Integrazione, energia, rifiuti: modello Brescia

È strano che Brescia non sia considerata un modello nel nostro Paese. E’ una realtà che non ha eguali in Italia: la città, di 200.000 abitanti, ha una popolazione di immigrati pari al 19%, quasi tutti occupati nell’industria e nei servizi. La provincia, di 1.263.000 abitanti, ha una presenza di immigrati del 15%, tutti al lavoro, comprese le donne, nelle attività industriali ed agricole (vino e olio, ma soprattutto foraggi e allevamenti). All’Associazione degli industriali dicono che il PIL provinciale, di 39,3 miliardi di Euro, viene prima di Slovenia, Lituania, Lettonia. Il tasso di disoccupazione è del 5,2% (meno della metà di quello nazionale), mentre la disoccupazione giovanile è del 16,3% (la metà di quella nazionale). L’export raggiunge il livello più alto in Italia. Si è fatta molta satira sul tondino e sulle acciaierie, ma sono le macchine utensili la punta di diamante dell’export, una produzione ad alto valore aggiunto con un contenuto di ricerca tale da coinvolgere costantemente le Università. Se ci fosse un collasso dell’immigrazione, aggiungono, dovremmo chiudere bottega in tutti i comparti.  A Brescia, dove secondo le ultime rilevazioni, si parlano più di un centinaio di lingue, di sera è facile incontrare frotte di ragazzi di colore diverso, che discutono e giocano, come se si trovassero in un salotto. A me capita spesso di incontrare, in provincia, lavoratori pakistani, indiani, cingalesi in bicicletta che fanno il giro degli allevamenti di bestiame, data la loro capacità con gli animali. Su alcune strade poderali, che sono anche piste attrezzate per l’esercizio dello sport non competitivo, incrociano donne e uomini che corrono all’alba o al tramonto, per il jogging giornaliero, e salutano.

Parlo con Emilio Del Bono, Sindaco di Brescia del PD, che recentemente è stato rieletto già al primo turno. Mi confida che il segreto consiste in una integrazione tra gli autoctoni ed il pulviscolo degli immigrati avvenuta combattendo i quartieri ghetto, e conducendo una lotta ferrea agli estremismi: quello di alcuni immigrati che all’inizio tendevano a isolarsi in enclaves culturali, dove era fatica immensa far passare le leggi e le consuetudini italiane, e quello ipersecuritario di consistenti frange della Lega, che con il loro comportamento distorcevano la percezione di pericoli enfatizzati, ma irreali. “Siamo stati inflessibili anche con le ronde padane”, dice. E’ così che mentre negli ultimi vent’anni è costantemente diminuito il numero dei reati contro la persona e il patrimonio, la percezione degli abitanti non sembra divergere dalla realtà. L’amministrazione non ha lesinato investimenti per dotare la città di grandi quantità di verde attrezzato per bambini, mamme, giovani, anziani, con corsie preferenziali per i disabili. L’assenza di sporcizia e la cura delle attrezzature dà l’impressione al visitatore di trovarsi a Ginevra o a Stoccolma.

Com’è stato possibile, gli chiedo, costruire una realtà come questa nella nostra Italia che va in tutt’altra direzione? Mi guarda sorpreso. “Lo sai”, mi risponde. Eh sì, lo so, dato che ho partecipato anch’io al lavoro fatto. Molti dei nostri tesori li abbiamo ereditati dal passato, e in qualche modo li abbiamo valorizzati e incrementati. Secondo noi qui è avvenuta una saldatura virtuosa tra diverse culture del novecento: quella liberale impersonata nel primo novecento già da Zanardelli, e più tardi, sul piano culturale, dal filosofo Emanuele Severino, quella cattolica dalla quale proviene anche Paolo VI (un cattolicesimo gallicano, attento alle dinamiche sociali e culturali, che affonda le sue radici nel personalismo di Mounier e Maritain, e che gestisce tre case editrici tra le più avanzate in Europa, come “La Morcelliana”, “La Queriniana, “La Scuola Editrice”) e la tradizione socialista/comunista del movimento operaio che ha avviato con la componente cattolica della Cisl, a partire dagli anni 60 del secolo scorso, il processo di unità sindacale. La saldatura di quelle tre culture è stata la culla di èlites lungimiranti, sicure di sé, che hanno dato vita, mettendo insieme tutte le forze, a esperienze di organizzazione sociale avveniristiche per quel tempo, come la costruzione nella cintura esterna di quartieri popolari a basso costo, forniti di tutti i servizi necessari e di comfort tipici del centro, per favorire un inurbamento ordinato; e ad un welfare che è oggetto di studio ancora oggi.

Per fare solo qualche esempio, qui funziona da tempo il ciclo integrato della raccolta e dello smaltimento dei rifiuti, con la differenziata a pieno regime e un termovalorizzatore, che nel 2006 la Columbia University di New York ha eletto “miglior impianto del mondo”, che brucia una gran quantità di “monnezza”, non solo bresciana, e produce energia e calore che vengono immessi nelle reti che illuminano e riscaldano tutta la città. Sfrutta a questo fine anche l’enorme caldaia a metano che già negli anni ’70 distribuiva alla città l’acqua calda del teleriscaldamento, riducendo le bollette, ma anche l’inquinamento. C’è anche una discarica ovviamente, per le ceneri residue, che non produce esalazioni.

Ma quella saldatura, che ha favorito una collaborazione  tra forze diverse, ha prodotto anche la decisione, più di trent’anni fa, di costruire una metropolitana leggera, modello Copenaghen, che va senza conducenti né controllori, che è pulitissima, ed ha opere d’arte in ogni stazione, unico esempio di trasporto pubblico in Italia che produce utili e fa cultura. Ha sviluppato anche una sanità all’avanguardia: la rete bresciana degli ospedali è un punto di riferimento per la ricerca in tutta Europa, e qui si viene, per farsi curare, da ogni regione dell’Italia.

Qui insomma, per la saldatura di quelle tradizioni, i servizi funzionano, producono utili e attraggono risorse materiali e immateriali da tutta l’Italia, e persino dall’Europa. “Si, sono testimone attivo di tutte queste trasformazioni”, dico a Del Bono, “perchè vi sono cresciuto dentro e non sono stato con le mani in mano, lo sai bene”. Anche il bisogno di conoscere la propria Storia ha generato impulsi fecondi. Brescia che è stata una delle capitali dei longobardi, custodisce tesori che sono stati recuperati e raccolti nel grande complesso di “Santa Giulia”, fatto costruire da Desiderio, l’ultimo re Longobardo, per la figlia Anselperga, ed ora patrimonio dell’umanità, dove si svolge una parte cospicua della vita culturale della città, con mostre, convegni, ecc.

