Liberare i tempi della città, creare lavoro (di Lapo Berti)

Quando si parla di liberalizzazioni, l’abbiamo visto anche in queste settimane, al centro dell’attenzione ci sono sempre le rumorose minoranze che dall’apertura dei rispettivi mercati, dall’eliminazione dei lacci e lacciuoli, di cui parlava Guido Carli tanti anni fa, si aspettano una riduzione se non l’azzeramento dei loro privilegi, delle loro rendite, dei loro vantaggi. Quasi mai si parla di coloro che dalle liberalizzazioni potrebbero ottenere vantaggi e miglioramenti delle loro condizioni di vita, i cittadini in quanto consumatori e utenti; pressoché mai si dà loro la parola.

A colmare questa lacuna, giunge ora un libretto fresco non solo di stampa, ma anche di idee e di scrittura: “Liberalizzaci dal male. Orari, mercato del lavoro, trasporti-reti: come, quando, chi, dove e perché”, Rubbettino editore (2012). L’autrice, Benedetta Cosmi, una giovane scrittrice, non ancora trentenne, esperta di comunicazione e con già alle spalle un breve ma vivace curriculum, ci mostra, in maniera accattivante e convincente, come, con un po’ di fantasia e con il coraggio di uscire “dal contingente, dall’emergenza, dall’eccezione, dal fatta la legge trovato l’inganno, da due pesi e due misure”, un po’ più di libertà e flessibilità nell’organizzazione degli spazi e dei movimenti potrebbe creare posti di lavoro e rendere più ricca e meno faticosa la vita dei cittadini. La Cosmi vorrebbe che, per una volta, fossero i lavoratori, i cittadini, gli utenti, i turisti, a scrivere l’agenda delle riforme e delle liberalizzazioni, a partire dalle loro esigenze.

Un tema su tutti: gli orari delle città, quasi sempre assurdi, quasi mai dettati per adeguarsi alle esigenze dei cittadini e agevolarne la vita. Tanti luoghi, come le biblioteche, i musei, le banche o gli uffici pubblici sono aperti quando chi avrebbe bisogno di andarci è al lavoro. Quanto costano alle aziende e ai lavoratori tutti i permessi richiesti per poter accedere a quei luoghi, per eseguire operazioni o seguire pratiche, le quali, sia detto di passaggio, in molti casi potrebbero essere affidate a servizi on-line e lo sono ancora in misura spaventosamente limitata?

Ma questo è il paese in cui un comune può emettere un’ordinanza per imporre a barbieri e parrucchieri di tenere aperto solo la mattina. La Cosmi cita in proposito la lettera aperta di un gruppo di giovani barbieri e parrucchieri che chiedono la libertà di tenere aperti i propri esercizi in nome di un principio sacrosanto che nel nostro paese è sistematicamente ignorato: “Noi dobbiamo ascoltare la gente, esserci quando il cliente ce lo chiede, e invece ad oggi fare questo vuol dire essere fuori legge”. In Italia, come tutti sappiamo, vengono prima gli interessi delle lobby, dei gruppi, anche di lavoratori, che sanno farsi valere, specialmente nel mondo dei servizi, e buon ultimi, oltraggiati e sbeffeggiati da tutti, i cittadini.

E’ uno schema da cui bisogna uscire. Occorre affrontare la pianificazione strategica degli orari delle città, per fare in modo che lo spazio urbano sia fruibile sulla base delle nuove abitudini di chi la abita permanentemente, i residenti, o transitoriamente, i turisti. Nell’era del turismo low cost, fatto di soggiorni fugaci, è impensabile ed economicamente masochistico che si debba impiegare un giorno per accedere a un museo. Ma anche i cittadini che escono dagli uffici e trovano i negozi chiusi soffrono per la stessa miopia commerciale e regolamentare.

Un ripensamento degli orari della città che riconosca e generalizzi abitudini e comportamenti che già esistono, argomenta fiduciosa la Cosmi, non solo renderebbe la vita migliore, ma offrirebbe opportunità di lavoro ai tanti che oggi invano lo attendono, magari con qualche sacrificio nell’organizzazione del proprio tempo, ma sarebbe comunque l’avvio di un processo di recupero al lavoro di fasce ampie di giovani oggi senza futuro.

I giovani, la loro condizione, il loro futuro, sono al centro delle riflessioni della Cosmi. Il suo libro è un solo appassionato pamphlet in difesa dei giovani e del loro diritto ad avere un futuro, ma è anche, inevitabilmente, una critica feroce dell’immobilismo che caratterizza il nostro paese a tutti i livelli, dell’egoismo che infetta tutti fino al punto che gli stessi genitori non si rendono conto che la difesa a oltranza dei diritti acquisiti e delle rendite di posizione di cui magari godono condanna i figli alla resa e all’inattività. E’, inevitabilmente, un paese che non trova motivazioni sufficienti per investire nel sapere dei giovani, per accrescere il loro capitale umano. Il nostro paese è “L’unico paese che non ha luoghi di cultura aperti, nelle ore dei giovani!”.

In fondo, il punto della Cosmi è semplice, come sempre sono semplici le proposte rivoluzionarie. Si tratta, molto banalmente, di mettere d’accordo una domanda di servizi e di spazi fruibili, che va ben oltre gli orari canonici, con un’offerta di lavoro, specialmente giovanile, che stenta a trovare le vie dell’occupazione nella foresta pietrificata del nostro mercato del lavoro. I giovani sono disposti a lavorare in orari “scomodi”, se a questo si accompagna una maniera tutta nuova e più libera di vivere gli spazi della città, finalmente aperti alle loro esigenze. Ma, come tutte le cose semplici, questa rivoluzione è più facile a dirsi che a farsi. Contro di essa si ergono le barriere di un consolidato sistema d’interessi, che spacca anche il mondo del lavoro e, soprattutto, ha creato un modo di pensare che è pregiudizialmente ostile al cambiamento, all’apertura dei mercati, alla competizione e, spesso, si nasconde dietro la giusta, sacrosanta tutela dei diritti dei lavoratori per proteggere vantaggi e rendite di ogni genere.

Lapo Berti da www.lib21.org

Basta con questi partiti (di Lapo Berti)

I partiti che abbiamo oggi in Italia non servono più. Anzi, sono diventati un ostacolo per l’affermazione e lo sviluppo della democrazia che, all’origine, intendevano promuovere e di cui dovevano essere il principale tramite. Per essere più precisi, il sistema dei partiti – con tutto quello che comporta: modalità di selezione e di formazione dei politici, professionalizzazione, finanziamento occulto, assenza di responsabilità, di trasparenza nei confronti degli elettori, dilapidazione dei fondi pubblici, corruzione, collusione, clientelismo ecc. – è andato incontro a una deriva che lo ha trasformato in un nemico della società, un cancro di cui questa deve liberarsi, se vuole riprendere in mano le redini del proprio destino. Nessuna riforma è possibile, perché sarebbe affidata alle mani di coloro che hanno provocato il disastro.

C’è una ragione in più per auspicare e magari provocare il crollo dell’attuale sistema dei partiti: oltre a non essere espressione della società italiana, neppure è in grado di rappresentarla. Le formazioni partitiche costituiscono aggregazioni di gruppi di potere pressoché totalmente slegate dalla composizione sociale effettiva, non sono veicolo e rappresentazione degli interessi collettivi presenti nella società. Rappresentano solo sé stesse e riescono a convogliare solo le schiere, sempre più esigue, di coloro che sono mossi prevalentemente da ragioni e tradizioni ideologiche. Il perimetro delle formazioni partitiche non coincide con nessun perimetro delle possibili aggregazioni d’interessi che la società contiene.

Un esempio per tutti. Esiste, indubbiamente, una vasta e variegata area di interessi sociali, professionali, economici che vorrebbe una modernizzazione del paese, che vorrebbe riconoscersi in un sistema di relazioni economico-sociali aperto alla competizione e pronto a riconoscere e promuovere chi fa meglio, che vorrebbe che venissero spazzate via le caste di tutti i generi, che venissero abbattuti i privilegi e cancellate le rendite, che venisse dissolto quel viluppo di relazioni collusive, quando non mafiose, che soffoca le energie del paese. Ebbene, nessuna forza politica esprime e rappresenta gli interessi e la cultura di quest’area, perché la frammentazione politica non segue le linee di faglia dell’evoluzione sociale.

