La scuola pubblica di Berlusconi sulle montagne dell’Afghanistan (di Claudio Lombardi)

27 febbraio 2011 – dichiarazione di Berlusconi

“Come al solito anche le parole che ho pronunciato sulla scuola pubblica sono state travisate e rovesciate….il mio governo ha avviato una profonda riforma della scuola e dell’università, proprio per restituire valore alla scuola pubblica e dignità a tutti gli insegnanti che svolgono un ruolo fondamentale nell’educazione dei nostri figli……questo non significa non poter ricordare e denunciare l’influenza deleteria che, nella scuola pubblica, hanno avuto e hanno ancora oggi culture politiche, ideologie e interpretazioni della storia che non rispettano la verità….le mie parole non possono essere in alcun modo interpretate come un attacco alla scuola pubblica, ma al contrario come un richiamo al valore fondamentale della scuola pubblica che presuppone libertà d’insegnamento, ma anche ripudio dell’indottrinamento politico e ideologico”

26 febbraio 2011 – dal discorso di Berlusconi al congresso dei Cristiano sociali

“Libertà vuol dire avere la possibilità di educare i propri figli liberamente e liberamente vuol dire non essere costretti a mandarli a scuola in una scuola di Stato dove ci sono degli insegnanti che vogliono inculcare principi che sono il contrario di quelli che i genitori vogliono inculcare ai loro figli”.

Con la legge 133 del 2008, alla scuola statale sono stati imposti tagli pari a 8 miliardi di euro (456 milioni per il 2009, 1,6 miliardi per il 2010, 2,5 miliardi per il 2011, 3,1 miliardi per il 2012) da conseguire attraverso l’innalzamento del numero di alunni per classe, il taglio del personale, l’accorpamento e la chiusura di istituti. Da notare che il taglio di 3,1 miliardi relativo al 2012 non vale solo per quell’anno, ma anche per gli anni seguenti.

In questa politica dei tagli rientra anche il “famoso” azzeramento delle spese di funzionamento e dei crediti che gli istituti scolastici avevano accumulato nei confronti del Ministero dell’Istruzione, disposto fin dal gennaio 2009. “Famoso” perché da allora le famiglie sono state costrette a versare direttamente alle scuole contributi variabili per acquistare materiale per le pulizie o di cancelleria o ad intervenire per le piccole riparazioni di arredi, porte e finestre che le scuole non potevano più pagare. Molti sono stati i casi di famiglie e studenti che hanno provveduto di persona a riverniciare la aule scolastiche o a portare da casa carta igienica, sapone o altro materiale necessario.

 Anche il settore privato ha perso una parte dei sussidi erogati dallo Stato: le scuole non statali nel 2010 hanno ricevuto 539 milioni di euro e quest’anno ne avranno 10 in meno. Come mai? Semplice: si è partiti con un taglio addirittura del 48% pari a 255 milioni. Poi, nel maxi emendamento presentato alla legge di stabilità, sono stati messi 245 milioni per coprire quel buco e, quindi, il taglio dei fondi statali per le scuole private alla fine è stato di 10 milioni pari al 2% del totale.

Questi i fatti. Anche i discorsi dei leader politici lo sono, tanto più se chi li pronuncia è anche a capo del Governo. Anzi, in tal caso, i discorsi enunciano la linea politica del Governo dato che “il Presidente del Consiglio dei Ministri dirige la politica generale del Governo e ne è responsabile. Mantiene l’unità di indirizzo politico ed amministrativo, promovendo e coordinando l’attività dei ministri” (art. 95 Costituzione).

Non solo, essendo anche, il Presidente, il leader della maggioranza e uno dei vertici istituzionali dello Stato le sue parole servono a trasmettere il senso profondo dell’attività di governo assumendo valore strategico e rappresentando l’attuazione della cultura politica che la maggioranza intende propugnare.

Bene, chiariti i termini della questione bastano poche osservazioni.

L’uso del verbo inculcare, in primo luogo, è significativo perché, magari, è desiderio segreto di tanti educatori di inculcare (cioè imprimere, come un qualcosa che si spinge a forza o si lascia come un marchio) i loro insegnamenti. Ma tutti sappiamo (o dovremmo sapere) che l’inculcare senza che il soggetto abbia accettato criticamente e, cioè, per sua stessa convinzione non porta a buoni risultati.