Capisco che il Sindaco vuole dirmi un’ultima cosa. E’ la stessa che voglio dirgli io. Ci sono due valori che attraversano da sempre quelle tre culture, e ne rappresentano in qualche modo il collante. Il primo è il valore del lavoro, l’altro ha a che fare con l’etica della responsabilità verso sé stessi e verso l’altro. Non è mera retorica, lo so per esperienza, e lo sanno anche gli immigrati, che non a caso qui si integrano bene. Siamo un po’ fissati con questi valori, che hanno una venatura calvinista, non c’è dubbio. Li si apprende con il latte materno, li si respira nell’ambiente. Io qui ho frequentato sia le superiori, sia l’Università lavorando già dai 14 anni ed era una cosa normale. Con me infatti c’erano moltissimi ragazzi che avrebbero anche potuto, per condizione famigliare, fare diversamente. Persino mio figlio: dopo la scuola dell’obbligo mi disse, “ anch’io voglio fare così”. E pure lui ha fatto ogni lavoro disponibile, mentre frequentava le superiori e l’Università. Qui, per i più, il lavoro è ancora una sorta di religione civile, e si riverbera anche sullo studio. Ecco perchè il reddito di cittadinanza e la quota cento danno fastidio, e qualche creativo esprime un suo pensiero su alcuni muri della periferia cittadina, scrivendo: “Quanto hanno lavorato Salvini e Di Maio prima di entrare in politica? Zero”. Insomma, c’è sempre di mezzo il lavoro. “Cosa accadrà domani?” chiedo al Sindaco. “Boh”, mi risponde, “Io seguo una massima che ho imparato da bambino: fai quel che devi”… “Si, e accada quel che può”, aggiungo io, il vostro scriba.         

Lanfranco Scalvenzi     

Perché bisogna votare alle elezioni europee

Gli ultimi due articoli di Claudio Lombardi ci dicono che cos’è il Parlamento Europeo che tra qualche giorno andremo a rieleggere e quali vantaggi ricaviamo noi tutti dall’essere dentro l’Europa. Ci parlano anche dei limiti attuali dell’Europa: il Parlamento è molto debole rispetto al Consiglio. E la Commissione Europea, che riceve insulti ogni giorno da parte dei componenti del nostro governo attuale, come se fosse un’accolita di burocrati sganciata dai singoli Stati, è composta invece da membri indicati dai governi nazionali, ed ha prevalentemente il compito di vigilare sulle decisioni dei singoli Stati e del Parlamento UE.

Bisogna aggiungere che la Banca Centrale Europea non ha l’autonomia ed i poteri che negli Stati Uniti ha la Federal Reserve: la BCE è il perno del sistema delle banche centrali degli stati europei. Il suo compito principale è quello di mantenere la stabilità dei prezzi e regolare il tasso d’inflazione, mentre la Federal Reserve americana, organo di uno Stato Federale come gli USA, dove sulla scelta Federazione/Confederazione si è consumata una guerra civile verso la metà dell’ottocento, ha il compito di promuovere la stabilità dei prezzi, di regolare l’inflazione, ma anche garantire la piena occupazione.

Tutta questa costruzione sembra essere ancora troppo squilibrata, come ogni costruzione in corso d’opera. Non è del tutto Confederazione perchè c’è già un Parlamento eletto direttamente dai cittadini, non è ancora Federazione perchè gli Stati nazionali hanno un peso preponderante rispetto a quello del Parlamento, e sulle materie fondamentali possono persino esercitare il potere di veto. E la Commissione non è un Governo, ma un organo di verifica e controllo con soli poteri sanzionatori.

Così non può durare perchè intanto il mondo continua a cambiare rapidamente. Non ha una politica estera e della difesa comuni, politiche ambientali, fiscali, di welfare e sull’immigrazione comuni. E’ quindi un nano politico dentro i processi di globalizzazione, a confronto con i giganti rappresentati, per fare solo qualche esempio, dagli USA, dalla Russia, dalla Cina, dai quali rischia ogni giorno di essere stritolata e sbriciolata nei molti Stati che la compongono. E’ ricchissima sul piano economico, commerciale e culturale, ma politicamente debole. E fa gola ai lupi del mondo, che non hanno bisogno di nuove guerre per ridurci in macerie non solo metaforiche.

E’ su questo che si vota nelle prossime elezioni.

Ci sono i partiti europeisti, che appartengono alle tradizionali famiglie politiche che, sia pure in maniera diversa, vogliono un rafforzamento dell’Unione sviluppandone rapidamente le caratteristiche Federali (Popolari, Socialdemocratici, Liberali, Verdi) per rendere l’Europa un sicuro e solido protagonista a livello mondiale.

E ci sono i cosiddetti sovranisti, i nazionalisti, le destre estreme, che vogliono riportare indietro l’orologio della Storia, ritornando ai tempi in cui l’Europa era solo un’espressione geografica, o al massimo un’area di libero scambio. Imboccando questa strada, quella del gambero, i Paesi Europei nel loro insieme diventerebbero in poco tempo, come ho già detto, delle colonie delle grandi potenze.

Dice bene Lombardi quindi quando scrive dei vantaggi dello stare dentro l’Europa e dentro l’Euro e di quali sarebbero gli svantaggi ad abbandonarli, che di solito i sovranisti, espertissimi  in fake news, tacciono confidando nella buona fede della gente, non so se per furbizia o per ignoranza. Ma l’Europa che abbiamo non basta: bisogna aumentare i processi di coesione e di integrazione. Soprattutto bisogna rafforzare le funzioni del Parlamento e trasformare la Commissione in un organo di Governo.

Per questo guardo con interesse alla proposta di Carlo Calenda, capolista PD nel Nord Est, di lavorare alla costituzione, subito dopo le elezioni, di un gruppo di lavoro composto dai rappresentanti autorevoli dei Paesi fondatori dell’Europa, per aprire una nuova fase costituente. Potrebbe riunirsi a Roma, dove vennero firmati i famosi Trattati del lontano 1957 per la Costituzione della Comunità Economica Europea.

Accennando alle forze che compongono oggi il nostro Governo, che litigano disordinatamente ogni giorno su tutto frenando l’economia, e intossicano la vita sociale aumentandone il rancore, l’odio, l’invidia e lo spirito di rivalsa, in più facendo perdere credibilità internazionale al Paese intero, Lombardi scrive di una loro intenzione più volte sbandierata di ridimensionare l’Europa, o addirittura di uscirne. Voglio ricordare a tutti gli esiti caotici della Brexit, che gli inglesi stanno pagando a caro prezzo senza ancora sapere quale sarà il loro futuro. Ma voglio anche sottolineare che le nostre forze di governo avevano un piano B, più volte finito sui giornali: non uscire spontaneamente dall’Europa, ma farsi cacciar fuori per l’ostinazione di non rispettarne le regole decise insieme. Non so se siamo già al piano B, ma quello che accade mi induce a pensare che è in quella direzione che stiamo andando.

Ecco perchè voglio dire con forza che bisogna andare tutti a votare domenica prossima. Se votiamo per rafforzare l’Europa rafforziamo anche l’Italia. Viceversa il nostro destino sarà quello di lustrare le scarpe ai potenti del mondo.

Lanfranco Scalvenzi

Dalla Basilicata all’Italia: le scelte del Pd

Non sto a darvi i dati sulle elezioni regionali in Basilicata: li avete letti su tutti i giornali. Non sto nemmeno a fare analisi. C’è tempo per quelle: la mia esperienza personale mi suggerisce di non farle mai a caldo. Sono troppe le trappole dei sentimenti, e poi non bisogna mai abbandonarsi all’ira.

Mi colpiscono le reazioni degli interessati.