Ma il motivo forse più serio e profondo per liberarsi dell’attuale sistema dei partiti è che esso ha inquinato lo spazio pubblico. Non è possibile pensare a una nuova stagione dell’intervento pubblico in economia con questa classe politica, perché vuol dire votarlo al fallimento, vuol dire continuare ad alimentare il pozzo senza fondo delle risorse pubbliche in cui nuota la corruzione e il malaffare. La conclusione è solo in apparenza paradossale: non si può pensare seriamente a un’uscita dalla crisi di sistema che ci attanaglia senza cambiare le regole della rappresentanza, senza porre le basi di una nuova classe dirigente, di un nuovo modo di governare, di nuovi strumenti di controllo, e non solo di delega, nelle mani dei cittadini

Non è facile cambiare. Lo strumento più semplice, teoricamente, sarebbe il ritiro assoluto della delega, lo sciopero generale del voto, che lasciasse nudi i partiti di fronte alla loro incapacità conclamata di rappresentare alcunché. Ma chiunque vede che è uno strumento praticamente inapplicabile, perché richiederebbe la sincronizzazione delle scelte di una significativa maggioranza di cittadini che non è dato sperare si produca spontaneamente e che è velleitario pensare di organizzare.

Occorre, dunque, immaginare altri percorsi, altre soluzioni che siano capaci di prefigurare un funzionamento della democrazia il più possibile esente dalle degenerazioni partitocratiche. Esso non può che passare attraverso una qualche forma di mobilitazione sociale e una qualche forma di aggregazione e di rappresentanza che si ponga fra i cittadini e i partiti e metta i primi in condizione di controllare i secondi.

L’alternativa più drastica e immediata a un sistema politico incentrato sui partiti quali “amministratori” della partecipazione e della rappresentanza dei cittadini è la democrazia diretta. I cittadini partecipano direttamente al processo decisionale da cui nascono le scelte che regolano la vita della collettività. L’assemblea, in un luogo pubblico aperto a tutti, è lo strumento principe per l’espressione diretta della volontà dei cittadini. Tradizionalmente, il modello della democrazia ha incontrato un limite che sembrava invalicabile nella dimensione della popolazione chiamata a esercitarla. Sembrava un modello necessariamente limitato a situazioni locali, diciamo comunali, di piccoli comuni, perché già nei grandi comuni sarebbe di difficile realizzazione. Oggi, si potrebbe forse immaginare di superare questo limite tramite una democrazia diretta “in formato elettronico”, tramite il web. Ma la democrazia diretta non va incontro solo a un problema di praticabilità dovuto alla dimensione delle assemblee, ma anche, e forse più sostanzialmente, a un problema di sostenibilità, perché è difficile pensare a una popolazione costantemente impegnata a decidere in assemblee che si riuniscono con una frequenza tale da provocare assuefazione, stanchezza, rigetto, come inevitabilmente sarebbe. Dal senso d’inanità che deriva dal voto espresso ogni cinque anni, si passerebbe a un senso di nausea prodotto dal frequente ripetersi delle votazioni. L’esercizio del potere democratico rimarrebbe puramente formale, non riuscendo nella realtà a rappresentare “il popolo che governa”. A lungo andare, si formerebbe sempre una minoranza attiva nelle cui mani verrebbe di fatto a trovarsi il potere di decidere in nome di tutti e, per di più, senza alcun mandato formale.

Occorre, dunque, trovare una via di mezzo, che renda possibile una rifondazione radicale dei partiti.

Ricostruire la democrazia

Una democrazia di massa che voglia realizzare, anche solo per approssimazione, il governo di tutti i cittadini, rendendo effettiva la partecipazione alle decisioni collettive, non può fare a meno di una fitta intelaiatura di organismi intermedi, di cui i partiti sono non solo un esempio, ma anche il fondamentale punto di sintesi. È difficile immaginare un’architettura istituzionale capace di far funzionare la democrazia rappresentativa in formazioni nazionali di massa, senza l’aiuto di un veicolo della volontà popolare e un’espressione della sua rappresentanza quale solo i partiti possono offrire. La società, nel suo farsi, si articola necessariamente in aggregazioni d’interessi, diversificate o anche contrapposte, che s’intrecciano con visioni diverse di come la società dovrebbe funzionare, di quali obiettivi dovrebbero essere prioritariamente perseguiti. In una società le cui istituzioni sono ispirate al principio della libertà individuale, gli individui possono tentare di affermare i loro interessi inserendoli nell’agenda della società e di far prevalere le loro visioni, dando vita ad associazioni che possiedano il potere necessario per farsi ascoltare.

Un sistema di partiti sano dovrebbe dare spazio e ascolto a queste associazioni in forme regolamentate e trasparenti, in modo da mantenere i partiti stessi in costante contatto con la società e le sue espressioni. E si dovrebbero, forse, prevedere soluzioni che agevolino la creazione di partiti da parte di queste associazioni. Non è pensabile, tuttavia, che al governo del paese possano concorrere soggetti diversi dai partiti. Quello che, invece, è non solo pensabile, ma, dopo le esperienze fatte, inevitabile, è che i partiti siano fatti uscire dall’opacità in cui hanno prosperato e brigato per assumere forme democratiche, regolamentate e trasparenti. Come devono fare anche le altre grandi organizzazioni della rappresentanza, i sindacati. I cittadini devono essere posti in condizione di conoscere le fonti di finanziamento, di valutare a quali interessi costituiti i rappresentanti e gli eletti, eventualmente, fanno riferimento, di quali patrimoni godono.

Un problema che nessuna riforma del sistema politico di una democrazia rappresentativa di massa può più permettersi di trascurare, pena l’affossamento della democrazia o il suo scivolamento in una qualunque declinazione del populismo, è quello del controllo che i cittadini sono in grado di esercitare sul funzionamento della rappresentanza e, in particolare, degli organi di governo, a tutti i livelli. In passato, i cittadini, anche per loro colpa, si sono lasciati espropriare del loro ruolo di “mandanti” dell’azione di governo e hanno finito con il lasciare nelle mani dei politici di professione tutto il potere decisionale, rinunciando anche a qualsiasi forma di controllo a posteriori del loro operato. Leggi elettorali cialtrone e truffaldine hanno fatto il resto, sancendo e consolidando la separazione fra elettori ed eletti, fra il popolo e i suoi rappresentanti. Questo è il punto cruciale ed è, forse, anche quello da cui è più agevole ripartire per una riforma dell’ordinamento democratico che non ha necessariamente bisogno di leggi. Una riforma che parte dalla volontà delle persone di tornare protagoniste, dotandosi di strumenti per esercitare una funzione di controllo e, indirettamente, di sanzione sulle decisioni che i rappresentanti eletti prendono ai diversi livelli dell’amministrazione. La profonda delusione che oggi si riscontra, in maniera diffusa, nei confronti del funzionamento della rappresentanza, unita al rigetto generalizzato del sistema dei , bene comunepartiti che ne è responsabile, possono produrre quella mobilitazione dal basso che è il presupposto necessario per dar vita ad assemblee, comitati, associazioni, capaci di consentire ai cittadini l’espressione diretta del loro pensiero e della loro volontà, esercitando così un controllo di fatto sulle decisioni dei rappresentanti.

Il problema che si pone e sempre si porrà è quello di creare una cultura civica, una civiltà della democrazia, che sia in grado di sostenere una sorta di mobilitazione permanente dei cittadini in favore di sé stessi e del bene comune che solo così può essere tutelato. Per questa via, infatti, si risolve un’aporia altrimenti insolubile, ovvero il perseguimento del bene comune che, come sa qualunque persona dotata di buon senso, esiste solo nei libri e che nella realtà può essere solo approssimato tramite l’interazione, anche conflittuale, del maggior numero possibile di cittadini.

