Ius soli: una legge semplice e difficile

Diciamo la verità, in circostanze diverse di ius soli avrebbero parlato gli esperti e al massimo i parlamentari della commissione incaricata di esaminare le modifiche alla legge del 1992 per la concessione della cittadinanza. Oggi, tra scioperi della fame, minacce di togliere la fiducia al governo e una generale agitazione sulla questione sembra che sia nata l’ennesima emergenza sulla quale schierarsi e polemizzare. Sarebbe, perciò, meglio mettere da parte opposte demagogie (rischio di invasione dall’Africa e scelta di civiltà) e provare a vedere le cose nella loro semplicità.

cittadinanza italianaPer chi nasce da genitori stranieri, con le norme vigenti, ci vogliono 18 anni di vita sul suolo italiano per accedere alla cittadinanza. Immaginiamo perciò un bambino che nasce e vive per 18 anni in Italia senza essere cittadino, ma continuando ad essere uno straniero dall’asilo alle soglie dell’università, pur parlando la stessa lingua dei suoi coetanei e condividendo con loro giochi, problemi, interessi. Obiettivamente è un problema e può essere anche un freno all’integrazione di chi comunque è nato e cresciuto qui e della sua famiglia. Di nuovo: obiettivamente per degli stranieri che risiedono in Italia ormai da tanti anni avere un figlio cittadino italiano è un motivo in più per sentirsi parte della comunità nazionale. Non è forse l’integrazione l’obiettivo strategico più importante rivolto agli immigrati? O forse preferiamo che vivano in comunità separate che coltivano l’isolamento e, magari, l’ostilità?

Ancora una volta: obiettivamente conviene a tutti investire sull’integrazione. Sia chiaro: chi si trovi in Italia, specie se con regolare permesso di soggiorno, possiede già molti dei diritti che spettano ai cittadini (fra cui assistenza sanitaria, tutela dell’ordinamento, istruzione). Inoltre può chiedere la cittadinanza italiana dopo dieci anni di permanenza. La proposta di legge conosciuta come ius soli vuole soltanto accorciare i tempi, senza più la necessità di attendere il compimento dei diciotto anni di età, per la concessione della cittadinanza ai figli degli stranieri che vivono regolarmente in Italia da almeno cinque anni (con permesso di soggiorno di lungo periodo).

integrazioneQuesto è un caso. L’altro definito ius culturae comporta la possibilità di chiedere la cittadinanza per i minori entrati in Italia dopo la nascita e prima dei dodici anni di età che abbiano frequentato la scuola per almeno cinque anni completando un ciclo di istruzione o percorsi di istruzione e formazione professionale triennali o quadriennali. Per chi arriva tra i dodici e i diciotto anni sono previsti sei anni di permanenza e il superamento di un ciclo scolastico.

Qui la norma si presta a qualche critica perché i cicli scolastici non sono tutti uguali o, meglio, non hanno tutti lo stesso effetto perché essere bambini e completare il ciclo delle elementari non è equivalente ad essere adolescente e seguire un corso triennale di formazione professionale. Forse un periodo un po’ troppo breve per acquisire la cittadinanza.

In ogni caso è ovvio, come si diceva all’inizio, che le circostanze nelle quali si discute di concessione della cittadinanza sono quelle di questi anni segnati dagli sbarchi dei migranti, dalle guerre nei paesi islamici e dal terrorismo. Ovviamente non tutti gli stranieri che vivono stabilmente in Italia provengono dai paesi islamici e sono di fede musulmana, ma nell’immaginario collettivo a loro è collegata la diffidenza che la proposta di legge sembra suscitare nella maggioranza degli italiani.

immigrati_4Se ne fa interprete Galli della Loggia che ha espresso in diversi interventi sulla stampa le sue obiezioni. Vediamo di che si tratta.

La prima richiama l’attenzione sul fatto che non esiste un diritto naturale alla cittadinanza poiché si tratta di scelte politiche che ogni Stato compie. La seconda si dirige contro l’ipocrisia che vorrebbe considerare le immigrazioni tutte uguali. In particolare la sua preoccupazione riguarda l’immigrazione islamica perché è quella che si riferisce non tanto ad uno o più stati, ma ad una civiltà con la quale “la cultura occidentale ha avuto un aspro contenzioso millenario che ha lasciato da ambo le parti tracce profondissime”. Inoltre, non bisogna far finta di non vedere che alcuni Stati islamici stanno svolgendo “un’insidiosa opera di penetrazione di natura finanziaria nell’ambito economico, e di natura politico-religiosa (apertura di moschee e di «centri culturali») all’interno delle comunità islamiche presenti nella Penisola”.

Per Galli della Loggia è necessario evitare nel modo più assoluto che, complice il prevedibile aumento dell’immigrazione africana e non solo, domani possa sorgere la tentazione di un partito islamico”. Di qui discendono altre condizioni che l’autore porrebbe alla concessione della cittadinanza (obbligo di abbandonare la cittadinanza precedente; conoscenza della lingua italiana in entrambi i genitori del giovane candidato; obbligo di accertamenti sull’ambiente familiare ad opera dei servizi sociali).