Però Berlusconi vorrebbe che le famiglie inculcassero nei figli i loro principi sfuggendo al rischio che questi siano inculcati da una scuola di Stato. E quali sarebbero i principi inculcati dalla scuola statale che da lui dipende in quanto Capo del Governo?

Quelli derivanti da “culture politiche, ideologie e interpretazioni della storia che non rispettano la verità” . E quale sarebbe la verità? Non si sa, ma si presuppone quella che ogni famiglia ritiene tale. E, dunque, una scuola cattolica, una buddista, una musulmana, una ecologista, una rockettara ecc ecc.. Tante sono le verità nelle quali le singole famiglie possono credere. Però, ciò che oggi appare verità, domani potrebbe non esserlo più e qualcuno potrebbe pentirsi amaramente di aver puntato tutto su una verità creduta tale, ma apparsa, successivamente, una illusione.

Se questo modello funzionasse Berlusconi dovrebbe lodare come esemplari le scuole di catechismo, ma anche le madrase dei fondamentalisti dove l’unico insegnamento è imparare a memoria il Corano oppure quegli ebrei che, per tutta la vita, studiano la Torah. Ogni persona di normale intelligenza capisce che sarebbe il disastro della gioventù e della società che non saprebbe che farsene di una formazione di questo tipo. Peccato che è la logica conseguenza del ragionamento del Presidente.

Per questo nel passato fu inventata la scuola pubblica laica che fornisce le nozioni di base e aspira ad insegnare il metodo per impossessarsi criticamente di un ampio ventaglio di materie e di competenze culturali e tecniche.   

Persino Berlusconi, riflettendoci meglio il giorno dopo, ha sentito il bisogno di richiamare il “valore fondamentale della scuola pubblica che presuppone libertà d’insegnamento”, precisando, però “anche ripudio dell’indottrinamento politico e ideologico”.

Dunque, apprendiamo che il Capo del Governo enuncia principi solenni nei quali non crede o ai quali non ha riflettuto se è costretto a smentirsi dopo un giorno.

Di questo siamo molto preoccupati perché è di dominio comune che la sfida della competitività, ma, ancor più, quella della qualità della vita, si gioca su una formazione di alto livello che metta i giovani in grado di conoscere tecniche e il metodo per evolvere nella conoscenza e inserirsi in società non statiche, come sono quelle dove si “inculcano i principi”, bensì in rapida trasformazione come sono, invece, quelle del mondo occidentale, ma adesso anche di gran parte dell’oriente e del sud del mondo.

Sentire dal Capo del Governo esaltare l’idea delle “bande ideologiche” nelle quali si dovrebbe frammentare la nostra società ci fa paura perché non ha niente a che vedere con il mondo reale e con le esigenze dei giovani e delle famiglie. È una concezione superata in occidente fin dalla fondazione delle libere università agli albori del Rinascimento e che resiste solo fra le montagne dell’Afghanistan.

Ci dicesse, piuttosto il Presidente, perché il Governo non investe sulla scuola pubblica che è di tutti e per tutti e come mai il 30% dei giovani è senza lavoro e quelli che lo trovano finiscono, in maggioranza, a fare i precari per quattro soldi e non possono neanche pensare a formare una famiglia.

Questi giovani non possono neanche accogliere il gentile invito al “bunga bunga” che ha concluso il discorso del Presidente del Consiglio ai “cristiani riformisti” sabato scorso, a meno che ciò non implichi il regalo minimo di 2000 euro per la sola serata (essendo la notte retribuita a parte) riservato alle ragazze giovani e carine che lo frequentavano nella sua residenza di Arcore. Vorremmo, al riguardo, sentire gli applausi dei “cristiani riformisti”, se possibile.

Claudio Lombardi

Elenco del peggio e del meglio della scuola (legge lo scrittore Domenico Starnone)

  1. La scuola peggiore è quella che si limita a individuare capacità e meriti evidenti. La scuola migliore è quella che scopre capacità e meriti lì dove sembrava che non ce ne fossero.

  2. La scuola peggiore è quella che esclama: meno male, ne abbiamo bocciati sette, finalmente abbiamo una bella classetta.  La scuola migliore è quella che dice: che bella classe, non ne abbiamo perso nemmeno uno.

  3. La scuola peggiore è quella che dice: qui si parla solo se interrogati. La  scuola migliore è quella che dice: qui si impara a fare domande.