Non è una questione d’istituzioni, di organizzazioni, anche se queste contano per rendere possibile e praticabile la partecipazione attiva dei cittadini al governo della società ai diversi livelli. È, principalmente, una questione di cultura, di regole e di valori che entrano nel DNA intellettuale degli individui che fanno parte di una determinata società e ne determinano il carattere di società aperta, viva, consapevole. È, dunque, una questione d’informazione, d’informazione condivisa e partecipata; è una questione di apprendimento collettivo, attraverso l’incontro e il confronto. Non ci sono scorciatoie né possibili surrogati: solo in presenza di un numero sufficientemente elevato di cittadini attivi e consapevoli il cuore della democrazia può tornare a battere. L’alternativa, che incombe minacciosa, è quella di un lento scivolare o anche un improvviso precipitare in una china populistica dietro cui si nascondono i poteri forti e i profittatori.

Lapo Berti da www.lib21.org

Guarire l’Italia (di Lapo Berti)

Da www.lib21.org pubblichiamo la seconda parte dell’analisi di Lapo Berti sui mali d’Italia. La prima parte è qui http://www.civicolab.it/?p=2164

Può guarire l’Italia? Può uscire dalla crisi o, meglio, dalla traiettoria declinante su cui si è immessa ormai da qualche decennio? Ed, eventualmente, a quali condizioni, contando su quali energie?

Non è facile dare una risposta a un quesito così complesso e qualunque risposta si tenti è destinata a essere parziale e insufficiente, niente più che un appunto per la discussione. Ma una prima cosa si può dire. Una politica e una stampa superficiali e tutt’altro che innocenti ci hanno abituato a pensare che, per uscire dalla crisi che ci attanaglia, bastino alcune misure economiche, simpaticamente definite “sacrifici” o “lacrime e sangue”, e qualche imprecisata riforma strutturale, non di rado a supporto dei citati sacrifici. Non è così. Le misure economiche saranno necessarie e anche le riforme strutturali, ma l’obiettivo non è solo il “risanamento” economico, la sfida è un’altra: è ricostruire la società, nella prospettiva di un cambiamento radicale del modello economico e sociale, che non può essere solo nostro, ma, almeno, europeo.

Un capitale sociale da ricostruire

Riflettendo sulle cose d’Italia, qualunque visuale si scelga, economica, politica, sociale o culturale, l’impressione che per prima s’impone all’attenzione è che ciò di cui oggi abbiamo maggiormente bisogno sia quell’insieme un po’ sfuggente di condizioni, di convenzioni e di regole non scritte cui viene dato il nome, un po’ riduttivo ma efficace, di “capitale sociale”, sulla base del quale vivono reti di relazioni per lo più informali, ma non solo, capaci di produrre fiducia e reciprocità. Oggi siamo sempre più consapevoli che, accanto alla disponibilità di risorse produttive, il capitale sociale è un fattore fondamentale nel determinare la capacità di un’economia di creare benessere per i cittadini. Possiamo dunque valutare bene quali siano i costi di un suo deperimento. La “qualità” dell’ambiente sociale è decisiva nel determinare le prestazioni del sistema economico, ma si riflette anche nel funzionamento del sistema politico e, a sua volta, ne è condizionata.

Gli studi condotti dai sociologi, ma anche l’esperienza diretta di tutti noi, ci dicono che, nel corso degli ultimi decenni il “capitale sociale” su cui poteva contare l’Italia si è deteriorato, impoverito. La ricchezza di relazioni che almeno certe aree del paese ereditavano da una lunga tradizione di forme associative e di cooperazione è stata poderosamente intaccata dai fenomeni caratteristici della modernità, come l’affermazione progressiva di atteggiamenti e comportamenti individualistici, ma anche dal dissolvimento di reti prevalentemente formali come quelle in cui si esprime la vita politica di una comunità.

Se oggi ci troviamo con un “capitale sociale” più povero è anche perché sono venuti meno, si sono dissolti quegli ambiti di relazione che massimamente sollecitano la partecipazione e la condivisione, contribuendo alla creazione di uno spazio pubblico solido e articolato, in cui le persone imparano a vivere in società.

La ricostruzione dell’Italia deve partire da qui, dalla capacità che noi tutti abbiamo di metterci in relazione e di condividere idee, progetti, saperi, di dare vita a comunità intelligenti e operose. La prima ricchezza da ricostituire è quella del tessuto sociale.

Un paese più dinamico e competitivo

Nel nostro paese è in atto una guerra feroce, non sempre dichiarata, quasi mai visibile al pubblico, tra un vasto, ramificato e ben radicato sistema di potere che fa perno sul “capitalismo relazionale” e quello che si può definire “capitalismo di mercato”. Da una parte c’è quel capitalismo senza capitale che, da sempre, vive di rapporti incestuosi con la politica, che non disdegna le tangenti e accetta la corruzione come un male necessario. Dall’altra parte, c’è un capitalismo che tenta la sfida dei mercati globali, che per reggere la competizione fa anche rete, ma senza collusione, che non vuole intrusioni della politica, ma solo un sistema di regole certe ed efficacemente applicate. La posta in palio è il governo del paese reale e di quello politico. Il terreno su cui la guerra si combatte è quello dell’abbattimento delle rendite e dei privilegi. La chiave è la concorrenza. L’obiettivo è che la competizione arrivi a governare il più possibile sia i processi economici che quelli sociali e politici, favorendo l’affermazione di chi sa meglio svolgere il proprio compito. Non ci sono alternative.

Un’economia “amichevole”

L’uscita dalla crisi che attanaglia le economie di tutto il mondo non sarà facile e non sarà breve. Forze potenti sono all’opera perché nulla cambi e rimangano in piedi i modelli di business e di consumo che sono largamente responsabili delle difficoltà in cui ci troviamo e in cui si trova l’intero pianeta. Ma la crisi è sempre anche un momento in cui si aprono opportunità, se non altro perché aumenta il numero di coloro che s’interrogano sul senso di ciò che vivono e che li circonda e che si mobilitano per cercare strade diverse. Occorre, dunque, cogliere ogni occasione per imprimere una svolta al modello economico dominante, spostandone la traiettoria e inducendo comportamenti virtuosi da parte delle imprese. La chiave di volta di questo passaggio è l’attivazione dei cittadini, che si devono ricordare di essere tali, ovvero titolari di diritti e di doveri anche quando si vestono da consumatori. Un consumo consapevole e responsabile è il primo passo verso un’economia più “amichevole” sia nei confronti dell’uomo che dell’ambiente. E’ un cambiamento che è nelle mani di tutti noi, che non richiede organizzazioni mastodontiche, campagne mediatiche, nuovi apparati giuridici. E’ sufficiente una buona informazione, diffusa capillarmente, utilizzando bene gli strumenti del web. Il nostro sito è nato anche per questo, per fare rete con altri siti che si propongono di passare dal dire al fare.

Ridare vigore alla democrazia

Nessuna delle possibili svolte cui abbiamo accennato sarà possibile, se non si trova il modo di restituire efficacia ai meccanismi democratici. La lunga deriva dell’individualismo mascalzone accompagnata alle degenerazioni populistiche dell’ultimo ventennio ha trasformato la vita democratica in un rituale sempre più stanco e sempre meno partecipato. Le persone si sono ritratte dai luoghi pubblici dove nasce e vive la partecipazione e hanno abbandonato al loro destino i principali attori collettivi della vita democratica, i partiti e, in misura minore, i sindacati. Ne è derivato un inaridimento della vita democratica che si è tradotto nella degenerazione della vita politica e nella corruzione del sistema della rappresentanza. Il risultato è stato la creazione di un abisso fra la vita, le aspirazioni, i modi di sentire dei cittadini e le rappresentazioni della politica. Anche qui, forse, dobbiamo avere l’ardire d’imboccare strade nuove o, magari, di recuperare idee, istanze, che in passato sono state sottovalutate e accantonate. Il sistema della rappresentanza va ripensato. Non è più pensabile, dopo quanto è successo, che ai cittadini venga richiesto di rilasciare deleghe in bianco, pena un possibile allargamento dello sciopero del voto fino a dimensioni che renderanno ridicole le elezioni. Bisogna pensare a creare forme di controllo e di partecipazione dei cittadini che si avvalgano di sedi formali e informali, di canali e modalità previsti e sanciti da norme, ma anche d’iniziative spontanee e autogestite dai cittadini stessi.