Sarebbe un errore considerare pretestuose le osservazioni di Galli della Loggia. Forse la proposta di legge in discussione pecca di idealismo e dovrebbe essere meglio redatta. Poiché c’è una forte spinta per la sua approvazione è probabile che alcune modifiche potrebbero persino ampliare il numero dei favorevoli, ma siamo al termine della legislatura ed ogni partito ormai ragiona solo in termini di conquista dei voti e ha bisogno di bandiere da sventolare.

Claudio Lombardi

I miei dubbi sulla revisione costituzionale (di Walter Tocci)

Sono trent’anni che parliamo di riforme istituzionali. È cambiato il mondo ma l’agenda è rimasta sempre la stessa. L’elenco delle cose da fare si è sfilacciato e rimpicciolito, ma campeggia in tutti i programmi di governo. Certo, non c’è più l’entusiasmo iniziale delle tante Bicamerali. In compenso si è tramutato in ossessione.ossessione riforme istituzionali

Il dato saliente del trentennio è il fallimento dei partiti, dei vecchi e dei nuovi, della Prima e della Seconda Repubblica. La classe politica, però, ha oscurato questa causa della crisi di governabilità e l’ha attribuita alle istituzioni. È riuscita con una sorta di transfert psicanalitico a spostare il proprio trauma sulla forma dello Stato. Ha rimosso la propria responsabilità per attribuirla alle regole. In nessun altro paese europeo si è manifestata una simile ossessione, per il semplice motivo che i partiti, pur in difficoltà per ragioni generali, non hanno mai perduto la legittimazione.

“Se non si decide, non è colpa mia ma dello Stato che non funziona”. Questo è il motto del politico, a tutti i livelli, dal governo nazionale all’ultimo dei municipi. Di questo alibi è riuscito a convincere i giornalisti e i politologi – grandi esperti di semplificazioni – e tramite loro l’intera opinione pubblica. Quando la politica è in crisi non perde affatto la capacità di convincimento del popolo, bensì si ritrova ad applicarla alle divagazioni invece che ai problemi reali.

L’equivoco ha alimentato l’accanimento a cambiare le regole, e quando è stato raggiunto lo scopo l’esito si è rivelato negativo. Si fatica a trovare un caso di successo: tutte le regole modificate sono state anche peggiorate.

La divagazione non è stata innocua. Mentre ci occupavamo dell’ingegneria istituzionale, avanzava un pauroso degrado dell’amministrazione statale. La burocrazia, l’inefficienza e l’incompetenza hanno raggiunto livelli inimmaginabili solo trent’anni fa. Le decisioni ormai si prendono solo tramite norme e incentivi, perché non esistono più gli strumenti efficaci per attuare vere politiche pubbliche, come ha denunciato autorevolmente Sabino Cassese.

italiano arrabbiatoIl malessere dei cittadini nasce proprio dalla fatica del rapporto quotidiano con la macchina statale, sempre più incomprensibile e bizzosa. Qualcuno si illude ancora che il cittadino allo sportello sentirà giovamento dalla riforma del bicameralismo. La vera priorità sarebbe una profonda riforma dell’amministrazione, che invece è addirittura scomparsa dall’agenda di governo e affidata a un modesto ministro.

Così, l’esaurimento della Seconda Repubblica ci consegna una forma istituzionale sfilacciata e una classe politica disprezzata se non rifiutata dalla metà del popolo. Alla lunga la rimozione della causa politica della crisi non ha funzionato; l’alibi è stato scoperto, e i cittadini hanno attribuito tutte le responsabilità alla Casta.

Eppure, torna all’esame del Parlamento la vecchia agenda di riforme istituzionali. E stavolta si vuole fare sul serio, cambiando prima di tutto l’articolo 138 che è la chiave di sicurezza dell’intera Costituzione. Mi pare incredibile che una decisione di tale rilevanza storico-giuridica sia presa qui frettolosamente, senza neppure conoscere il testo. Chiedo almeno un rinvio perché si possa esprimere la Direzione del partito, già convocata per la prossima settimana, o ancora meglio l’Assemblea nazionale. E su un argomento tanto importante – per la procedura e ancor di più per i contenuti – sarebbe davvero utile ascoltare il popolo delle primarie con una consultazione ben organizzata.

La vecchia agenda resiste perché appartiene alla mitologia politica, cioè a quelle fantasie che durano nel tempo proprio perché evitano di fare i conti con la realtà. Due miti sembrano i più resistenti alla smentita dei fatti.

Il primo è il futurismo legislativo: bisogna fare in fretta, il mondo cambia ed esige velocità nelle decisioni. Sembra una cosa di buon senso, ma nella realtà le leggi più brutte sono anche quelle approvate in fretta: il Porcellum in poche settimane, le norme ad personam di gran carriera, le leggi Fornero sotto lo sguardo ansioso dei mercati (mentre ora tutti vorrebbero correggerle), e così via molte altre.

Approvare una legge è diventata forma di rappresentazione mediatica che prescinde dall’utilità dell’amministrazione: quasi tutte le norme assunte per motivi propagandistici sulla sicurezza, sul fisco e sulle promesse per la crescita si sono rivelate inutili o dannose non appena spente le luci dei riflettori della scena televisiva.  rappresentazione mediatica

C’è una pericolosa tendenza alla riduzione dei concetti e delle parole. La riforma è ridotta a una congerie di norme, senza alcuna attenzione per i processi organizzativi e sociali della fase attuativa. La decisione è ridotta alla mera approvazione di una legge, senza la profondità culturale e concettuale di una vera innovazione politica.

