Come leggere i dati sul lavoro

E’ notizia di pochi giorni fa, data con la diffusione dei dati ISTAT sull’andamento del mercato del lavoro nel periodo di riferimento (2009- 2017), come , soprattutto a partire dal ° trimestre 2014, si sia verificata una crescita dell’occupazione che, al momento, si è attestata ad un +1.029.000 di occupati, dei quali, il 53% con forme di contratto a tempo pieno e indeterminato. La forma del contratto a tempo determinato, invece, è stata quella prevalente nell’ultimo anno.

I dati rilevati, come sempre, richiedono letture attente e attinenti ai periodi di riferimento, analisi complesse e riflessioni che possono anche essere estremamente necessarie nell’elaborazione di politiche mirate ad una maggiore stabilità nel mondo del  lavoro.
Quello che resta e desta comunque impressione è il dato complessivo del numero degli occupati che ha toccato e superato la soglia dei 23 milioni. Un numero mai raggiunto negli ultimi quarant’anni

La cosa che salta subito all’occhio (a meno che lo sguardo non sia offuscato da mero furore ideologico) è che le azioni dei governi fin qui succedutisi, abbiano dato i frutti per i quali erano state messe in atto. Ci si riferisce in particolare alla riforma nota col nome di “ Jobs Act” nonché a tutta la serie di incentivi fiscali e contributivi alle aziende che avessero assunto.
Tutte norme che sicuramente potevano essere migliori, assolutamente lontane dalle perfezione, ma che hanno svolto bene il loro compito nel momento contingente in cui sono state presentate. Un momento di grave e profonda crisi economico-sociale che ha colpito praticamente tutte le economie occidentali.

A parere di chi scrive, il vero punto di forza di tali proposte , è stato il riconoscimento del livello su cui si doveva intervenire. Non bisogna dimenticare che, da varie parti (soggetti politici di ispirazione vicina alla “sinistra post-marxista” ed altri di diversa collocazione politica), si spingeva per una ripresa dell’intervento diretto dello Stato nell’economia e per un’espansione  del pubblico impiego (ovviamente a carico della fiscalità generale) ritenendo l’iniziativa privata solo un sistema di sfruttamento dei lavoratori. Aver puntato sull’impresa come creatrice di opportunità di lavoro è stata una scelta giusta.

La prima preoccupazione è stata quella di arginare l’emorragia di posti di lavoro incentivando le imprese a rimanere in Italia con nuove convenienze per aumentare l’occupazione. Nulla è stato tolto a chi era già inserito nel mondo del lavoro. E comunque si tratta di politiche che devono adeguarsi ai tempi e proseguire. Già la proposta di un salario minimo garantito indica un cambiamento di direzione perché guarda alla condizione del lavoratore.

C’è però qualcosa di più da dire sui dati pubblicati dall’ISTAT. Un problema si mostra con evidenza: l’incongruenza tra offerta e richiesta di lavoro. A fianco di tanti giovani e meno giovani che cercano lavoro, ci sono tipologie di impiego che lamentano carenze nella disponibilità. I dati sulla ricerca di determinate posizioni lavorative emergono spesso nelle cronache locali e sembrano contraddire quelli sulla disoccupazione.

Una situazione che si può sintetizzare in poche parole: un po’ di lavoro ci sarebbe, ma non interessa. Si cercano falegnami, muratori, tornitori e saldatori, idraulici, elettricisti e piastrellisti, riparatori, pittori, ma anche esperti di applicazioni informatiche nella produzione. Tutti lavori che richiedono periodi di apprendistato più o meno lunghi e una preparazione di base che la nostra scuola non riesce a dare.

E questo senza tirare in ballo i lavori che, come si usa dire, gli italiani non vogliono più fare e per i quali ai datori di lavoro non resta che ricorrere a mano d’opera straniera che si presenta spesso più disponibile e anche maggiormente capace.