Più che una meta, un percorso

In passato, i fautori del cambiamento hanno talora tentato di fissare una meta, un obiettivo da raggiungere, una società da realizzare, ma poi ci si è persi durante il percorso, talora con esiti tragici. Sforziamoci, invece, d’individuare un percorso, un insieme di cose da fare che ci consentano, già mentre le facciamo, di riappropriarci di noi stessi e di riconoscerci con gli altri che condividono il senso della ricerca.

Un po’ ovunque, nella società, più nelle regioni del centro-nord che in quelle del sud, si notano movimenti di persone che si associano, per fare acquisti secondo una logica diversa, per tutelare un bene che si vuol far diventare comune, per promuovere una causa, per diffondere un sapere. Si tratta d’iniziative “locali”, che spesso sono possibili solo perché si collocano in una dimensione “maneggevole” e talora sono addirittura fiere del loro localismo. Anche se non è l’unico modo di lanciare un’iniziativa, partire dal “locale” è oggi la soluzione non solo più praticabile, ma anche quella più sana, addirittura necessaria per ridare alle persone il senso diretto di un loro protagonismo, di poter contare e, soprattutto, di poter realizzare ciò in cui si crede.

Ma se tutte queste espressioni di vitalità sociale devono sfociare in un movimento capace d’indurre mutamenti sostanziali del modello economico, sociale e politico in cui viviamo, è necessario che si mettano in rete, per raggiungere una massa critica che li faccia diventare anche protagonisti politici e per riuscire a esprimere un pensiero capace di una visione generale e quindi di un orientamento valido per tanti.

Siamo a una di quelle fasi cruciali della storia in cui solo se si riesce a ripartire dal basso, dalle cose stesse, dalla sensibilità e dalla volontà della maggioranza, si può produrre una svolta reale.

Lapo Berti da www.lib21.org

L’Italia è malata (di Lapo Berti)

Pubblichiamo la prima parte di un intervento di Lapo Berti sulle dinamiche di lungo periodo della crisi italiana, cui seguirà una discussione delle possibili vie d’uscita, con un’analisi dei punti di forza su cui fare leva. L’articolo è tratto da www.lb21.org

 

Parte prima

Se è vero che le malattie afferrano non solo il corpo dell’individuo, ma possono attaccare anche il corpo di un’intera società, l’Italia è certamente malata. Gravemente malata, perché sono più d’uno i germi che l’hanno infettata. Alcune patologie fanno parte di epidemie che hanno contagiato il mondo intero, come la crisi finanziaria e quella economica che ne è derivata, ma anche la caduta della fiducia in un mondo in cui l’aggressività con cui si sono imposti e manifestati i processi di globalizzazione non ha certo aiutato a rendere possibile la convivenza pacifica fra miliardi di sconosciuti, che è la sostanza di quella cosa che chiamiamo civiltà. Oppure anche la crescente sfiducia in un modello di economia e di società che sembra aver ormai esaurito la sua capacità propulsiva ed essere avviato a un lento ma inesorabile tramonto punteggiato di effetti negativi che non si è più disposti a sopportare. Altre patologie, invece, sono la manifestazione di mali antichi che affliggono il nostro paese da secoli e che hanno assunto forme caratteristiche e persistenti con la formazione dello stato unitario di cui abbiamo appena celebrato il centocinquantenario.

Risanare il paese, farlo uscire dal declino, comporta che si affrontino con decisione e con idee innovative tutte queste patologie, perché solo in un nuovo quadro economico e sociale mondiale l’Italia può ritrovare quella spinta propulsiva che gli sta sfuggendo. Qui, tuttavia, ci occuperemo solo delle seconde che, per essere, diciamo così, endogene, appaiono essere più alla portata dei rimedi che noi stessi siamo in grado di applicare.

La prima patologia, cui forse va ascritta la responsabilità di aver favorito, se non generato, tutte le altre è quella insita nel modello di capitalismo che si è venuto affermando in Italia. Un capitalismo senza capitale, che, per crescere, ha dovuto affidarsi, da un lato, alla dimensione familiare, cercando di galleggiare, di “arrangiarsi”, nella dimensione della piccola impresa e, dall’altro, allo Stato quale unico ente in grado di raccogliere i fondi necessari alle grandi intraprese industriali. Con poco capitale disponibile, è toccato alle banche il compito di raccoglierlo, spesso con il sostegno diretto o indiretto dello stato, e distribuirlo alle imprese. La borsa è rimasta a guardare, servendo solo a illudere i poveri, piccoli risparmiatori che gli hanno consegnato, spesso perdendoli, i loro risparmi.

E’ così che è nato e si è consolidato quel formidabile intreccio fra la politica e i partiti, che governano i flussi del denaro pubblico e li assegnano agli operatori economici, generalmente in cambio di mazzette e ogni altro genere di favori, compreso l’impiego di amici e parenti raccomandati, le imprese che alla politica hanno chiesto, oltre a finanziamenti più o meno ingiustificati, protezioni normative nei confronti della concorrenza, in modo da potersi spartire i mercati alle spalle dei consumatori, che da sempre pagano, non a caso, prezzi più elevati che nel resto d’Europa, e, infine, le banche che hanno costituito sempre, seppure sotto forme diverse, l’architrave di questo sistema spartitorio. Un sistema perennemente dominato dalla collusione fra gruppi di potere economico e politico che, si sono riprodotti immutati, decennio dopo decennio, talora tramandando le posizioni di potere e di rendita letteralmente di padre in figlio. In questo sistema, c’è stato largo spazio per la formazione di gruppi parassitari, sia ai livelli più bassi (settori del pubblico impiego, pensionati e minorati di fantasia, ecc.) sia a quelli più alti della società (la supercasta). E’ bene sottolineare che questo sistema, per mantenersi e riprodursi, ha dovuto rinchiudersi su se stesso, lasciando fuori, il più possibile, la competizione, il riconoscimento del merito, il ricambio dei gruppi dirigenti.

Tutto questo ha portato alla seconda, grave patologia della società italiana: una politica inquinata da una sistema di relazioni “mafiose” (clientelismo, nepotismo, appartenenze partitiche, collusione, ecc.) e, quindi, una democrazia debole e incapace rendere i cittadini davvero protagonisti. Lo Stato debole, facile preda dei gruppi di potere che si erano impossessati delle leve del governo e che, di fatto, non le hanno mai mollate. Uno Stato latitante o addirittura assente in aree importanti del paese, che ha alimentato nei cittadini la sfiducia nella possibilità che si affermasse un governo delle regole, che riconoscesse a tutti uguali diritti, oltre uguali doveri. Gli uni e gli altri, in Italia, non sono mai stati ugualmente ripartiti. Anzi.

Di fronte al dilagare delle manifestazioni di questa patologia, la società si è dapprima scissa in due tronconi: da una parte quelli che facevano parte di questo sistema o che si adoperavano per entrarvi attraverso la pratica della raccomandazione o dello scambio di favori, a tutti i livelli, dall’altra quelli che non ne facevano o non ne volevano fare parte. Poi la società ha cominciato lentamente a disgregarsi. E’ venuta meno la fiducia, che è l’unico collante sociale che consente di perseguire progetti collettivi e di condividere i destini di una comunità. Il “familismo amorale”, di cui già si parlava negli anni cinquanta come di un fattore che minava alla base la possibilità di creare una dimensione collettiva e partecipata della convivenza, si è ribaltato in un “individualismo irresponsabile”, in cui ognuno ha cominciato a pretendere solo per sé, fino all’implosione nella sindrome di Nimby.

