di Irpef.

lavoratori-autonomiL’analisi di Brambilla prosegue con i lavoratori autonomi. “Se ne stimano circa 7,5 milioni ma i dichiaranti sono 5,457 milioni di cui i versanti con redditi positivi solo 2,8 milioni. Il primo gruppo di cittadini autonomi (pari al 77%), dichiara redditi tra 3.500 e 11.000 euro lordi l’anno. Il successivo 15,90% di autonomi con redditi tra i 15 e i 35.000 euro, paga un’Irpef media di circa 1.500 euro, insufficiente per coprire i costi della sola sanità. Solo il 6,45% degli autonomi (351 mila) paga imposte sufficienti mentre il restante 93,55% è a carico di altri lavoratori. Il totale Irpef pagata da questi lavoratori è pari a 9,6 miliardi cioè il 5,7% del totale”.

E veniamo al capitolo pensionati. Tutti insieme pagano 58,581 miliardi di Irpef (il 35% del totale Italia). Però “il 46,1% paga un’Irpef media di circa 350 euro” e poi c’è la no tax area e sulle prestazioni assistenziali (invalidità, accompagnamento, pensione e assegno sociale e pensioni di guerra) e sulle prestazioni con integrazione al minimo e maggiorazione sociale non si paga l’Irpef salvo che il pensionato possegga altre rendite. Inoltre bisogna “tener presente che gran parte dei pensionati assistiti non ha pagato i contributi sociali nei 65 anni di vita attiva e neppure l’Irpef; tra questi una buona parte sono ex lavoratori autonomi”.

conti-pubbliciE quindi? “Se i contributi pensionistici pareggiano le uscite per pensioni occorre che i circa 205 miliardi (112 miliardi per la sanità e 93 miliardi per l’assistenza), siano coperti dall’Irpef e dall’Irap che però assommano a soli 190 miliardi”.

Et voilà il pasticcio è fatto. Se mettiamo insieme le due analisi è chiaro che il “chi paga” del patto sociale grava in Italia sulle classi medie e, in particolare, sui lavoratori dipendenti. Se non si affronta questo problema anche la seconda parte del patto “come si spende” ne risulta fortemente condizionata e il debito pubblico sarà destinato per sempre a coprire queste anomalie e non allo sviluppo del Paese

Claudio Lombardi

IMU, eliminarla o no? (di Tullio Marra)

L’incasso finale per il 2012 derivato dal gettito proveniente dall’IMU  è stato di 23,7 miliardi di euro, 1,2 miliardi in più rispetto alle previsioni. Dalla sola casa di abitazione sono arrivati  4 miliardi. Il versamento medio è stato di 918 euro (incluso quanto pagato dalle grandi aziende), mentre per la prima casa (un quarto delle quali però è risultato esente), la media è stata di 225 euro. Oltre il 25% del gettito IMU derivante dalle manovre deliberate dai Comuni, proviene da cinque grandi città (Roma, Milano, Torino, Genova, Napoli), dove gli importi medi dei versamenti vanno dai 917 euro di Roma ai 585 di Napoli. Le imprese hanno pagato un conto assai salato: 6.3 miliardi di euro, con una media di 9.313 euro ciascuna. IMU
Questi sono i conti, ora per ragioni politiche e direi demagogiche si vorrebbe eliminarla, intanto la rata di giugno 2013 è stata rimandata. La domanda è: è possibile eliminarla visto che l’economia va ancora male e tocca comunque far quadrare i conti pubblici ?

Eliminando una tassa e il relativo gettito che finanzia le spese dello Stato, occorre capire dove recuperare i soldi; ci sono 4 alternative:

  1. Aumentare il debito pubblico, e qui occorre trattare in sede europea, in quanto sarebbe necessaria una revisione sugli accordi comunitari siglati nel 2011 dal governo Berlusconi.
  2. Taglio ulteriore di spese (Provaci ancora Sam….).
  3. Introduzione di nuove tasse (Sic!).
  4. Grande prelievo notturno dai C/C bancari e postali (Genocidio della classe politica).

Che tipo di tassa è l’IMU ? Si tratta di una tassa che prende di mira le rendite immobiliari, e sappiamo che gli immobili non producono crescita economica, si tratta di ricchezza statica, inoltre i soldi investiti in immobili sono soldi distolti dalle realtà produttive.  Questo è un punto a favore di una tassa come l’IMU, far cassa e stimolare la crescita.

contribuenti ricchi e poveriPer quanto riguarda i comuni, per loro il gettito derivato dall’IMU è importantissima fonte d’entrata finanziaria. La sua eliminazione comporterebbe un aumento delle tasse comunali, quindi per le famiglie i soldi risparmiati sull’IMU uscirebbero dalla finestra dei nuovi aggravi comunali, o tagli di servizi essenziali.

Il buon senso dovrebbe far sì che l’IMU sia riformulata e riformata, eliminandone storture.
Con l’eliminazione dell’IMU a guadagnarci sarebbero i proprietari di case con alto valore catastale.
Mantenendo l’IMU sarebbe possibile ridurre l’Irpef, così ne guadagnerebbero le famiglie specie quelle numerose. Riduzione possibile estendendo la No Tax Area, e aumentando le detrazioni per i figli a carico.

L’IMU dovrebbe poi essere affidata completamente ai comuni, ciò rappresenterebbe un passo avanti verso una maggiore autonomia fiscale, possono gestire meglio l’adeguamento dei valori catastali.

Tullio Marra da www.tulliomarra.it