Una chiave di lettura sta, a giudizio di chi scrive, in almeno due grandi errori di valutazione in cui si è incorsi in passato. Il primo sta nell’illusione che la scuola potesse trasmettere a tutti la stessa cultura appiattendo le differenze individuali ed evitando la selezione delle capacità. Coerente con questa impostazione è stata la considerazione della scuola come una fabbrica di posti di lavoro per insegnanti molti dei quali non sono passati da alcuna valutazione.

Il secondo è l’idea che i nostri giovani debbano ricevere un posto di lavoro adeguato agli studi fatti anche se questi non tengono conto delle reali esigenze del mondo del lavoro. La spocchia con la quale sono stati considerati i lavori manuali (salvo poi trasferirsi a Londra o a Berlino a fare il cameriere o il lavapiatti) appartiene all’esperienza di vita di molti italiani.

In conclusione il tema del lavoro ha tante facce. Se non si cerca di scoprirle e comprenderle non si potrà nemmeno fare qualcosa di concreto

Fabrizio Principi

Parliamo di Jobs act

Appena si cita il Jobs act cioè la riforma di una parte della disciplina dei rapporti di lavoro le reazioni sono quasi sempre estreme. C’è chi la esalta e chi la ritiene un disastro. Le opinioni mediane, più ragionevoli, stentano ad emergere. Per questo si ripropone l’analisi del prof Maurizio Ferrera di recente pubblicata sul Corriere della Sera.

jobs act“Sul Jobs act è in atto un vero e proprio tiro al piccione. Eccettuati (alcuni) esperti, gli unici a parlarne bene sono ormai i commentatori stranieri. Dal dibattito politico nazionale solo critiche. In parte si tratta di mosse tattiche in vista delle scadenze elettorali. Ma questa spirale di rimproveri riflette anche un tratto profondo della cultura politica nazionale: l’eccesso di aspettative nei confronti delle norme di legge, l’intolleranza dei limiti che la realtà inevitabilmente impone, il conseguenze disfattismo, secondo cui ci sarebbe voluto «ben altro» per risolvere i problemi. Una sindrome auto-lesionista, che non ci consente di cogliere i progressi lenti e graduali, svaluta il pragmatismo e alimenta la sfiducia dei cittadini.

Modello flexicurity

Il Jobs act merita invece una discussione seria. Valutarlo non è facile: i suoi effetti si dispiegano lentamente nel tempo. Per catturarli bisogna avere dati precisi e utilizzare metodi controfattuali: che cosa sarebbe successo se non fossero cambiate le regole? Prima ancora di procedere su questa strada, è bene però riflettere sul provvedimento in sé: i suoi obiettivi generali erano in linea con le sfide sul tappeto? Negli ultimi due decenni, la maggior parte dei Paesi europei ha riorientato le politiche del lavoro verso la cosiddetta flexicurity, un modello sviluppato dai Paesi nordici e basato su regole flessibili per assunzioni e licenziamenti e tutele robuste (compresi i servizi) in caso di disoccupazione. Il Jobs act può essere considerato la «via italiana» verso quel modello.

politiche del lavoroUn percorso di cui si iniziò a parlare già negli anni Novanta, ma mai seriamente imboccato. Con il risultato che il mercato occupazionale italiano è diventato uno fra più segmentati della Ue: posti di lavoro permanenti con ammortizzatori molto generosi, da un lato, e contratti a termine o «atipici» (come i co.co.co.) praticamente privi di protezioni, dall’altro. A seguito di un’enorme espansione dei secondi, soprattutto per i giovani, il nostro Paese aveva inaugurato un modello perverso che Stefano Sacchi e Fabio Berton hanno definito flex-insecurity: precarietà senza tutele. Su questo sfondo, il Jobs act si è posto due obiettivi: ridurre rigidità e dualismi, offrendo più opportunità di occupazione stabile e al tempo stesso maggiore flessibilità alle imprese; superare la polarizzazione fra garantiti e non garantiti in termini di protezione sociale. I vari strumenti della riforma potevano essere disegnati meglio? Certamente, soprattutto col senno di poi. Lo stile comunicativo di Renzi ha alimentato l’eccesso di aspettative? D’accordo, nessuno è senza colpe. Ma il Jobs act va contato fra le non molte riforme strutturali che il nostro Paese è riuscito a produrre nell’ultimo venticinquennio, nel tentativo di avvicinarsi agli standard europei sul piano dell’efficienza e dell’equità.

