Riflessioni sul referendum costituzionale

vittoria-del-no

Mettiamo subito una cosa in chiaro: il quesito referendario ha giocato un ruolo marginale nella dinamica del voto e figura agli ultimi posti nell’elenco dei fattori che ne hanno determinato il risultato.

Due mi sembrano i fattori principali che hanno predisposto il successo travolgente del no.
Il primo è quello che potremmo considerare come la matrice di ciò che è successo ai seggi: un’Italia infelice. Il paese vive da decenni un processo di declino, cui nel 2008 si è aggiunta la crisi prima finanziaria e poi economica che ha investito l’economia globale.

declino-italiaI ceti che un tempo costituivano il nerbo economico e politico del paese si sono impoveriti e hanno sperimentato una progressiva perdita di ruolo, a partire dal mondo del lavoro. Il presente si è fatto grigio, il futuro si è fatto fosco e, soprattutto, incerto. I primi a risentirne sono stati i giovani, che si sono scontrati con un mondo del lavoro che non risponde alle loro aspettative sotto tutti i punti di vista, dalla qualità degli impieghi offerti, all’entità, spesso risibile, delle remunerazioni, alle prospettive di carriera. Nel sud del paese, probabilmente, questi problemi sono stati aggravati da inerzie e arretratezze secolari. L’impatto delle grandi ondate migratorie ha fatto il resto. Il clima sociale si è fatto pesante e si è rafforzata l’atavica tendenza a chiedere a chi comanda, talora a pretendere, la soluzione dei propri problemi.

Due aspetti rendono la percezione di questo stato di cose ancora più pericolosa. Da un lato, il fatto che la politica non ha registrato in tutta la sua gravità lo stato di declino e non l’ha quindi portato alla coscienza degli interessati, inducendoli a credere che si trattasse di difficoltà transitorie. Che i problemi dell’Italia sono profondi e vengono da lontano sono in pochi a percepirlo con la dovuta chiarezza. Ancora meno percepito, dall’altro lato, è il fatto che la soluzione dei problemi in cui versa l’Italia, da quelli economici, a quelli politici e istituzionali, a quelli culturali, richiede tempi lunghi e una visione prospettica che nessuno in questo momento mostra di avere.

matteo-renziIl secondo ha a che vedere con la figura dell’uomo – Matteo Renzi – che, seppur in maniera confusa, discontinua e anch’essa priva di una visione, questi problemi ha cominciato ad affrontarli. L’inevitabile personalizzazione, in tempi di partiti evanescenti, che inizialmente ha suscitato la sensazione di avere finalmente trovato una guida capace di affrontare la crisi, si è a poco a poco rovesciata in una demonizzazione, alimentata anche dal fatto che alcuni obiettivi basilari, come la crescita economica, l’occupazione, che il premier ha maggiormente enfatizzato, non sono alla portata di nessuno governo attuale e futuro che si trovi a operare nelle condizioni di un paese come l’Italia.

I governi, in generale, possono fare poco, al di là delle narrazioni, e quel poco richiede tempo e mosse azzeccate. Ci vogliono equilibrio e pazienza, due ingredienti che non erano a disposizione né del premier né degli elettori. I cittadini, gli elettori, aspettavano, pretendevano il miracolo e il miracolo non è arrivato, semplicemente perché non poteva arrivare. Quel poco che è arrivato, perché qualcosa è arrivato, era ben lontano dalla dimensione del miracolo atteso.

uomo-solo-al-comandoIn un regime politico come quello attuale, in cui non ci sono più i partiti a dare continuità e prospettiva all’azione di governo, i premier-star diventano usa e getta. Il tempo di metterli alla prova e poi, se non funzionano, come è molto probabile che avvenga, si buttano. Questo è il loop mortale che imprigiona le nostre democrazie. Non aiuta il fatto che ci sia una popolazione infelice e quindi arrabbiata, ma anche e soprattutto confusa, disorientata, che si muove sempre più sulla base degli umori acclamando presunti salvatori della patria che nel giro di poco tempo diventano nemici da abbattere.

Naturalmente, è un quadro approssimativo e disegnato con tratti molto grossolani, ma ritengo che aiuti a porre nella giusta prospettiva quello che è successo domenica scorsa. Se il contesto politico non offre prospettive da perseguire e metodi o pratiche da adottare, che consentano ai cittadini di dividersi e di dibattere “politicamente”, ci può essere solo una forte pulsione a identificarsi nel no, che ha l’enorme vantaggio di accogliere tutte le motivazioni possibili, senza, apparentemente, addossare nessuna responsabilità. Non è un caso che in molti abbiano votato no a prescindere, per dare un segnale, senza alcuna preoccupazione per le conseguenze e, ancor meno, per le soluzioni da ricercare il giorno dopo la sfogo.

veritaQuesto è il punto a cui siamo. La vita non si ferma, tanto meno quella politica e, dunque, qualcosa succederà, qualcosa si farà. Compariranno nuovi leader o, peggio, ricompariranno quelli vecchi. Ma, sempre, senza aver prima fatto un bagno di verità collettivo in cui tutti, politici e cittadini, si dicono come stanno davvero le cose; e senza aver fatto lo sforzo di costruire una visione, in cui i cittadini possano riconoscersi e possano tornare a scegliere con la testa, lasciando la pancia ad altre, pur nobili, funzioni.

Un grande psicologo ed economista, Daniel Kahneman, ci ha insegnato che la “pancia” è un impulso primordiale che ci aiuta a decidere velocemente in situazioni di pericolo, in cui ne va della sopravvivenza. È con la “pancia” che l’uomo primitivo ha affrontato le prime fasi dell’evoluzione. Poi la vita si è fatta più complessa, si sono formate quelle aggregazioni sempre più complesse che sono le società moderne e l’uomo si è progressivamente attrezzato con una “testa” sempre più raffinata, che prende decisioni ponderate, che richiedono tempo. Forse oggi abbiamo bisogno di tutt’e due queste capacità, ma se ci fermiamo alla “pancia” non andiamo da nessuna parte e le decisioni che contano, alla fine, le prenderanno quelli che usano la “testa”.

Lapo Berti

La collusione politica economia burocrazia (di Lapo Berti)

intreccio politica imprese burocraziaAppare intuitivo, oltre che dimostrato dalla storia, che quanto più si amplia l’area d’intervento del governo e dell’amministrazione e si accresce la dimensione delle risorse intermediate dal sistema pubblico, tanto più aumenta la tendenza delle imprese a ricercare opportunità di guadagno tramite rapporti collusivi con coloro che detengono il potere di emanare norme o erogare risorse monetarie. E, come ci ha fatto osservare Mancur Olson più di trent’anni fa, tale processo è ulteriormente intensificato dalla presenza diffusa e consolidata di gruppi d’interessi particolari, impegnati a conquistare quote crescenti di reddito piuttosto che ad accrescerne l’ammontare. Il risultato sarà una riduzione progressiva della produttività totale dei fattori e, quindi, della capacità di produrre reddito ossia un progressivo restringimento del prodotto sociale. Che è esattamente ciò che si osserva, da qualche decennio, nel contesto italiano. La balcanizzazione e il generale indebolimento della rappresentanza hanno giocato un ruolo decisivo.