La destra ha vinto, come sta facendo da qualche mese nelle elezioni regionali in Italia, dopo il successo delle politiche di marzo del 20018. Salvini, il ministro della propaganda, si affretta a fare il gradasso pensando alle europee. Con il voto di maggio, dice, in Europa cambierà tutto. Certo cambierà di sicuro qualcosa, ma i tanto decantati sondaggi avvertono che i sovranisti di destra come lui, saranno una minoranza in Europa, e si prospetta una maggioranza composta da popolari europei, socialdemocratici, e liberali.

Gli italiani sembrano sempre un po’ dormienti e ci mettono del tempo a svegliarsi, è la nostra Storia che ce lo dice. E quando si risvegliano e si trovano di fronte a danni e macerie si dimenticano di esserne i responsabili. E se la prendono, con un eccesso di reazione, con il sedicente dux che li ha presi per i fondelli, mentre dormivano. Salvini è avvisato, ma chissà se ci sente nel fragore della sua ridicola propaganda e nel bailamme dei suoi selfie e dei travestimenti alla Fregoli.

Poi ci sono i 5 stelle: casi umani, piccoli parolai senza arte né parte, zero capacità di governo. Continuano a perdere voti da quando sono andati al governo, anche tanti. In Basilicata li hanno dimezzati. Ma il loro capo politico, il vice premier Di Maio, è contento del fatto che rimangano il primo partito in quella regione. Mi ricorda il compianto Walter Chiari in veste di ciclista, quando dopo una gara rispondeva, palesemente suonato per la fatica, alla domanda di un intervistatore, che lo inseguiva con il microfono: “mama, mama, sono contento di essere arrivato uno”. Se continueranno ad arrivare “uno” in questo modo i 5 stelle spariranno in pochissimo tempo dal nostro cielo: come una meteora nel mese di agosto. E non ci lasceranno nemmeno il tempo di esprimere il desiderio di non vederli più.

Ma ciò che più mi interessa qui è la reazione del centrosinistra. Zingaretti riconosce la sconfitta, dopo quasi trent’anni di governo regionale, e dice che bisogna ripartire da qui, senza fare altre considerazioni. Eppure bisognerebbe farne tante, ed io spero che a Roma ci riflettano su. Evito di commentare le dichiarazioni di Renzi e amici, smemorati artefici della catastrofe delle elezioni politiche di un anno fa, che non riescono proprio a tenersi in tasca l’arroganza abituale.

Voglio invece soffermarmi sul candidato presidente della Basilicata, il farmacista Carlo Trerotola, scelto quando Zingaretti non era ancora capo del PD, ed era Martina il segretario nazionale pro-tempore. Trerotola, come il puglile suonato interpretato da Walter Chiari, viene sbattuto davanti a un microfono e si affretta a pronunciare una sentenza leggendaria che rimarrà nella Storia: “meglio secondi che terzi. Analisi del voto? Io faccio il farmacista”. Domanda del giornalista: “Dicono che il centrosinistra si è suicidato candidando un ex missino come presidente”. Risposta: “Era mio padre del Movimento Sociale. Io andavo con lui ai comizi di Giorgio Almirante, e non me ne vergogno. Anzi, ne sono fiero”. All’inizio della campagna elettorale aveva detto che lui ha ancora delle cassette con i discorsi di Almirante e, una volta tanto, se le ascolta commuovendosi. Caspita, un genio così è difficile da scovare! Non oso fare indagini per scoprire cosa sia andato a dire in campagna elettorale. Forse che l’avevano candidato a sua insaputa? E’ questo il punto: perchè Trerotola, caro Martina? Le solite voci dicono che l’ex presidente della Regione, Marcello Pittella, che alle primarie, secondo le solite malelingue, ha tirato inutilmente la volata a Martina, e che è stato arrestato e costretto alle dimissioni per una questione di appalti e concorsi truccati (cito “La Repubblica” del 26 marzo), non ha voluto mollare: “ha tenuto la coalizione in ostaggio fino all’ultimo momento. Poi ha mollato imponendo però la candidatura di Trerotola”, il quale è fiero del fatto che andava ai comizi di Almirante, e ancora si ascolta le cassette. Marcello Pittella ha imposto quindi chi non avrebbe certo minacciato, dato il personaggio, la ragnatela delle sue amicizie, o ha fatto come l’eroe biblico del luogo comune, che dice “muoia Sansone con tutti i filistei”. Una sconfitta annunciata dunque, forse voluta, non so se per calcolo o per dabbenaggine: una storia di ordinaria arroganza, volendo essere teneri. Il PD si è fortemente diviso. Quello ufficiale ha preso meno voti di Pittella e dei suoi amici, la cui rete è ancora lì, alla luce del sole, nella sua purezza adamantina, mentre Trerotola, all’opposizione di sé stesso, fa il farmacista e ascolta le cassette di Almirante per farsi una cultura politica.

Sono solidale con Zingaretti, ammesso che serva a qualcosa. A lui voglio dire di fare in fretta a ricostruire il campo del centrosinistra: in tutta Italia, compresa la Basilicata. In fretta e bene, con coraggio, determinazione, e intelligenza, se non chiedo troppo.

Lanfranco Scalvenzi

Il centrosinistra dopo le primarie

Un milione e seicentomila, o di più? Siamo lontani dall’antica precisione di una tradizionale forza di centrosinistra, il che sta ad indicare che c’è un immenso bisogno di reimpiantare un partito che sia radicato in ogni territorio, perchè la politica torni a viaggiare sulle gambe e dentro le teste dei cittadini, all’interno di un rapporto caldo e ragionato, che apra alla partecipazione, tra governanti e governati, per far crescere una nuova classe dirigente, scollandola quindi dall’uso esclusivo dei talk show televisivi e delle tastiere dei social network, che favoriscono la diffusione di una degenerata politica dell’applauso e della denigrazione sistematica.

E’ questo il messaggio esplicito di tutta quella gente. Ciò sarebbe un grande vantaggio per tutta quell’area di persone e di forze che si oppongono alla piega populistico/sovranista che ha invaso la vita pubblica del nostro Paese, e che sono emerse, per reazione, con un ventaglio molto ampio di esigenze e posizioni, nei molti appuntamenti degli ultimi mesi.

Un partito del centrosinistra, o anche più di uno, tenendo conto dei molti cespugli apparsi alle amministrative di questi mesi, e dello stesso manifesto di Calenda per le Europee, che tende intelligentemente a riportarli tutti ad un disegno comune, considerate le leggi elettorali proporzionali che abbiamo, sia sul piano nazionale, sia a livello europeo, darebbe loro dei punti di riferimento politici per arginare anche il degrado culturale/civico/morale della società italiana nel suo insieme.

Ha vinto Zingaretti, e gli altri contendenti si sono messi a disposizione, compreso Renzi, a quanto pare. E’ finito quindi il periodo delle gramaglie per il PD e ne inizia un altro di cui non si conoscono ancora le caratteristiche portanti. E’ necessario definirle collegialmente al più presto. Ma la situazione del Paese è notevolmente peggiorata rispetto a un anno fa.