Gli effetti concreti

occupazioneCosa si può dire degli effetti concreti? Le valutazioni più affidabili segnalano che il Jobs act ha inciso positivamente sull’occupazione stabile: dopo la sua introduzione vi è stato un significativo aumento dei contratti a tempo indeterminato, sia rispetto al passato sia rispetto ad altri Paesi, come Spagna o Francia. In base a dati provvisori, sembra che la tendenza sia continuata anche nel 2016. I critici sostengono che si sia trattato di un incremento «drogato» dalla decontribuzione, ma trascurano due aspetti. Tutti i paesi Ue hanno investito grosse somme in sussidi alle nuove assunzioni nell’ultimo triennio. Inoltre, all’estero gli oneri sociali sono strutturalmente più bassi. L’esperimento della decontribuzione conferma che il nostro costo del lavoro è troppo alto e disincentiva le assunzioni. Occorre riflettere su come redistribuire il finanziamento del welfare fra i vari tipi di reddito.

Il Jobs act ha avuto effetti positivi anche sulla sicurezza economica di chi perde il lavoro. Alla Naspi possono oggi accedere praticamente tutti i lavoratori dipendenti, compresi gli «atipici», con importi e durate fra le più alte in Europa. Rispetto agli altri Paesi, il welfare italiano ha sempre avuto buchi enormi in questo settore. Nessuno lo sottolinea, mai il Jobs act ci ha fatto fare un salto di qualità in termini di cittadinanza sociale: le nuove prestazioni sono infatti diritti soggettivi, che non dipendono più da mediazioni politico-sindacali. La Cassa integrazione è stata finalmente ricondotta alla sua funzione fisiologica di risposta alle crisi temporanee.

Debolezze storiche

lavoro giovaniL’aspetto più problematico del Jobs act riguarda le politiche attive. L’attuazione di questa parte della riforma è in grave ritardo. Qui scontiamo debolezze davvero storiche, che riguardano in generale l’efficienza e la mentalità della nostra pubblica amministrazione, nonché la frammentazione regionale. Ma il governo avrebbe potuto fare di più. I servizi per l’impiego sono l’architrave della flexicurity. Su questo aspetto, le critiche colgono nel segno. Il Jobs act non è riuscito a dispiegare il suo potenziale per incidere non solo sulle forme, ma anche sui livelli e la qualità dell’occupazione, soprattutto giovanile.

Il lavoro dei giovani resta purtroppo un’emergenza nazionale. Ricordiamo però due cose. L’Italia ha un’incapacità strutturale di creare posti di lavoro che si porta dietro dagli anni Cinquanta e che è stata esacerbata dalla grande recessione. Inoltre, i livelli occupazionali dipendono da moltissimi fattori (autonome decisioni delle imprese, congiuntura, investimenti, capitale umano e così via), solo in parte controllabili per via legislativa. Dall’estate 2014 alla fine del 2016 gli occupati sono comunque aumentati di circa 700 mila unità (Istat). Con le luci e le ombre che sempre accompagnano ogni riforma, il Jobs act ha segnato una svolta positiva. Fermiamo il tiro al piccione e avviamo una pacata discussione su come colmarne le lacune e potenziarne gli effetti positivi. Elaborando nuove proposte per le tante sfide che esulano dal perimetro di attenzione e di azione del Jobs act e che richiedono ulteriori e incisivi provvedimenti”

Riforma del lavoro: un’occasione (finora) mancata

jobs actLeggendo il maxi emendamento del governo al testo della riforma del lavoro (jobs act) oggi in approvazione in Senato l’impressione è che si tratti di un’occasione mancata. Almeno fino ad ora. Perché?

