Il Parlamento europeo, le elezioni e l’Europa

Sembra strano, visto che l’attenzione è concentrata su tutt’altro, ma tra una settimana i cittadini europei eleggeranno il Parlamento che li rappresenterà per i prossimi cinque anni. Dunque un parlamento eletto a suffragio universale da tutti quelli che possono essere definiti cittadini. Cittadini di cosa? Di uno stato che aderisce all’Unione europea. Cittadini europei, appunto. Il 26 maggio si voterà su questo. Per anni gli euroscettici ci hanno abituati a considerare l’Europa come il regno dei burocrati e, invece, andremo a votare per eleggere direttamente una delle massime istituzioni europee. Strano, no? Un piccolo dubbio dovrebbe venirci nei confronti della buona fede di chi ci racconta frottole per attizzare l’ostilità. Questi stessi, infatti, saranno in prima fila a chiedere i voti per le loro liste. Perché li chiedono se il Parlamento non conta e comandano solo i burocrati messi lì non si sa da chi? E perché ci tengono tanto al Parlamento europeo che è l’unico nucleo di federalismo in un’Europa dominata dalle decisioni intergovernative?

C’è da dubitare che tutti gli italiani sappiano per cosa andranno a votare domenica 26 maggio e, ancor meno, come è governata l’Europa. Di sicuro per molti si tratta solo di un’entità esterna che ci impedisce di fare quello che vogliamo. Il che equivale a dire che da soli staremmo meglio. Tanti anni di storia e le guerre devastanti che ci sono state non hanno insegnato nulla. La visione politica di tanti spesso non riesce a vedere oltre la porta della propria casa. Nulla di strano, in Italia è un atteggiamento abbastanza diffuso. L’ignoranza e la chiusura però non portano nulla di buono perché non capiscono la realtà e la trasformano in una rappresentazione falsata e deforme.

Proviamo dunque a fare chiarezza.

Il Parlamento europeo è una delle istituzioni che governano l’Unione europea ed è l’unica eletta direttamente dai cittadini. Le altre – Commissione, Consiglio dell’Unione e Consiglio europeo – derivano la loro legittimazione dai governi dei singoli stati. Legittimazione sempre democratica, ma di secondo grado.

I commissari europei (quelli additati come “euroburocrati”) sono i componenti della Commissione che è l’organo esecutivo dell’Unione. Sono nominati dai governi (ognuno ne nomina uno) e devono attuare e far rispettare gli atti normativi approvati dal Parlamento e dal Consiglio Ue.

Il Consiglio europeo composto dai capi di stato o di governo degli stati membri è l’organo che fissa l’indirizzo politico dell’Unione.

Il Consiglio della Ue è la sede nella quale si incontrano i ministri competenti in relazione alle materie trattate. Ha potere decisionale sugli atti normativi europei e lo condivide con il Parlamento.

Ma cosa fa esattamente il Parlamento europeo? Come già detto condivide il potere legislativo con il Consiglio della Ue (ma non l’iniziativa legislativa che spetta alla Commissione in quanto principale destinataria degli indirizzi decisi dal Consiglio europeo), partecipa all’approvazione del bilancio dell’Unione, elegge il Presidente della Commissione europea e vota sull’approvazione dei commissari indicati dai governi. Può censurare l’operato della Commissione obbligandola a dimettersi. Altre funzioni sono quelle consultive per le nomine nella Corte di giustizia, nella Corte dei conti e nel Direttorio della Banca centrale europea.

In generale in quanto rappresentante diretto dei cittadini esercita i poteri di controllo politico sull’operato della Commissione e costituisce il punto di riferimento per monitorare le istanze che provengono dalle società e dalle economie degli stati europei. Ma lo fa da un punto di vista che collega ciò che accade in 27 realtà diverse. Un ruolo prezioso sia per superare i limiti della trattativa intergovernativa che per conoscere i problemi comuni dei cittadini europei.

Il problema e il limite dell’attuale assetto europeo è che la dimensione intergovernativa prevale cioè l’Europa non è un’entità politica unica, ma le politiche europee sono il prodotto del bilanciamento e della mediazione tra i diversi governi che la compongono.

In poche parole in Europa comandano gli interessi nazionali e lo spazio per una dimensione europea autonoma è molto ridotto. Le regole comuni sono tutte frutto delle decisioni dei governi. Ma non è proprio ciò che rivendicano i cosiddetti sovranisti? Non esattamente, perché questi vorrebbero che l’Europa fosse solo un’area di libero commercio nella quale ogni stato possiede la sua moneta e pratica la sua politica economica e di bilancio.

Bella idea, vero? Peccato che sia la situazione che abbiamo già avuto dalla formazione del primo nucleo del mercato comune fino all’istituzione dell’Unione europea nel 2002. E non sembra che le cose ci siano andate così bene come Italia da desiderare di ritornarci. Non avere memoria è molto pericoloso

Claudio Lombardi

I partiti europei che tutti cercano

Negli ultimi giorni si sono manifestate almeno due dinamiche a prima vista connesse al rinnovo della presidenza del Parlamento Europeo, ma che ci parlano di realtà politiche europee che si manifestano con logiche da veri e propri partiti europei con palesi ripercussioni sulla vita politica italiana.
partito popolare europeoLa prima dinamica è trapelata da qualche fonte d’informazione e non ha particolarmente colpito l’opinione pubblica: pare che influenti esponenti del Partito Popolare Europeo abbiano chiesto a Berlusconi di rompere l’alleanza con Salvini. La lega postbossiana è una formazione dell’estrema destra lepenista e se Berlusconi non rinuncerà all’alleanza con l’estrema destra in Italia la sua compagine politica sarà espulsa dai popolari a Bruxelles. Sembra inoltre che gli europarlamentari forzisti siano particolarmente interessati a scongiurare l’espulsione dal PPE e che la candidatura alla presidenza del Parlamento Europeo di Antonio Tajani sia funzionale a tenere Forza Italia nel campo dei popolari e lontana dalla Lega.
In sostanza sembra quasi che oggi Berlusconi, per tanti anni padrone incontrastato del centrodestra italiano, sia messo nelle condizioni di dover scegliere tra un’alleanza con la destra senza la quale è preclusa ogni possibile vittoria alle elezioni e l’adesione ai popolari europei. Sarà per questo che adesso spinge per una legge elettorale proporzionale?