Il decisionismo si è ridotto a iper-normativismo. Gli snellimenti delle procedure che promettevano un’amministrazione più efficiente in realtà hanno aperto gli argini all’alluvione normativo-burocratica che soffoca la vita quotidiana dei cittadini. Tutti i campi dell’amministrazione – la scuola, i tributi, la giustizia – sono travolti da continui cambiamenti delle regole. Si approva una legge, e prima di attuarla già viene modificata; si accumulano micronorme disorganiche e improvvisate che spargono confusione e contenziosi nell’ordinamento.

La vera riforma dovrebbe, al contrario, rallentare la procedura legislativa: poche leggi l’anno, magari in forma di Codici unitari che regolano organicamente interi campi della vita pubblica, delegando funzioni gestionali al governo e aumentando i poteri di controllo e di indirizzo del Parlamento. Si dovrebbe introdurre l’innovazione della policy analysis rinunciando a legiferare su un argomento prima di aver verificato i risultati della legge precedente.

Ci sono oggi tanti sedicenti liberali; ma fu un liberale vero come Einaudi a fare l’elogio della lentezza parlamentare: meno leggi si fanno – diceva – meglio è per il paese.

Il secondo mito che resiste ai fatti è l’uomo solo al comando. Eppure i guasti della Seconda Repubblica derivano proprio dall’esasperata personalizzazione politica. Sembrava ormai acquisita tra noi questa consapevolezza, e invece vedo crescere una nuova infatuazione. Si confonde la malattia con la terapia. Ho già detto che introdurre il presidenzialismo in Costituzione è come curare l’alcolista con il cognac, se vi piace il modello francese. Oppure curarlo con il bourbon, se vi piace il modello americano. Noi non abbiamo i contrappesi civili degli americani né quelli statuali dei francesi. L’uomo solo al comando si è sempre presentato come una patologia nella nostra storia nazionale, soprattutto oggi nella crisi della politica. Solo in Italia sono potuti diventare protagonisti le due figure opposte e simili del tecnico e del comico, questa addirittura in doppia versione. Tecnocrazia e populismo sono malattie endemiche in Europa. Le cancellerie europee si preoccupano non per noi ma per loro, perché sanno che l’Italia anticipa le innovazioni maligne e hanno paura del contagio del nostro virus.leader al comando

No, non si tratta della svolta autoritaria paventata da un certo refrain di sinistra. Ma il presidenzialismo non è neppure il semplice emendamento di un articolo, poiché implica la riscrittura di parti intere della Carta. È un’altra Costituzione. Non sappiamo se alla fine avremo ancora la più bella Costituzione del mondo.

Non voglio dire che sia un tabù il cambiamento della Carta. Anzi, ci vorrebbe una policy analysis delle modifiche apportate nell’ultimo decennio. Quasi tutte si sono rivelate se non sbagliate almeno controverse: il Titolo Quinto, approvato in fretta prima delle elezioni del 2001, che oggi tutti vorrebbero modificare; lo ius sanguinis, che abbiamo introdotto per consentire a un figlio di emigranti di votare alle elezioni politiche, molto diverso dallo ius soli che oggi invochiamo per dare lo stesso diritto ai figli degli immigrati che ancora non possono chiamarsi italiani; l’obbligo di pareggio di bilancio, approvato sotto il ricatto dei mercati e dell’establishment europeo, che oggi vorremmo derogare senza sapere come liberarci dalle nostre stesse macchinazioni.

chiacchiere sulla CostituzioneD’altro canto basta leggere il testo costituzionale per notare la discontinuità. La bella lingua italiana, con le parole semplici e intense dei padri costituenti, viene improvvisamente interrotta da un lessico nevrotico e tecnicistico, scandito dai rinvii a commi e articoli, come nello stile di un regolamento di condominio. Sono queste le parti aggiunte dalla nostra generazione. Dovremmo prenderne atto con un certa umiltà, con quel senso del limite di cui parla Papa Francesco. Non tutte le generazioni hanno la vocazione a scrivere le Costituzioni. Che la nostra sia inadeguata al compito è ormai evidente. Lasciamo alle generazioni future il ripensamento dell’eredità costituzionale.

Tanto meno questa ambizione può essere affidata al governo PD-PDL, che si dovrebbe occupare di altre priorità, su tutte quella di creare lavoro per i giovani. Qui si misurerà la sua efficacia, e anche il risultato politico del PD. Al governo Letta servirebbe molto pragmatismo. Non ha bisogno di cercare la santificazione con la revisione costituzionale. E allo stesso tempo non può pretendere di condizionare con la lealtà di maggioranza la discussione sulla Costituzione. Sarebbe la prima volta nella storia repubblicana.