Abbiamo discusso per settimane di art 18 ossia del reintegro del lavoratore in caso di licenziamento ingiustificato. Su questo ci sono state e ci sono rotture: tra governo e una parte del Pd; tra governo e una parte dei sindacati; tra governo e sinistra extra Pd.

La questione è importante, ovviamente, in quanto garanzia estrema a tutela del lavoratore, ma, a detta di tutti, di rilievo marginale rispetto alla dimensione epocale e drammatica della questione lavoro. Che l’art 18 faccia perdere investimenti e posti di lavoro non è credibile così come non lo è affermare che difende il lavoro attuandone il diritto previsto in Costituzione. La reintegra ex art 18 era e resta una questione di minore importanza.

no riforma art 18Purtroppo, da tutte le parti, tale importanza è stata esagerata, pompata, trasformata in una bandiera da ultima spiaggia, su cui morire o rinascere. Facciamo un esercizio di concentrazione e proviamo ad ignorare l’art 18. La scala delle priorità diventa subito un’altra. In primo piano vengono le condizioni per creare domanda di lavoro. Tali condizioni sono fatte di tanti elementi: si va dalla ricerca tecnologica e scientifica alle infrastrutture di comunicazione; dalla mobilità e trasporti alla stabilità sociale; dalla formazione professionale all’ordine pubblico e al controllo del territorio; dalla riduzione al minimo degli adempimenti burocratici, alla disponibilità di finanziamenti. Infine si arriva anche alla disciplina dei rapporti di lavoro nella loro costituzione e nel loro scioglimento.

Ebbene sì, anche questa parte ha la sua importanza, ma non è la cosa più importante. Certo, se il legislatore prova ad imporre i rapporti di lavoro per legge allora sì, si crea un ostacolo serio. Ma non è questa la situazione italiana.

confusione delega lavoroLa riforma all’esame del Parlamento si occupa di disciplina del lavoro e dei compiti che spettano allo Stato. Non si occupa di tutti gli altri elementi che possono creare le condizioni per aumentare la domanda di lavoro. Torniamo all’inizio: leggendo il maxi emendamento si ha l’impressione di un’occasione, finora, mancata perché lì vi sono contenuti interventi che toccano quasi tutte le questioni cruciali che riguardano il lavoro. Tranne una: l’art 18 e la reintegra. Come il governo intenda tradurre in atto l’intenzione di ridurre i casi di reintegra rispetto alle norme attuali non è chiaro dato che nella delega non se ne fa esplicita menzione.

Le altre questioni, però, sono tutte presenti ed abbastanza chiaramente delineate:

  • razionalizzazione dell’integrazione salariale e degli ammortizzatori sociali allo scopo di limitare il ricorso alla cassa integrazione guadagni con l’estensione dei contratti di solidarietà ed espandendo l’Assicurazione sociale per l’impiego (ASpI) anche ai lavoratori con contratto di collaborazione coordinata e continuativa;
  • riordino della normativa in materia di servizi per il lavoro e di politiche attive con vari interventi tra cui la razionalizzazione degli incentivi all’assunzione e di quelli per l’autoimpiego e l’autoimprenditorialità;
  • costituzione di un’Agenzia nazionale per l’occupazione con razionalizzazione degli enti strumentali e degli uffici del Ministero del lavoro e valorizzazione delle sinergie tra servizi pubblici e privati; compito dell’Agenzia sarà anche la promozione di un collegamento tra misure di sostegno al reddito della persona inoccupata o disoccupata e misure volte al suo inserimento nel tessuto produttivo a livello regionale;
  • contenuti delega lavoropotenziamento di un sistema informativo unificato per la gestione del mercato del lavoro e il monitoraggio delle prestazioni erogate, anche attraverso l’istituzione del fascicolo elettronico unico contenente le informazioni relative ai percorsi educativi e formativi, ai periodi lavorativi, alla fruizione di provvidenze pubbliche ed ai versamenti contributivi;
  • preparazione di un testo organico semplificato delle discipline delle tipologie contrattuali e dei rapporti di lavoro; promozione del contratto a tempo indeterminato come forma privilegiata di contratto di lavoro rendendolo più conveniente rispetto agli altri tipi di contratto in termini di oneri diretti e indiretti;
  • previsione, per le nuove assunzioni, del contratto a tempo indeterminato a tutele crescenti in relazione all’anzianità di servizio;
  • introduzione del compenso orario minimo, applicabile ai rapporti aventi ad oggetto una prestazione di lavoro subordinato, nonché ai rapporti di collaborazione coordinata e continuativa, nei settori non regolati da contratti collettivi;
  • tutela della maternità con garanzia, per le lavoratrici madri parasubordinate, del diritto alla prestazione assistenziale anche in caso di mancato versamento dei contributi da parte del datore di lavoro; incentivazione di accordi collettivi volti a favorire la flessibilità dell’orario lavorativo; integrazione dell’offerta di servizi per l’infanzia forniti dalle aziende e dai fondi o enti bilaterali nel sistema pubblico-privato dei servizi alla persona.