Grillo Farage insiemeLa dinamica più plateale riguarda, però, la tentata adesione del Movimento 5 Stelle all’ALDE, il gruppo parlamentare dei liberali al Parlamento Europeo.  Voluta da Grillo e Casaleggio e negoziata con  Guy Verhofstadt, nonostante i liberali siano la forza più europeista del Parlamento Europeo ed i grillini per la prima metà di questa legislatura abbiano fatto parte dello stesso gruppo dell’UKIP di Nigel Farage che ha il fine  di distruggere l’UE. Per di più Guy Verhofstadt è un dichiarato federalista, cosa eccezionale nel panorama politico europeo dove chiunque ha un incarico politico si guarda bene dal pronunciare la parola federale mentre i 5stelle hanno dichiarato di voler tenere un referendum sull’euro.
Anche in questo caso c’entra la presidenza del Parlamento Europeo alla quale aspira anche Verhofstadt. Ora che l’accordo è naufragato per il rifiuto dei liberali si impone una riflessione che va al di là degli eventi contingenti. Si è detto che tutta la questione sta nei vantaggi che l’adesione a un gruppo parlamentare comporta. Sicuramente c’entra molto anche questo aspetto; tuttavia, i condizionamenti che comporta l’adesione ad uno schieramento politico europeo trovano la loro spiegazione in un altro senso.
Evidentemente se per rimanere dentro un partito europeo si smonta una coalizione nazionale (il caso di Berlusconi), si rischia di capovolgere la propria identità come voleva fare Grillo o si rischia di intaccare un consolidato profilo politico e un prestigio come ha fatto Verhofstadt una dimensione politica europea conta e nemmeno poco.

europaLa stranezza è che i partiti politici europei contano molto anche se somigliano più a confederazioni o alleanze di forze politiche nazionali. Comunque l’esistenza del Partito popolare europeo e del Partito socialista europeo suggerisce una linea di tendenza piuttosto chiara.

La novità è che oggi la necessità di una dimensione politica transnazionale è ammessa implicitamente dagli stessi grillini che si sono sempre presentati come un non partito e anche dai leader “sovranisti” come Matteo Salvini e Giorgia Meloni che, mentre fanno zapping tra un ritorno sovranista alla nazione  e la richiesta di smantellare “questa Europa”, intensificano i contatti con i loro omologhi degli altri paesi europei. Insomma tutti sono a caccia di una forma di collegamento politico che vada oltre l’ambito nazionale.
Una spiegazione plausibile è che ormai vi è un’ampia consapevolezza che l’euro non può funzionare bene solo con un set di regole, ma necessita di un’unione più politica che qualcuno presenta esplicitamente come una federazione tra i paesi che condividono l’euro.

EurozonaOra è palese che, se domani i governi, o i popoli degli Stati europei decidessero di convergere verso una federazione i partiti europei sarebbero costretti ad una rapida maturazione. Non è però detto che non possa verificarsi il contrario, ovvero che sia proprio la spinta derivante dall’affermazione di partiti politici europei a portare verso un cambiamento dei trattati e un diverso assetto istituzionale dell’Unione Europea e dell’area euro. Anzi per l’area euro non serve un migliore assetto istituzionale, ma occorre crearlo da zero perché i paesi della moneta comune non hanno istituzioni politiche.

Infine anche volendo prescindere dall’Unione Europea le questioni a cui dare risposta (disuguaglianze, regole della competizione tra le diverse economie, tutela dell’ambiente, conflitti, migrazioni) non possono essere affrontate a livello nazionale. Da qui la ricerca da parte di tutti di alleanze sovranazionali di forze politiche che potrebbero anche diventare veri partiti

Salvatore Sinagra

L’Europa che vorremmo (di Angelo Ariemma)

europa unitaAncora riflessioni sull’Europa. Lo spunto viene da due libri, che da punti di vista diversi, arrivano alla stessa conclusione: occorre dare vita a una Federazione europea. Il monito, già lanciato da Altiero Spinelli ed Ernesto Rossi nel 1941 con Il Manifesto di Ventotene, diventa oggi ancora più attuale.

L’UE si è costruita secondo la strategia, promossa da Jean Monnet, dei piccoli passi, che ha mietuto successi, ma anche molte crisi, ogni qual volta i revanscismi nazionalisti si sono frapposti alla costruzione di una unità politica dell’Europa. Ricordiamo solo l’opposizione di De Gaulle alla Comunità di Difesa, o il naufragio della proposta di Costituzione promossa da Spinelli nel 1984, approvata dal Parlamento europeo, ma respinta dai Governi nazionali, in favore del misero “Atto unico” del 1987.

globalizzazioneOra la crisi economica ripropone la questione. Di fronte alla globalizzazione gli Stati nazionali sono impreparati ad affrontare una economia che non guarda più alle frontiere. La grande intuizione del Manifesto di Ventotene fu proprio quella di dichiarare la fine della funzione storica degli Stati-nazione. Adesso i nodi vengono al pettine. Dopo la diarchia franco-tedesca, ora assistiamo a un confronto-scontro tra una Merkel disposta a cedere un po’ di sovranità pur di mantenere salda la barra del rigore economico e un Hollande che propende maggiormente alla solidarietà, ma non vuole cedere nulla della propria sovranità nazionale. Mentre gli altri stati si vedono imporre norme e regole dettate altrove. Per dare nuovo slancio all’Europa, al suo modello socio-politico, la sola strada percorribile è quella della Federazione, che si dia istituzioni democraticamente elette e controllabili a livello europeo.

Vediamo ora come questi due libri affrontano il tema.

lavoratori GermaniaBeck (U. Beck, Europa tedesca, Roma-Bari, Laterza, 2013) punta il dito sullo scarto che si è creato tra le istituzioni europee, ferme a un chiuso rigore economico, e la vita degli individui che tale rigore subiscono, come ingiusta mannaia che cade dall’alto. Scarto che favorisce la Germania e il suo senso di corretta prassi economica. Scarto che rischia di far deflagrare l’euro e l’UE stessa. In fondo, l’analisi di Beck parte dalla stessa consapevolezza che ha mosso Spinelli: lì fu la guerra, qui è la crisi economica: “il ramo finanziario globale non può più essere regolato a livello nazionale” (p.31); devono quindi cambiare le categorie del politico: “Si tratta di eventi letteralmente mondiali, che permettono di constatare l’interconnessione sempre più stretta degli spazi d’azione e di vita e che non possono più essere colti con gli strumenti e le categorie di pensiero e azione dello Stato nazionale” (p.22).