Questo rischio è intrinseco alla mozione sull’articolo 138 che si spinge a “impegnare il governo” nella proposta di revisione costituzionale. E ancora più preoccupante è la correlazione che il testo stabilisce tra la riforma elettorale e il nuovo assetto istituzionale. Il Porcellum, dopo essere stato riconosciuto incostituzionale dalla Cassazione, rischia di essere costituzionalizzato dalla mozione parlamentare, poiché qui c’è scritto che non si potrà approvare una nuova legge elettorale prima di aver concluso il lungo processo di riforme istituzionali. È un assurdo giuridico: la legge elettorale è ordinaria e segue procedure più semplici di quella costituzionale. Ma ancor di più si tratta di un autolesionismo politico per noi del PD, dal momento che cederemmo di nuovo a Berlusconi il pallino della partita. Quando avrà esigenza di staccare la spina, non dovrà far altro che portarci a votare senza alcuna modifica al Porcellum. Già una volta, la scorsa estate, ci siamo fatti gabbare accettando di discutere la legge elettorale insieme al pacchetto istituzionale. Sappiamo come è andata a finire. Siamo rimasti col cerino in mano.

Temo che in casa nostra i professionisti della sconfitta siano ancora nella plancia di comando. Per tutte queste ragioni, non ritengo possibile votare la mozione che apre la strada al cambiamento dell’articolo 138 della Costituzione.

Discorso all’assemblea dei senatori Pd del 28 maggio 2013 (Tratto da http://waltertocci.blogspot.it)

Ius soli: un problema serio vuole soluzioni intelligenti (di Angela Masi)

Il dibattito sulla cittadinanza, tornato in auge con l’affidamento del Ministero per l’integrazione all’onorevole Kyenge, sembra concentrato su questioni ideologiche che non hanno più alcuna utilità né concretezza (ammesso e non concesso che mai l’abbiano avuta).kyenge

Quello che contano sono le proposte concrete e l’analisi delle stesse.

Il 21 marzo 2013 (molto prima del governo Letta) viene depositata alla Camera una proposta di legge in tema di cittadinanza firmata dalla neo-eletta e futuro ministro Kyenge insieme a Bersani, Chaouki e Speranza, del PD. Le successive vicende politiche hanno poi visto la nascita del governo Letta, senza che tra le forze politiche coinvolte potesse essere discussa la questione e senza quindi alcun accordo di programma al proposito.

Il testo proposto ad inizio legislatura ha molti elementi in comune con i progetti che l’hanno preceduta in passato, tra i quali la proposta Turco-Violante del 2001, il disegno di legge del ministro Amato del 2006, per arrivare alla proposta bi-partisan Sarubbi-Granata durante la scorsa legislatura. In tutti questi casi vengono proposte, seppur con sfumature diverse, innovazioni che introducono nella legge vigente elementi di ius soli, ovvero mirano a permettere l’acquisizione facilitata della cittadinanza italiana per chi è nato in Italia da genitori stranieri.

L’ipotesi della ministra Kyenge è il doppio ius soli  che raccoglie suggerimenti sia dal sistema francese che da quello tedesco. Si prevede l’acquisizione della cittadinanza per i figli nati in Italia da uno straniero a sua volta nato in Italia e qui residente legalmente. Oppure per i figli nati in Italia da stranieri legalmente residenti da almeno cinque anni Nessuna paura quindi che le gestanti africane vengano a partorire in Italia.immigrati

Ulteriori corsie di ingresso sono previste per chi, nato in Italia o immigrato in Italia da bambino, abbia frequentato un certo numero di anni di scuola in Italia.
Si tratta quindi certamente non di un’applicazione dello ius soli puro e incondizionato tale da incoraggiare un “turismo” organizzato a questo fine.

E’ importante tuttavia capire come si inserirebbe una nuova legislazione con un orientamento a un regime misto nel contesto europeo. Storicamente, mentre nel Regno Unito e in Irlanda era originariamente applicato lo ius soli, il resto dell’Europa viene da una tradizione di ius sanguinis, per motivi legati sia alla tradizione giuridica del diritto civile che all’esperienza prevalente di emigrazione.

Non si tratta, però, di una questione puramente giuridica. L’ultimo rapporto ISTAT e il rapporto dell’Arci Migrantes dicono che i minori residenti in Italia, nati da genitori stranieri, sono circa un milione. Di questi, circa 650 mila hanno visto la luce nelle strutture del servizio sanitario nazionale. Tutto lascia prevedere che i dati, alla fine dell’anno in corso, risulteranno aumentati con un incremento che, ormai da diverso tempo, si attesta attorno all’1,5 – 2% annuo. Un milione di giovani italiani che studieranno e, speriamo, lavoreranno qui sono una ricchezza, non un problema.

In Italia, la legge sulla cittadinanza (Legge 5 febbraio 1992, n.91) ha più di vent’anni ed è basata sullo ius sanguinis, per cui, lo status giuridico dei bambini, figli di immigrati, cui capita di nascere in Italia è inestricabilmente legato alla condizione dei genitori e, in ogni caso, non hanno diritto alla cittadinanza prima del raggiungimento della maggiore età.

I loro padri ottengono la cittadinanza compiuti dieci anni di residenza legale, se percepiscono un reddito dichiarato che garantisca l’autosufficienza (condizione quasi impossibile se consideriamo il numero degli stranieri che lavorano a nero e quelli che non raggiungono quella soglia di reddito).