cambiare politiche lavoroNon sono forse queste le cose importanti che possono creare le condizioni più favorevoli per aumentare la domanda di lavoro? Ora, se si vogliono ignorare QUESTI CONTENUTI della delega richiamando l’attenzione solo sulla questione della reintegra – da parte del governo e da parte dei suoi oppositori – allora vuol dire che ci troviamo di fronte ad un’irresponsabile recita nella quale fare un passo avanti per rimettere in piedi questo paese è cosa di secondaria importanza e nella quale nessuno si fida di nessuno dando per scontato che tutto ciò che ci si impegna a fare è finzione.

Se è così allora il nostro futuro è nero perché si perde un’occasione preziosa.

Claudio Lombardi

Jobs act. Il lavoro senza qualità (di Andrea Ranieri)

jobs actCi risiamo. La politica dell’occupazione viene ricondotta, come accade da un ventennio, a misure lavoristiche. La presunta rigidità del mercato del lavoro è ancora vista come causa della disoccupazione. Intendiamoci, nei provvedimenti sul lavoro del “piè veloce” Renzi ci sono cose utili e sacrosante: le riduzioni Irpef per i dipendenti, che dovrebbero portare in busta paga le famose 80 euro al mese, le misure per garantire alle donne il diritto alla maternità qualunque lavoro svolgano, l’impegno a misure per incentivare la conciliazione fra tempi di lavoro e di vita, e tanto altro. Ma è la logica complessiva e soprattutto il contenuto delle prime poste in essere – quelle del decreto Poletti – che va da tutt’altra parte. E non coglie l’obiettivo fondamentale: creare lavoro nuovo e di buona qualità.

Perché le due cose – bisognerebbe convincersene dopo anni nei quali il lavoro è divenuto più precario e la disoccupazione è aumentata – vanno insieme. Ce lo ha detto, da ultimo, il governatore di Bankitalia, Ignazio Visco: «Il miglioramento della competitività delle imprese passa dalla valorizzazione del capitale umano di cui dispongono, anche in collaborazione con il sistema di istruzione e di ricerca. Studi della Banca d’Italia mostrano come rapporti di lavoro più stabili possano stimolare l’accumulazione di capitale umano, incentivando i lavoratori ad acquisire competenze specifiche all’attività dell’impresa. Si rafforzerebbero l’intensità dell’attività innovativa e, in ultima istanza, la dinamica della produttività».

lavoro precarioSe il problema del nostro sistema industriale è la scarsa produttività e propensione all’innovazione, se sono queste le cause di fondo che frenano lo sviluppo e la crescita dell’occupazione, allora continuare a rendere più facile e conveniente il ricorso a forme di lavoro precario è un freno allo sviluppo. Ed è anche un segnale sbagliato mandato alle imprese: continuate pure a sacrificare lo sviluppo futuro per ottenere risparmi di brevissimo periodo. Perché la capacità di innovazione produttiva e organizzativa richiede stabilità e investimenti di lunga lena sulle capacità e le competenze delle persone. La cosa che sembra non importare affatto al governo, visto che nelle misure non c’è nessun segnale di rafforzamento della formazione permanente, nonostante l’avviso che l’Ocse ci ha mandato con la ricerca Piaac. Uno studio molto chiaro: tra i 24 Paesi indagati i lavoratori italiani hanno il più basso livello di competenze; e ben il 70 per cento di loro, per capacità di leggere, scrivere e far di conto, è al di sotto del livello 3, che per l’Ocse è il livello minimo per vivere e lavorare dignitosamente.