frontiereLaddove lo Stato, di fronte alla crisi, si chiude in sè, nella vecchia logica di amico-nemico, ora, nella dinamica del rischio, occorre invece aprirsi all’altro, comprenderne le ragioni, e darsi reciproca solidarietà. Invece la forza economica di una Germania che vuole imporre la sua ricetta agli altri, rischia di far naufragare l’intero progetto europeo, trascinando nel baratro la stessa economia tedesca, che da sola non potrebbe reggere la globalizzazione. Ecco quindi lo scatto che si impone agli uomini europei: non solo elaborare una nuova struttura istituzionale; non solo vivere i tanti vantaggi dell’UE (viaggiare, studiare, lavorare, in Europa) come acquisiti e superflui, ma rendersi conto che sono la nostra vita, che non si può tornare indietro, ai nazionalismi e ai facili populismi, e solamente con più Europa si avrà più libertà, più sicurezza sociale, più democrazia; “abbiamo allora bisogno di una campagna di alfabetizzazione cosmopolitica per l’Europa” (p.76-77), di un nuovo contratto sociale, che dal basso faccia nascere la Federazione europea, dotata di un potere democraticamente eletto, e di un proprio bilancio, che le istituzioni europee possano gestire per il bene comune.

stati uniti d'europaNell’altro libro (E. Fazi-G. Pittella, Breve storia del futuro degli Stati Uniti d’Europa, Roma, Fazi, 2013), lo stesso titolo impone una riflessione sulla costruzione di una vera Federazione europea. Gli autori ritengono che la crisi parta dalla messa in mora degli accordi di Bretton Woods da parte dell’amministrazione Nixon negli anni ’70, quando fu abolita la parità aurea del dollaro. Il venir meno di quell’accordo ha privato gli Stati del controllo sulla finanza, che via via, attraverso l’apertura dei mercati e la globalizzazione, si è mostrata libera da ogni vincolo, fino all’attuale deflagrazione, che rende la speculazione finanziaria padrona dei destini delle nazioni e dei cittadini.

L’euro ha rappresentato il tentativo di porre rimedio alla caduta di Bretton Woods, a cui necessariamente avrebbe dovuto far seguito una graduale maggior integrazione economica e politica dell’UE. Purtroppo la miopia dei governanti succedutisi ai di Maastricht, e il mito dell’ideologia liberista, a cui tali governanti si sono piegati, ha ostacolato il percorso sulla strada dell’integrazione europea.

crisi EuropaLa crisi economica, causata appunto dall’esplodere di una bolla speculativa, ha rimesso all’ordine del giorno la questione di tale integrazione, che superi le reciproche diffidenze fra gli Stati, i quali, presi singolarmente, non avrebbero possibilità di scampo di fronte alla globalizzazione incontrollata.

Gli autori non sono avari di suggerimenti e propongono l’istituzione di Eurobond, di una fiscalità europea, dell’unione bancaria, di un bilancio autonomo dell’UE; a cui deve far seguito una democratizzazione del livello decisionale, con un Parlamento europeo che sia responsabile delle decisioni europee e controlli una Commissione eletta dal popolo europeo. Hic Rodus, hic salta: il tempo è ora; tra meno di un anno si voterà per il Parlamento europeo, e questo Parlamento dovrà avere una funzione costituente della Federazione europea, magari ristretta a quegli Stati che vorranno starci, lasciando per ora fuori chi, come la Gran Bretagna, vuol restarsene isolato. Solamente un’Europa unita e forte potrà tentare di imporre un nuovo accordo internazionale, tipo Bretton Woods, che faccia da argine alla speculazione finanziaria: “La battaglia tra mercati e democrazia sarà quindi decisiva per il futuro degli Stati Uniti d’Europa. Solo sottraendosi al ricatto dei mercati finanziari, si potrà creare un’Europa indipendente. Anzi sarà proprio attraverso questo confronto che prenderà forma quello spazio politico transnazionale europeo auspicato da tutti gli europeisti. Per sconfiggere i mercati finanziari c’è bisogno di una democrazia forte che possa appoggiarsi sull’unica istituzione direttamente legittimata dai cittadini europei, il Parlamento europeo. Le prossime elezioni del 2014 saranno decisive perché consentiranno al Parlamento europeo di assumere di fatto un ruolo costituente” (p.184-185).

futuro EuropaPurtroppo non possiamo non constatare come oggi non solo la globalizzazione ha ristretto gli spazi, ma anche i tempi sono notevolmente accorciati. Così, sia le elezioni italiane, sia quelle tedesche, hanno mostrato il loro volto antieuropeista, mentre tutta la discussione politico-mediatica torna a occuparsi delle tematiche nazionali e a parlare di Europa solo in termini negativi, abbagliando l’opinione pubblica nel suo vacuo e deleterio localismo, che non fa che dare sempre più peso a una speculazione finanziaria sempre più incontrollata.

Ma “l’Europa non cade dal cielo”, come diceva Altiero Spinelli; a allora siamo qui, nel nostro piccolo, nani sulle spalle di un gigante, a portare avanti la sua battaglia, quella battaglia per la quale ha voluto spendere l’intera sua esistenza.

Angelo Ariemma tratto da www.lib21.org

Il Nobel all’Unione Europea tra passato e futuro (di Paolo Acunzo)

Negli ultimi mesi, abbiamo letto numerosi editoriali sull’opportunità o meno d’insignire l’Unione europea del premio Nobel per la pace e, personalmente, concordo con chi sostiene che questa onorificenza sia più un’esortazione a ritrovare la strada smarrita, e un atto di gratitudine per ciò che ha rappresentato il Vecchio Continente negli ultimi sei decenni, che un’effettiva apertura di credito nei confronti di un’Europa mai così lacerata e impotente come in questo periodo.

Tuttavia, se vogliamo dare un senso al nostro futuro e costruire un avvenire migliore per le nuove generazioni, non possiamo tralasciare la riflessione sulla drammaticità del nostro presente, stretti come siamo nella morsa di un’economia che non riparte e di scelte politiche incomprensibili (basti pensare al recente fallimento del vertice straordinario per la definizione del  bilancio UE 2014-2020), dettate dalla miopia di gran parte della classe dirigente continentale che spesso si rivela pavida ed inadeguata ad affrontare una crisi strutturale che sta sconvolgendo per sempre gli equilibri globali e, di conseguenza, lo stesso modo di vivere e di pensare.