  4. La scuola peggiore è quella che dice: c’è chi è nato per zappare e c’è chi è nato per studiare. La scuola migliore è quella che dimostra: questo è un concetto veramente stupido.

  5. La scuola peggiore è quella che preferisce il facile al difficile. La scuola migliore è quella che alla noia del facile oppone la passione del difficile.

  6. La scuola peggiore è quella che dice: ho insegnato matematica io? Sì. La sai la matematica tu? No. 3, vai a posto. La scuola migliore è quella che dice: mettiamoci comodi e vediamo dove abbiamo sbagliato

  7. La scuola peggiore è quella che dice: tutto quello che impari deve quadrare con l’unica vera religione, quella che ti insegno io. La scuola migliore è quella che dice: qui si impara solo a usare  la testa.

  8. La scuola peggiore rispedisce in strada chi doveva essere tolto dalla strada e dalle camorre. La scuola migliore va in strada a riprendersi chi le è stato tolto.

  9. La scuola peggiore dice: ah com’era bello quando i professori erano rispettati, facevano lezione in santa pace,  promuovevano il figlio del dottore e bocciavano il figlio dell’operaio. La scuola migliore se li ricorda bene, quei tempi, e lavora perché non tornino più.

  10. La scuola peggiore è quella in cui essere assenti è meglio che essere presenti. La scuola migliore è quella in cui essere presenti è meglio che essere assenti.

Da “Vieni via con me” del 29 novembre 2010

Meno si investe in formazione meno si conterà in futuro (di Claudio Lombardi)

Il titolo di questo articolo è preso dal messaggio che riassume il senso del rapporto OCSE (organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico) sull’educazione pubblicato nei giorni scorsi e basato sui dati 2007-2008.

Il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano ha insistito in tutte le cerimonie per l’apertura dell’anno scolastico alle quali ha partecipato sul valore prioritario dell’istruzione, della formazione e della ricerca chiarendo che su questo occorre investire non tagliare la spesa.

Le diffuse proteste causate dall’attuazione della riforma Gelmini (taglio di cattedre, diminuzione degli orari, incremento degli alunni per classe, taglio di fondi) hanno attirato l’attenzione dell’opinione pubblica non meno delle numerose situazioni nelle quali i cittadini hanno dovuto intervenire per finanziare le scuole non in grado di provvedere ad elementari spese di cancelleria e di gestione. È, ormai comune, la notizia di alunni che devono portare da casa persino la carta igienica, ma non è raro che i genitori debbano provvedere direttamente alla riparazione di porte e finestre e alla tinteggiatura delle aule. Dappertutto giungono notizie di problemi ai quali le singole scuole non possono far fronte per mancanza di soldi.

D’altra parte, come dimostra Cittadinanzattiva, nell’ultimo rapporto sulla sicurezza scolastica, la situazione degli edifici è preoccupante e costituisce una costante minaccia alla sicurezza di chi frequenta la scuola sia che si tratti di alunni e studenti sia che si tratti di insegnanti e personale amministrativo.

Ma cosa dice l’OCSE nel suo rapporto?

Il primo dato è la spesa pubblica destinata all’istruzione. Ebbene l’Italia, fra i paesi industrializzati, ha speso il 4,5% in rapporto al PIL (prodotto interno lordo), mentre la media è del 5,7%. Anche il dato della spesa pubblica nella scuola (inclusi prestiti agli studenti e sussidi alle famiglie) colloca il nostro Paese agli ultimi posti della graduatoria. Ciò si riflette, in particolare, sulla spesa per l’istruzione universitaria e la ricerca dove l’Italia spende 8.600 dollari l’anno in media contro i circa 13.000 della media OCSE. Altro dato significativo: gli studenti che completano gli studi universitari sono il 45% contro il 69% degli altri paesi e la quota di studenti stranieri è il 2% contro il 20% degli USA, l’11% della Gran Bretagna, il 9% della Germania e l’8% della Francia. Ciò significa, evidentemente, che la scuola italiana attira e accoglie meno privandosi della possibilità di selezionare fra un numero maggiore di talenti.

Altre riflessioni sono suscitate dal numero di ore di lezione che sono tante, ma non producono risultati proporzionati. Infine la questione delle retribuzioni degli insegnanti che sono fra le più basse dei paesi indagati nel Rapporto, dalla scuola elementare a quella superiore.