Tipicamente, il sistema prevede l’interazione, spesso, ma non necessariamente, condizionata da comportamenti collusivi, fra tre soggetti: il politico, cui fa capo il controllo sulle risorse pubbliche, la banca, che ne è, per così dire, il braccio armato, e l’impresa, che deve assicurare il flusso di favori economici che chiude il cerchio. Un’altra versione del modello prevede solo un rapporto di scambio fra legislatore e impresa, avente a oggetto l’emanazione di norme capaci di costituire posizioni di vantaggio a favore dell’impresa, generalmente tramite limitazioni della concorrenza.

rendite protette dalla politicaNaturalmente, ci sono tanti modi per essere o mettersi in condizione di ricavare una rendita vendendo una risorsa resa artificialmente scarsa a un prezzo che può essere fissato arbitrariamente oppure amministrando l’accesso a una risorsa di cui si ha la disponibilità esclusiva. Ma il caso che qui ci interessa maggiormente è quello che origina da un intervento dell’operatore pubblico, attraverso norme e regolamenti ad hoc, concessioni, ecc. Lo stato e i suoi funzionari, il governo, i partiti e gli uomini politici, i sindacati e i loro esponenti sono i principali complici, spesso i promotori e i difensori del sistema delle rendite. Le imprese, a loro volta, insieme con determinati gruppi di lavoratori o anche singoli attori, sono i principali beneficiari del sistema delle rendite e, quindi, non solo lo subiscono, più spesso lo accettano, talora lo cercano, addirittura lo avallano.

intreccio politica inefficienteÈ qui, in questo intreccio perverso fra potere politico ed economia che inevitabilmente si annida la malapianta della corruzione. Rendita e corruzione vanno di pari passo, anche se fra l’una e l’altra non sussiste alcun nesso causale. L’una è il brodo di cultura della seconda; la seconda si alimenta della prima. Tutt’e due affondano le loro radici nella dimensione esorbitante dell’intervento pubblico nell’economia, nel ruolo crescente che, dai tempi lontani dell’unità nazionale, lo stato ha avuto nel finanziamento della produzione, nella distribuzione del reddito e, in generale, nell’intermediazione delle risorse. Un corollario di questa endiadi è il clientelismo ossia il fenomeno sociale che descrive il modo in cui ci si relaziona all’interno di un sistema in cui vige la rendita e domina la corruzione. In cambio della partecipazione, generalmente modesta, alla distribuzione della rendita, gruppi di cittadini si acconciano a rinunciare alla loro indipendenza e autonomia politica, cedendo il consenso agli amministratori delle rendite. Il sistema democratico ne risulta pesantemente indebolito, se non compromesso.

È importante comprendere il carattere sistemico di questi fenomeni e i nessi che li legano inscindibilmente, perché questo ci dice che la lotta per cancellarli non è solo questione di qualche norma in più o più severa, ma esige l’impegno per un cambiamento di sistema, che investa il modus operandi dei principali attori economici, politici, sociali. Ciò implica un intervento radicale sulla macchina dello stato, sui modi in cui viene esercitata l’azione di governo, sia a livello centrale che locale, passando per una drastica riduzione del ruolo d’intermediazione dei politici e degli amministratori e per un sostanziale ricambio e ridimensionamento della dirigenza, troppo compromessa con il sistema di potere che gestisce le rendite e che pratica la corruzione per essere oggetto di riforma.

Lapo Berti (terzo di tre articoli) tratto da www.lib21.org

L’Italia nella palude: il concetto di rendita (di Lapo Berti)

rendite in ItaliaCon una certa approssimazione si può affermare che vi è la possibilità di estrarre una rendita tutte le volte che i meccanismi caratteristici di un mercato aperto e concorrenziale sono o vengono messi fuori gioco, ogni volta che viene accordato un privilegio il cui effetto è di falsare la concorrenza. I casi tipici sono quelli in cui un’impresa riesce a ottenere una posizione dominante sul mercato tale da consentirgli di fissare i prezzi a suo piacimento, senza essere condizionata dalla concorrenza; oppure quelli in cui lo stato, con un proprio provvedimento, istituisce un monopolio, non importa se poi esso venga assegnato a un operatore privato o pubblico.

Possiamo, dunque, distinguere fra una “rendita di mercato” e una “rendita non di mercato”.

La rendita di mercato è, per così dire, fisiologica nei processi di mercato. Nel breve periodo, la linea di demarcazione fra ricerca della rendita (rent seeking) e ricerca del profitto (profit seeking) è molto labile e difficile da definire concretamente. In qualunque industria, le imprese, piccole o grandi che siano, sono costantemente protese a ricercare quell’innovazione che gli consenta di acquisire un vantaggio competitivo nei confronti delle imprese che operano nel medesimo mercato. Nella misura in cui vi riescono, ne ricaveranno un extra-profitto (o rendita) di entità superiore al guadagno imprenditoriale (profitto “normale”) delle imprese concorrenti. In un mercato competitivo, tuttavia, la pressione della concorrenza sarà tale da azzerare tale extra-profitto in un arco di tempo sufficientemente breve da impedire che la configurazione del mercato ne risulti stabilmente alterata. È questo il modo tipico in cui opera il meccanismo concorrenziale nella realtà.

concetto di renditaL’impresa che ha acquisito un extra-profitto, tuttavia, potrà essere tentata di renderlo stabile e permanente non solo reiterando la dinamica innovativa, che è un comportamento per così dire fisiologico, ma anche ponendo in atto strategie che gli consentano di mantenere la posizione di vantaggio acquisita sottraendosi alla logica concorrenziale. Si tratta, tipicamente, delle strategie che ricadono sotto i divieti della legislazione antitrust: acquisizioni, accordi, barriere all’entrata. Potrà, inoltre, tentare di ottenere protezione, normative favorevoli, esclusive, ecc. da parte dei decisori politici. Ma con ciò siamo, concettualmente, nel caso successivo.

La rendita non di mercato richiede, invece, l’ingresso sulla scena dello stato in tutte le sue articolazioni ovvero il governo e l’amministrazione pubblica e del sistema della rappresentanza politica. La maniera più semplice, chiara e generale di definire il concetto di rendita in questa accezione è di sottolinearne il carattere di reddito derivato, che non rappresenta creazione di nuova ricchezza, ma costituisce un prelievo sulla ricchezza già prodotta, chiunque l’abbia prodotta. Questa definizione ha il pregio di mettere subito in rilievo la valenza negativa che inerisce alla rendita in una visione della distribuzione del reddito giustificata dall’apporto produttivo di ciascuno.

conquista privilegiIl processo che pone in essere una rendita non di mercato può originare sia dal lato dell’operatore pubblico sia dal lato degli agenti economici sia da quello di intermediari politici, ma consisterà sempre nell’istituzione di un privilegio esclusivo a favore di un determinato soggetto economico per il tramite del potere di cui dispongono, direttamente o indirettamente, i membri del governo, dell’amministrazione pubblica o dei partiti. Il processo che genera la rendita, in questo caso, può assumere le forme più svariate. Può trattarsi della concessione di un privilegio, come l’accesso esclusivo a una determinata risorsa o l’esercizio in esclusiva di una determinata attività; può trattarsi di acquisti effettuati dalla pubblica amministrazione a prezzi superiori a quelli di mercato o di salari e stipendi sensibilmente più elevati della media erogati ai dipendenti di imprese che fanno capo all’operatore pubblico; può trattarsi anche di una tassazione che privilegia ingiustificatamente determinati gruppi di persone o di operatori economici.