La battuta più tagliente che si è sentita sull’argomento, non è tanto quella che “la UE non avrebbe mai vinto il nobel per l’economia” ma quella che “il Nobel per la pace alla UE è un premio alla carriera ad un attore internazionale che si avvia sul viale del tramonto”. Con questa breve frase si sintetizza la crescente marginalizzazione dei mercati europei rispetto a quelli emergenti; i nuovi equilibri geopolitici sempre meno incentrati sui rapporti trans-atlantici e sempre più su quelli trans-pacifici; la mancanza di ruolo di interlocuzione svolto dalla UE durante la cosiddetta primavera araba e più in generale negli scenari di guerra che toccano la sponda sud del mediterraneo e il medio oriente. Inoltre l’Europa unita attraverso i meccanismi attuali si ritrova senza reali strumenti per uscire definitivamente da una crisi che col tempo si sta dimostrando in primis politica e poi solo di conseguenza economica e finanziaria.

Ormai pare evidente che stiamo vivendo una crisi di sistema a cui le cancellerie non riescono a dare una risposta esauriente attraverso il classico metodo intergovernativo che accentua gli interessi momentanei di parte a discapito di quelli comunitari di lunga durata. Spesso dall’opinione pubblica si sottolineano l’ingerenza di alcuni paesi nelle scelte sovrane di altri, mettendo in crisi lo stesso sistema decisionale e di legittimazione democratica europeo. Siamo giunti ad un punto in cui la crisi richiede la completa cessione di sovranità ad organi sovranazionali legittimati direttamente dai cittadini europei per avere la forza, e soprattutto il consenso popolare, per adottare quelle misure, non certo indolori ma necessarie, in grado di far uscire i vari paesi europei definitivamente dalla crisi. Non si può più tollerare che scelte impopolari vengano scaricate sulla UE da alcuni governi semplicemente dicendo “c’e’ lo chiede l’Europa” come se fosse qualcosa di estraneo rispetto alla vita politica nazionale. Non è più accettabile avere dei partiti provinciali che non pongano il dibattito sul ruolo e il futuro dell’Europa al centro della loro proposta politica.

Oggi è possibile uscire da questa crisi di sistema soltanto ridando lo scettro del potere ai cittadini. Per far ciò bisogna creare quella arena politica europea in cui partiti, forze sociali e imprenditoriali possano confrontarsi con le scelte che realmente incidano sul nostro futuro. Un sistema che non funziona più deve essere cambiato dalle radici, passando dal classico metodo intergovernativo ad un sistema di stampo federale, al fine di delegare ad un potere democratico comune la decisione su determinate ma fondamentali questioni senza cui l’Europa continuerà a condannarsi all’impotenza.

Ma per far tutto ciò occorre coinvolgere attivamente i cittadini. Pensare una convenzione costituente per la riforma complessiva dei trattati che giunga ad una proposta di Costituzione federale europea che entrerà in vigore solo se la maggioranza dei cittadini e degli stati coinvolti l’approveranno attraverso un referendum europeo. Solo così gli stati dell’Eurogruppo potranno dotarsi di quel governo comune dell’economia necessario per creare accanto all’Unione monetaria, anche l’Unione bancaria e fiscale, costruendo finalmente intorno all’Euro un potere statuale in grado di presentare un condiviso piano europeo di sviluppo sostenibile per l’occupazione, la crescita e l’innovazione credibile per tutti.

Fino ad oggi tutto ciò è stato considerato da molti solo un’utopia allo stesso modo in cui un secolo fa poteva essere considerata la possibilità di avere una pace stabile in Europa. Il vero premio sarebbe se il Nobel assegnato all’Unione europea non fosse considerato meramente celebrativo del suo passato, ma possa in futuro simboleggiare il punto di svolta del processo d’integrazione verso gli Stati Uniti d’Europa.

Paolo Acunzo – Movimento Federalista Europeo

Crisi dell’euro: un problema di vuoto di potere (di Marco Mayer)

Seguo con attenzione le opinioni di due economisti “militanti”: Oscar Giannino e Stefano Fassina. Il primo si ispira ai principi del pensiero economico libertarian, il secondo ai valori socialdemocratici e cattolico-popolari dell’economia sociale di mercato. Vale la pena seguirli perché in Italia fanno opinione e sono ascoltati dalle elite. Mi sono accorto che nonostante le loro divergenze, Giannino e Fassina commettono lo stesso errore di analisi di fronte alla crisi dell’eurozona.

Entrambi, nel proporre le loro differenti terapie, sottovalutano l’impatto sull’euro del fattore P (dove P sta per potere). Non sono gli unici in verità. Gli economisti non amano il concetto di potere perché – per quanto osservabile e identificabile – è difficilissimo da misurare e “modellizzare”. Neppure tra gli esperti di studi strategici c’è accordo su quale deve essere l’unità di misura del potere (il “power index”).

Come formalizzare il vuoto di potere che si nasconde nelle fondamenta dell’Euro in un modello econometrico? Come calcolare i suoi effetti nel tempo e nello spazio? Come pesare il vuoto di potere che è nel DNA dell’Euro quando si preparano gli outlook sull’economia mondiale? Il deficit “genetico” dell’Euro, in verità, era stato segnalato da alcuni analisti più accorti, ma esso è stato ignorato per anni dalla maggioranza dell’accademia, dalle istituzioni finanziarie internazionali, dalle agenzie di rating. Invece di inseguire modelli sempre più sofisticati le scienze sociali dovrebbero far ricorso a quella che Angelo Panebianco ha definito “cultura dell’esperienza”.

Giuliano Amato ci ha raccontato più volte la vera storia dei negoziati di Maastricht del 1992. I politici più informati erano consapevoli che l’avventura dell’Euro nasceva senza un potere gerarchico e coercitivo in grado di assicurare protezione bancaria, finanziaria e fiscale ai popoli dell’Eurozona. Ma all’epoca i leader socialdemocratici e popolari non se la sentirono di affrontare il vuoto di potere che sottostava alla moneta unica e delegarono tutto a tecnici ed alti burocrati. Economisti, giuristi ed esperti della Commissione e delle Banche Centrali andarono avanti come se niente fosse seguendo la logica inerziale della Tecno-burocrazia.