Tutto ciò, a sua volta, ha avuto conseguenze sul rapporto fra il sistema sociale e la politica; ed è questa la terza, grave, e forse più insidiosa patologia. La disgregazione sociale si è accompagnata a una caduta verticale della passione partecipativa, della tensione morale verso il bene collettivo e il rispetto della comunità. I partiti si sono progressivamente svuotati della loro vita collettiva, dando vita a un sistema del tutto avulso dalle dinamiche sociali reali, in cui abita una “casta” sempre più autoreferenziale e auto-nominata che usa di questa separatezza per fini di potere e di arricchimento anche personali. Fra i due poli della società, da un lato, e della politica, dall’altro, si è innescata una spirale negativa che non si è ancora arrestata, anche se vi sono segni sporadici di reazione, rendendo la società sempre più brutta e inospitale e la politica sempre più arrogante e lazzarona. Tutte le forme di mediazione politica e sociale che hanno a lungo garantito la sopravvivenza di questo sistema, pur nella sua perversità, sono saltate. La politica è finalmente, drammaticamente nuda.

Questa è l’Italia in cui ci troviamo a vivere, dopo decenni di abbandono e di desertificazione degli spazi pubblici e d’incanaglimento degli spazi privati. Una società sbriciolata nei suoi nessi di solidarietà, impaurita, ossessionata dall’incertezza e dall’insicurezza. Da dove si può ricominciare? Quali sono i sentimenti, le pulsioni, su cui si può far leva per provare a far nascere un nuovo orizzonte, a prospettare un nuovo percorso, e, soprattutto, per indurre le persone a crederci, per tornare a produrre quel fluido essenziale per la vita di ogni società che è la fiducia?

Non è facile, soprattutto perché le patologie che abbiamo ricordato hanno radici antiche, sono sedimentate nel DNA della nostra società. Gli ultimi, sfortunati, decenni della nostra storia le hanno semplicemente portate allo scoperto, esaltate, togliendo quella coltre di mediazioni, di autoinganno e anche di ipocrisia, che a lungo le aveva nascoste agli occhi dei più. Vengono in mente le parole di un grande poeta, Johann Wolfgang Goethe, riproposte di recente da Sabino Cassese:

“Questa è l’Italia che lasciai.

Sempre polverose  le strade,

sempre spennato lo straniero, qualunque cosa faccia.

Cerchi invano la probità tedesca;

qui c’è vita e animazione, non ordine e disciplina;

ciascuno pensa solo a sé e diffida degli altri,

e i reggitori dello Stato, anche loro, pensano a sé soli”

(Venetianische Epigramme, n. 4)

Era la primavera del 1790, a Venezia. Potrebbero essere scritte oggi e i due secoli e passa trascorsi da allora potrebbero stare lì a dirci che questa è la nostra storia e che, se non ci piace, dobbiamo cambiare storia, cambiare noi stessi, cambiare il modo in cui la nostra società funziona e si rapporta allo stato. Dobbiamo guardare dentro noi stessi, porre mano al nostro troppo esiguo bagaglio di sentimenti civici, all’individualismo cinico ed egoistico che è in noi, alla paura di competere, di essere noi stessi.

Lapo Berti da www.lib21.org

Basta rendite e privilegi: è ora di liberalizzare (di Lapo Berti)

La drammaticità della crisi economica attuale in Italia è il prodotto di una crisi globale che è andata a sommarsi a un declino economico ormai in atto da decenni. Se non s’interrompe quel declino, anche l’uscita dalla crisi, ammesso che ci sia, sarà solo precara. Ma il declino è frutto di un ingessamento che ha radici antiche e che si alimenta di rendite, di privilegi ingiustificati, di parassitismo. Occorre spezzare questa morsa. Liberalizzare i mercati significa aprire l’economia e la società a dinamiche nuove e trasparenti, mettere in campo energie nuove, giovani, spazzare la cattiva politica che si fonda sull’intermediazione delle risorse pubbliche. Ma liberalizzare ha senso solo se si liberalizza, una volta per tutte, l’intero sistema.

Un mercato chiuso alla concorrenza assomiglia un po’ a una torta che un gruppo di persone hanno deciso, sulla base di norme, regole scritte e non scritte, accordi, consuetudini, di dividersi fra di loro secondo certe proporzioni.

Di volta in volta, la torta viene riprodotta e suddivisa. Nessuno è indotto a introdurre cambiamenti o innovazioni, neanche per provare a ingrandire la torta.

Quello che conta è impedire che arrivi qualche nuovo soggetto che vuole partecipare alla spartizione. Ci si organizzerà, quindi, per evitare che questo avvenga. Si cercherà di ottenere una legge che sancisca la spartizione. Si faranno accordi, sotto qualsiasi forma, per renderla immodificabile. Se è il caso, si metteranno in scena proteste pubbliche più o meno virulente, tali, comunque, da condizionare la prospettiva breve, e miope, dei partiti.

Se il mercato viene aperto alla concorrenza, le cose cambiano di parecchio.

Tutti possono concorrere alla spartizione della torta. I nuovi aspiranti metteranno in campo strategie innovative, inventeranno nuove soluzioni, per aggiudicarsi una parte della torta, creando nuove opportunità e nuovi vantaggi per i clienti e consumatori che, con i loro acquisti, determinano la formazione della torta.

Il risultato è che tutti coloro che erano abituati a mangiarsi, anno dopo anno, la loro fetta di torta, si vedono improvvisamente posti di fronte alla possibilità che qualche “estraneo” gliela sottragga o, quanto meno, li costringa a ridurla, diminuendo o azzerando il beneficio, o, meglio, la rendita, assicurata dall’eliminazione della concorrenza.

E’ chiaro che, posti di fronte a questa prospettiva, molti saliranno sulle barricate, ma è altrettanto chiaro che, se si vuole arrecare un beneficio duraturo ai consumatori e all’economia nel suo complesso, quelle barricate andranno smantellate. Fra quelli che erano abituati a spartirsi la torta senza colpo ferire, in genere con la semplice conferma di una fedeltà politica, alcuni non ce la faranno e saranno costretti ad andarsene, altri tenteranno di adeguarsi alla nuova situazione, innovando o abbassando i prezzi e migliorando i prodotti e i servizi. Di nuovo, con un vantaggio per i clienti e i consumatori e con una maggiore efficienza per l’economia nel suo complesso.

L’Italia ha un’economia formata da tante torte, piccole e grandi, che da tempo immemorabile e, in genere, con la connivenza dello stato, sono appannaggio di gruppi fissi di soggetti che si trasmettono il “diritto” alla spartizione della torta da una generazione all’altra.

Il risultato è un’inefficienza complessiva del sistema che produce costi ingiustificati per i consumatori e, specialmente se si tratta di servizi, anche per le imprese. E’ un sistema in cui prevale la rendita, assicurata da norme che singoli gruppi d’interesse contrattano con il potere politico in un regime di rapporti opachi in cui spesso alligna la corruzione. Si calcola che, in questo modo, il settore dei servizi che sono erogati al riparo dalla concorrenza porti nelle tasche dei produttori profitti quasi doppi rispetto al resto dell’area dell’euro.

Tutto ciò ha ragioni storiche profonde, che hanno a che vedere con il modo in cui l’Italia, fin dalla costituzione dello stato unitario, ha imboccato la via dell’industrializzazione.

Un’insufficiente disponibilità di capitale accumulato, rispetto alle nazioni concorrenti come l’Inghilterra, la Francia, la Germania, ha imposto il predominio delle banche nel finanziamento delle imprese, riducendo a un ruolo secondario il mercato borsistico. La guida del processo d’industrializzazione è irrimediabilmente finita nelle mani dello stato, attribuendo ai governi un potere da cui ancora non si sono separati.

Si è stabilito allora quell’intreccio perverso fra governo, forze politiche di maggioranza, sistema bancario e imprese che ha condizionato in profondità il modello capitalistico italiano e che solo negli ultimi anni ha cominciato a subire smottamenti, facendo intravedere la possibilità di un cambiamento di sistema. Le imprese si sono abituate a ricercare, anche con mezzi illeciti, la protezione dello stato piuttosto che il confronto con il mercato. Si sono moltiplicate le lobby, che hanno trasformato il parlamento e, quindi, la politica in un mercato delle vacche sempre meno trasparente e sempre più corrotto.

Le persone si sono abituate a pensare che per trovare un lavoro, per fare carriera, era meglio rinunciare a far valere le proprie capacità per porsi al riparo di qualche corporazione, economica, politica, sindacale che fosse.