Non sembra essersene accorto il ministro Giuliano Poletti, il quale con tutta tranquillità voleva addirittura far fuori la formazione dall’apprendistato professionalizzante. Se non ci riuscirà è perché si è insinuato il timore che quell’apprendistato non sarebbe stato considerato dall’Ue coerente coi fini della “Garanzia Giovani”, dal momento che si sarebbe caratterizzato come un puro aiuto di Stato alle imprese e non uno strumento di rafforzamento delle competenze dei lavoratori. La “Garanzia Giovani”, un provvedimento europeo, già cofinanziata e impostata dal governo Letta, è allo stato dei fatti l’unica misura attuabile utile ai giovani disoccupati. Il combinato disposto dei primi provvedimenti del governo Renzi va in direzione esattamente contraria a quella annunciata dal Renzi segretario del Pd.

giovani e lavoroAnnunciando il Jobs act alla direzione del Pd, il segretario disse che la priorità era far crescere la produttività e l’innovazione delle nostre imprese, per portarle a competere sulle produzioni di maggior qualità e a maggior valore aggiunto. Il suo primo decreto da capo del governo è invece funzionale all’esatto opposto: lasciare le nostre imprese nella fascia bassa della produzione di merci e servizi, quella appunto che compete quasi esclusivamente sulle dinamiche di costo e sulla riduzione delle tutele dei lavoratori. I contratti temporanei “liberalizzati” non creano più occasioni di lavoro. Lavoce.info ha pubblicato una ricerca relativa alla Spagna, in cui l’aumento esponenziale dei contratti temporanei ha prodotto meno giornate di lavoro e salari più bassi. La stessa Spagna – oggi in piena deflazione e con la disoccupazione giovanile in crescita – che qualcuno continua ad additare come esempio “riformatore”.

E se i contratti temporanei vengono “liberalizzati”, il famoso contratto di inserimento a tutele crescenti, salutato con favore anche in ambienti “liberal”, perde la qualifica di “unico”, la sola che poteva giustificare il superamento della giusta causa sui licenziamenti nel periodo di ingresso. E diventa un contratto tra i tanti: non una misura per ridurre la frammentazione del mercato del lavoro, ma per rendere più flessibile i tempi indeterminati residui.

spending reviewIntanto incombe la cosiddetta spending review, che “revisiona” poco, ma taglia molto. Anche questa un’occasione persa, perché il nodo che dovremmo affrontare per ridare fiato all’occupazione è un altro: come ridare efficienza, efficacia, qualità ai servizi, a partire dalla Pubblica amministrazione. Che è il settore dove il lavoro potrebbe crescere, dando risposta al bisogno di salute e istruzione, ai desideri di cultura, città vivibili e paesaggi restituiti alla loro bellezza. Su questi terreni l’Italia ha un numero di occupati in rapporto ai cittadini molto inferiore rispetto a tutti gli altri Paesi europei. Combattere gli sprechi ha senso se in questi settori si reinveste e si crea nuovo lavoro.  Insomma, la questione dell’occupazione non può più essere affidata esclusivamente al mercato. Meno che mai al mercato del lavoro. La durezza della crisi ci ha fatto dimenticare che la crisi è venuta dopo anni di crescita senza occupazione. Porsi sul serio il problema del lavoro vuol dire affrontare i nodi di fondo che hanno frenato lo sviluppo del sistema produttivo. Per immaginare un ciclo virtuoso, che metta in sintonia il lavoro col desiderio delle persone di vivere in un mondo più pulito, più giusto, più sano. Più bello.

Andrea Ranieri tratto da www.left.it