In verità l’Euro è nato in un modo e cresciuto in un altro. E’ nato nel novembre 1989 da uno scambio di potere (sì alla unificazione tedesca in cambio della rinuncia al marco), ma poi l’Unione Monetaria si è sviluppata ignorando per anni ed anni il vuoto di potere che minacciava la sua sopravvivenza. Dalla nostra parte dell’Oceano la maggior parte dei commentatori (Giulio Tremonti compreso) pensarono che la crisi del 2007-2008 fosse un problema americano ed anglosassone e che non avrebbe toccato più di tanto il solido sistema bancario e finanziario dell’Eurozona (sic!). L’allarme non è neppure scattato quando il vuoto di potere è diventato eclatante perché mancava un potere in grado di rispondere tempestivamente alla piccola crisi della piccola Grecia. La storia successiva la conosciamo bene. Perché Giannino e Fassina (e l’intera categoria degli economisti) non si misurano seriamente con questo nodo? Forse perché si sono dimenticati le famose parole di John Kenneth Galbraith: “Il paradosso del potere nella tradizione classica è ancora una volta che, benché tutti siano d’accordo che il potere esiste, esso non esiste in linea di principio”.

C’è un secondo aspetto – di stringente attualità – intrinsecamente legato al tema del potere: quello delle “condizionalità”. La discussione sul ruolo della BCE e del fondo “Salva-Stati” ripropone la dottrina del Washington Consesus che -nonostante il suo fallimento ed il conseguente e radicale ridimensionamento del ruolo del Fondo Monetario Internazionale – sopravvive ormai solo in Europa. L’esperienza empirica ha dimostrato in tutto il mondo che le condizionalità non funzionano perché tendono a creare spirali perverse e recessive (crisi bancarie, debiti sovrani, tensioni monetarie, deficit fiscali, calo dei consumi, perdita di competitività,ecc ). Chi investe in modo prudenziale (e non specula al ribasso last minute) cerca titoli bancari e/o obbligazioni sovrane coperte da garanzie rilasciate da organismi dotati del pieno potere di garantire. La prima diffidenza verso l’Eurozona è questa.

Gli investitori istituzionali (tanto meno i fondi sovrani) non amano addentrarsi nei complicati dettagli delle condizionalità dei se dei ma. Un intervento di un fondo monetario europeo che operi con lo stile del FMI degli anni 90’ rischia persino di essere un boomerang per la stigmatizzazione che esso comporta. La madre di tutte le domande è la seguente: il garante (o i garanti) dispongono o non dispongono di tutti i poteri necessari? Poi viene il resto, il posizionamento strategico, la congiuntura, gli squilibri finanziari e strutturali, ecc, ecc..

In altri termini possiamo affermare che c’è un fondamentale che viene prima dei fondamentali: un assetto gerarchico che assicuri a chi ha il potere di farlo funzionare, sia esso l’ESM, la BCE o la Commissione. Se persiste il vuoto di potere ogni agente economico pubblico o privato continuerà ad essere valutato per conto suo con due aggravanti a) i singoli Stati hanno un’arma in meno perché sono privi del potere di svalutare; b) alle banche manca una Fed pronta al quantitative easing. Di questo passo l’Unione Europea sarà sempre di più il vaso di coccio tra i vasi di ferro del nuovo mondo multipolare.

Avete capito, mi piacerebbe che Fassina e Giannino abbandonassero le loro diatribe sull’economia di mercato e dedicassero un po’ di tempo all’economia del potere. Si divertirebbero e forse scoprirebbero di avere qualche interesse in comune. Certamente ci guadagnerebbero anche i loro partiti veri e virtuali.

Marco Mayer

Crisi: una via d’uscita c’è, ma fanno finta di non vederla (di Guido Grossi e Claudio Lombardi)

Spread, crisi finanziaria, debiti pubblici, istituzioni europee e BCE. Cerchiamo di leggere bene la posizione di Draghi e della BCE e traduciamo il tecnico/politichese in linguaggio semplice.

La frase di Draghi di qualche giorno fa: “«faremo tutto quanto è necessario per salvare l’euro e, credetemi, sarà abbastanza» era stata accolta dai mercati nella speranza che la BCE avrebbe iniziato da subito ad acquistare BTP italiani e BONOS spagnoli. E infatti lo spread era sceso considerevolmente da 540 a 460.

Quella affermazione, presa sul serio, avrebbe rappresentato un segnale importante verso la trasformazione della BCE in una vera banca centrale, che svolge, come ci si aspetta da una banca centrale che si rispetti, il suo compito di prestatore di ultima istanza: quando famiglie, aziende e operatori finanziari non comprano tutti i titoli necessari a finanziare il debito dello stato, la banca centrale assorbe la parte non sottoscritta per evitare gravi crisi finanziarie). Per intenderci, quello che fa la FED, la Bank of Japan ed altre ancora.. paesi con enormi debiti pubblici finanziati  a tassi bassissimi (1 – 2%) e senza crisi.

No. Questa scelta, ovvia e semplice quando si condivide la stessa moneta, non piace alla BCE e neanche ai governanti dell’Unione Europea (gli stessi che hanno scritto le regole che oggi bloccano l’Unione Europea) : troppo semplice, e a noi europei devono piacere le cose complesse, a quanto pare. Ma forse devono essere complesse affinché non si capiscano bene? Vediamo di capirlo. Ecco la precisazione da parte di Draghi dopo la riunione del consiglio della BCE successiva alla sua prima dichiarazione: “Come per tutti gli altri Paesi, una eventuale attivazione dello scudo anti-spread per l’Italia «sarebbe su richiesta» e a determinate condizioni”. I mercati, che sono sempre molto rapidi, capiscono che significa e rimangono drammaticamente “delusi” cioè fanno salire gli spread di Italia e Spagna sopra 500… Poi abbiamo visto che c’è stata anche una discesa, ma alti e bassi su una tendenza negativa vanno avanti da almeno un anno. Perché?

Traduciamo in parole semplici il messaggio di Draghi. “Sarebbe su richiesta” .. vuol dire che puoi chiedere quando hai l’acqua alla gola; “a determinate condizioni”.. vuol dire “saranno imposti sacrifici di lacrime e sangue”. Infatti le “condizioni” oramai le conosciamo a memoria, elenchiamole, e rinfreschiamoci le idee: tasse, dovunque si riesce a metterle; tagli alla spesa pubblica, ovunque si riesce a farli; licenziamenti, nel privato e nel pubblico; privatizzazioni, in nome dell’efficienza, ma nell’interesse dei privati; liberalizzazioni come premessa e completamento delle privatizzazioni; e poi dulcis in fundo: cessioni di sovranità, come se la sovranità, che “appartiene” al popolo, possa essere “ceduta” e non delegata (la “delega” implica controllo e potere di revoca, la “cessione” implica un trasferimento a titolo definitivo).
Sissignori, l’obiettivo è lampante, magari un po’ duro da ingoiare, quindi capisco la reticenza di molti ad ammettere la realtà, che è troppo cruda:  la finanza internazionale ha gettato la maschera e vuole che i popoli smettano anche formalmente di essere sovrani.