Ne sono risultate indebolite tutte le spinte che normalmente rendono dinamico un contesto sociale, dalla premiazione del merito alla ricerca del successo, dalla voglia di innovare all’assunzione del rischio. Ne è derivato il desolante e stagnante panorama sociale che abbiamo di fronte.

Un programma di liberalizzazioni come quello annunciato dal presidente Monti rappresenta, in sé, una svolta epocale. Se venisse attuato e, soprattutto, se avesse la necessaria ampiezza e completezza, costituirebbe, per l’Italia, un cambiamento di paradigma. Cambierebbero le regole del gioco e, quindi, i comportamenti degli attori economici, imprese, lavoratori, consumatori. Cambierebbero i valori di riferimento. Cambierebbero le aggregazioni politiche, verrebbe ridisegnata la mappa degli schieramenti politici.

Una rivoluzione, in pratica, quella rivoluzione liberale di cui, già quasi un secolo fa, parlava, inascoltato, Piero Gobetti, prefigurando una convergenza di interessi, nel nome del liberalismo, fra tutti coloro che volevano porre fine a un’economia parassitaria e a una politica corrotta.

Certo, le liberalizzazioni non sono la soluzione di tutti i problemi, ma sono la premessa per voltare pagina, per provare a sottrarre l’Italia al declino cui è attualmente condannata, per tentare di dare vita a nuovi modelli economici e sociali. A patto, naturalmente, che non si guardi in faccia a nessuno e si agisca rapidamente e contemporaneamente in tutti i settori, con una logica di sistema. Il governo Monti, relativamente al riparo dai ricatti della piccola politica, può farlo.

Lapo Berti da www.lib21.org

La disuguaglianza: il problema della nostra epoca (di Lapo Berti)

Se ci chiedessimo qual è il problema che più ha colpito e sensibilizzato l’opinione pubblica mondiale dentro gli avvitamenti della crisi, è probabile che la maggior parte di noi risponderebbero: la disuguaglianza. In nessun periodo della storia moderna si è assistito a una così grande, e intollerabile, divaricazione fra ricchi e poveri. I trent’anni di governi dominati dall’influenza di un liberismo cieco e socialmente irresponsabile hanno consentito che fra i più ricchi e i più poveri si creasse una divaricazione che nessuna ragione economica è in grado di giustificare. La ricchezza in mano al 10% più ricco della popolazione si è accresciuta a dismisura, raggiungendo e talora superando il 50% della ricchezza totale, mentre i redditi e la ricchezza posseduta dalla stragrande maggioranza dei cittadini rimanevano immobili o si riducevano. Una teoria sciagurata e manifestamente sbagliata, secondo la quale se si lascia che i ricchi si arricchiscano ulteriormente è l’intera società a beneficiarne perché i soldi, letteralmente, “gocciolano giù” (trickle down) e, prima o poi, arrivano a tutti, ha giustificato e promosso, per tre decenni, una rincorsa sfrenata e indecente degli stipendi concessi ai super manager indipendentemente dai risultati che conseguivano. Non è un’idea nuova. Già J. Fitzgerald Kennedy predicava che “l’alta marea solleva tutte le barche”. Insomma, quello che conta è che il reddito aumenti, non importa com’è distribuito. Ma oggi la disuguaglianza dei redditi ha raggiunto livelli intollerabili moralmente e socialmente e, soprattutto, priva di qualsiasi giustificazione economica. Non è più possibile considerarla un male necessario.

La ricchezza eccessiva minaccia la coesione sociale

Lo spettro dello “sterco del diavolo” è tornato a proiettare la sua ombra inquietante su di una società che, dal lontano Medioevo, non si è mai del tutto liberata di un timore atavico, quasi innato, nei confronti della ricchezza e di coloro che la maneggiano. L’antica e radicata diffidenza nei confronti dell’usura, nei confronti del “denaro che genera denaro” ovvero nei confronti della finanza, tradisce la percezione, forse inconsapevole, ma precisa che vi sono limiti alla disuguaglianza che una società può tollerare senza rischiare di disintegrarsi. Oltre quel limite c’è la dissoluzione del patto sociale, lo sfaldamento della fiducia, che è ciò che consente a una società di esistere rendendo possibile la cooperazione fra estranei, che è un altro modo per dire la civiltà.

A lungo, nel corso dei secoli, si è tentato di porre un limite alla ricchezza eccessiva o, quanto meno, all’esibizione sfrontata del consumo opulento. L’obbligo sociale di devolvere in beneficenza una parte delle proprie ricchezze, quasi una ridistribuzione volontaria del reddito e della ricchezza, come le leggi suntuarie che punteggiano l’evoluzione dei costumi sociali nei secoli che precedono il capitalismo stanno lì a testimoniare della costante preoccupazione per un ordine sociale che vede nella ricchezza esorbitante, nel potere economico di pochi, una minaccia mortale. Poi, il capitalismo arrembante ha cancellato tutte queste preoccupazioni, frutto di una sapienza millenaria, e, all’insegna del motto “Arricchitevi!” ha occultato il problema sociale della ricchezza sotto l’illusione di un benessere economico alla portata di tutti e, soprattutto, senza limiti. Il potere economico privato ha celebrato i suoi trionfi.

Come tante delle cose che hanno segnato la modernità, è negli Stati Uniti che, per la prima volta, ci si è resi conto che, quando il potere economico in mano ai privati raggiunge proporzioni che lo rendono capace di dominare in maniera incontrastata e di sottrarsi alle regole cui tutti obbediscono diventa un pericolo per la democrazie e si rivela incompatibile con qualsiasi ordine sociale. E’ lì che, per la prima volta, si è posto il problema di porre sotto controllo il potere economico per contrastare gli effetti perversi che può produrre sull’ordine sociale.

Nel 1890 è stata creata la prima autorità antitrust cui era affidato il compito di contrastare i tentativi di creare aggregazioni di potere economico in grado di condizionare gli sviluppi della vita sociale e di inquinare o addirittura mettere fuori gioco i meccanismi della democrazia. A distanza di più di un cinquantennio, l’esempio degli Stati Uniti è stato seguito dai maggiori paesi europei e ha trovato finalmente una sua codificazione nel Trattato di Roma che istituiva la Comunità europea. Per tutto un secolo, ci siamo illusi che fosse sufficiente affidare allo stato il compito di sorvegliare il potere economico per impedire che esso producesse effetti devastanti per l’ordine sociale. Si pensava che la disciplina della concorrenza fosse sufficiente a far sì che il potere economico rispettasse le regole che presiedono al buon funzionamento di una società democratica. Abbiamo visto che non è così. Le imprese sono costantemente impegnate, talora con un imponente dispendio di risorse, a contrastare e aggirare i vincoli della concorrenza, favorite, a livello globale, dall’assenza di istituzioni di controllo capaci di agire su scala planetaria. Abbiamo visto che i più poderosi e rovinosi cartelli si sono formati proprio nell’arena globale. A fronte di queste esorbitanti aggregazioni di potere, le autorità antitrust sono spesso disarmate e talora esposte al rischio di essere “catturate” dalle grandi imprese globali che dovrebbero controllare e tenere a freno.

Il “compromesso keynesiano”, che ha dominato la scena economica e politica dagli anni ’30 agli anni ’70 del secolo scorso, è stato forse il tentativo più avanzato, e riuscito, di contemperare le pulsioni socialmente distruttive del capitalismo con le esigenze dell’equità, della giustizia, della piena occupazione, che stanno alla base del patto sociale democratico, tramite estesi programmi di ridistribuzione del reddito. Ma anch’esso non ha retto alla pressione del capitalismo globalizzato e dell’impazzimento della finanza. A partire dagli Stati Uniti, il potere economico senza limiti ha fatto piazza pulita di tutte le regole sociali.

Il problema del potere economico

Il potere economico è una brutta bestia. Non si lascia domare facilmente e usa brutalmente la sua enorme forza per piegare ogni paletto, per travolgere ogni ostacolo che si opponga alla sua illimitata volontà di dominio. Le normative antitrust e le politiche ridistributive, per quanto efficaci, si sono dimostrate, alla fine, impotenti.