La legge prevede che la procedura attraverso la quale ottenere la concessione, deve durare 730 giorni, cioè due anni. In realtà, gli anni che trascorrono non sono meno di quattro.balotelli e madre

Il calciatore Balotelli è un esempio di questa procedura e nonostante sia nato in Italia, abbia frequentato scuole italiane e cresciuto calcisticamente nelle squadre giovanili della sua città, non ha potuto giocare in nazionale, in quanto non cittadino italiano, fino ad oltre 19 anni di età. E consideriamo che per un personaggio pubblico e ben retribuito i tempi burocratici si sono contratti di molto…

Il “beneficio” della cittadinanza italiana spetta di diritto anche a chi nasce in Italia da genitori ignoti o apolidi; oppure il figlio di genitori ignoti trovato sul territorio italiano di cui non si trova nessun’altra cittadinanza. O ancora: lo straniero che risiede da tre anni o che è nato in Italia, del quale si riescono a rintracciare antenati diretti di nazionalità italiana. Infine: il ragazzo già diciottenne adottato da cittadini italiani, che però risiede in Italia da almeno 5 anni.

Possiamo concludere, dunque, che al di là della questione italiana sul riconoscimento della cittadinanza per ius soli, tutti i Paesi europei dovrebbero avviare una riflessione sull’argomento poiché tale modalità di riconoscimento della cittadinanza vige solo in Francia dal 1515. Vero è che la Francia ha una lunga storia di colonizzazione e di immigrazione ma altrettanto vero è che la società contemporanea ci ha sottoposti ad una serie di cambiamenti economici e culturali tali per cui la presenza di cittadini extra-comunitari in tutta Europa non può più essere regolata da una legislazione appartenente ad altri tempi.

immigratiUn’altra questione importante è quella dei diritti derivanti dal riconoscimento dello status di cittadino: diritti civili, diritti politici, diritti sociali.

Perché un cittadino, nato in Italia, cresciuto nello stesso Paese, che ha frequentato le nostre scuole non deve, per esempio, avere diritto di accesso ai concorsi pubblici?

Perché non deve poter eleggere i propri rappresentanti istituzionali? Perché non deve avere diritto ai meccanismi di protezione sociale quali, per esempio, la pensione dopo il lavoro pur pagando le tasse nel nostro Paese e pur versando i contributi utili a sostenere il sistema pensionistico dei nostri padri italiani?

Non c’è un po’ di contraddizione nel riconoscere il diritto di voto ad un argentino, per esempio, che ha genitori italiani, ma che in Italia non ha mai messo piede e non ad un cittadino extra-comunitario italiano a tutti gli effetti, tranne che formalmente?

E’ vero, essere cittadini di un Paese attribuisce diritti importanti, quelli cui sopra abbiamo accennato ma non è affatto vero che riconoscerli ad un numero maggiore di persone favorisce il rischio di perderli…. La crisi che stiamo vivendo in Italia e in altri paesi europei dimostra chiaramente che tale rischio non c’entra niente né con gli immigrati né con lo ius soli.

Angela Masi

Nuovi italiani: un futuro di tanti colori (di Elio Rosati)

In un contesto di crisi generale dal punto di vista economico, politico, culturale, dove i riferimenti del novecento sono scomparsi e i nuovi faticano ancora a definirsi, quale è il ruolo della cittadinanza? Gli approcci al tema sono diversi e tutti meritevoli di attenzione. Ma qui, forse, è più utile avviare il ragionamento rimanendo sulla questione che per noi è centrale e che è proprio la cittadinanza.

Nella sua forma storica e nella sua evoluzione la cittadinanza nasce per definire, delimitare, riconoscere chi è parte di un dato contesto culturale, civico, sociale, economico, politico e chi ne è fuori. Far parte significa concretamente poter godere dei diritti, delle agevolazioni, dei servizi che uno Stato eroga. Chi non ne fa parte è escluso da questi benefici. È esattamente questa la situazione di chi chiamiamo immigrato nella sua cruda semplicità.

Fino, possiamo dire, alla caduta del Muro di Berlino (1989) il tema dell’immigrazione qui da noi era ancora marginale. Caduto il Muro si avvia nel nostro Paese un flusso ininterrotto di persone provenienti inizialmente dall’Albania e poi da un po’ tutti i paesi dell’Est. Negli anni 90 si avvia anche un flusso dal Sud del mondo, dal continente africano e dai teatri delle tante guerre regionali che si sono succedute negli ultimi decenni.

La cosa strana è che l’esportazione della guerra in contesti regionali distanti da casa nostra è risultata politicamente più sopportabile e giustificabile di fronte alla nostra opinione pubblica mentre, invece, non sono state accettate le conseguenze più ovvie delle guerre: la fuga delle popolazioni civili alla ricerca di migliori condizioni di vita.

Le guerre, si sa, producono rifugiati. E i rifugiati, i poveri cercano condizioni migliori dove “morire”. Le condizioni migliori sono rappresentate anche dal nostro Paese che, spesso, è stato anche quello più facilmente raggiungibile, una specie di porta d’ingresso in Occidente. Praticamente la nuova America per milioni di persone.