Al di là della strampalata propaganda governativa non è difficile comprendere che chi dovrebbe governarci, ci ha portato in un cul di sacco. Non c’è più sviluppo, ci aspetta una manovra correttiva subito dopo le europee, sempre negata per ragioni elettoralistiche e, prima della fine dell’anno, un’altra manovra economica ‘lacrime e sangue’, perchè i dati sui quali questo governo aveva impiantato le decisioni di qualche mese fa, dopo una inutile guerra all’Europa, sono tutti fasulli (dov’è l’aumento del PIL, dove sono i 18 miliardi che dovevano entrare con le vendite degli immobili dello Stato, e così via cianciando?). E’ una fatica boia trovare qualcuno che investa nel futuro di questo Paese, proprio per l’incertezza diffusa a piene mani da chi ci dovrebbe governare. E nel suo insieme l’Italia si è incattivita, molti vincoli di solidarietà sono venuti meno, c’è un razzismo strisciante, e qui e là si manifesta una violenza diffusa, anche nei rapporti famigliari. Chi vive a Roma poi, assiste ogni giorno all’avanzata del degrado, persino nel paesaggio che cambia in peggio ogni settimana, nei servizi che non funzionano, nella diffusione della sporcizia fisica e morale.

Stanno passando le cavallette? No è l’avvento di una classe dirigente fatta di persone impreparate, false, arroganti, velleitarie, imbevute di ideologie raffazzonate, e incapaci infine di governare, persino di comprendere dove sbagliano, perchè negano la realtà.

Fino ad ora mi pare che Zingaretti si sia mosso bene: è andato immediatamente a Torino e ha detto, con Chiamparino, che è criminale non fare la TAV e non avviare immediatamente una fase di ricostruzione infrastrutturale del Paese, ha deciso una mozione di sfiducia individuale per il ministro Toninelli, è andato a far visita agli operai ed ai dirigenti di una fabbrica rigenerata del Lazio, ad opera della Regione e del Governo precedente, impersonato da Gentiloni e Calenda, dicendo che se si ha un disegno generale è possibile risolvere le crisi produttive. Ed ha affermato che con i Cinquestelle non si fanno alleanze al punto che, se permane questa situazione di non governo chiederà, senza perdere tempo, le elezioni anticipate.

D’ora in poi ci vuole ‘visione’ in un’ottica nazionale ed europea, e ci vuole una generosa capacità di riorganizzazione del campo politico del centrosinistra, utilizzando anche le elezioni amministrative ed europee di maggio, senza mettere in gioco dannose egemonie del PD, magari tenendo conto della non lontana esperienza dell’Ulivo. E’ un lavoro di lunga lena, ha detto Zingaretti, e probabilmente ha ragione. Ma tenga conto del fatto che i tempi sono scanditi dalla realtà, non dalle nostre volontà. E sono talmente stretti che un qualsiasi ritardo, anche se giustificato dal fatto di essere all’opposizione a livello nazionale, potrebbe diventare una colpa imperdonabile

Lanfranco Scalvenzi

La storia a scuola non serve più?

In una lettera del 1937, dal carcere, Antonio Gramsci scrive al figlio Delio:

“Carissimo Delio, mi sento un po’ stanco e non posso scriverti molto. Tu scrivimi sempre e di tutto ciò che t’interessa nella scuola. Io penso che la storia ti piace, come piaceva a me quando avevo la tua età, perchè riguarda gli uomini viventi, e tutto ciò che riguarda gli uomini, quanti più uomini è possibile, tutti gli uomini del mondo in quanto si uniscono fra loro in società e lavorano e lottano e migliorano sé stessi, non può non piacerti più di ogni altra cosa. Ma è così? Ti abbraccio. Antonio”.

Rigiro la domanda di Gramsci a Marco Bussetti, attuale ministro dell’Istruzione, naturalmente dandogli il tempo di documentarsi su di lui, chiedendo informazioni magari ai suoi acuti comunicatori. In realtà ha già risposto con i fatti, ma usando parole che li vogliono occultare, come se parlasse sempre ai suoi fans di facebook, che può anche pigliare in giro senza rendere conto a nessuno.

La storia è stata estromessa dalle tracce della prima prova scritta della Maturità. Le innumerevoli prese di posizione che ci sono state contro questa decisione, apparse sui giornali e sui social (e nessuna a favore) non sono fino ad oggi servite a nulla, tant’è che Liliana Segre, sopravvissuta alla deportazione ad Auschwitz all’età di 13 anni, ed ora senatrice a vita, lancia un appello al ministro, perchè ripristini la storia all’esame di maturità già col prossimo anno scolastico. “Non rubiamo il passato ai ragazzi”, dice, “con un’ora di storia alla settimana non si fa nulla, e se la togliamo anche dall’esame di maturità, rischiamo un futuro alla Orwell” (nel suo romanzo 1984 Orwell accennava al pericolo di una storia completamente riscritta dal Partito Unico, con lo slogan “chi controlla il passato controlla il futuro. E chi controlla il presente controlla il passato” – n.d.r.).

Questa non è soltanto una questione accademica: è evidente a chi è anche solo minimamente responsabile, che senza la storia non si diventa uomini e donne equilibrati ed autonomi, in grado di interpretare la realtà nel suo farsi e di intervenirvi efficacemente.

Il ministro ha risposto a Liliana Segre, e a tutti coloro che protestano, nel seguente modo: “… La storia sarà presente nelle prove di giugno. E’ il mandato che ho dato personalmente al gruppo di lavoro incaricato di predisporre le tracce di italiano (?) … la storia sarà presente in più tracce … nell’analisi e nell’interpretazione di un testo letterario, come anche nell’analisi e nella produzione di un testo argomentativo … “ .

Ma sua eccellenza il signor Ministro c’è, o ci fa? Parla in questo modo della dissoluzione della storia nella nostra scuola e nella società italiana, come se si potesse tramutare, con un giochetto di parole, nella sua presenza dentro le tracce di italiano e analisi letteraria? Mi piacerebbe sapere cosa e come pensa, quando e se pensa. E se ha qualche rispetto per gli interlocutori, cioè per noi.

Cos’è avvenuto in realtà? Il Ministero ha constatato che solo il 3% degli studenti ha scelto negli ultimi dieci anni la traccia storica. Ed il Ministro, invece di allarmarsi e di chiedersi il perchè, cominciando a pensare a delle contromisure, ha fatto come il dirigente di un’azienda che produce sapone e constatando che la gente ora si lava pochissimo ha smesso di produrre sapone. E’ la cultura del consumo, bellezza. Ma la testa dei giovani non è sapone

Lanfranco Scalvenzi

Di Maio e Salvini: i bulli che volevano sconvolgere l’Italia

L’Italia ha certo molti problemi, ma ce n’è uno che viene prima di tutti gli altri: mentre noi pensavamo ad altro si è riempita di bulletti da strapazzo e di fascistelli, che sono talmente ignoranti da non rendersene conto, gente senza arte né parte, che, nel vuoto lasciato colpevolmente dai partiti, bussano alla vostra porta, direttamente, o attraverso le televisioni e il web, con grande schiamazzo, cercando di vendervi la luna, o il Colosseo, dicendo che lo fanno nell’interesse vostro. Vi stanno imbrogliando: vi chiedono il voto puntando sulla vostra buona fede, sul vostro ‘non poterne più’, vogliono entrare dentro le stanze del potere per fare i loro comodi e dare un senso alla loro vita. Se ne fregano di voi.