Perché ? Ma è evidente: oggi il potere non è esercitato con la spada, ha bisogno del consenso, seppure sempre più formale e meno sostanziale e sempre più estorto.
Sì, estorto, perché la crisi si sta sempre più manifestando come un ricatto messo in piedi per nascondere le vere responsabilità e per estorcere un consenso forzato a politiche di riduzione drastica della spesa pubblica fondate su sacrifici da parte della maggioranza della popolazione e contemporaneamente a politiche di sostegno e di salvataggio delle banche e delle istituzioni finanziarie coautrici della crisi.

Ma il vicolo è cieco: tasse, tagli alla spesa, lo sa anche un bambino, provocano recessione. Licenziamenti, provocano recessione e dolore sociale. Chi ci guadagna? E dove si sta andando?

Per il grande capitale internazionale e finanziario non ci sono problemi: il debito pubblico sarà ripagato e a tassi sempre più alti; per ripagarlo il patrimonio pubblico sarà messo in vendita e chi dispone dei capitali potrà acquistarlo a poco; la stessa cosa avverrà per i patrimoni delle famiglie italiane messe alle corde dai licenziamenti, dalla diminuzione del reddito, dall’aumento delle tasse; le aziende italiane in crisi finanziaria per quanto produttive e concorrenziali potranno essere vendute sempre ai soliti che hanno il denaro in mano; con i sindacati piegati dalla crisi e dalla minaccia della disoccupazione si potranno avviare nuove produzioni low cost cioè con salari e diritti decurtati.

Realizzato tutto ciò forse avremo reso più competitivo il nostro Paese come ci consigliano i rigoristi delle istituzioni finanziarie internazionali, ma saremo tutti più poveri.
Allora che si fa? Ormai l’esasperazione dice: via dall’Euro, via dall’Unione Europea !
Dice Draghi che si farà di tutto per salvare l’euro. Sì, ma come ? comprando direttamente titoli dei debiti pubblici sotto attacco? No, dando soldi al Meccanismo Europeo di Stabilità (MES o ESM) che in futuro dovrebbe assumere il rango di banca. Banca? Ma non c’è già la Banca Centrale Europea? Basterebbe cambiarne gli statuti (decisi dagli stati) e sarebbe una vera banca centrale.

Invece no e non basta perché su di noi pende il fiscal compact appena ratificato dal nostro Parlamento: pareggio strutturale di bilancio e debito/pil al 60% entro 20 anni cioè per noi 40 miliardi di euro l’anno da risparmiare. Un bel problema con un Pil che scende e un debito che aumenta, proprio grazie alle politiche rigoriste.

È evidente che così viene voglia di mandare tutti a quel paese.. Euro, Unione Europea, BCE, FMI e il mondo della finanza per intero, assieme a questa classe dirigente che o è corrotta o è inetta, senza appello.

Però..c’è un però. Non siamo soli, dobbiamo capire il contesto e questa voglia deve essere valutata alla luce di una considerazione ormai lampante: la strana lotta di classe nella quale ci troviamo inaspettatamente immersi, senza averla voluta, né capita.

Qui c’è una classe, anzi, una élite internazionale, immensamente ricca, immensamente potente, sempre più ristretta e concentrata, che è riuscita ad imporre a tutti il proprio modello e la propria volontà, nelle istituzioni sopra nazionali che disegnano il modello socio economico, e lo plasmano in continuazione per favorire sempre di più la libertà del grande capitale di fare, attraverso i mercati finanziari ed i loro custodi, controllori e manipolatori, i propri interessi.

Di questo si tratta: favorire ancora di più la concentrazione della ricchezza in pochi monopoli e oligopoli mondiali. Nel campo finanziario, dove il capitale accresce sè stesso trasferendo artificiosamente la ricchezza dalle tasche dei cittadini a quelle delle élite attraverso l’aumento dei debiti statali. Nel campo della produzione di beni tanto inutili quanto dannosi (per esempio: il cibo spazzatura che imperversa nelle classi sociali più basse) per i consumatori e per l’ambiente che sopporta impianti produttivi altamente inquinanti, il tutto con una enorme produzione di rifiuti. Insomma una follia.

Bisogna proprio aggiungere che le élite finanziarie hanno trovato dei buoni alleati nei tanti governanti corrotti corresponsabili sia della crescita del debito pubblico sia della libertà concessa alle élite di fare il loro comodo grazie alla cancellazione di regole efficaci di disciplina dei cosiddetti mercati? No, non serve perché è quello che vediamo da anni e si tratta di un fatto incontrovertibile.

Dobbiamo, però, capire che adesso i poteri che hanno messo in crisi le finanze degli stati in Europa puntano direttamente a eliminare la democrazia o a svuotarla di contenuti perché sanno che la democrazia, prima o poi, li controllerebbe e metterebbe loro dei limiti minacciando ricchezze e potere.

Come ne usciamo? Torniamo alla voglia di mandare tutti a quel paese.
Se è vero che il nemico che ci minaccia sono quelle élite internazionali, assolutamente indifferenti ai confini nazionali allora pensare di risolvere il problema uscendo dall’Unione Europea rischia di essere miope e pericoloso. In guerra si cercano alleati non ci si isola da soli. Ed alleati naturali sono tutti i popoli del mondo, tutti egualmente sfruttati da questi signori. In questo momento è evidente che l’area europea viene utilizzata come campo di battaglia, sottoposta ad una crisi artificiosamente creata, prima alimentata e poi sfruttata per eliminare la democrazia. I popoli europei hanno un enorme interesse in comune. I cittadini europei devono capire che insieme, possono liberarsi delle classi politiche dirigenti che ci stanno svendendo agli interessi del grande capitale.

E il modo per liberarsi esiste.