Lapo Berti – (secondo di tre articoli) da www.lib21.org

Il cancro che divora l’Italia: l’attrazione fatale della rendita (di Lapo Berti)

Italia logorataLa rendita rappresenta un elemento costitutivo, strutturale, del modello capitalistico italiano, e non una semplice perversione. La centralità della rendita affonda le sue radici nelle origini stesse del capitalismo italiano post-unitario; è figlia, non necessaria, dell’intreccio fra intervento statale e sviluppo capitalistico che caratterizza le nazioni che si immettono tardivamente sul sentiero dell’industrializzazione, come l’ Italia e la Germania.

In Italia, diversamente dalla Germania dove pure l’intervento statale nell’economia è ampio e articolato, la ricerca del profitto, che è l’anima e la ragion d’essere di una classe di capitalisti, assume ben presto e stabilmente la forma della ricerca della rendita ovvero di un guadagno garantito dalla tutela statale e coperto dalle risorse che lo Stato è in grado di sottrarre alla collettività per indirizzarle verso lo sviluppo industriale.

ceto politico corrottoNasce in questo contesto, e non importa qui stabilire quale sia il rapporto di causa ed effetto, un ceto politico, destinato a imporsi e a permanere, che trae il suo potere dall’intermediazione clientelare di risorse pubbliche, in primo luogo nei confronti delle imprese, ma poi, sempre più, anche nei confronti di determinati ceti sociali. Imprenditori e capitalisti di ogni ordine e grado si piegano volentieri a questo rapporto di sudditanza nei confronti del ceto politico e amministrativo in cambio di una tranquillità di prospettive che la competizione sui mercati, specialmente esteri, non sarebbe mai in grado di offrire. Si forma quel modello di capitalismo che viene pudicamente definito “relazionale” o, più brutalmente e significativamente, “clientelare” (Zingales).

Come insegna la dottrina del rent-seeking, la ricerca di privilegi e di protezioni atti ad assicurare rendite genera costi, al netto di quelli della corruzione che pure ne viene incentivata, i quali gravano sull’efficienza complessiva del sistema economico. Una quantità considerevole, e tendenzialmente crescente, di risorse viene investita non a fini produttivi, ma distributivi, non per creare prodotto aggiuntivo, ma per appropriarsi di una quota crescente del prodotto dato. La ricerca di protezione e di favori da parte dei titolari del potere pubblico diventa cultura diffusa; investe anche il mondo del lavoro. Soffoca lo stimolo a intraprendere; fa venire meno gli incentivi alla ricerca e all’innovazione. Il sistema nel suo complesso risulta appesantito da una quantità di oneri impropri, la cui mole, nel caso italiano, è icasticamente approssimata dal peso attuale del debito pubblico. L’economia nel suo complesso imbocca il sentiero del declino.

Lapo Berti – (primo di tre articoli) da www.lib21.org

Fare con poco (di Lapo Berti)

fare con pocoFARE CON POCO è uno slogan che ha un sapore antico, che ci riporta ad altre stagioni della nostra storia, al dopoguerra, agli anni cinquanta, quando tutto doveva essere ricostruito e reinventato, quando c’era una gran voglia di fare e di crescere, ma le risorse erano poche e i soldi ancora meno.

Riproporre oggi la “parola d’ordine”, FARE CON POCO non è un ritorno al passato, il recupero, in chiave nostalgica, di un mondo che ancora oggi ci colpisce e ci sorprende per l’energia che fu capace di scatenare, convogliandola in realizzazioni di ogni tipo, dalle grandi imprese industriali, alle grandi infrastrutture, alle geniali intuizioni che dettero vita al “Made in Italy”. Non è uno slogan pauperistico, non è un elogio dell’austerità. È, piuttosto, un invito alla sobrietà, al senso dell’equilibrio, alla consapevolezza del limite.

futuroFARE CON POCO è una sfida rivolta al futuro. Noi vogliamo che sia l’annuncio di una svolta verso un futuro possibile, ma anche necessario. Un futuro in cui l’ossessione della quantità, che è stata la cifra del ciclo di sviluppo che abbiamo alle spalle, ceda il passo al gusto per la qualità e la qualità della vita diventi l’obiettivo principale di chi produce, di chi fa e pensa l’economia. Vorremmo, più in generale, che FARE CON POCO diventasse uno stile di vita, il fulcro di una nuova cultura del vivere in società.

FARE CON POCO è l’appello che nasce dalla consapevolezza, maturata in questi anni di crisi, che dobbiamo operare un cambiamento profondo nei modi in cui funziona il sistema economico che alimenta le nostre società e che questo cambiamento non può venire dall’alto. Nessun governo, per quanto benevolo, ce lo può regalare. Può solo nascere da una trasformazione radicale dei nostri stili di vita e, dunque, da una mutazione profonda del nostro orizzonte culturale. Non è vero che l’economia determina tutto, anche se la forza d’inerzia delle scelte economiche compiute dal manipolo di persone che costituiscono l’oligarchia economica e finanziaria del capitalismo globale è poderosa e appare potenzialmente capace di travolgere tutto. Alla fine, tuttavia, sono le scelte disperse di miliardi di persone che giorno dopo giorno forniscono la convalida di quel modello, ma possono anche cominciare a decretarne la fine. C’è un’opera immane di educazione da fare, un lavoro di riorientamento delle coscienze.

limite sviluppoFARE CON POCO significa, in primo luogo, incorporare nella dimensione economica il senso del limite, la consapevolezza che il nostro mondo finito non può più accogliere una crescita infinita. Significa, dunque, ripensare un modello di sviluppo incentrato sulla crescita quantitativa delle merci prodotte, sullo sfruttamento indiscriminato delle risorse, sull’indifferenza per i destini del pianeta. Sappiamo dove quel modello ci ha portato, inseguendo il miraggio del paradiso in terra che ha segnato il destino della prima modernità, seppellendola alla fine sotto un ammasso informe e senza senso di merci spesso inutili, brutte, dannose, inquinanti. Abbiamo creduto che la crescita senza fine delle merci e del reddito che ci consentiva di acquistarle fosse la sostanza del nostro benessere, il segreto della felicità. Oggi ci accorgiamo, talora con stupore, con incredulità, che non è così, che la felicità abita altrove, al di fuori delle cose, in quell’interiorità dell’uomo cui occorrerebbe tornare. FARE CON POCO può essere la soluzione, perché ci aiuta a riportare il mondo delle merci nella dimensione che gli è proprio, di ausilio funzionale della vita dell’uomo in società, scalzandolo dalla posizione di moloch che tutto domina e tutto divora.