Per questo vi promettono di tutto: ad esempio, nel loro contratto (con tanto di firma autenticata!) Salvini e Di Maio prevedevano contemporaneamente di far pagare meno tasse ai ricchi e ai benestanti (è questa la flat tax), e un sussidio per tutti chiamato reddito di cittadinanza in sostituzione di un lavoro. Chi ha un po’ di buon senso sa che queste due cose non possono stare insieme. Perchè ve lo propongono? Perchè sono ignoranti e non sanno nulla? Forse. In realtà io credo che siano soprattutto degli imbroglioni, che vi trattano come se foste degli sciocchi creduloni. Era molto più simpatico Totò quando provava a vendere i monumenti di Roma, che almeno non aveva nessuna intenzione di governare, ma solo di farci sorridere.

Ora schiamazzano nelle strade, nelle piazze, sui media, minacciano quelli che la pensano diversamente (come i fascisti di una volta; a quando l’olio di ricino, e le botte agli angoli delle strade?), Di Maio minaccia il Presidente della Repubblica, Salvini lo insulta; ai loro occhi ha il torto di non aver obbedito agli ordini di chi ha ricevuto ben il 37% dei voti degli elettori!

Perchè non hanno fatto un governo, partendo da quel programmino che aveva fatto ridere mezzo mondo? Avevano la possibilità di farlo, magari mettendo Giorgetti, l’amico di Salvini che da sempre si occupa di conti pubblici, al posto di quel Savona che volevano ad ogni costo, come una sorta di capitan Fracassa dei nostri rapporti con il resto del mondo (come se non dovessimo convivere con il resto del mondo, e con l’Europa in particolare)? Perchè non l’hanno fatto? La smettano di raccontare balle agli italiani gridando che i cosiddetti poteri forti non volevano farglielo fare. Non l’hanno fatto perchè avrebbero governato con una maggioranza striminzita e non avrebbero combinato nulla, come i Cinquestelle a Roma, che fanno fare continuamente figuracce nel mondo alla Capitale, ormai da tempo al posto di Calcutta nel giudizio dei più. Non avrebbero combinato nulla, perchè solo questo sanno fare: schiamazzare, insultare, minacciare, tenere aperta una continua campagna elettorale per farci morire stremati.

Quanto ci costa quello che stanno facendo? Molti miliardi in termini economici, ma molto, molto di più in termini di vivibilità delle città e dei borghi di questa bella Italia che abbiamo ereditato dai nostri padri e dalle nostre madri e dovremmo lasciare ai nostri figli migliore di come l’abbiamo ereditata. Sbugiardiamoli. E poi cacciamoli di casa. Basta, vi era stata data una possibilità, la nostra è una Scuola dove non si rimandano a settembre i bulli, ma si bocciano senza riguardo prima che facciano altri danni.

Lanfranco Scalvenzi

Quando arriva il governo dei vincitori?

Con grazia, per non apparire dei provocatori, ci si potrebbe chiedere: “che stanno facendo Di Maio e Salvini ?”. Hanno chiesto del tempo, onde evitare che il Presidente della Repubblica desse l’incarico ad un possibile Presidente del Consiglio dei Ministri di presentare in Parlamento una proposta di ‘governo neutrale’, con tanto di lista dei ministri e un programma limitato alle questioni essenziali, perchè ormai incombono scadenze importanti e inderogabili, che riguardano il Paese intero, l’Europa, il mondo.

Di Maio e Salvini invece hanno chiesto tempo. Hanno detto: “noi abbiamo vinto le elezioni. Dateci tempo di discutere una proposta di maggioranza, ci bastano due giorni”. Hanno ottenuto i due giorni. Ne sono passati tre, quattro, di più. Allora ne hanno chiesti altri, si presume una settimana, perchè l’accordo sulle cose da fare (lo chiamano contratto) non è stato raggiunto, e perchè vogliono prima sottoporlo al giudizio dei loro iscritti, nei modi che ritengono opportuni. E del Presidente del Consiglio nemmeno l’ombra. Nemmeno dei ministri, che secondo le consuetudini istituzionali dovrebbero essere scelti dal Presidente del Consiglio e giurare davanti al Presidente della Repubblica prima ancora di andare in Parlamento a chiedere la fiducia. Ai giornalisti che gli fanno domande l’accoppiata Di Maio/Salvini risponde che non stanno discutendo di poltrone, come se non fossero già loro stessi delle poltrone.

La Repubblica merita rispetto: il Governo non è fatto di poltrone, come pretende l’ipocrita vulgata populista, ma di persone che decidono per il bene del Paese, e che devono essere degne, preparate, riconosciute come tali anche in Europa e nel resto del mondo del quale l’Italia non è un semplice sottoscala. Per questo devono essere scelte nella massima trasparenza, non attraverso una privata operazione di casting.

Il programma del Movimento Cinque Stelle e quello della Lega li ho letti anch’io. Non sono solo diversi: sono opposti. Concordano solo sul punto di demolire quanto è stato fatto da altri prima di loro. E sui temi internazionali non resta che accendere dei ceri affinchè le scelte altrui non ricadano su questo fragile Paese, perchè in quei programmi non c’è quasi nulla.

Cosa stanno facendo allora i sedicenti vincitori? Dalle dichiarazioni che rilasciano paiono sempre in campagna elettorale. Gridano, si pavoneggiano, ricattano, ribadiscono i loro punti di vista dai quali non si schiodano, per la paura di essere contestati dai loro elettori. Ci stanno facendo perdere del tempo prezioso, per presentare un programma comune, blindato dal voto dei loro iscritti, che un Presidente del Consiglio dovrebbe accettare da mero esecutore della volontà altrui, altrimenti si torna a votare, come se il voto fosse un applausometro, e come se avessero loro il potere di decidere per tutti, come se fossimo in una sperduta repubblica delle banane.

Dove sta scritto che deve essere così?

E dove sta scritto che loro due sono i vincitori (il 32 per cento l’uno, il 17 per cento l’altro)?

La verità è che per una sciagurata legge elettorale, in gran parte proporzionale, le elezioni hanno semplicemente registrato la frammentazione del Paese, con qualche urlatore in più, e nessuno ha maggioranze precostituite. Quindi sarebbe ora necessaria una dose industriale di buon senso, di capacità di ascolto dell’altro, di disponibilità all’accordo per il bene di tutti, che nessuno mostra di avere, meno di tutti coloro che si autodefiniscono vincitori.

Intanto continuano a incombere le scadenze della nostra vita associata, le scadenze economiche, le scadenze europee. Incombono le conseguenze di avvenimenti internazionali, l’acuirsi delle tensioni nel Medio Oriente, il ritiro degli USA dal trattato sul nucleare con l’Iran, la minaccia americana dei dazi doganali, solo per fare qualche esempio, che richiedono una salda politica estera, in comune con quella degli altri Paesi europei, dato che ciò che accade altrove ha influenza anche sulla nostra realtà nazionale.

Quindi, nel rispetto delle regole, essenziale per  una democrazia, occorre una maggiore velocità e meno arroganza.

Ed occorre che anche le altre forze politiche si facciano sentire, a partire dal Partito Democratico che, tra l’altro, in questo momento di passaggio dei poteri, sta ancora gestendo il Governo. E’ bene che lo sappiano: se la situazione del Paese peggiorerà, la responsabilità sarà anche di chi si è seduto sulla sponda del fiume, aspettando i fallimenti altrui.