A conferma del valore prioritario dell’istruzione sta la decisione della Commissione europea di mettere l’educazione al centro della strategia “UE 2020” per la crescita e l’occupazione nella convinzione che anche in periodi di recessione economica gli investimenti per l’istruzione sono indispensabili.

Se riflettiamo su questi dati e sullo stato delle scuole pubbliche italiane non possiamo che essere colpiti da quanto le azioni del Governo appaiano preoccupate solo per la diminuzione della spesa pubblica e non per il funzionamento e l’efficacia del sistema scolastico. I problemi sono seri, come sanno i genitori e tutti coloro che devono far funzionare gli istituti scolastici. L’autonomia di gestione sembra aver scaricato sui presidi e sui singoli istituti le responsabilità, ma non i mezzi per farvi fronte. Ancora non si è risolta la questione dei crediti che le scuole vantavano verso il ministero e che sono stati azzerati nel passato anno scolastico e che sembra proprio non saranno più restituiti. Così le scuole, private di gran parte dei fondi destinati al funzionamento, devono rivolgersi alle famiglie per tirare avanti.

Ora, non si vuole adombrare l’ipotesi che il Governo stia sabotando la scuola pubblica per indirizzare le famiglie verso quelle private, però si ha forte l’impressione che l’istruzione sia considerata un peso e non una priorità. Che senso ha mettere gli istituti scolastici in ginocchio per risparmiare soldi che potrebbero arrivare da una seria azione di contrasto dell’evasione fiscale o da una diminuzione delle spese per armamenti di cui l’Italia non ha bisogno facendo parte di un sistema integrato di difesa (NATO) e di una Unione europea che si avvia ad agire concordemente sul piano internazionale ?

Per non parlare degli innumerevoli sprechi generati da una politica che si è trasformata in casta e che non ha più freni nell’espandere il suo potere su una spesa pubblica fuori controllo. Gli scandali dovrebbero far riflettere su cosa è costato e sta costando agli italiani un sistema politico e una gestione delle istituzioni che ha messo al centro il dispotismo del comando di chi si ritiene un capo che risponde solo al popolo e che, quindi, si sente autorizzato a fare quel che gli pare. Il costo della corruzione è stato valutato in più di 50 miliardi di euro dalla Corte dei Conti. Da ogni parte giungono le conferme del degrado delle amministrazioni pubbliche e della facilità con la quale si utilizzano le risorse dello Stato senza criterio. La vera priorità di chi gestisce il potere sembra questa, altro che quella, invocata da Napolitano, dell’istruzione, della formazione e della ricerca.

Di fronte a questo quadro desolante è sperabile che ci sia una rivolta dei cittadini che vogliono vivere in un Paese che abbia un futuro. Ed è sperabile che si affermino e si diffondano nuovi modelli di gestione che vedano la partecipazione diretta di chi è interessato alla gestione dei beni pubblici e comuni.

Ben vengano le esperienze di intervento dei genitori nelle scuole, ma non in sostituzione del ruolo dello Stato bensì come parte di un nuovo modo di concepire il “pubblico” verso una concezione che lo renda “comune”. E in cambio lo Stato deve rendere ai cittadini quel che risparmia, aprirsi ai controlli e farsi giudicare da chi, a buon diritto, è il padrone di casa della Repubblica. Insomma meno deleghe e meno burocrazie in cambio di maggiori benefici per i cittadini, di servizi più efficienti e di poteri che dall’alto devono arrivare in basso.

Claudio Lombardi

L’ITIS Fermi di Roma decide: un anno scolastico scandito dalla Costituzione

In data 16 settembre 2010 il Collegio dei Docenti dell’Itis Fermi ha approvato l’iniziativa, proposta dal Coordinamento Fermi composto da personale docente e non docente

                      “Rispondiamo con la Costituzione”

     “Un articolo al giorno per educare al senso dell’unità del nostro paese”

                             A partire da lunedì 20 settembre ore 8.30

                              ITIS  Enrico Fermi, Via Trionfale 8737

 L’Istituto tecnico industriale Enrico Fermi vuole riaffermare la libertà della scuola statale da ogni appartenenza politica, in contrapposizione con quanto sta avvenendo nel nostro paese, dove simboli politici compaiono anche all’interno della scuola.

 Per celebrare l’unità d’Italia e rispondere a chi invece la vuole dividere noi leggeremo ogni giorno un articolo della Costituzione della Repubblica italiana.