Le nostre costituzioni democratiche, figlie del costituzionalismo settecentesco, sono nate per disciplinare una volta per tutte l’esercizio dei poteri da cui dipende il funzionamento della società. I poteri sono stati separati e si sono cercate forme di bilanciamento reciproco. Ma si è trascurato il potere economico, forse perché allora non era così visibile e dirompente. Bisogna colmare quel vuoto.

Il potere economico eccessivo non può essere trattato come una semplice distorsione che si può correggere con qualche norma che lo disciplini. La necessità di sottoporre a controllo il potere economico eccessivo deve entrare a far parte, in maniera esplicita, del patto democratico. Il patto costituzionale che regge e rende possibile la convivenza all’interno di un regime democratico dev’essere riscritto per accogliere una disciplina del potere economico che ne disinneschi il potenziale distruttivo, senza eliminare l’incentivo del guadagno che è parte integrante delle società in cui viviamo. Occorre porre un limite all’accumulazione della ricchezza in mani private e alla concentrazione di potere che ne deriva. E questo limite, lo ripeto, dev’essere inscritto nella legge fondamentale, deve entrare a far parte del patto costituzionale che sta alla base del nostro ordinamento.

E’ questa la prima e principale sfida che dobbiamo affrontare per cominciare a costruire la società del ventunesimo secolo. Solo se si dà una risposta di sistema al problema del potere economico eccessivo si può tentare di dar vita a un nuovo “compromesso keynesiano” che ci consenta di superare la crisi di paradigma in cui siamo immersi.

Lapo Berti da www.lib21.org

Lo Stato e il mercato siamo noi (di Lapo Berti)

Più stato” e “Più mercato” sono slogan vacui, semplicistici, infantili. Sono il rifugio di chi ha paura di affrontare la complessità della realtà e di confrontarsi con il compito duro, quotidiano, di trovare soluzioni sempre nuove alle alternative che il cammino dentro la realtà continuamente ci propone.

Il caso Finmeccanica

Con buona pace di tutti coloro che continuano pervicacemente a invocare “Più stato” per porre rimedio ai mali, inevitabili, del capitalismo, il caso Finmeccanica sta lì a ricordare che, nella realtà, le cose sono assai più complesse e contraddittorie. Non basta dire “stato” perché le cose vadano bene e volgano verso l’interesse pubblico, perché lo stato non esiste indipendentemente dagli uomini che di volta in volta lo rappresentano e lo fanno agire e questi uomini, come c’insegna un’esperienza secolare, sono spesso più inclini a seguire il loro privato interesse che quello di tutti.

“Più stato” e “Più mercato” sono slogan vacui, semplicistici, infantili. Sono il rifugio di chi ha paura di affrontare la complessità della realtà e di confrontarsi con il compito duro, quotidiano, di trovare soluzioni sempre nuove alle alternative che il cammino dentro la realtà continuamente ci propone. Purtroppo per noi, che però dovremmo saperlo bene e non dovremmo illuderci che possa essere altrimenti, stato e mercato sono istituzioni imperfette, come tutte le cose create dagli uomini, e hanno continuamente bisogno di correttivi, di controlli. Non ci sarà mai un mercato perfetto che risolve tutti i problemi di benessere e di equità, come non ci sarà mai uno stato perfettamente benevolo e onnisciente che gestisce l’economia e la società per il bene di tutti. Ci sarà invece sempre il bisogno di dibattere e di combattere su quelle che di volta in volta si ritengono e si rivelano essere le soluzioni più adeguate ai problemi che i cittadini maggiormente avvertono. Ma non saranno mai durature e si dovrà sempre ricominciare. Immer wieder, sempre di nuovo, come dice il filosofo.

Già che ci siamo, vale la pena di soffermarsi qualche istante sul caso Finmeccanica, perché esso è emblematico di un problema che è speculare rispetto a quello rappresentato dagli eccessi del capitalismo finanziario ossia il problema della corruzione politica. Il presidente e amministratore delegato Guarguaglini, nominato il 24 aprile 2002, come sta rivelando l’inchiesta giudiziaria in atto, invece di preoccuparsi di valorizzare l’impresa che gli era stata affidata, è stato per anni al centro di una rete di malaffare e di finanziamento illecito della politica. Con il sistema delle fatturazioni artificialmente gonfiate, si sono ricavate, a danno dell’impresa e, in generale, dell’economia italiana ingenti risorse finanziarie riversate in un fiume di tangenti. Come non bastasse, a Guarguaglini si è affiancata, nel febbraio 2005, la moglie, Marina Grossi, nominata dal marito, non si sa per quale ragione e sulla base di quali competenze, amministratore delegato di Selex Sistemi Integrati, una controllata di Finmeccanica nata sulle ceneri di Alenia. Questo gigantesco sistema di corruzione è completato dalla presenza, ai vertici delle aziende facenti capo a Finmeccanica, di dirigenti nominati dai partiti e impegnati, ovviamente, a distogliere risorse dalla produzione e dagli investimenti per convogliarle verso i partiti di riferimento. Il sistema, perché di questo si tratta, aveva anche una sorta di organo di governo, il cosiddetto “tavolo delle nomine”, a cui sedevano, nell’ambito del Governo, gli esponenti dei diversi partiti della maggioranza. E’ appena il caso di osservare che Guarguaglini godeva di solidi agganci nel mondo della politica, da Gianni Letta e Altiero Matteoli a Giuliano Amato, e che ha potuto spadroneggiare in Finmeccanica senza che nessun media se ne accorgesse. Inevitabilmente, nel sistema lottizzato delle nomine, secondo i magistrati, sarebbero coinvolti anche i partiti di opposizione.

Come risultato di tutto ciò, un titolo che, ancora nel 2007, quotava intorno a 20 euro ha visto scendere il suo valore a poco più di 3 euro, con una perdita per gli azionisti di oltre l’80%. Solo negli ultimi sei mesi ha perso il 67% del suo valore di Borsa. Ciò significa che si è svalutata in questa misura non solo la quota di circa il 30% detenuta in Finmeccanica dal Tesoro, ma anche quella detenuta da tutti i cittadini, tra cui 23.000 dipendenti, che, seguendo anche il consiglio dei sindacati, nel giugno 2000 si erano fatti coinvolgere nella privatizzazione parziale del colosso pubblico e ne avevano acquistato i titoli confidando nella bontà di un investimento dietro il quale c’era la “garanzia” pubblica. Ma non basta: una volta scoppiato lo scandalo, Guarguaglini è costretto a dimettersi, ma in cambio del disastro economico perpetrato ai danni dell’industria e delle casse dello stato italiano viene ricompensato con una sontuosa liquidazione di 5,6 milioni di euro che non ha nessuna giustificazione economica, ma risponde, evidentemente, alle regole non scritte dello sciagurato “capitalismo relazionale”, come normalmente si definisce, con termini quasi accattivanti, il perverso e spesso criminale intreccio fra grandi imprese, pubbliche e private, e uomini di governo e dei partiti. Successivamente, anche la moglie, accusata di corruzione e frode fiscale, è stata costretta a dimettersi, ma la storia non cambierà, cambierà solo la cifra.

Tutto questo ci dovrebbe rendere più prudenti, quando parliamo di pregi e difetti dello stato e del mercato e ci dovrebbe ricordare che sia l’economia sia la politica sono fatte da uomini e che questi uomini sono esposti alla tentazione del potere e della ricchezza, per non dire che spesso scelgono di impegnarsi nel mondo dell’economia e della politica proprio in vista del potere e della ricchezza che gliene può derivare. Ed è noto che la corruzione, la collusione, la violazione delle regole scritte e non scritte, sono scorciatoie attraenti da sempre praticate. Da quando mondo è mondo non c’è stata regola morale né istituzione sociale che sia stata in grado di porre sotto controllo una volta per tutte le pulsioni socialmente distruttive scatenate da questi fattori.