Lanfranco Scalvenzi

Il PD dopo le elezioni e la voce che manca

Il PD ha perso le elezioni, non c’è il minimo dubbio. Ma rischia di perdere anche la faccia e forse anche altro, se non esce dall’angolo nel quale si è rintanato e dimostra al Paese la sua utilità attuale, che potrebbe essere ancora molto alta.

Il M5S e la coalizione di destra hanno avuto indubbiamente un notevole successo elettorale, ma non hanno vinto, e non sono in condizione di governare: da soli non hanno i numeri, ed è altamente improbabile che riescano a mettersi insieme. In primo luogo perchè i 5 stelle, che, come primo partito in Parlamento dovrebbero indicare la rotta da seguire discutendola pubblicamente con gli eventuali alleati, continuano a indicare il nome di Di Maio come possibile Presidente del Consiglio (che raccoglie solo il loro consenso) e non dicono nulla di apprezzabile su un possibile programma di governo, che non può essere la replica del loro programma elettorale, infarcito di promesse demagogiche. In secondo luogo perchè pare che la coalizione di destra abbia più motivi per dividersi che per stare insieme: è a trazione Lega, e Salvini è quello che più appare, ma Forza Italia, che è totalmente indigeribile per i Cinquestelle, intende giocare una partita in proprio a favore del Berlusconi politico e imprenditore. Infatti alle consultazioni da Mattarella non andrà la coalizione, ma i singoli partiti.

Del resto l’attuale legge elettorale, prevalentemente proporzionale, enfatizza il ruolo dei singoli partiti e deprime quello delle coalizioni. Così inspiegabilmente la volle la vecchia maggioranza guidata da Renzi.

Non si sta delineando all’orizzonte quindi nessuna nuova maggioranza, fino ad oggi. L’elezione dei presidenti delle Camere e di tutte le altre cariche istituzionali non comporta accordi nella logica dei rapporti tra maggioranze e opposizioni, quindi non fa testo. Balza all’occhio comunque la bulimia di M5S e Lega, che induce a pensare che sia in atto una pessima occupazione delle istituzioni, persino peggiore di quella del vecchio ceto politico, il che sta a indicare una debolezza politica pericolosa per il Paese, a causa degli squilibri che sta generando.

Ma balza all’occhio anche la decisione del PD di ritrarsi da qualsiasi discussione sul futuro dell’Italia, come se non contasse nulla il fatto che è il secondo partito uscito dalle urne. “Noi siamo all’opposizione”, hanno detto immediatamente, mostrando, senza che fosse richiesto, tutte le ferite elettorali di un gruppo dirigente bloccato e depresso, più che offeso dai continui insulti ricevuti.

All’opposizione di chi, di che cosa, visto che una maggioranza ancora non c’è e probabilmente non ci sarà?

Non hanno nemmeno fatto un’analisi seria del voto, quindi ufficialmente non sanno nulla del Paese emerso dalle urne, di un Paese con divisioni territoriali profonde e pericolose, preda di inaccettabili ingiustizie e diseguaglianze, di rabbia e paure troppo enfatizzate, che oscurano completamente la condizione di oggettivo privilegio nella quale ancora si trova (sarebbe consigliabile consultare un recentissimo studio di Bankitalia su PIL, sviluppo demografico, andamento dell’occupazione, immigrazione) in un mondo pieno di tensioni reali, di guerre, e di carestie rovinose.

E hanno già detto, con pochi distinguo e solo a mezza bocca, “noi siamo all’opposizione”.

All’opposizione di chi, di che cosa, torno a ripetere. Non si rendono conto dei ridicoli paradossi nei quali si sono cacciati? Siccome una maggioranza non c’è, l’idea che diffondono è quella di avere la speranza che si formi l’unica maggioranza possibile senza il PD: una maggioranza di Cinquestelle e Lega, con l’aggiunta di qualcun altro della destra, una maggioranza di blocchi contrapposti, che non stanno insieme nemmeno col vinavil, e che sarebbe esiziale per tutte le persone che hanno un po’ di buon senso, come ce ne sono ancora in Italia e in Europa. E’ questa la speranza dei dirigenti del PD? Leggo sui giornali che il capogruppo del PD al Senato Andrea Marcucci avrebbe espresso il seguente pensiero: “Non vedo l’ora che giuri un governo Di Maio – Salvini”. Caspita! Ma dove vanno a prenderli simili brillanti pensatori? Sull’ineffabile Facebook? La speranza che si affermi il “tanto peggio, tanto meglio”, vale a dire che ciò che sarebbe il peggio per l’Italia sarebbe il meglio per il PD. Se è questa la loro speranza – e se non lo è, sarebbe consigliabile che lo dichiarassero invitando Marcucci a ripassarsi la lezione – avrebbero deciso di mettersi contro l’interesse reale Paese, che dicono invece di avere a cuore. E non si trincerino dietro la volontà dell’elettorato. L’elettorato non ha dato a nessuno maggioranze precostituite, quindi niente alibi.

Non è il momento di stare sulla riva del fiume in attesa dei cadaveri dei nemici, come sembra volere l’inscalfibile blocco renziano alla ricerca di rivincite per sé, solo per sè: un gioco che si compie sulla pelle di quella parte del Paese che si aspetta che il secondo suo partito si comporti come una forza adulta in grado di avanzare proposte di governo, meglio delle altre forze che sono state elette in Parlamento, e di costruire le condizioni perchè vengano accettate. Sbloccarsi insomma, uscire dall’inferno della depressione, dei veti e dei ricatti al proprio interno, uscire dalla sindrome degli ‘incompresi e stizziti’.

Infatti la logica stringente della politica dice, anzi urla, proprio questo al secondo partito d’Italia: o vi liberate al vostro interno dai condizionamenti perniciosi di chi vi ha portato alla sconfitta elettorale, portando al partito aria e linfa nuove, e facendo emergere un po’ di coraggio e generosità, o il Paese si libererà di voi, come se foste ciabatte inutili, venendo a scovarvi ovunque, anche se vi nasconderete all’opposizione. Forse il peggio deve ancora arrivare, se qualcuno pensa ad altre elezioni ravvicinate.

E noi democratici, che abbiamo ancora un qualche orizzonte comune davanti agli occhi, e vorremmo raggiungerlo senza metterci nelle mani dei populisti, di destra o di sinistra, dovremo per forza ripartire dall’anno zero.

 

Lanfranco Scalvenzi

Brexit, nazionalismo ed Europa federale

Perché è così scarso il nostro interesse per la Brexit? Forse perché oggi anche la nostra adesione al progetto di unificazione europea, peraltro abbastanza confuso e contradditorio, non è più così convinta e si è attenuata fino al limite dell’impalpabilità?

Eppure il rigetto di quel progetto, o un possibile ritorno all’indietro, procurerebbero probabilmente ai popoli europei catastrofi ora inimmaginabili: sul piano economico, ma soprattutto sul piano politico, sociale, culturale. E i conflitti emergenti sarebbero di difficile composizione dentro i recinti della politica.

referendum Regno UnitoIn primo luogo l’antefatto: il referendum è stato voluto dall’ex Presidente del governo conservatore Cameron, che pensava di respingere in questo modo le spinte isolazioniste, protezioniste, populiste e xenofobe che emergevano da una società impaurita dagli effetti dei processi di globalizzazione, investendo una parte cospicua della classe dirigente e del mondo politico. E’ sempre così quando le trasformazioni delle società avvengono in modo tanto rapido come nelle realtà attuali. Si determinano dei vortici di paura che fanno perdere di vista le opportunità positive che si creano, e l’opportunismo demagogico di molti rappresentanti politici costruisce su di loro il proprio consenso a scapito dell’interesse generale. Se si guarda alla storia recente d’Europa senza alcun paraocchi si può constatare che anche il fascismo ed il nazismo hanno avuto una genesi simile. Quanto agli esiti li conosciamo bene, o dovremmo conoscerli se avessimo un po’ di memoria storica.