Logicamente il frutto avvelenato del comportamento delle politiche che prevedono l’uso della guerra una volta che ti piomba in casa deve essere prima minimizzato, nascosto, disconosciuto. Poi, a causa anche di fenomeni delinquenziali che esistono in qualsiasi società umana, il fenomeno viene rubricato come problema di ordine pubblico. A questo punto alcune forze politiche iniziano a cavalcare le insicurezze della popolazione. Per avere degli esempi non è nemmeno necessario risalire ai primordi della Lega, basta ricordare la campagna elettorale tutta centrata sulla sicurezza del sindaco di Roma Gianni Alemanno.

Oggi sono ormai passati oltre venti anni dai primi sbarchi sulle coste pugliesi. Ma il tema della cittadinanza continua, in modo carsico, a spuntare e ad essere utilizzato come arma per delimitare, definire, riconoscere diritti a caio o a dire a tizio che è fuori da questi diritti. La questione sul punto ora è ius soli o ius sanguinis per i bimbi nati in Italia da genitori stranieri.

Al di là dei formalismi giuridici, che hanno comunque una loro rilevanza, quello che però appare ancora carente è una riflessione che parta dalle persone in carne e ossa. Dal mio punto di vista la questione è semplice e complessa allo stesso tempo. Semplice perché le vie da seguire sono due: proseguire nella impostazione classica riconoscendo diritti di cittadinanza solo a chi ha entrambi i genitori (o almeno uno) italiani; oppure aprire il recinto, abbatterlo, renderlo includente per tutte le persone che lo richiedono. Già perché il punto è proprio qui: chi richiede di diventare cittadino italiano lo deve poter fare e in tempi certi ottenere la cittadinanza sottoponendosi a obblighi e prescrizioni per la corretta vita civile quali pagare le tasse, riconoscere le leggi della Repubblica italiana, far parte della società italiana in modo produttivo. Difficile? Sembra un’impresa titanica. Salvo poi dimenticarci i dati economici che ci dicono che gli immigrati pagano le pensioni dei nostri nonni (gli immigrati versano 7 miliardi di contributi all’Inps, e hanno 993 mila figli minorenni), contribuiscono alla crescita del paese, aprono canali di comunicazione con altri mondi, i loro paesi di origine. Non parlo di chi nasce in Italia, frequenta le scuole e cresce come tutti gli altri bambini immerso nella cultura del nostro Paese assorbendola dai mille canali della vita sociale. Non ne parlo perché è ovvio che questi dovrebbero essere italiani fin dalla nascita.

Passiamo, invece, alle note stonate. Ovvero per fare un cittadino non basta il “sangue”. Chi nasce italiano da italiani magari non paga le tasse, ruba, spreca i beni comuni. Questo “cittadino” non perde il diritto di cittadinanza che ha acquisito per nascita senza alcun merito (parola che va molto di moda). Questo cittadino non fa parte anche lui di una casta, magari più indefinita, meno visibile, meno arrogante del gioielliere che dichiara 15.000 euro annui o del ricco professionista capace di evadere migliaia di euro annui? Allora la medaglia bisognerebbe coniarla da tutte e due le parti. Da un lato la possibilità di accedere al diritto di cittadinanza, dall’altro la possibilità di perderla. Sinceramente sarebbe divertente vedere cosa potrebbe accadere. Chiaramente questa è solo una provocazione utile a mostrare un punto di vista diverso a chi tratta con arroganza e disprezzo gli immigrati, ma si guarda bene dal fare il suo dovere di cittadino o dall’apprezzare chi lo fa pur non essendolo.

Ma lasciamo perdere le provocazioni. Ciò che conta è che bisogna stare dalla parte del futuro. E il futuro è fatto di tanti colori.

Elio Rosati

L’Italia delle tante diversità e i nuovi italiani (di Andreina Lanteri)

Com’era prevedibile le dichiarazioni del Presidente Napolitano sulla cittadinanza ai bimbi nati in Italia da genitori non italiani, ma che qui vivono e lavorano ha suscitato la più ampia discussione. “Mi auguro che in Parlamento si possa affrontare anche la questione della cittadinanza per i bambini nati in Italia da immigrati stranieri”, ha detto Napolitano (considerando “follia” che già non sia così) sottolineando che una più adeguata normativa sullo ius soli permetterebbe al paese di acquisire nuove energie per far fronte al progressivo invecchiamento della popolazione.

Scontate le  scomposte reazioni critiche da parte della Lega e di parlamentari di destra,  i restanti partiti sembrano non essere  indifferenti al problema tant’è che  sono 50 le proposte e i disegni di legge presentati in Parlamento in tema di cittadinanza, 32 alla Camera e 18 al Senato. Di questi provvedimenti solo 5 si occupano in modo specifico di minori, 3 a Montecitorio e 2  al palazzo Madama.

Un disegno di legge a firma del senatore del Pd Ignazio Marino e di 113 senatori (tutto il Pd, Idv e alcuni del Terzo Polo) modifica  la legge 91  del 1992 e assegna la cittadinanza ad ogni nato in Italia indipendentemente da quella dei genitori.

Il multiculturalismo e il confronto fra diverse identità culturali sono risorse sulle quali investire – spiega Marino – discriminare l’infanzia, compromettere la crescita equilibrata dei bambini che nascono in Italia da genitori immigrati è incivile: il nostro Paese non può più permettersi di vivere nell’intolleranza e nell’arretratezza culturale. Con buona pace di quella parte del mondo politico che rifiuta la modernità, facciamo un passo avanti».