La conclusione è che non esistono formule magiche, come “più stato” o “più mercato”, con cui i grandi semplificatori vorrebbero esorcizzare le minacce e le prevaricazioni della ricchezza, ma esiste solo la fatica quotidiana della partecipazione democratica ai processi che decidono del destino di tutti. E’ una fatica, lo sappiamo bene, spesso disperante, ma non di meno necessaria. Solo la presenza di cittadini vigili e attivi, decisi a far valere i loro diritti e la loro volontà, può costituire un antidoto efficace agli eterni richiami della ricchezza facile e della corruzione.

Lapo Berti da www.lib21.org

La crisi e quattro temi cruciali da affrontare (di Lapo Berti)

Siamo a una di quelle svolte nella storia in cui molti, per non dire tutti, avvertono che qualcosa si è rotto nel meccanismo che per tanto tempo ci ha consentito di abitare il nostro mondo godendo di un costante miglioramento delle nostre condizioni di vita. Il mito del progresso, con la sua apparentemente infinita capacità di attrarre consenso e di rinnovarsi, si è infranto.

Cominciamo a vivere fra i detriti di questa rottura, senza che ancora ne percepiamo tutta la gravità e ineluttabilità. Qualcuno di noi pensa ancora che, dopo tutto, anche questa passerà e si riprenderà il cammino inarrestabile del progresso. Qualcuno avrà perso, qualcun altro avrà guadagnato, come sempre.

La svolta che stiamo vivendo è invece inedita. Lo è per le dimensioni, perché coinvolge il mondo intero e si fa percepire, con maggiore o minore intensità, in tutti i paesi. La crisi finanziaria prima e la recessione economica ora non sono i fenomeni consueti, per quanto rovinosi, che da sempre accompagnano l’evoluzione del capitalismo e ne scandiscono la storia. Sono i sintomi della fine di un ciclo storico, dell’esaurimento di un modello di organizzazione della vita sociale e della sua riproduzione. Se li sappiamo cogliere, se li sappiamo interpretare, possiamo aprire una fase nuova in cui far nascere, dall’interazione di tutti e con il coinvolgimento del maggior numero di persone, un contesto sociale, economico e politico in cui ritrovare il senso delle nostre vite, la capacità e il piacere di stare insieme fra sconosciuti, le regole della democrazia. Se lasciamo passare l’occasione, non avremo certo la fine del mondo, che non siamo ancora in condizione di decretare, ma, certo, il mondo in cui viviamo continuerà a deteriorarsi e le nostre vite a desertificarsi. E’ in gioco la qualità della vita di tutti.

I modelli economici e sociali non si cambiano facilmente, checché ne dicano i politici di mestiere più o meno interessati a vendere la loro ricetta, ma le persone possono, anche singolarmente, cominciare a cambiare i modi della loro interazione, a cambiare le cose che fanno e i modi in cui le fanno, a cambiare le domande che pongono al mondo e ai loro simili. E’ da quest’interazione che nascono i veri cambiamenti, quelli che vanno in profondità, al cuore delle cose. Quello che serve prima di tutto, dunque, è un cambiamento culturale, un mutamento nei comportamenti e negli atteggiamenti delle persone, che dia spazio a nuove risposte, all’esplorazione di modi inusitati e inesplorati di fare le cose.

La politica è, nella sua versione migliore, il luogo in cui le persone che convivono in un determinato spazio collocano i loro sogni, le loro aspettative, i loro progetti di vita, è il luogo a cui rivolgono le domande a cui vorrebbero risposte per orientare le loro vite e costruire la loro felicità. La politica è il luogo che raccoglie e mette in scena l’immaginario sociale che è il frutto, la creazione spontanea di un’infinità di pensieri e di parole che riempiono i flussi della nostra vita quotidiana. E’ nel crogiolo della politica, quando questa mantiene fede alla sua missione, che si forgiano i contorni del presente e si delineano quelli del futuro. La politica, naturalmente, ha elaborato tecniche, procedure, per governare tutto ciò e per tradurlo in scelte concrete, materiali, in pratiche che ci coinvolgono e condizionano tutti, anche quando non ce ne accorgiamo. Ma il senso, la legittimazione della politica stanno in quella proiezione collettiva di senso che abbiamo appena descritto e reggono finché vive quel luogo che la rappresenta.

Quando la politica viene meno, in maniera evidente, irreversibile e irrimediabile, al compito di dare espressione alle fantasie degli uomini alla ricerca della loro felicità terrena, questo è il segno che è tempo di cambiare. Quando questo avviene, come oggi è sotto gli occhi di tutti, non solo nel nostro disgraziato paese, ma anche in Europa, anche in America, dove i politici sembrano aver perso il bandolo della matassa e si avvitano su caroselli di parole che non hanno presa sulle cose, che non sono in grado di guidare i fatti. Anche questo è un segno che siamo a una svolta che non si può evitare.

La seconda modernità, in cui abbiamo vissuto piuttosto confortevolmente fino all’altro ieri e che ora ci sta stritolando nelle spire della sua crisi, ci consegna una manciata di problemi cui dobbiamo assolutamente tentare di dare una risposta, perché dalle risposte che sapremo dare e mettere in pratica dipende il futuro nostro e dei nostri figli.

Il primo tema cruciale è quello del potere economico. La crisi finanziaria del 2008 ci ha mostrato, con tutta evidenza, che per troppo tempo abbiamo lasciato che il potere economico crescesse a dismisura, al di fuori di ogni regola e anche di ogni senso pratico. Ha mostrato, cosa ancora più grave, che le istituzioni democratiche, così come le abbiamo concepite e praticate, non hanno gli strumenti per governare e controllare la formazione di poteri economici esorbitanti, che danno luogo a compensi e a ricchezze inaudite e inaccettabili da qualunque collettività che debba condividere il destino di tutti coloro che ne fanno parte. Le nostre costituzioni regolano il potere legislativo, quello esecutivo, quello giudiziario, ma hanno trascurato quello economico. Occorre porre rimedio a questa lacuna devastante.

Il secondo tema, strettamente intrecciato al primo, è quello della disuguaglianza economica. Anche qui, la politica e le istituzioni della democrazia si sono dimostrate insufficienti e incapaci di far sì che le disuguaglianze economiche, inevitabili in un sistema economico capitalistico, diventassero intollerabili e generassero condizioni di disuguaglianza e di sofferenza sociale che sono al di fuori del patto che tiene insieme le società democratiche.

Il terzo tema è quello delle dimensioni abnormi che il debito pubblico ha raggiunto in molti paesi senza che nulla e nessuno fosse in grado di porvi un argine, ma, soprattutto, senza che nessuno ne comprendesse il significato e si ponesse il problema di quali debbano essere i limiti che l’indebitamento dei governi può raggiungere e delle caratteristiche che deve avere per essere di sostegno all’economia e non di peso ai cittadini. L’irresponsabilità politica, e non solo, degli uomini di governo nelle cui mani è posto il potere di creare debito pubblico è parte del problema e richiede di essere affrontata.

Il quarto e ultimo dei temi cruciali, il più generale e comprensivo, è quello del ruolo che la mercificazione ha assunto nelle nostre società. Era prevedibile, e per molto tempo è apparso addirittura ovvio e necessario, che, in una società in cui una quota crescente dei beni e servizi in cui s’incarna il nostro benessere sono resi disponibili solo se vi è la prospettiva di un profitto ovvero se possono assumere la forma di una merce, non si ponesse alcun limite al novero delle cose che possono essere sottoposte a questo regime. E così è stato. Un po’ alla volta si è trasformato in merce il lavoro, l’ambiente, il corpo, la cultura, la vita privata, praticamente tutto ciò che compone la nostra civiltà millenaria. Oggi cominciamo a renderci conto che questo gigantesco sovvertimento dell’ordine sociale in cui per millenni si è svolta la vita delle civiltà ha progressivamente svuotato di senso le nostre vite, gli ha sottratto quella valenza culturale che avevamo impiegato millenni per costruire. Non è sensato pensare che quel sovvertimento possa essere ribaltato. Certo va governato, preso in mano. Occorre che si apra una grande discussione collettiva capace di produrre un cambiamento culturale che riporti sotto controllo dell’umanità nel suo insieme il mondo impazzito delle merci.

Lapo Berti da www.lib21.org

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