Innanzitutto eliminare, per ogni paese, il debito estero. Perché la quota del debito estero è lo strumento che viene utilizzato per scatenare la crisi. Se non si risolve questo problema non si aprono le possibilità di scelta successive perché rimaniamo prigionieri del circolo vizioso che ci spinge nel baratro (debito estero, spread, bisogno di aiuti, condizioni capestro, peggioramento delle condizioni.. nuovo debito estero.. e così via).
Il secondo passaggio è il ricambio della classe politica: tutta. Non esistono differenze sostanziali – ai nostri fini – fra le proposte dei partiti di destra e di sinistra. Purtroppo e almeno per ora perché tutte le proposte si rifiutano di aggredire il problema alla radice. Si perdono in prospettive irrealizzabili e di fatto sinergiche al sistema (conciliare il rigore con la crescita.. ) quando non si concentrano in formule politiche vuote. Il terzo passaggio è la riforma immediata del sistema finanziario. A partire dalla banca centrale. Ricordiamo a proposito che il Parlamento Europeo ha già votato una mozione per la trasformazione dei compiti della BCE, ma la Commissione Europea si rifiuta di prenderla in considerazione. Invece, trasformata la BCE in una vera banca centrale (prestatrice di ultima istanza) si deve passare alla riforma del sistema bancario privato, separando nettamente il credito commerciale dalle attività finanziarie. Vanno poi posti severi limiti alle attività finanziarie, perché sono le responsabili prime della situazione in cui ci troviamo. In  particolare occorre il divieto immediato dell’uso dei derivati.

Questi primi tre passaggi rappresentano  – oggettivamente – un interesse comune al 99% della popolazione europea. Tutti i cittadini europei che non appartengono all’1% della popolazione che fa parte delle élite, hanno un comune evidente bisogno di difendersi dalla guerra che quel nemico ha impietosamente sferrato.

Poi, recuperata la libertà di scelta, ognuno potrà sostenere – senza ricatti, e con il tempo necessario a riflettere, le idee che preferisce. E’ tempo di resistere

Guido Grossi – Claudio Lombardi

L’euro: fattore di incertezza o futura moneta virtuale? (di Alfonso Annunziata)

Strano ma in un periodo particolare come questo viene da ripensare anche a precedenti come quello della Magna Grecia: secondo la maggior parte degli storici la Mafia, o almeno il suo substrato culturale, si sarebbe andata formando in embrione già nelle polis del Sud della nostra penisola.

E questo a causa della forte instabilità politica che le caratterizzava. Rovesciamenti di alleanze, successioni fra periodi democratici e truci dittature, dominii stranieri di diversa base (Fenici, Cartaginesi, Romani quando non incursioni di pirati) avrebbero progressivamente indotto i cittadini a diffidare dell’Autorità formale, della sua moneta e delle Sue leggi, sovente semplice strumento predatorio di entità eterodosse, e a creare per gradi un antistato fatto di “uomini d’onore” cui affidare la gestione materiale dell’amministrazione della giustizia, della riscossione dei tributi, del rispetto dell’ordine nella comunità, costituendo invece verso l’esterno e l’autorità ostile un muro impenetrabile di omertà. Qualcosa che secoli dopo i prefetti di un nuovo dominatore, gli sharif del califfato di Sicilia avrebbero definito “quel che non si vede”, ma-fìa in arabo.

Lungi da me voler fare apologie della mafia, specie a fronte del significato reale di accolita di assassini e delinquenti senza scrupoli e senza morale che questa organizzazione, e le sue discendenti e collaterali unicamente sono e significano da almeno trecento anni a questa parte.

Ma vorrei isolare il dettaglio del tratto di origine nelle polis della Magna Grecia, e l’analogia che rischia di esserci con la nostra attualità: l’Autorità ufficiale in corso di dissoluzione come reale interlocutore dei cittadini, la legge, lo stato, la moneta non più elementi di certezza del bene pubblico ma fattori aleatori nelle grinfie del più forte per consentirgli di aumentare ogni giorno di più il suo già enorme sbilanciamento nei confronti dei sudditi. La conseguente graduale fuga di questi dal ricorso all’ufficialità: non si denunciano più i piccoli crimini nella certezza dell’impunità per il colpevole, per evitare casomai guai maggiori per sé dall’aver denunciato.
Non ci si iscrive più alle liste di collocamento. Non si segnalano più i piccoli incidenti alle assicurazioni (pure obbligatorie e costosissime). Una frazione rilevantissima degli impieghi, delle transazioni avviene in nero: non essendo ormai più la registrazione garanzia di alcunché ma solo certezza di gravami fiscali intollerabili.

E sempre più frequente si riafferma il baratto fra i cittadini: scambio di merci, scambio di prestazione d’opera…, oppure dalle società e dagli esercenti vendite promozionali che altro non sono che vendite combinate in elusione di imposta, come il telefonino in omaggio sul contratto telefonico, o lo sconto carburante sulla vendita dell’auto. Tutti sistemi evidenti per aggirare uno Stato che oramai è peso morto, che assorbe in maniera sproporzionata fiscalità e non restituisce ormai più nulla.

Di pari passo si riafferma una volontà di giustizia sommaria, pericolosa e paramafiosa, ma che pure sorge dalla frustrazione di una lunga esperienza di leggi che cospirano alla prescrizione del reato e alla assoluzione dei furbi. Così in mancanza di meglio, ecco serpeggiare pericolosi i partiti del “basta calarsi le braghe, facciamo da noi basta che si fa subito”, quelli che “aveva ragione Lombroso, guarda che faccia”, quelli che ” le femmine sono tutte puttane”, quelli che “lo so già, il porco è lui povera donna”, quelli che “quando ci sono bambini in mezzo non sento ragioni”, quelli che “negri, cinesi e meridionali l’hanno rovinato questo Paese”. E via dicendo.

Da ultimo ci è piombata addosso l’impotenza di una valuta, l’euro, che tende sempre più a divenire immateriale, nata già male con un cambio innaturale e fittizio rispetto alla vita vera, e con questo fattore di cambio che oscilla ancora peggio sulla base di considerazioni finanziarie sempre più distanti dalla vita reale. Una valuta che potrebbe divenire addirittura solo virtuale, per effetto dell’imposizione delle transazioni bancarie sopra soglie molto basse: un fattore di cambio bancario a quel punto, una valuta solo politica come il Ren Min Bi, lo yuan cinese. Come, per chi ha memoria di venti anni fa, certe valute dell’ultimo periodo sovietico, con un cambio ufficiale vistoso e uno effettivo quasi ridicolo al mercato nero dei dollari. Resta da scoprire cosa prenderà il posto del dollaro nel mercato nero prossimo venturo: l’oro, una moneta complementare, o magari lo yen giapponese…

Alfonso Annunziata

La nuova stagione dei diritti (di Stefano Rodotà)

«Scopriamo un’altra Europa, assai diversa dalla prepotente Europa economica e dall’evanescente Europa politica»..