Ciò che è avvenuto con Brexit dev’essere un insegnamento anche per noi: assecondare i populismi come ha fatto Cameron può avere effetti devastanti. Infatti Cameron ha dato le dimissioni ed è stato sostituito da Theresa May, più a destra di lui e fortemente determinata ad avviare le procedure per il distacco dall’Europa.

brexitA questo punto vorrei ricordare qualche dato relativo al referendum britannico. La maggioranza del 52% si è pronunciata a favore dell’uscita dall’Europa, ma a Londra hanno prevalso coloro che vorrebbero rimanere. E in Scozia il 62% dei votanti ha espresso la volontà di non uscire. Anche nell’Irlanda del Nord il 56% ha manifestato la stessa volontà. Tutte le ricerche che sono state fatte sulla composizione del voto ci dicono che i giovani fino ai 30 anni si sono espressi a maggioranza contro Brexit. Quindi Londra, la Scozia, l’Irlanda del nord, oltre ai giovani fino ai trent’anni sono stati contro Brexit, mentre a favore è stata l’Inghilterra delle campagne e delle piccole città, cioè la popolazione più impaurita dai processi di globalizzazione e più impreparata a coglierne le opportunità positive.

Un breve inciso sulle motivazioni del referendum. Il rapporto tra la Gran Bretagna e l’Europa continentale, nel corso della Storia, è sempre stato ondivago e, a seconda dei momenti, hanno prevalso gli atteggiamenti isolazionisti, o quelli collaborativi, senza mai annullarsi vicendevolmente. L’attuale momento storico è caratterizzato da un rapido processo di globalizzazione ed è su questo punto fondamentale che si misura il rapporto tra Gran Bretagna ed Europa continentale. Ma parlare solo di globalizzazione in riferimento a Brexit rischia di essere troppo generico, confondendo idee e termini delle questioni. Ciò che impaurisce l’Inghilterra profonda non è la globalizzazione finanziaria, operante da tempo, e nemmeno la globalizzazione delle merci, regolata da una miriade di accordi intercontinentali: è invece la globalizzazione delle persone nell’epoca delle grandi migrazioni. Ed è veramente ridicolo che siano proprio gli inglesi, in prima fila per secoli nel sostenere il colonialismo più feroce, che ha spogliato interi continenti delle loro ricchezze umane e materiali, ad opporsi oggi, in modo così radicale, ai processi migratori.

autonomia ScoziaProprio a causa di quel pronunciamento referendario molto articolato, che ho sommariamente descritto, oggi la Scozia, tramite i suoi rappresentanti istituzionali, e la stessa Irlanda del Nord, sono intenzionate a promuovere dei referendum per rimanere all’interno del processo di costruzione europea, uscendo dal Regno Unito. E li vorrebbero indire prima del termine previsto dall’articolo 50 del trattato di Lisbona, per non essere costretti in pratica ad uscire dall’Europa insieme alla Gran Bretagna. Ma non ci sono precedenti, non c’è casistica nel recente passato, e non ci sono codicilli negli innumerevoli trattati che hanno accompagnato fino ad ora il processo di unificazione Europea ai quali appellarsi.

Alcuni ‘sepolcri imbiancati’ del continente (spagnoli per lo più, ma non solo) si sono già pronunciati e, per paura di innescare processi autonomistici, dai quali si sentirebbero danneggiati, si mettono al fianco di Theresa May, la quale si oppone sia al referendum scozzese, sia a quello irlandese, adducendo l’argomentazione che la Gran Bretagna è uno Stato sovrano che si è già pronunciato, sia a livello popolare, sia a livello istituzionale, ed ora si tratta solo di perfezionare Brexit con le autorità europee. I nazionalisti europei, cioè coloro che non hanno mai pensato ad un’Europa federale, ma l’hanno sempre combattuta in nome di un confederalismo ormai obsoleto, responsabile dello stallo attuale, ed hanno favorito la nascita dell’Euro senza una sovranità politica europea che fosse in grado di modificarne via via gli evidenti squilibri che provocava, ora sostengono che se la Scozia vuole rimanere in Europa deve costituirsi in Stato sovrano e chiedere l’adesione all’U.E., mettendosi in fila con tutti gli altri. Fino a quando? Fino alle kalende greche ovviamente. Questa proposta non è percorribile e i ‘sepolcri imbiancati’ lo sanno bene. Per l’Irlanda del nord il discorso è diverso, visto che chiederebbe di far parte dell’Irlanda, che fa già parte in quanto nazione del consesso europeo, però, però … è già pronta l’obiezione che l’Irlanda unificata sarebbe uno Stato diverso dall’Irlanda attuale … ecc. ecc. Questa gente ha semplicemente paura di aprire la strada ai desideri di autonomia che allignano, in modo più o meno intenso, in ogni Stato nazionale europeo.

nazionalismiInsomma, i responsabili dello stallo europeo, che hanno sempre anteposto gli interessi nazionali a quelli continentali, che hanno portato il continente sull’orlo della dissoluzione, poiché hanno bloccato lo sviluppo della costruzione europea, dopo ben due guerre mondiali che hanno avuto come epicentro l’Europa, ci vincolano all’Euro e sono contro qualsiasi evoluzione in senso federalista. Essi sono oggi gli alleati più fedeli dei populisti di destra, nazionalisti e xenofobi, che stanno emergendo qui e là, che si stanno organizzando anche in Italia (Salvini e l’estrema destra, certamente, ma che dire di Grillo e dei 5 stelle, alleati in Europa di Farage?), e che nella primavera inoltrata si misureranno pericolosamente nelle elezioni francesi. E tutti insieme sono di fatto alleati con Theresa May che, per quanto la riguarda, l’idea europea l’ha già distrutta in nome della ‘piccola’ Bretagna.

Cosa significa tutto ciò per noi?

Che Brexit è dannosa non solo per quei 600.000 italiani che studiano o lavorano in Gran Bretagna e che potrebbero trovarsi in una condizione di patente inferiorità, magari costretti a rimpatriare modificando i loro progetti di vita.

E’ dannosa per l’insieme del processo di costruzione di un’Europa federale, l’unica realtà in grado di rompere le prigioni nazionalistiche che sono costate, nel secolo scorso, milioni di morti e la scomparsa in tutto l’Occidente dell’idea stessa di progresso.