innovazioneFARE CON POCO significa fare appello all’innovazione perché ci fornisca gli strumenti per perseguire una vita di qualità senza devastare il pianeta. Occorre riorientare la ricerca perché si concentri sulla necessità di soddisfare i bisogni degli uomini nella maniera più efficiente in una prospettiva non effimera, non dettata dall’esigenza di mantenere in moto il ciclo produttivo. Quindi uso accorto delle risorse, affidabilità, durata dei prodotti, con l’obiettivo di un loro riciclo per non sovraccaricare l’ambiente di quella massa di rifiuti da cui oggi è sommerso il pianeta.

democrazia dei cittadiniFARE CON POCO richiede, inoltre, cittadini consapevoli capaci di essere consumatori responsabili che usano il mercato per affermare le loro esigenze e non si lasciano travolgere da una comunicazione pubblicitaria che è più uno strumento di prevaricazione che d’informazione, come dovrebbe essere.

FARE CON POCO significa, insomma, opporsi alla società dell’ostentazione, all’aumento mostruoso delle disuguaglianze economiche che sta creando una “razza” di superricchi, dotati di mezzi economici e finanziari spropositati, senza alcun rapporto razionale con i fini che possono essere ragionevolmente perseguiti su questa terra.

FARE CON POCO, infine, dovrebbe anche diventare il motto che regola la vita politica, per tagliare finalmente il legame fra denaro e politica che ha finito per stravolgere tutti i meccanismi della democrazia rappresentativa, consegnando gli eletti al richiamo fattosi irresistibile della ricchezza e del potere e lasciando gli elettori privi di qualsiasi potere di scelta e di controllo. Una democrazia funzionante può vivere solo se la politica impara a FARE CON POCO.

Lapo Berti da www.lib21.org

Lib21 con NeXt e la Consulta Professione Junior dell’Ordine degli architetti di Roma organizza presso la Casa dell’Architettura, Piazza Manfredo Fanti 47, Roma, un ciclo di tre incontri sul tema “VOGLIA DI FUTURO – Qualità della vita è…”. Si comincia lunedì 28 ottobre, alle ore 17.00 con il tema FARE CON POCO

Senza controllo democratico il capitalismo diventa corrotto (di Lapo Berti)

“Senza un sano controllo democratico il capitalismo diventa corrotto. Questa corruzione non si risolve sopprimendo il mercato, ma rendendo il mercato più trasparente, più competitivo, più… vero mercato”. Lo afferma Luigi Zingales, uno degli esponenti di spicco del neo-liberalismo italiano, docente all’Università di Chicago. Un segnale importante, anche se, apparentemente, senza sbocchi possibili

L’occasione per questa riflessione allarmata è data dall’ennesimo scandalo che sta scuotendo il mondo, e la credibilità della finanza internazionale, quello del Libor, oggetto sconosciuto ai più, ma di grande importanza per il funzionamento del mercato finanziario globale. Il Libor (London Interbank Offer Rate) è per il dollaro quello che l’Euribor è per l’area euro: il tasso di interesse di riferimento cui sono indicizzati i mutui immobiliari e i prestiti che le banche fanno alle imprese. Al Libor sono ancorati anche molti prodotti derivati. Il totale di contratti derivati legati al Libor ammonta a circa 350.000 miliardi di dollari. Questo significa che anche un solo punto base di differenza (ovvero un centesimo di punto percentuale) nel Libor si traduce in 35 miliardi di dollari l’anno.

Il Libor viene fissato a Londra dall’Associazione bancaria britannica, che ogni mattina, poco prima delle 11, raccoglie le quotazioni di un pool di 18 banche di primaria importanza, scarta le tre valutazioni più alte e le tre più basse e poi fa la media. Il risultato è quello che diviene il tasso di riferimento. Ora, un’indagine svolta congiuntamente dalle autorità statunitensi e britanniche ha rivelato che le banche si accordavano per fissare il Libor ai livelli che più gli convenivano. Barclays è stata la prima banca ad ammettere la manipolazione e a pagare una sanzione. Toccherà anche ad altre.

Zingales, di fronte a questi fatti di cui riconosce l’inaudita gravità perché minano la fiducia nel funzionamento di un’economia di mercato, si consola osservando che, dopotutto, il Libor non è un prezzo di mercato, ma il risultato di opinioni che si prestano per loro natura a essere manipolate. Resta da chiedersi, e Zingales se lo chiede, “perché un indicatore tanto importante è calcolato in modo così poco serio”. La risposta è decisa e fulminante, ma apre più problemi di quanti ne risolva: “questioni di potere. L’Abb e i suoi associati vogliono mantenerne il controllo. Per questo hanno ostacolato qualsiasi cambiamento. Il mercato, con le regole giuste, funziona. Ma chi ha l’interesse che le regole siano giuste? Non le grandi banche, che guadagnano dalle inefficienze, né i regolatori, che hanno preferito ignorare il problema”. E allora?

La vera domanda ce la poniamo noi: come si fa a impedire che si formino queste aggregazioni di potere capaci di stravolgere il funzionamento dei mercati, di assoggettare i governi e di condizionare la politica distorcendo il processo democratico? Chi e come assicura che il capitalismo, e in particolare il capitalismo finanziario globale, funzioni secondo regole compatibili con un regime democratico? Chi e come instillerà nel capitalismo il principio del limite e sarà in grado di farlo rispettare? “Serve un controllo democratico”, dice Zingales, e per dare forza all’affermazione aggiunge: “Lo dico da liberista”. Ma è una risposta al limite dell’ingenuità e dell’impotenza, perché non si dice e non si sa come questo controllo si potrebbe esercitare. Allora bisogna dire con chiarezza che è l’intera cornice istituzionale entro cui dovrebbe funzionare il capitalismo che va ripensata radicalmente. Questa è la vera sfida degli anni che vengono. E solo così si può pensare di uscire dal mondo delle crisi che abbiamo vissuto e che stiamo vivendo, prodotte da un capitalismo irresponsabile.

Lapo Berti da www.lib21.org

Un passato che non passa e un futuro che non viene: in balia del declino (di Lapo Berti)

Punto 1. Diciamo subito la cosa che più conta. L’Italia non è vittima di una crisi economica venuta dall’esterno, per colpe e responsabilità non sue, come recita una vulgata variamente condivisa e colpevolmente diffusa dal mondo politico. Certo, c’è anche questo e pesa. Ma l’Italia è, prima di tutto, presa nelle spire di un declino che sta progressivamente soffocando la sua vita economica. Non è un processo iniziato ieri e nemmeno l’altro ieri.