Da “La Repubblica” del 12 maggio pubblichiamo una parte dell’articolo di Stefano Rodotà dedicato ai diritti e all’Europa. Nella sezione Documenti pubblichiamo il testo della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione Europea.

“Il fronte dei diritti si è appena rimesso in movimento……

La discussione sui rapporti tra democrazia rappresentativa e democrazia partecipativa, tornata con prepotenza in Italia anche per effetto degli ultimi risultati elettorali, trova nel Trattato chiarimenti importanti, a cominciare dal nuovo potere che almeno un milione di cittadini può esercitare chiedendo alla Commissione di intervenire in determinate materie…..

Scopriamo così un´altra Europa, assai diversa dalla prepotente Europa economica e dall´evanescente Europa politica. È quella dei diritti, troppo spesso negletta e ricacciata nell´ombra. Un´Europa fastidiosa per chi vuole ridurre tutto alla dimensione del mercato e che, invece, dovrebbe essere valorizzata in questo momento di rigurgiti antieuropeisti, mostrando ai cittadini come proprio sul terreno dei diritti l´Unione europea offra loro un “valore aggiunto”, dunque un volto assai diverso da quello, sgradito, che la identifica con la continua imposizione di sacrifici.

Questa è, o dovrebbe essere, una via obbligata. Dal 2010, infatti, la Carta ha lo stesso valore giuridico dei trattati, ed è quindi vincolante per gli Stati membri. Bisogna ricordare perché si volle questa Carta. Il Consiglio europeo di Colonia, nel giugno del 1999, lo disse chiaramente: «La tutela dei diritti fondamentali costituisce un principio fondatore dell´Unione europea e il presupposto indispensabile della sua legittimità. Allo stato attuale dello sviluppo dell´Unione, è necessario elaborare una Carta di tali diritti al fine di sancirne in modo visibile l´importanza capitale e la portata per i cittadini dell´Unione». Sono parole impegnative. All´integrazione economica e monetaria si affiancava, come passaggio ineludibile, l´integrazione attraverso i diritti…… Si avvertiva così che la costruzione europea non avrebbe potuto trovare né nuovo slancio, né compimento, né avrebbe potuto far nascere un suo “popolo” fino a quando l´Europa dei diritti non avesse colmato i molti vuoti aperti da quella dei mercati.

Negli ultimi tempi questo doppio deficit si è ulteriormente aggravato. L´approvazione del “fiscal compact”, con la forte crescita dei poteri della Commissione europea e della Corte di Giustizia, rende ancor più evidente il ruolo marginale dell´unica istituzione europea democraticamente legittimata – il Parlamento….

In una nuova agenda costituzionale europea dovrebbe avere il primo posto proprio il rafforzamento del Parlamento, proiettato così in una dimensione dove potrebbe finalmente esercitare una funzione di controllo degli altri poteri e un ruolo significativo anche per il riconoscimento e la garanzia dei diritti.

Non è vero, infatti, che l´orizzonte europeo sia solo quello del mercato e della concorrenza.

Lo dimostra proprio la struttura della Carta dei diritti. Nel Preambolo si afferma che l´Unione “pone la persona al centro della sua azione”. La Carta si apre affermando che “la dignità umana è inviolabile”. I principi fondativi, che danno il titolo ai suoi capitoli, sono quelli di dignità, libertà, eguaglianza, solidarietà, cittadinanza, giustizia, considerati come “valori indivisibili”. Lo sviluppo, al quale la Carta si riferisce, è solo quello “sostenibile”, sì che da questo principio scaturisce un limite all´esercizio dello stesso diritto di proprietà. In particolare, la Carta, considerando “indivisibili” i diritti, rende illegittima ogni operazione riduttiva dei diritti sociali, che li subordini ad un esclusivo interesse superiore dell´economia. E oggi vale la pena di ricordare le norme dove si afferma che il lavoratore ha il diritto “alla tutela contro ogni licenziamento ingiustificato”, “a condizioni di lavoro sane, sicure e dignitose”, alla protezione “in caso di perdita del posto di lavoro”. Più in generale, e con parole assai significative, si sottolinea la necessità di “garantire un´esistenza dignitosa a tutti coloro che non dispongano di risorse sufficienti”. Un riferimento, questo, che apre la via all´istituzione di un reddito di cittadinanza, e ribadisce il legame stretto tra le diverse politiche e il pieno rispetto della dignità delle persone.

Tutte queste indicazioni sono “giuridicamente vincolanti”, ma sembrano scomparse dalla discussione pubblica. Si apre così una questione che non è tanto giuridica, quanto politica al più alto grado. Il riduzionismo economico non sta solo mettendo l´Unione europea contro diritti fondamentali delle persone, ma contro sè stessa, contro i principi che dovrebbero fondarla e darle un futuro democratico, legittimato dall´adesione dei cittadini. Da qui dovrebbe muovere un nuovo cammino costituzionale. Se l´Europa deve essere “ridemocratizzata”, come sostiene Jurgen Habermas, non basta un ulteriore trasferimento di sovranità finalizzato alla realizzazione di un governo economico comune, perché un´Unione europea dimezzata, svuotata di diritti, inevitabilmente assumerebbe la forma di una “democrazia senza popolo”. Da qui dovrebbero ripartire la discussione pubblica, e una diversa elaborazione delle politiche europee.

Conosciamo le difficoltà. L´emergenza economica vuole chiudere ogni varco. Dalla Corte di Giustizia non sempre vengono segnali rassicuranti. Lo stesso Parlamento europeo ha mostrato inadeguatezze sul terreno dei diritti, come dimostrano le tardive e modeste reazioni alla deriva autoritaria dell´Ungheria. Ma l´esito delle elezioni francesi, e non solo, ci dice che un´altra stagione politica può aprirsi, nella quale proprio la lotta per i diritti torna ad essere fondamentale. Di essa oggi abbiamo massimamente bisogno, perché da qui passa l´azione dei cittadini, protagonisti indispensabili di un possibile tempo nuovo.”

Stefano Rodotà