Per quanto ci riguarda, volgere la testa dall’altra parte e non affrontare i problemi che ‘qui ed ora’ si pongono illudendosi che la buriana passerà da sola, significa ritornare a quei tempi là, al pericolo di confronti armati dagli esiti sempre catastrofici (la Jugoslavia, per non scomodare sempre le guerre mondiali, non è poi così lontana, sia nello spazio, sia nel tempo).

europa unitaE non volgere la testa dall’altra parte significa oggi mettere in evidenza la contraddizione insanabile tra l’idea e la pratica dell’Europa federale e le prigioni nazionalistiche, nelle loro diverse gradazioni.  Non è nazionalista solo lo xenofobo che alimenta la paura del diverso invece di cercare nuove forme di convivenza che possono arricchire tutti economicamente, culturalmente e umanamente, e pretende di fermare, col suo ditino, o con qualche cazzuolata di cemento, le maree degli uomini e delle donne che si spostano nel mondo. E’ nazionalista anche chi non accetta cessioni di sovranità politica ad un’Europa federale, con istituzioni politiche funzionanti, mantenendo in capo alla ‘nazione’ il diritto di decidere sul niente, dato che ormai la globalizzazione è uscita dai confini nazionali. Il nazionalista al quale mi riferisco è contrario non solo all’idea di federazione europea, ma a qualsiasi idea di autonomia territoriale all’interno del proprio Stato Nazione, per paura di una dispersione dei poteri. E’ contrario anche a qualsiasi riforma istituzionale all’interno degli Stati nazionali che renda più efficiente lo Stato e risponda all’evidente necessità di risolvere la crisi della democrazia rappresentativa associando i cittadini ai processi decisionali.

Ecco perché per andare veramente avanti in Europa è necessario decidere come si sta dentro i processi di globalizzazione (economica, politica, sociale, culturale) facendo maturare una nuova ‘visione’ del processo di unificazione europea e, nello stesso tempo, di ricostruzione dei processi democratici su base territoriale, a costo di rivedere tutto quanto è stato fatto finora.

E Brexit, a causa di ciò che comunque modificherà nel nostro modo di essere, ce ne offre l’occasione.

Non so se, come dice Emanuele Severino su ‘Repubblica’ del 19 marzo, “l’Europa è nata vecchia ed il suo destino è segnato dal destino dell’Occidente”.  So invece che, fra qualche giorno, non dovremo limitarci a celebrare i sessant’anni dei ‘Trattati Roma’, ma dovremo cercare concretamente di recuperare, nelle condizioni di oggi, le idee di quei visionari che sessant’anni fa innescarono il processo di costruzione di un’Europa federale, per metterla al riparo dall’autodistruzione, dopo due terribili guerre fratricide

Lanfranco Scalvenzi

Un’utopia necessaria: la partecipazione

Dopo gli attacchi terroristici in Francia c’è una grande attenzione su ciò che accade nella vita quotidiana delle periferie e dei quartieri popolari. Si osservano le condizioni reali delle comunità locali, ma ci si interroga anche sui comportamenti delle persone che le compongono. Si teme che piccole scelte individuali possano tradursi in fatti politici il cui impatto va ben oltre la dimensione locale. L’occasione è tragica, ma il metodo di guardare alla dimensione micro per capire cosa accade in una dimensione più grande è valido. Vediamo come e perché.

periferieA Roma le dimissioni dell’ex Sindaco Marino hanno scatenato una discussione diffusa sui mali della città e sull’urgenza di affrontarli. Ci sono stati e ci saranno, nell’approssimarsi delle elezioni, molti convegni più o meno partecipati. Qualcuno si è già spinto a dire che c’è bisogno di una nuova classe dirigente (riferendosi anche alla Società civile, non solo a quella politica), addirittura di una nuova ‘oligarchia’ (De Rita), intendendo forse una nuova ‘elite’. Come può nascere una nuova classe dirigente senza la partecipazione diretta dei cittadini alla definizione di una nuova idea di città, quartiere per quartiere, magari partendo proprio dalle periferie? Forse attraverso il riciclaggio della vecchia classe dirigente obsoleta e impotente nella vita pubblica, ma abilissima nella difesa dei propri interessi privati economici e di potere? Le nuove classi dirigenti, nella nostra epoca, sono il frutto di processi, a volte anche tumultuosi e cruenti. Esse si formano ponendosi alla testa delle trasformazioni di una data Società e di un dato assetto dei poteri, e riescono a determinarle con la partecipazione concreta dei cittadini, che non sono solo dei numeri da infilare nelle statistiche.

democrazia deliberativaRoma, come tutti ormai sanno, non è più quella ‘stupenda e misera città’ della quale scriveva Pasolini, una città dai tremendi squilibri, ma in tumultuosa crescita economica e culturale, con un tessuto sociale definito e leggibile. Non è più nemmeno la città delle estati di Nicolini, che furono tentativi riusciti di porla al centro dell’attenzione del mondo per la sua verve e capacità di innovazione culturale. Ora è fortemente degradata, sia sul piano ambientale, sia su quello della cultura e della morale civili. E la democrazia vi latita.

Eppure molti osservatori rilevano che nelle nostre sterminate periferie non c’è solo degrado e isolamento, ma anche creatività sociale e voglia diffusa di essere città per migliorare le proprie condizioni.

La professoressa Marianella Sclavi, esperta di tecniche partecipative, ha studiato diverse esperienze di partecipazione reale dei cittadini alla progettazione urbana nel Bronx a New York, nella città di Chelsea, nei pressi di Boston, ma anche in alcuni quartieri di Milano e di Torino. Si tratta di esperienze che si vanno facendo da una trentina d’anni, soprattutto nel mondo anglosassone, dove i partiti hanno una scarsa presenza territoriale ed è necessario costruire un rapporto diretto tra le amministrazioni e i cittadini. Si sono sperimentate e sviluppate delle metodologie interessanti che rispondono al nome di “Democrazia Deliberativa” e che hanno il pregio di sapersi adattare alle diverse situazioni. La cosa veramente importante è che i cittadini e le amministrazioni abbiano la capacità di ascoltarsi con la convinzione che chi la pensa diversamente non è un nemico da abbattere, magari col voto, ma una risorsa che si aggiunge. Altra cosa fondamentale è l’intenzione condivisa (sia dai cittadini, sia dalle amministrazioni) di avviare processi di co-decisione perché lo scopo è quello di aumentare la soddisfazione sociale per le decisioni pubbliche per evitare sia le ritorsioni di quelli che si sentono penalizzati sia il rinvio alle ‘Kalende greche’ , dell’attuazione di qualsiasi progetto di importanza pubblica.

cittadini attiviE’ evidente che la Democrazia Deliberativa non sostituisce la Democrazia Rappresentativa, ma la integra e l’aiuta a uscire dal ‘cul di sacco’ nel quale i partiti, laddove esistono, come da noi, l’hanno portata, per la loro insipienza, per l’incapacità di comprendere i mutamenti sociali e culturali ed il conseguente distacco dalle esigenze reali delle popolazioni.

Utopie? No, già oggi numerose associazioni operano nelle nostre città seguendo quei principi. Il salto di qualità da fare è anche di quantità nel senso che i processi partecipativi devono diventare una modalità ordinaria di assunzione delle decisioni di rilevanza pubblica che, ad essere chiari, si dovrebbero chiamare col loro vero nome: decisioni politiche. E tutta questa attività, insieme all’indispensabile componente strategico-progettuale si chiama politica tanto per ridare sostanza a termini spesso trascinati nel fango da comportamenti disonesti e individualistici .

No, non si tratta di utopia, ma ormai di una necessità.

Lanfranco Scalvenzi