E’ l’approdo sciagurato di una trasformazione del paese che non c’è stata, a causa di un sistema politico incapace di esprimere una visione strategica e di un ceto politico incapace di riformarlo. Quella metamorfosi possibile e necessaria, che il nostro paese aspetta da almeno un trentennio, è stata sostituita da una degenerazione progressiva della vita pubblica, colonizzata e asservita da poteri privati che si sono fatti sempre più arroganti e predatori, assecondati da un ceto politico sempre più succube, corrotto, e disponibile ad anteporre l’obiettivo della propria sopravvivenza a qualunque accezione del bene pubblico.

Punto 2. Il declino dell’Italia, a partire dal suo sistema economico viene da lontano. Inizia con la fine del modello di economia mista cui si devono gli anni del miracolo economico. Quel modello aveva le sue radici nel corporativismo fascista che si era tradotto in un poderoso apparato economico pubblico guidato da una tecnocrazia abile ed efficiente. Passata la guerra quel modello fu mantenuto, si sviluppò con la grande espansione delle partecipazioni statali e delle banche pubbliche e riuscì a realizzare, negli anni ’50 e ’60, la ricostruzione del Paese.

Negli anni ’70 finì quella fase; il sistema politico non ebbe evoluzione perché congelato dal contesto della guerra fredda con le stesse forze politiche “condannate” a governare per tenere lontani i comunisti dal potere e si crearono le condizioni perché la stagnazione del sistema cominciasse a produrre i germi della corruzione che avrebbero impedito all’Italia di diventare un paese normale.

All’inizio degli anni ’90 Tangentopoli non fu la prima, ma l’ultima manifestazione della degenerazione del modello di economia mista incentrato sul sistema delle banche e delle grandi imprese pubbliche. A capo di quel sistema si affermò un ceto politico che trovò nella capacità di sfruttarne tutte le opportunità (in termini di ricchezza e di potere) il terreno di un’alleanza con una parte del mondo imprenditoriale, con i gruppi dirigenti degli apparati dello Stato e con i vertici delle aziende pubbliche. Questa alleanza è stato finora il nucleo duro del blocco di potere che ha gestito un sistema ormai privo di regole e basato sull’impunità dei gruppi di comando. La componente sociale che si raggruppò intorno al blocco di potere fu costituita da quei gruppi sociali che ricavarono cospicui vantaggi in termini di redistribuzione del reddito (realizzata anche con l’evasione fiscale e con benefici di vario tipo tutti  a carico della spesa pubblica). Questo intreccio definisce la specificità del caso italiano.

Punto 3 . Per questi motivi anche ammesso (e non concesso) che qualche governo tecnico ci porti fuori dalla crisi, il nostro destino resterà inscritto nella traiettoria del declino le cui cause risiedono in primo luogo nell’inadeguatezza del sistema politico, prima ancora che nell’arretratezza del sistema economico.

I “luoghi” di incubazione del declino sono presto individuati: la grande industria pubblica che ha prosperato in regime di monopolio all’ombra delle maggioranze di governo; i servizi pubblici locali, riserva di caccia dei potentati locali; una parte dell’economia privata, abituata a vivere in simbiosi con il potere pubblico; una parte consistente del mondo delle professioni; gran parte della classe politica resasi inamovibile con la manipolazione delle regole del sistema democratico e con l’uso distorto della spesa pubblica.

Punto 4 . Anche le parti più dinamiche e più sane della società e dell’economia italiana, sono state costrette a rinunciare ad esprimere una nuova classe dirigente e a porre le basi di un nuovo sistema-paese. In questo modo si è imboccata la strada della conservazione rinunciando a quei cambiamenti che avrebbero dovuto mettere l’Italia in condizione di affrontare le sfide della globalizzazione. Il vecchio modello di economia che ha funzionato fino agli anni settanta è morto e sepolto, ma il blocco di potere che con esso si è formato e che gli è sopravvissuto tiene ancora in mano le sorti del paese e, soprattutto, impedisce che si formi un nuovo blocco sociale, capace di portare a compimento la modernizzazione della società e dello Stato e il passaggio a un modello di economia che renda sostenibile il capitalismo.

Punto 5 . In questi giorni la politica italiana travolta dagli scandali, delegittimata dall’incapacità e dall’inefficienza, svuotata di ogni capacità d’iniziativa e, soprattutto, dell’energia necessaria a produrre una svolta capace di rigenerarla, sembra quasi in attesa di qualcuno o qualcosa che ne decreti ufficialmente la fine e la esegua. Passaggio non facile, a oggi piuttosto improbabile. E’ tutta qui la drammaticità del momento: un passato che non passa e un futuro che non viene.

La cosa più probabile è anche la meno attraente e, alla lunga, la più dannosa: una deriva senza rotture, ma anche senza prospettive. Il paese continuerà a galleggiare tenuto in vita da tentativi sempre più velleitari di realizzare aggiustamenti di sistema privi di una strategia e faticosamente sorretto dalle energie di quelli che non si arrendono, ma che non hanno ancora il potere di guidare un vero cambiamento.

Punto 6 . L’unica speranza sta in una rigenerazione dal basso, di cui qualche segno si vede: una mobilitazione di energie nuove, di figure sociali non rappresentate, che sappia investire la classe politica attuale e spingerla ai lati della storia per ritrovare un cammino di crescita, civile e culturale prima ancora che economico. Solo una classe dirigente nuova, giovane e dinamica può concepire il cambio di passo e di paradigma che è necessario per sottrarsi alla morsa micidiale di un declino che è ormai inscritto nel destino che noi stessi abbiamo contribuito a determinare e che solo noi possiamo tentare di rovesciare. C’è un bisogno drammatico e urgente di ricambio della classe dirigente che investa tutti i settori, dalla politica alle rappresentanze sociali, agli apparati pubblici, al sistema economico. Ma una nuova classe dirigente non emerge e non si afferma nel vuoto di una crisi. Può solo essere sospinta da una convergenza d’interessi fra tutte le forze che puntano sulla modernizzazione del paese e sul rinnovamento del suo modello economico e sociale. Un evento che all’orizzonte ancora non si vede.

Lapo Berti (una più ampia analisi su www.lib21.org)

La nuova questione sociale che minaccia il futuro

Tre domande a Lapo Berti economista e animatore del sito www.lib21.org sulla nuova questione sociale che lascia milioni di giovani senza lavoro e senza stabilità e che minaccia la stessa convivenza civile

Cosa vuol dire parlare di una questione sociale? Quando e perché comparve questa definizione?

Nella prima metà dell’Ottocento, quando gli effetti sociali della prima ondata d’industrializzazione cominciarono a palesarsi in maniera incontrovertibile, si pose quella che allora fu chiamata la “questione sociale”.

La questione sociale nasceva da uno scandalo, dalla percezione che c’era qualcosa di fondamentalmente sbagliato e, quindi, moralmente inaccettabile in un ordine sociale che, nel momento in cui si era scoperto e realizzato il modo di produrre ricchezza su di una scala mai vista, produceva miseria e sofferenza per un numero crescente di persone tutti riconducibili ad un’unica categoria: i salariati.