 20 settembre 2010 –  20 settembre 1870 

Questa data ha un valore simbolico, poiché ci ricorda un momento fondamentale nel processo unitario del nostro paese e noi scuola di Roma teniamo ben saldo il filo della memoria, perché la memoria è impegno e coscienza civile.

 Vogliamo sottolinearlo avviando dal 20 settembre, tutti i giorni e per tutto l’anno scolastico, la lettura in tutte le classi del nostro Istituto di un articolo della Costituzione della Repubblica italiana, in quanto la Costituzione è la legge fondamentale del nostro Stato e simbolo primario dell’unità di esso.

                     Coordinamento Itis E. Fermi – Roma

Preghiera per la scuola pubblica che muore (di Aldo Cerulli)

Padri, uomini d’ordine e formatori d’opinione, voi che applaudite al 5 in condotta e gridate al bullo e al vandalo a ogni occasione, sempre più indignati dei comportamenti della nostra gioventù, voi che confezionate servizi giornalistici e televisivi con l’esperto, il prete e lo psicologo, anche se talvolta voi stessi non sapete che pesci pigliare, quando capita a voi di essere in difficoltà nel rapporto con il vostro figliolo, mi domando se in sincerità pensate davvero che avere 33 anziché al massimo 20 studenti per classe come auspichiamo possa giovare alla causa di una gioventù più serena, più dialogante e meno incline alla violenza nelle parole e nelle azioni contro persone, cose e ambienti ( in compenso sarà difficile trovare una scuola privata con classi con più di 20 alunni).

E voi cittadini che amate la nazione e vi date pensiero del suo futuro, voi che siete consapevoli del ruolo primario dell’istruzione e contenti che si parli di insegnamento di cittadinanza e costituzione a scuola, propedeutico alla formazione di buoni cittadini, voi che già da tempo vi stupite dello scarso livello di preparazione di tanti studenti e non riuscite a capire il perché di questo scollamento tra giovani e sapere, non pensate che dai nuovi regolamenti in merito alla formazione delle classi deriva un ulteriore abbassamento culturale, oppure pensate che quei livelli di servizio e di qualità di istruzione, che la scuola non riesce a garantire oggi, potrà garantirli domani con meno insegnanti e più studenti per classe?

E voi politici e governanti, voi che dichiarate di volere conciliare la buona amministrazione con il risparmio nelle spese, avete pensato ai costi che comporterà un peggioramento della didattica in classi superaffollate? Ad esempio per un aumentato bisogno di corsi di recupero? D’accordo, i corsi di recupero non si faranno comunque per mancanza di soldi, però si faranno al mattino sottraendo 2 o 3 settimane o anche 4 se sarà necessario all’attività didattica curricolare. E però le bocciature aumenteranno, a meno di non promuovere a prescindere dal profitto, cosa che voi che siete per una scuola più seria certo non auspicate, e quanto costerà allora da un punto di vista strettamente economico l’allungamento di 1 o 2 o 3 anni della permanenza nella scuola di tanti studenti a causa di bocciature più frequenti?

E voi dirigenti scolastici che siete chiamati a tradurre in pratica i disegni del governo li condividiate o meno, diventando talvolta per eccesso di zelo più realisti del re, avete riflettuto sul fatto che siete voi che vi troverete tra le mani la patata bollente, voi che dovrete garantire la sicurezza già compromessa da stabili fatiscenti non a norma e per carenza di fondi privi di qualsiasi intervento di manutenzione sia ordinaria che straordinaria, come testimoniano i crolli e gli incidenti quotidiani in una parte o l’altra dell’Italia? Voi già adesso faticate a garantire la sorveglianza e in caso di assenza di un insegnate lasciate le classi scoperte perché le supplenze sono diventate impossibili, sia perché non ci sono i soldi per pagarle sia perché con tutte le cattedre a 18 ore gli insegnanti dell’istituto non hanno più ore a disposizione, eppure facilmente imponete pretestuose deroghe e fate accettare a studenti e docenti classi numerose che violano le misure previste dalla legge. Ma non pensate che realizzare classi di 33 alunni vorrà dire esporre sempre più la popolazione scolastica a rischi, col pericolo di andarci di mezzo legalmente anche voi, che avrete imposto questo stato di cose pur sapendo di non potervi far fronte?