La normativa vigente in Italia in materia di cittadinanza prevede in base alla legge n. 91/1992, che è cittadino per nascita:

a) Il figlio di padre o di madre cittadini;

b) chi è nato nel territorio della Repubblica se ambo i genitori sono ignoti o apolidi, o se il figlio non segue la cittadinanza dei genitori, secondo la legge dello Stato di questi (art. 1, comma 1).

Gli immigrati extracomunitari attualmente possono richiedere la cittadinanza solo dopo aver trascorso 10 anni nel territorio della Repubblica.

Si conferma in questo modo il primato dello ius sanguinis su quello dello ius soli, il che significa non tener conto della realtà storica e sociale in cui viviamo né di un elementare principio di ragionevolezza. Si resta attaccati ad un preteso primato ancestrale che fa derivare il legame della persona al territorio solamente dal collegamento naturale madre – figlio. In questo modo si riduce la nazionalità non a un processo di formazione culturale vissuto dentro una comunità, ma ad una caratteristica quasi genetica che si trasmette dai genitori ai figli. In epoche lontane poteva avere un senso, ma oggi…

Oggi è evidente che il mutato contesto in cui viviamo e  il fenomeno della globalizzazione che, nel bene e nel male, è la realtà con cui dobbiamo confrontarci ci porta a guardare con occhi diversi (e ad agire) per regolarizzare situazioni che non possono più essere trattate come se vivessimo in un lontano passato.

In base alle tabelle pubblicate dall’ISMU su dati forniti dall’Istat in Italia siamo passati dalla presenza di 125.565 minori extracomunitari nel 1997 a ben 932.675 nel 2010, una crescita esponenziale che fa da contraltare al calo delle nascite di bambini italiani.

L’Italia è uno dei paesi con il più basso tasso di natalità al mondo; nel 2010 il numero medio di nascite per donna è stimato a 1,40, di poco inferiore all’1,41 del 2009. Negli anni ’90  si toccarono i minimi storici, ma ancora oggi il livello delle nascite non è quello del 2,1 figli per donna considerato ottimale per il mantenimento di una popolazione.

Se a partire dalla metà degli anni novanta la natalità in Italia ha registrato una moderata ripresa, ciò è stato grazie all’apporto del  tasso di fecondità delle donne immigrate.

Nelle scuole oggi è presente un numero elevatissimo di bambini di origini, culture e tradizioni diverse, e queste differenze fanno ancora paura a molti che vedono nello straniero l’invasore che viene a distruggere le tradizioni e la cultura originarie.

Il problema della diversità della lingua, è dimostrato, nei bambini viene risolto con una facilità che per gli adulti è sconosciuta, anzi è divertente sentire parlare con accento dialettale e con espressioni gergali bambini con gli occhi a mandorla o con la pelle nera che si sentono e sono a tutti gli effetti come tutti gli altri bambini. E, comunque, la questione di cui si dibatte riguarda bimbi nati in Italia che imparano la lingua esattamente come tutti gli altri.

Le diversità di religione e cultura vanno affrontate con un approccio positivo in quanto lo scambio di conoscenze non può che portare ad un arricchimento reciproco. La paura e la diffidenza per il diverso non possono avere più spazio, soprattutto verso chi è nato e cresciuto nel nostro paese,  condividendo la quotidianità con i nostri figli. Tra l’altro l’Italia è il prodotto di culture diverse che, nel corso degli anni, hanno faticato a trovare una convergenza. E ad oggi vi sono forze come la Lega che su queste diversità continuano a far leva per ampliarle e non per restringerle.

L’integrazione totale di questi bambini e ragazzi si potrà però avere solo riconoscendo il loro diritto di cittadinanza: solo dando loro la sensazione di non essere stranieri accolti, ma membri a tutti gli effetti della società civile, favorendo la loro partecipazione democratica si riuscirà a  superare la visione parziale e subalterna degli immigrati quali “ forza lavoro” dando così un giusto riconoscimento alle relazioni che queste persone avviano nel luogo di residenza.

Un altro problema che potrà risolversi riconoscendo il diritto di cittadinanza ai figli di stranieri nati in Italia  è quello dell’emarginazione e della ghettizzazione da cui si generano  situazioni di disagio estremo che possono sfociare in atti di violenza quali quelli che si sono verificati a Londra nell’estate scorsa e a Parigi qualche anno fa’.

In conclusione è una incontestabile verità che la storia dell’umanità è caratterizzata dallo spostamento di popolazioni e dal conseguente instaurarsi  di intrecci e collegamenti tra persone provenienti da contesti geografici diversi. Oggi questo interscambio è diventato più veloce e incalzante, i tempi sono  più rapidi, le distanze più brevi e bisogna cercare di essere pronti ad affrontare le diverse realtà che si presentano. Compito del legislatore è di riconoscere le nuove necessità cui far fronte e quella del riconoscimento come cittadini a tutti gli effetti di chi è nato qui e qui vive, studia, lavora, fa parte della società civile italiana e, quindi, di uno Stato è  una di queste. Che poi i genitori provengano da altri paesi è cosa del tutto irrilevante per ogni persona ragionevole.