Sullo sfondo di questo scandalo, c’era il timore che le classi create dal nuovo ordine industriale, sfuggissero al controllo delle istituzioni e si abbandonassero a reazioni violente nei confronti del sistema che condannava i loro membri alla miseria. In ballo c’era, come sempre c’è, quando si parla di questione sociale, il tema cruciale della coesione.

Fu questa la spinta che dette origine a una serie di interventi che hanno disegnato il panorama sociale in cui ancora viviamo in cui i lavoratori sono diventati il fulcro della democrazia e, soprattutto, il fulcro del sistema economico fondato sui consumi di massa. Lo stato sociale, che è la più grande conquista di civiltà dell’ultimo secolo e mezzo, è il frutto delle lotte e della pressione esercitata da loro (le antiche classi pericolose) ed è, nel contempo, il compromesso che per decenni ha garantito un equilibrio fra l’espansione del sistema capitalistico e la coesione sociale. I salariati, quindi, sono diventati lavoratori e poi, soprattutto, consumatori. Hanno ottenuto il riconoscimento del loro diritto a forme di assicurazione, assistenza e previdenza universali. Questo è il lascito della prima “questione sociale”.

Questo per il passato. Ma oggi come si presenta la nuova questione sociale?

Oggi, nuove forme di vulnerabilità di massa, di precarietà tornano ad affacciarsi sullo scenario sociale. Come quelle antiche, sono il portato di trasformazioni profonde del sistema economico capitalistico, ma hanno tratti diversi, anche se non meno devastanti. Ancora una volta, il fulcro intorno a cui ruota la creazione di condizioni di disagio, di sofferenza, di miseria è il rapporto con il lavoro, con un lavoro che non c’è e crea disoccupazione o, se c’è, è precario, incerto, provvisorio. La precarietà economica si coniuga con l’instabilità sociale, mettendo in questione la coesione della società.

La nuova questione sociale ha i connotati della disoccupazione di massa, nasce dalla precarizzazione delle condizioni di lavoro e dall’inadeguatezza dei sistemi classici di protezione a coprire queste situazioni. E’ plasticamente rappresentata dalla moltiplicazione degli individui condannati a una condizione di precarietà lavorativa, dalla drastica riduzione dello spazio dei diritti inalienabili. Due milioni e mezzo di disoccupati (2.506.000, dati ISTAT marzo 2012), pari a un tasso percentuale del 9,8%, con la disoccupazione giovanile (15-24enni) al 35,9%; più di 2.200.000 giovani fra i 15 e i 29 anni, che non lavorano, non studiano e non seguono corsi di formazione (dati Bankitalia 2010); circa quattro milioni di lavoratori precari, per l’esattezza 3.941.400 (dati CGIA di Mestre, 2011); un numero imprecisato di finte partite IVA (si parla di circa 400.000). nel totale circa 9 milioni di persone, per lo più nelle fasce d’età inferiori, che vivono una situazione di disagio rispetto a prospettive d’inserimento nel mercato del lavoro che non ci sono affatto o promettono solo redditi di sussistenza. Ecco le dimensioni della nuova questione sociale. Non comprendo come fanno tutti coloro che hanno responsabilità politiche in questo paese a non vedere una “questione sociale” di queste dimensioni? Come si fa a non vedere o anche solo a rinviare l’urgenza di affrontare il problema che ne sta alla base e che ci dice di una società che sta perdendo la capacità di avere e di dare un futuro?

Non sarebbe compito della politica prevedere e prevenire o delineare soluzioni ai problemi che nascono nella società e nell’economia?

Infatti se c’è una cosa che dice, quasi grida, la crisi radicale della politica italiana e di partiti diventati comitati di affari, questa è l’incapacità di cogliere e rappresentare i sintomi e le domande di una nuova questione sociale che qualsiasi occhio non offuscato dall’attaccamento al potere è in grado di vedere con tutta nitidezza. Stupiscono i tentativi patetici dei partiti di esorcizzare l’ingombrante presenza di problemi come la dilatazione estrema delle disuguaglianze, il consolidamento della disoccupazione di quote elevate della popolazione in età lavorativa come dato permanente, la crescente esclusione dei giovani dal mondo del lavoro, la progressiva erosione della sicurezza sociale. La nuova questione sociale è sotto gli occhi di tutti, masse crescenti di cittadini ne avvertono il morso sulla propria pelle, ma i partiti neppure la scorgono. Non si rendono conto che gli eventi e le politiche dell’ultimo trentennio hanno sottoposto la coesione sociale a una tensione che si sta facendo insopportabile e chiede, esige, il passaggio di una metamorfosi di sistema perché la questione sociale sembra che si collochi ai margini della vita sociale, ma in realtà mette in discussione l’insieme della società (il modo di produzione, le istituzioni ecc).

Si può immaginare una via d’uscita a questa situazione? Ovvero: cambiare è possibile?

Sì si può, ma occorre un grande sforzo collettivo per ripensare e ricreare un ordine sociale che consenta a tutti di perseguire il proprio progetto di vita. Non è utopia e non vi sono molte strade percorribili se non quelle che portano a un capitalismo sostenibile. So che a molti lettori questo sembrerà un ossimoro perché per molti “il capitalismo lo si abbatte, non lo si riforma”. Ma so anche che la carica utopica di cui si nutre questa convinzione ha generato in passato due soli esiti: l’inconcludenza parolaia e l’immobilismo di fatto, quando non il sostegno inconsapevole alla conservazione, o la scelta di metodi violenti per imporre un cambiamento che, da sola, la società non è mai stata in grado, o non ha voluto, esprimere e realizzare compiutamente. Ne ho ricavato la convinzione che è socialmente più sano ed economicamente più produttivo pensare ai cambiamenti che è possibile avviare qui e oggi, semplicemente perché rientrano nella sfera di possibilità delle persone che li concepiscono e li condividono. Bisogna uscire dalla prospettiva, tipica del pensiero politico-sociale della prima modernità, figlio della visione escatologica propria del cristianesimo, secondo cui l’azione politica deve essere orientata alla realizzazione del “paradiso in terra”. In realtà l’unica possibilità concreta che abbiamo è di creare le condizioni per una trasformazione di sistema che renda il capitalismo sostenibile rimettendolo su nuove basi.

In primo luogo, impegnarsi a realizzare un utilizzo non predatorio delle risorse, sia fisiche che umane. Non è un impegno facile da far rispettare, perché da sempre esiste un impulso umano, che il capitalismo ha esaltato, ad appropriarsi del maggior numero di risorse possibili per soddisfare i propri bisogni e i propri desideri, senza tener conto dell’impatto che ciò ha sull’ambiente fisico e su quello sociale. Occorre, dunque, circondare il lavoro e le risorse fisiche di tutele che impegnino l’intera collettività.