E voi esperti, pedagogisti e psicologi che lavorate nelle scuole e avete quotidianamente un quadro del disagio giovanile, ci vivete a stretto contatto e ne conoscete le cause e le conseguenze, voi che siete al corrente del cambiamento dei tempi e delle accelerazioni delle trasformazioni, che sapete squadrare le tematiche dello sfaldamento della famiglia e del venir meno dei modelli di riferimento, pensate di trovare meno disagio in aule più affollate, dove i meccanismi dell’attenzione e dell’apprendimento saranno messi a dura prova e dove inevitabilmente si restringeranno gli spazi di relazione interpersonale e le possibilità dell’adulto docente di essere figura di riferimento e fattore di mediazione?

Ma soprattutto voi mamme che desiderate il meglio per il vostro figliolo, che si trovi bene a scuola e che abbia il posto migliore in classe, che abbia una buona relazione con l’insegnante e che l’insegnante si prenda cura di lui, sappia cogliere i suoi bisogni e le sue esigenze e predisponga per lui una didattica differenziata e personalizzata per rendere più pieno il suo successo scolastico, sapete cosa vorrà dire avere 33 alunni per classe? Che alla fine del primo quadrimestre gli insegnanti che hanno 1 o 2 o 3 ore di lezione la settimana non è detto nemmeno che conosceranno il nome di vostro figlio né è detto che lo sapranno distinguere da una massa urlante, altro che sicurezza, relazione e didattica personalizzata!

Alcuni di voi studenti forse pensano che qualcosa da guadagnare l’avranno, in una scuola dove crescerà il casino alcuni di voi potranno più facilmente farla franca in caso di qualche bravata, nascondendo lo zampino nella massa, però nello stesso tempo considerate: più sarete sfrenati voi, più nervosi saranno gli insegnanti. Non si conteranno le note, le sospensioni, le convocazioni delle famiglie, forse anche i 5 in condotta, dimenticavo. E certamente sarete anche sottoposti meno a verifiche, ché non si potranno fare 2 o 3 interrogazioni a quadrimestre per 33 studenti, le prove diventeranno quindi meno frequenti e meno accurate, sia quelle scritte come le orali, e questo potrebbe anche andarvi bene, tutta fatica in meno, ma il fatto è che diventeranno tutte quante prove di necessità brevi, il cui esito dipenderà molto più di oggi dal caso, il che sarà enormemente demotivante, come si fa infatti a preparasi accuratamente, quando si decide tutto in pochi minuti come in un quiz televisivo?

E infine voi docenti che amate il vostro lavoro,   a cui ho sentito dire tante volte in momenti di sconforto che siete insegnanti e non domatori di belve inferocite, voi che nonostante gli studi, il sapere e la passione avete difficoltà a ottenere rispetto e attenzione dai vostri studenti e che per questo vi deprimete e state male, perché nonostante tutto l’insegnamento vi sta a cuore e ritenete che non è un mestiere come un altro ma il più bel mestiere del mondo, voi pensate che potrete ancora perfezionare la vostra didattica e sperimentare le metodologie più appropriate alla situazione della classe, quando a causa di aule superaffollate faticherete persino a far notare la vostra presenza e l’unico vostro obiettivo sarà riuscire a sopravvivere a scuola, mentre i dirigenti scolastici sempre meno si interessano di didattica e il sistema non si cura di fornirvi strumenti adeguati a svolgere il vostro lavoro nelle mutate condizioni? Cosa farete oltre ad aspettare il suono della campanella per tirare un sospiro di sollievo e abbandonare l’aula incolumi dopo il vostro orario di lezione?

  

Dal corrente anno le classi prime e terze delle scuole superiori saranno costituite con almeno 27 studenti per classe,   per arrivare anche a 30,  e con l’incremento del 10%,   si potrebbe arrivare tranquillamente a 33 studenti per classe. Addio diritto allo studio e sicurezza nelle aule!

 La partenza della pseudo-riforma delle superiori è prevista per l’a.s. 2010/2011 e questo comporterà il taglio di 14.000 posti. Non perderanno il posto solo i docenti precari, ma anche quelli di ruolo sono a rischio, infatti lo stesso Regolamento approvato il 27 febbraio 2009 contiene tutta la procedura per la messa in mobilità del personale in esubero assunto con contratto a tempo indeterminato.

Anche il personale ATA sarà ridotto, 45.000 unità in meno in tre anni, 15.000 a partire dal corrente anno, di questi almeno 10.000 saranno collaboratori scolastici. 

Aldo Cerulli segretario Cittadinanzattiva Abruzzo