Andreina Lanteri

Chi è nato in Italia, è italiano (di Erica Battaglia)

“E’ una assurdità, una follia che dei bambini nati in Italia non diventino italiani. Non viene riconosciuto loro un diritto fondamentale”. Sono queste le parole pronunciate dal Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, durante l’incontro al Quirinale con la Federazione delle chiese evangeliche che si è tenuto martedi 22 novembre. L’augurio che sottintende queste parole è che, nel nuovo clima politico, il Parlamento torni ad esaminare la questione della cittadinanza italiana per i figli delle persone migrate in Italia. Per i nati qui, nel nostro paese. La domanda di fondo a cui tutti, come cittadini e come amministratori della cosa pubblica, dobbiamo rispondere è: lo ius sanguinis, ovvero l’ottenimento della cittadinanza solo ed esclusivamente attraverso legami di sangue, è oggi sufficiente a rispondere al mutato panorama multietnico e multirazziale italiano?

La mia personale opinione è che il Presidente Napolitano stia di fatto invitando la politica a raccogliere una sfida: quella delle migrazioni internazionali. Non solo in termini di gestione dei flussi e di lotta all’immigrazione clandestina, ma anche, e soprattutto, in termini di riconoscimento e rafforzamento dei processi di cittadinanza. Processi che interessano e coinvolgono in primis tutti quei migranti che hanno scelto il nostro paese come luogo di residenza e di vita: una nuova legge sulla cittadinanza è improcrastinabile. Chi nasce in Italia, è e deve essere italiano. Per ius soli, per diritto “di suolo”.

Ma quanti sono i nati in Italia? Come si sentono in un paese che di fatto li considera di serie B anche se tifano la Juventus, hanno preso il diploma nelle scuole del territorio, parlano dialetti locali  e frequentano i nostri stessi ambienti culturali e sociali? Ho fatto una ricerca. Sono circa un milione i bambini e i ragazzi (fonte: Stranierinitalia.it) che, sebbene nati in Italia, vengono considerati dalle legge al compimento del diciottesimo anno di età “stranieri senza permesso di soggiorno” col rischio di finire al Cie (Centro di identificazione ed espulsione) per un “improbabile” rimpatrio. La normativa italiana, Legge 5 febbario 1992, n.91, Nuove norme sulla cittadinanza, prevede che chi nasce in Italia da genitori non italiani non acquisti automaticamente la cittadinanza italiana (fonte: Stranierinitalia.it). Se residente e maggiorenne può chiedere di ottenerla dimostrando residenza continuata sin dalla nascita e permesso di soggiorno in regola. E, volendo, la ottiene: è un beneficio di legge. Ma cosa succede se l’iscrizione all’anagrafe non è avvenuta in tempo o se i genitori hanno chiesto in ritardo l’inserimento del minore nel proprio permesso di soggiorno? Il requisito della residenza sin dalla nascita salterebbe e così anche il diritto di presentare in automatico la domanda al compimento del diciottesimo anno di età. C’è una circolare del Ministero dell’Interno che va a sanare questa lacuna con certificati di vaccinazione o iscrizioni scolastiche, ma non basta – è un mio parere, questo – a dare certezza del diritto.

All’appello di Napolitano sono seguite risposte e reazioni. Tante le forze politiche che hanno riconosciuto questa necessità. Anche il nuovo ministro alla Cooperazione e all’Integrazione, Andrea Riccardi, ha accolto l’appello del Presidente. Meno, molto meno, la Lega Nord e qualche esponente di spicco del Pdl. “Napolitano sta esagerando” ha commentato Matteo Salvini, deputato europeo del Carroccio. “Niente spallate sulle leggi di cittadinanza” ha ribadito Maurizio Gasparri capogruppo dei senatori del Pdl. Ma non è beneficienza, lo dobbiamo dire: è un diritto che va riconosciuto. Scetticismo o, peggio, propaganda di fatto sono superati da quanto nella quotidianità accade nelle nostre scuole e negli ambulatori sanitari, negli uffici pubblici. Queste persone, benché nate da migranti non italiani, sono a tutti gli effetti italiani, integrati. Parlano la nostra lingua, studiano la nostra storia, abitano i nostri quartieri e sposano i nostri figli.

Vedere Mario Balotelli piangere in tv per quel senso diffuso di inadeguatezza e rifiuto che ferisce tanti giovani nati in Italia ma non riconosciuti italiani, fa rabbrividire. Era il 15 novembre scorso. Erano in tanti nel salone dei Corazzieri al Quirinale per l’incontro tra il Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, e i nuovi cittadini italiani. Era presente anche la Nazionale di calcio con Mario Balotelli. Alle parole di Napolitano, che invitava a rivedere la normativa, a Mario sfuggiva una lacrima. “Quelle parole mi hanno toccato – ha detto Balotelli, che è nato a Palermo da genitori ghanesi -. E’ la mia storia, è assolutamente cosi”. Sarebbe bello se al suo prossimo gol gioissimo non solo per il risultato di una partita, ma anche per l’amore di una maglia – quella azzurra – che Mario porta con onore e che tanti ragazzi e ragazze non ancora italiani sentono come la loro.

Erica Battaglia cittadina e consigliera del X Municipio di Roma