In secondo luogo, ci vuole un’infrastruttura istituzionale che impedisca un’accumulazione eccessiva di potere economico in mani private e che, comunque, impedisca al potere economico di condizionare, sotto qualsiasi forma e attraverso qualsiasi mezzo, il potere legislativo e quello giudiziario. In altre parole, il potere economico privato va costituzionalizzato, per sottoporlo a limiti e assicurarne la separazione rispetto agli altri poteri. L’inevitabile corollario è un drastico abbattimento della disuguaglianza economica, premessa necessaria di un nuovo welfare.

In terzo luogo, ed è forse la cosa più difficile, occorre fare in modo che il capitalismo dei flussi che percorrono il globo s’incroci con il capitalismo a base territoriale. In altre parole, bisogna provare ad addomesticare la globalizzazione. Bisogna costringere il capitalismo globalizzato a venire a patto con le esigenze dei territori.

Tre punti che implicano un rinnovato ruolo dello stato come promotore di un nuovo patto sociale. E qui c’imbattiamo in un’ulteriore difficoltà che si tratta di superare. La questione sociale che abbiamo di fronte è certamente il prodotto di dinamiche capitalistiche non controllate, ma se questo controllo non c’è stato o è stato inadeguato la responsabilità è anche di un sistema della rappresentanza democratica che da tempo ha cessato di funzionare nell’interesse dei cittadini e si è allontanato dalla loro volontà e dalle loro aspettative. Ma la prospettiva di un capitalismo sostenibile può essere perseguita credibilmente solo sulla base di un sistema della rappresentanza e del governo della cosa pubblica che renda efficace la partecipazione di tutti e, soprattutto, renda possibile il controllo di ciò che viene fatto in nome di un, abusato, bene comune.

Abbattere la disuguaglianza: cominciamo con un tetto alle retribuzioni dei top manager (di Lapo Berti)

Nell’anno 2010 il rapporto tra il compenso percepito da un lavoratore dipendente e un amministratore delegato è stato di uno a ottantasei nel settore del credito (con picchi oltre le cento volte) e di uno a centodieci nell’economia nel suo complesso. Non siamo ai livelli massimi dell’economia mondiale, dove la retribuzione di un top manager può essere 900 volte quella di un lavoratore medio, ma ce n’è abbastanza perché anche qui suoni un campanello d’allarme.

Il 15 marzo scorso le segreterie nazionali delle associazioni del credito hanno inviato al Presidente del consiglio, al Governatore della Banca d’Italia e al Presidente dell’ABI una lettera in cui chiedono che venga posto un limite al divario fra le retribuzioni dei manager del settore bancario e quelle dei semplici dipendenti. Nella lettera, tale limite di “sostenibilità” della disuguaglianza è fissato a 20 volte.

A parte la misura con cui l’attuale governo ha posto il limite di 300.000 alle retribuzione percepite dai manager della Pubblica amministrazione, è la prima volta, per quanto ne so, che si affronta direttamente il problema dell’abnorme disuguaglianza fra i redditi percepiti dai manager delle grandi imprese e quelli dei comuni lavoratori.

Un divario, anche consistente, fra le retribuzioni di queste due categorie c’è sempre stato, naturalmente, ma è solo negli ultimi decenni dominati dalla versione neo-liberale della parola d’ordine “Arricchitevi!”, che esso ha raggiunto il livello di guardia, segnalando che nei nostri sistemi economici c’è qualcosa che non va. Un sistema che produce al proprio interno queste intollerabili, e ingiustificate, differenze di reddito e, quindi, di ricchezza fra coloro che ne fanno parte e che contribuiscono variamente al suo mantenimento, alla fine è destinato a implodere di fronte all’incapacità di mantenere un ordine sociale degno di questo nome. Tutte le statistiche mostrano, infatti, una stretta correlazione fra il livello di disuguaglianza che domina in un certo paese e i problemi sociali che esso si trova ad affrontare: dal basso livello di fiducia alle malattie mentali, dalle aspettative di vita e la mortalità infantile all’obesità, dagli omicidi al numero dei detenuti, dalla riuscita scolastica alla mobilità sociale.

Non basta la ricchezza in sé a risolvere o ad attenuare i problemi sociali. Occorre anche che sia distribuita in maniera sufficientemente egualitaria. E’ quanto ci mostrano le statistiche che mettono costantemente in cima alle classifiche dei paesi che meglio affrontano i problemi sociali quelli che non solo hanno elevati livelli di reddito e di ricchezza, ma li distribuiscono in maniera egualitaria fra le diverse categorie di cittadini. Il drappello dei paesi virtuosi comprende, in ordine, il Giappone, la Finlandia, la Norvegia, la Svezia, la Danimarca, il Belgio, l’Austria, la Germania. Non cercate l’Italia fra questi, perché essa tende a stare con quelli meno virtuosi, in cui la distribuzione del reddito è più disuguale, il Portogallo, gli Stati Uniti, la Grecia, la Nuova Zelanda.

Se ne ricava una morale semplice da enunciare, ma difficile da mettere in pratica, specialmente nei paesi, come il nostro, in cui una politica debole e alla disperata ricerca di consenso non può permettersi scelte drastiche in termini di tassazione. Se si vuole uscire dalla crisi, da questa crisi, e incamminarsi verso un ordine economico e sociale protetto dagli eccessi cui abbiamo assistito, occorre dedicare molta attenzione alla distribuzione del reddito e della ricchezza. La riduzione della disuguaglianza è il modo più efficace e immediato per migliorare la qualità della vita di tutti noi e anche la qualità dell’ambiente sociale in cui viviamo.

Fissare un tetto massimo al divario fra le retribuzioni dei top manager e quelli della media dei lavoratori può essere un primo passo, può essere un segnale, un modo forte di attirare l’attenzione su di un problema che sta dissestando gli equilibri sociali, oltre che ponendo in questione l’efficacia dell’ordinamento democratico delle nostre società. Ma non può essere la soluzione definitiva. Prima di tutto perché non si può affidare alla contrattazione fra parti sociali la fissazione di condizioni e parametri che hanno a che vedere con il bene comune e ne definiscono i contenuti. Una contrattazione fra parti sociali, per quanto animata dalle migliori intenzioni, è sempre esposta al rischio di scambi politici che, per quanto legittimi in ambito sindacale, non lo sono quando si devono fissare le regole che governano una comunità nel suo insieme. Occorre, quindi, aprire una stagione di riflessione collettiva e di dibattito pubblico in cui porre il problema di un nuovo modello economico e sociale e di un nuovo patto sociale che consenta di affrontarlo.

L’iniziativa delle associazioni italiane del credito è, comunque, da salutare con favore e da sostenere con forza, perché pone sul tavolo un problema di fronte al quale nessuna forza politica che aspiri a guidare l’uscita dalla crisi che stiamo attraversando potrà sottrarsi o evitare prese di posizione chiare ed esplicite. Da questa crisi di sistema si esce stabilmente soltanto se riesce a indirizzare l’economia capitalistica entro un sistema di regole che definisca, in primo luogo, i limiti, anche di rango costituzionale, che vanno posti all’esercizio del potere economico in mani private. Il potere economico deve essere strutturalmente separato dagli altri poteri che governano la società e posto in condizione di non interferire con il loro equilibrato esercizio. Il primo passo in questa direzione sta nell’evitare che gli uomini che si trovano a gestire il potere economico privato e pubblico lo sfruttino a fini personali, per creare disuguaglianze che la società non è in grado di tollerare, perché minano le basi della coesione fra gli individui. Il secondo passo, ancora di là da venire, sarà quello di regolare le dimensioni delle imprese economiche in modo da porle in equilibrio con le capacità di governo nazionali e sovranazionali. Non è più tollerabile, infatti, che formazioni economiche private possano accumulare un potere di condizionamento economico e, quindi, anche politico, capace di fronteggiare e, talora, di sovvertire le decisioni dei governi. Sono questi, crediamo, i primi punti nell’agenda politica del nuovo millennio.

Lapo Berti da www.lib21.org

Liberare i tempi della città, creare lavoro (di Lapo Berti)

Quando si parla di liberalizzazioni, l’abbiamo visto anche in queste settimane, al centro dell’attenzione ci sono sempre le rumorose minoranze che dall’apertura dei rispettivi mercati, dall’eliminazione dei lacci e lacciuoli, di cui parlava Guido Carli tanti anni fa, si aspettano una riduzione se non l’azzeramento dei loro privilegi, delle loro rendite, dei loro vantaggi. Quasi mai si parla di coloro che dalle liberalizzazioni potrebbero ottenere vantaggi e miglioramenti delle loro condizioni di vita, i cittadini in quanto consumatori e utenti; pressoché mai si dà loro la parola.

A colmare questa lacuna, giunge ora un libretto fresco non solo di stampa, ma anche di idee e di scrittura: “Liberalizzaci dal male. Orari, mercato del lavoro, trasporti-reti: come, quando, chi, dove e perché”, Rubbettino editore (2012). L’autrice, Benedetta Cosmi, una giovane scrittrice, non ancora trentenne, esperta di comunicazione e con già alle spalle un breve ma vivace curriculum, ci mostra, in maniera accattivante e convincente, come, con un po’ di fantasia e con il coraggio di uscire “dal contingente, dall’emergenza, dall’eccezione, dal fatta la legge trovato l’inganno, da due pesi e due misure”, un po’ più di libertà e flessibilità nell’organizzazione degli spazi e dei movimenti potrebbe creare posti di lavoro e rendere più ricca e meno faticosa la vita dei cittadini. La Cosmi vorrebbe che, per una volta, fossero i lavoratori, i cittadini, gli utenti, i turisti, a scrivere l’agenda delle riforme e delle liberalizzazioni, a partire dalle loro esigenze.

Un tema su tutti: gli orari delle città, quasi sempre assurdi, quasi mai dettati per adeguarsi alle esigenze dei cittadini e agevolarne la vita. Tanti luoghi, come le biblioteche, i musei, le banche o gli uffici pubblici sono aperti quando chi avrebbe bisogno di andarci è al lavoro. Quanto costano alle aziende e ai lavoratori tutti i permessi richiesti per poter accedere a quei luoghi, per eseguire operazioni o seguire pratiche, le quali, sia detto di passaggio, in molti casi potrebbero essere affidate a servizi on-line e lo sono ancora in misura spaventosamente limitata?

Ma questo è il paese in cui un comune può emettere un’ordinanza per imporre a barbieri e parrucchieri di tenere aperto solo la mattina. La Cosmi cita in proposito la lettera aperta di un gruppo di giovani barbieri e parrucchieri che chiedono la libertà di tenere aperti i propri esercizi in nome di un principio sacrosanto che nel nostro paese è sistematicamente ignorato: “Noi dobbiamo ascoltare la gente, esserci quando il cliente ce lo chiede, e invece ad oggi fare questo vuol dire essere fuori legge”. In Italia, come tutti sappiamo, vengono prima gli interessi delle lobby, dei gruppi, anche di lavoratori, che sanno farsi valere, specialmente nel mondo dei servizi, e buon ultimi, oltraggiati e sbeffeggiati da tutti, i cittadini.

E’ uno schema da cui bisogna uscire. Occorre affrontare la pianificazione strategica degli orari delle città, per fare in modo che lo spazio urbano sia fruibile sulla base delle nuove abitudini di chi la abita permanentemente, i residenti, o transitoriamente, i turisti. Nell’era del turismo low cost, fatto di soggiorni fugaci, è impensabile ed economicamente masochistico che si debba impiegare un giorno per accedere a un museo. Ma anche i cittadini che escono dagli uffici e trovano i negozi chiusi soffrono per la stessa miopia commerciale e regolamentare.

Un ripensamento degli orari della città che riconosca e generalizzi abitudini e comportamenti che già esistono, argomenta fiduciosa la Cosmi, non solo renderebbe la vita migliore, ma offrirebbe opportunità di lavoro ai tanti che oggi invano lo attendono, magari con qualche sacrificio nell’organizzazione del proprio tempo, ma sarebbe comunque l’avvio di un processo di recupero al lavoro di fasce ampie di giovani oggi senza futuro.

I giovani, la loro condizione, il loro futuro, sono al centro delle riflessioni della Cosmi. Il suo libro è un solo appassionato pamphlet in difesa dei giovani e del loro diritto ad avere un futuro, ma è anche, inevitabilmente, una critica feroce dell’immobilismo che caratterizza il nostro paese a tutti i livelli, dell’egoismo che infetta tutti fino al punto che gli stessi genitori non si rendono conto che la difesa a oltranza dei diritti acquisiti e delle rendite di posizione di cui magari godono condanna i figli alla resa e all’inattività. E’, inevitabilmente, un paese che non trova motivazioni sufficienti per investire nel sapere dei giovani, per accrescere il loro capitale umano. Il nostro paese è “L’unico paese che non ha luoghi di cultura aperti, nelle ore dei giovani!”.

In fondo, il punto della Cosmi è semplice, come sempre sono semplici le proposte rivoluzionarie. Si tratta, molto banalmente, di mettere d’accordo una domanda di servizi e di spazi fruibili, che va ben oltre gli orari canonici, con un’offerta di lavoro, specialmente giovanile, che stenta a trovare le vie dell’occupazione nella foresta pietrificata del nostro mercato del lavoro. I giovani sono disposti a lavorare in orari “scomodi”, se a questo si accompagna una maniera tutta nuova e più libera di vivere gli spazi della città, finalmente aperti alle loro esigenze. Ma, come tutte le cose semplici, questa rivoluzione è più facile a dirsi che a farsi. Contro di essa si ergono le barriere di un consolidato sistema d’interessi, che spacca anche il mondo del lavoro e, soprattutto, ha creato un modo di pensare che è pregiudizialmente ostile al cambiamento, all’apertura dei mercati, alla competizione e, spesso, si nasconde dietro la giusta, sacrosanta tutela dei diritti dei lavoratori per proteggere vantaggi e rendite di ogni genere.

Lapo Berti da www.lib21.org

1 2